WordPress: un tema responsive

Screenshot del tema Bootpress
Bootpress

Leggo oggi su Tagliaerbe un bell’articolo in cui si parla degli ormai famosissimi temi “responsive” e come usarli su WordPress:

Con Responsive Design indichiamo quell’approccio per il quale la progettazione e lo sviluppo di un sito dovrebbero adattarsi al comportamento e all’ambiente dell’utente in base a fattori come le dimensioni dello schermo, la piattaforma e l’orientamento del device. La pratica consiste in un mix di griglie, layout e immagini flessibili, più un uso accorto delle media queries CSS.

Quando l’utente passa dal suo PC desktop ad un iPad, il sito dovrebbe automaticamente adattarsi alla nuova risoluzione, modificare le dimensioni delle immagini e le interazioni basate sugli script. In altre parole, un sito dovrebbe implementare tutte quelle tecnologie utili per un adattamento automatico alle preferenze dell’utente.

Leggendo l’articolo in questione, si scopre che Google ama i temi responsive, e che dotarsi di uno di questi è cosa buona e giusta, ci racconta perché e ci dice quale tema ha usato per adattarsi alla nuova necessità: un tema a pago, anche se “economico”.

Io non sono venale, ma prima di andare a pagare per un tema ci penso su un po’, anche perché le mie esigenze non sono tali da dover andare a cacciare dei soldi per il mio blog. E poi perché babbo WordPress è dotato di una ricca libreria di temi gratuiti, molti dei quali già dotati di questa tecnologia.

E così faccio, con il risultato che avete sotto gli occhi.

Ho scelto il tema Bootpress senza tante ricerche o motivazioni SEO: ho cercato temi responsive, gli ho scorsi, questo mi piaceva e l’ho installato, stop 🙂

Solo il tempo mi dirà se mi ci trovo bene e come.

Voi che ne pensate?




Ubuntu, come perdere utenti. Ovvero avventure con Unity, gnome3 e Mate Desktop

Immagine del Mate Desktop
Mate Desktop

Ok, premettiamo che pure io sono un po’ pirla, questo si sa:

nonostante la mia Ubuntu 12.04 LTS funzionasse a dovere era un po’ che ero incuriosito da cose che su quest’ultima non giravano, tipo gnome 3.8, per fare un esempio. Ho resistito, sono stato bravo, poi però ho ceduto.

Alla fine l’uscita di GNU/Linux Mint 15 – mercoledì scorso – ha dato la botta finale: ho scaricato la iso della versione con Mate Desktop, masterizzata, avviata per vedere com’era e se era performante, e poi, in un impulso di follia, l’ho installata. Tutto liscio, tutto veloce (ha già i codec video/audio installati, quindi non ho dovuto aspettare la solita mezzora che mi tocca qui alla periferia del mondo, dove la nostra adsl va ancora a 70 ks …).

E già la prima bestemmia: Mate Desktop su Mint 15 / Ubuntu 13.04 non ha più l’indicatore con l’audio, i messanger e tutte quelle cosine, forse non essenziali, ma tremendamente comode. Un po’ di ricerca, un po’ di smanettamenti, e alla fine almeno il sound indicator rispunta fuori e ci contenta.

Poi, però, uno fa tutta sta fatica e non lo prova gnome 3.8? Eh, taac, OMG Ubuntu mi dice come e io eseguo:

$ sudo add-apt-repository ppa:gnome3-team/gnome3

$ sudo apt-get update && sudo apt-get install gnome-shell ubuntu-gnome-desktop

Errore! Moccolo!!

Insomma, ve la faccio breve, gira e ti rigira, alla fine incasino un po’ di roba che uso comunemente – tipo il mio amato rhythmbox – mi incazzo, tiro fuori il cd di ubuntu 13.04 e reinstallo tutto da capo. Di domenica.

15 minuti di installazione, la solita mezzora per aggiornamenti e codec vari, riavvio e taac, unity 7.0 fiammante in tutta la sua bellezza. E pesantezza.

Per dire:

io non è che abbia un computer da mille neuri, ma è pure sempre un Intel Core i3 con 8 (dico otto) giba di ram. E nonostante tutto il maledetto unity fa una fatica boia a girare. Io boh. Ma tant’è, stamani mi ci metto d’impegno (relativo: mentre lavoro) e provo a rifarmi una mattinata con unity e vediamo com’è.

