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Piazza Fontana e la strategia della tensione: 50 anni di incubo

Immagine della prima pagina di un giornale il giorno dopo la Straged di Piazza FontanaSono almeno 50 anni che l’Italia vive sotto l’incubo della “strategia della tensione”, quella strategia – per usare le parole del giudice Salvini – “fatta di bombe nelle banche, di stragi di civili sui treni e nei comizi sindacali”. Una strategia che inizia ad essere teorizzata nei primi anni ’60, per poi essere messa in pratica esattamente 46 anni, con la Strage di Piazza Fontana. Una strage su cui, sempre usando le parole di Salvini,

sono stati celebrati dieci processi, con depistaggi, fughe all’estero di imputati, latitanze più che decennali, condanne, assoluzioni. Fino alla definitiva assoluzione dei presunti esecutori: Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi. Ma non dell’area nazifascista che aveva organizzato la strage e di quella parte degli apparati dello Stato con loro collusa, per favorire, attraverso la paura, l’insediamento di un governo autoritario in Italia

Il giudice Salvini, che del processo per la Strage di Piazza Fontana è stato protagonista per anni, dice cose chiare, che ormai sono storia, ma che – guarda caso – nei libri di storia si trovano a fatica. Chissà come mai.

Perché la strategia della tensione – ci racconta oggi Saverio Ferrari in un bell’articolo su il manifesto – inizia ben prima del 12 dicembre 1969. Nel luglio del 1960 il tentativo del governo Tambroni di creare un blocco di destra nel nostro paese viene bloccato dalle piazze. In tutta Italia si accende una vera e propria rivolta popolare, che porterà la polizia di Scelba a fare una vera e propria strage: inque furono i manifestanti uccisi solo a Reggio Emilia, il 7 luglio, dove la polizia esplose 182 colpi di mitra e 39 di pistola, e quattro tra Licata, Palermo e Catania.

Per la destra italiana – cioè per tutta quella nomenclatura politica, industriale e militare che sosteneva Tambroni e la sua alleanza con l’MSI – fu un colpo durissimo, e dimostrò loro che, nonostante tutto, la sinistra era forte nel nostro paese, proprio a livello di sensibilità e cultura, e non tanto e non solo a livello elettorale.

La loro reazione fu durissima, come ci racconta Ferrari:

Da qui una riflessione strategica sul contrasto al “comunismo” che attraversò in particolare la sua parte più radicale. A ispirarla fu Julius Evola che dopo i fatti di Genova delineò l’esigenza di un golpe di destra. Su L’Italiano di Pino Romualdi, già nell’agosto 1960, scrisse che per fermare «il comunismo come forza sovversiva organizzata» e «cancrena ormai ramificata nel nostro Paese», bisognava preparare il «colpo decisivo», «l’ora X», così la definì, da attuare mediante l’esercito, con il sostegno della Nato e l’appoggio del Vaticano.

Da quel momento iniziò una “teorizzazione” della lotta anti-comunista che coinvolse non solo le frange più estreme del fascismo italiano, ma anche pezzi importanti delle istituzioni, non ultimi l’esercito e le forze dell’ordine.

Il luglio 1960 ebbe un forte impatto anche fra le gerarchie militari dove si fecero strada nuove teorizzazioni, mutuate anche dalla riflessione di altri stati maggiori, in primis quello francese reduce dalla sconfitta d’Algeria, incentrate sull’esistenza ormai di un nuovo tipo di guerra, non più condotta unicamente sul piano della forza militare, ma attraverso il condizionamento delle masse. Il “nemico” era ormai all’interno del nostro Paese.

Nasce così un asse micidiale, fatto di fescisti, militari d’altissimo rango, politici di governo e, probabilmente (come ci dice la storia di Gladio), anche di soggetti non italiani (non dimentichiamoci che siamo in piena “guerra fredda”, e che la “crisi dei missili” è del 1961. E che Kennedy viene ammazzato nel 1963…), con tutto un grosso apparato di riflessione.

Si organizzò più di un convegno da parte delle alte gerarchie militari. Il primo, dal titolo «La minaccia comunista sul mondo», si tenne a Roma, tra il 18 e il 22 novembre 1961, finanziato direttamente dal “fondo di propaganda” della Nato. Tra i presenti numerosi ministri dei maggiori Paesi occidentali, alti ufficiali della Nato e numerosi fascisti come Giano Accame e Mario Tedeschi.

Copertina degli atti del convegno "La guerra rivoluzionaria", a cura dell'Istituto Pollio, tenutosi a roma nel 1965Seguirà il famoso convegno su «La guerra rivoluzionaria» del 3–5 maggio 1965 all’Hotel Parco dei Principi di Roma, promosso sempre dai vertici militari attraverso l’Istituto Alberto Pollio (Capo di Stato maggiore dell’esercito nel 1914, conosciuto per le sue posizioni reazionarie, favorevole, tra l’altro all’uso della forza militare contro le folle), cui parteciparono molti di coloro che negli anni successivi sarebbero divenuti tra i principali protagonisti, sul piano operativo, della strategia della tensione.

A dirigere i lavori fu chiamato il tenente-colonnello Adriano Magi Braschi responsabile del Nucleo guerra non ortodossa dello Stato maggiore dell’esercito. Tra i relatori: Ivan Matteo Lombardo, socialdemocratico legato a Edgardo Sogno, Pino Rauti di Ordine nuovo, Fausto Gianfranceschi, ex Fasci d’azione rivoluzionaria, Giorgio Pisanò, Enrico De Boccard, ex Guardia nazionale repubblicana, Guido Giannettini, agente dei servizi segreti, Pio Filippani Ronconi, ex ufficiale delle SS italiane, e Alfredo Cattabiani, tra i massimi esponenti dell’integralismo cattolico.

Ad assistere ai lavori furono invitati anche una ventina di esponenti di Avanguardia nazionale, in prima fila Mario MerlinoStefano Delle Chiaie. Tra il pubblico anche Carlo Maria Maggi, il reggente di Ordine nuovo nel Triveneto, che sarà poi condannato per la strage del 1974 di piazza Della Loggia a Brescia. I convenuti poterono anche disporre di documentazioni curate dal Centro alti studi militari e dello Stato maggiore difesa.

Vorrei che ci si soffermasse sui nomi di cui sopra e dell’ambiente da cui provenivano e di cui facevano parte:

persone che erano o erano state ai vertici dell’Esercito, ex SS, fascisti, servizi segreti, ex partigiani di destra, cattolici integralisti.

Continua Ferrari:

Furono dunque i vertici militari italiani a trasmettere la cultura della «guerra non ortodossa» ai gruppi neofascisti. Non trascurabile fu il ruolo dell’Istituto Pollio, che non si limitò a organizzare convegni, svolgendo una funzione di collegamento dello Stato maggiore dell’esercito con l’estrema destra nel quadro di una cooperazione civili-militari in funzione anticomunista. Una cooperazione che, alla metà degli anni Sessanta, usciva dal piano delle mere elaborazioni teoriche per passare su quello delle realizzazioni pratiche.
La strada verso la stagione delle bombe e delle stragi era ormai aperta. A guidarla, un ampio schieramento reazionario composto da militari, da apparati di intelligence e di polizia, da settori del mondo economico e politico, con i fascisti sussunti in veste di manovali.

