1968, la nuova frontiera del jazz

Cosa succede nel jazz nordamericano nel 1968, cinquant’anni fa come da canonico anniversario? Molto. E parecchio di quanto va succedendo è sottotraccia, da decrittare con attento dosaggio di indagine. Perché il ’68 documentato dai dischi di jazz ci testimonia innanzitutto una grande, oceanica assenza: s’è spenta la voce del sassofono di John Coltrane, che ha conquistato fino agli ultimi mesi a suonare con un furor eroico e straziato assieme, come ci indicano due pubblicazioni postume sui suoi ultimi concerti. Aveva chiuso il cerchio della musica, Coltrane, e se si ascolta il concerto alla Temple University in diversi punti (ed è un serio attentato alla stabilità emotiva di un ascoltatore attento) si noterà che Coltrane depone il sax, e grida. Il grado zero della musica di homo sapiens ritrovato come anello finale di una catena che invece lui aveva proiettato nel futuro. A partire da quel ’68 che non ha fatto a tempo a vedere, ma con una lezione di amore per le creature del pianeta che scorre in perfetto parallelo con certe istanze pan-mistiche del «Movimento» mondiale, mentre le piazze si infiammano.

CULTURE POPULAR

Quando «Trane» se ne va, lasciando al mondo una discografia diventata oggi elefantiaca, ma certo non inutile, e una chiesa nordamericana a lui dedicata dove si suonano le sue note torrenziali alle funzioni e si onora la figura mite e pensierosa dell’uomo come un santo, il jazz sta scorrendo impetuoso per tanti torrenti vitali. L’immagine pacificata del «grande fiume» che domina la prima parte della storia del jazz, il Big River Mississippi dove giocava il monello Mark Twain va sostituita con una cartografia di rapide e secche, cascate e nuovi affluenti. Nel ’68, ad esempio, Miles Davis ha finito di aguzzare le orecchie su quel modo della popular music che ha pressoché estromesso il jazz dal grande consumo popolare. I jazzisti dell’epoca vivono la faccenda con curiosa ambivalenza: da un lato ci sono quelli che deducono che, tutto sommato, un po’ di Beatles in jazz e di rock in genere non si negano a nessuno, specie se fanno alzare un po’ le vendite. Ed ecco allora Ella Fitzgerald che canta i Beatles, la World’s Greatest Jazz Band che suona Simon & Garfunkel, e così via. Manovra illecita e meramente commerciale? Sì e no. In fin dei conti il jazz s’è sempre appropriato dei materiali più vari, usandoli come base grezza per innestarci il suo dna di musica afroamericana e di molti altri incroci, purché il tutto diventasse una biologica e sensata macchina del ritmo. Però Miles nel ’68 sta cominciando ad andare da un’altra parte: non «svolta» verso il rock, come tanti poi diranno, perlopiù a sproposito. Incorpora il «soundscape» contemporaneo della nuova musica elettrica popular nella sua, avendo intuito che nell’iterazione di certe frasi e nell’elettricità stordente si cela l’infinito principio modale che sostanzia le culture autenticamente «popolari» del pianeta. E dunque un occhio ai raga indiani, uno a Stockhausen e a chi lavora con le serie dei suoni, uno a Jimi Hendrix. Che nel ’68, peraltro, è andato a riposarsi in Marocco, e lì ha ascoltato stupito i magnifici musicanti Gnawa, la setta di musicisti-guaritori Sufi che con la ripetizione in musica e il «botta e risposta» tra le voci è davvero, per dirla con William Burroughs, «una rock band di tremila anni fa».
Fatta la tara sulla precisione cronologica, ci siamo. Dunque Miles che prepara la grande spallata, il discrimine acustico/elettrico che farà imbestialire, ex post, gente come Wynton Marsalis, ben decisa a piazzare il paletto del «vero jazz» in quell’anno cruciale. Dopo, terra incognita degli sgraziati leoni elettrici, prima il jazz debitamente mummificato in musica di genere. Una musica classica afroamericana rispettabile e da esposizione elegante, in smoking. Miles nel ’68 fa uscire una tripletta di dischi, tanto belli quanto inquieti, nel far presagire che le antenne dello sciamano hanno intercettato nuove fonti di ispirazione, e la prossima mossa sarà quella spiazzante del Bitches Brew, tutti ammollo nel calderone elettrico, con la chitarra spiritata di John McLaughlin. Si tratta di Nefertiti, Miles in the Sky, Filles de Kilimanjaro. In formazione c’è il giovanissimo batterista Tony Williams, uno che si inventa i più complessi labirinti poliritmici con l’aria di esser lì per caso, Wayne Shorter, che poi diventerà una delle menti dei Weather Report, passando al sax soprano, Herbie Hancock, che in Miles in the Sky approccia le sonorità morbide e inquietanti del piano elettrico, mentre le composizioni, in questa fase esplorativa, grazie soprattutto a Shorter, si muovono in complesse figurazioni nate da singoli accordi, usati come basi-pedale per escursioni su scale di note, dunque come nei «modi» delle tradizioni popolari più complesse. Nell’ultimo disco arriva anche Chick Corea, e la musica ha assorbito anche le sensuali spire del soul, che appare in controluce: diventerà tutta evidenza da lì in avanti.

VIAGGI COSMICI

Se Miles sta sperimentando nuove piste, ma resta figura iconica conclamata del jazz anche più «mainstream» (le incomprensioni vere arriveranno da lì in avanti, e fino alla metà dei Settanta) c’è chi, nel ’68, ribadisce che i nuovi percorsi bisogna aprirseli anche a forza di colpi di testa spiazzanti, soprattutto se si hanno in testa architetture di suono al contempo futuribili e antiche, rétro e ipermoderniste. Se il mondo non capisce, si adegui, o si lascia andare al contorno della musica, che è fatto di canti cosmici rituali, costumi di scena impossibili, orazioni e giocolerie circensi. Herman Poole Blount, noto al mondo del jazz come Sun Ra non ha mai smesso di sperimentare, neppure quando scriveva brani di doo wop, (come poi farà Frank Zappa, si noti!). Nel ’68 anche per lui una tripletta di uscite (ma potrebbero essere di più: nulla è più mobile della discografia di Sun Ra!). La gemma più strana e oscura di Sun Ra si chiama Black Mass, ma non è l’unica, come tipico per un uomo che della prolificità creativa è stato, come Zappa appunto, un cultore senza fatica apparente. Sun Ra allo scorcio, dei Sessanta frequentava la Black Arts Repertory Theater School di Harlem di Amiri Baraka-Le Roi Jones, e nel ’66 è la prima di questo strano, affascinante disco per voce e Arkestra che esce nel ‘68: ci sono le parole dell’attivista, poeta, drammaturgo, storico del jazz, e in sottofondo il brusio «cosmico» del viaggiatore delle stelle con il suo organico a dieci musicisti che, assai prosaicamente, invece, aveva imparato a manovrare le orchestre e gli ensemble di vari genere con Fletcher Henderson. Poi c’è Pictures of Infinity, con il sassofonista John Gilmore, sodale di una vita per Ra, in particolare evidenza, e il possente Outer Spaceways Incorporated, con un ensemble a quindici che erutta fiamme e humour, quando si tratta di seguire il Capo nei canti a spasso per le stelle.
S’è detto, in apertura, di John Coltrane: è dal formidabile quartetto storico di «Trane» che arriva McCoy Tyner, protagonista nel ’68 di due folgoranti uscite discografiche. Expansions è in settetto, e il ricordo di Coltrane filtra nelle volute del tenorista Gary Bartz (che nel ’68 pubblica il potente primo lavoro solistico Another Earth: con due coltraniani, Pharoah Sanders e Reggie Workman), e nella scelta inconsueta di aggiungere un violoncello, quello fatato di Ron Carter. Un piede nell’hard bop, uno nelle musiche a venire, con quell’approccio forte e muscolare sulla tastiera, per quarte e impuntature ritmiche. Time for Tyner, in quartetto, e con Bobby Hutcherson, è già futuro: a partire dal titolo della lunga cavalcata in apertura, African Village, che dà indicazione su dove andrà a parare la musica del pianista di «Trane» di lì in avanti, e per parecchio tempo. Il pianista che Miles ha appena assunto, Chick Corea, se ne esce nel ’68 con For Joan’s Bones, primo suo lavoro solistico, e Now He Sings, Now He Sobs. Il primo lavoro, mutatis mutandis, potrebbe essere messo decisamente in linea con quanto s’è detto di Tyner: con la curiosità di un immenso Steve Swallow al basso, che è ancora l’ingombrante fratello maggiore del violoncello, non l’affusolato basso elettrico che oggi tutti associano in automatico al bassista decano. Il secondo, in trio con Roy Haynes alla batteria e Miroslav Vitous al contrabbasso (che poi diventerà il formidabile bassista della prima Mahavishnu Orchestra) è già una prova di maturità maiuscola, con accenni a quel tocco «latin» che poi sarà un marchio di fabbrica per l’irruento pianista.

COMPROMESSI

L’altro pianista di Miles Davis, Herbie Hancock, che ha già sfornato giovanissimo nel ’65 il suo capo d’opera con Maiden Voyage, risponde a Corea con Speak Like a Child, un disco che potrebbe funzionare da manifesto di quel «suono Blue Note» che la raffinata etichetta discografica proponeva al mondo come possibile compromesso estetico tra la spinta dell’hard bop vecchia maniera e le innovazioni armoniche (quasi imprescindibili) introdotte da Coltrane. Elemento verificabile anche, ad esempio, in un altro disco pianistico importante del ’68, Andrew!, con tanto di punto esclamativo per cercare di attirare un po’ di attenzione sul magistrale (ma certo poco «popular») tocco di Andrew Hill.
Vive un momento di strepitosa felicità di suono anche un altro musicista che s’è trovato alla corte di Miles nel discrimine epocale del ’59, quello di Kind of Blue. Si parla di Bill Evans, naturalmente. L’esibizione trionfale del più lirico, introspettivo e raffinato dei pianisti della linea che porterà a Jarrett, Mehldau e Svensson è al Festival di Montreux, e il disco Bill Evans at the Montreux Festival uscito nel ’68, sanziona un magistero a tutt’oggi inscalfibile, quando si parla di mani sugli ottantotto tasti che privilegino lo scavo armonico nelle griglie di accordi, a loro volta costruiti con raffinatissimi voicing, scelte di note: il tutto, sempre, mostrando al mondo com’è che nel jazz si sviluppa un lavoro paritetico con la più «classica» delle formazioni, il trio.
Se dovessimo trovare invece nella scena jazz del ’68 un disco simbolo della circolazione di culture caotica, vitale e sfrenata che stava accadendo nel pianeta, forse la scelta dovrebbe cadere su un ellepì di Don Cherry, il suonatore di «tromba tascabile» e di mille attrezzi usati nelle musiche «etniche» che in questo periodo ha riscoperto l’infinita scaturigine di pura melodia del suo alter ego Ornette Coleman nelle rifrazioni di mille schegge di «world music» ante litteram. Eternal Rhythm del ’68, diviso in due lunghissime porzioni, è una reazione chimica di musica che mette in conto la costruzione di ponti azzardati tra blues e gamelan indonesiano, jazz della «New Thing» e certe esperienze di musica contemporanea. Un’esplosione dionisiaca di amore «panico» per il mondo, che sarebbe molto piaciuta all’ultimo Coltrane. Registrata dal vivo a Berlino. Don Cherry si circonda di musicisti europei, soprattutto: gente come Arild Andersen, Joachim Kuhn, Karl Berger, che poi da lì spiegherà il volo. Le esperienze successive saranno meno radicali, ma sempre nel solco di questo dialogo tra culture privo di ogni mediazione razionale: ci si vede, si improvvisa, si suona. E che la base sia una ninnananna africana o un antico canto scandinavo è lo stesso, nel mondo a colori di Don Cherry.
Si muove sulle stesse piste mondialiste, nel ’68, anche un sassofonista nordamericano che ha assunto il nome arabo, come molti jazzisti della sua generazione: era William Emanuel Huddleston, al secolo, diventerà Yusef Lateef, a partire dal 1950. Già all’inizio degli anni Sessanta Lateef usa alternare al timbro virile, rugoso e pieno del suo sax tenore le mille sfumature timbriche dei fiati più svariati che si possano trovare alle diverse latitudini: probabilmente influenzando anche Coltrane, che sul sax soprano prende un’intonazione «etnica» da oboe popolare. Nel ‘68 esce un disco memorabile come il ricordato capitolo di Cherry, per Lateef, un altro «marcatore d’epoca», per la gioiosa caoticità di musiche dal mondo raggrumate attorno a un progetto discografico che invece viene venduto come «jazz» e basta. Il disco, inciso nell’aprile del ’68 e uscito allo scorcio dell’anno cruciale è the Blue Yusef Lateef. Scafati leoni del jazz di Detroit in studio, come il trombettista Blue Mitchell e il chitarrista Kenny Burrell, poi ci sono il giovane Bob Cranshaw al basso elettrico (un futuro sicuro, poi, con Sonny Rollins), e Cecil McBee al contrabbasso, un coro femminile gospel non meglio identificato, un armonicista, un quartetto d’archi. La ricetta sarebbe già di per sé ricca, ma Lateef aggiunge al sax il tamboura a corde orientale, l’oboe popolare shennai, la cetra giapponese doto. Poi imprime un selvaggio movimento alla musica, che oscilla tra frugolanti atmosfere«barrellhouse» alla New Orleans e bozzetti giapponesi in odore di psichedelia, lacerti di Brasile e sviluppi politonali. Gran disordine (musicale) sotto il cielo, e dunque, per dirla con Mao, situazione eccellente.

SERRARE LE FILA

Un altro fiatista eccentrico ha una bella celebrazione sessantottina, dopo esser passato per l’entusiasmante laboratorio della creatività di Charles Mingus, Roland Kirk autodefinitosi Rahsaan dopo una visione: il disco è Left & Right per la Atlantic. Arrangia Gil Fuller, uno che aveva fatto grandi cose con Dizzy Gillespie, partecipa anche Alice Coltrane, la vedova del «grande assente» del ’68, John. Ma c’è anche Pepper Adams, baritonista con pulsante sangue pellerossa nelle vene, e Frank Wess, fiatista che ha strutturato il West Coast Sound. Lui, il cieco dalle grandi visioni Rahsaan suona tenore, stritch, manzello (bizzarrie da trovarobato musicale), clarinetto, flauto, organo, celesta, mbira, il piano a pollice delle ataviche culture africane. Rilegge Mingus, Billy Strayhorn a fianco di Duke Ellington, Quincy Jones, e sembrano sogni.
A Chicago, intanto, si stanno serrando le fila, nel ’68, di una delle più entusiasmanti avventure del jazz moderno, quella dell’Art Ensemble di Roscoe Mitchell e Lester Bowie, nato sulle intuizioni folgoranti di un musicista intellettuale come Muhal Richard Abrams. Congliptious offre tre brucianti momenti in solo totale per Mitchell al sax, Bowie alla tromba, Malachi Favors al contrabbasso, e una lunga performance con l’aggiunta del batterista Robert Crowder che ricapitola tutti i cardini della «great black music» dell’Art Ensemble che sarà: ironia e senso della storia, furore e dolcezze siderali e infantili. E quel mare di strumenti e strumentini che si affacciano turbinosamente sulla scena come in una pièce teatrale affollata di figure afroamericane. Il ’68 del jazz è anche qualcosa di meno azzardato, di più terrigno e solido: lo chiamano «soul jazz» e sembrerebbe, almeno all’apparenza, una reazione a certa astrattezza bebop precedente, a certe algide movenze in musica del cool jazz, westcoastiano o no. In realtà è un recupero «a posteriori» di uno spirito funk e blues che è tutto intellettuale, ma serve a dare alla musica una ritrovata fisicità, e qualche goccia di sudore in più.
Lo praticano discograficamente nel ’68 Cannonball Adderley con Accent on Africa, il Duke Pearson di Angel Eyes, Big Band e The Right Touch, Blue Mitchell con Heads Up, Lou Donaldson con Midnight Creeper, Stanley Turrentine con The Look of Love e Always Something Here, Bobby Timmons con Got to Get It e Do You Know the Way? Qualcuno presidia una «terra di mezzo» che non è né avanguardia, né mera fisicità: il potente sassofonista Hank Mobley di High Voltage e Reach Out, l’urticante Eric Dolphy di Iron Man, il Donald Byrd di Slow Drag, il Sonny Criss di Sonny’s Dream. E ancora: Oliver Nelson con Soulfulbrass, Cedar Walton con Spectrum. Qualcuno presidia le posizioni con eleganza assoluta, prima di arrendersi al nuovo, e firmare addirittura con l’effimera etichetta dei Beatles, la Apple, con il «logo» della discordia, fatto appunto a mela: è l’inaspettato Modern Jazz Quartet. Under the Jasmin Tree è mainstream compassato e blasè, in pieno ’68: gli echi psicdedelici di Space arriveranno l’anno dopo, e sarà tutt’altra storia.
Un disco che, da solo, si regga tutto lo sforzo del ’68, in bilico tra passato e futuro, avanguardia e radici, grafica di copertina compresa? Underground di Thelonious Monk. Raffigurato sulla cover al piano in un capanno di fortuna- stalla, vestito da partigiano maquis, mitra a tracolla. Tra le altre cose, troverete un lugubre ufficiale nazista legato e debitamente indispettito, bombe a mano, armi varie, una trasmittente, una bella partigiana a guardia, una scritta «Vive la France» sul muro, una bottiglia di whisky sul piano, una placida mucca che osserva il tutto. La fantasia al potere.




