Firma digitale e accesso alla PA online con Linux

Immagine del lettore di Smart Card Bludrive IIPosso dire, ormai da luglio, che si può firmare digitalmente e accedere alla Pubblica Amministrazione (PA) online con GNU/Linux, nel mio caso Ubuntu Mate.

Anche se vi conviene leggere i vari “Aggiornamenti” in fondo a questo articolo.

A luglio, infatti, una delle associazioni di cui faccio parte doveva fare i permessi per poter fare una manifestazione. Permessi da fare presso il SUAP (Sportello Unico per le Attività Produttive) locale, e che da un paio di anni vanno fatti per forza via web.

Fino a luglio, quindi, un po’ per pigrizia, un po’ per poco tempo, le pratiche SUAP le facevamo con i pc Windows dei compagni di associazione. A luglio, però, tempo di ferie e quindi di un po’ più di tempo libero, mi sono messo d’impegno, per capire se e come fosse possibile poter fare questa procedura con GNU/Linux, ed è possibile, almeno con la mia configurazione:

Data questa configurazione il processo è, tutto sommato, abbastanza semplice.

  • Collegare il dispositivo al computer:

Nel mio caso, collegato il dispositivo al computer questo lo riconosce immediatamente, come si può evincere dai log di sistema:

Sep 28 14:57:51 Astio kernel: [2298796.040746] usb 2-1.2: new full-speed USB device number 16 using ehci-pci
Sep 28 14:57:51 Astio kernel: [2298796.153906] usb 2-1.2: New USB device found, idVendor=1b0e, idProduct=1078
Sep 28 14:57:51 Astio kernel: [2298796.153909] usb 2-1.2: New USB device strings: Mfr=1, Product=2, SerialNumber=0
Sep 28 14:57:51 Astio kernel: [2298796.153911] usb 2-1.2: Product: BLUDRIVE II CCID
Sep 28 14:57:51 Astio kernel: [2298796.153913] usb 2-1.2: Manufacturer: BLUTRONICS
Sep 28 14:57:51 Astio mtp-probe: checking bus 2, device 16: “/sys/devices/pci0000:00/0000:00:1d.0/usb2/2-1/2-1.2”
Sep 28 14:57:51 Astio mtp-probe: bus: 2, device: 16 was not an MTP device
Sep 28 14:57:56 Astio colord-sane: io/hpmud/pp.c 627: unable to read device-id ret=-1

Se tutto fila liscio, il led sul lettore diventa verde. Fine.

Se si vogliono maggiori info, c’è anche uno strumento di verifica fatta dalla stessa Blutronics, con tanto di video che spiega come installarlo:

Fatto questo si va sul sito di Infocert e si scarica la versione gratuita di Dike6, più che sufficiente per quel che dobbiamo fare noi. Per chi usa una distro Debian like la cosa è ancora più semplice, perché si può  scaricare un comodo .deb e installarlo come sempre.

A questo punto siamo già nella possibilità di accedere ai dati della nostra smart card, sia essa la semplice tessera sanitaria / codice fiscale, oppure – come è indispensabile nel nostro caso – la Carta Nazionale dei Servizi, cosa che è fattibile solo dopo aver preso ed attivata la carta (operazione che non c’entra nulla con l’informatica, ma con la burocratia italiota).

  • Configurare Firefox per accedere al sito del proprio SUAP locale (o altro sito della PA):

A questo punto ci siamo quasi: per poter fare una pratica online su un portale SUAP, infatti, bisogna aver configurato il proprio browser perché legga la carta inserita nel lettore. Quindi bisogna aprire firefox ed andare in

Preferenze -> Avanzate -> Certificati -> Dispositivi di sicurezza

cliccare su Carica, inserire una descrizione (es.: TesseraSanitaria o SUAP o quel che si vuole) ed il percorso, che nel mio caso è:

/opt/dike6/libbit4xpki.so

A questo punto, sul sito SUAP si clicca su “Sportello online”, si sceglie il proprio Comune e si avvia la pratica. Il sistema vedrà – grazie alla configurazione di cui sopra – la carta inserita nel lettore, chiederà il PIN (rilasciato dall’autorità competente), ed a quel punto si potrà fare tutta la procedura del caso.

Usando la Carta dei servizi si può accedere alle varie piattaforme esatamente come con la Tessera Sanitaria, ma si può anche firmare digitalmente i vari documenti che bisogna presentare, e la cosa è assai comodo.

Fine 🙂

Aggiornamento Ubuntu-(qualsiasi flavors) 18.04 e derivate (anche Mint 19)

Arriva aprile 2018, faccio come sempre passare qualche settimana, spulcio la rete e vedo che non c’è nessun problema a passare alla nuova LTS della famiglia Ubuntu.

Aggiorno!

Tutto fila liscio (+ o -) e mi ritrovo con la nuova et fiammante versione che va come una freccia. Evviva.

Poi si avvicina l’estate, ed iniziano a fioccare le iniziative paesane e la necessità, sempre maggiore e sempre più incomprensibile, di fare miliardi di permessi online alla PA, e quindi – forte di questo mio articolo – attacco il lettore di smartcard al computer, infilo la tessera per la firma digitale, apro Dike6, che chiede subito di essere aggiornato e…

Problemi con Dike6

E niente, non c’è versi di farlo funzionare.

Contro la mia religione provo con Aruba Sign, che fino alla 17.10 funzionava senza problemi, ma questo non trova il dispositivo.

Come ho risolto?

Recuperando, fortunosamente, un pc con Ubuntu 16.04 installato, e tutto ha funzionato senza problemi, le procedure sono state portate a termine, i permessi rilasciati, le feste svolte senza altri problemi.

Mi permetto, a questo punto, una piccola riflessione:

se non potete permettervi di stare dietro ai rilasci STABILI delle varie distribuzioni GNU/Linux, ed obbligate i cittadini – ed i professionisti – ad usare versioni del sistema operativo vecchie di anni, allora – a mio modesto avviso – avete dei problemi e non siete aziende di software serie.

Aggiornamento settembre 2018

Ora (21 settembre) l’ultima versione di Dike6 funziona con ubuntu 18.04, si per quel che riguarda la firma sia per quel che riguarda l’accesso al SUAP.

Bravi gli sviluppatori!




Emergenza e grandi opere: la “Mafia Nazionale”

Pd, Pdl, Lega delle Cooperative, mafiosi locali: tutti assieme appassionatamente.
Pd, Pdl, Lega delle Cooperative, mafiosi locali: tutti assieme appassionatamente.

È di questi giorni lo scandalo “Mafia Capitale“, in cui sono stati svelati i (poco nascosti, ma ignorati dai più) intrecci tra politica (bipartisan, ed intesa come gestione della cosa pubblica da parte dei partiti e NON dai cittadini) e criminalità. Sempre che la distinzione possa, ormai, avere un senso.

Ma siamo sicuri che non si possa parlare di “Mafia Nazionale“?

Emerge chiaramente un “sistema“, per cui a Roma potevi fare qualsiasi cosa se eri amico degli amici giusti, altrimenti nulla. Un sistema che, ora, tutti sono pronti a denunciare – ad iniziare da quei politici nazionali, ma originari di Roma, che – tu pensa che distratti – in questi anni non s’erano accorti di nulla. Loro. Nonostante le molte denunce da parte di cittadini, associazioni, consiglieri comunali e parte della stampa.

Questi “signori” – i Gasparri, gli Orfini – pur essendo ai vertici dei rispettivi partiti, pur essendo di nativi di Roma, non si erano accorti che i propri dirigenti romani, le proprie cooperative (o comunque MOLTO vicine a loro ed ai loro partiti) incassavano quantità vergognose di soldi per NON fare nulla di quello che dovevano, lasciando – per esempio – rifugiati e rom in condizioni di “vita” (tra virgolette per forze) che dire indecenti è fargli un complimento.
Nessuno se n’era accorto.

