Come mai agli intellettuali italioti non piace Erri De Luca?

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Immagine di Erri De Luca in Val SusaÈ questa una di quelle cose che – ingenuamente – mi hanno sempre stupito parecchio: come mai ai nostri “intellettuali” (quelli che scrivono sui quotidiani di “sinistra”, che quando parlano ponderano, perché stanno dicendo cose importanti, che vanno concesse con precauzione, si sa mai che qualcuno le usi male) Erri De Luca piace poco?

Io non lo conosco Erri De Luca di persona, quindi magari è persona antipaticissima, non lo so. Però ho letto – e continuo a leggere – tante cose sue. E poche volte ho trovato un autore con un uso della parola tanto accurato, tanto calibrato. Lui non lavora sulla “struttura”, non gioca con la storia o con altri “trucchi” che spesso si trovano in letteratura. Lui gioca con le parole, partendo da un rispetto profondissimo per essere, per le cose che con esse va a parlare, a maggior ragione se le usa per parlare di persone.

Rispetto, è la parola che immediatamente mi sale alle labbra quando penso a Erri De Luca: rispetto – profondissimo – per lui, per le cose che ha scritto, per le cose che dice, che fa. Rispetto è anche quello che sento che lui offre, ad iniziare dalla sua storia, che è quella di un ex militante rivoluzionario che ha percorso gli anni che vanno dal 1968 al 1980 senza mai pentirsene. Anzi, proponendo una dicitura
M E R A V I G L I O S A  per quegli anni, contrapposta alla vergognosa “anni di piombo”:

anni di rame, perché c’era come un filo di metallo conduttore attraverso cui si propagava ogni lotta, ogni impegno, ogni fierezza

E qui, forse, si comincia a capire come mai sono così pochi gli “intellettuali” italiani che amano Erri De Luca: perché la maggior parte di loro, a differenza del Nostro, sono dei pentiti. Gente che ha fatto il ’68 (o il ’77, peggio ancora!) e che oggi se ne vergogna. E che non può sopportare qualcuno che non solo li difende, quegli anni, ma che ancora oggi, con rispetto, senza la pretesa di insegnare nulla a nessuno, quando c’è bisogno arriva e c’è, è presente. Anche a costo di essere processato.

Uno di noi, Erri De Luca, uno che condivide con gli altri la sua persona, mettendola a rischio; uno di quelli che

rischiavano la strada e per un uomo
ci vuole pure un senso a sopportare
di poter sanguinare
e il senso non dev’essere rischiare
ma forse non voler più sopportare

Uno che in tutte le sue storie ci siamo noi, quelli che si ribellano, quelli che sabotano, quelli che si fidano di chi gli sta accanto, quello che ha sottobraccio quando si decide di smettere di sopportare. Forse è per questo che pochi lo amano, tra gli “intellettuali”, perché è uno di quelli che viene con noi a condividere il pane, un compagno.

Oggi lo riconosci, era impossibile trattare con quella gioventù. Da dov’era spuntata tutta insieme? Così avversa a ogni autorità, strafottente di deleghe, di partiti, di voti, così ficcata in mezzo al popolo, pratica di vie spicce, contagiosa.
Entrava nelle prigioni a schiere di arrestati, faceva lega con i detenuti e iniziavano le rivolte contro il trattamento penitenziario. Andava a fare servizio di leva e dentro le caserme partivano gli ammutinamenti per un rancio migliore e una paga decente. Negli stadi i tifosi adattavano i cori e ritmi delle manifestazioni ai loro incitamenti. Da dov’era spuntata quella generazione imperdonabile che ancora sconta il debito penale del suo millenovecento? Non lo sai, immagini piuttosto che in un sistema ondoso c’è un’onda più serrata e forte, che non si spiega con quella di prima né con quella di dopo. Perciò immagini che prima o poi le genera-zioni tornano.

Questa è stata la generazione di Erri De Luca, spazzata via con ferocia da uno Stato che non poteva permettere più di tanto che andasse avanti a sabotare l’esistente. Una generazione che, nelle sue forze migliori, è stata al nostro fianco, ed è ancora oggi al fianco di chi continua a lottare per fare di questa vita un degno di questo nome.

Ma ci fai cosa, tu e altri della tua specie ed età, in mezzo a questi nuovi? Poco e niente ci fai, che possa servire a loro, però ci stai lo stesso, richiamato in strada dal rosso di Genova, di piazza Alimonda, della notte alla Diaz, del resto alla caserma Bolzaneto, dal rosso sparso apposta che per vie misteriose risale alle tue arterie e ti appartiene.

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