Alla fine non è male, se non fosse, appunto, mostruosamente pesante. Ma lo è. E poi…

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’assenza totale della system tray, che per gli italiani sarebbe l’area di notifica, il “vassoio di sistema”, come tradurrebbe gugol. Cioè quella parte del pannello in cui si vanno felicemente a posizionare le icone dei programmi attivi ma minimizzati, tipo – chessò – Thunderbird, con la sua iconuccia che ci dice se ci sono mail nuove e quante, Liferea che fa lo stesso coi feed rss, skype e così via. Ecco, il Signor Shuttleworth, il Padrone di Ubuntu ha deciso che no, ora la system tray è una cosa vecchia e va cavata che tanto c’è la dash e il launcher e non fatemi dire parolacce.

Ok, [parolaccia]:

$ sudo add-apt-repository “deb http://repo.mate-desktop.org/ubuntu $(lsb_release -sc) main”

$ sudo apt-get update

$ sudo apt-get install mate-archive-keyring

$ sudo apt-get install mate-core mate-desktop-environment

Piccolo smanettamento per due sciocchezze, e taac, rieccomi col mio vecchio, caro desktop col pannello, il vassoio di sistema, le applet e tutte le cosine antiche che mi fanno lavorare tanto bene e tanto velocemente.

PS:

E gnome 3.8?

Installato e avviato:

non sono riuscito manco a configurare una [parolaccia] di estensione e manco un tema. Dopo mezz’ora che giravo per internet a cercare di capire come fare mi sono fermato e mi sono detto:

ma per lavorare e far funzionare un desktop devo girare mezz’ora per internet? Nel 2013? Ma siamo scemi??




E’ morto un genio dell’informatica, Dennis MacAlistair Ritchie

Tra l’8 e il 9 di ottobre è morto un genio dell’informatica. Un uomo grazie a al cui lavoro – suo e di tanti e tante altr@ hacker degli anni ’60 e ’70 – oggi possiamo usare un computer, usare la rete, e tante altre cose che crediamo banali. Grazie a lui oggi uomini di marketing, che si e no sapevano cosa fosse il codice, sono passati da forma umana a forma semidivina.

E visto che c’è già chi ha scritto meglio di quanto io potrei quel che c’era da dire, non faccio altro che riportarlo tale e quale.

Grazie dmr, e massimo rispetto.

Per Dennis Ritchie

Immagine di Dennis MacAlistair Ritchie

Un piccolo e sincero tributo a Dennis MacAlistair Ritchie lo voglio scrivere pure io, che non riesco a mettere giù 50 righe in C senza fare qualche macello e combino casini fenomenali ogni volta che tocco i config su di uno *nix. Perché Ritchie, tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta, ha creato il linguaggio C e ha dato un contributo fondamentale allo sviluppo di Unix. E se non sai valutare in pieno queste affermazioni posso forse aggiungere che ha vinto, insieme al compagno di sempre Ken Thompson, i premi più prestigiosi a cui una persona impegnata nel campo del computing possa ambire, Turing Award (il “Nobel dell’informatica”) e National Medal of Technology degli Stati Uniti inclusi, e ha scritto il libro più (odios)amato della storia della programmazione, The C Programming Language, insieme all’altro compagno di Bell Labs, Brian Kernighan. Il testo nella tradizione geek è religiosamente indicato con gli acronimi degli autori, K&R, mentre Ritchie è noto semplicemente come dmr, dal suo username. Creato in tempi in cui gli 8 caratteri oggi spesso richiesti sarebbero sembrati inammissibile spreco ingegneristico, e per lo stesso motivo i comandi di Unix sono così corti, ls va benissimo, list è inutile sperpero di bit.
A questo punto dovrei forse scendere negli aneddoti, spiegare ai profani che oggi stampare “Hello, World!” è irrinunciabile primo esempio di un nuovo linguaggio di programmazione proprio in omaggio a K&R, o citare i suoi famosissimi giudizi su C “quirky, flawed, and an enormous success” e su Unix ” basically a simple operating system, but you have to be a genius to understand the simplicity”, o ricordare l’ambiente leggendario dei Bell Labs (e proprio un compagno dei Bell Labs, Rob Pike ha dato la notizia della scomparsa su G+, alle 3 ora italiana, mentre da Wikipedia apprendo che Ritchie è mancato tra l’8 e il 9 Ottobre).
Se non hai una preparazione informatica forse queste cose ti sembreranno notevoli ma non così decisive, insomma questo “dmr” era un capoccione tanto ma chiusa lì. In fondo la sua voce Wikipedia è bella breve, in fondo non è stato un famoso imprenditore, in fondo cosa c’entrano queste cose dall’apparenza molto “teorica” con il mondo di oggi, con gli smartphone e Facebook e le case intelligenti? C’entrano tutto, poiché in una prospettiva moderatamente riduzionista è lecito dire che ogni pezzo contemporaneo di tecnologia avanzata contiene (almeno potenzialmente) del C (scritto in C, compilato in C, fornito di interprete C ecc.) e spesso uno Unix. Questi sono i mattoni e le fondamenta su cui è stata costruita tutta la realtà digitale, da Internet al computer nell’automobile. Non dico che sia solo un pregio, ma è così, e se non vedi che è così, ciò è dovuto solo al fatto che, per comodità e progresso nella tecnica, questo ultimo livello di C (e Unix) viene spesso nascosto attraverso strumenti più comodi (per chi è troppo lazy, direbbero ovviamente gli hacker C). E anche il tuo Mac quando ha voluto un sistema operativo serio si è convertito allo Unix-like, ovviamente restando sempre, al contrario di Linux e compagnia, nel closed source. E se non ti fidi delle mie parole senti anche il notissimo blogger di tecnologia Stefano Quintarelli: “di lui sì che si può dire che sul suo lavoro si è costruita Internet e che il frutto del suo lavoro è ormai ovunque, dai telefonini agli ascensori, in tutto il mondo. Decisamente un Grande, non un genio del marketing.”