1968: Una generazione ribelle

Il classico slogan del '68 fracese, "Ce n'est qu'un debut, Continuons le combat"di Sergio Bologna e Giairo Daghini, uscito su DeriveApprodi di giovedì 25 maggio

Ecco un altro anniversario.

Dopo il 2017 che ci ha ricordato la rivoluzione d’ottobre e il movimento del ’77 nelle università italiane, è la volta di ricordare i cinquant’anni dal fatidico 1968. C’eravamo? Sì, c’eravamo, mezzi partecipanti e mezzi spettatori, perché la nostra generazione aveva iniziato prima, sei-sette anni prima o anche dieci, quando la rivolta di Ungheria aveva cominciato a spargere qualche dubbio sul rapporto tra classe operaia e comunismo.
E quelli con qualche anno di più, Raniero Panzieri tanto per fare un nome, ci insegnavano che prima degli ungheresi erano stati gli operai tedeschi di Berlino Est a scontrarsi con i carri armati russi. Il ’68 quindi non era “nostro”, era un passaggio, importantissimo, decisivo, di un lungo percorso nel corso del quale dovevamo trovare una strategia di liberazione e di ribellione che non seguisse i canoni comunisti, neanche nelle loro varianti maoiste o guevariste. Ma era un passaggio, non il passaggio. Anzi, diciamola tutta, gli operaisti accaniti, come noi, reduci di “Classe Operaia”, non erano ben visti nelle prime rivolte universitarie, quelle dell’ondata cosiddetta “antiautoritaria”. Chi mise le cose a posto fu il maggio francese.
Lì si vide che, se c’era da tentare una, sia pure limitata, sovversione dell’ordine delle cose – nella fattispecie l’ordine metropolitano –, la classe operaia non si tirava indietro. Alla notizia dei primi scontri nel Quartiere Latino, vicino alla Sorbonne, ci siamo detti: “Dobbiamo esserci”. L’arrivo a Parigi è stato uno shock e il senso di quella metropoli in gran movimento ci accompagnerà e farà da intercessore nel racconto che ne faremo al ritorno. Quel che ci ha colto di sorpresa è stato lo scoppio di desiderio dilagante, trasversale, con masse di operai, di medici, di studenti, di lavoratori della cura e intellettuali, di uomini, di donne tantissime che invadevano le strade e spezzavano i ritmi e le regole di quella macchina della valorizzazione che è la metropoli.
In una moltitudine in fibrillazione ciascuno sembrava divenire qualcun altro, qualcuno che fino ad allora era rimasto compresso e che ora prendeva respiro.
Grandi sciami di persone si spostavano sempre dialogando con animazione e soprattutto in grande atmosfera di amicizia. Non la folla di una metropoli, ma una moltitudine che si ricomponeva di continuo per blocchi di amicizia con una socialità politica immediata. Ogni giorno dovevamo aggiustare i nostri schemi mentali a fronte di una società che spezzava i ritmi, le convenzioni e che nell’incontro di tutte le componenti del lavoro vivo rimetteva in discussione in ogni disciplina le proprie basi gnoseologiche, le pratiche politiche e il concetto stesso di lavoro in quanto produttore di merci. L’articolo sui “Quaderni Piacentini”, che scrivemmo nel giugno (lo si può leggere oggi in rete al link http://www.bibliotecaginobianco.it/flip/ QPC/07/3500/) fu un gesto politico. Forse oggi non scriveremmo le stesse cose. La nostra interpretazione, la nostra stessa ricostruzione dei fatti, era fortemente condizionata dal paradigma operaista: avevamo intenzionalmente costretto la realtà in quella camicia di forza perché non ci interessava restituire a Parigi quel che era di Parigi, ci interessava la partita che si stava giocando in Italia, cioè spostare l’intero movimento studentesco dalla lotta per la riforma dell’istruzione alla lotta di fabbrica. L’abbiamo tentato con il giornale “La Classe”, con la presenza e l’agitazione alle porte della FIAT, e ci riuscimmo.
Grazie alle avanguardie di fabbrica, a Marione Dalmaviva, ma anche grazie ai lavoratori-studenti di Trento, di Padova, grazie alle facoltà scientifiche, grazie ai tecnici di fabbrica. Questo grande movimento di lotte del ’69 alla FIAT ci introduce nel decennio del lungo ’68 italiano dove una ribellione civile che parte anche dalla fabbrica investe tutta la metropoli. È stata una generazione ribelle con una straordinaria forza di innovazione nella produzione culturale, nelle forme della socialità, negli spazi urbani e che ha posto con una grande intensità l’istanza del lavoro vivo, il lavoro di soggettivazione che avviene nella individuazione e nella socializzazione del linguaggio, degli affetti, delle forze di memoria, di percezione e dell’intelletto. Quelle forze cognitive che la controrivoluzione neoliberista tenterà di catturare integrando l’agire e la cooperazione sociale di una generazione di mezzo nelle reti della finanziarizzazione.

Come si fa a raccontarla a questa generazione di mezzo e a quella giovane di oggi?
Come possono capire la voglia di mettere in discussione tutto, loro che, nella grande maggioranza, sembrano accettare l’ordine delle cose, l’ordine del mercato, tranne i pochi che hanno raccolto le nostre bandiere? Come può uno che segue la trafila telefonino- scuola-telefonino-università-iPhone-soggior no in Inghilterra per imparare bene l’ingleseiPhone 6-cv in tutte le direzioni-iPhone 8-stageiPhone 10-primo colloquio di lavoro-iPad-“beh, mi pagano di merda ma fa tutto curriculum”-iPad 2-mutuo per la casa coi soldi dei genitori… Come fa uno così a concepire che si possa buttare all’aria tutto, lavoro sicuro, famiglia con casa al mare, per mettersi in mezzo ai casini, alle occupazioni, agli scontri e non credere più a quello che ti hanno insegnato a scuola, in facoltà, per inseguire una rivoluzione che sai benissimo non si farà mai e se si facesse chissà se sarebbe meglio o peggio? Come fa uno che vive nei social, e non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello che la vita possa essere diversa, a capire, a concepire la ricerca di una propria visione del mondo? Oppure riesce sì a immaginarlo, ma in un ambiente esotico, nell’Amazzonia, in Australia, nella Terra del Fuoco, mentre noi pensavamo di farla diversa la vita negli stessi luoghi in cui eravamo nati e cresciuti, con gli stessi negozi sotto casa e gli stessi vicini di pianerottolo.
Trasmettere oggi quell’esperienza è forse impossibile. Non sono le forme esteriori a rappresentare un ostacolo, le occupazioni, i cortei, le assemblee, persino le botte con la polizia, no, quelle sono facilmente trasmissibili, sono alla portata persino dello zombie con l’iPhone. No, intendiamo le motivazioni che hanno spinto a compiere quelle azioni, i ragionamenti, il senso comune, che le hanno legittimate – queste sono le cose che a nostro avviso possono apparire impenetrabili ai millennial. Prendiamo ad esempio la parola d’ordine “rifiuto del lavoro”. Come si può capire che quelle tre parole avevano un’importanza enorme non solo per noi ma per gli operai di fabbrica?
Basta guardare l’intervista con Italo Sbrogiò, leader operaio del Petrolchimico di Marghera in pensione, per rendersene conto.
Come possono capirlo quelli che sono disposti, lavorando gratis o per quattro soldi, a portar via il posto a un giornalista di quarant’anni, a un operatore televisivo, a un curatore di mostre d’arte? Di questa oscena corsa al ribasso, che abbiamo tutti sotto gli occhi, non possiamo dare la colpa solo alla pubblica amministrazione coi suoi bandi demenziali o agli algoritmi o ai padroni in genere e ai loro uffici del personale. C’è gente, tanta, disposta a vendersi per un niente pur di mettere la testa dentro qualcosa, fior di laureati, gente da spaccar loro le gambe a pensare il danno che fanno agli altri, oltre che a se stessi. Gente che non vede altro che il mercato, ma che non capisce un accidente del mercato stesso, nemmeno la regola aurea che più scendi di prezzo meno sarai capace di rialzarlo, un domani. Ecco, se qualcuno ci chiedesse in che modo utilizzare questo anniversario, in che modo cercare di far capire i valori del ’68, noi risponderemmo: spiegando le ragioni che hanno portato il lavoro intellettuale e cognitivo a difendere il suo valore, a difendere la sua dignità. Il lavoro intellettuale e cognitivo, diciamo con enfasi, perché è quello che oggi, assai più del lavoro manuale, è disposto a vendersi per un tozzo di pane o per niente.




ECN e Decoder, storia di un’avanguardia digitale

Immagine del nodo padovano di ECNOggi poche e pochi lo sanno, temo, che per buona parte dell’ultimo decennio del secolo scorso in Italia l'”avanguardia digitale” – permettetemi di chiamarla così, in maniera anche ironica – non stava tanto dentro le università, ma soprattutto fuori, nelle case delle persone e, anche e soprattutto, nelle spesso diroccate stanze dei centri sociali.

È qui, infatti, che mossero i primi passi alcune delle più famose BBS (Bulletin board system): le prime “bacheche digitali“, le antesignane del web, grazie alle quali era possibile entrare in comunicazione non mediata con altre realtà italiane e straniere, scambiarsi file, comunicare e via discorrendo. Tutte cose oggi considerate ovvie, ma non così alla fine degli anni ’80, inizi dei ’90.

La rete più famosa in Italia era Fidonet – nata in California nel 1983 grazie ad un giovane anarchico, T. Jennings, e poi diffusasi in tutto il mondo. Nel 1991 c’erano oltre diecimila nodi Fidonet, con una valutazione cauta di centomila utenti. Non pochi nodi erano italiani.

Tra i nodi italiani, alcuni arrivano direttamente dal mondo underground e dei centri sociali, ed i due più famosi sono sicuramente ECN (European Counter Network, che dal 1996 diventerà il più importante server di movimenti, ecn.org) e Decoder BBS (da cui nascerà poi la casa editrice Shake Edizioni Underground, una delle più importanti case editrici della storia dei movimenti italiani, ancora oggi attiva).
Questi nodi hanno offerto, per anni, il meglio della cultura del movimento extraparlamentare e underground italiano (ed in parte internazionale), permettendo di accedere ad informazioni, notizie, cultura, che altrimenti sarebbe stato difficilissimo – se non impossibile – recuperare altrimenti.

Oltre che nodi telematici, tanto ECN che Decoder furono prodotti cartacei, portando “tra la gente” ciò che in quegli anni era a disposizione solo di pochissimi tecnici e smanettoni.

Materiali oggi quasi completamente dimenticati e persi, se non per gli archivi privati di ex attivisti e militanti (e forse presenti in qualche archivio particolarmente avanzato), se non fosse per l’encomiabile, preziosissimo lavoro di alcuni attivisti bolognesi, che hanno creato un sito-archivio, grafton9, in cui si stanno digitalizzando ed archiviando, appunto, molte delle preziose pubblicazioni di cui sopra, ad iniziare proprio da quanto prodotto da ECN e Decoder (e non solo).

In 89 pubblicazioni 5 anni di storia dei movimenti antagonisti nel nostro paese e non solo, poiché sono numerose anche le notizie e i documenti dall’estero. È un periodo vivace, disordinato, ingenuo e creativo, spesso e volentieri dissacratorio, ma è anche il momento in cui si può assistere a un’accelerazione, alla differenziazione e alla frammentazione del dibattito, dove ai temi tradizionali del movimento antagonista – lavoro e sindacalismo di base, lotte, repressione e carcere, internazionalismo, Sudamerica, Palestina, antifascismo, nuove destre, ecc. – si aggiungono, sovrappongono e intrecciano a velocità sempre maggiore nuove tematiche e nuovi punti di vista.

Non possiamo che ringraziarli per quanto stanno facendo, sperando quanto prima di poterli aiutare in qualche modo.

Di seguito il link diretto:

https://grafton9.net/




38 anni dall’omicidio di Fausto e Iaio

Immagine di Fausto e Iaio
Fausto e Iaio

Sono passati 38 anni da quel 18 marzo 1978, ma dell’omicidio di Fausto e Iaio ancora non si sa nulla. In realtà dal punto di vista storiografico si sa tutto, si sa chi li ha uccisi – tre fascisti, di cui si sa nomi e cognomi – si sa chi non ha voluto indagare da subito negli ambienti giusti – la questura di Milano e le “forze dell’ordine”. E’ solo dal punto di vista giudiziario che, come per Piazza Fontana e per la maggior parte delle stragi fasciste che hanno insanguinato questo paese, non si sa e probabilmente mai si saprà cosa è successo e i colpevoli non verranno puniti.

Anche perché vorrebbe dire punire, in primis, lo Stato. Ed è difficile credere che lo Stato – in particolare quello italiano – sia in grado di punire se stesso.

E l’impunità continua.

Di seguito l’intervista alla sorella di Iaio, Maria, dal sito del Fatto Quotidiano di oggi due anni fa:

8 marzo 1978, Via Mancinelli, ore 19.55 di 35 anni fa. Ci descriveresti le emozioni di quella sera??

Mio fratello doveva andare a casa di Fausto a cena. Lo conoscevo, lo vedevo spesso al Leoncavallo.Quella sera ero fuori con i miei amici e al ritorno al centro ho appreso la notizia.

Continuavo a ripetermi che non fosse possibile ed il pensiero più doloroso fu per i miei genitori; quando li vidi la compassione fu il sentimento più forte. Fui subito circondata da molto affetto. Avevo solo 21 anni.

La mattina seppi che i miei erano stati prelevati dalla polizia per andare in ospedale, invece li avevano portati in obitorio.

Da tutta la città si radunarono spontaneamente in via Mancinelli moltissime persone; si svolse un corteo ma non avvenne niente di quello che chi gestiva l’ordine pubblico voleva, ossia sfogo della rabbia, repressione ma solo tanto dolore. Erano passati solo due giorni dal rapimento di Aldo Moro e quella notte non si vide un poliziotto.