Quanto dice Ferrari non è frutto di “teorie complottiste”, ma è quanto emerge da anni di processi, che anche se non sono riusciti a portare a delle condanne, hanno però messo in luce definitivamente chi e perché fu, per esempio, attuata la Strage di Piazza Fontana. Dice il giudice Salvini:

Tutte le sentenze su Piazza Fontana anche quelle assolutorie, portano alla conclusione che fu una formazione di estrema destra, Ordine Nuovo, a organizzare gli attentati del 12 dicembre. Anche nei processi conclusesi con sentenze di assoluzione per i singoli imputati è stato comunque ricostruito il vero movente delle bombe: spingere l’allora Presidente del Consiglio, il democristiano Mariano Rumor, a decretare lo stato di emergenza nel Paese, in modo da facilitare l’insediamento di un governo autoritario. Come accertato anche dalla Commissione Parlamentare Stragi, erano state seriamente progettate in quegli anni, anche in concomitanza con la strage, delle ipotesi golpiste per frenare le conquiste sindacali e la crescita delle sinistre, viste come il “pericolo comunista”, ma la risposta popolare rese improponibili quei piani.

Ciò non significa che non siano stati individuati dei colpevoli:

Almeno un colpevole c’è anche nella sentenza definitiva della Cassazione del 2005. Si tratta di Carlo Digilio, l’esperto in armi e in esplosivi del gruppo veneto di Ordine Nuovo, reo confesso, che fornì l’esplosivo per la strage ed il quale ha anche ammesso di essere stato collegato ai servizi americani.
[…]
Ma in tutte le tre ultime sentenze risultano confermate le responsabilità degli imputati storici di Piazza Fontana, pure loro di Ordine Nuovo: i padovani Franco Freda e Giovanni Ventura. Essi però, già condannati in primo grado nel processo di Catanzaro all’ergastolo, e poi assolti per insufficienza di prove nei gradi successivi, non erano più processabili. Perché in Italia, come in tutti i paesi civili, le sentenza definitive di assoluzione non sono più soggette a revisione.

Quando si dice che della Strage di Piazza Fontana “non si sa la verità” si mente sapendo di mentire. Della Strage ormai si sa quasi tutto. Per esempio:

L’elemento nuovo, storicamente determinante, sono state le testimonianze di Tullio Fabris, l’elettricista di Freda che fu coinvolto nell’acquisto dei timer usati il 12 dicembre per fare esplodere le bombe. La sua testimonianza venne acquisita solo nel 1995. Un ritardo decisivo e “provvidenziale”. Perché Fabris nel 1995 descrisse minuziosamente come nello studio legale di Freda, presente Ventura, furono effettuate le prove di funzionamento dei timers poi usati come innesco per le bombe del 12 dicembre.
Le nuove indagini hanno anche esteso la conoscenze dei legami organici fra i nazifascisti, elementi dei Servizi Segreti militari e dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, diretto all’epoca da Federico Umberto D’Amato.
[…]
Il gruppo di Freda acquistò valige fabbricate in Germania in un negozio di Padova e comprò i timer di una precisa marca che mise nelle valige insieme con l’esplosivo procurato probabilmente dal gruppo veneziano che disponeva di propri depositi. Alcune valige furono portate a Roma e consegnate ad esponenti di Avanguardia Nazionale che effettuarono gli attentati minori all’Altare della Patria. Altri militanti invece raggiunsero Milano con altre due valige esplosive, attesi dai referenti locali di Ordine nuovo. Una bomba alla Banca Commerciale in piazza della Scala non esplose, l’altra alla banca dell’Agricolura, in piazza Fontana, provocò la strage.
Entrambi gli obiettivi,le banche e l’Altare della Patria, potevano essere letti in una chiave anticapitalista ed antimilitarista in modo da far ricadere la colpa sugli anarchici ed in genere sulla sinistra.

La copertina del libro "La strage di Stato", che per primo smarcherò il connubio tra pezzi dello stato e fascisti nella Strage di Piazza FontanaPiazza Fontana fu l’inizio di una strategia – la Strategia della tensione, appunto, – atta a destabilizzare il paese, a creare il terrore – quindi fu Terrorismo – per evitare che le forze progressiste del paese potessero diventare maggioritarie. E, come si urlava nei cortei fino a pochi anni fa (spero ancora oggi), “le bombe nelle piazze, le bombe nei vagoni, le mettono i fascisti, le pagano i padroni”: uno slogan che sintetizza perfettamente quello che Ferrari e Salvini spiegano sopra con dovizia di particolari.

La strategia della tensione ha ucciso centinaia di innocenti, per poter mantenere lo status quo e non permettere agli italiani di compiere quel cambiamento che con 1968 – ’69 stava iniziando.

Terrorismo di Stato.




Toni Negri su Francia, Isis e guerra alla jihad

Di seguito l’intervista a Toni Negri su Francia, ISIS e guerra da parte del sito Lettera43, poi cancellato forse perché troppo fuori dal coro. Visto che qui stare fuori dal coro è considerato un pregio, ecco ricopiato l’articolo e l’intervista per intero.
Lo potete trovare qui, grazie a Google Cache:

http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:http://www.lettera43.it/esclusive/toni-negri-su-francia-isis-e-guerra-alla-jihad_43675224045.htm


Parigi ha dimenticato le banlieu. E ha sottovalutato le loro proteste. Ora dichiara guerra «ai suoi stessi cittadini». Toni Negri a L43: «Qui la laicità è un mito».

 di 19 Novembre 2015

«Siamo in guerra», ha detto il presidente francese François Hollande dopo le stragi di Parigi. Una guerra «giusta», si è sostenuto, perché siamo stati attaccati. E ogni attacco legittima una difesa, come prevede la comunità internazionale dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite all’articolo del Trattato Nato.
Già ma difenderci da chi? Chi è il nemico?
UNA GUERRA CONTRO SE STESSI. «La guerra proclamata contro l’Isis», spiega a Lettera43.it Toni Negri, filosofo e professore universitario che vive da anni a Parigi, «è stata dichiarata contro cittadini francesi, belgi, europei. Questa era la nazionalità dei terroristi che hanno compiuto atti orribili e ingiustificabili.».
E dire che, poco prima degli attentati, in Francia infiammava il dibattito se fosse lecito o meno ammazzare con droni cittadini francesi in territorio straniero. Polemica scatenata dall’uccisione in Siria di due britannici che si erano uniti alla jihad.
ADDIO CONCETTO DI CITTADINANZA. «Tutto questo è paradossale, surreale», sottolinea Negri, «si trattava di un dibattito sulla natura stessa della Repubblica. Il concetto di cittadinanza è sacro, non può essere calpestato da pratiche di eccezione., soprattutto se sporporzionate e non riferibili a una giustiazia nazionale».
Poi però sono arrivati l’orrore del Bataclan, le sparatorie fuori dai ristoranti e dai caffè, i kamikaze allo Stadio, l’assedio tragico a Saint-Denis.
E la prospettiva, per molti, è cambiata.

Immagine di Toni Negri

 

  • Toni Negri.