A questo punto, per non farla troppo lunga, però le possibilità sono due:

  1. questi dirigenti politici sono degli incompetenti, e quindi è meglio – per tutti – se passano a fare altro, nella vita;
  2. questi dirigenti politici sono complici di quel che è successo, e quindi è meglio – per tutti – se li obblighiamo a fare altro, nella vita.

In entrambi i casi – e non se ne vede un terzo – abbiamo a che fare con una classe politica (ed in parte anche giornalistica, e del “terzo settore”) che, per incapacità o complicità, non è in grado di far funzionare le cose in maniera trasparente e corretta.

È evidente che lo snodo di tutto questo “sistema” è la categoria di “emergenza” (ora anche qualcuno di questi ignavi lo ammette, tipo Orfini in tv al La7):
con il meccanismo dell'”emergenza” si possono bypassare tutte le norme, i controlli che dovrebbero far si che gli appalti pubblici siano un qualcosa fatto per il bene pubblico e non per quello privato.

E quindi via con l’emergenza rifiuti, l’emergenza immigrati, l’emergenza rom, l’emergenza casa, l’emergenza droga, l’emergenza terrorismo e via mettere il paese nel sacco.

Insieme alla categoria “emergenza” ce n’è un altra che riesce a catalizzare lo stesso porcaio di cui sopra, ed la categoria “Grande Opera“. Dal Mose all’EXPO, dalla TAV al terremoto dell’Aquila (qui, per la gioia degli sciacalli, “emergenza” e “grande opera” si uniscono), è un diluvio di avvisi di garanzia, arresti, tangenti, denunce.

Ma CHI dovrebbe cambiare le cose? Chi dovrebbe mettersi lì a dipanare un sistema che ormai ci soffoca ovunque, nel paese, e non “solo” a Roma. Quegli stessi politici che il sistema hanno inventato e del sistema si nutrono e si fanno ricchi e potenti. Come no!

I giornalisti, che dovrebbero raccontare ai cittadini quel che succede, aiutandoci a capire, a mettere assieme le cose, tolte alcune, poche, nobili eccezioni, fanno esattamente il contrario, essendo anche loro schiavi e complici di questo sistema: i giornali sono in mano a “poteri forti” economici e/o politici, e se vuoi continuare a lavorare non devi rompere più di tanto i coglioni o le ovaie.

Ed infatti, guarda caso, non ho memoria, negli ultimi anni, di qualcuno che si sia messo a tirare le fila di quel che sta succedendo nel paese. E si che tutti noi, chi più chi meno, ha giocato almeno una volta in vita sua ad “Unisci i puntini”, il gioco enigmistico più facile del mondo, per cui basta unire con una matita i puntini disegnati su di un foglio, per veder comparire – ohhh, magia! – un disegno.

Ecco, nel caso di cui stiamo parlando basterebbe fare lo stesso. Cosa semplice soprattutto per un/a giornalista, che questo dovrebbe fare di mestieri. Si vedrebbe così, chiaramente, che quando questi “signori” parlano di “mele marce”, riferendosi ai propri colleghi di partito beccati con le mani nel sacco, in realtà ci stanno pigliando per i fondelli. Eppure nessuno lo fa. O, se lo fanno, stanno ben attenti a non pubblicizzare troppo la cosa.

Allora, io, che (per fortuna) non sono giornalista, ma che ho una certa praticità con internet, mi sono messo lì a cercare cosa veniva fuori mettendo la parola “tangente” a fianco di alcune “grandi opere” che stanno caratterizzando la vita del paese, e che stanno portando a tante lotte, scontri, repressioni.

Vediamo cosa scappa fuori:

Immagine per ricordare alcuni esempi degli scandali nelle RegioniScandalo Regioni (Italia):

– “il giornale”, 2012
http://www.ilgiornale.it/news/interni/scandalo-regioni-su-due-nel-mirino-845460.html

 

Nell’ottobre del 2012 esce questo articolo su “il giornale” di Berlusconi, dove si può leggere:

Le ostriche divorate dall’ex capogruppo del Pdl in Regione Lazio, Franco “Batman” Fiorito, a spese dei cittadini hanno fatto saltare il tappo e segnato un punto di non ritorno. Nelle ultime settimane una Regione su due è stata “visitata” dagli uomini della Guardia di Finanza che adesso vogliono vederci chiaro su come ogni anno vengono spese centinaia di milioni di euro di fondi pubblici. Solo oggi i militari delle Fiamme Gialle si sono presentati nelle sedi di Marche e Lombardia e sono tornati in quella del Lazio.

Piovono avvisi di garanzia. E scattano le manette. Scoperchiato il vaso di pandora, la politica dà il peggio di sé. Dalle lauree nell’Università di Tirana ai diamanti africani, dalle villone acquistate coi rimborsi elettorali alla jeep comprata durante una nevicata epocale.

E via così.

– l’Espresso, 2014
http://espresso.repubblica.it/palazzo/2014/01/16/news/regioni-quante-inchieste-sullo-scandalo-rimborsi-1.149002

Due anni dopo l’Espresso pubblica una tabella con il numero di indagati, le richieste di rinvio a giudizio, gli arrestati, gli imputati e, buoni ultimi, i condannati.
Abbiamo così:

558 Indagati;
134 Richieste di rinvio a giudizio;
10 arrestati;
20 imputati;
3 condannati.

Tabella riassuntiva dello scandalo tangenti per l'EXPO 2015Tangenti EXPO (Milano)

Il prossimo sarà l’anno dell’EXPO, immenso sacco della città di Milano, in cui il peggio del peggio è emerso già da tempo, con i comitati che da anni si battono contro questo scempio, non solo inascoltati, ma quando possibile repressi.
Vediamo come sta andando:

– il Fatto Quotidiano, 2014
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/08/expo-2015-sei-nuovi-arresti-tra-loro-primo-greganti-e-angelo-paris/977191/

Sul Il Fatto quotidiano del maggio 2014 leggiamo che viene scoperta (cito):

la cupola bipartisan degli appalti: arrestati Greganti e Frigerio.

Per chi non lo ricordasse, Greganti e Frigerio furono arrestati già durante tangentopoli, nei primi anni ’90. Ora, nel 2014, sono ancora iscritti ai partiti originati da quelli di allora – Greganti al Pd, figlio del Pci, Frigerio al Pdl, figlio parziale della Dc – e svolgono lo stesso lavoro di allora: intascare tangenti.  Insieme a loro furono arrestati (cito):

Sergio Catozzo (ex Cisl, ex Udc infine berlusconiano) e l’ex senatore del Pdl Luigi Grillo, già coinvolto in numerose inchieste (la più nota quella sulla Banca Popolare di Lodi, alla fine della quale è stato assolto in appello). Ai domiciliari, infine, Antonio Rognoni, direttore generale di Infrastrutture Lombarde, già arrestato due mesi fa per presunte irregolarità negli appalti delle opere pubbliche.

Anche in questo caso – come in quello romano – abbiamo esponenti locali e di spicco del Pd, del Pdl, della lega delle cooperative, imprenditori e così via. Si legge, sempre nell’articolo:

La cupola aveva contatti molto in alto – agli atti ci sono le telefonate degli arrestati con Silvio Berlusconi, Cesare Previti e Gianni Letta -, prometteva avanzamenti di carriera e protezioni politiche ai manager, incontrava direttori di aziende ospedaliere, copriva e proteggeva le imprese “riconducibili” a tutti i partiti, comprese “le cooperative”. E appena si verificava un vuoto di potere il gruppo sembrava pronto a riempirlo con qualcuno di “fidato” per poter compiere altri reati, tanto da mandare raccomandazioni al leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, al presidente della Regione Roberto Maroni e al suo vice Mario Mantovani. “Ho mandato un biglietto a Berlusconi, non chiamo nessuno per telefono – dice Frigerio al telefono – Un biglietto per Berlusconi e uno a Mantovani dicendo ‘ma la soluzione migliore si chiama Paris per la direzione’. Una “strategia” per sostituire proprio l’ex dg di Infrastrutture Lombarde Rognoni. E il 3 febbraio, scrive il gip, proprio Paris partecipa a una cena ad Arcore.

