1

Cambiare si sarebbe potuto

Immagine di Ingroia presenta il simbolo
Ingroia presenta il simbolo elettorale

Parafraso l’articolo di Pierluigi Sullo su Democrazia Km0 – articolo che condivido in toto, punteggiatura compresa – e faccio pure un passo in più, faccio outing:

questi di “Cambiare si può” mi avevano incuriosito come non mi capitava da anni sulla scena della politica istituzionale di sinistra. Mi piaceva il metodo, prima i tutto, cioè il voler costruire un’aggregazione elettorale dal basso, in cui non fossero i soliti noti a decidere tutto (parecchio si, ovviamente, ma non tutto. E non è poco!), in cui si tentasse, nei limiti del possibile (limiti legati al contesto ed ai tempi), un percorso orizzontale (no, non si parla di sesso …) e in cui fosse presente, in larga parte, non tanto la “società civile”, che non esiste più, se mai è esistita, ma quella parte di società che negli ultimi 20 anni non si è addormentata ed arresa allo stato di cose presenti, ed ha provato ad opporvisi partendo da una buona dose di autocritica.

Tante cose non mi convincevano:

  • il primis proprio che fosse un’aggregazione elettorale: fosse stata un’aggregazione post-elettorale la mia curiosità sarebbe potuta diventare quasi (non esageriamo) entusiasmo;
  • legata a quanto sopra la presenza della Federazione della Sinistra e, peggio ancora, dell’Italia dei Valori.

Ma a questo punto del disastro italiano – sono convinto che non stiamo vivendo una crisi, ma una condizione ormai stabile che, continuando così, potrà solo peggiorare – ero pronto a “sporcarmi le mani” e, quanto meno, andare a votare (direte, ammazza che sforzo! Vi rispondo, lo sforzo è vostro, visto che IO politica la faccio tutti i giorni e voi SOLO quando c’è da andare a fare uno sgorbio su un’inutile pezzo di carta il giorno delle elezioni e poi ‘un vi si vede più fino alle elezioni successive…).

Ma dato che stiamo parlando di “sinistra” e di elezioni, era matematico che le cose prendessero una piega suicida. E così è stato. Come spiega bene Sullo, con un interessantissimo paragone col movimento Zapatista dal sud del Messico, i Signori della Politica hanno messo le mani anche in questo nuovo tentativo di ripartire del movimento (così come hanno sempre fatto, l’ultima tragica volta nel biennio 2001 – 2003, coi risultati che sono sotto gli occhi di tutte/i), ANCORA prima che partisse (si sa mai che poi funzionava).

Quindi, io che ero pronto a fare outing stupendo le amiche e gli amici, le compagne ed i compagni annunciano pubblicamente che avrei votato… tac, niente, anche ‘sta volta me ne starò a casa – come sempre ho fatto alle elezioni politiche – e continuerò a cercare di cambiare le cose dal mio piccolo essere un semplice attivista di base. E tanti saluti 🙂




R/esistenze

La copertina del libro Amianto di Alberto Prunetti
Amianto

Non credo tanto ai casi, tanto meno quando si tratta di letteratura.

Il caso può portarti a trovare, in quella particolare bancarella, un libro che cercavi da tanto tempo o scoprire di avere gusti simili a qualcuno di inaspettato. Ma di sicuro non è il caso a farti scegliere di leggere un libro piuttosto che un altro.

Sicuramente non è stato il caso se ultimamente, cioè negli ultimi mesi, mi sono ritrovato a leggere libri che avevano tutti più o meno a che fare con forme di resistenza allo stato di cose presenti. Che il soggetto fosse la Resistenza – quella con la R maiuscola, anche se spesso per protagonisti ha avuto personaggi tutti minuscoli – o storie di resistenze minuscole, appunto, fatte da gente minuta, normale, quotidiana, in un modo o nell’altro l’argomento è sempre stato questo.

L’ultimo di questi è stato uno di quelli che mi hanno colpito di più: “Amianto” di Alberto Prunetti pubblicato per i tipi di Agenzia X.

