R/esistenze

La copertina del libro Amianto di Alberto Prunetti
Amianto

Non credo tanto ai casi, tanto meno quando si tratta di letteratura.

Il caso può portarti a trovare, in quella particolare bancarella, un libro che cercavi da tanto tempo o scoprire di avere gusti simili a qualcuno di inaspettato. Ma di sicuro non è il caso a farti scegliere di leggere un libro piuttosto che un altro.

Sicuramente non è stato il caso se ultimamente, cioè negli ultimi mesi, mi sono ritrovato a leggere libri che avevano tutti più o meno a che fare con forme di resistenza allo stato di cose presenti. Che il soggetto fosse la Resistenza – quella con la R maiuscola, anche se spesso per protagonisti ha avuto personaggi tutti minuscoli – o storie di resistenze minuscole, appunto, fatte da gente minuta, normale, quotidiana, in un modo o nell’altro l’argomento è sempre stato questo.

L’ultimo di questi è stato uno di quelli che mi hanno colpito di più: “Amianto” di Alberto Prunetti pubblicato per i tipi di Agenzia X.

Vi si narra la storia del padre di Alberto, Renato, operaio tubista, “trasfertista”, che per decenni gira i cantieri italiani a montare, smontare e manutenere impianti industriali, sempre a contatto con le peggiori sostanze tossiche e nocive dell’industria contemporanea – ad iniziare dall’amianto, appunto – e a causa delle quali, pochissimo dopo essere andato in pensione, a soli 59 anni, morirà di cancro.

Il libro è una cronaca, un pezzo di biografia operaia, vista dal figlio Alberto, narrata con amore, rispetto, ironia e, ovviamente, tanta rabbia. La storia di cosa sia stato (?) essere “classe operaia” nel nostro paese ancora nel XXI secolo, di quali sacrifici abbiano fatto queste persone e le loro famiglie per permettere ai propri figli non la semplice sopravvivenza ma anche un miglioramento della loro condizione è esemplare in questo libro. Senza lamenti, con coerenza e pure la giusta (auto)critica e i differenti punti di vista tra un padre cresciuto col mito del lavoro (stacanovista) ed un figlio libertario.

La cronaca della dignità, della ricchezza di vita, di rapporti, di amore di una classe – usiamoli i termini giusti, le parole sono importanti, dicevano una volta – ma anche le illusioni, il credere in un percorso che ha portato alla morte, da una parte, e alla precarietà dall’altra.

E’ anche la storia di un pezzo importante dell’industria siderurgica italiana, ad iniziare dalla tanto attuale ILVA, per lunghi anni di stanza tra le provincie di Livorno e Grosseto, nelle famose colline metallifere, terra di braccianti e minatori, dove la vita è sempre stata molto dura.

Il libro finisce con la morte, tremenda, di Renato, e col tentativo della sua famiglia di avere giustizia. Ma come dice Alberto, la “giustizia”non puoi averla da un tribunale quando sei già morto, perché non è giustizia ma carità (a carico del cittadino, tra l’altro, manco delle aziende che ti hanno ammazzato).

Un libro bellissimo e tremendo, come dice Evangelisti nell’appassionata prefazione, come uno schiaffo in faccia. Per i tanti che ancora oggi sono preda della sbornia della “fine del lavoro”, della fuffa del general intellect, del lavoro cognitivo, quando il mondo, e in buona parte anche il nostro paese – si accomodassero lor signori intellettuali nelle campagne del bel paese, dove migranti e italiani lavorano a pochi euri l’ora; o nei garage dove gli stessi stanno anche 10 ore il giorno per la miseria di cui sopra, o nelle case degli anziani che se lo possono permettere a fare le badanti, tanto per fare solo pochi esempi – è pieno di proletariato sfruttato a sangue e spesso ucciso da condizioni di lavoro più simili alla schiavitù che altro.