– La Repubblica, 2014
http://milano.repubblica.it/cronaca/2014/11/27/news/tangenti_expo_condannati_l_ex_pci_greganti_3_anni_e_l_ex_senatore_pdl_grillo_2_anni_e_8_mesi_-101546799/?ref=search

È notizia di pochi giorni fa che 6 dei 7 imputati dell’inchiesta vengono condannati. Si può leggere:

A distanza di poco più di sei mesi dai loro arresti, l’ex parlamentare dc Gianstefano Frigerio, l’ex funzionario pci Primo Greganti, l’ex senatore pdl Luigi Grillo e un ex esponente ligure dell’Udc-Ncd, Sergio Cattozzo, si sono visti accogliere dal gup Ambrogio Moccia l’istanza di patteggiamento rispettivamente a tre anni e quattro mesi di carcere, tre anni e 10mila euro di risarcimento, due anni e otto mesi e 50mila euro di risarcimento e tre anni e due mesi di reclusione. Il giudice, ravvisando che gli “elementi probatori” raccolti dai pm Claudio Gittardi e Antonio D’Alessio “depongono consistentemente per la sussistenza” dei reati contestati, ha accolto anche le istanze di patteggiamento dell’imprenditore vicentino Enrico Maltauro (due anni e dieci mesi) e di Angelo Paris, ex manager di Expo (due anni, sei mesi e 20 giorni e 100mila euro di risarcimento alla sociatà Expo 2015).

Per tutti le accuse sono associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d’asta”.

Immagine che riassume i principali protagonisti dello scandalo tangenti per il MOSE di VeneziaTangenti MOSE (Venezia)

– La Stampa, 2014
http://www.lastampa.it/2014/06/04/italia/politica/tangenti-mose-arrestate-persone-c-anche-il-sindaco-di-venezia-orsoni-BomEvu2S7opjXnyPcJo0SO/pagina.html

Nel maggio del 2014 finiscono in manette il Sindaco di Venezia

Giorgio Orsoni, vicino al Pd […], l’assessore regionale alle infrastrutture, Renato Chisso (Fi), il generale in pensione della Gdf Emilio Spaziante, gli ex presidenti del Magistrato alle Acque (emanazione del Ministero dei lavori pubblici) Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva. I magistrati hanno disposto il sequestro di beni nella disponibilità degli indagati per 40 milioni. Sul fronte politico fanno scalpore due nomi scritti nell’ordinanza del Gip Alberto Sacaramuzza: l’ex governatore veneto ed ex ministro Giancarlo Galan, deputato di Forza Italia, da sempre vicino a Berlusconi, e l’eurodeputata uscente Lia Sartori (Fi) […]. Sono 35 le persone raggiunte dai provvedimenti cautelari: 25 in carcere, 10 ai domiciliari. Devono rispondere, a vario titolo, dei reati di corruzione, finanziamento illecito ai partiti, frode fiscale. A loro si aggiunge un “esercito” di 100 indagati: funzionari pubblici, addetti alle segreterie dei politici, imprenditori grandi e piccoli, dipendenti di aziende e coop.

– il giornale, 2014
http://www.ilgiornale.it/news/cronache/tangenti-mose-arrestato-sindaco-venezia-1024584.html

Giancarlo Galan è

accusato di aver ricevuto fondi illeciti per almeno 800mila euro dal Consorzio Venezia Nuova (Cvn) nell’ambito delle opere del Mose. Le dazioni, da fondi neri realizzati dal Consorzio e dalle società che agivano in esso, risalirebbero agli anni tra il 2005 e il 2008 e il 2012.

Anche in questo caso, quindi, abbiamo Pd e Pdl a spartirsi il ricco bottino – e da parecchio tempo, come si legge sopra – dell’ennesima “grande opera”, con in ballo noti esponenti nazionali, amici e collaboratori diretti dei leader dei rispettivi partiti.
Ma anche in questo caso, stupore e “nessuno poteva sospettare nulla”.

Taballa riassuntiva di uno degli scandali tangenti per la ricostruzione del terremoto dell'AquilaTerremoto l’Aquila

Qui lo schifo, se possibile, arriva a vertici estremi. Se nei casi di cui sopra si parla di un sistema che si mangia il sistema economico del paese, in questo caso si parla di gente che specula, truffa, e lucra sul dolore di decine di migliaia di cittadini. Veri e propri sciacalli.

– Il Secolo XIX, 2010
http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2010/08/03/AMH3CVvD-ricostruzione_tangenti_corruzione.shtml

– Corriere della Sera, 2014
http://www.corriere.it/cronache/14_giugno_17/aquila-5-arrestati-12-indagati-tangenti-ricostruzione-be2d76bc-f623-11e3-9bf3-84ef22f2d84d.shtml

 

Due articoli (delle decine) in cui si descrive il “sistema L’Aquila”, in cui erano invischiati politici, amministratori, tecnici, imprenditori.

Un video incastrerebbe quattro dei cinque arrestati con la prova del passaggio di un mazzetta di 10mila euro: l’1% dei 19 milioni dell’appalto per il recupero e il consolidamento della chiesa di Santa Maria Paganica, luogo di culto molto caro agli aquilani, gravemente danneggiata dal terremoto del 6 aprile 2009.

maria-rita-lorenzetti e d'alema
Maria Rita Lorenzetti e Massimo D’Alema

La TAV a Firenze

Anche se meno famosa, anche la Toscana – la ROSSA Toscana! – ha avuto la sua bella TAV, che ha provocato i suoi bei disastri ambientali e s’è portata dietro un bello strascico di avvisi di garanzia, denunce, processi.

– il giornale, 2013
http://www.ilgiornale.it/news/cronache/tav-firenze-31-indagati-questi-ex-presidente-regione-umbaria-875933.html

La Procura di Firenze ha indagato 31 persone nell’inchiesta sui lavori per il “passante fiorentino” (attraversamento sotterraneo della Tav nel capoluogo toscano).

Coinvolti funzionari ministeriali, dirigenti delle ferrovie e imprenditori. I reati contestati sono truffa ai danni della pubblica amministrazione, corruzione, gestione abusiva dei rifiuti e associazione a delinquere. Tra gli indagati figurano anche Maria Rita Lorenzetti, presidente di Italferr, la società di progettazione del Gruppo Ferrovie ed ex presidente della Regione Umbria; Valerio Lombardi, dirigente di Italferr (società di progettazione del gruppo Ferrovie); Ercole Incalza, dirigente dell’unità di missione del ministero delle Infrastrutture; Gualtiero Bellomo, funzionario della commissione “Valutazione impatto ambientale” (Via) del ministero delle Infrastrutture.

Qui, essendo in Toscana, la faccenda (pochissimo raccontata dai media) è tutta interna al Pd e soci.

Ma chi è la Lorenzetti, che si è occupata della TAV di Firenze?

– Il Fatto Quotidiano 2013
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/16/tav-firenze-arresti-domiciliari-per-lorenzetti-ex-presidente-dellumbria/712718/

Maria Rita Lorenzetti, laureata in filosofia e attiva in politica dal 1975 con il Pci, è stata presidente della Regione Umbria per due legislature. Precluso per legge il terzo mandato, nel 2010 è stata nominata presidente di Italferr, la società di ingegneria del gruppo Ferrovie dello Stato.