DOMANDA. Professore, esiste una ‘guerra giusta’?
RISPOSTA. Nell’Alto Medioevo questo concetto ha funzionato per giustificare l’espansione del cattolicesimo imperiale.
D. E ora?
R. Era giusta la guerra del 1914? E quella del 1939? Ho forti dubbi. Erano guerre, è vero. Ma i motivi che le hanno scatenate non si possono certo definire giusti.
D. Non vale nemmeno per il diritto di difesa?
R. Il solo fatto che una guerra sia considerata giusta da alcuni e ingiusta da altri è la negazione stessa del concetto di giustizia.
D. Hollande ha dichiarato guerra all’Isis. Cosa ne pensa?
R. In realtà si tratta di una guerra contro cittadini francesi, belgi, europei: questi sono i terroristi. Il sospetto è che dietro a tutto questo ci siano altri interessi.
D. Quali?
R. Il petrolio, per esempio. Il controllo prima economico e poi politico di una regione che dal 2001 è stata fatta sprofondare nel caos più totale da altre guerre asimmetriche, preventive.
D. Cosa intende per asimmetriche?
R. Dichiarate unilateralmente, combattute da una parte con strumenti tecnologici maturi e dall’altra da formazioni partigiane, di resistenza dopo il disfacimento di eserciti, come quello iracheno, di origine coloniale o subalterni alle potenze occidentali.
D. Stiamo pagando le conseguenze delle campagne dei Bush?
R. Gli Stati Uniti con la loro insipienza hanno ricercato il caos necessario alla loro politica nel momento in cui è terminata la loro supremazia. Ai ‘bordi dell’Impero’ era funzionale mantenere guerre e scontri per ritardare un riequilibrio o, forse, l’instaurazione di un equilibrio alternativo.
D. Poi però la situazione è scappata di mano…
R. La lotta al socialismo e al comunismo non solo dell’Iraq ma dei Paesi della fascia sciita ha comportato lo svuotamento della società. A quel punto i religiosi, invece di soffrire in terra per guadagnare un posto in cielo, hanno comunciato a combattere.
D. Un contesto ideale per la proliferazione e lo sviluppo del radicalismo islamico.
R. L’Isis di fatto in quest’area ha sostituito il welfare dopo 10 anni di distruzione.

«Parlano di Grandeur e di Montaigne, ma nelle banlieu…»

D. Questo discorso vale anche per le banlieu francesi?
R. Sì, lo stesso è accaduto nelle periferie nel 2005. Solo che in quel caso a bruciare erano solo le automobili.
D. I protagonisti in quel caso erano i ragazzi di terza e quarta generazione di immigrati.
R. È così. Agivano o protetti dagli adulti o contro di essi, fregandosene dei loro richiami all’ordine.
D. Frustrazione, rabbia, desiderio di rivalsa. Ma quale è la causa vera di quegli scontri?
R. La fine del lavoro fordista ha causato una riorganizzazione da cui questa fetta di popolazione è stata di fatto tagliata fuori.
D. Si spieghi meglio.
R. Mentre il proletariato della banlieu era inserito socialmente, via via è stato escluso dalle nuove formazioni dell’economia cognitiva.
D. Per fermare gli scontri il governo si limitò a reprimere.
R. I governi se ne sono fregati. E ora è orribile vedere un ragazzo che si fa esplodere uccidendo altre persone spinto non solo da una organizzazione che lo ha indottrinato e reclutato, ma anche da condizioni seconde.
D. Rabbia e frustrazione sono un humus perfetto per il radicalismo islamico.
R. Basta vedere la condizione delle scuole frequentate da questi ragazzi.
D. Quale è la situazione?
R. Sono istituti invivibili, e non solo dal punto di vista strutturale, con 40 persone per classe…
D. Per cosa ancora?
R. Per l’estraneità a cui sono relegati. Qui in Francia si parla ancora di Grandeur, di Montaigne, di Philosophes. E invece siamo di fronte a un’incapacità pedagogica.
D. La famosa laicità francese sta presentando il conto?
R. Ma quale laicità… è una balla, un mito. Il Dio supremo di Robespierre non lo ricorda nessuno (la Ragione, ndr)?
D. In che senso è una balla?
R. Nel senso che è presente nella cultura francese una corrente di pensiero estremamente laica. Ma moltissime persone vanno in chiesa, ci sono movimenti cattolici forti e una destra che richiama alle radici cristiane.
D. E la battaglia contro il velo?
R. Campagne che in realtà sono sostenute da sottilissime minoranze. Eppure hanno portato a pressioni ideologiche dagli effetti disastrosi, sono come piccole punture di spillo continuamente riprodotte.
D. Insomma, mi sta dicendo che sono state un boomerang.
R. In Francia sono stati distrutti movimenti di immigrati politicamente attivi e si è fatta passare l’equazione religione uguale fanatismo. Basta vedere le reazioni sugli autobus e in metro davanti a una donna velata: il disprezzo e il sospetto sono palpabili…

«Il concetto di guerra come lo conoscevamo non esiste più»

D. Tornando agli attacchi di Parigi, parlare di guerra, nella lotta al terrorismo, ha senso?
R. Mi chiedo solo: «Ora dove stanno i nemici? E gli amici?». La guerra è sempre sbagliata. Ma in passato il nome guerra aveva un fronte, un Piave. Ora siamo in una palude.
D. Tra l’altro il primo ministro Manuel Valls ha lanciato l’allarme di nuovi attacchi chimici e biologici.
R. Vorrei sapere chi li scatena e chi possiamo punire.
D. Si è detto che questa è una guerra non convenzionale. Cosa ne pensa?
D. La stessa definizione del diritto di guerra così come è uscito dalla pace di Westfalia,che nel 1684 pose fine alla guerra dei Trent’anni, non ha più alcun senso. E non parlo solo delle regole della guerra, ma anche del trattamento dei prigionieri per esempio.
R. Quando è saltato?
D. Nel 2001 gli Usa hanno deciso di scatenare una guerra asimmetrica. Adesso stiamo assistendo alla conseguenza della distruzione delle frontiere su cui si basava il diritto internazionale. Lo dimostra l’esodo dei migranti: è impossibile stabilire i confini.
D. È da allora che non si può più parlare di guerra ‘tradizionale’?
R. Da quel momento la guerra è stata di polizia, non di eserciti. Persino James Bond farebbe ridere. Si tratta di una guerra che legittima l’uso dei droni.
D. Cioè?
R. Il drone è un esempio, un simbolo. Dietro c’è un conflitto che è fuori da ogni categoria che finora abbiamo utilizzato.
D. Crede che assisteremo a una nuova definizione di guerra?
R. Francamente non so se arriveremo a questo. Del resto Westafalia mise fine a guerre scatenate in nome della religione che insanguinarono l’Europa.
D. Quando dichiara guerra Hollande cosa sta facendo?
R. Solo retorica. In realtà stiamo assistendo ad azioni di vendetta e repressione che ci riportano indietro a prima del diritto europeo. È più simile a un regolamento di conti tra tribù, quelle che noi definivamo Barbari.
D. Cosa possiamo fare a questo punto?
R. La situazione è drammatica e angosciante. Ogni riferimento a categorie passate non coglie la realtà dei fatti. Possiamo solo cercare di difenderci come possiamo, evitando che le cause che hanno portato a tutto questo si ripetano.
Twitter: @franzic76




Restiamo umani: su Parigi, l’ISIS e la guerra

immagine delle vittime civili della guerra in AfghanistanIl Papa e Obama dichiarano – giustamente – che l’attacco terroristico di Parigi “non è umano”.
Sono d’accordo.

I giornali italiani urlano lo sdegno di quanto è accaduto, con toni da guerra ed invocando la “civiltà”.
Sono d’accordo.

Bisogna interrompere questo fiume di morti che stanno insanguinando il nostro mondo ormai da decenni.

