Cambiare pelle: Papa Francesco e la dittatura

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Horacio Verbitsky

Il 17 marzo “Página 12“, il più importante quotidiano indipendente argentino, pubblica l’ennesimo articolo del giornalista Horacio Verbitsky, uno dei massimi esperti mondiali della dittatura che insanguinò quel paese tra il 1976 e il 1983. In questo articolo, intitolato “Cambiare pelle“, Verbitsky conferma quanto detto rispetto al nuovo papa, il gesuita Jorge Mario Bergoglio, in particolare rispetto alla sparizione di due sacerdoti alle sue dipendenze, Orlando Yorio e Francisco Jalics, e spiegando meglio le cose e portando varie prove. Vediamo cosa dice.

La riconciliazione
Dalla Germania, dove Jalics vive ritirato in un monastero, il provinciale gesuita tedesco ha dichiarato che il sacerdote si è riconciliato con Bergoglio. Jalics, che oggi ha ottantacinque anni, ha spiegato di sentirsi riconciliato con “quegli avvenimenti, che per me sono un capitolo chiuso”, ma ha ripetuto di non voler commentare il ruolo svolto da Bergoglio. La riconciliazione per i cattolici è un sacramento. Per citare uno dei più importanti teologi argentini, Carmelo Giaquinta, consiste nel “perdonare di cuore il prossimo per le offese ricevute”. Per Jalics la riconciliazione significa che ha perdonato il male che gli è stato fatto. Questo gesto ci parla più di lui che di Bergoglio. Jalics non nega i fatti, che ha raccontato nel suo libro Ejercicios de meditación, del 1994: “Molte persone che sostenevano idee politiche di estrema destra non vedevano di buon occhio la nostra presenza nelle baraccopoli. Interpretavano il fatto che vivessimo lì come un sostegno alla guerriglia e decisero di denunciarci come terroristi. Noi sapevamo da dove arrivavano gli attacchi e chi era responsabile di queste calunnie. Allora andai a parlare con la persona in questione e gli spiegai che stava giocando con le nostre vite. L’uomo mi promise che avrebbe fatto sapere ai militari che non eravamo dei terroristi. Da successive dichiarazioni di un ufficiale e da trenta documenti ai quali ho potuto accedere in seguito, abbiamo verificato, senza ombra di dubbio, che quell’uomo non solo non aveva mantenuto la sua promessa, ma aveva perino presentato una falsa denuncia ai militari”. In un altro punto del libro, Jalics speciica che quella persona aveva “reso credibile la calunnia avvalendosi della sua autorità” e aveva “testimoniato davanti agli uiciali che ci avevano sequestrato che avevamo lavorato sulla scena dell’azione terroristica. Poco prima avevo detto a quella persona che stava giocando con le nostre vite. Doveva essere cosciente che, con le sue dichiarazioni, ci stava condannando a una morte sicura”. In una lettera scritta a Roma nel novembre del 1977 e indirizzata a padre Moura, assistente generale della Compagnia di Gesù, Orlando Yorio racconta la stessa cosa, sostituendo “una persona” con il nome di Jorge Mario Bergoglio. Nove anni prima del libro di Emilio Mignone, Iglesia y dictadura, e diciassette anni prima di quello di Jalics, Yorio aveva raccontato che Jalics parlò due volte con il provinciale, che “s’impegnò a mettere freno alle voci nella Compagnia e a parlare con le forze armate per testimoniare la nostra innocenza”. Descrive anche le critiche che circolavano nella Compagnia di Gesù contro di lui e contro Jalics: “Strane preghiere, convivenza con le donne, eresie, impegno con la guerriglia”. Nel suo libro Jalics racconta anche che nel 1980 ha bruciato i documenti probatori di quello che lui chiama “il reato” dei suoi persecutori. Fino a quel momento li aveva conservati con la segreta intenzione di usarli. “Da allora mi sento davvero libero e posso dire di aver perdonato con tutto il cuore”. Nel 1990, durante una delle sue visite nel paese, Jalics ha incontrato Emilio Fermín Mignone e sua moglie Angélica Sosa all’istituto Fe y Oración, di calle Oro 2760. Il sacerdote raccontò che dopo la sua liberazione Bergoglio non volle farlo restare nel paese e parlò con tutti i vescovi perché non lo accettassero nelle loro diocesi nel caso in cui si ritirasse dalla Compagnia di Gesù.
Non sono affermazioni di Página 12, ma di Orlando Yorio e Francisco Jalics.

Emerge quindi chiaramente, dalle parole dei due sacerdoti sequestrati in quegli anni, la diretta responsabilità dell’attuale Papa. Parole che oggi non sono state riportate correttamente, dagli organi dell'”informazione”, a parte il settimanale Internazionale, che pubblica per intero l’articolo di cui stiamo parlando. Ma chi è Emilio Mignone, che accusa così pesantemente il novello Papa? Ce lo dice sempre Verbitsky:

Le accuse erano di Emilio Mignone, direttore dell’organo ufficiale dell’Azione cattolica, Antorcha, fondatore dell’Unión federal demócrata cristiana e viceministro per l’istruzione della provincia di Buenos Aires e dell’Argentina. Non è possibile ottenere nessuna di queste cariche senza la benedizione episcopale. Nel suo libro del 1986, Mignone scrive che i militari pulirono “il cortile interno della chiesa con il consenso dei prelati”. Il vicepresidente della conferenza episcopale, Vicente Zazpe, disse a Mignone che poco dopo il colpo di stato la chiesa si accordò con la giunta militare: prima di arrestare un sacerdote, le forze armate avrebbero avvisato il vescovo di riferimento. Mignone scrive che “in alcuni casi il via libera fu dato dagli stessi vescovi” e le forze armate interpretarono il ritiro delle licenze a Yorio e a Jalics, e le “manifestazioni critiche del loro provinciale gesuita, Jorge Bergoglio, come un’autorizzazione a procedere”. Per Mignone, Bergoglio è uno dei “pastori che consegnarono le loro pecorelle al nemico senza difenderle né andare in loro soccorso”.

Ma non è tutto, continua a raccontarci il giornalista argentino, perché poco tempo dopo, nel corso delle sue ricerche sui rapporti tra dittatura e le Chiesa argentina, si imbatté in alcuni interessanti documenti.