Quindi una politica che, non potendo più fare la presidente della Regione (ROSSA!) Umbria, è stata “promossa” a dirigere  una società di ingegneria (dall’alto della sua laurea in filosofia, verrebbe da dire).

A quanto emerge dall’ordinanza, notificata dal Ros dei Carabinieri di Firenze, è accusata di essersi adoperata perché venissero pagate due società impegnate nei lavori della Tav a Firenze, per le quali i versamenti erano in ritardo. In cambio la Lorenzetti avrebbe ricevuto presunti favori professionali per il marito. Lorenzetti avrebbbe agito “mettendo a disposizione le proprie conoscenze personali, i propri contatti politici e una vasta rete di contatti grazie ai quali era in grado di promettere utilità ai pubblici ufficiali avvicinati, nell’interesse e a vantaggio della controparte Novadia e Coopsette, (che si sono aggiudicate l’appalto, ndr) da cui poi pretendeva favori per il marito nell’ambito della ricostruzione dell’Emilia.

È inutile specificare che stiamo parlando di cooperative facenti parte della ROSSISSIMA Lega delle cooperative (http://www.legacoop.mantova.it/legacoop/cooperativa.php?id=55).

Un ultimo appunto, significativo, di quest’articolo del fatto:

Nelle conversazioni, un dirigente del settore ambiente che aveva manifestato più di una perplessità sulle operazioni legate ai rifiuti sarebbe stato definito da uno degli indagati “terrorista.

Ecco, esattamente quello che ci siamo trovati a sentirci dire, noi dei Comitati contro la Geotermia qui sull’Amiata, dall’amministrazione comunale di Arcidosso e da un “rappresentante” degli imprenditori locali:

Procurato allarme e danno d’immagine irreparabile. A questo saranno chiamati a rispondere i comitati antigeotermici «e chi continua a fare terrorismo antigeotermico» sull’Amiata.

http://iltirreno.gelocal.it/grosseto/cronaca/2014/12/06/news/procurato-allarme-e-danno-d-immagine-per-questo-quereliamo-gli-ambientalisti-1.10445202

tav-ndranghetaTAV Val Susa

Ultimo, ma non meno importante – almeno simbolicamente – è l’ormai famosa TAV della Val Susa, Grande Opera che ormai, a parte una manciata di “giapponesi”, nessuno si sogna più di sostenere pubblicamente.

La questione TAV in Val Susa è nota soprattutto per la lotta dei comitati locali, i più famosi d’Italia, i mitici No Tav, che tanto hanno fatto e fanno per la loro terra, a costi altissimi: tra i tanti episodi di repressione, anche feroce, i più tristemente noti sono quelli di Claudio, Mattia, Chiara e Niccolò, arrestati giusto un anno fa per “Attentato con finalità di terrorismo” su ordine del famigerato tribunale di Torino (http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/09/no-tav-arrestati-quattro-militanti-a-torino-laccusa-e-di-terrorismo/806328/).

Gli anarchici [non i cittadini, gli “anarchici”. Così fa più colpo ed è più facile condannarli prima ancora del processo. Ndr] fermati sono ritenuti responsabili di alcuni attacchi al cantiere di Chiomonte, in val di Susa, preso d’assalto il 13 maggio scorso lanciando oggetti e petardi.

Qui merita fare subito una premessa:

questi 4 ragazzi sono in galera da UN ANNO per aver lanciato oggetti e petardi contro un cantiere. Vuoto. In galera. Da un anno.

L’altro giorno ho visto (per un secondo, di più non ho resistito) Alemanno parlare in televisione. L’Alemanno accusato di associazione MAFIOSA era in televisione a dire “forse ho scelto le persone sbagliate”. 4 ragazzi che hanno tirato “oggetti e petardi” contro un cantiere vuoto sono in galera da UN ANNO. Tanto per parlare di giustizia…

Pochi, però, sanno o ricordano, che la vicenda della TAV in Val Susa è strettamente legata ad indagini legate a tangeti e alla Ndrangheta. Toh, ma pensa un po!

– La Repubblica, 2008
http://archivio.antimafiaduemila.com/rassegna-stampa/30-news/2728-ndrangheta-qle-maniq-sulla-torino-milano-tav.html

Nel 2008 (!!) Repubblica ci dice che

Da qualche mese l´aria che si respira sui cantieri è particolarmente pesante. Lo dicono le testimonianze (poche e coperte da anonimato) di qualche capocantiere e di un paio di rappresentanti sindacali. Giurano che «le sentinelle presidiano i cantieri in motorino, restano in contatto tra loro col telefonino per lasciare il campo quando arriva la polizia stradale. Controllano se gli operai (7 mila tra diretti e indiretti solo quelli impiegati nel cantiere della Tav Torino-Novara) stanno facendo il loro dovere e sanno che da loro non devono aspettarsi mai un tradimento». Sono i guardiani della ‘ndrangheta e della mafia in trasferta. Sono – è l´ipotesi degli inquirenti – le espressioni sul territorio dei sodalizi criminali, le organizzazioni che sarebbero riuscite, aggirando le radiografie e i vari certificati antimafia imposti dal committente dei lavori (le Ferrovie dello stato), a entrare nei meccanismi della grande opera. Una decina le imprese finite nel mirino delle procure: i nomi sono ancora nascosti, ma quando verranno svelati potrebbero minare le certezze dei grandi gruppi costruttori. Al momento si dicono all´oscuro di qualsiasi problema legato a infiltrazioni mafiose. «Non ci sono mai arrivati segnali in questo senso – fanno sapere per esempio da Impregilo – del resto tutte le imprese che lavorano per noi sono state sottoposte all´esame severo dei protocolli imposti dal committente».

– il giornale, 2010
http://www.ilgiornale.it/news/appalti-e-cantieri-tav-processo-boss-ndrangheta.html

Anche “il giornale” se ne occupa, due anni dopo:

“Appalti e cantieri della Tav, a processo il boss della ‘ndrangheta”.

– byoblu, 2012
http://www.byoblu.com/post/2012/03/01/ecco-la-ndrangheta-che-vuole-la-tav-in-val-di-susa.aspx

C’è qualcuno che, almeno nel suo specifico locale, ha tentato di tirare le fila di tutto quello che è successo. Un esempio è il sito byoblu, che nel 2012 prova a mettere assieme le cose, raccontando la storia della valle partendo addirittura dagli anni ’50:

quel piccolo comune [Bardonecchia] – il più occidentale d’Italia – è stato il primo comune al di fuori del Meridione ad essere sciolto per infiltrazioni mafiose: era il 1995 […]. Perché una ‘ndrina calabrese riesce ad attecchire in maniera così profonda in una regione straniera? Semplicemente perché è in grado di gestire in maniera efficiente il mondo del lavoro locale, fatto di appalti e di controllo della manodopera […]. Ovviamente, i metodi con cui la ‘ndrangheta si garantisce questo dominio incontrollato sono quelli tipici della criminalità organizzata: efficienza, controllo del territorio e ricorso alla violenza quando necessario. Tra il 1970 ed il 1983, la Procura della Repubblica di Torino registra infatti “44 omicidi di mafia“ […]. Nel 1994 il sindaco ed alcuni consiglieri comunali di Bardonecchia vengono accusati di speculazione edilizia. L’indagine alza un gran vespaio di polemiche, la stampa nazionale accende i riflettori su quel piccolo comune della Val di Susa e vengono svelate le forti infiltrazioni mafiose nella politica locale. L’anno dopo il Presidente della Repubblica Scalfaro scioglie la giunta comunale, ma questo non serve di certo a sradicare la mala pianta da Bardonecchia. Nel 1996, la lista che aveva sostenuto l’ex sindaco fa una dura campagna elettorale rivendicando orgogliosamente la forte continuità rispetto all’amministrazione comunale precedente, e ottiene il 70% dei voti, col sostegno trasversale dei partiti della sinistra e della destra […]. Ad oggi, in Piemonte si ha conoscenza di almeno 15 locali di ‘ndrangheta attivi, e dalle testimonianze di indagati o pentiti (pochissimi) si profila una situazione inquietante: quello che accadeva a Bardonecchia negli anni ’70, cioè l’assoluto monopolio da parte delle ‘ndrine del mercato edile ed il controllo dei voti, sembra ormai divenuto la norma a livello regionale. Ecco cosa si legge in un’informativa dei Carabinieri di Venaria, datata 7 aprile 2010: “un clima di violenza e di intimidazione […] connota l’attività edile in questa particolare zona dell’hinterland torinese, dove, al pari del cuorgnatese, la presenza cospicua di affiliati alla ‘ndrangheta ha reso di fatto impensabile lo svolgimento dell’attività edile senza dover corrispondere agli stessi costanti esborsi di denaro, per lo più destinati dagli affiliati al mantenimento dei carcerati“. E sarebbe in zone come queste che dovremmo aprire un cantiere mastodontico come quello del TAV?” […]. Beppe Grillo l’altro giorno si chiedeva chi ci sia dietro il TAV, e perché partiti di maggioranza e di opposizione, governi tecnici o politici, non osino dire una parola contro quest’opera inutile e costosa. Siamo sicuri che la risposta sia davvero così difficile da trovare?.

– l’Espresso, 2012
http://espresso.repubblica.it/attualita/cronaca/2012/03/06/news/tav-l-ombra-della-ndrangheta-1.41160

Ma anche i media “mainstream” iniziano ad accorgersi della cosa (meglio tardi che mai). Sull’Espresso possiamo leggere, sempre nel 2012:

“Tav, l’ombra della ‘Ndrangheta
Una delle aziende incaricate di costruire il tunnel esplorativo ha dato subappalti alla criminalità organizzata calabrese. Che in Piemonte, e proprio nella zona dei lavori in corso, ha messo da tempo solide radici”.

Che la Tav possa trasformarsi in “NdrangheTav” è un rischio concreto. Lo scrive la Procura nazionale antimafia nella sua ultima relazione e le recenti indagini sulle cosche a Torino e Milano sono lì a sottolinearlo. E c’è un precedente, che suona come un monito nella capacità dei clan di infiltrarsi anche nei cantieri più sorvegliati. Una della aziende incaricata di costruire il tunnel esplorativo sotto la Val di Susa – la romagnola Bertini Spa – nel 2005 ha vinto l’appalto per il nuovo palazzo di giustizia di Reggio Calabria. Il subappalto della sede giudiziaria, su richiesta della Bertini, fu concesso alla Corf srl. E così la Corf srl con sede a Polistena e Bologna conquista così una commessa da oltre un milione di euro. Ma secondo gli investigatori dietro la società calabro-emiliana si muovono però interessi che portano il marchio del clan Longo di Polistena, potente famiglia di ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro, alleata con cosche storiche come i Pesce e i Bellocco di Rosarno.

E via a raccontare dell’infiltrazione mafiosa in Val Susa (che lo scoprono ora?).

– Il Fatto Quotidiano, 2014
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/07/02/ndrangheta-a-torino-asse-boss-imprenditori-ci-mangiamo-la-torta-tav/1046581/

Arriviamo ai giorni nostri. Su Il Fatto Quotidiano leggiamo:

‘Ndrangheta, a Torino asse boss-imprenditori: “Ci mangiamo la torta Tav”
Le intercettazioni dell’indagine del Ros e della Dda che ha sgominato il sodalizio tra locali piemontesi e calabresi che puntavano agli appalti per il movimento terra e al business del cemento, anche grazie alla complicità di imprenditori locali. “I No Tav? Li asfaltiamo.

Che, come si legge sopra, la comunanza d’intenti tra poteri politici, imprenditoriali e mafiosi si può trovare già in quest’occasione (I No Tav? Li asfaltiamo”).

Per finire:

una passata su un motore di ricerca, mettendo a fianco della Grande – ma anche della piccola – Opera in questione la parola “tangente” fa venire fuori fiumi di link su denunce, avvisi di garanzia, arresti e schifezze varie. Schifezze a cui sono accumunati, ormai, esponenti tanti di centro-destra che di centro-“sinistra”, come le vicende sopra riportate narrano chiaramente.

A questo punto si torna alla domanda di cui sopra, però ricondotta al sua ambito naturale:

è possibile continuare a parlare di “mele marce”?

Qui, ormai, è il frutteto che fa schifo e va sostituito, dalla base al vertice. Non penso che nessuno sano di mente possa pensare o sperare che siano loro stessi che si riformino così, di punto in bianco, perché sono – tutto ad un tratto – diventati buoni.

Stiamo parlando dell’Italia, della realtà, non del paese dei balocchi.




Amnesty International: “Gli zingari devono tornare al loro paese”




Lettera aperta al Ministro Brunetta

Fonte: Associazione Software Libero

On.le Ministro Renato Brunetta,

Abbiamo letto le Sue lettere pubblicate sul giornale «Gli Altri» il 14 ed il 19 novembre.

Nella prima [1], Lei difende la validità della scelta operata sottoscrivendo insieme al Ministro Gelmini il Protocollo di Intesa con Microsoft S.r.l. per la realizzazione di azioni a supporto dell’innovazione digitale nelle scuole [2] argomentando che quest’ultima si sarebbe impegnata a sostenere gratuitamente il Piano del Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca ed il Piano eGov2012 per la scuola del Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione. Nella seconda [3] Lei dà atto dell’importanza e del valore positivo del Software Libero ma conferma la validità della scelta argomentando che Microsoft S.r.l. avrebbe promesso di donare alla Pubblica Amministrazione non solo licenze software ma anche computer.

In realtà, leggendo il Protocollo, non ci pare si possano cogliere promesse così “radicali” da parte di Microsoft, una multinazionale che, forte della propria posizione dominante sul mercato, è scrupolosamente attenta ai propri interessi economici, tanto da fatturare dalla propria filiale irlandese (per ragioni di convenienza fiscale) tutte le vendite di licenze realizzate nel nostro Paese [4].

E’ vero che l’accordo non prevede oneri finanziari espliciti per la Pubblica Amministrazione, che pure si impegna a collaborare nella ricerca di clienti (istituzioni scolastiche, personale docente e studenti) per i prodotti Microsoft, ma è anche vero che i giovani (e con loro gli insegnanti, e le famiglie) formati oggi dalla scuola, saranno in futuro cittadini e lavoratori capaci di utilizzare solo i software che ora ricevono “gratis” o “a prezzo di favore”: clienti e consumatori che troveranno più difficile scegliere soluzioni alternative.

Molti commercianti forniscono campioni gratuiti per incentivare successivi acquisti. Crediamo che la Pubblica Amministrazione non debba farsi blandire così facilmente: il regalo di oggi si trasforma in un debito che nel futuro salderanno le imprese, i cittadini ed il Paese.

Condividendo il Suo proposito di realizzare importanti risparmi per il sistema scolastico e per la Pubblica Amministrazione, ci impegniamo a mettere a Sua disposizione licenze software per tutti i docenti e gli studenti italiani: sistema operativo, suite di produttività e molti altri software liberi sono a Sua completa disposizione in via definitiva e gratuita.