Si alternarono varie versioni sulle cause, cominciarono i depistaggi poi la rivendicazione dei NAR. Il tuo pensiero in proposito??

I depistaggi iniziali ci fecero molto male e dovemmo difendere la memoria di Fausto e Lorenzo. La mano era fascista; sia noi che la madre di Fausto ne eravamo convinti.

La rivendicazione, il fatto che fossero neofascisti venuti da Roma, ci persuase si trattasse di omicidio politico, qualcosa di molto più grande di due giovani ragazzi. I fili erano mossi dall’alto. Perché proprio loro due? Questa era la domanda di tutti. Cominciò un periodo di controinformazione spontanea di singole persone, giornalisti, rischiosa perché si comprendeva che la vicenda era complessa e i mandanti in alto.

Il rapimento dell’onorevole Moro; Fausto abitava in Via Monte Nevoso; l’implicazione di Massimo Carminati; il dossier di Fausto e Iaio che scompare. C’è a tuo avviso un filo logico che lega questi episodi?

Le ipotesi formulate sulla vicenda di Via Monte Nevoso hanno avuto l’effetto di confermarmi che l’omicidio non è avvenuto per caso, come niente succede a caso. Tuttavia, non ho abbracciato le varie ipotesi: non mi è necessario per accettare di più la morte.

Anni di indagini ed, infine, l’archiviazione nel 2000. Qual è, se c’è, il segreto, la cosa indicibile che si nasconde dietro l’assassinio di tuo fratello??

L’indicibile su Fausto e Iaio? Toccherebbe in alto. Noi familiari e amici abbiamo sempre sostenuto che la verità storica è che con l’uccisione di mio fratello e Fausto si è voluto dare un segnale ad un’ intera generazione, al Movimento , colpendo due ragazzi come tanti nei quali identificarsi.

Tutto questo affetto e la solidarietà mai sopita ti danno speranza che un giorno, finalmente, si possa arrivare alla verità?

Dopo l’archiviazione nel dicembre 2000 con l’amarezza arrivò anche la consapevolezza di dover scegliere un altro modo di ricordare, al di la della rabbia e l’impotenza; decidemmo di intraprende la strada della memoria.

Questo non solo per ricordare la loro morte, ma i loro ideali, quelli di due giovani di 18 anni che amavano la vita. Abbiamo creato l’Associazione familiari e amici di Fausto e Iaio e cerchiamo di essere presenti sul territorio, con iniziative culturali e sociali, rivolte soprattutto ai giovani.

Tutto ciò fa piacere, ma non credo che il ricordare anche a distanza di 35 anni Fausto e Iaio, possa riaprire le aule dei tribunali. Mi dispiace sopratutto per Danila, mio padre, mia madre che,con dignità, continuano la loro vita di anziani malati ma circondati da tanto affetto. Nessuna giustizia,certo, ma non mi ritrovo con chi in nome di questa ed altre ingiustizie vive nella rabbia. Penso che continuare a rivendicare non faccia altro che alimentarla.

Link su Fausto e Iaio:

Sono stati scritti alcuni libri sulla storia di Fausto e Iaio, ma sono tutti fuori catalogo:

  • AA.VV., Fausto e Iaio: 18 marzo 1978. Trent’anni dopo. Con DVD, Costa & Nolan, 2008:
  • Daniele Bianchessi, Fausto e Iaio, Dalai Editore, 1996

Magari li trovate in qualche biblioteca decente.

Immagine del murale per Faussto e Iaio in via Mancinelli a Mialano
Il murale per Faussto e Iaio in via Mancinelli a Mialano

 




Servono nuovi occhiali per la sinistra

Leggo con interesse, come sempre, la recensione che Gianpasquale Santomassimo fa dell’ultima fatica dello storico Guido Crainz “Storia della Repubblica. L’Italia dalla Liberazione ad oggi”, edito per i tipi della Donzelli (che NON ho letto!).

[Parlando] del «lungo Sessantotto» italiano, […] una delle critiche (che è in larga misura anche autocritica generazionale da parte di Crainz) rivolte alla politica nata a sinistra del Pci consiste nel rilevare che «svanì anche la possibilità di una alternativa laica e moderna alle “due chiese” dominanti, quella cattolica e quella comunista: ci si limitò a erigere all’ombra di quest’ultima, e in polemica con essa, un microscopico edificio molto composito (segue elenco dei gruppi extraparlamentari) destinato a crollare di lì a poco». Questa alternativa però era totalmente impensabile nella cultura di quel tempo, e sembra più che altro la proiezione retrospettiva di quella koiné tardoazionista che è divenuto l’approdo più diffuso di gran parte della generazione che un tempo si sentiva rivoluzionaria.

Qui mi pare che, tanto in Santomassimo quanto in Crainz , si continui a voler dimenticare – ad obliare – che tanta parte della sinistra extraparlamentare nata nel ’68, che poi è continuata a vivere – bene o male – almeno fino al 2001, ha avuto tra i suoi obbiettivi principali proprio quello di uscire dal binomio di ferro Dc-Pci (che, ricordiamolo, proprio dalla metà dei ’70 in poi si allearono), cercando una “terza via” al partito di Gramsci, Togliatti e Berlinguer.

Come anche è singolare l’accusa ai movimenti giovanili di non essere stati capaci di costruire «nuove regole» al posto di quelle che venivano contestate e abbattute: compito storico che – al di là dell’ossessione tutta recente per le «regole» – non poteva certamente venire attribuito a movimenti di contestazione, ma è addebito che andrebbe rivolto alle classi dirigenti.

Anche qui c’è la tipica miopia dei figli del Pci: le “nuove regole” le possono scrivere solo le “classi dirigenti”. Il popolino può, al massimo, “contestare”.

Con questo tipo di “occhiali” non si potrà mai scrivere una storia di quegli anni, del decennio 1968 – 1978 – ma anche di quelli più recenti – esaustiva e lucida.

Le “nuove regole” della politica non solo sono state scritte, ma hanno iniziato ad essere praticate proprio in quegli anni:

democrazia diretta, assemblearismo, metodo del consenso; sono tutte “pratiche” che non nascono con il ’68 – gli anarchici, per esempio, le “praticano” da decenni – ma diventano “di massa” in quegli anni. Non per tutti, sicuramente, ma si diffondono sempre di più, fino a diventare condicio sine qua non di tanti gruppi. Fino a diventare il marchio di fabbrica di gruppi extraparlamentari che, negli anni successivi ai ’70, hanno fatto la storia dei movimenti fino ad oggi: dai punk ai centri sociali, da indymedia ad Occupy Wall Street, dall’hackmeeting ad Anonymous.

Quando poi Santomassimo descrive, brevemente, l’Italia riformista degli anni ’60

bisognerebbe riconoscere che vi è stato un particolare meccanismo riformatore fondato sull’intreccio di lotte sociali e civili (e di iniziativa politica) che modificavano i rapporti di forza e trovavano una democrazia parlamentare disposta ad ascoltare, mediare e deliberare

si fa fatica a credere che stia parlando di quella stessa classe politica che, alle contestazioni, proteste e lotte degli anni ’68-69, rispose con la “Strategia della tensione” (strategia messa a punto proprio a partire dal l’inizio della stagione riformista di metà anni ’60): le bombe nelle piazze, nel treni, usando il peggio fascistume come manovalanza.

Le grandi conquiste riformiste di fine anni ’60 e degli anni ’70 (dallo Statuto dei lavoratori al divorzio all’aborto, per citare solo le più famose) sono state imposte ai governi di quegli anni dai movimenti extraparlamentari e dalla società civile; anche a Pci e Cgil, tanto che appena hanno potuto, non ci hanno pensato un secondo a cancellare tutto, dal referendum sulla scala mobile dell’85 agli accordi del 31 luglio 1992, all’abolizione del proporzionale con i referendum sostenuti dal Pds di D’Alema e Veltroni nel ’93 al “Job acts” renzista di questi ultimi anni.

Finisce Santomassimo chiedendosi, con “gli storici del futuro”

come un grande paese industriale abbia potuto, praticamente senza una vera discussione, sottoporsi a un meccanismo con ogni evidenza destinato a impoverirlo e a tagliare alla radice le basi della sua crescita.

Sono gli eredi del Pci di Berlinguer e Napolitano – i D’Alema, i Veltroni, i Fassino, etc etc – ad aver dato un contributo fondamentale alla fine della prima e alla costruzione della seconda repubblica così come la conosciamo oggi. Renzi, premier non eletto (unico caso in Italia, che io sappia), è frutto dell’ultima “vittoria” del centro – “sinistra”, mica di Berlusconi o di Grillo.

Non ci stupiamo, quindi, se è così faticoso interpretare il presente, quando schemi ideologici ormai preistorici sono ancora oggi la bussola di tanti intellettuali di sinistra.




2 febbraio 1977: l’inizio della grande rivolta

LA PISTOLA Y EL CORAZON
2 febbraio 1977: l’inizio della grande rivolta

Dedicato a Leonardo Fortuna detto Daddo (20 settembre 1955 – 17 febbraio 2011), alla moglie Francesca e alla figlia Nina.

La pistola y el corazon” racconta la storia di due scatti del fotografo Tano D’Amico che sono a nostro avviso la sintesi iconografica di un anno fondamentale per la storia contemporanea del nostro paese.

Immagine di Daddo e Paolo il 2 febbraio 1977 a RomaDedicato a Leonardo Fortuna detto Daddo (20 settembre 1955 – 17 febbraio 2011), alla moglie Francesca e alla figlia Nina.

Roma, 2 febbraio 1977, piazza Indipendenza

“Il corteo si dirige verso piazza Indipendenza per raggiungere Magistero che, nel frattempo, è stato occupato. All’angolo di piazza Indipendenza sostano una decina di persone sulla cui identità non sarà mai fatta chiarezza. Sulla coda del corteo piomba una 127 bianca targata Roma S48856. E’ una civetta della Questura. La macchina viene fermata a colpi di sampietrini. Ne esce l’agente Domenico Arboletti, 24 anni. Incomincia una sparatoria che, secondo alcune testimonianze, coinvolge alcune delle persone ferme sull’angolo di Piazza Indipendenza. L’agente Arboletti si accascia colpito alla testa. E’ gravissimo e rimarrà fra la vita e la morte per più di un mese. Contemporaneamente l’autista della 127 impugna il mitra e fa fuoco contro le coda del corteo che si era disgregata dopo i primi colpi. Sono raggiunti da proiettili e feriti gravemente Leonardo Fortuna (Daddo), 22 anni, e Paolo Tomassini, 24 anni” (Piero Bernocchi, Dal ’77 in poi, Roma, Erre Emme, 1997; pag. 146).

Da un’idea di “gli amici di Daddo“: Lanfranco, Giancarlo, Claudio, Paolo, Turi, Giorgio, Sergio e Gibo,

Scritto da:
Claudio D’Aguanno
Maurizio ‘gibo’ Gibertini

Operatori di ripresa:
Manuela Costa
Maurizio ‘gibo’ Gibertini

Realizzazione e montaggio:
Maurizio ‘gibo’ Gibertini

Un doveroso ringraziamento a:
Tano D’Amico
Luca Cafagna
Paolo Tomassini
AAMOD -Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico
e a tutti coloro che anche con atteggiamento solidale hanno contribuito alla realizzazione di questo tributo

Tutti i materiali di repertorio sono stati reperiti liberamente in rete

Questo lavoro è tutelato dal protocollo Creative Commons Attribution license (reuse allowed); coloro che volessero riprodurlo e/o utilizzarlo sono pregati di farcene segnalazione




1984: quando il Pci salvò Andreotti

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (D) con Giulio Andreotti in una immagine di archivio  ANSA/ENRICO OLIVERIO- U.S. PRESIDENZA REPUBBLICAPrendo pari pari un articolo pubblicato pochi giorni fa da contromaelstrom, blog di controinformazione:

Trentanni fa, 1984, primi giorni di ottobre.

La Commissione parlamentare per l’indagine sui crimini commessi da Michele Sindona, in particolare sui legami Mafia, Banche, Partiti, Vaticano, P2, che aveva dominato l’Italia, giunse a delle conclusioni terribili. Su queste conclusioni si svolse un dibattito parlamentare dal quale emerse, per iniziativa di parlamentari radicali (Aglietta, Teodori, Melega), una mozione di sfiducia verso Giulio Andreotti, allora ministro degli esteri che, dai lavori della Commissione, risultava assai coinvolto in quelle faccende.

Il presidente della camera Nilde Iotti accordò il voto segreto, richiesto dai radicali, su questa mozione.

Sembrava scontata la maggioranza contro Andreotti: molti parlamentari democristiani avrebbero votato contro Andreotti, i partiti laici e i 198 voti del Pci avrebbero mandato a casa il “divo”.

Il 4 ottobre si vota. Risultato: la mozione viene respinta con 199 voti contrari e 101 a favore.

Il gruppo parlamentare comunista aveva annunciato il giorno prima che non avrebbero partecipato al voto, astenendosi. Chi aveva fatto questo annuncio e si era battuto per l’astensione era stato il Presidente dei deputati comunisti Giorgio Napolitano.

La stampa del giorno dopo titolava ovviamente: «Il PCI salva Andreotti». La base del Pci andò su tutte le furie, scazzottate nelle sezioni, sedie che volavano e il segretario Alessandro Natta fu costretto a smentire Napolitano, affermando che il partito era estraneo alla decisione dell’astensione, che l’iniziativa era stata dei parlamentari. Natta, per cercare di recuperare la orribile figuraccia dei parlamentari, affermò che «nessuno può intendere il voto di astensione come assoluzione» e che quindi «il ministro degli esteri si sarebbe dovuto dimettere».

Tutti sappiamo che Andreotti non si dimise, anzi aumentò le opportunità per il premierato.

Le voci dei giorni seguenti confermarono che l’iniziativa dei parlamentari del Pci di non votare e salvare Andreotti era stata caldeggiata da Giorgio Napolitano.

Era il 1984, ma la trama non era quella del libro omonimo di George Orwell… era peggio!!!

Negli anni successivi si capì perché.

Oggi è lampante! Questi ci governano!

E noi?

E noi, si chiede giustamente l’autore? E noi siamo qui, con gli eredi di Napolitano e di quel (?) Pci, a vederci distruggere il paese per gli interessi di lobby, multinazionali e sciacalli vari. In silenzio.

Per quanto ancora?




Ricordare Berlinguer

Immagine dela copertina del libro "L'orda d'oro" di Nanni Balestrini e Primo Moroni
La copertina del libro “L’orda d’oro” di Nanni Balestrini e Primo Moroni

Per ricordare Enrico Berlinguer non posso fare a meno di usare uno dei testi fondamentali per capire la storia italiana del secondo ‘900, L’orda d’oro di Primo Moroni e Nanni Balestrini:

Sospinto dalla vittoria elettorale del ’76 e dall’adesione (per lo piú in funzione servile e funzionariale) di un enorme numero di intellettuali con la vocazione a fare i burocrati del consenso, il Partito comunista giunse fino a formulare la piú delirante e suicida delle parole d’ordine: la classe operaia si fa Stato. Fare questa affermazione, lanciare questo slogan nel momento in cui la crisi distruggeva posti di lavoro e lo Stato si preparava ad attaccare i non garantiti e gli stessi operai non pacificati, voleva dire lanciare il seme della discordia dentro il movimento in lotta, dentro la sinistra e dentro il proletariato. Quel che accade dopo, nel ’77, non é che una parziale conseguenza di questa politica di divisione (come vedremo del resto nel capitolo dedicato alla discussione fra gli intellettuali svoltasi nel ’77). Ma é stato il Pci che piú di tutti ha pagato le conseguenze della paviditá teorica e della subalternitá politica della strategia del compromesso storico e della statalizzazione degli operai.