Negli archivi del ministero degli esteri mi sono imbattuto per caso in un fascicolo con alcuni documenti che, secondo me, mettono ine al dibattito sul ruolo di Bergoglio nel caso Yorio e Jalics. La storia che racconta questo fascicolo ha qualcosa di familiare. Una volta rimesso in libertà, nel novembre del 1976, Jalics andò in Germania. Nel 1979 il suo passaporto era scaduto e Bergoglio chiese alla cancelleria di rinnovarglielo senza farlo rientrare nel paese. Il direttore del culto cattolico della cancelleria, Anselmo Orcoyen, raccomandò di riiutare la richiesta “in considerazione dei precedenti del richiedente”, forniti “dallo stesso padre Bergoglio, irmatario della nota, con una speciale raccomandazione di non dare luogo a una richiesta simile”. Diceva che Jalics aveva avuto dei conlitti di obbedienza e aveva mantenuto un’attività dissoluta in congregazioni religiose femminili, e che fu “detenuto” all’Esma insieme a Yorio, “sospettato di avere contatti con i guerriglieri”. Insomma, le stesse accuse che avevano fatto Yorio e Jalics (confermate da vari sacerdoti e laici con cui ho parlato): faceva inta di aiutarli, ma alle spalle Bergoglio li accusava. È logico che questo fatto del 1979 non basta per una condanna penale per il sequestro del 1976. Il documento irmato da Orcoyen non fu neanche inserito nel fascicolo, ma mostra una linea di condotta. Sarebbe troppo affermare che Orcoyen, il direttore del culto cattolico della dittatura, sia coinvolto in un complotto contro la chiesa. Per questo Bergoglio e il suo portavoce tacciono su questi documenti e preferiscono screditare chi li ha trovati, conservati e pubblicati.

Il nostro cita anche il commento di un sacerdote gesuita, Juan Luis Moyano Walker, morto sei anni fa e che era stato amico intimo di Bergoglio:

La marina non se la prendeva con nessuno della chiesa che non disturbasse la chiesa stessa. La Compagnia non ha svolto un ruolo profetico e di denuncia, a diferenza dei pallottini o dei passionisti, perché Bergoglio aveva un legame con Massera. Non solo per i casi di Yorio, Jalics e Mónica Mignone, il cui sequestro non fu mai denunciato pubblicamente dalla Compagnia. Anche altri due sacerdoti (Luis Dourrón, che poi ha lasciato l’abito, ed Enrique Rastellini) lavoravano nella baraccopoli di Bajo Flores, a Buenos Aires. Bergoglio gli chiese di andarsene di lì e quando riiutarono fece sapere ai militari che non li proteggeva più. Con quel segnale, li sequestrarono.

Che Chiesa, e che Papa, ci vengono descritti in queste vicende? A mio modesto avviso ci viene descritta una classe dirigente come minimo complice moralmente – ma probabilmente anche praticamente – di quanto accadde tra il 1976 e il 1983 in Argentina. Che, è sempre bene ricordarlo, significa essere complici di almeno 30.000 desaparecidos e oltre un milione di esiliati e via discorrendo. Una Chiesa, e una gerarchia, che appoggiò e sostenne questa dittatura, e ne fu partecipe, come ci racconta sempre Horacio Verbitsky:

Nel 1995, un anno dopo il libro di Jalics, pubblicai Il volo, il libro in cui il capitano di fregata Adolfo Scilingo confessa di aver gettato trenta persone ancora vive in mare dagli aerei dell’esercito e della prefettura, dopo averle drogate. Scilingo spiega anche che questo metodo fu approvato dalla gerarchia ecclesiastica, che considerava il volo una forma cristiana di morte, e che i cappellani dell’esercito consolavano quelli che tornavano turbati da queste missioni con parabole bibliche sulla separazione della zizzania dal grano.

Questo tipo di Chiesa, questo tipo di Papa, Francesco 1°.




Il papa argentino, la dittatura, l’Operazione Condor

Immagine di Jorge M. Bergoglio (Il nuovo Papa) e J. R. Videla dittatore argentino dal 1976 al 1981
Pio Laghi (e non Jorge M. Bergoglio), nunzio apostolico in Argentina tra il 1974 e il 1980 e J. R. Videla dittatore argentino dal 1976 al 1981

Il nuovo papa è argentino: Jorge Mario Bergoglio, gesuita, arcivescovo di Buenos Aires. Appena ho letto la notizia, ieri sera, la prima cosa che ho pensato è stato: che rapporti avrà avuto con la giunta militare che fece 40.000 desaparecidos tra il 1976 e il 1982?

Il rapporto ce lo regala il più importante storico della dittatura argentina, il giornalista Horacio Verbitsky, autore di tre libri fondamentali per conoscere e capire l’orrore della dittatura nel paese sudamericano:

In questi libri l’autore ci racconta, usando testimonianze e fonti interne la dittatura e le varie gerarchie, come venivano uccisi gli oppositori la dittatura in quegli anni e di quanto fosse stata complice la Chiesa cattolica e le sue più importanti gerarchie. Da quest’ultimo punto di vista è agghiacciante una recente intervista rilasciata da Verbitsky in cui, grazie alla scoperta di un documento esclusivo dell’archivio della Conferenza Episcopale dell’Argentina, il n. 10.949 del fascicolo 24-II, si trovano le prove che i più alti prelati della Chiesa argentina venivano informati sulle uccisioni illegali e si accordavano con il dittatore Jorge Videla per evitare che i familiari e l’opinione pubblica internazionale continuassero a chiedere spiegazioni. Lo riporto per intero:

Il noto scrittore e giornalista argentino ci racconta del valore del documento 10.949 da lui visionato in anteprima e ora consegnato alle autorità giudiziarie del suo paese. Il documento riporta i colloqui risalenti ad aprile del 1978 tra il generale Jorge Videla, il presidente della Conferenza Episcopale argentina Raùl Francisco Primatesta e i suoi vice presidenti Vicente Zapza e Juan Aramburu. Secondo Verbitsky anche in Vaticano sapevano tutto sulle violenze della dittatura, sugli eccidi, le violazioni dei diritti umani e sulle sparizioni, di studenti, attivisti e anche di religiosi che lavoravano a fianco dei più poveri del paese.

D. Cosa, in particolare, hai scoperto e qual è l’importanza del documento da te reso pubblico?

V. Ho potuto visionare una copia di un documento originale della Chiesa cattolica argentina. Si tratta di annotazioni dei principali esponenti della chiesa argentina, redatte in forma di lettera dal cardinale Primatesta, dopo un pranzo avuto con il dittatore Jorge Videla del 1978. Al pranzo erano presenti, oltre a Videla e Primatesta, Aramburu e Zapze, vicepresidenti della Conferenza episcopale argentina. Si riporta quanto detto dal generale che riconosceva che i desaparecidos venivano uccisi dalla dittatura. Insieme i convenuti analizzano quale fosse la maniera più giusta per raccontare alla società argentina la situazione dei desaparecidos. Il dialogo è di una sincerità impressionante; Chiesa e Dittatura si parlano come dei soci in affari. I prelati chiedono a Videla di dare delle spiegazioni alla società perché la pressione dei parenti degli scomparsi si stava facendo molto forte. Il dittatore risponde di avere delle difficoltà a fare quanto richiesto: tirare fuori una lista di persone scomparse e dire che erano state uccise avrebbe implicato necessariamente una spiegazione sul perché erano stati uccise, da chi e dove fossero i resti. Sarebbe stato inoltre un problema per chi aveva fatto il ‘lavoro sporco’ di uccidere e far scomparire i corpi.