Sappiamo che questo potrebbe già esserLe sufficiente per considerare con favore la nostra proposta, ma non basta. Ci sono infatti molte altre ragioni che portano a consigliare di adottare Software Libero nel sistema scolastico. Crediamo innanzi tutto che la Scuola Pubblica debba formare cittadini, non consumatori. Che essa abbia oggi il compito di diffondere la cultura digitale, non quello di promuovere l’utilizzo di specifici prodotti.

La diffusione della cultura digitale passa attraverso la promozione di strumenti e tecnologie liberi: solo in questo modo si attuano i principi ed i valori della nostra Costituzione nella società dell’informazione e della conoscenza. Con il Software Libero si diffonde la condivisione della conoscenza, si rendono concreti valori quali la collaborazione e la libertà di espressione. Si contribuisce ad abbattere il divario digitale. Promuovendo nelle scuole il Software Libero si realizza davvero il bene comune: si favorisce lo sviluppo di imprese nazionali che forniscono servizi ad esso connessi e si riduce la spesa in acquisti di licenze di software proprietario dall’estero, con benefici alla bilancia dei pagamenti ed al sistema fiscale del nostro Paese.

Per sostenere queste ragioni, l’Associazione per il Software Libero aveva già presentato una domanda di intervento nel procedimento amministrativo del quale fa parte il Protocollo di Intesa sottoscritto da Lei e dal Ministro Gelmini con Microsoft S.r.l., chiedendo anche l’integrazione del Protocollo stesso per favorire la diffusione del Software Libero nel sistema scolastico e per il bene del Paese [5].

Siamo certi che, prestando alle istanze di cui sopra la dovuta attenzione, saprà fugare i sospetti di quanti vogliono vedere nelle Sue attenzioni alle offerte di Microsoft S.r.l. una “sudditanza psicologica” che certamente stride con l’immagine che di Lei danno le Sue attività negli altri settori e pertanto, vorrà aderire alla richiesta delle scriventi associazioni di sottoscrivere un Protocollo d’intesa con il quale il Suo Ministero si impegni a promuovere il Software Libero nella Scuola ed in tutta la Pubblica Amministrazione.

Con ogni osservanza,

Agorà Digitale – Luca Nicotra – http://www.agoradigitale.org

Apritisoftware – Marco Marongiu – www.apritisoftware.it

Associazione Govonis – Costantino Pessano – http://www.govonis.org

Associazione per il Software Libero – Marco Ciurcina – http://www.softwarelibero.it

Baslug – Savino Sasso – http://www.baslug.org

Condividi la Conoscenza – Fiorello Cortiana – http://www.condividilaconoscenza.org

Faber libertatis – Mirko Romanato – http://www.faberlibertatis.org

Fanolug – Filippo Carletti – www.fanolug.org

FLOSSMarche – Matteo Vitali – http://flossmarche.netsons.org

Free Hardware Foundation – Arturo Di Corinto – http://fhf.it

FSUGitalia – Alexjan Carraturo – http://www.fsugitalia.org

FSUG Padova – Andrea Brugiolo – http://www.fsugpadova.org

GFOSS.it – Paolo Cavallini – http://www.gfoss.it

Gruppo Linux Como – Francesco Brisa – http://www.gl-como.it

GNU/Linux users group Torino (GLugTo) – Massimo Tarditi – www.glugto.org

Hacklab Cosenza – Vincenzo Bruno – http://hacklab.cosenzainrete.it

Italian Linux Society – Michele Dalla Silvestra – http://www.linux.it

Lugge – Andrea De Gaetano – http://www.lugge.net

Partito Pirata – Athos Gualazzi – http://www.partito-pirata.it

Panharmonikon – Puopolo Giuseppe – http://www.panharmonikon.com

PDP FSUG – Luca Ferroni – http://pdp.linux.it

Progetto Linux User Group Sassari (PLUGS) – Mauro Piga – http://www.plugs.it

Scambio Etico – Luigi Di Liberto – www.scambioetico.org

UnaRete – Flavia Marzano – http://www.unarete.eu

Wikimedia Italia – Frieda Brioschi – http://www.wikimedia.it

Note

[1]
http://altronline.it/sites/default/files/09_11_14.pdf
[2]
http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/scuola_digitale/protocollo_…
[3]
http://altronline.it/sites/default/files/2009_11_19_0.pdf
[4]
http://softwarelibero.it/riflessione-politiche-innovazione-ict
http://softwarelibero.it/files/Le_role_Etat_monopoles_informatique.pdf
[5]
http://www.softwarelibero.it/software_libero_scuola




Software libero per la scuola

Fonte: Associazione Software Libero

Nel corso della conferenza stampa tenuta il 25 settembre scorso presso la Sala Stampa di Palazzo Chigi, i Ministri Brunetta e Gelmini hanno illustrato le iniziative del Governo in tema di innovazione digitale della scuola, ricomparse nel programma e-Gov 2012.

Gli obiettivi dichiarati sono la maggiore efficacia ed accessibilità dei sistemi di istruzione, la semplificazione delle relazioni amministrative tra le famiglie e le istituzioni scolastiche, l’ottimizzazione dell’offerta formativa, la diffusione nelle scuole e tra gli studenti della conoscenza e dell’utilizzo degli strumenti informatici, il contrasto dell’analfabetismo digitale.

L’Associazione per il Software Libero condivide questi obiettivi, ma ritiene che le iniziative presentate non siano adeguate allo scopo.

Nella completa assenza di riferimenti strategici al software libero, il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca ed il Ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione hanno sottoscritto un Protocollo di Intesa con Microsoft S.r.l., nel quale si prevede un “impegno congiunto per la divulgazione della cultura digitale”, che si concretizza nella realizzazione di “attività mirate a rafforzare la diffusione di una cultura digitale nel sistema educativo” (art. 1).

In realtà il Protocollo, che pure non implica costi espliciti diretti per la Pubblica Amministrazione, prevede che Microsoft realizzi iniziative che avranno l’effetto di promuovere i suoi prodotti, con l’impegno dei Ministeri sottoscrittori a collaborare nella ricerca dei clienti (istituzioni scolastiche, personale docente e studenti) e ad offrire pubblicità alle attività che saranno svolte (comunicato stampa congiunto, supporto per una “migliore comunicazione” delle iniziative, ecc.).

Così non si diffonde la cultura digitale, ma si promuovono prodotti e tecnologie di un’azienda il cui abuso di posizione dominante sul mercato è stato oggetto di ripetute sanzioni da parte delle autorità antitrust europee [1].

La scuola pubblica non deve rinunciare al suo compito: deve formare cittadini e non consumatori; deve diffondere la cultura digitale e non promuovere l’utilizzo di prodotti.

La diffusione della cultura digitale passa attraverso la promozione di strumenti e tecnologie liberi: solo in questo modo si attuano i principi ed i valori della nostra costituzione nella società dell’informazione e della conoscenza.

Promuovendo nelle scuole il software libero si realizza il bene comune: si favorisce lo sviluppo di imprese nazionali che forniscono servizi su software libero e si riduce la spesa in acquisti dall’estero di licenze di software proprietario [2].

Per questo l’Associazione per il Software Libero ha deciso di intervenire nel procedimento amministrativo in corso con un’istanza trasmessa oggi al Ministro dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca ed al Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, e, per il miglior perseguimento del bene comune, domanda la modifica del Protocollo di Intesa sottoscritto con Microsoft S.r.l..

per l’Associazione per il Software Libero
il Presidente
Marco Ciurcina

Chi siamo

L’Associazione per il Software Libero (Assoli) è un’associazione senza scopo di lucro che ha come obiettivi principali la diffusione del software libero in Italia ed una corretta informazione sull’argomento.