[… ]

Avendo rifiutato in modo preconcetto ogni proposta proveniente dal proletariato autonome non garantito, e avendo sposato in maniera acritica le esigenze del capitalismo italiano che pretendeva di dover ristrutturare per poter uscire dalla crisi, il movimento operaio rinunciò a muoversi nella direzione di una campagna di lotta, di rivendicazione e di trasformazione, che pure emergeva dalle lotte operaie, dalla contestazione giovanile e dalle richieste dei disoccupati: la campagna per la riduzione generate dell’orario di lavoro.

[…]

Quando, nel ’77, prima le assemblee operaie autonome, poi le istanze di movimento, poi addirittura un’assemblea nazionale operaia (il Lirico dell’aprile) e anche ampi settori del sindacato lanciarono la parola d’ordine: lavorare meno lavorare tutti, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, il Partito comunista respinse questa prospettiva come se si trattasse di una provocazione.

[…]

Pagò questa chiusura e questo servilismo filopadronale quando, solo tre anni dopo, Agnelli – ormai rinfrancato perché i comunisti lo avevano aiutato ad espellere dalla fabbrica il “fondo del barile” (espressione del comunista antioperaio Adalberto Minucci) – cacció fuori quarantamila operai e distrusse l’organizzazione operaia e l’intera forza dello stesso Partito comunista. Comincia in quel momento la crisi senza sbocchi del Partito comunista italiano.

Ecco, Enrico Berlinguer era non solo il Segretario di QUESTO Partito Comunista. È stato anche il teorico principale del compromesso storico, della politica dei sacrifici; ma, soprattutto, sempre usando le parole di Moroni – Balestrini:

A partire dalla fine degli anni Settanta è stato messo in opera in Italia un gigantesco meccanismo di falsificazione della storia di quel decennio, che nella desolante definizione di “Anni di Piombo” trovava la sua sintesi linguistica. E […] l’occultamento e la falsificazione hanno avuto nel PCI (Partito Comunista Italiano) di Enrico Berlinguer il motore principale e il braccio giudiziario.

introduzione all’edizione tedesca de “L’Orda d’oro” di Primo Moroni

Ecco, questo è stato Enrico Berlinguer. E non ne sento assolutamente la mancanza.




Le Foibe secondo Cristicchi

Immagine di Simone Cristicchi, autore dello spettacolo "Magazzino 18" sulle Foibe
Simone Cristicchi

Per l’ennesima volta mi ritrovo a dover ringraziare il collettivo dei Wu Ming, non solo per i romanzi che pubblicano (in Creative Commons, tra l’altro), ma anche per l’enorme battaglia quotidiana contro le distorsioni – se non contro le invenzioni – della storia del nostro paese.

Oggi torno, grazie a loro, a parlare di Foibe.

Sul loro sito i Wu Ming fanno parlare uno storico triestino, Piero Purini, che da tempo narra questa storia usando gli strumenti che gli sono propri – quelli dello storico – e i risultati sono assai diversi dalla vulgata fascio-nazionalista in cui siamo ormai immersi. E Purini torna a parlare delle Foibe raccontandoci e commentando il recente spettacolo del cantante Simone Cristicchi, Magazzino 18. E quel che ci racconta è, almeno per me, demoralizzante. Se non peggio.

La complessità etnico-linguistico-nazionale del territorio è liquidata dicendo che «per questo fazzoletto di terra ci sono passati tutti: italiani, austriaci, francesi, ungheresi, slavi». Già con questa descrizione Cristicchi può creare confusione nel pubblico: lo spettatore inconsapevole non sa che in questo territorio c’erano popolazioni autoctone (italiani, sloveni e croati) presenti da secoli, spesso fuse e mescolate tra loro […]. Esisteva anche una comunità di diverse decine di migliaia di persone di lingua tedesca, che risiedeva sul territorio da almeno 120 anni, e una miriade di piccole ma culturalmente vivacissime comunità non italiane: ebrei, serbi, cechi, greci, armeni, svizzeri, rumeni, turchi.

Una complessità che viene meno, come sempre accade in questi casi, a favore di una visione nazionalistica tout court: come se essere di ceppi linguistici o nazionali diversi dovesse per forza diventare una barriera invalicabile e “naturale”. E non, come invece è, una questione culturale, modificabile, contestabile. Anche sull’essere “italiani” ci sarebbe da analizzare parecchio, proprio per capire perché successero certe cose, come nacquero certi conflitti:

Probabilmente la maggior parte degli italofoni residenti a Trieste o a Gorizia avevano la percezione di sé come fedeli sudditi asburgici, mentre l’irredentismo era appannaggio di una limitata ma rumorosa minoranza di altoborghesi (che proprio per la loro posizione sociale riusciva ad amplificare a dismisura le tesi favorevoli all’Italia) e di un’altrettanta sparuta minoranza di giovani contestatori che vedevano nel mito dell’Italia la contrapposizione ad un’Austria percepita come vecchia, bigotta ed opprimente.

Quello che manca completamente nello spettacolo di Cristicchi, così come in tutta la vulgata sulla questione Foibe, è la storicizzazione del fenomeno. Anche per Wikipedia quando si parla di Foibe

si intendono gli eccidi ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia, occorsi durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra. Il nome deriva dai grandi inghiottitoi carsici dove furono gettati i corpi delle vittime, che nella Venezia Giulia sono chiamati, appunto, “foibe”.

Ma le cose, ci dice Purini, non stanno così. Infatti:

Ciò che Cristicchi dimentica è che questo equilibrio e questa (fragile) convivenza non furono interrotte dal fascismo – come sostiene in Magazzino 18 -, ma già dalle autorità militari italiane subito dopo la conquista del territorio nel 1918 […]. Cristicchi dimentica che le autorità militari italiane già nel novembre 1918 chiusero tutte le scuole della comunità tedesca della Venezia Giulia trasformandole in buona parte in caserme;

dimentica che insegnanti tedeschi, sloveni e croati persero il lavoro, furono espulsi o addirittura internati perchè continuavano ad insegnare clandestinamente nelle loro lingue;

dimentica che migliaia di reduci dell’esercito austroungarico non poterono tornare alle proprie case perchè le autorità militari permettevano il rientro ai soli reduci di lingua italiana;

dimentica che già nel primo anno di occupazione (1918-’19) l’intellighenzia culturale slovena e croata (850 persone tra sacerdoti ed insegnanti) venne internata nel Meridione perché rappresentava il veicolo di sopravvivenza della lingua e della cultura delle due minoranze;

dimentica che vi fu una campagna di delazione nei confronti di chi in casa parlava ancora tedesco, o che molti di coloro che erano definiti “austriacanti” (anche di lingua italiana) vennero fatti salire senza troppe cerimonie sui treni e spediti a Vienna o a Graz.

Dal 1918 al 1920 la vox populi locale parlò di oltre 40.000 partenze dalla sola Trieste verso Austria e Jugoslavia.

 Cristicchi dimentica (o non sa) che l’esodo da Pola di cui parla nel suo spettacolo fu preceduto da un altro che nel 1918-’19 vide la partenza di oltre un terzo degli abitanti, e che fu questo esodo a rendere la popolazione così compattamente italiana, dal momento che se ne andarono la stragrande maggioranza dei tedeschi e una parte consistente dei croati e degli sloveni.

 Cristicchi ignora che nel periodo tra le due guerre oltre 100.000 abitanti della Venezia Giulia partirono per Jugoslavia, Austria o Argentina perché le condizioni del territorio sotto l’Italia erano per loro invivibili;

dimentica – o più probabilmente non sa, perchè la storiografia italiana non ne ha quasi mai parlato – che nel 1919 più di mille ferrovieri tedeschi e sloveni del compartimento di Trieste vennero pretestuosamente licenziati in tronco durante uno sciopero e spediti in Austria e in Jugoslavia per poterli sostituire con personale ferroviario italiano;

dimentica che lo Stato italiano portò avanti una campagna di insediamento di italiani provenienti soprattutto dal Veneto e dalla Puglia per sostituire i non italiani che erano partiti e che dal ’18 al ’31 furono quasi 130.000 gli immigrati nella Venezia Giulia, un numero tale che le autorità dovettero addirittura proibire l’immigrazione nelle nuove province, perché la situazione economica del territorio non permetteva di fornire occupazione a tutti.

I primi immigrati ad arrivare furono 47.000 tra militari, carabinieri, poliziotti, guardie carcerarie, che dovevano imporre un controllo di stampo quasi coloniale alle nuove terre […].

Cristicchi, poi, dimentica (ma più probabilmente ignora) che nel settembre del 1920, per piegare un sciopero, l’esercito cannoneggiò le case del rione “rosso” di San Giacomo, caso unico nella storia d’Italia di uso dell’artiglieria pesante contro un centro abitato in tempo di pace.

Ho citato questo lungo brano per evidenziare come, fin dal 1918, alla fine della Prima Guerra Mondiale, in quei territori fosse stata innescata – da parte italiana – una dinamica di scontro razziale, etnico, nazionalista – di fatto fascista – volto ad italianizzare un realtà che da tantissimo tempo era mista e in equilibrio, per quanto precario.

In nessuna cronaca giornalistica si legge quanto sopra: la barbarie delle foibe è esclusivamente slava, figlia dell’odio comunista e via delirando. Che fosse qualcosa della piccola editoria nostalgica non sarebbe un grande problema, ci siamo abituati. È quasi un fenomeno folkloristico, li si lascia giocare coi loro deliri. Il problema reale, enorme, è che questa, da essere la bieca vulgata neofascista è passata per essere la vulgata nazionale, con tanto di festa comandata. Dai deliri di Veneziani a quelli di Pansa, fino a quelli di Violante e Napolitano.

Ma il meglio di se, ci dice Purini, Cristicchi lo da quando si arriva alla Seconda Guerra Mondiale ed alla Resistenza. Purini ci ricorda che la Jugoslavia ebbe un milione e centomila vittime su una popolazione di 15 milioni (solo a titolo di paragone l’Italia su 43 milioni ebbe circa 450.000 vittime). E che molte di queste furono vittime delle atrocità perpetrate dagli alleati nazisti e fascisti.

I partigiani, nel racconto di Cristicchi, ad un certo punto «scendono dalle montagne dell’interno dove sono accampati» ed iniziano a girare casa per casa alla ricerca delle loro vittime su cui sfogare la propria vendetta.

Cristicchi omette di dire che i partigiani non fecero campeggio in montagna per poi andare ad ammazzare gli italiani: sostennero una lotta durissima contro le forze dell’Asse, contro i nazifascisti e dopo l’8 settembre 1943 contro i tedeschi e contro i collaborazionisti italiani che continuarono a combattere a fianco dei nazisti.

Inoltre, quando parla dei partigiani Cristicchi li descrive sempre come «bande», «titini», «ribelli» rimuovendo il fatto che i soldati di Tito non furono bande feroci e selvagge, bensì un esercito che combatteva contro l’Asse e considerato parte integrante delle forze alleate.

In perfetto stile berlusconiano – per cui a Ventottene si stava in villeggiatura – Cristicchi ci racconta dei partigiani jugoslavi al campeggio. Questo passaggio ci permette di vedere “dal vivo” quanto sia facile, se accecati dal nazionalismo, dire bestialità veramente difficilmente difendibili.

Si arriva così al nocciolo della questione: le Foibe. E su questo punto Purini non fa sconti. Cito per intero:

Innanzitutto Cristicchi omette la distinzione tra le cosiddette «foibe istriane» (1943) e le «foibe triestine» (1945). Le prime furono una sorta di jacquerie, di rivolta contadina contro chi aveva detenuto il potere fino ad allora, in cui la rappresaglia politica potè mescolarsi in alcuni casi a vendette personali. Cristicchi esclama: «Sta gente è stata ammazzata in tempo de pace!», ma dimentica che nel settembre ’43 c’era ancora la guerra.

Sulle foibe triestine, Cristicchi sfrutta il solito luogo comune secondo cui tutte le vittime sarebbero state infoibate. Come sa chiunque si occupi anche lontanamente dell’argomento, gli scomparsi del maggio ’45 finiti effettivamente nelle voragini carsiche sono stati una minoranza: qualche decina di persone. Gli altri furono deportati in quanto appartenenti a forze armate che avevano combattuto contro l’esercito jugoslavo, al pari di quanto accadde agli italiani catturati da inglesi, francesi, americani e russi. Le condizioni della prigionia non erano certamente delle più facili (ma i soldati catturati in Russia o in Africa non ebbero condizioni migliori); va detto però che buona parte di chi non aveva responsabilità personali riuscì a tornare.

Per fascisti e collaborazionisti vennero allestiti processi che si conclusero anche con condanne a morte. Il fatto però che le persone venissero liquidate «in quanto italiane» è smentito sia dal fatto che alcuni fascisti colpevoli di crimini vennero liberati dagli jugoslavi che non li riconobbero (il che la dice lunga sulla «terribile efficienza» della polizia segreta jugoslava), sia dai numeri. Cristicchi dà cifre vaghe (500, 5.000, 10.000, 14.000), mentre quasi tutti quelli che sono andati a spulciarsi uno per uno le liste dei “desaparecidos” concordano su un numero tra 1.000 e 2.000 persone. Cifre analoghe a quelle dei morti negli ultimi giorni di guerra a Genova, a Torino o in Emilia. Dove però mai nessuno è stato ucciso «in quanto italiano». Mi sembra dunque che questi numeri siano la riprova numerica del fatto che in queste terre le esecuzioni del maggio ’45 non hanno risposto ad una logica di pulizia etnica, bensì siano state la – purtroppo – fisiologica resa dei conti di un conflitto che era stato atroce e fortemente ideologico.

Finisco qui, consigliandovi di leggere tutto l’articolo, ben scritto, documentato, preciso. Lavoro di storico che si presta alla cronaca, senza falsare, senza nascondersi, senza inventare storie che non ci sono. Una storia, quelle delle Foibe, da leggere e da ragionare. NON perché sia una storia particolarmente feroce, come ci vogliono far credere i nazionalisti democratici, ma per l’esatto contrario: è un caso lampante di manipolazione della storia a fini propagandistici. Nel 2014.

Per questo mi sento di consigliarvi i libri del nostro, di Purini:

Metamorfosi etniche. I cambiamenti di popolazione a Trieste, Gorizia, Fiume e in Istria. 1914-1975, Kappa Vu Edizioni; ma anche, per la stessa casa editrice, del fondamentale testo di Claudia Cernigoi, Operazione Foibe. Tra storia e mito.

Buone letture. Per non dimenticare.




Giornata della memoria: non dimentichiamo il Porrajmos

Immagine di bimbi Rom e Sinti in un campo di concentramento nazista
Porrajmos

Arriva la Giornata della Memoria e con essa, implacabile, arriva la bile.

Oggi il “merito” di aver innescato il fiotto è dello store online di ebook Bookrepublic, che decide di ricordare con una selezione di libri. Quella che potete trovare all’indirizzo sottostante:

http://www.bookrepublic.it/ebook-promo/gennaio-2014/giornata-della-memoria-2014/

Se aprite quel link troverete una messe di libri, molti dei quali – se non tutti – assolutamente interessanti, che vi accompagneranno in questa giornata nata “per non dimenticare”. Lo stesso faranno sicuramente giornali, televisioni, radio, con trasmissioni ad hoc, articoli, interviste e quant’altro ci venga in mente.

Tutte – o quasi – avranno la caratteristica che trovate aprendo il link di cui sopra, quella della memoria a indirizzo unico, monotematica, buona per un solo soggetto:

gli ebrei.