Iniziamo noi, però, senza aspettare che inizino gli altri.

Perché, come ci ha raccontato Internazionale​ meno di un mese fa, gli attacchi USA in Afghanistan provocano fino al 90% di morti tra i civili.

Un esempio? Cito:

The Intercept ha pubblicato i documenti legati a un’operazione particolare, l’operazione Haymaker, che permette di farsi un’idea dell’efficacia di questi attacchi. Condotta tra il gennaio del 2012 e il febbraio del 2013 nel nordest dell’Afghanistan, questa operazione aveva comportato la morte di 200 persone, ma solo 35 di loro erano obiettivi effettivi. In cinque mesi la percentuale di vittime collaterali era arrivata addirittura al 90 per cento
(http://www.internazionale.it/notizie/2015/10/20/stati-uniti-droni-uccisioni-mirate).

Quei 165 civili uccisi dal drone guidato da un soldato USA, sotto il comando militare USA come li consideriamo? L’accendiamo anche per loro una candela?

Secondo una ricerca della Brown University, chiamata ‘Costs of war’ (i costi della guerra), dal 2001 alla fine del 2014 sono stati almeno 21mila i morti civili in Afghanistan.

Ma non finisce qui, ovviamente, visto che quello sopra non è un caso e tanto meno isolato.

Il sito https://www.iraqbodycount.org/ ci racconta che in Iraq, tra il 2003 ed oggi, sono morti circa 150.000 (centocinquantamila) civili.

Pochi giorni fa Tony Blair ha chiesto scusa per le menzogne inventate sulle “armi di distruzione di massa” di Saddam che portarono alla seconda guerra in Iraq – di cui sopra le cifre delle vittime civili – e ha detto:

Chiedo scusa per la guerra, ha favorito la nascita dell’Isis
(http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/10/25/iraq-tony-blair-chiedo-scusa-per-la-guerra-ha-favorito-la-nascita-dellisis/2159878/).

Quindi, come diceva il meraviglioso Vittorio Arrigoni​, RESTIAMO UMANI e fermiamo – NOI PER PRIMI – questa carneficina.

Fermiamola, prima che sia troppo tardi.




Il manifesto, slow food e la geotermia

la chiocciola logo di slow foodLeggo il manifesto, quotidiano comunista, dal 1988.

Oggi la crisi – cioè la mancanza di soldi – mi ha obbligato a ridurre al minino le spese extra, e il manifesto ne ha pagato le conseguenze come tutto il resto; se poi, non meno importante anzi, ci mettiamo che il giornale non ha avuto quella gran capacità di mettersi “al passo coi tempi”, sia per quel che riguarda il rapporto con i lettori/attivisti, sia per quello che riguarda il nuovo mondo della comunicazione (e si che ne avrebbe anche avuto la passibiiltià, ma si è ben guardato di tentarla, quando poteva); tutto ciò mi ha portato a fare de il manifesto il “giornale del sabato”.

È solo di sabato, infatti, che compro il giornale; il sabato perché è il giorno di Alias, l’inserto settimanale de il manifesto dedicato a cinema, musica ed arte in genere. Un inserto che mi piace molto, soprattutto nella sua parte musicale.

Sabato 3 ottobre compro, come tutte le settimane il giornale e mi metto a leggerlo: sfoglio le prime pagine velocemente (non me ne frega un granché di cinema, tanto meno di festival su quello muto. Sono ignorante, lo so…), e mi imbatto nella prima sorpresa:

l’inserto sull’agricoltura altra, bio, antagonista e via movimentando, curato da nientepopodimenoche Slow Food. Si, quella slow food che nel 2013 firma un’intesa con il Co.Svi.G (Consorzio per lo sviluppo delle aree geotermiche, come si può leggere su greenreport.it

un’intesa tra Slow Food Toscana, Fondazione Slow Food per la Biodiversità e Co.Svi.G (Consorzio per lo sviluppo delle aree geotermiche)

come ci racconta Sos Geotermia quell’anno, tanto da spingersi a scrivere una “Lettera aperta a Carlo Petrini e Slow Food” cui non seguì mai alcuna risposta.

Oggi, 3 ottobre 2015 compro il manifesto, apro Alias, e mi trovo l’inserto curato da Slow Food. Ma le sorprese non sono finite, perché nel bel mezzo dell’inserto curato da Slow Food, cosa non ti vado a trovare, con la potenza che solo le immagini sanno dare?? Che cosa?!? Tel chi:

La pubblicità di ENEL sul manifesto riguardo la geotermia

Giustamente non ci poteva mancare il logo di Expo, che quando le cose si fanno, si fanno per bene o non si fanno per nulla! E che diamine!!

Ora, il primo pensiero – quello del “Franco e il bicchiere mezzo pieno” – è “si vabbè, ma perché mai dovrebbero conoscere la questione della Geotermia sul Monte Amiata?” Forse perché sono giornalisti? Perché scrivono su un quotidiano comunista? Perché sono “il quotidiano dei movimenti”, di quelli che “vogliono cambiare lo stato di cose presenti”?

E già, quelli del il manifesto sono giornalisti di sinistra, impegnati, vicini ai movimenti, molti di loro arrivano dai movimenti: chi dal ’77, chi dalla “pantera”, qualcuno forse addirittura da “Genova 2001”.

Ma della geotermia non sanno un cazzo – gli risponde il “Franco che se ne vadano affanculo –  pensano che sia una cosa bella, sana, un’alternativa rinnovabile e rispettosa dell’ambiente.

Mi piacerebbe portargli qualche parente dei 198 morti in eccesso che ci sono stati in dieci anni nei comuni geotermici del Monte Amiata a farci fare du’ chiacchiere, così da informarsi, ai signori giornalisti comunisti di sinistra de il manifesto. Magari poi, invece di farsi fare le pubblicità dai complici di quel che accade sull’Amiata, come ci racconta l’ARS Toscana, già nel 2011: http://sosgeotermia.noblogs.org/2015/06/03/medicina-democratica-analizza-lo-studio-epidemiologico-dellars-piu-ospedalizzazioni-e-198-morti-in-piu-in-10-anni/, ci pensano due volte.

Ecco, a voi un sabato pomeriggio a rosicare, schifato dalla tanta leggerezza e pochezza di cui, oggi – e ormai da tanto, troppo tempo – quella che dovrebbe essere la “sinistra radicale” di/mostra.




Faaa fa fa fa, fa fa fa, fa fa faaaa!

Faaa fa fa fa, fa fa fa, fa fa faaaa!

 

 

 

 

 

Quando ti metti in gioco

decidendo che, si!,

è arrivato il momento di svoltare.

Faaa fa fa fa, fa fa fa, fa fa faaaa!

senza domande senza perché

balla il rock steady

vai con lo skank

Faaa fa fa fa, fa fa fa, fa fa faaaa!