D. Il documento è ancora più impressionante per la caratura dei personaggi coinvolti nel dialogo. Da una parte il dittatore Jorge Videla e dall’altra il Cardinale Primatesta, presidente dell’Episcopato argentino e i suoi vicepresidenti. L’altra circostanza che attira l’attenzione è il fatto che, dopo avere ricevuto da Videla queste informazioni, i Vescovi sembrano chiedere disposizioni su come procedere per evitare che ci fosse una fuga di notizie e che le famiglie degli scomparsi e l’opinione pubblica internazionale si muovessero di conseguenza.

H.V. Certamente. Emerge un livello di complicità impensabile che nessuno immaginava così profondo prima della lettura di questo documento. Quando il materiale è uscito su Pagina 12, il giornale su cui scrivo, la giustizia argentina che sta investigando sui crimini della dittatura ha chiesto immediatamente alla Conferenza episcopale di procedere alla consegna dell’originale e due settimane fa questo è avvenuto.

D. Come sei entrato in possesso del documento?

H.V. Quando ho iniziato le mie ricerche sui contatti tra la Chiesa cattolica e la dittatura ho chiesto al presidente della Conferenza episcopale di poter accedere agli archivi ma mi è stato risposto, attraverso una lettera ufficiale, che non esistevano archivi. Non ci ho creduto. Allora ho cercato dei contatti informali con persone che appartengono alla Chiesa, che non è una struttura monolitica come desidererebbero le gerarchie. Lo dimostra anche ciò che sta accedendo in Vaticano in questi giorni coinvolgendo lo stesso Benedetto XVI. Alla fine ho trovato delle persone che non erano d’accordo con la politica del silenzio e delle bugie e che mi hanno aiutato.

D. Come stanno andando i processi ai crimini della dittatura in Argentina, aperti solo negli ultimi anni sotto le presidenze Kirchner/Fernandez?

H.V. Fino ad oggi sono stati condannati 253 carnefici della dittatura e sono state assolte in tutto 20 persone. Questo vuol dire poco meno del 10% di assoluzioni e quindi che si tratta di processi veri e limpidi in cui gli imputati hanno la possibilità di difendersi ed essere assolti se non ci sono prove schiaccianti.

D. Sono molti anni che stai svolgendo ricerche su questo tema, ricordiamo il tuo libro ‘L’isola del silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina’ tradotto in Italia da Fandango. Da quello che hai potuto leggere, sapere, sentire ma anche dalle tue sensazioni: quale era il livello di conoscenza dei crimini che stavano accadendo in Argentina nelle più alte cariche vaticane?

H.V. Il Vaticano sapeva tutto. Non ignorava assolutamente nulla. Ad esempio il documento di cui abbiamo parlato è stato scritto da Primatesta per essere inviato a Roma, alla Santa Sede. Lo stesso Pontefice Paolo VI che fu molto critico con la dittatura di Pinochet in Cile non usò lo stesso metro di giudizio con l’Argentina di quegli anni. Quando Pinochet chiese che il cardinale Raul Silva Henriquez, che si opponeva al suo regime, fosse spostato in un altro paese, Paolo VI non acconsentì. Lo stesso pontefice invece ricevette in Vaticano l’ammiraglio Massera e commentò che era rimasto affascinato dalla sua personalità tanto da inviare una benedizione alla Giunta militare e soprattutto non fece mai una dichiarazione sulla situazione dei desaparecidos. La prima volta che la Santa Sede si è espressa in maniera critica nei confronti della dittatura argentina è stato nel 1980 con Giovanni Paolo II; una dichiarazione che in realtà mostrava semplicemente comprensione verso le vittime e i loro familiari senza entrare nel merito.

Ma anche su Bergoglio Horacio Verbitsky ha da dire delle cose. Anche qui riporto tutto, per comodita, riprendendo un vecchio articolo di Peace Reporter riproposto proprio oggi da Baruda sul suo blog:

I fatti riferiti da Verbitsky. Nei primi anni Settanta Bergoglio, 36 anni, gesuita, divenne il più giovane Superiore provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina. Entrando a capo della congregazione, ereditò molta influenza e molto potere, dato che in quel periodo l’istituzione religiosa ricopriva un ruolo determinante in tutte le comunità ecclesiastiche di base, attive nelle baraccopoli di Buenos Aires. Tutti i sacerdoti gesuiti che operavano nell’area erano sotto le sue dipendenze. Fu così che nel febbraio del ’76, un mese prima del colpo di stato, Bergoglio chiese a due dei gesuiti impegnati nelle comunità di abbandonare il loro lavoro nelle baraccopoli e di andarsene. Erano Orlando Yorio e Francisco Jalics, che si rifiutarono di andarsene. Non se la sentirono di abbandonare tutta quella gente povera che faceva affidamento su di loro.

La svolta. Verbitsky racconta come Bergoglio reagì con due provvedimenti immediati. Innanzitutto li escluse dalla Compagnia di Gesù senza nemmeno informarli, poi fece pressioni all’allora arcivescovo di Buenos Aires per toglier loro l’autorizzazione a dir messa. Pochi giorni dopo il golpe, furono rapiti. Secondo quanto sostenuto dai due sacerdoti, quella revoca fu il segnale per i militari, il via libera ad agire: la protezione della Chiesa era ormai venuta meno. E la colpa fu proprio di Bergoglio, accusato di aver segnalato i due padri alla dittatura come sovversivi. Con l’accezione “sovversivo”, nell’Argentina di quegli anni, venivano qualificate persone di ogni ordine e grado: dai professori universitari simpatizzanti del peronismo a chi cantava canzoni di protesta, dalle donne che osavano indossare le minigonne a chi viaggiava armato fino ai denti, fino ad arrivare a chi era impegnato nel sociale ed educava la gente umile a prendere coscienza di diritti e libertà. Dopo sei mesi di sevizie nella famigerata Scuola di meccanica della marina (Esma), i due religiosi furono rilasciati, grazie alle pressioni del Vaticano.