L’Olocausto NON ha avuto a che fare solo con gli ebrei, per quanto siano stati il gruppo religioso con il maggior numero di vittime (6 milioni su 15). L’Olocausto ha mietuto altri milioni di vittime, che però NON vengono praticamente mai ricordate, se non di sfuggita e pure con un po’ di fastidio. D’altronde i tristi compagni di tragedia degli ebrei sono stati i Rom e i Sinti (di cui si calcola non meno di 500 mila vittime), ma che fai, ricordi gli zingari? Quelli che rubano i bambini e fanno l’elemosina per strada? Sei matto?! Poi ci sono gli omosessuali (circa 600 mila vittime), ma anche qui, vorrai mica parlare in tv dei finocchi?! Che la guardano i bambini…. Poi i testimoni di Geova, varie altre confessioni, per finire con quelli che Wikipedia chiama dissidenti, cioè gli oppositori politici al nazismo, ad iniziare dai comunisti per passare per gli anarchici. Gli oppositori politici sono stati i primi, cronologicamente parlando, a finire nei campi di concentramento. E gli ultimi ad uscirne. Ma di sta gente è meglio non parlarne, peggio degli zingari e dei finocchi…

No, niente bile. Non vale la bile, la rabbia, il disgusto per quel che si vede accadere oggi – e ieri – e accollarlo a chi non è stato mai responsabile degli errori altrui. Il disgusto è di oggi, per l’ipocrisia pelosa di chi santifica il più forte – di oggi – e dimentica il più debole – di oggi e di ieri.

Ma chi, ieri, debole e impotente, ha subito il martirio del campo di concentramento, dell’essere trasformato nel nulla da distruggere; bene, per coloro, per tutti coloro – i tanto ricordati e i vergognosamente dimenticati – per TUTTI coloro non si può non lavorare, quotidiamente, perché certe cose – più tremendamente vicine di quanto si possa mai temere – NON possano accadere MAI più.

A nessuno.

Oggi, domani, fra una settimana, ieri, dobbiamo ricordare. Non si può, non si deve, ricordare una tantum, come festa comandata. Bisogna ricordare, perché solo chi ricorda può sperare di non commettere di nuovo certi orrori.

Quindi dobbiamo – come dice Moni Ovadia – attuare una memoria attiva, qualcosa a cui aggrapparsi, perché ci faccia vedere nell’altro – a prescindere da tutto – qualcuno di interessante con cui condividere. A prescindere da tutto.

Mi attenuano leggermente questo ennesimo attacco di bile Ecco allora che mi rendono felice alcuni progetti meritori, belli, quelli che vengono dal basso, dalle piccole (o grandi) azioni delle persone normali.

Come il progetto dedicato alla “Giornata della Memoria” della scuola media di Cinigiano (Gr), in cui si parlerà di tutte le vittime dell’Olocausto, e non solo degli ebrei.

O lo splendido DVD edito da A – Rivista anarchica A forza di essere vento, con interviste, documenti, documentari e quanto NON si trova nei canali ufficiali della memoria.

Finisco il pippone proponendovi il capitolo che il maggior storico italiano dei popoli Rom e Sinti, Santino Spinelli (che è anche poeta, cantante, regista) ha dedicato al Porrajmos, lo sterminio nazista di Rom e Sinti: Rom, Genti libere, Baldini e Castoldi, 2012

«Porrajmos»: un genocidio infinito, di Santino Spinelli

Con il termine Porrajmos o Porajmos (forma sostantivata del verbo porav- = divorare, ingoiare), che significa «divoramento», si ricorda il genocidio di almeno 500 mila Rom e Sinti, vittime dell’odio nazi-fascista durante la Seconda Guerra Mondiale. Le cifre variano da un minimo di 500 mila a un massimo di un milione e mezzo di vittime1 Il Porrajmos, in pratica, è l’equivalente della Shoà degli Ebrei, ma non è altrettanto conosciuto (si è fatto in modo che ciò avvenisse). Molte comunità romanès preferiscono al termine Porrajmos, che in molti dialetti della lingua romanì ha una connotazione sessuale, quello di Samudaripen o Samudaripé («uccisione totale», genocidio) o Baro Romanò Meripen («la grande morte», genocidio). Per capire a fondo questa pagina di storia della popolazione romanì occorre partire da lontano.

Dalla seconda metà del XVIII secolo iniziarono studi e ricerche per meglio conoscere le comunità romanès che da secoli continuavano a girovagare per l’Europa. I Governi europei, nonostante misure repressive spietate, non riuscivano a eliminarli. Per capire chi realmente fossero, si svilupparono studi scientifici. Soprattutto la lingua fu oggetto d’indagini. La scoperta delle origini indiane portò alla nascita della moderna romanologia e a un interesse interdisciplinare nei confronti della popolazione romanì. Studi e ricerche si moltiplicarono come non accadde mai in precedenza; nel 1888, dopo l’interesse suscitato dai romanzi di George Borrow, nacque in Inghilterra la prima rivista dedicata al mondo romanò: «Journal of the Gypsy Lore Society», tuttora esistente (la nuova serie viene pubblicata in America).

Nel XIX secolo il Positivismo sviluppò studi antropologici che predicavano la predisposizione «razziale» al delitto. L’odio secolare nei confronti delle famiglie romanès non cessò mai di alimentarsi: nel 1832, in Germania, fu costruito a Friedrichslohra presso Nordhausen un internato per ospitare i bambini Sinti strappati alle loro famiglie, così come numerose furono le pubblicazioni in cui si ribadiva la loro presunta pericolosità e la loro presunta inferiorità etnica. Cesare Lombroso nel 1856 pubblicò il libro L’uomo delinquente, condannando irrimediabilmente le comunità romanès, mentre J. A. de Gonineau nel 1855 pubblicò il Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane. Queste pubblicazioni, che ebbero una larga diffusione, posero le basi per le teorie razziste e influenzarono i politici nell’attuazione di provvedimenti contro le famiglie romanès. Tali misure rispecchiavano l’idea della prevenzione sociale attraverso una schedatura dei gruppi romanès e maggiori informazioni su di loro. In Austria furono emanate leggi che regolavano il trattamento di polizia dei Rom e Sinti: nel 1871, si applicò la legge sull’espulsione con foglio di via; nel 1873, la legge sul vagabondaggio e, nel 1888, venne emanato il decreto sugli «zingari» in cui per la prima volta si evidenziò il «problema zingari». In Germania, sia durante il periodo dell’Impero (1871-1919), che durante la Repubblica di Weimar (1919-1933) lo sforzo delle autorità fu quello di porre le comunità romanès in un luogo specifico per meglio controllarle e per tenerle separate dalla popolazione tedesca2 Da una parte si voleva la loro sedentarizzazione, ma dall’altra si desiderava relegarle fuori dalle città. Il Cancelliere Bismarck nel 1886 raccomandò l’espulsione di tutte le comunità romanès straniere alle autorità competenti in modo da liberare il territorio dalla «piaga zingara»3. L’esigenza di un maggior e più rigido controllo portò nel 1899 alla nascita in Baviera, nella città di Monaco, della Zigeunerzentrale, un ufficio di polizia con compiti specifici di controllo e schedatura della popolazione romanì sotto la direzione di Alfred Dillman4.

Alla fine del XIX secolo nacquero dottrine, come l’Eugenetica, che intendevano migliorare la razza umana attraverso la selezione naturale. Il fondatore dell’Eugenetica fu Francis Galton, che auspicava interventi diretti al controllo e alla salvaguardia del patrimonio ereditario di una razza, dottrina che divenne nota come «igiene razziale». All’inizio del Novecento, in molti Paesi europei circolavano riviste che si occupavano di Eugenetica e iniziarono a svilupparsi teorie in difesa della «purezza della razza». Nel mondo scientifico tedesco le teorie a sfondo razzista riguardanti le comunità romanès si affermarono sempre di più. Fu il preludio della politica di sterminio che si sviluppò in Europa. Era necessario, dunque, risolvere il «problema zingari» poichè «inquinava» la purezza della «razza ariana» e questo concetto trovò la sua piena attuazione sotto i regimi nazi-fascisti. Hitler fu il primo in Europa a fare dell’ «igiene razziale» una questione di preminente interesse nazionale. Il nazismo si appoggiò al darwinismo sociale per giustificare e propagandare la superiorità della razza bianca su quella nera e della superiorità della razza ariana sulle altre razze bianche.

Nel 1905, Alfred Dillman pubblicò in Germania il risultato delle sue ricerche nel Zingeuner-Buch, uno studio contro «la piaga zingara» con foto e nomi di circa 3.500 Rom e Sinti, presunti «pericolosi», molti dei quali, in realtà, incensurati o con reati lievi5 Ciò pose le basi per lo sterminio di numerose famiglie romanès pochi decenni dopo.

La cattiva predisposizione delle popolazioni europee verso i «diversi» in generale e le comunità romanès in particolare, i forti sentimenti nazionalistici che pervasero il Continente, gli studi pseudoscientifici e la propaganda politica portarono all’affermazione delle teorie nazi-fasciste della superiorità razziale. Le misure repressive iniziarono ad avere carattere persecutorio e furono attuate sistematicamente sulla popolazione romanì con crescente ferocia e disumana perseveranza.

Nel 1912, in Francia il Governo Clemenceau approvò una legge repressiva su base etnica che obbligava tutti i membri delle famiglie romanès a detenere un documento antropometrico, una misura, questa, alla quale non erano sottoposti gli altri cittadini francesi. Questo provvedimento restrittivo e discriminatorio sarà abrogato solo nel 1969.

Nel 1920, in Germania lo psichiatra Karl Binding e il giudice Alfred Hoche scrissero un libro dal titolo Lo sradicamento delle vite indegne di essere vissute in cui facevano appello per la sterilizzazione di coloro che essi consideravano ballastexistenzen (vite inutili).

Nel 1920, in Germania era fatto divieto ai Rom e Sinti di entrare nei parchi e nei bagni pubblici.

Nel 1925, fu organizzata una conferenza sulla «questione zingara»: il risultato fu la richiesta di inviare Rom e Sinti nei campi di lavoro «per ragioni di sicurezza sociale» e la richiesta di una carta identificativa con le impronte digitali adottata due anni dopo6.

In Svizzera nel 1926, una società filantropica al di sopra di ogni sospetto, la Pro Juventute, istituì «un’opera di soccorso per i bambini della strada maestra»7. La realtà fu che l’amministratore dell’organizzazione, Alfred Siegfrid (un pedofilo secondo le testimonianze delle vittime) fece sottrarre alle famiglie romanès e jenische8, con l’aiuto della polizia e delle autorità locali, numerosi bambini ai quali si faceva credere che i genitori li avevano abbandonati o che erano morti. Da un rapporto del 1953, si evinse che almeno 500 bambini furono reclusi in istituti psichiatrici o in orfanotrofi senza contatto con i propri genitori e che le bambine venivano sterilizzate. Solo nel 1973, grazie alla lotta condotta da due donne, la Jenische Mariella Mehr e Zori Müller, una Romnì lovara, che la sezione dell’«opera di soccorso per i bambini della strada maestra» fu chiusa, ma i responsabili non pagarono e non subirono alcun processo9. Nel giugno del 1998, Ruth Dreyfuss, consigliere federale prima e Presidente della Confederazione Elvetica poi, dichiarò che si trattò di un tragico esempio di discriminazione. Furono stanziati fondi per la ricostruzione delle famiglie, ma per molti di loro ormai era troppo tardi e il provvedimento ebbe il sapore di una beffa.

Il 16 luglio 1926, il Parlamento bavarese emanò una legge per combattere gli «zingari e i renitenti al lavoro»: chi non aveva un lavoro (ma per i Rom e Sinti era impossibile trovarne uno, così come non erano autorizzati a costruirsi le case) veniva internato in case di riabilitazione e i figli sottratti e dati in affidamento10.

Nel 1927, in Baviera furono internati 8.000 Rom e Sinti, mentre nello stesso anno in Slovacchia vennero processati alcuni Rom con l’accusa di cannibalismo, un’accusa tanto infamante quanto falsa.

Nel 1928, la legge del 12 aprile e l’ordinanza del 22 maggio ponevano tutte le famiglie romanès residenti in Germania sotto stretta sorveglianza della polizia11.

Nel 1931, a Monaco iniziarono disordini contro le «razze straniere non-europee», ovvero Ebrei, Rom e Sinti con l’appoggio dell’Ufficio Informazioni del Partito Nazista.

Dal 1933, con l’ascesa di Hitler al potere, i nazisti inasprirono le leggi e le azioni repressive già adottate contro le comunità romanès. Il provvedimento concernente «le vite indegne di essere vissute» si riferiva in maniera particolare alle comunità romanès. Una delle prime iniziative adottate dall’Ufficio Informazioni del Partito Nazista fu quella di richiedere le ricerche genealogiche sulle famiglie romanès al dottor Sigmund Wolf, un romanologo molto apprezzato all’epoca. Al contempo, ci fu la richiesta, da parte dell’Ufficio per la Razza e gli Insediamenti (Rasse und Siedlungsamt) delle SS di Berlino, di sterilizzare i Sinti e Rom (anche di mezzo sangue) detti Ziguener. Furono attuate, così, fin dal 1934, le sterilizzazioni che si svilupparono soprattutto nei campi di Dachau, Dieselstrauss, Shachsenhausen, Marzahn, Ravensbrük e Vennhausenduring.

In Svezia nel 1934, iniziarono le sterilizzazioni obbligatorie delle donne appartenenti alle comunità romanès (furono 63.000) che continuarono fino al 1975. Solo nel maggio del 1999, il Parlamento svedese emanò una legge per l’indennizzo delle vittime superstiti a patto che riuscissero a dimostrare gli abusi subiti, in pratica una beffa poiché era impossibile raccogliere le prove.

Sempre nel 1934 in Norvegia iniziarono le sterilizzazioni obbligatorie (furono 40.000) alle quali seguirono nel 1935, quelle in Danimarca (6.000) e in Finlandia12.

Dal 1934 in Germania cominciarono i tentativi da parte delle segreterie dei Partiti di escludere i Sinti e i Rom dalle organizzazioni professionali.

Nel 1935, si creò il primo Zigeuner-lager (campo nomadi) a Colonia13 sorvegliato dalla polizia, che non solo era un ghetto che serviva per il controllo e per separare le famiglie romanès da quelle tedesche, ma doveva essere, secondo l’aberrazione nazista, un luogo di pubblico disprezzo. I campi nomadi che proliferano, oggi, in Italia sono un retaggio di quella cultura e soddisfano le stesse esigenze. Nello stesso anno si eresse il campo di Gelsenkirchen.

Il 15 settembre 1935, il Governo nazista promulgò le Leggi razziali di Norimberga in cui si sanciva che «per la difesa del sangue e dell’onore tedesco» in nessun caso si poteva celebrare un matrimonio da cui poteva nascere una prole «pericolosa ai fini della conservazione della purezza della stirpe germanica». I matrimoni misti con africani, zingari ed ebrei, quindi, furono vietati14. Proprio per contrastare i matrimoni misti, fin dagli inizi del regime nazista furono proposte ripetutamente alcune soluzioni: la deportazione di massa e la sterilizzazione. Fu promulgata anche la Legge sulla cittadinanza con cui «Zingari ed Ebrei» furono declassati «a cittadini di seconda classe» a causa del loro sangue «straniero» e furono privati dei loro diritti civili15.