Quando ti sentiti libero

di placare la tua fame

andando alla ricerca di nutrimento con tutta la grinta che hai

Faaa fa fa fa, fa fa fa, fa fa faaaa!

senza domande senza perché

balla il rock steady

vai con lo skank

monticello bay

non è quella di james bond

quel ghetto blaster, alzalo un po’

Faaa fa fa fa, fa fa fa, fa fa faaaa!

col sangue agli occhi

pieno di guai

Faaa fa fa fa, fa fa fa, fa fa faaaa!

senza domande senza perché

balla il rock steady

vai con lo skank




In Italia si tortura

Immagine di Carlo Giuliani con l'estintore
Carlo e l’estintore: prospettiva “giusta”

Ciclicamente siamo costretti a tornare alla ferita del G8 di Genova del 2001, quello in cui lo Stato italiano, per l’ennesima volta, mise lo stop alla democrazia nel nostro paese, per poter reprimere liberamente chi osava protestare contro la globalizzazione neoliberista.
In quei giorno assistemmo a pratiche di repressione fasciste, in cui venne vietato manifestare a chi ne aveva non solo il diritto ma pure l’autorizzazione (per esempio il “blocco blu”, quello di Cobas e dintorni, che venne caricato quanto ancora il concentramento della loro manifestazione – autorizzata – non era manco iniziato); in cui vennero massacrate persone del tutto innocue e pacifiche (il cortei del cosiddetto “blocco rosa”); in cui vennero attaccati, caricati e massacrati cortei autorizzati e pacifici – quello del “Carlini” – che poi, giustamente, risposero alla repressione con l’autodifesa; in cui venne assassinato a freddo un ragazzo di 20 anni, Carlo Giuliani, ucciso più volte: dai carabinieri prima, dalla stampa di regime poi. Il giorno dopo venne massacrato un corteo di centinaia di migliaia di persone, fatto di famiglie, uomini, donne, bambini. Ore di violenza inusitata su tutti, indistintamente, per finire poi con l’orrore della Diaz, che oggi viene – finalmente – riconosciuta come TORTURA, quello che da quasi 15 andiamo dicendo in tutte le sedi possibili ed immaginabili.

TORTURA, un reato che in Italia si pratica ormai da decenni, che però da noi NON è un reato e per cui “la Corte europea dei diritti umani che ha condannato l’Italia non solo per quanto commesso [a Genova nel 2001; ndr], ma anche perché non ha una legislazione adeguata a punire il reato”.

Ovviamente cosa fanno i tutori tout court dei tutori armati della legge? Fanno vedere la foto presa da dietro di Carlo con l’estintore in mano verso la camionetta dei carabinieri. Sembra, da quella foto, che Carlo sia a pochi centimetri dal mezzo militare; ma così non è, come si spiega bene in questo articolo.

Quindi siamo ancora qui, noi reduci di quei giorni; noi che abbiamo sentito, con le nostre orecchie – con le mie orecchie – i carabinieri cantare, come allo stadio, “uno di meno, voi siete uno di meno”; noi che abbiamo passato un venerdì a rattoppare feriti che non potevano essere portati in ospedale, da cui altrimenti sarebbero stati strappati per essere portati via (spesso a Bolzaneto); che abbiamo passato un venerdì a scappare, a difenderci, a lottare per poter fare quello che lo stesso Stato che ci attaccava ci aveva autorizzati a fare; noi che abbiamo passato un sabato allucinante, a fuggire per ore per la città, aiutati e sostenuti dal popolo di Genova, che ci ha dissetati, nutriti, guidati lontani dagli sbirri. Noi che abbiamo sentito gli urli arrivare dal macello della Diaz, che abbiamo visto quei corpi devastati portati via in barella; che abbiamo visto le pozze di sangue, i grumi di capelli appiccicati ai muri, che abbiamo sentito il puzzo di sangue e di paura. Noi che abbiamo passato giorni, o settimane, o mesi a riprenderci da quello shock; noi che se passava un elicottero si iniziava a sudare; noi che dentro la pancia non andrà mai via quell’odio profondo per gli aguzzini in divisa e, soprattutto, per i loro capi. Capi che – TUTTI – hanno fatto carriera, tanto nel centro-destra che nel centro-“sinistra”.

Ma siamo ancora qua, ad urlarvi in faccia le nostre ragioni, che purtoppo pochi anni dopo si sono tragicamente avverate, che ci stanno buttando nella miseria e nella precarietà più disumane; siamo ancora qua ad urlare, ad avere “ragione”, a sapere che quell’orrore era tale e che ora, finalmente, viene riconosciuto anche da una delle maggiori istituzioni democratiche europee. Non servirà a nulla, il reato di tortura non verrà sanzionato, in Italia, perché è ancora troppo utile per poterne fare a meno.

Ma siamo ancora qua, e non ce ne andremo. Con Carlo nel cuore.




Controllo di Stato. Tutela la tua privacy con Freepto

Immagine che rappresenta la censura su internetSabato scorso si è tenuto, presso la sede della Libreria AmiataAutogestita, ad Arcidosso, un incontro dal titolo “Meeting sulla CONSAPEVOLEZZA INFORMATICA“, il cui scopo era quello di iniziare un percorso di consapevolezza nell’uso degli strumenti informatici.

Ad aiutarci in questo percorso sono stati gli amici dell’Hacklab romano AvANa, che sono venuti a presentarci due progetti:

  1. uno è un “opuscolo” dal titolo significativo: Crypt’я’Die;
  2. l’altro è il progetto Freepto.

Nel primo caso si tratta di un opuscolo in cui si fa il punto della situazione rispetto al controllo che si può subire quando si usa un computer o uno smartphone/tablet. Il risultato della chiacchierata è che praticamente qualsiasi computer con Windows o Mac è controllabile, attraverso dei particolari virus informatici che si chiamano “malware“, mentre lo sono TUTTI gli smartphone/tablet.

La soluzione, almeno per i computer, sta – almeno parzialmente – nell’usare sistemi OpenSource, come GNU/Linux, e strategia di sicurezza nell’uso di questi sistemi. Una delle possibilità sta proprio in Freepto, che è

un sistema GNU/Linux completo su penna USB. Questo significa che puoi portare la pennetta sempre con te ed utilizzare qualsiasi computer proprio come se fosse il tuo portatile. Inoltre i dati che salverai all’interno di questa pennetta saranno automaticamente cifrati (ovvero non potranno essere letti da nessun altro).

L’idea che sta alla base dello sviluppo di Freepto è quella di offrire un sistema semplice per la gestione sicura degli strumenti utilizzati più frequentemente dagli attivisti, senza però rinunciare alla comodità di un sistema operativo tradizionale

Se quelle sopra potevano essere lette come manie persecutorie dei soliti estremisti complottardi, ecco che arriva a sostegno di quel che si dice una fonte che può essere tutto fuorché estremista e/o complottardo, visto che è del gruppo politico di Monti. Leggo, infatti, proprio stamani che, sul blog di Stefano Quintarelli che:

Una svista rilevante nel provvedimento antiterrorismo

E si legge che

Il provvedimento antiterrorismo modifica il codice di procedura penale così:

All’articolo 266-bis, comma 1, del codice di procedura penale, dopo le parole: «è consentita l’intercettazione del flusso di comunicazioni relativo a sistemi informatici o telematici ovvero intercorrente tra più sistemi», sono aggiunte le seguenti: anche attraverso l’impiego di strumenti o di programmi informatici per l’acquisizione da remoto delle comunicazioni e dei dati presenti in un sistema informatico.

con questo emendamento l’Italia diventa,  per quanto a me noto, il primo paese europeo che rende esplicitamente ed in via generalizzata legale e autorizzato la  “remote computer searches“ e l’utilizzo di captatori occulti da parte dello Stato!

il fatto grave è che questo non lo fa in relazione a specifici reati di matrice terroristica (come fa pensare il provvedimento), ma per tutti i reati “commessi mediante l’impiego di tecnologie informatiche o telematiche” (art.266 bis).