Botta e risposta. Alle accuse dei padri gesuiti di averli traditi e denunciati, il cardinal Bergoglio si difende spiegando che la richiesta di lasciare la baraccopoli era un modo per metterli in guardia di fronte a un imminente pericolo. Un botta e risposta che è andato avanti per anni e che Verbitsky ha sempre riportato fedelmente, fiutando che la verità fosse nel mezzo. Poi la luce: dagli archivi del ministero degli Esteri sono emersi documenti che confermano la versione dei due sacerdoti, mettendo fine a ogni diatriba. In particolare Verbitsky fa riferimento a un episodio specifico: nel 1979 padre Francisco Jalics si era rifugiato in Germania, da dove chiese il rinnovo del passaporto per evitare di rimetter piede nell’Argentina delle torture. Bergoglio si offrì di fare da intermediario, fingendo di perorare la causa del padre: invece l’istanza fu respinta. Nella nota apposta sulla documentazione dal direttore dell’Ufficio del culto cattolico, allora organismo del ministero degli Esteri, c’è scritto: “Questo prete è un sovversivo. Ha avuto problemi con i suoi superiori ed è stato detenuto nell’Esma”. Poi termina dicendo che la fonte di queste informazioni su Jalics è proprio il Superiore provinciale dei gesuiti padre Bergoglio, che raccomanda che non si dia corso all’istanza.

E non finisce qui. Un altro documento evidenzia ancora più chiaramente il ruolo di Bergoglio: “Nonostante la buona volontà di padre Bergoglio, la Compagnia Argentina non ha fatto pulizia al suo interno. I gesuiti furbi per qualche tempo sono rimasti in disparte, ma adesso con gran sostegno dall’esterno di certi vescovi terzomondisti hanno cominciato una nuova fase”. È il documento classificato Direzione del culto, raccoglitore 9, schedario B2B, Arcivescovado di Buenos Aires, documento 9. Nel libro di Verbitsky sono pubblicati anche i resoconti dell’incontro fra il giornalista argentino e il cardinale, durante i quali quest’ultimo ha cercato di presentare le prove che ridimensionassero il suo ruolo. “Non ebbi mai modo di etichettarli come guerriglieri o comunisti – affermò l’arcivescovo – tra l’altro perché no ho mai creduto che lo fossero”.

Ma… Ad inchiodarlo c’è anche la testimonianza di padre Orlando Yorio, morto nel 2000 in Uruguay e mai ripresosi pienamente dalle torture, dalla terribile esperienza vissuta chiuso nell’Esma. In un’intervista rilasciata a Verbistky nel 1999 racconta il suo arrivo a Roma dopo la partenza dall’Argentina: “Padre Gavigna, segretario generale dei gesuiti, mi aprì gli occhi – raccontò in quell’occasione – Era un colombiano che aveva vissuto in Argentina e mi conosceva bene. Mi riferì che l’ambasciatore argentino presso la Santa Sede lo aveva informato che secondo il governo eravamo stati catturati dalle Forze armate perché i nostri superiori ecclesiastici lo avevano informato che almeno uno di noi era un guerrigliero. Chiesi a Gavigna di mettermelo per iscritto e lo fece”.

Nel libro, inoltre, Verbistky spiega come Bergoglio, durante la dittatura militare, abbia svolto attività politica nella Guardia di ferro, un’organizzazione della destra peronista, che ha lo stesso nome di una formazione rumena sviluppatasi fra gli anni Venti e i Trenta del Novecento, legata al nazionalsocialismo. Secondo il giornalista, l’attuale arcivescovo di Buenos Aires, quando ricoprì il ruolo di Provinciale della Compagnia di Gesù, decise che l’Università gestita dai gesuiti fosse collegata a un’associazione privata controllata dalla Guardia di ferro. Controllo che terminò proprio quando Bergoglio fu trasferito di ruolo. “Io non conosco casi moderni di vescovi che abbiano avuto una partecipazione politica così esplicita come è stata quella di Bergoglio”, incalza Verbitsky. “Lui agisce con il tipico stile di un politico. È in relazione costante con il mondo politico, ha persino incontri costanti con ministri del governo”.

Per capire il contesto di cui si sta parlando, gli anni ’70 in America del Sud, bisogna ricordare e portare alla memoria la pochissimo conosciuta “Operazione Condor” che, citando Wikipedia – che sicuramente non può essere accusata di comunismo, anzi – dice

Operazione Condor fu il nome dato dall’establishment dei servizi segreti U.S.A. ad una massiccia operazione di politica estera statunitense, che ebbe luogo negli anni settanta, volta a tutelare tutti quegli stati centro e sudamericani dove l’influenza socialista e comunista era ritenuta troppo potente, nonché a reprimere le varie opposizioni ai governi partecipi dell’iniziativa.

Tale operazione coinvolse in primo luogo la C.I.A., il servizio segreto statunitense, oltre che apparati militari, organizzazioni di estrema destra, partiti politici e movimenti di guerriglia anticomunisti sudamericani. Tutte queste organizzazioni furono utilizzate come strumento, in svariati stati, per rovesciare governi anche eletti democraticamente come quello di Salvador Allende in Cile. Furono stanziate sostanziose somme per portare a termine questo massiccio piano politico, poiché gli interessi economici in gioco erano alti, vista la ricchezza, soprattutto di materie prime, dell’America Meridionale. La C.I.A. fornì sempre e comunque sostegno, copertura, assistenza e denaro ai servizi segreti golpisti sudamericani, nonché addestramento presso il Western Hemisphere Institute for Security Cooperation e anche negli Stati Uniti.

Le procedure per mettere in atto questi piani furono di volta in volta diverse, tutte però ebbero in comune il ricorso sistematico alla tortura e all’omicidio degli oppositori politici[2]. Spesso ambasciatori, politici o dissidenti rifugiati all’estero furono assassinati anche oltre i confini dell’America Latina. Alcune fra le nazioni coinvolte furono Cile, Argentina, Bolivia, Brasile, Perù, Paraguay e Uruguay.

Perché parlare dell’Operazione Condor quando si parla dell’elezione del nuovo papa cattolico. Per quanto sopra, ovviamente: la dittatura argentina, come quella Cilena e le altre sud americane di quegli anni, furono direttamente influenzate dagli Stati Uniti. Anche questa affermazione è molto facilmente documentabile, grazie al lavoro svolto presso la George Washington University dal National Security Archive, fondato nel 1985 e che raccoglie i documenti segreti declassificati dei governi occidentali, in primis quello degli USA. In questo archivio è possibile trovare tutti i documenti che provano l’intervento diretto delle amministrazioni USA nei colpi di stato del Cile del 1973, della giunta argentina di cui stiamo parlando, dell’Operazione Condor in generale, ma anche di tanti altri interventi antidemocratici attuati in tutto il mondo.