E’ oggi troppo facile contrapporre Dennis Ritchie al co-fondatore di Apple scomparso qualche giorno fa. Per lui non verranno tappezzate le città con manifesti politici di compianto né diffusi speciali tv (qui da noi, ovviamente, la BBC forse farà qualcosa) e il suo nome risuonerà oggi solo tra i computer scientists, compresi tutti quei CEO come Bezos di Amazon e Zuckerberg di Facebook che sono in corsa per prendere il posto del co-fondatore di Apple nell’immagine popolare di “genio informatico”. Il suo nome risuonerà oggi solo tra i computer scientists, ovvero in centinaia e migliaia di post anche su siti molto noti (ad es. Boing Boing), ma come una notizia settoriale, un culto infine “privato”, nonostante ogni trending mondiale sul nerdistico Twitter, perché davvero di spendibile mediaticamente per il pubblico più largo c’è poco, solo il C e Unix… E la contrapposizione, tutta occasionale per le date di scomparsa e le manifestazioni di cordoglio, con il CEO di Apple. Lo ricorderanno in questi giorni i grandi compagni dei Bell Labs e forse gli stessi imprenditori citati sopra e i sommi che con i suoi strumenti hanno direttamente contribuito a plasmare il mondo tecnologico di oggi, da Guido Van Rossum di Python a Linus Torvalds di Linux e oltre. E ho voluto farlo anch’io, prima di mettermi a scrivere sopra il mio Linux Ubuntu un 40 righe di Python per un piccolo servizio che si appoggia ai Google Docs. Perché, come chiunque stia programmando in questo momento, io sto costruendo sopra quello che ha costruito Richie o il costruttore di livello n che ha infine costruito sulle sue spalle. Perché siamo tutti nani sulle spalle di quel gigante.



Ebooks e Software Libero (e Open Source) – Seconda parte: quali strumenti?

Logo del formato ePub

In questa seconda parte di questo ragionamento sul mondo degli Ebook andremo a vedere quali sono i principali formati usati per produrre libri digitali e con quali strumenti, a loro volta liberi, possiamo crearli.

La maggior parte degli Ebook Reader odierni permette di visualizzare i formati più comuni per personal computer:

Alcuni di questi formati sono molto famosi, altri meno; alcuni sono liberi, altri no. La caratteristica comune a tutti questi formati è che non sono nati per essere visualizzati su un ebook reader. molti di questi formati possono essere convertiti in uno o più formati specifici per ebook reader, per cui anche per l’utente meno smaliziato è possibile passare da un formato all’altro o con degli script trovati in rete o usando programmi grafici per la conversione.