Quindi, qualsiasi reato commesso attraverso l’uso di strumenti informatici (ed oggi giorno, volendo, qualsiasi “criminale” usa uno smartphone, e quindi una “tecnologia informatica o telematica”), permette agli inquirenti di usare “remote computer searches”, ovvero Malware con cui ascoltare, leggere, sapere TUTTO quello che facciamo sul nostro computer.

Perché questa cosa è così grave? Perché, ci dice Quintarelli

l’uso di captatori informatici (Trojan, Keylogger, sniffer ecc.ecc.) quale mezzo di ricerca delle prove da parte delle Autorità Statali (giudiziarie o di sicurezza) è controverso in tutti i paesi democratici per una ragione tecnica: con quei sistemi compio una delle operazioni più invasive che lo Stato possa fare nei confronti dei cittadini, poiché quella metodologia è contestualmente

una ispezione (art. 244 c.p.p.)

una perquisizione (art. 247 c.p.p)

una intercettazione di comunicazioni (266 c.p.p.)

una acquisizione occulta di documenti e dati anche personali (253 c.p.p.).
tutte attività compiute in un luogo, i sistemi informatici privati, che equivalgono al domicilio. E tutte quelle attività vengono fatte al di fuori delle regole e dei limiti dettate per ognuna di esse dal Codice di Procedura Penale.

[…]

[Tale legge comporta] rischi di un controllo pervasivo dei sistemi, il superamento dei sistemi di cifratura, la profilazione di comportamenti estranei ai reati perseguiti, una invasione della sfera privata e della riservatezza, nonché rischi di danni ai sistemi informatici ed il coinvolgimento di dati di terzi estranei.

Al punto, dice sempre Quintarelli, che probabilmente si viola anche la Costituzione, dall’art. 13 al 15.

Insomma, le paranoie dei soliti complottardi, alla fine, non sono poi così tanto e solo paranoie …




Come mai agli intellettuali italioti non piace Erri De Luca?

Immagine di Erri De Luca in Val SusaÈ questa una di quelle cose che – ingenuamente – mi hanno sempre stupito parecchio: come mai ai nostri “intellettuali” (quelli che scrivono sui quotidiani di “sinistra”, che quando parlano ponderano, perché stanno dicendo cose importanti, che vanno concesse con precauzione, si sa mai che qualcuno le usi male) Erri De Luca piace poco?

Io non lo conosco Erri De Luca di persona, quindi magari è persona antipaticissima, non lo so. Però ho letto – e continuo a leggere – tante cose sue. E poche volte ho trovato un autore con un uso della parola tanto accurato, tanto calibrato. Lui non lavora sulla “struttura”, non gioca con la storia o con altri “trucchi” che spesso si trovano in letteratura. Lui gioca con le parole, partendo da un rispetto profondissimo per essere, per le cose che con esse va a parlare, a maggior ragione se le usa per parlare di persone.

Rispetto, è la parola che immediatamente mi sale alle labbra quando penso a Erri De Luca: rispetto – profondissimo – per lui, per le cose che ha scritto, per le cose che dice, che fa. Rispetto è anche quello che sento che lui offre, ad iniziare dalla sua storia, che è quella di un ex militante rivoluzionario che ha percorso gli anni che vanno dal 1968 al 1980 senza mai pentirsene. Anzi, proponendo una dicitura
M E R A V I G L I O S A  per quegli anni, contrapposta alla vergognosa “anni di piombo”:

anni di rame, perché c’era come un filo di metallo conduttore attraverso cui si propagava ogni lotta, ogni impegno, ogni fierezza

E qui, forse, si comincia a capire come mai sono così pochi gli “intellettuali” italiani che amano Erri De Luca: perché la maggior parte di loro, a differenza del Nostro, sono dei pentiti. Gente che ha fatto il ’68 (o il ’77, peggio ancora!) e che oggi se ne vergogna. E che non può sopportare qualcuno che non solo li difende, quegli anni, ma che ancora oggi, con rispetto, senza la pretesa di insegnare nulla a nessuno, quando c’è bisogno arriva e c’è, è presente. Anche a costo di essere processato.

Uno di noi, Erri De Luca, uno che condivide con gli altri la sua persona, mettendola a rischio; uno di quelli che

rischiavano la strada e per un uomo
ci vuole pure un senso a sopportare
di poter sanguinare
e il senso non dev’essere rischiare
ma forse non voler più sopportare

Uno che in tutte le sue storie ci siamo noi, quelli che si ribellano, quelli che sabotano, quelli che si fidano di chi gli sta accanto, quello che ha sottobraccio quando si decide di smettere di sopportare. Forse è per questo che pochi lo amano, tra gli “intellettuali”, perché è uno di quelli che viene con noi a condividere il pane, un compagno.

Oggi lo riconosci, era impossibile trattare con quella gioventù. Da dov’era spuntata tutta insieme? Così avversa a ogni autorità, strafottente di deleghe, di partiti, di voti, così ficcata in mezzo al popolo, pratica di vie spicce, contagiosa.
Entrava nelle prigioni a schiere di arrestati, faceva lega con i detenuti e iniziavano le rivolte contro il trattamento penitenziario. Andava a fare servizio di leva e dentro le caserme partivano gli ammutinamenti per un rancio migliore e una paga decente. Negli stadi i tifosi adattavano i cori e ritmi delle manifestazioni ai loro incitamenti. Da dov’era spuntata quella generazione imperdonabile che ancora sconta il debito penale del suo millenovecento? Non lo sai, immagini piuttosto che in un sistema ondoso c’è un’onda più serrata e forte, che non si spiega con quella di prima né con quella di dopo. Perciò immagini che prima o poi le genera-zioni tornano.

Questa è stata la generazione di Erri De Luca, spazzata via con ferocia da uno Stato che non poteva permettere più di tanto che andasse avanti a sabotare l’esistente. Una generazione che, nelle sue forze migliori, è stata al nostro fianco, ed è ancora oggi al fianco di chi continua a lottare per fare di questa vita un degno di questo nome.

Ma ci fai cosa, tu e altri della tua specie ed età, in mezzo a questi nuovi? Poco e niente ci fai, che possa servire a loro, però ci stai lo stesso, richiamato in strada dal rosso di Genova, di piazza Alimonda, della notte alla Diaz, del resto alla caserma Bolzaneto, dal rosso sparso apposta che per vie misteriose risale alle tue arterie e ti appartiene.




Addio a Daevid Allen, l’anima folle e geniale del Prog, dai Soft Machine ai Gong

Immagine dei I Gong nel 1974, ai tempi di "You", ultimo capitolo della trilogia "Radio Gnome"
I Gong nel 1974, ai tempi di “You”, ultimo capitolo della trilogia “Radio Gnome”

Muore uno dei grandi geni della musica del ‘900, quel Daevid Allen che dagli inizi degli anni ’60 a ieri è stato un precursore, un sabotatore, un fine ricercatore di qualsiasi alterità geniale potesse essere espressa in forma musicale (e non solo).

Poeta, autore teatrale, musicista, Allen arriva a Canterbury dall’Australia, passando per Parigi, dove ha incontrato autori della Beat Generation, ad iniziare da quel William Burroughs che di quella generazione è stato un po’ un babbo, oltre che un ispiratore.