Un paio di documenti a caso, tanto per far capire di cosa si tratta:

Ovviamente è un archivio pochissimo usato dai giornalisti e dagli storici italiani…

Dell’Operazione Condor, però, se ne sta occupando anche parte della stampa italiana in questi giorni, e il manifesto in particolare, perché proprio in Argentina è iniziato in questi giorni il primo processo in cui uno stato porta alla sbarra un altro governo – gli USA – per i reati commessi proprio negli anni di cui parlavamo sopra.

Erano gli anni Settanta e gli Stati Uniti temevano che il terremoto comunista scuotesse l’America Latina. Così decisero di finanziare, appoggiare e unire in una rete sovranazionale le peggiori destre para-fasciste del Cono Sud, che dì li a poco avrebbero preso il potere nei rispettivi paesi. Oggi l’Argentina è il primo paese ad accusare indirettamente gli Stati Uniti di aver aiutato quei governi illeciti. Per farlo, chiama a giudizio 25 ufficiali in congedo, di cui i più famigerati sono senza dubbio gli ex dittatori Jorge Videla (nella foto) e Reynaldo Bignone, accusati di aver sequestrato illegalmente 103 persone di varie nazionalità sudamericane, in favore dei propri interessi controrivoluzionari e di quelli dei paesi limitrofi, facendone in molti casi sparire per sempre le spoglie.

Questo ci racconta Filippo Fiorini su il manifesto del 6 marzo a pagina 9, uno dei tanti articoli che il quotidiano comunista dedica all’argomento:

Insomma, saranno anche coincidenze, ma proprio ora abbiamo un papa sud americano, in una fase politica in cui quel continente sta esprimendo il meglio della sinistra internazionale anche a livello istituzionale, in cui stanno emergendo le responsabilità di decenni di terrorismo e fascismo istituzionalizzato ed eterodiretto; in cui quel continente sta avendo uno sviluppo economico e sociale straordinari, senza per questo dimenticarsi degli ultimi. Proprio in questa situazione, che preoccupa moltissimo Europa, Stati Uniti e Vaticano, ecco che ti scappa fuori un papa argentino, con quel passato.

Buffo no?




Rom e Sinti: il genocidio dimenticato

Copertina del libro di Carla Osella, "Rom e Sinti. Il genocidio dimenticato"
Carla Osella, “Rom e Sinti. Il genocidio dimenticato”

In cammino con gli zingari” di Margherita Bettoni, il manifesto del 7 febbraio 2013

Il volume di Carla Osella «Rom e Sinti. Il genocidio dimenticato», edito da Tau, narra le storie raccolte durante un viaggio, lungo quarantamila chilometri, tra i campi di sterminio

Amalie Reinhardt, prima di cinque figli di una famiglia sinti, ha solo nove anni quando suo padre e sua madre vengono arrestati e condotti nel campo di concentramento di Dachau. È il 1938 e la Germania nazista conduce già da qualche anno una politica di persecuzione verso quelli che chiama «Zigeuner», gli zingari. Amalie e i suoi fratelli sono portati nel collegio di San Giuseppe a Mulfingen, nel sud della Germania. La struttura ospita 41 piccoli sinti che, in un primo momento, vengono risparmiati allo sterminio. Non si tratta qui però di buon cuore nazista: i bambini sono le cavie della giovane ricercatrice Eva Justin e del suo tutore, il dottor Robert Ritter.

I due sottopongono i piccoli a test pseudo-scientifici allo scopo di determinarne l’inferiorità razziale. Nel 1943 la Justin arriva alla conclusione che rom e sinti sono pericolosi per la razza ariana in quanto portatori del pernicioso gene del nomadismo e ne consiglia quindi la sterilizzazione forzata. La giovane tedesca consegue il dottorato in antropologia e i bambini, ormai inutili, sono deportati ad Auschwitz.

Trentacinque di loro sono gasati poco dopo l’arrivo al campo di concentramento, Amalie Reinhardt viene invece giudicata abile al lavoro e viene spostata nel lager femminile di Ravensbrück, dove sopravvive allo sterminio.

Pellegrinaggio del dolore

La vicenda della piccola sinti è una delle tante storie raccolte nel nuovo libro di Carla Osella Rom e Sinti. Il genocidio dimenticato, pubblicato da Tau Editore (pp. 246, euro 15). Il «pellegrinaggio nel dolore di una popolazione», così come lo definisce Osella, inizia nel 2005 e porta l’autrice e la sua assistente Francesca Sardi sui luoghi dello sterminio rom e sinti.

È un viaggio lungo quarantamila chilometri che attraversa venti paesi: dalla Francia all’Olanda, dalla Polonia all’Ucraina. Per sette lunghi anni, Osella e Sardi visitano campi di concentramento, ghetti ma anche centri di eutanasia e foreste, luoghi in cui rom e sinti vennero imprigionati, uccisi o gravemente menomati dagli esperimen-ti condotti sui loro corpi dalla follia nazista.

Dal ghetto di Lódz, al lager di Mauthausen, passando per il collegio di San Giuseppe, filo rosso della ricerca sono le testimonianze dirette dei sopravvissuti o di persone che, indirettamente hanno assistito al genocidio, spesso dimenticato, del «popolo del vento».

Uno sterminio dalle cifre incerte: i dati ufficiali parlano di seicentomila persone ma c’è chi sostiene che, a fine guerra restassero solo due milioni e mezzo dei dieci milioni di rom e sinti presenti in Europa prima dell’avvento nazista.

«Il libro – afferma Carla Osella – è il mio omaggio al popolo invisibile con il quale ho scelto di condividere la storia della mia vita».

Raccontare del genocidio è per l’autrice un «modo per far parlare questa popolazione»; la peculiarità di Rom e Sinti. Il genocidio dimenticato è infatti quella di dare voce, in prima persona, ai testimoni diretti dello sterminio. «Di solito siamo noi a parlare di loro – dice Osella – mentre questa volta ho voluto che fossero loro a raccontarsi».

Carla Osella, presidente di «Aizo rom e sinti» conosce bene il popolo per e con il quale lavora da quarantun anni. L’occasione di conversare con la gagè (la non zingara) che i rom e i sinti chiamano «bibì Carla», la zia Carla, è data da una serata di presentazione dell’ultimo libro a Trento.

Un libro che si scopre avere radici nel suo passato familiare.