I formati specifici per essere letti sugli ebook reader sono:

In questo articolo ci occuperemo solo del formato aperto ePub, che come dicevamo sopra è ormai lo standard de facto e di cui ci si aspetta entro l’anno il rilascio della versione 3.0. Ad ora siamo alla versione 2.0.1, rilasciata nel 2007 dall’International Digital Publishing Forum.

Gli strumenti descritti in questo articolo, così come in quasi tutti quelli raccolti in questo blog, hanno la caratteristica di essere rilasciati sotto una licenza libera, e quindi di essere usati nella massima libertà, fino a poterli modificare e rivendere. Per fare questo useremo alcuni testi, liberamente scaricabili dalla rete e rilasciati sotto licenza Creative Commons, una licenza libera per i testi, ormai molto diffusa e non solo per argomenti tecnici, ma anche per romanzi (i più famosi, in questo caso, sono il collettivo letterario Wu Ming, che dal 1999 pubblica tutti i suoi romanzi e racconti sotto licenza libera Creative Commons, pur pubblicando con un grossissimo editore come Einaudi; ma non sono gli unici):

E’ importante premettere che in questi libri non si parla specificatamente di software libero o open source; anzi, nella maggior parte dei casi gli esempi riportati lo sono attraverso l’uso di software proprietario. Ma i linguaggi di cui si parla, quelli che a noi interessano e che sono il cuore di un file ePub – l’xml, l’xhtml, i css – sono linguaggi liberi, nel senso del software libero, liberamente utilizzabili e, ormai, standard tanto nella comunicazione web quanto nella formattazione e produzione di contenuti, anche multimediali. Quindi, ovviamente, realizzabili anche e soprattutto attraverso l’uso di strumenti completamente liberi.

Libri elettronici: cosa sono e come sono fatti

Come dicevamo sopra i libri elettronici non sono altro che file, di tanti tipi, e qui noi ci occuperemo solo dello standard, l’ePub.

Un file con estensione .epub altro non è che un file zip rinominato, al cui interno troviamo due cartelle (directory) ed un file:

META-INF/

OEBPS/

mimetype

Quest’ultimo file deve esserci sempre, e il suo contenuto è una stringa, questa sotto:

application/epub+zip

La cartella META-INF è fondamentale: in sua assenza una pubblicazione ePub non potrebbe funzionare. Deve quindi essere sempre presente insieme e sullo stesso livello della cartella OEBPS e del file mimetype, e non può avere altro nome.

Questa cartella deve contenere almeno un file, container.xml. Inoltre qui possono essere presenti altri file opzionali, i cui nomi sono comunque riservati e non modificabili.

La cartella META-INF può quindi avere il seguente contenuto, sebbene nella pratica al suo interno venga posizionato di norma il solo file container.xml:

META-INF/

container.xml

manifest.xml [opzionale]

metadata.xml [opzionale]

signatures.xml [opzionale]

encryption.xml [opzionale]

rights.xml [opzionale]

Infine la cartella OEBPS, che eredita il suo nome dalla specifica Open eBook Publication Structure che, rilasciata nel 1999 dall’Open eBook Forum, ha costituito la base delle specifiche ePub.

Il nome “OEBPS” non è riservato, cioè questa cartella potrebbe avere qualsiasi altro nome, ma ormai è diventato una convenzione diffusa. Ogni creatore di ePub è comunque libero di rinominarla come ritiene più opportuno o comodo, nel rispetto però delle regole sintattiche che valgono per tutti i nomi di file e cartelle di una pubblicazione ePub.

Questa cartella contiene tutti i file che compongono e organizzano la pubblicazione:

i file di testo;

i file delle immagini;

il file del foglio di stile CSS;

i file dei font eventualmente inclusi;

il file dell’indice NCX;

il file OPF.

Questa lunga citazione dal libro di Fabio Brivio, Giovanni Trezzi, ePub per autori, redattori, grafici, Apogeo, 2011, ma qualcosa di molto simile lo trovate anche nel già citato libro di Letizia Sechi, per capire con cosa ci si trova a lavorare quando si maneggia un ePub: roba standard e libera, file .zip, .xhtml e css. Tutta roba che si può maneggiare tranquillamente con qualsiasi sistema operativo, che nasce libera, aperta, standard. Non fatevi fregare!

Desktop Publishing: Scribus. E il LaTeX?