Nel 1936, Heinrich Himmler, comandante supremo delle famigerate SS e capo del Dipartimento di Polizia Criminale del Reich (RKPA), ordinò che tutte le attività della polizia criminale fossero centralizzate. Si crearono, così, 12 Reichszentralen (Uffici di Polizia) a cui si aggiunse il Centro di Ricerche e d’Informazione del Dipartimento di Polizia di Monaco creato nel 189916. Nel novembre del 1936, a Berlino venne fondato un Ufficio di Ricerche per l’Igiene Razziale annesso all’Ufficio della Sanità Nazionale, un sezione del Ministero degli Interni. L’Ufficio di Ricerche per l’Igiene Razziale era strettamente collegato al Dipartimento dell’Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich o RSHA (Reichssicherheits hauptamt) sotto la direzione di Robert Ritter, che era uno psichiatra e un neurologo distintosi nel campo delle ricerche genetico-razziali17. Ritter fu colui che fissò i criteri per l’identificazione degli appartenenti alla «razza zingara», compresi coloro i quali avevano sangue misto. Fu lui che fece sequestrare, nello stesso anno, il materiale in possesso di Sigmund Wolf sulle famiglie romanès e sul mondo romanò e a proporre la sterilizzazione dei Rom e Sinti di sangue misto. Eva Justin, assistente di Ritter, compì uno studio sulle comunità romanès affermando che non potevano cambiare comportamento o modo di vivere, perché non dipendeva dalla loro educazione o dalla loro volontà, ma dal loro corredo genetico. Arrivò persino a identificare il presunto gene del wandertrieb (istinto al nomadismo) a seguito di uno studio pseudoscientifico su centoquarantotto bambini che, con questo pretesto, nel 1944, furono mandati nelle camere a gas. Robert Ritter e la sua assistente contribuirono a segnare il destino delle comunità romanès.

Gli studi paranoici di questo periodo, avvolti da un’aura di scientificità, giustificarono le politiche repressive e discriminatorie naziste. I Rom e Sinti erano considerati «asociali» oltre che «inferiori» e, con il pretesto di essere «recuperati», nel 1936 vennero avviati ai campi di lavoro: il primo fu quello di Dachau, a cui seguirono quelli di Buchenwald, Mauthausen e Ravensbrück.

Previsti come campi di controllo e di prevenzione sociale, i campi di lavoro erano dei campi di concentramento, dove all’inizio non era prevista la «soluzione finale», ma solo la sterilizzazione e l’allontanamento degli «asociali» dalla «pura razza germanica». Dai campi di lavoro, in cui si moriva di stenti, di fame e per le percosse o le torture, iniziarono a partire i convogli destinati ai campi di stermino più organizzati. Una vera e propria industria della morte pianificata con lucido cinismo, motivata da un odio viscerale e sostenuta da una metodica propaganda. Il controllo mediatico dei nazisti ebbe un ruolo determinante. La propaganda, infatti, attecchì appieno e l’opinione pubblica si rese complice di un massacro senza precedenti. Le notizie e le informazioni erano manipolate e il ministro della propaganda nazista Joseph Paul Goebbels sosteneva che: «Una bugia detta tante volte diventa verità». Le informazioni erano ben selezionate e le opportune mistificazioni manipolarono le coscienze: diffondevano stereotipi negativi e instillavano l’odio razziale, stimolando atteggiamenti ostili nei confronti dei «diversi» ritenuti «inferiori». Oggi, in forme diverse, avviene la stessa cosa. Non è un caso che la situazione per la popolazione romanì sia cambiata di poco rispetto ad allora e non cambierà fino a quando non ci sarà una vera svolta politica di valorizzazione culturale e di reale promozione sociale.

La propaganda presentò «la questione zingara» come un peso notevole per i servizi assistenziali dello Stato, eppure i gruppi di Rom e Sinti che vivevano in Germania erano cittadini tedeschi ed erano in quella nazione da secoli. Particolare risalto si dava alla prolificità delle donne che determinava un ingente esborso per l’ospedalizzazione delle partorienti, eppure il Governo invitava le famiglie tedesche ad avere tanti figli.

Si sollecitarono, così, «giustificati» interventi forti che provvedessero alla sterilizzazione di massa delle comunità romanès ritenute «inferiori».

Il 6 giugno 1936, fu emanato il Decreto per combattere la «piaga zingara» in quanto le comunità romanès venivano percepite come un pericolo e le autorità locali, in attesa di una legge nazionale, potevano usarlo per fermarle in luoghi specifici per meglio controllarle. I campi di internamento proliferarono ovunque e furono costruiti a imitazione di quello di Colonia.

Nel 1936, in occasione dei Giochi Olimpici, Hitler fece «ripulire» Berlino dalla presenza di tutte le famiglie romanès che furono destinate al campo di internamento di Marzahn da cui uscirono solo per essere destinate ad Auschwitz. Nello stesso anno furono eretti i campi d’internamento di Solingen, di Francoforte e di Magdeburgo.

Nel 1937, si costruirono in Germania i campi di internamento di Düsseldorf, di Essen e di Kassel18. In questi campi i mezzi igienico-sanitari erano insufficienti per il numero di persone che ospitavano e ciò provocava continue epidemie. Le condizioni di vita erano disumane.

Il 23 febbraio 1937, Heinrich Himmler ordinò la carcerazione preventiva di diverse categorie sociali, tra le quali Rom e Sinti in quanto «asociali». L’azione fu condotta il 6 marzo e molte famiglie romanès furono colpite dal provvedimento e internate19.

Nel novembre del 1937, una gran parte dei Rom e Sinti tedeschi che militavano nell’esercito, furono esclusi dalle forze armate. Molti rimasero fino all’inizio della guerra riuscendo anche a ottenere medaglie al valor militare, ma all’inizio del 1941 le autorità riaffermarono l’esclusione di tutti i Rom e Sinti dai ranghi militari20.

Nel dicembre del 1937, fu emanato il Decreto per combattere e prevenire il crimine, con cui il Dipartimento di Polizia Criminale del Reich (RKPA) fu autorizzato a deportare le comunità romanès nei campi di concentramento. Nell’aprile dell’anno successivo 2000 Rom e Sinti furono deportati a Buchenwald21.

Dal 13 al 18 giugno 1938, si registrò la settimana di «pulizia» di Rom e Sinti in Germania con una grande ondata di internamenti e con la cacciata dei bambini dalle scuole tedesche. Fu l’equivalente della Notte dei Cristalli per il popolo ebraico che ebbe luogo lo stesso anno22.

Il 1 ottobre 1938, il Dipartimento di Polizia di Monaco, che si occupava fin dal 1899 dei Rom e Sinti, fu assorbito dal Dipartimento di Polizia Criminale del Reich (RKPA), che, dal 27 settembre 1939, divenne un Dipartimento dell’Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich o RSHA sotto il comando dell’SS-Oberführer Arthur Nebe (1894-1945). Quest’ultimo divenne un superiore di Robert Ritter. Artur Nebe era capo del Dipartimento V del RSHA e comandante delle Einsatzgruppen B, un’unità mobile di sterminio, che ebbe un ruolo rilevante nella registrazione, nella deportazione e nello sterminio di Rom e Sinti. L’Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich (RSHA) era comandato da Reinhard Heydrich con il compito di pianificare e organizzare lo sterminio di Ebrei, Rom e Sinti e aveva diversi Dipartimenti, ognuno con un capo, a cui venivano affidate mansioni specifiche. Il Dipartimento I era guidato da Werner Best (1903-1989), coinvolto nella persecuzione dei Rom e Sinti ancor prima di entrare nel RSHA, che non pagò per i suoi crimini; il Dipartimento III era presieduto da Otto Ohiendorf (1907-1951), che diresse, tra il giugno del 1940 e il giugno del 1941, le Einsatzgruppen D, un’unità speciale d’assalto che sterminò migliaia di Rom in Ucraina e in Crimea e che non pagò per i suoi crimini pur avendoli confessati al Processo di Norimberga nel 1945; la deportazione degli Ebrei era organizzata da Adolf Eichmann nel Dipartimento IV; egli odiava profondamente i Rom e Sinti e fu lui a organizzare la loro deportazione nel ghetto di Lodz (Polonia); Paul Werner (1900-1970), sottoposto di Arthur Nebe, aveva una posizione di comando nel Dipartimento V e coinvolto nel genocidio di Rom e Sinti, ma non pagò mai per i suoi crimini.

Il 18 dicembre1938, Heinrich Himmler emanò un decreto concernente la «lotta contro la piaga zingara» con cui si ribadiva la presunta pericolosità dei Rom e Sinti e la necessità di inviare tutte le informazioni su di loro, dai dipartimenti di polizia regionale al Dipartimento di Polizia Criminale del Reich (RKPA) sottolineando che:

«L’esperienza fatta nel corso della lotta contro la piaga zingara fino a oggi, e i risultati delle ricerche biologiche-razziali, ci fanno raccomandare innanzitutto la regolamentazione della questione zingara da un punto di vista razziale»23.

Il decreto conteneva anche «le regole di base» di Himmler per la «soluzione finale» della «questione zingara»: l’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich (RSHA) doveva «accertare» l’affiliazione «zingara» sulla base dei «rapporti sulla razza» di Robert Ritter. Ormai tutto era predisposto per l’annientamento totale dei Rom e Sinti. Il provvedimento era frutto della collaborazione tra le autorità scientifiche e politiche e prevedeva la schedatura di tutti i membri delle famiglie romanès. Nel testo del provvedimento si leggeva tra l’altro: «Sia rilevato il censimento speciale di zingari, semi-zingari e girovaghi che conducano esistenza zingaresca i quali abbiano superato l’età di anni sei… la decisione definitiva circa la schedatura di una persona quale zingaro, semi-zingaro o girovago sarà presa dalla polizia criminale su parere degli esperti». Robert Ritter aveva progressivamente schedato, dal 1936, quasi tutti i Rom e Sinti tedeschi con informazioni su ciascun individuo. Egli si era proposto, sin dall’inizio della sua attività, di rintracciare tutti i soggetti «puri» o di «sangue misto» residenti nel Paese e di interrogare personalmente tutti i sospetti, al fine di ottenere tavole genealogiche esaurienti. Nella primavera del 1942, nei suoi archivi c’erano 30.000 pratiche. Questa cifra corrispondeva al numero di individui appartenenti alla popolazione romanì presente a quel tempo in Germania24.

Nel 1938 in Italia, sulla rivista «La Difesa della razza», apparvero diversi articoli che chiedevano l’introduzione e l’applicazione delle stesse leggi e misure repressive adottate in Germania per le famiglie di Rom e Sinti che vivevano sul territorio nazionale. Con la circolare dell’8 giugno 1938, il Ministero dell’Interno dette «prescrizioni per i campi di concentramento e le località di internamento» in cui dovevano essere rinchiuse le persone «capaci di turbare l’ordine pubblico».

Il 13 luglio 1938, fu pubblicato un manifesto di scienziati razzisti dal titolo Il Fascismo e i problemi della razza.

In Austria il 13 marzo 1938, ebbe luogo un censimento di Rom e Sinti e un’escalation di misure restrittive: in aprile fu loro proibito il diritto di voto; a partire da maggio i bambini furono costretti ad abbandonare la scuola e gli adulti, che non lavoravano ancora presso famiglie di agricoltori, furono inviati a Dachau e a Buchenwald; in luglio furono vietati i matrimoni misti; nel febbraio 1939 fu loro proibito l’acquisto di immobili e a giugno ci fu una nuova deportazione a Dachau e a Buchenwald25.

In Germania, a partire dal 1 ottobre 1938, la deportazione di Ebrei, Rom e Sinti fu incrementata da Adolf Eichmann. La Gestapo si impadronì delle proprietà di Sinti e Rom, confiscate e sottratte con la loro deportazione.

Nel marzo 1939, fu dato l’ordine di creare pass speciali per individuare le diverse categorie sociali: pass gialli per Ebrei identificati con una «J» (Juden=Ebrei) e pass marroni o azzurri per i Rom e Sinti identificati, invece, con una «Z» (Zigeuner=Zingari)26. I Rom e Sinti nei campi di concentramento dovevano indossare (e tenerlo bene in vista) un triangolo nero: era il simbolo degli asociali. La realtà fu che venivano internati su base etnica, anche senza commettere alcun reato.

In Germania nel 1939, Johannes Behrendt dell’Ufficio d’Igiene Razziale, in un breve resoconto, sostenne che: «Tutti gli zingari dovrebbero essere trattati come malati ereditari; la sola soluzione è l’eliminazione. L’obiettivo dovrebbe essere perciò l’eliminazione senza esitazione di questo elemento difettoso della popolazione»27.

Il 7 ottobre 1939, Himmler ottenne il titolo di Commissario del Reich.

Intanto, il 21 settembre 1939, Reinhard Heydrich, capo del RSHA e principale organizzatore della «soluzione finale», tenne una riunione-conferenza a Berlino con la partecipazione dei capi dipartimento di polizia della sicurezza e dei comandanti degli Einsatzgruppen (gruppi di azione speciale). La riunione verteva sulla concentrazione di «Ebrei e Zingari» per uno scopo «segretissimo» e sulla preparazione della deportazione dei «rimanenti 30.000 zingari» dal territorio del Reich verso la Polonia28.

Il 13 ottobre 1939, l’SS-Hauptsturmführer Braune informò Adolf Eichmann, che l’SS-Oberführer Artur Nebe voleva sapere «dove mandare gli zingari di Berlino». La risposta del 16 ottobre di Eichmann, riferendosi alla deportazione degli Ebrei a Nisko, fu: «Il metodo più semplice è aggiungere a ogni trasporto un vagone di zingari».

Il 17 ottobre 1939, seguendo le disposizioni contenute nel decreto di «confinamento» (Festschreibungserlaß) di Himmler, i 12 Reichszentralen (Uffici di Polizia) sotto il comando del RSHA di Heydrich istituirono campi di raccolta, simili a quelli di concentramento, in attesa del trasporto ai campi di sterminio. Il progetto di deportare i 30.000 Rom e Sinti fu confermato nella riunione di Berlino del 30 gennaio del 1940. L’ordine arrivò il 27 aprile 1940, quando Himmler decretò la deportazione di interi nuclei familiari romanès in Polonia. A maggio i treni della deportazione con 2.500 Sinti e Rom tedeschi partirono da Amburgo, Brema, Colonia, Hannover, Düsseldorf, Francoforte e Hohenasperg (vicino Stoccarda)29. I documenti di identità, i vettovagliamenti e gli indumenti furono confiscati così come l’oro, gli oggetti di valore, i gioielli e il denaro contante30. I Rom e Sinti, così, venivano ancora depredati dei loro averi.

In Francia il decreto del 6 aprile 1940, istituì i campi di internamento che proliferarono rapidamente grazie anche alla legge del 1912, che favorì la cattura delle famiglie romanès da tempo schedate e costrette a recarsi nei distretti di residenza per i continui controlli. I campi di internamento furono focolai di epidemie a causa delle inesistenti strutture igienico-sanitarie. In Bulgaria, una gran parte dei Rom di Sofia fu internata in campi provvisori, mentre 25.000 Rom rumeni, la cui metà costituita da bambini, furono deportati in Transnistria (Moldavia) e almeno 11.000 scomparvero31.

L’11 settembre 1940, venne diffusa in Italia la Circolare che il capo della polizia indirizzò a tutte le prefetture del regno: il documento conteneva le disposizioni per l’internamento dei Rom e Sinti italiani32.

Sempre nel 1940, nel campo di lavoro di Buchenwald, si sperimentarono per la prima volta su 250 bambini Rom di Brno gli effetti del gas mortale Zyklon-B33.