«Vengo da una famiglia antifascista – racconta con l’allegro accento torinese che la contraddistingue -. Mia madre è di Boves, la città incendiata dai nazisti. Mia nonna era antifascista ed i miei zii a Cuneo si rifiutavano di levare dalle camice il simbolo dell’Azione Cattolica. Per questo ciclicamente le camice nere li portavano dietro ai portici e gli facevano ingerire olio di ricino. I racconti di mia madre parlavano spesso di questo antifascismo che ho poi respirato anche nella facoltà di sociologia dove ho studiato, che a quei tempi era ’rossa’. L’antifascismo unito alla simpatia nei confronti del popolo con il quale convivo da quarantun anni ha fatto nascere l’idea di un libro che portasse alla luce i ricordi ed i fatti legati al genocidio quasi sconosciuto di questo popolo che ha il diritto di essere riconosciuto nella proprio dignità».

Il legame di Carla Osella con i sinti e con i rom nasce ai tempi della giovinezza ed è veicolato dall’immagine che ne danno i genitori. «I miei erano commercianti e i sinti di quell’epoca erano nostri clienti. I miei genitori me li hanno sempre presentati in maniera positiva, come persone da non discriminare. In realtà – continua poi a raccontare – da giovane sognavo di fare l’avvocato in Sudafrica per difendere i neri; invece, mi sono fermata qui in Italia ed ho iniziato a lavorare con i sinti, dapprima con i bambini e poi con gli adulti».

Entrare in contatto con questo popolo non è stato facile: «Ero una ragazza giovane che doveva riuscire a penetrare un mondo maschilista. La mia fortuna è stata quella di fare sempre riferimento alle donne, le mie prime alleate. Chi fa volontariato con i sinti e con i rom di solito va dagli uomini, dai capifamiglia. Ma io venivo dal sessantotto universitario e mi sono alleata con le donne. Quando hanno visto che entravo nel loro mondo in punta di piedi, che volevo conoscerle e fare qualcosa mi hanno accettata. Fondamentale però è stato anche abitare con loro, andare a raccogliere il ferro con loro, condividere insomma il loro vissuto quotidiano».

Intolleranze quotidiane

Quando le si chiede cosa bisognerebbe fare per entrare in contatto con questo popolo, Osella scuote il capo: «Prima di tutto bisognerebbe cambiare mentalità. Oggi viviamo un aumento di intolleranza nei confronti non tanto dei sinti italiani quanto dei rom rumeni, che arrivano a migliaia. Bisognerebbe essere capaci di accoglierli così come sono, concedere loro dei diritti, ma anche richiedere dei doveri. Se assistiamo a delle situazioni degradanti è anche perché alcuni comuni hanno portato avanti delle linee di assistenzialismo anziché cercare di risolvere il problema alla base».

E a livello istituzionale? «Il primo passo dovrebbe essere quello di concedere la cittadinanza perché ci troviamo di fronte a persone nate in Italia ma senza permessi di soggiorno, persone che sono senza documenti, quindi inesistenti. Poi bisognerebbe puntare sul lavoro, sui giovani e sui corsi di qualificazione: una certa autonomia lavorativa permetterebbe loro di non far proliferare attività illegali. E poi c’è il problema delle abitazioni: in Italia abbiamo vere e proprie favelas. Molti pensano che i rom siano delle persone libere, ma è una gran bugia: chi vive in baracca, chi vive tra i topi non è mai una persona libera».

Le richieste di Carla Osella difficilmente trovano ascolto a livello politico. «Tuttavia ci stiamo accorgendo che questa campagna elettorale è diversa dalle altre: per fare un nome tra tanti, Berlusconi non ha ancora attaccato le minoranze. Monti non è interessato al tema. Sono più presi a farsi la guerra l’un l’altro. Bersani è stato l’unico a parlare a favore degli immigrati. Questa è la prima campagna, da quindici, vent’anni in cui gli stranieri non vengono utilizzati come carta per guadagnare voti. Persino la Lega Nord si sta moderando, forse perché deve prima leccare le ferite di casa propria».

I pogrom delle periferie

Per cambiare veramente qualcosa servirebbe tuttavia l’intervento dei singoli, della cosiddetta gente comune che, e Osella ne è convinta, ha il potere di far prendere una direzione nuova alla storia. «Provoca rabbia vedere come troppo pochi si occupino di questo problema. Anche i comuni stessi potrebbero fare molto di più. L’Europa ha stanziato settecento milioni di euro per la gestione dei rom e dei sinti in Italia. Io guardo i campi dove sono costretti a vivere e mi chiedo: che fino hanno fatto questi soldi?» Secondo Osella basterebbe avere il coraggio di parlare per modificare una situazione di intolleranza che in Italia sfocia spesse volte in veri e propri episodi di odio etnico, come il rogo della Cascina della Continassa, seguito alle false accuse di una sedicenne che aveva raccontato al fratello di essere stata stuprata da alcuni rom, raccontato da Osella e da Mara Francese nel libro-diario Il Pogrom della Continassa, edito da Sabbiarossa nel 2012.

Una vita, quella di Carla Osella, passata dunque a dar voce a quel popolo di ultimi, di dimenticati che spesso passano sotto silenzio, così come è passato sotto silenzio il loro genocidio. Spesso vittime di un’insofferenza diventata odio i sinti ed i rom vengono discriminati e condannati in quanto popolo. «Bisognerebbe non fare di tutta l’erba un fascio – dice ancora. E avere la grandezza di Ceija Stojka (scomparsa qualche giorno fa, ndr), rom austriaca che ho intervistato per il mio ultimo libro, che, sopravvissuta all’inferno di Bergen-Belsen vivendo nascosta tra le cataste di corpi morti, parlando dei nazisti ha ancora il coraggio di dire ’io non mi sento di odiarli, perché sono uomini come noi’».

 L’AUTRICE · La «gagè» che vive in luoghi abusivi.

 Nata a Torino Carla Osella è pedagogista, pubblicista e scrittrice. Nel 1971 inizia a vivere con un gruppo di sinti piemontesi nei siti abusivi. Sono proprio loro a chiederle di fondare un sindacato. Osella dà allora vita assieme a 431 famiglie sinte alla «Aizo rom e sinti», un’associazione di volontariato che intende operare per la tutela dei diritti civili e politici del popolo Rom e Sinto. Ne diventa presidente e, nel 1978, inizia a pubblicare il bimestrale di antropologia e politica «Zingari Oggi», al quale segue la collana «Quaderni Romani». Nel 2012 è eletta, quale unica gagè, alla «Commissioner for Holcaust» nell’ambito del Congresso Mondiale della Popolazione Rom (Wro). Carla Osella, che i rom e sinti di diversi paesi chiamano «la bibì», la zia, lavora da quarantun anni a stretto contatto con il popolo al quale ha dedicato numerosi libri. Fra questi, si segnalano: «I rom. Il popolo che segue il sole» (2009), edito da Effatà; «Il Pogrom della Continassa. I rom a Torino» (2012), scritto a quattro mani con Mara Francese ed edito da Sabbiarossa; «Rom e sinti. Il genocidio dimenticato» (2013), pubblicato da Tau Editore.