Diciamolo subito, così ci togliamo il pensiero: la stragrande maggioranza di coloroso che si sono buttati o si butteranno nel business dell’editoria digitale lo faranno usando gli strumenti tipici dei grafici o, ad essere ottimisti, dei tipografi. Quindi strumenti WYSIWYG, cioè strumenti grafici di sviluppo che permettano – come dice l’acronimo – ottenere quello che vedi. Il più usato ad ora è Indesign dell’Adobe; nel mondo del software libero l’equivalente è il noto Scribus. Purtroppo, per ora, questo potente strumento di publishing non esporta i suoi lavori in ePub, ma “solo” in Pdf… Vi accontenterete… 🙂

Un’altra soluzione che ho cercato è stata quella del classico e potentissimo LaTeX, straordinario linguaggio di markup, molto utilizzato in ambito di pubblicazioni scientifiche (l’ho usato per fare la mia tesi di laurea… in storia! :). Leggendo un po’ in rete, però, ho scoperto che la cosa, anche se fattibile, non è consigliabile. Infatti:

tutti i file generati dai compilatori TeX (dvi, pdf) sono a dimensione di pagina fissa, e il compilatore usa questo fatto pesantemente. Il formato epub, invece, adatta il testo alle dimensioni della pagina, come l’html. Non solo, ma il font con cui visualizzare il testo (tipo, dimensione, ecc.) lo sceglie l’utente e non l’autore.

Chiaramente alcune delle cose che oggi si fanno in LaTeX sono impossibili da produrre in formato epub: pensa soltanto ai riferimenti di pagina.

Riporto questa citazione per sgomberare il campo da speranze che, purtroppo, andrebbero deluse. Ma tant’è, non rimane che buttarsi su altre soluzioni

Non rimangono tante soluzioni. La più scomoda sarebbe quella più amata dagli spippoloni, dagli hackers, e cioè quella di farsi tutto a mano. Ma visto che noi siamo pigri, ed abbiamo di meglio da fare per passare il tempo (ogni riferimento è puramente casuale), vorremmo poterci dedicare al perfezionamento del risultato finale, ma poterci avvantaggiare con alcune comodità di inizio lavoro. Ecco perciò che andiamo a cercare strumenti che ci permettano di produrre il più semplicemente possibile un buon ePub, usando strumenti liberi, ma di buona qualità. Il sistema migliore che ho trovato fino a questo punto sono la messa insieme di questi strumenti:

LibreOffice + l’estensione Writer2ePub + Sigil

Dove il primo altri non è che la nuova versione dell’ormai pacchetto office libero (il caro vecchio OpenOffice, cambiato di nome da che è stato acquistato dai cattivoni di Oracle); il secondo è un’estensione di Libre(Open)Office, che permette di convertire un documento di testo in ePub, mentre il terzo è un piccolo gioiellino del software libero, un editor per ePub non grafico, che ci permette di mettere a posto cioè che viene prodotto con i due strumenti di cui sopra.

Tratteremo, infine, di altri accessori simpatici, per far si che il nostro ePub sia il più personalizzato possibile. Accessori, non fondamentali, ma simpatici (come il mitico ePub Zen Garden).




Ebooks e Software Libero (e Open Source) – Prima parte

 

Un'immagine dell'ebook reader Leggo IBS
l'Ebook Reader Leggo IBS

Alla fine – meglio tardi che mai – il fenomeno ebook è esploso anche nel nostro paese. Ormai tutti i principali negozi online offrono anche ebook, e sono nati piccoli ed agguerriti store specializzati in editoria elettronica, che stanno facendo veramente un buon lavoro, per offrire tutti i servizi necessari a che l’utenza possa destreggiarsi in un mondo ancora nuovo.

Il fenomeno ebook sta cambiando radicalmente le carte nella tavola dell’editoria, nel mondo e quindi anche da noi, ma la reazione della maggior parte degli editori tradizionali è stata quanto meno conservatrice: tra chi si è  buttato sono ben pochi quelli che l’hanno fatto con un reale slancio innovativo. Tutti gli altri l’hanno fatto perché, in qualche modo, trascinati dal boom (quindi per i capelli), e la loro principale preoccupazione è stata (ed è) quella di fare il minimo sforzo per ottenere il maggior risultato. Quindi prezzi assurdamente alti (ci sono parecchi casi di libri cartacei che costano meno dell’equivalente elettronico; un bel testo su questa scabrosa faccenda è quello di Antonio Tombolini nel numero 8 del suo Ebook Trend Weekly), nessuna pressione sulle istituzioni perché venga parificata l’aliquota iva tra cartaceo (4%) e l’elettronico (20%), uso sconsiderato dei DRM proprietari dell’Adobe, dimostrando una folle paura del p2p, cioè del fatto che i libri elettronici – che alla fine non sono altro che banalissimi file – siano scambiati sulle reti “pirata” del Peer to (2) Peer. Come se fosse un problema togliere ad un file il DRM dell’Adobe: la rete è piena di guide, anche nella nostra lingua, per portare a termine l’operazione in maniera tutto sommato semplice.