La copertina del libro La bomba e la Gina di Marco Codebò
La bomba e la Gina

L’altro libro, bellissimo, è “La bomba e la Gina” di Marco Codebò pubblicato dai tipi di Round Robin in cui si narra la vicenda della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e del successivo assassinio di Pino Pienelli, mentre si racconta, intersecando documenti storici, cronaca e narrativa, vari piani e vari momenti storici, tutti legati dalla continuità della cultura (e della pratica) fascista nel nostro paese anche molti decenni dopo la caduta del regime mussoliniano.

Protagonista principale della storia è il ferroviere anarchico Pinelli e il suo omicidio nelle stanze della questura milanese, il suo essere stato giovanissima staffetta partigiana nella Milano della Resistenza; ma anche di Marcello Giuda, questore proprio a Milano durante le indagini per la strage di Piazza Fontana, principale depistatore nelle ore immediatamente successive l’eccidio ma anche direttore del confino di Ventottene durante gli anni del fascismo, in cui vennero detenuti comunisti, socialisti ed anarchici.

Emerge in questo bel romanzo quel buco della storia d’Italia – più che della storia, di cui si sa già tutto, della giustizia d’Italia – che è la continuità del fascismo nella repubblica, le responsabilità dei partiti – compreso quello Comunista – in questa continuità e il ruolo dei fascisti, fuori e dentro le istituzioni, della strategia della tensione tra la fine degli anni ’60 e la fine dei ’70.




“Mafalda” se n’è andata…

Copertina del libro "Mafalda e la siepe di ginestre. Racconto partigiano"
Mafalda e la siepe di ginestre. Racconto partigiano

Ci ha lasciati nel giorno del suo novantesimo compleanno la staffetta partigiana “Mafalda” Elena Antonelli.

Era nata il 15 febbraio del 1921; il babbo Cesare, antifascista originario del Mugello e tagliaboschi di mestiere, l’aveva chiamata Lenina, nome che nel 1929 per decisione del Tribunale speciale le fu cambiato d’ufficio in Mafalda.

All’indomani dell’8 settembre 1943, la ragazza, con il nome di copertura di “Elena” fu protagonista attiva nell’organizzazione a Montecucco, nel comune di Cinigiano (Gr) di una delle prime bande partigiane della Maremma, insieme alla sorella Leonida allora sedicenne e allo zio Guglielmo. “Elena” tenne i collegamenti con i partigiani della Brigata “Lavagnini” dell’Amiata e con il comando di Siena del “Raggruppamento Amiata”. Mafalda, però, fu costretta a cambiare zona per sfuggire alla caccia dei repubblichini e, spostatasi nel mancianese, si unì al VII Raggruppamento bande, comandato dal Tenente Luigi Canzanelli; con il “tenente Gino” continuò la sua preziosa attività distaffetta partigiana e di infermiera. Stimata dai partigiani e dalle famiglie contadine della zona, superò ben due rastrellamenti, anche quello che vide cadere il Tenente Luigi Canzanelli. Smarritasi di notte nel fitto della boscaglia”Elena” subì un trauma che l’avrebbe condizionata per oltre vent’anni.

Alla Liberazione, in riconoscimento del suo impegno di patriota, a Mafalda Antonelli fu consegnato il diploma firmato dal Maresciallo H. G. Alexander, Comandante supremo delle truppe alleate nel Mediterraneo. Delusa dalle aspettative che il dopoguerra non seppe mantenere, Mafalda emigrò in Svizzera con la famiglia, dove conobbe e sposò un emigrato spagnolo con il quale condivise la gioia di una figlia.

Dobbiamo ringraziare il Professor Nedo Bianchi, che con il suo impegno e la sua passione, ha avviato una ricerca storica sulla Resistenza in Maremma. Nel suo racconto partigiano “Mafalda e la siepe di ginestre” ci restituisce la figura di questa giovane donna che altrimenti, come tanti personaggi e fatti della Resistenza, sarebbe stata condannata all’oblio. Nel ricordarla con immutato affetto la nostra associazione rinnova le espressioni del più profondo cordoglio a Garcia Ramon e alla figlia Uliana .

Fonte: Anpi – Comitato provinciale di Grosseto