Un saluto a Leoncarlo Settimelli

 

Immagine di Leoncarlo Settimelli
Leoncarlo Settimelli

C’era il Nuovo Canzoniere Italiano e c’era il Canzoniere Internazionale e c’eravamo noi, ragazzi, su e giù per la Toscana e l’Italia a rincorrerli per i concerti, a cercare i dischi nelle librerie delle Feste dell’Unità o direttamente sotto i palchi.

C’era la sinistra e raccontava l’Altra Italia, quella del coraggio e della lotta per il riscatto.

Ma questi sono ricordi e considerazioni personali.

Il 26 aprile è morto a Roma Leoncarlo Settimelli.

Era nato a Lastra a Signa nel 1937.

Nei primi anni 60 fondò a Roma il circolo L’Armadio insieme, tra gli altri, a Laura Falavolti, Marco Ligini ed Elena Morandi.

Sono il nucleo fondativo del Canzoniere Internazionale che pubblicherà, tra gli altri, Canta Cuba Libre; Il bastone e la carota; Questa grande umanità ha detto basta; Vita, profezia e morte di Davide Lazzaretti.

E’ stato un protagonista della canzone sociale e di protesta.

Ma Leoncarlo non era solo un grande interprete.

Era una personalità poliedrica: musicologo e ricercatore, importante documentarista per la RAI, scrittore, giornalista per «l’Unità».

Il suo archivio sonoro è depositato presso l’Istituto della Memoria in Scena di Scandicci ed è in fase di ordinamento e catalogazione.

Salutiamo un compagno.

Stefano Arrighetti,

presidente dell’Istituto Ernesto de Martino




“Mafalda” se n’è andata…

Copertina del libro "Mafalda e la siepe di ginestre. Racconto partigiano"
Mafalda e la siepe di ginestre. Racconto partigiano

Ci ha lasciati nel giorno del suo novantesimo compleanno la staffetta partigiana “Mafalda” Elena Antonelli.

Era nata il 15 febbraio del 1921; il babbo Cesare, antifascista originario del Mugello e tagliaboschi di mestiere, l’aveva chiamata Lenina, nome che nel 1929 per decisione del Tribunale speciale le fu cambiato d’ufficio in Mafalda.

All’indomani dell’8 settembre 1943, la ragazza, con il nome di copertura di “Elena” fu protagonista attiva nell’organizzazione a Montecucco, nel comune di Cinigiano (Gr) di una delle prime bande partigiane della Maremma, insieme alla sorella Leonida allora sedicenne e allo zio Guglielmo. “Elena” tenne i collegamenti con i partigiani della Brigata “Lavagnini” dell’Amiata e con il comando di Siena del “Raggruppamento Amiata”. Mafalda, però, fu costretta a cambiare zona per sfuggire alla caccia dei repubblichini e, spostatasi nel mancianese, si unì al VII Raggruppamento bande, comandato dal Tenente Luigi Canzanelli; con il “tenente Gino” continuò la sua preziosa attività distaffetta partigiana e di infermiera. Stimata dai partigiani e dalle famiglie contadine della zona, superò ben due rastrellamenti, anche quello che vide cadere il Tenente Luigi Canzanelli. Smarritasi di notte nel fitto della boscaglia”Elena” subì un trauma che l’avrebbe condizionata per oltre vent’anni.

Alla Liberazione, in riconoscimento del suo impegno di patriota, a Mafalda Antonelli fu consegnato il diploma firmato dal Maresciallo H. G. Alexander, Comandante supremo delle truppe alleate nel Mediterraneo. Delusa dalle aspettative che il dopoguerra non seppe mantenere, Mafalda emigrò in Svizzera con la famiglia, dove conobbe e sposò un emigrato spagnolo con il quale condivise la gioia di una figlia.

Dobbiamo ringraziare il Professor Nedo Bianchi, che con il suo impegno e la sua passione, ha avviato una ricerca storica sulla Resistenza in Maremma. Nel suo racconto partigiano “Mafalda e la siepe di ginestre” ci restituisce la figura di questa giovane donna che altrimenti, come tanti personaggi e fatti della Resistenza, sarebbe stata condannata all’oblio. Nel ricordarla con immutato affetto la nostra associazione rinnova le espressioni del più profondo cordoglio a Garcia Ramon e alla figlia Uliana .

Fonte: Anpi – Comitato provinciale di Grosseto




Il giorno della memoria

A forza di essere vento. L'olocausto degli zingari
A forza di essere vento

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari

e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto,

perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,

e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,

ed io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,

e non c’era rimasto nessuno a protestare.

(Bertolt Brecht)




Mela marcia: quello che c’è sotto il business del gadget tecnologico

Mela marcia, la copertina
Mela marcia

Il 20 ottobre di quest’anno è finalmente uscito il primo libro a cui ho attivamente partecipato: Mela marcia. La mutazione genetica di Apple, per i tipi di Agenzia X di Milano.

A scriverlo siamo stati in 4: le due donne, principali motori e menti del progetto, Caterina e Mirella, entrambe giornalisti hi tech, tra le altre cose; il mitico Ferry Byte, cyber attivista della prima ora, fondatore di Strano Network, di Isole nella Rete e di tante altre belle cose. E, modestamente, io.

Il libro prende spunto dalla querelle sull’ultimo iPhone, quando uno dei blogger di punto di Gizmodo viene represso pesantemente per aver fatto lo scoop dell’anno: aver presentato per primo al mondo il mitico iPhone 4, che ancora non era uscito e di cui tanto si parlava.

Mela Marcia parte da questa vicenda per sviscerare cosa si nasconde dietro alla mutazione di Apple: la mania della segretezza, l’astuto ruolo del messia laico Steve Jobs, il potere del marketing aggressivo e il bluff dell’iPad. Il volume è completato dalla storia del giornalismo 2.0 nell’era di blogger coraggiosi e di “gossip merchant”

come si può leggere nella presentazione dell’editore al libro.

Una scusa, tutto sommato, per andare a spalare un po’ della munnezza che si sta accatastando nel dietro le quinte dello scintillante mondo dei desideratissimi gadgets hi tech. Un mondo fatto di schiavi cinesi, che si suicidano a frotte perché non ne possono più di lavorare 12 – 15 ore al giorno per ben 40 centesimi di euro l’ora, 7 giorni la settimana; un mondo fatto di guardie private che possono tutto all’interno dell’azienda, e che i dipendenti chiamano simpaticamente gestapo; di un mondo che è tanto, troppo simile a tutto il resto del mondo, fatto di cattivi e brutti personaggi per cui business is business, ma che fino all’altro ieri ci dicevano think different, ci davano la mela morsicata e nella loro sede avevano in bella mostra la jolly roger, la bandiera dei pirati. Gente che è diventata quello che è, tra i più importanti guru dell’universo informatico, geni del marketing e della tecnologia, grazie anche e soprattutto agli hacker e alla loro comunità e alla loro voglia di condivisione.