Questo fenomeno dimostra, a mio modesto avviso, che le grandi case editrici, al pari delle etichette discografiche all’apparire degli mp3, non hanno capito nulla di quel che sta succedendo, non hanno saputo cogliere l’occasione e si troveranno ben presto tagliate fuori da un nuovo e diverso modo di fare e di fruire dei “libri”.

Quel che c’è da capire di fondamentale, a mio avviso, del fenomeno ebook, è che allo stato attuale chiunque può diventare facilmente editore di se stesso. Sempre che abbia qualcosa di valido (o anche solo di sensato) di proporre agli altri. Essendo un file, oltretutto mediamente leggero (anche meno di un singolo pezzo in mp3, spesso), la sua diffusione in rete è la cosa più semplice che si possa fare. Già oggi i principali negozi online specializzati in editoria elettronica offrono spazio, anche gratuito, all’autopubblicazione (una volta, neanche tanto tempo fa, si sarebbe chiamata autoproduzione…). Dopo di che c’è da promuoverlo, da farlo conoscere, da riuscire a rompere il muro dei media mainstream, che alla fine è diventato il lavoro principale, se non esclusivo, degli editori tradizionali al giorno d’oggi.

Quindi, tolte le capacità artistiche – nel caso della prosa o della poesia – o quelle intellettuali e di scrittura – nel caso della saggistica, quello che l’autore e l’autrice oggi deve imparare a fare è ne più ne meno che un buon prodotto digitale, cioè un ebook. Un file.

Per far ciò già ora sono sul mercato diversi prodotti proprietari e a pagamento (che non è necessariamente la stessa cosa), alcuni molto accessibili e anche ben fatti, altri cari e molto difficili da usare. Noi non ci occuperemo di questi, ma della considerevole quantità di prodotti liberi e pure gratuiti (che non è necessariamente la stessa cosa), coi quali è possibile produrre oggi un buon ebook.




Habemus Android: una recensione dell’HTC Tattoo

 

HTC Tattoo
HTC Tattoo

Ebbene si, dopo alcune disavventure con il mio primo smartphone – un Nokia 5230 – grazie ad un mio caro amico sono entrato in possesso di un Android. Nello specifico l’oggetto è un HTC Tattoo, quindi un Android 1.6, versione parecchio vecchiotta, ma tant’è …

Al di là della questione basilare, cioè il fatto che uno smartphone deve essere un cellulare, e il Tattoo fa degnamente il suo lavoro, il motivo per cui una persona spende dei soldi – mica pochi – per un oggetto del genere è quello di essere il più possibile connessi alla rete e di potervi usufruire il più possibile agevolmente i servizi.

Nel mio caso i servizi che uso con maggior frequenza sono:

  • e-mail;
  • i feed rss;
  • la navigazione del web;
  • la scrittura di note e documenti in ambito condiviso, quindi accessibile con qualsiasi device da qualsiasi posizione;
  • i feed rss;
  • twitter e i principali social network in generale;
  • ma chiacchiera con GNU/Linux?
  • varie ed eventuali, che la fame vien mangiando

Un’altra condizione fondamentale, nel mio caso, sarebbe quella di usare il più possibile software libero, e in questo caso, nonostante Android sia, alla fine, una distribuzione GNU/Linux, attorno a questo sistema operativo non c’è ancora un grosso movimento di rilascio di software, appunto, libero (sono pronto a correggere questo punto con vivo entusiasmo, ovviamente!). Quello che ho trovato fin’ora è il bel repository Cute Android, che comunque contiene già un monte di roba. Purtroppo non sono ancora riuscito ad avere tutto quello che voglio come software libero; ma penso sia un traguardo raggiungibile…

Comunque andiamo a vedere cosa ho trovato, partendo dalle situazioni più semplici.