Nel 1963 fonda il “Daevid Allen Trio”, con Robert Wyatt e Hugh Hopper – che fonderanno con lui, anni dopo, i mitici Soft Machine (e torna Burroughs), con cui poi torna a Parigi per partecipare a degli esperimenti di tape loop con l’allora sconosciuto Terry Riley.

Nel 1965 nascono, appunto, i Soft Machine, in cui il nostro rimarrà solo un anno, ma sufficiente a pubblicare il primo album del gruppo, una delle pietre miliare della psichedelia e della musica rock in generale.

Nel 1968, infatti, Allen è costretto a tornare a Parigi, essendo scaduto il suo permesso di soggiorno in Inghilterra. Questa è una fortuna, per tutti noi, perché è proprio a Parigi che il nostro partecipa al celebre Maggio francese, e dando inizio a quella folgorante avventura che è il gruppo, il collettivo, la comune nota al mondo come i Gong, che pubblicano il loro primo, travolgente album – Magic Brother / Magic Sister – due anni dopo, nel 1970.

https://www.youtube.com/watch?v=PCcJ6JeBh1s&list=PLFFADB12F97A38D02

Una musica che unisce rock, psichedelia, jazz, free, teatro, politica, teatro, vita, tutto. Tutto quello che “l’immaginazione al potere” può pensare, aiutata e coadiuvata da esperimenti lisergici che allargano non solo gli orizzonti ma anche le percezioni dei partecipanti.

Ed è proprio in questo splendido mix che è la vita di molti e molte a cavallo tra anni ’60 e anni ’70 che Allen, una notte, viene visitato dagli Pot Head Pixies, provenienti da un luminoso pianeta verde di nome Gong ed arrivati sulla terra in figurine d’inchiostro tramite una pipa di hashish piena di sogni visibili. Si spostano su teiere volanti, quando vogliono possono diventare invisibili e sul loro pianeta si autogovernano da se tramite un sistema chiamato Anarchia flottante.

Ci parlano tramite la loro radio, Radio Gnome Invisible e il compito di Allen e dei suoi soci – i Gong, appunto – è quello di raccontarci tutto quello che possono di queste splendide creature e del loro luminoso pianeta. Nasce così la fantastica trilogia di Radio Gnome, composta dagli album Flying Teapot, Angel’s Egg e You.

Allen ci ha insegnato per anni a pestare chiodi di garofano nel mortaio della vita, a non accontentarci delle parvenze che spesso nascondono il senso vero della realtà, ci ha convinti a scavalcare il muro del vicino per rubare le mele che i genitori ci avevano assicurato non essere assolutamente “musica”.

Grazie Daevid, di tutto.

Aggiornamento del 21 marzo

Qui di seguito lo splendido articolo di Guido Festinese, uscito su il manifesto di oggi

A chi rac­conta in giro la vischiosa e inte­res­sata bugia che i Set­tanta sareb­bero stati solo «anni di piombo», e non, secondo la defi­ni­zione uguale e con­tra­ria di Erri De Luca, «anni di rame» cioè anni di super-conduzione di idee, di alle­gria, di vibra­zioni giu­ste, biso­gne­rebbe imporre l’ascolto di qual­che disco dei Gong. Il capi­tano della navi­cella, che poi era a forma di teiera volante, Dae­vid Allen se n’è appena andato dal pia­neta Terra, facendo rotta per il suo Pla­net Gong. Esat­ta­mente come Sun Ra è tor­nato su Saturno. Ma Dae­vid Allen, set­tan­ta­sette anni e la gra­zia stra­lu­nata di un fol­letto che è andato un milione di volte oltre lo spec­chio di Alice se n’è andato con una risata libe­ra­to­ria. Come Tiziano Ter­zani. Aveva dichia­rato di recente: «Non ho alcuna inten­zione di sot­to­pormi a ope­ra­zioni infi­nite, ed in un certo senso sapere che la fine è vicina è un sol­lievo. Credo fer­ma­mente nel con­cetto della “Volontà di Come Vanno le Cose”, e credo anche che sia giunto il momento di smet­terla di resi­stere e negare, e di arren­dersi all’evidenza dei fatti. Posso solo spe­rare che durante que­sto viag­gio, io abbia con­tri­buito in qual­che modo alla feli­cità delle vite di qual­che altro com­pa­gno essere umano».

Altro che se ne ha lasciata, di feli­cità. Lasciando in ere­dità una mon­ta­gna di musica impor­tante, spesso strug­gen­te­mente bella, facile da ascol­tare ma piena di spe­ri­men­ta­zioni inau­dite, e con un dono raro e temi­bile, per il potere: musica che faceva anche ridere e sor­ri­dere. Ancor di più, se, sulla scorta dei tè del Signor Allen, la pian­tina dalle pic­cole foglie era addi­zio­nata di verde Maria Gio­vanna. Allora il viag­gio con i Gong era come ascol­tare i Pink Floyd cosmici di Inter­stel­lar Over­drive che rac­con­tas­sero bar­zel­lette sugli alieni. Non ce la faceva pro­prio a essere solo un seris­simo musi­ci­sta, il Signor Dae­vid Allen. Era molte altre cose assieme, un mazzo di pos­si­bi­lità strap­pate alla vita gio­cando (e lui ne aveva vis­sute tre o quat­tro assieme, per quanto aveva fatto) che ne face­vano una figura unica e ini­mi­ta­bile: si dice spesso quando qual­cuno se ne va. Ma Allen lo era dav­vero ini­mi­ta­bile. Un beat, poeta e assai freak austra­liano che segna la sto­ria del prog rock in Europa e nel mondo, che inventa tec­ni­che uni­che di slide gui­tar, che flirta con il punk, la psi­che­de­lia, le avan­guar­die di ogni segno, che si ritrova poi già attem­pato a gui­dar taxi per sbar­care il luna­rio, senza pian­gersi addosso, e che alla fine chiude da par suo la sto­ria come la aveva ini­ziata: con l’ultimo capi­tolo della saga Gong, e con un reci­tal di poe­sia beat. Senza un’oncia di pas­sa­ti­smo. Tutto in fieri, sem­pre. Con un unico obiet­tivo: sma­sche­rare i re nudi di un capi­ta­li­smo ultra­li­be­ri­sta sem­pre più aggres­sivo e ostile ad ambiente ed esseri umani, e fare grande musica che indi­casse qual­che pos­si­bile «altrove». Un «Altrove» pos­si­bil­mente sor­ri­dente, colo­ra­tis­simo, e pieno di gente crea­tiva senza l’angoscia di vivere per lavorare.

Un Freak Bro­ther se mai ce n’è stato uno. Ma che ha pro­dotto e dif­fuso più gioia e arte di Mar­chionne, que­sto è sicuro. Era nato a Mel­bourne nel 1938, e lì, dall’altra parte del mondo aveva sco­perto i poeti beat lavo­rando in una libre­ria. Dun­que rotta verso l’Europa, Parigi, a fare mille lavori per soprav­vi­vere (e vivendo nella stanza del Beat Hotel dove prima allog­gia­vano Allen Gin­sberg e Peter Orlo­v­sky!), e poi per l’Inghilterra: dove cono­sce Wil­liam Bur­rou­ghs, e trova modo di met­tere su il primo gruppo, Dae­vid Allen Trio: con un sedi­cenne che pro­mette assai bene, die­tro pelli e piatti, si chiama Robert Wyatt. Ecco il nucleo di quello che diven­te­ranno i Soft Machine, gente che si tro­verà a rivo­lu­zio­nare il mondo del rock con mas­sicce inie­zioni di jazz liber­ta­rio e psi­che­de­lia, e vice­versa, esat­ta­mente in con­tem­po­ra­nea con quanto andava ela­bo­rando, su piste simili ma non iden­ti­che, Miles Davis a un oceano di distanza.