Contatti

web: http://softwarelibero.it
mail: info@softwarelibero.it
Tel: (+39) 06 99291342
Fax: (+39) 06 83391642

Note

[1] Solo qualche link, nella sterminata sitografia proponibile in tema:
http://magazine.liquida.it/2009/03/10/unione-europea-contro-microsoft-la…
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?I…
http://www.gnuvox.info/2009/03/antitrust-nuove-dal-braccio-di-ferro-ue-m…
http://www.europalex.kataweb.it/article_view.jsp?idArt=43135&idCat=461
http://www.interlex.it/copyright/c_piana5.htm
http://punto-informatico.it/389450/PI/News/microsoft-antitrust-ue-alle-u…
http://www.repubblica.it/2003/h/sezioni/scienza_e_tecnologia/gates/gates…
[2] Vedi:
http://softwarelibero.it/files/riflessioni-politiche-innovazione-ict.pdf
http://softwarelibero.it/files/Le_role_Etat_monopoles_informatique.pdf




Smontano la democrazia un pezzetto alla volta

Quella che segue è la storia di un altro pezzetto di democrazia che se ne va da questo sciagurato paese.

Dopo la giustizia sociale, che non solo non è mai arrivata, ma si va sempre più allontanando, anche la democrazia, è non poteva essere altrimenti, viene smontata un pezzetto alla volta.

D’altronde ce lo insegnava qualche anno fa un grande scrittore fantastico tedesco, Michael Ende, nel suo “La storia infinita”, che solo chi non sa più sognare, chi non ha più una visione di un futuro migliore  è veramente controllabile, dal potere.

Per arrivare a questo controllo bisogna controllare l’immaginazione e i sogni della gente, senza che nel mezzo ci si mettano possibili guastatori, sicuramente sovversivi.

[Fonte: Punto Informatico]

Roma – Il Governo pone la fiducia sul discusso disegno di legge in materia di intercettazioni e la blogosfera ne fa le spese rischiando di essere “chiusa per rettifica”. È questo il senso di quanto è accaduto nelle scorse ore in Parlamento, dove per effetto dell’approvazione del maxi-emendamento presentato dal Governo sta per diventare legge l’idea – di cui si è già discusso sulle colonne di questa testata – di obbligare tutti “i gestori di siti informatici” a procedere, entro 48 ore dalla richiesta, alla rettifica di post, commenti, informazioni ed ogni altro genere di contenuto pubblicato.

Non dar corso tempestivamente all’eventuale richiesta di rettifica potrà costare molto caro a blogger, gestori di newsgroup, piattaforme di condivisione di contenuti e a chiunque possa rientrare nella vaga, generica e assai poco significativa definizione di “gestore di sito informatico”: la disposizione di legge, infatti, prevede, in tal caso, una sanzione da 15 a 25 milioni di vecchie lire.

Tanto per esser chiari e sicuri di evitare fraintendimenti quello che accadrà all’indomani dell’entrata in vigore della nuova legge è che chiunque potrà inviare una mail a un blogger, a Google in relazione ai video pubblicati su YouTube, a Facebook o MySpace o, piuttosto al gestore di qualsiasi newsgroup o bacheca elettronica amatoriale o professionale che sia, chiedendo di pubblicare una rettifica in testo, video o podcast a seconda della modalità di diffusione della notizia da rettificare. È una brutta legge sotto ogni profilo la si guardi ed è probabilmente frutto, in pari misura, dell’analfabetismo informatico, della tecnofobia e della ferma volontà di controllare la Rete degli uomini del Palazzo.
Provo a riassumere le ragioni di un giudizio tanto severo.
L’intervento normativo in commento mira, nella sostanza, a rendere applicabile a qualsiasi forma di comunicazione o diffusione di informazioni online – avvenga essa in un contesto amatoriale o professionale e per scopo personale, informativo o piuttosto commerciale – la vecchia disciplina sulla stampa dettata con la Legge n. 47 dell’8 febbraio 1948 e, in particolare, il suo art. 8 relativo ad uno degli istituti più controversi introdotti nel nostro ordinamento con tale legge: l’obbligo di rettifica.

La legge sulla stampa, tuttavia – come probabilmente è noto ai più – costituisce una delle poche leggi vigenti scritte e discusse direttamente in seno all’assemblea costituente ormai oltre sessant’anni fa ed ha, pertanto, già mostrato in diverse occasioni un’evidente inadeguatezza a trovare applicazione nel moderno mondo dei media che poco o nulla ha a che vedere con quello avuto presente dai padri costituenti. Si tratta, per questo, di una legge che avrebbe richiesto un intervento di “aggiornamento” urgente, competente ed approfondito o, piuttosto, meritato di essere mandata in pensione dopo oltre mezzo secolo di onorato servizio. Contro ogni legittima aspettativa, invece, Governo e Parlamento hanno deciso di affidarle addirittura la disciplina della Rete ovvero della protagonista indiscussa di una delle più grandi rivoluzioni del mondo dell’informazione nella storia dell’uomo. Difficile, in tale contesto, condividere la scelta del Palazzo.

Ma c’è di più.
Sono anni che si discute ad ogni livello – nelle università, nelle aule di giustizia e, persino, in Parlamento ed a Palazzo Chigi – della possibilità e opportunità di estendere in tutto o in parte la disciplina sulla stampa e, in particolare, le disposizioni dettate in materia di obbligo di registrazione delle testate, a talune forme di comunicazione e diffusione delle informazioni online senza che, sin qui, si sia arrivati ad alcuna conclusione sicura e condivisa.

La brutta ed ambigua riforma dell’editoria introdotta con la legge n. 62 del 2001, il famoso DDL Levi ribattezzato l’ammazza blog presentato e poi ritirato, il DDL Cassinelli ovvero il “salvablog” tuttora in attesa di essere discusso alla Camera dei Deputati e la “storica” condanna dello storico Carlo Ruta per stampa clandestina pronunciata dal Tribunale di Modica in relazione alla pubblicazione del blog dello studioso siciliano sono solo alcuni dei provvedimenti e delle iniziative che hanno, negli ultimi anni, alimentato – in Rete e fuori dalla Rete – un dibattito complesso ed articolato senza vincitori né vinti. L’entrata in vigore della nuova disciplina sulle intercettazioni vanificherà e polverizzerà il senso di questo dibattito stabilendo, una volta per tutte, che la disciplina sulla stampa – o almeno una parte importante di essa – si applica a qualsiasi forma di comunicazione e diffusione di informazioni nel cyberspazio.

Difficile resistere alla tentazione di definire dilettantistica, approssimativa ed irresponsabile la scelta del legislatore che è entrato “a gamba tesa” in questo dibattito ultradecennale ignorandone premesse, contenuti e questioni e che ora rischia di infliggere – non so dire se volontariamente o inconsapevolmente – un duro colpo alla libertà di manifestazione del pensiero nel cyberspazio modificandone, per sempre, protagonisti e dinamiche.
Nel Palazzo, domani, qualcuno – nel tentativo di giustificare questo monstrum giuridico liberticida e anti-Internet – dirà che è giusto pretendere anche da blogger, gestori di piattaforme di condivisione di contenuti e titolari di qualsiasi altro tipo di sito Internet la pubblicazione di una rettifica laddove loro stessi o i propri utenti pubblichino contenuti non veritieri o ritenuti lesivi dell’altrui reputazione o onore. Libertà fa rima con responsabilità è il ritornello che sento già risuonare nel Palazzo.

Il problema non è, tuttavia, il ritornello che non si può non condividere, quanto, piuttosto, le altre strofe della canzone per restare nella metafora ovvero le modalità attraverso le quali il legislatore ha preteso di raggiungere tale ambizioso risultato. Provo a riassumere il mio punto di vista.