Vi si narra la storia del padre di Alberto, Renato, operaio tubista, “trasfertista”, che per decenni gira i cantieri italiani a montare, smontare e manutenere impianti industriali, sempre a contatto con le peggiori sostanze tossiche e nocive dell’industria contemporanea – ad iniziare dall’amianto, appunto – e a causa delle quali, pochissimo dopo essere andato in pensione, a soli 59 anni, morirà di cancro.

Il libro è una cronaca, un pezzo di biografia operaia, vista dal figlio Alberto, narrata con amore, rispetto, ironia e, ovviamente, tanta rabbia. La storia di cosa sia stato (?) essere “classe operaia” nel nostro paese ancora nel XXI secolo, di quali sacrifici abbiano fatto queste persone e le loro famiglie per permettere ai propri figli non la semplice sopravvivenza ma anche un miglioramento della loro condizione è esemplare in questo libro. Senza lamenti, con coerenza e pure la giusta (auto)critica e i differenti punti di vista tra un padre cresciuto col mito del lavoro (stacanovista) ed un figlio libertario.

La cronaca della dignità, della ricchezza di vita, di rapporti, di amore di una classe – usiamoli i termini giusti, le parole sono importanti, dicevano una volta – ma anche le illusioni, il credere in un percorso che ha portato alla morte, da una parte, e alla precarietà dall’altra.

E’ anche la storia di un pezzo importante dell’industria siderurgica italiana, ad iniziare dalla tanto attuale ILVA, per lunghi anni di stanza tra le provincie di Livorno e Grosseto, nelle famose colline metallifere, terra di braccianti e minatori, dove la vita è sempre stata molto dura.

Il libro finisce con la morte, tremenda, di Renato, e col tentativo della sua famiglia di avere giustizia. Ma come dice Alberto, la “giustizia”non puoi averla da un tribunale quando sei già morto, perché non è giustizia ma carità (a carico del cittadino, tra l’altro, manco delle aziende che ti hanno ammazzato).

Un libro bellissimo e tremendo, come dice Evangelisti nell’appassionata prefazione, come uno schiaffo in faccia. Per i tanti che ancora oggi sono preda della sbornia della “fine del lavoro”, della fuffa del general intellect, del lavoro cognitivo, quando il mondo, e in buona parte anche il nostro paese – si accomodassero lor signori intellettuali nelle campagne del bel paese, dove migranti e italiani lavorano a pochi euri l’ora; o nei garage dove gli stessi stanno anche 10 ore il giorno per la miseria di cui sopra, o nelle case degli anziani che se lo possono permettere a fare le badanti, tanto per fare solo pochi esempi – è pieno di proletariato sfruttato a sangue e spesso ucciso da condizioni di lavoro più simili alla schiavitù che altro.

La copertina del libro La bomba e la Gina di Marco Codebò
La bomba e la Gina

L’altro libro, bellissimo, è “La bomba e la Gina” di Marco Codebò pubblicato dai tipi di Round Robin in cui si narra la vicenda della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e del successivo assassinio di Pino Pienelli, mentre si racconta, intersecando documenti storici, cronaca e narrativa, vari piani e vari momenti storici, tutti legati dalla continuità della cultura (e della pratica) fascista nel nostro paese anche molti decenni dopo la caduta del regime mussoliniano.

Protagonista principale della storia è il ferroviere anarchico Pinelli e il suo omicidio nelle stanze della questura milanese, il suo essere stato giovanissima staffetta partigiana nella Milano della Resistenza; ma anche di Marcello Giuda, questore proprio a Milano durante le indagini per la strage di Piazza Fontana, principale depistatore nelle ore immediatamente successive l’eccidio ma anche direttore del confino di Ventottene durante gli anni del fascismo, in cui vennero detenuti comunisti, socialisti ed anarchici.

Emerge in questo bel romanzo quel buco della storia d’Italia – più che della storia, di cui si sa già tutto, della giustizia d’Italia – che è la continuità del fascismo nella repubblica, le responsabilità dei partiti – compreso quello Comunista – in questa continuità e il ruolo dei fascisti, fuori e dentro le istituzioni, della strategia della tensione tra la fine degli anni ’60 e la fine dei ’70.