Nel 1968 Allen, dopo aver dato il «la» ini­ziale ai Soft Machine è per le strade infuo­cate di Parigi, quelle che «sotto il sel­ciato nascon­dono le spiagge». Gli sbirri non devono vedere troppo bene quell’allampanato tren­tenne vestito di stracci colo­rati che declama poe­sie e distri­bui­sce pelu­che alla truppa. Lui si ritrova a Maiorca e, nel ’69, nasce il primo disco a nome Gong, Magick Bro­ther. A fianco ha la com­pa­gna Gilli Smith, alter ego al fem­mi­nile e in decli­na­zione scia­ma­nica e strega buona di Dae­vid, una vita a sepa­rarsi e ritro­varsi senza ran­core. Lei, spe­cia­li­sta in «space whi­spers», qual­siasi cosa siano i «sus­surri spa­ziali». Senz’altro qual­cosa di molto meno nega­tivo dei voca­lizzi acidi di Yoko Ono. Gli anni tra il ’72 ed il ’74 sono cru­ciali, per la nascita e la dif­fu­sione della mito­lo­gia freak dei Gong: in quel periodo nascono i tre dischi capo­la­voro che rac­con­tano una sto­ria strana, stra­nis­sima ma assai fami­liare per milioni di ade­renti ai «movi­menti» che hanno preso di petto le ipo­cri­sie bor­ghesi, e magari si rilas­sano a forza di canne. È la «tri­lo­gia della Teiera volante». Una musica inau­dita fatta di cor­pose ini­zia­zioni di space rock, aper­ture spe­ri­men­tali jazz, deli­zie melo­di­che che ricor­dano le «rime per bam­bini» della cul­tura anglo­sas­sone, e altre assor­tite e cao­ti­che stra­nezze, ecco le note dei Gong. Al cen­tro c’è la voce bef­farda di Allen e la sua chi­tarra che prende derive spa­ziali. L’altra chi­tarra è Steve Hil­lage, che dal mae­stro austra­liano impa­rerà quasi tutto. Ai fiati Didier Mahlerbe, un prin­cipe a venire della world music.

Nella mito­lo­gia Gong s’incontrano folletti-alieni che hanno un’elica in testa e volano su teiere, emis­sari del pia­neta paci­fi­sta Gong, che tra­smette sulle fre­quenze di «Radio Gnomo invi­si­bile», cap­ta­bili con appo­siti orec­chini magici. Allen è, antro­po­lo­gi­ca­mente, l’eroe cul­tu­rale che diventa media­tore fra i due mondi, e che dovrà por­tare al risve­glio gli esseri umani, ma in mezzo a mille avven­ture e disav­ven­ture che asso­mi­gliano, molto, a diversi riti di ini­zia­zione di sva­riate cul­ture della visione. Tant’è che Dae­vid Allen ripren­derà anche a distanza di decenni le vicende del pia­neta Gong: in Sha­pe­shif­ter, del ’92, in Zero to Infi­nity, del 2000, dove il pro­ta­go­ni­sta è diven­tato una sorta di androide disin­car­nato, in 2032 , e nell’estremo I See You, 2014 che rimarrà l’ultimo disco dei Gong, a ben vedere pro­fe­tico già dal titolo. Non solo «Io ti vedo», ma anche qual­cosa come «arri­ve­derci a presto».

Gong aveva spo­rato anche altre crea­ture paral­lele: Pla­net Gong, Mother Gong, New York Gong (con Bill Laswell: dif­fi­cile imma­gi­nare qual­cosa di più incon­ci­lia­bile, sulla carta, ma il Signore delle Teiere era Ying e Yang assieme e poteva farlo) , Acid Mothers Gong (paz­ze­sco incon­tro fra i freak psi­che­le­dici giap­po­nesi Acid Mother Tem­ple e Dae­vid Allen), e anche uno spin off deci­sa­mente dedito al puro jazz rock a seguire la tri­lo­gia magica, i Pierre Morlen’s Gong. Allen, ogni volta che poteva, tor­nava a visi­tare la saga Gong. Aggiun­gendo tas­selli e segnali, il cui cul­mine, forse, è stato un con­cetto olan­dese nel novem­bre del 2006, quando su un palco di Amster­dam (e dove sennò?) s’era riu­nita la clas­sica for­ma­zione Gong della Tri­lo­gia della Teiera. Pron­ta­mente repli­cato, il tutto, a Lon­dra. Nell’ultimo reci­tal poe­tico Allen, due set­ti­mane prima di morire, Dae­vid Allen ha pro­nun­ciato que­ste parole: «Ma in fin dei conti cos’è morire se non star­sene nudi espo­sti al vento e scio­gliersi nel sole? E cosa signi­fica smet­tere di respi­rare, se non libe­rare il respiro dalle sue affan­nose maree, che possa sal­tar fuori, espan­dersi, e cer­care dio senza più far­delli addosso? Solo quando bevi dal fiume del silen­zio ti met­te­rai a can­tare. E quando arrivi in cima alla mon­ta­gna, è a quel punto che comin­cia l’ascensione. E quando la terra recla­merà le tue gambe, è a quel punto che potrai comin­ciare a danzare».




Autistici / Inventati sotto attacco

Immagine con lo Schema di attacco DDos
Schema di attacco DDos

English version below

Ultimamente sia Autistici/Inventati che altri server autogestiti come Riseup o Nodo50 hanno subito attacchi DDoS (Distributed Denial of Service).
Un DDoS consiste nel dirigere un enorme flusso di traffico fasullo contro l’obiettivo per saturare l’infrastruttura e quindi impedire il funzionamento dei servizi offerti. In questo modo il server non può più rispondere alle richieste di visualizzazione di pagine web, di scaricamento della posta, di collegamento a jabber e via dicendo. Di conseguenza, la fretta può spingere gli/le utenti a usare servizi commerciali, che sono più resistenti agli attacchi DDoS e quindi offrono servizi più stabili. Noi però vi sconsigliamo di prendere decisioni dettate dalla fretta. Per prevenire rischi per la vostra privacy, vi consigliamo di aprire una casella di posta di backup su un altro server amico e di usare jabber con un servizio alternativo (come quello del CCC) invece di ricorrere a un servizio commerciale di messaggistica istantanea.

English version
Is a DDoS attack going on? Be patient or use secure services!
In the last few weeks Autistici/Inventati as well as other autonomous servers such as Riseup or Nodo50 have been targeted by DDoS (Distributed Denial of Service) attacks.
A DDoS attack consists in a huge flow of bogus traffic all at once in an effort to overwhelm an infrastructure and to block the functioning of the services offered by the server. Thus the server cannot answer the requests to visualize web pages, to download mail, to connect to jabber and so on. As a consequence, if users are in a hurry, they can be pushed to use commercial services, that are more resistant to DDoS attacks and therefore offer more stable services. We strongly advise you against making decisions dictated by hurry. In order to prevent risks for your privacy, we recommend you to create a backup mailbox with another friendly server and to use an alternative jabber service (the CCC offers one) instead of turning to a commercial instant messaging platform.