The web is not the press (or tv) si potrebbe dire con uno slogan e non è, pertanto, possibile né opportuno applicare ad ogni forma di comunicazione online la speciale disciplina dettata per l’informazione professionale. Dovrebbe essere evidente ma così non è. Gestire le richieste di rettifica, valutarne la fondatezza e, eventualmente, darvi seguito è un’attività onerosa che mal si concilia con la dimensione “amatoriale” della più parte dei blog che costituiscono la blogosfera e rischia di costituire un elemento disincentivante per un blogger che, pur di sottrarsi a tali incombenti e alle eventuali responsabilità da ritardo (una multa da 25 milioni di vecchie lire per aver tardato a leggere la posta significa la chiusura di un blog!), preferirà tornare a limitarsi a leggere il giornale o, piuttosto postare solo su argomenti a basso impatto mediatico, politico e sociale e, come tali, insuscettibili di “disturbare” chicchessia. Allo stesso modo, il gestore di una piattaforma di condivisione di contenuti o, piuttosto, di social networking che, per definizione, non produce le informazioni che diffonde, ricevuta una richiesta di rettifica non potrà, in nessun caso, in 48 ore, verificare con l’autore del contenuto la veridicità dell’informazione diffusa e, quindi, l’effettiva sussistenza o meno dell’azionato diritto di rettifica.

Risultato: o si doterà – peraltro non a costo zero – di una struttura idonea a pubblicare d’ufficio tutte le rettifiche ricevute o, peggio ancora, deciderà di rimuovere tutti i contenuti che formino oggetto di un altrui istanza di rettifica tanto per porsi al riparo da eventuali contestazioni circa la forma, i caratteri e la visibilità della rettifica stessa.

Sembra, in altre parole, evidente che la nuova legge produrrà quale effetto pressoché immediato quello di abbattere sensibilmente la vocazione all’informazione diffusa che ha, sin qui, costituito la forza del web come primo spazio davvero libero – o quasi-libero – di divulgazione di quello straordinario patrimonio di pensieri e notizie che, sin qui, i media professionali non hanno in parte potuto e in più parte voluto lasciar filtrare per effetto dei forti ed innegabili condizionamenti che i poteri politici ed economici da sempre esercitano sulle testate giornalistiche cartacee, radiofoniche o televisive che siano. Da domani, quindi, i nemici della libertà di informazione avranno un pericoloso strumento per far passare la voglia a tanti blogger nostrani di dire la loro ed ad altrettanti “giornalisti diffusi” di raccontare storie inedite via Facebook, YouTube o MySpace.

Ma c’è ancora di più.
Il senso dell’obbligo di rettifica previsto nella vecchia legge sulla stampa risiede nella circostanza che in sua assenza il cittadino che si senta diffamato o avverta l’esigenza di “rettificare” un’informazione diffusa da un giornale non potrebbe farlo o meglio resterebbe esposto all’arbitrio del direttore della testata, libero di pubblicare o non pubblicare la rettifica. Non è così, tuttavia, nella più parte dei casi in Rete dove – salvo eccezioni – chiunque può pubblicare una precisazione, un commento, un altro video o, piuttosto, condividere un link su un profilo di Facebook per replicare e/o rettificare l’altrui pensiero. È questo il bello dell’informazione non professionale online ed è questa una delle ragioni per le quali l’informazione in Rete è – sebbene ancora per poco – più libera di quanto non lo sia quella tradizionale.

E per finire, dopo il danno la beffa.
Mentre, infatti, la nuova legge impone a chiunque utilizzi la Rete per comunicare o diffondere contenuti e/o informazioni gli obblighi caratteristici dei produttori professionali di informazione, continua a non riconoscergli pari diritti: primo tra tutti l’insequestrabilità di ogni contenuto informativo diffuso a mezzo Internet alla stessa stregua di un giornale. In questo modo si sarebbe, almeno, potuto dire “onori e oneri” mentre, così, l’informazione in Rete finisce con l’essere svilita ad un’attività pericolosa, onerosa e mal retribuita o, nella più parte dei casi, non retribuita affatto. Basterà la passione ad indurre i protagonisti del cosiddetto web 2.0 a resistere anche a tale ulteriore aggressione o, questa volta, getteranno la spugna consegnando la Rete ai padroni dell’informazione di sempre?
Chiediamocelo e, soprattutto, chiediamolo a chi ha voluto questa nuova inaccettabile legge ammazza-Internet.

Guido Scorza
www.politicheinnovazione.eu




Contro i brevetti sul software

Introduzione

La nostra petizione mira a unire le voci preoccupate di singole persone, associazioni ed aziende d’Europa, e chiede ai nostri politici in Europa di fermare i brevetti sui software introducendo una legislazione nuova e più chiara.

Il sistema dei brevetti è usato in modo scorretto per limitare la concorrenza per il vantaggio economico di pochi, ma non riesce a promuovere l’innovazione. È meglio che il mercato del software sia completamente libero dai brevetti: una sana concorrenza spinge gli operatori del mercato all’innovazione.

Le sentenze dei tribunali europei ammettono ancora, in molti casi, la validità dei brevetti sui software assegnati dagli uffici brevetti nazionali e dall’Ufficio europeo dei brevetti (UEB), che sono sottratti a qualsiasi controllo democratico. Questi uffici continuano non solo ad assegnare brevetti, ma anche ad esercitare pressioni lobbistiche. Il sistema dei brevetti versa oggi in profonda crisi, ma essi non sono in grado di riformarlo e anzi, con la loro politica d’assegnazione lassista, continuano a mettere a rischio molte aziende europee.

Nel 2005 la Commissione è sembrata più attenta agli interessi delle grandi multinazionali che non a quelli delle piccole e medie imprese europee, le quali costituiscono la principale forza d’innovazione tecnologica dell’Europa. Il Parlamento europeo ha respinto la direttiva sulla brevettabilità dei software, ma non ha il potere di avviare iniziative legislative.

Considerazioni

Studi

Un grande numero di seri studi scientifici ed economici giustifica l’abolizione dei brevetti sul software.

Copyright per il software, ma nessun brevetto

Gli autori di software sono già protetti dalla legge sul diritto d’autore, che permette ad altri di proseguire l’innovazione nello stesso campo generando una salutare competizione, ma questa protezione è minacciata dai brevetti sul software. È fin troppo facile violare un brevetto sul software del tutto inconsapevolmente. Le aziende produttrici di software non hanno bisogno dei brevetti per innovare: debbono anzi esser protette dai detentori di brevetti il cui fondamento legale sia poco chiaro.

Querele invece di innovazione

I brevetti software falliscono proprio in ciò che sarebbe il loro scopo legittimo: favoriscono il proliferare delle azioni legali a scapito dell’innovazione, annullando la propria stessa giustificazione democratica; costringono i produttori di software a sprecar denaro per seguire pratiche burocratiche e cause legali e per eludere le pretese sul software di dubbio fondamento – denaro che sarebbe meglio speso per la ricerca applicata. Così i proprietari di brevetti sul software, che non sempre sono anche produttori di software, hanno modo di esercitare uno sleale controllo del mercato.

Errori americani

Negli Stati Uniti si spendono ogni anno miliardi di dollari per cause legali sui brevetti software, cause che non coinvolgono soltanto le aziende produttrici di software, ma anche aziende d’altro tipo, solo perché hanno un sito web. È ciò che sta cominciando ad accadere anche in Europa: occorre evitare che questo errore si ripeta qui.

Noi chiediamo con forza ai nostri legislatori:

  • di far approvare, in materia di brevetti, una legislazione nazionale meglio formulata, che escluda qualsiasi brevetto sui software;
  • di far decadere tutte le concessioni dii brevetti che possano essere violati dal software installato su apparecchi programmabili;
  • e inoltre di adoperarsi perché tale normativa sia adottata anche a livello europeo, a cominciare dalla Convenzione europea sui brevetti.
individualFirma come singola persona companyFirma come azienda
associationFirma come associazione company groupFirma come gruppo di aziende