Gente che ora censura, vieta, reprime. Gente che tutto ad un tratto è diventata come tutti gli altri. E forse peggio.

In questo libello usiamo la Apple e i suoi leader e i suoi guru e la sua storia (e i suoi fan, malgrado loro… ;), per cercare di capire la tendenza di questo nuovo modello di business – quello delle Apps, dei device portatili – questa nuova internet a più velocità e a pagamento, per cercare di capire dove stiamo andando.

Non pare, a nostro modestissimo avviso, che sia un posto poi così confortevole …

Il libro è, ovviamente, rilasciato sotto licenza Creative Commons e lo si può liberamente scaricare in formato pdf dal sito dell’editore, e in formato epub e mobi (l’epub taroccato di amazon) dal sito di simplicissimus.

Abbiamo aperto anche un blog in cui si può liberamente discutere degli argomenti del libro e degli aggiornamenti che via via aggiungiamo online, quando possiamo:

http://nessungrandenemico.org

Buona lettura e buona partecipazione! 🙂

PS

Domenica prossima, 12 dicembre, saremo a presentare il libro alla libreria Flexi di Roma, in Via Clementina 9




Israele: quante ignominie gli si permetterà di compiere ancora?

Non contenti della strage compiuta (in acque internazionali, tengo a precisare, entrando di diritto nell’ambito della criminalità comune, della pirateria, per la precisione, un po’ come i pirati somali di cui tanto s’è discusso sulla stampa internazionale ed italiana qualche mese fa), i signori e le signore del governo israeliano hanno pensato bene di farsi un paio di risate (sulle spalle delle vittime, evidentemente, dei loro famigliari e dei rispettivi paesi) con un eccezionale video dalla comicità inesauribile e – soprattutto – pieno di buon gusto ed intelligenza.

Godetevelo tutto e plaudite con me per questo nuovo fulgido esempio dai governanti del “Popolo Eletto”.




Sono tornati gli italiani della Freedom Flotilla

Sono tornati tra ieri e ieri l’altro gli attivisti imbarcati sulla Freedom Flotilla, assalita la notte del 31 maggio dalla marina israeliana con un bilancio di almeno 9 morti tra i pacifisti, centinaia di feriti e decine di dispersi.

Di seguito i primi racconti a caldo.




E il mondo sta a guardare

Fonte: Internazionale

Gorrell, Stati Uniti

Gorrell, Stati Uniti

L’embargo e poi l’attacco contro il convoglio pacifista: i leader politici occidentali sono troppo vigliacchi per prendere posizione contro la violenza. Ci pensano le persone comuni, scrive Robert Fisk.

Dopo la guerra di Gaza del 2008-2009 (1.300 morti), dopo la guerra del Libano del 2006 (1.006 morti), dopo tutte le altre le guerre e dopo la strage di lunedì, forse il mondo non accetterà più che Israele detti legge.

Ma non bisogna sperarci troppo. Basta leggere la blanda dichiarazione della Casa Bianca: l’amministrazione Obama “sta operando per appurare le circostanze della tragedia”. Neanche una parola di condanna. Punto e basta. Nove morti. Un’altra cifra che si aggiunge alle statistiche delle vittime in Medio Oriente.

Un ponte contro la guerra fredda
Ma le cose non sono sempre andate così così. Nel 1948 i politici americani e britannici misero in piedi il ponte aereo per Berlino. Lì una popolazione affamata (formata da quelli che appena tre anni prima erano nemici) era accerchiata dall’esercito russo. Il ponte aereo per Berlino fu uno dei momenti alti della guerra fredda.

I soldati e gli aviatori britannici rischiarono e diedero la vita per quei tedeschi ridotti alla fame. Sembra incredibile. A quei tempi erano i politici che prendevano le decisioni. E infatti presero la decisione di salvare vite umane. Clement Attlee e Harry Truman sapevano che Berlino era importante sul piano morale e umano, oltre che su quello politico.

E oggi? Sono state delle persone, delle persone qualsiasi – europei, americani, superstiti della Shoah – che hanno deciso di andare a Gaza perché i loro politici e i loro leader li avevano delusi.

Ma dov’erano lunedì i nostri politici? Be’, abbiamo visto il ridicolo Ban Ki-moon, il patetico comunicato della Casa Bianca e l’espressione, da parte del caro Blair, del “profondo rammarico e dello schock per la tragica perdita di vite umane”. Dov’era Cameron? Dov’era Clegg?

A noi la voce
Resta il fatto che ormai sono le persone normali, la base, che decidono di cambiare le cose. I politici sono troppo vigliacchi per decidere di salvare vite umane. Perché è un dato di fatto che se degli altri europei (e i turchi sono europei, no?) fossero stati uccisi a colpi d’arma da fuoco da qualsiasi altro esercito mediorientale (e quello israeliano è un esercito mediorientale, no?), avremmo visto un’ondata di indignazione.

Che cosa ci dice questo sul conto di Israele? La Turchia non è forse un buon alleato di Israele? È questo che devono aspettarsi i turchi? Adesso l’unico alleato di Israele nel mondo musulmano dice che è stato un massacro. Ma a Israele, a quanto pare, non gliene importa niente.

Del resto, a Israele non è importato niente quando Londra e Canberra hanno espulso i diplomatici israeliani dopo l’episodio dei passaporti britannici e australiani contraffatti e forniti agli assassini di Mahmoud al Mabhouh, un leader di Hamas.

Non gliene è importato niente quando ha annunciato la costruzione di nuovi insediamenti ebraici sulle terre occupate di Gerusalemme Est mentre c’era in visita Joe Biden, il vicepresidente degli Stati Uniti. Quindi perché mai dovrebbe importargliene qualcosa adesso?

Ma come siamo arrivati a questo punto? Forse perché tutti ci siamo abituati a vedere gli israeliani uccidere arabi; forse gli israeliani si sono abituati a uccidere arabi. Adesso uccidono turchi. Oppure europei. In queste ultime 24 ore in Medio Oriente è cambiato qualcosa, ma gli israeliani (a giudicare dalla straordinaria stupidità della loro risposta politica alla strage) non sembrano averlo capito. Il mondo è stanco di queste violenze. Solo i politici stanno zitti.

L’articolo originale:
Western leaders are too cowardly to help save lives , The Independent