Il 27 aprile 1941 fu diramato l’ordine, da parte del Governo di Mussolini, di «Internamento degli Zingari Italiani»34. I Rom e Sinti italiani e gli ebrei stranieri furono gli unici ad essere internati per motivi razziali; gli ebrei italiani internati erano considerati oppositori politici. I fascisti, così, allo scopo di controllare il flusso degli spostamenti delle famiglie romanès, iniziarono a internarle in capannoni o campi di concentramento sotto la direzione e il controllo di Commissari (vice o aggiunti) di polizia o dei Podestà (dei paesi dove i campi erano ubicati). Furono istituiti campi di concentramento in tutta Italia dove gli internati furono costretti a vivere in condizioni disumane35. Fra i più noti luoghi di internamento, anche per le loro carenze igenico-sanitarie, vanno citati quelli di: Tossicia (Teramo), Berra (Ferrara), Montopoli Sabina (Rieti), Boiano (Campobasso), Agnone (Isernia) dove, nel convento di S. Bernardino furono internate le famiglie dei Levak (qui il figlio di Zlato Levak morì per denutrizione), Bogdan e Goman. A Collefiorito (Roma) fu rinchiuso Silvio Di Rocco con tutta la sua famiglia per aver insultato dei fascisti, mentre nelle Isole Tremiti (Foggia) fu internata, tra le altre, la famiglia del Sinto Thulo Reinhardt. La famiglia di Gennaro Spinelli36 (circa 50 persone) fu prelevata a Paglieta (Chieti) da due camionette e, dopo alcune notti trascorse all’addiaccio in un campo recintato dal filo spinato presso la stazione di Torino di Sangro (Chieti), fu deportata, con un treno per bestiame a Bari e da qui internata nell’entroterra, in un casolare sperduto in un luogo che i superstiti chiamano «Rapollo» (avevano sei-sette anni all’epoca). All’arrivo degli alleati, le autorità lasciarono incustodito il casolare e gli internati poterono liberarsi. Così, come racconta mio padre, tenendosi alla gonna di sua madre che portava in braccio un figlio più piccolo, tornarono a casa a piedi attraverso le campagne e le strade secondarie.

In Sardegna furono deportate diverse famiglie di Rom e Sinti del Friuli per poi essere lasciate libere sull’isola senza alcun aiuto, ma controllate; è il caso della famiglia di Giovanni Hudorovich, di Rosa Raidich, di Mitzi Herzenberg e di Giuseppe Levakovich, detto Tzigari, un Rom partigiano che militò nella Brigata Osoppo. A L’Aquila la Gestapo adibì a carcere il locale manicomio dove fu torturato Arcangelo Morelli, sospettato di essere un partigiano. Molti Rom e Sinti effettivamente militarono nelle file partigiane per liberare l’Italia dall’oppressione nazi-fascista. È il caso del Sinto italiano Amilcare Debar, compagno d’armi del Presidente della Repubblica Sandro Pertini oltre al già citato Giuseppe Levakovich. Tre Sinti italiani Walter Vampa Catter, Renato Mastini e Lino Ercole Festini assieme a Silvio Paina, sposato a una Sinta, militanti partigiani veneti, furono catturati a Belvedere di Tezze sul Brenta e fucilati, assieme ad altri partigiani, a Vicenza l’11 Novembre 1944, in risposta a una rappresaglia per un attentato, al Ponte dei Marmi (oggi Viale Dieci Martiri)37. Un cugino di Walter Vampa Catter, anch’egli partigiano, Giuseppe Catter, cadde in combattimento sulle montagne della Liguria presso Lovegno, nel comune di Pieve di Teco, in provincia di Imperia. Questi eroi della Patria Italiana sono stati totalmente dimenticati per decenni, anche dalle stesse associazioni partigiane e gli ideali per cui hanno combattuto o dato la loro vita sono stati traditi se si pensa ai disvalori della società di oggi, alla situazione di molte comunità romanès ancora discriminate o recluse nei campi nomadi e se si pensa alla lunga lista dei bambini morti per gli effetti collaterali del razzismo, dell’emarginazione e della mistificazione. Si sono sacrificati per ottenere questo? D’altro canto, in nessun modo lo Stato italiano ha risarcito i danni procurati alle famiglie romanès dalla dittatura fascista.

Il campo d’internamento di Boiano (dove furono tenuti 58 Rom con donne e bambini poi trasferiti ad Agnone), diretto da un commissario di Pubblica Sicurezza (Umberto Struffi prima ed Eduino Pistone poi), secondo le autorità poteva contenere «250 internati “normali”» oppure «300 zingari», a sottolineare che le comunità romanès erano più disprezzate rispetto ad altre categorie sociali e si riteneva che avessero «meno esigenze»38.

Il 23 ottobre 1940, fu istituito il campo di internamento di Lackenbach a sud di Vienna, un centro di raccolta per un’ulteriore deportazione nei campi di sterminio. I primi trasferimenti di 2.000 Rom e Sinti si registrarono il 4 e il 7 novembre del 1941 con destinazione Lodz. Nel campo passarono almeno 4.000 Rom e Sinti e alla fine del 1941, scoppiò un’epidemia di tifo che portò alla morte molti di loro, soprattutto bambini. I loro corpi furono sepolti in fosse comuni nel cimitero ebraico.

In Serbia, nel 1941, la Wehrmacht retribuiva le esecuzioni di Rom ed Ebrei; gli anziani, le donne e i bambini vennero internati nel campo di Semlin, vicino Belgrado. Dovevano indossare bracciali gialli identificativi con la parola «zingaro». Nei ghetti e nei campi di concentramento della Polonia occupata, Sinti e Rom erano obbligati a portare bracciali con la lettera «Z».

Spietate furono le persecuzioni degli Ustasha, i terribili fascisti croati, che nel campo di concentramento di Jasenovach (Croazia) massacrarono almeno 30.000 Rom slavi.

Dall’estate del 1941, i Sinti e Rom vennero sistematicamente uccisi dai cosiddetti Einsatzgruppen, le truppe d’assalto tedesche, così come dalle Unità della Wehrmacht e dai Ordnungspoliziei nei territori occupati. Ovunque le comunità romanès furono duramente colpite: Belgio, Olanda, Boemia, Moravia, Romania, Polonia, Norvegia, Lussemburgo, Danimarca, Svezia, Finlandia, Francia, Yugoslavia, Grecia, Estonia, Lituania, Lettonia, Ucraina, Bulgaria, Ungheria, Slovacchia, Albania.

Il 7 agosto 1941, Himmler impartì l’ordine con cui si stabiliva che il RSHA avrebbe potuto utilizzare i rapporti sulla razza per prendere le proprie decisioni in merito a ulteriori deportazioni nei campi di concentramento di Sinti e Rom tedeschi.

A metà dicembre del 1941, le truppe d’assalto tedesche Einsatzgruppen uccisero 824 Rom a Simferopol (Ucraina)39.

Nei Paesi Baltici, tra il 1941 e il 1943, le Einsatzgruppen massacrarono almeno la metà dei Rom della Lettonia e quasi il 90% di quelli dell’Estonia e della Lituania; molti di loro furono deportati ad Auschwitz. In Bielorussia, in Russia e in Ucraina furono massacrati non meno di 30.000 Rom. Anche in Polonia, Croazia, Serbia, Boemia e Moldavia si registrarono spietate esecuzioni40. Nel 1942, a Smolensk (Russia), 1000 Rom furono trucidati dopo essere stati posti in stato di fermo. Nello stesso anno in Grecia i nazisti massacrarono migliaia di Rom.

Nel novembre del 1941, furono inviati nel ghetto di Litzmannstadt (Lodz) circa 5.000 Rom e Sinti rastrellati nel Burgerland (Austria). La deportazione fu pianificata e organizzata da Adolf Eichmann. Un’epidemia di tifo ne decimò moltissimi e i superstiti, tra il 5 e l’11 febbraio del 1942, vennero trasferiti e uccisi nelle camere a gas del campo di sterminio di Chelmno sul Ner (Kulmhof)41.

In Francia, dal gennaio del 1942 al dicembre del 1943, furono internate nel campo di concentramento di Montreuil-Bellay numerose famiglie di Rom e Sinti e costrette a vivere in condizioni disumane42. Il 27 dicembre 1943, dal campo partirono 300 uomini e ragazzi per Oranienburg-Sachsenhausen, da dove non tornarono più.

Già il 22 novembre 1940, le famiglie che circolavano presso Charente furono internate nel campo di Angoulème, dove furono costrette a vivere in condizioni al limite della sopravvivenza, come si evince da un documento del 12 dicembre 194143.

Nel marzo del 1942, le comunità romanès vennero equiparate agli ebrei per quanto riguarda la legislazione sul lavoro, persero così il diritto alle previdenze mediche, alla retribuzione festiva e furono assoggettate a una ritenuta del 15% del reddito a titolo di imposta speciale.

Il 22 giugno 1942, un gruppo di Rom (35 persone) proveniente da Lubiana (Slovenia) venne internato nel campo di concentramento di Tossicia (Teramo) in Abruzzo. Nei mesi successivi arrivarono altre famiglie romanès. Il campo, costituito da tre stabili, sotto la direzione e il controllo del Podestà Nicola Palumbi era sovraffollato e, date le cattive condizioni igienico-sanitarie, afflitto da malattie infettive. Le famiglie romanès erano in prevalenza Hudorovich, ma anche Levakovich, Brajdich, Rajhard e Malavach. Dall’agosto del 1942 al settembre del 1943, furono internati 118 Rom (uomini, donne e bambini) e nacquero 9 bambini nel campo.Vivevano in condizioni disumane, ammassati in edifici fatiscenti, esposti al freddo e alla fame, spesso senza indumenti ed erano, sovente, costretti a dormire per terra44.

Ma riuscirono a fuggire. Infatti, il 26 settembre 1943, i carabinieri di Tossicia comunicarono al Podestà Palumbi che: «Gli internati zingari del locale campo, in n. 118, compresi bambini e donne, approfittando della mancanza totale di illuminazione anche nelle private abitazioni, di un forte vento e del tempo piovigginoso, alla chetichella, senza far rumore alcuno, privi di scarpe, si sono allontanati per ignota destinazione»45. Come racconterà in seguito una delle evase, Rava Hudorovich, tornarono a Bologna attraverso sentieri di montagna lungo gli Appennini evitando le strade trafficate, furono aiutati dai partigiani e dai contadini.

In Francia, nel 1942, si aprì il campo di Saliers per l’internamento e il successivo invio nei campi di sterminio di famiglie Rom e Sinte.

Il 16 dicembre 1942, Himmler firmò il «Decreto di Auschwitz», contenente l’ordine di internare ad Auschwitz-Birkenau le comunità romanès per attuare la «soluzione finale», ovvero la cancellazione della popolazione romanì attraverso il genocidio di massa. I Rom e Sinti perdevano, così, anche lo status di cittadini di «seconda classe» ed erano destinati ai campi di sterminio. Le comunità romanès furono rastrellate in tutta Europa a partire dal 26 febbraio 1943 e furono deportate nella sezione B II dello «Zigeuner-lager» di Auschwitz-Birkenau46. Interi vagoni di perseguitati furono condotti, senza alcuna selezione preliminare, direttamente alle camere a gas. Ad Auschwitz morirono almeno 23.000 Rom e Sinti.

Nel Maggio del 1943 Josef Mengele, al servizio delle SS, divenne il medico di Auschwitz. Il suo primo ordine fu di mandare nelle camere a gas diverse centinaia di Rom e Sinti. Iniziò la sua famosa ricerca sui «gemelli», supportata dall’Associazione tedesca per la ricerca Kaiser Wilhelm Institute che portò alla morte migliaia di bambini Rom, Sinti ed Ebrei.

Quello degli esperimenti fu un altro capitolo raccapricciante: i medici nazisti consideravano i Rom e Sinti «materiale umano di grande interesse». Non risparmiarono donne e bambini, spesso, d’intesa con case farmaceutiche come la Pharma e la Bayer (che pagò 150 cavie umane al prezzo di 170 marchi cadauna)47. Josef Mengele, il mostro di Auschwitz, che si macchiò di una quantità incredibile di crimini e che aveva il potere di vita e di morte sui reclusi, compì ricerche sul noma e sul tifo petecchiale e compì esperimenti su 60 coppie di gemelli di Rom e Sinti. Tali esperimenti rientravano nell’ambito dei suoi studi sulla gemellarità, il cui fine era la moltiplicazione rapida della «razza superiore».

Nel campo di Ferramonti di Tarsia (Cosenza), in data 22 giugno 1943, arrivarono 8 Rom da Tuscania (Viterbo); appartenevano a famiglie provenienti dalla Polonia e portavano il cognome di Kwik e Filipoff. In data 6 maggio 1944, si segnalò la partenza di 22 Rom, forse si erano rifugiati nel campo dopo la liberazione.

La Sinta italiana Edvige Meyer morì di stenti nel campo di concentramento di Bolzano.

Nella sola notte fra il 2 e il 3 agosto del 1944, ad Auschwitz, 2897 Rom e Sinti, fra loro molte donne e bambini, furono gasati e inceneriti nei forni crematori48.

In Olanda, il 16 maggio 1944, dopo una retata, 305 Rom e Sinti furono arrestati e 245 di loro deportati ad Auschwitz: solo 30 sopravvissero.

In Belgio, il 15 gennaio del 1944, il convoglio contrassegnato da una Z deportò 351 Rom e Sinti ad Auschwitz: solo 11 saranno i sopravvissuti.

Molti Rom e Sinti furono usati come schiavi per l’industria bellica. Tra il giugno e il luglio del 1944 da Auschwitz furono deportati al campo di concentramento di Flossenburg e da qui distribuiti nelle diverse brigate di lavoro come per esempio nel Gustloff Works a Weimar, nell’industria aeronautica di Erla, nel distaccamento di Leipzing, nel Rheinmetall-Borsig Works a Düsseldorf o nella brigata di lavoro per la rimozione delle bombe a Colonia49. Le condizioni di vita erano le stesse dei campi di concentramento: disumane.

Nel gennaio del 1945, le donne delle comunità romanès furono sterilizzate nel campo di Ravensbrück50.

Nei lager tristemente noti di Dachau, Auschwitz, Sachsenhausen, Buchenwald, Mauthausen, Ravensbrück, Chelmno, Treblinka, Sobibor, Belzec, Jasenovach, Lodz, Lachenback e tanti altri, la popolazione romanì subì ogni sorta di indescrivibile violenza, nonché esperimenti pseudo-scientifici e sterilizzazioni di massa. Molte famiglie furono smembrate, molte comunità romanès furono trucidate nei loro stessi accampamenti alle periferie delle città o nei boschi e seppellite in fosse comuni. Infinite le testimonianze di atrocità di ogni genere in tutti i Paesi occupati dai nazisti. I Rom e Sinti furono depredati dei loro averi: denaro, gioielli, immobili ecc., mai restituiti ai legittimi proprietari.

Furono usati come schiavi nella macchina bellica nazi-fascista, ma a fronte di questo «trattamento», alla popolazione romanì non fu data voce alcuna nel dopoguerra. Nessun Rom o Sinto fu invitato al processo di Norimberga nel 1945 per accusare i propri carnefici. Le autorità dell’epoca non vollero riconoscere il genocidio dei Rom e Sinti poiché significava risarcirli non solo economicamente, ma anche socialmente e culturalmente, promuovendo i loro diritti e le loro peculiarità. La società del tempo non era ancora pronta a riconoscere i diritti della popolazione romanì come, del resto, non lo è la società di oggi.

Nel 1949-1950 le comunità romanès furono escluse dal risarcimento elargito da parte delle autorità tedesche alle vittime dell’Olocausto e si giustificarono sostenendo che i Rom e Sinti furono perseguitati «non per motivi razziali ma in quanto asociali e criminali». Una vergognosa menzogna, come attestano le leggi razziali emanate dal regime nazista e i provvedimenti attuati (la circolare del 1938, a esempio, contro «la piaga zingara»). La stessa Miriam Novitch, superstite ebrea, sostenne nel 1968 che: «I motivi invocati per giustificare la morte dei Rom e Sinti furono gli stessi che ordinavano la morte degli Ebrei e i metodi invocati per gli uni erano identici a quelli impiegati per gli altri»51. I Rom, Sinti ed Ebrei furono gli unici che dovevano essere sterminati su base etnica e razziale nella «risoluzione finale»; furono massacrati per gli stessi motivi e con gli stessi metodi.

Il 7 gennaio 1956, la Corte Federale tedesca emise una sentenza che riconosceva la persecuzione per motivi razziali solo a coloro che furono internati dopo il Decreto di Auschwitz, dal 1° marzo 1943.

In Austria i superstiti Rom e Sinti che cercarono di far valere i propri diritti venivano accusati addirittura di spergiuro se indicavano i campi in cui furono reclusi come «campi di concentramento». In pratica un’ulteriore persecuzione. Al danno si assommò la beffa.

In Germania, nel 1980, il portavoce del Governo tedesco, Gerold Tandler, definì «irragionevole» e «calunniosa» la nuova richiesta di risarcimento da parte delle famiglie romanès deportate o massacrate nel Porrajmos.

Nonostante le insistenze e le prove evidenti anche nel 1988, ancora una volta, il Governo tedesco si rifiutò di risarcire le vittime del genocidio.

Il «New York Times» del 2 maggio 1992, pubblicò un articolo significativo intitolato Burried in the Holocaust (Sepolti nell’Olocausto), che evidenziò come, a distanza di tanti anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, le comunità romanès dovevano ancora lottare per essere riconosciute vittime dello sterminio nazi-fascista.

Anche nell’orrore del genocidio si è voluto creare delle vittime «meno importanti», prolungando un’ulteriore discriminazione. Lo stesso Porrajmos, non riconosciuto istituzionalmente, è un termine non diffuso e non conosciuto dall’opinione pubblica. Ecco il motivo per cui è facilmente dimenticato nella Giornata della Memoria del 27 gennaio, un evento che, così come viene oggi celebrato, è una «memoria mutilata» per le comunità romanès.

La manifestazione, del resto, si sta svuotando del suo profondo significato e di anno in anno si va delineando sempre più come un evento di intrattenimento, un «calderone» in cui far entrare di tutto e di più e spesso senza neanche la partecipazione dei rappresentanti delle categorie sociali coinvolte nello sterminio. Se il genocidio toccato alle altre categorie sociali finì nel 1945 con la Seconda Guerra Mondiale, quello dei Rom e Sinti continua nella contemporaneità. Probabilmente è anche per la facilità con cui l’opinione pubblica dimentica il passato che crimini contro l’umanità continuano a perpetuarsi ancora oggi, anche se in forme diverse.

Decine e decine di migliaia di Rom nei territori della ex Jugoslavia sono state vittime di violenze durante la guerra dei Balcani degli anni Novanta (1991-1995). Questo nuovo recente genocidio ha rappresentato un nuovo flagello per il mondo romanó ed è stato la conseguenza della politica di «pulizia etnica» praticata nei territori della ex-Jugoslavia. Il concetto di «pulizia etnica» era, nella sua essenza, simile a quello della «soluzione finale» nazista.

Sulle decine di migliaia di vittime Rom nei territori della ex Jugoslavia, massacrate o costrette a fuggire in tanti Paesi d’Europa, è caduto, fin da subito, un silenzio assordante: non un solo articolo, né un solo reportage né una sola trasmissione televisiva a loro dedicati. Molti Rom, che sono arrivati in Italia, non hanno avuto lo status di rifugiati politici e sono stati relegati nei campi nomadi. Provenienti dalle case e da una situazione socio-economica dignitosa si sono ritrovati catapultati in una frustrante situazione di emarginazione e di discriminazione.

Anche i Rom rumeni si sono ritrovati nella medesima situazione. Con l’allargamento dei confini dell’Unione Europea verso Est, nuovi Stati sono entrati a farne parte. Fra questi la Romania. Ciò ha generato un nuovo flusso migratorio di famiglie Rom, soprattutto di quelle facenti parte delle fasce sociali più deboli, che ha interessato anche l’Italia, dove sono state segregate nei campi nomadi. Sia le famiglie Rom rumene che quelle dei territori dell’ex-Jugoslavia vivevano nelle case. I campi nomadi, centri di segregazione razziale o apartheid, sono un retaggio della cultura nazi-fascista. Sono pattumiere sociali che sottendono una cultura dell’odio e la negazione dei diritti umani. Questo si coglie in maniera evidente se si analizza il concetto di «campi nomadi».

La parola «campo», anche nella ripugnanza, ricorda i campi di concentramento ed è ben lontana dal concetto di «accampamento» che pur fa parte della cultura romanì. Il vocabolo «nomadi», che implica una forma culturale e non una denominazione etnica, nasconde in realtà il nome vero dell’etnia: un popolo che non viene «nominato» non «esiste» e se non «esiste» non ha diritti, questa è una strategia di repressione attuata dai nazisti che continuavano a chiamare i Rom e Sinti con l’eteronimo Zigeuner.

Nell’era della comunicazione i termini sottendono un fine. Continuare a definire «zingare» o «nomadi» le comunità romanès, sottende che si vuol perpetuare «l’odio razziale» e le discriminazioni. Ciò è ancor più evidente nell’ubicazione dei campi nomadi eretti, spesso, sotto i tralicci dell’alta tensione o nei pressi delle discariche o nei quartieri degradati e malsani, luoghi in cui nessun Gagio (non-Rom) andrebbe a vivere. I campi nomadi sono un crimine contro l’umanità.

La lista delle morti dei bambini appartenenti alle comunità romanès, costretti a vivere nei campi nomadi o emarginati dal mondo civile, è lunghissima: un bollettino di guerra in tempo di pace.

Eppure sono presentati come «espressione culturale» all’opinione pubblica ignara e inerme, dalle autorità, dagli operatori sociali, dai sedicenti esperti e da certe organizzazioni «pro-zingari» o «pro-nomadi» e amplificati dai mass media. Si lascia intendere, in tal modo, che sono le comunità romanès che per una presunta vocazione nomade vogliono vivere nei campi nomadi: «è nella loro cultura» o «sono loro che non vogliono integrarsi». Queste sono le banali quanto efficaci giustificazioni (in realtà mistificazioni) presentate all’opinione pubblica ignara da parte degli ziganidioti senza scrupoli. Sono simili a quelle usate al tempo dei nazi-fascisti, ed ecco il motivo per cui l’opinione pubblica, ancora oggi, viene indotta a non esprimere solidarietà nei confronti delle comunità romanès. La popolazione romanì, come dimostrato, non è nomade per cultura. Mistificare la realtà porta a un errore di valutazione e a una distorsione rispetto alla reale volontà delle comunità romanès.

La loro mobilità in Europa è stata sempre coatta, diretta conseguenza delle politiche persecutorie attuate, sistematicamente, da tutti gli Stati. Le comunità romanès non potevano insediarsi stabilmente in nessun luogo. Erano «costrette» a essere girovaghe, sia per evitare le violenze che le misure repressive. Sono state obbligate a vivere alla macchia, lontane dalle città in una perenne situazione di disagio e di emarginazione e soprattutto private di qualsiasi diritto.

Il rifiuto della romanipè si esprime, oggi, proprio con i campi nomadi, dove, si muore per cause futili. Si muore soprattutto «dentro», nell’anima, nella mente e nella cultura prima che nel fisico. Ma la propaganda continua a mistificare la realtà. I campi nomadi, in quanto ghetto, creano ricettacoli di attività illegali e un’economia di sopravvivenza che, a loro volta, creano dipendenza. Le famiglie romanès più deboli restano «schiave» di questa dipendenza. Il quadro che ne vien fuori è disumano e drammatico, certamente indegno di un Paese civile. I campi nomadi, in ultima analisi, sono uno strumento politico di annientamento culturale (lo stesso obiettivo perseguito dai nazi-fascisti).

Purtroppo a farne le spese sono soprattutto i bambini che restano incastrati e schiacciati in meccanismi perversi e disumani nell’indifferenza collettiva. È il caso dei quattro bambini Rom rumeni che l’11 agosto 2007 morirono in un incendio in una capanna nei pressi di Livorno; così come il 27 marzo 2010, in una baracca di fortuna costruita a Follonica (Grosseto), morì carbonizzata una bambina Rom di 5 mesi; ancora il 6 febbraio 2011 sulla Via Appia Nuova a Roma quattro fratellini di età di tre, cinque, sette e undici anni morirono in seguito a un incendio: Raul, Fernando, Sebastian e Patrizia ci lasciarono per sempre. La lista, purtroppo, è lunghissima.

Le comunità romanès rappresentano, di fatto, il termometro del grado di civiltà della società in cui vivono. I concetti di libertà, di civiltà e di democrazia resteranno parole vuote e sospese nel nulla fino a quando non saranno rese di dominio pubblico le sofferenze secolari delle comunità romanès e fino a quando queste ultime non saranno risarcite socialmente, moralmente e culturalmente. L’opinione pubblica è ignara di questa condizione e indotta a credere tutt’altro dalla nuova e moderna (eppure antica) «propaganda». Il Porrajmos, inteso come genocidio culturale delle comunità romanès, iniziò in Europa con l’editto emanato dalla Germania nel 1416 (in Italia quello del 1483 promulgato dalla Serenissima Repubblica di Venezia), ma nella sua sostanza, nel rifiuto della romanipé, si è protratto nei secoli e continua oggigiorno. Il mondo cambia, le società si evolvono, ma i sentimenti di avversione verso la popolazione romanì restano. La discriminazione, è bene ricordarlo, è illegale ed è un crimine contro l’umanità.

Per merito di Romani Rose e del suo Centro Culturale e Centro di Documentazione Sinti e Rom di Heidelberg (Francoforte-Germania) si erigerà e si inaugurerà prossimamente a Berlino, nei pressi del Parlamento, un importante e imponente monumento a ricordo delle vittime del Porrajmos scolpito da Dani Karavan, un celebre artista ebreo. Sarà incisa su di esso una mia poesia che è stata tradotta già in numerose lingue: Auschwitz. Il testo sarà esposto in lingua romanì originale, in dialetto sinto, in tedesco e in inglese.

Auschwitz Auschwitz

Muj śukhò Faccia incavata

Khià kalé occhi oscurati

Vuśt śurdé labbra fredde.

Kwite. Silenzio.

Ilò ćindò Cuore strappato

Bi dox senza alito

Bi lav senza parole

Nikht rovibbé nessun pianto

1Le stime sono tratte dall’Istituto Simon Wiesenthal, l’Istituto Olof Palme e la Fondazione Miriam Novich.

2Heuss, H., 1997, «German policies of Gypsy persecution 1870-45», in From «Race Science» to the camps, Hartfield, University of Hertfordshire Press, p. 40.

3Heuss, H., 1997, op. cit., p. 23.

4Liégeois, J.-P., 2008, op. cit., p. 114.

5Heuss, H., 1997, op. cit., p. 23.

6Hancock, I., 2002, op. cit., pp. 36-37.

7Thode-Studer, S., 1987, Les tsiganes suisse, la marche vers la reconaissance, Realité Sociale, Losanna.

8Nomadi autoctoni di origine tedesca che girano tra la Svizzera, la Germania, l’Austria e la Francia discendenti delle vittime della Guerra dei Trent’Anni.

9Liégeois, J.-P., 2008, op. cit., p. 120.

10Ivi, p. 114

11Ivi, p. 114

12Bates, S., Sweden pays for grim past, in «The Guardian», Londra, 6 marzo 1999.

13Zimmermann, M., 2004, La solution nazional-socialiste de la questione tsigane 1933-45, in «Etudes Tsiganes», n°18/19, Parigi, p. 129.

14Ivi, p. 129

15Kenrich-Puxon, D. G.,1995, Gypsy under the Swastika, Hartfield, University of Hertfordshire Press, pp. 27-28.

16Liégeois, J.-P., 2008, op. cit., p. 114.

17Heuss, H., 1997, op. cit., p. 30.

18Sparing, F., 1997, «The Gypsy camps», in From «Race Science» to the camps, Hartfield, University of Hertfordshire Press, p. 42-43.

19Hohmann, J., 1981, Geschichte der Zigeunerverfolgung in Deutschland, Frankfurt/New York, p. 127

20Kenrich-Puxon, D. G.,1995, op. cit., p. 34

21Figs, K., 1997, «Romanies and Sinti in the concentration camps», in From «Race Science» to the camps, Hartfield, University of Hertfordshire Press, p. 77.

22Hancock, I., 2002, op. cit., p. 40.

23Liégeois, J.-P., 2008, op. cit., p. 114.

24Spinelli, A. S., 2003, op. cit., p. 49.

25Liégeois, J.-P., 2008, op. cit., p. 115.

26Kenrich-Puxon, D. G.,1995, op. cit., p. 29.

27Hancock, I., 2002, op. cit., p. 42.

28Hancock, I., 2002, op. cit., p. 43.

29Kenrich-Puxon, D. G.,1995, op. cit., p. 32.

30Heuss, H., 1997, op. cit., p. 35.

31Liégeois, J.-P., 2008, op. cit., p. 115.

32Capogreco, C. S., 2004, I campi del Duce, Trento, Einaudi, p. 121

33Hancock, I., 2002, op. cit., p. 42.

34Capogreco, C. S., 2004, op. cit., p. 122.

35Ecco alcuni luoghi predisposti per l’Internamento libero dal Ministero degli Interni (1938) per i Rom e Sinti italiani: Perdasdefogu (Sardegna) e Poggio Mirteto (Rieti). Ecco in dettaglio una mappa dei Campi di Internamento (dopo il 1941) con presenza specifica di Rom e Sinti italiani e di Rom slavi: Agnone (Campobasso) – Rom italiani e Rom slavi, Tossicia (Teramo) – Rom italiani e Rom slavi, Prignano sulla Secchia (Modena) – Sinti emiliani. Ecco, invece, una mappa dei Campi di Internamento con presenza accertata di Rom e Sinti italiani e di Rom slavi: Bolzano, Sinti italiani, Boiano (Campobasso) – Rom italiani e Rom slavi, Ferramonti di Tarsia (Cosenza) – Rom stranieri (polacchi), Isole Tremiti (Foggia) – Rom e Sinti italiani, Vinchiaturo (Campobasso) – Rom e Sinti italiani. Ecco alcuni Campi di Internamento per Rom stranieri (dopo il 1942): Gonars (Udine) Rom slavi, Visco (Udine) Rom slavi, Arbe (Raab – Fiume, Croazia) – Rom slavi.

36Mio padre, figlio di Rocco Spinelli e Rosina Bevilacqua.

37Bonacini, M. E., G., 2008, Tra i dieci martiri c’erano quattro Sinti, in «Il Giornale di Vicenza» del 16 novembre, p. 19.

38Capogreco, C. S., 2004, op. cit., p. 206.

39Kenrich-Puxon, D. G., 1995, op. cit., p. 97.

40Liégeois, J.-P., 2008, op. cit., pp. 115,116.

41Zimmermann, M., 2004, op. cit., p. 130.

42Sigot, J., 2004, Ecrire l’histoire d’un camp de concentration français de tsiganes, in «Etudes Tsiganes», n°18/19, Parigi, p. 84.

43Filhol, E., 2004, Une exposition en hommage à F. de Vaux de Foletier, in «Etudes Tsiganes», n°18/19, Parigi, p. 246.

44Capogreco, C. S., 2004, op. cit., pp. 223-224.

45Di Sante, C., 2001, «I campi di concentramento in Abruzzo», in AA.VV. I campi di concentramento in Italia: Dall’internamento alla deportazione (1940-1945), id., Milano, Franco Angeli, pp. 200-201.

46Zimmermann, M., 2004, op. cit., p. 130.

47Documento di Norimberga n.1-7184.

48Figs, K., 1997, op. cit., p. 108.

49Ivi, p. 85

50Liégeois, J.-P., 2008, op. cit., p. 115.

51Novitch, M., 1968, Le Genocide des Tsiganes Sous le Régime Nazi, Paris: AMIF and Ghetto Fighters’House, Israel, p. 3.