E-mail

Il client e-mail del tattoo è un ottimo prodotto: supporta tutti i principali protocolli – pop, imap ed exchange – e, soprattutto, supporta la crittazione della comunicazione attraverso il protocollo di rete SSL/TLS. Volendo con questo strumento si può accedere a tutti i propri indirizzi, anche gmail, attivando i protocolli pop o imap nella webmail di Google; ma, come tutti sanno, Android è un prodotto di Google, quindi contiene al suo interno (quasi) tutti i client per accedere a (quasi) tutti i servizi del gigante di Mountain View, ad iniziare dal client mail.

La navigazione del web

Anche in questo caso, appena si accende il dispositivo, ci si trova a poter immediatamente navigare il web con un buono strumento. Anche in questo caso c’è il pieno supporto al protocollo SSL/TLS, quindi la possibilità di navigare in maniera sicura. Ovvio che stiamo parlando di un oggetto che ha un monitor piccolissimo, appena 2.8 pollici, quindi navigare siti che non gestiscono una doppia grafica, normale e mobile, significa soffrire.

La scrittura di note e documenti in ambito condiviso, quindi accessibile con qualsiasi device da qualsiasi posizione

In questo caso si entra in un primo momento di sofferenza, se si considera la cosa con l’obbiettivo di usare esclusivamente software libero. Per quel che riguarda la creazione di note, c’è solo l’imbarazzo della scelta, i prodotti sono tanti e tanti sono liberi. Già più complessa la situazione per quel che riguarda lo sharing, cioè la possibilità di condividere le proprie note con altri, o comunque di metterle online da qualche parte, così da potervi accedere anche da altri dispositivi, come pc o portatili o altri smartphone.

Sono assolutamente presenti client di notissimi servizi di storage online, come Evernote e Dropbox, che però, purtroppo, non sono liberi (cioè, per evernote un client libero c’è, ma per GNU/Linux e non per Android; anche se la speranza è sempre l’ultima a morire…). Alla fine ho accettato di usare quest’ultima soluzione, in attesa di sviluppi positivi.

I feed rss

Nella mia esperienza di navigazione del web – e parliamo di quasi tre lustri, mica paglia – il vero punto di svolta fu la scoperta dei feed rss: la possibilità di poter seguire decine, centinaia di siti con pochi clic. Dici poco! Se poi i siti sono fatti bene, in poco tempo puoi leggere gli articoli per intero o quasi, vedere foto e pure video.

Oggi un buon client di feed rss deve anche permettere, in maniera semplice, di condividere il link di un feed, quindi di una notizia, sui principali social network, oltre che via mail o di salvare il riferimento all’articolo in una nota.

Infine, ma non meno importante, chi usa tanto un client desktop di feed rss, dopo poco si ritrova con un ricco corredo di file opml, cioè un file xml con l’elenco di tutti i feed.

Ecco, un buon client di feed per il mio androido doveva fare tutto quanto sopra, ed in particolare l’importazione del file opml, che aspettava solo di essere trionfalmente accolto. Più facile a dirsi che a farsi, purtroppo.

Di libero ho trovato un programma, nel repository di cui sopra, Sparserss, che ufficialmente faceva tutto quello che volevo. Peccato che non sia mai partito…

Per il resto ho trovato una quantità di programmi che mi facevano accedere, in maniera più o meno originale, all’account di Google Reader, il servizio online di Google per leggere i feed; interessante, ma non esattamente quello che cercavo. Fino a che non sono incappato al programma gratuito (ma proprietario)  RssDemon, che fa egregiamente quello che cercavo.

Twitter e i principali social network in generale

Anche in questo caso la scelta non manca, se uno non si fa il problema del software libero. Purtroppo anche in questo caso ci sono svariate soluzioni – io alla fine, per comodità e facilità d’uso e ampiezza di soluzioni – ho scelto Tweetdeck, che è tutt’altro che libero, ma almeno è gratuito e fa bene il suo porco lavoro: unire nello stesso software più Social Network. Che è quello che cercavo: poter avere nella stessa interfaccia più cosi sociali, così da poter mandare con un… colpo di dito lo stesso messaggio a tutt@ 🙂

Dopo di ché, il buon androido offre mille soluzioni super articolate: dalla singola applicazione, magari quella ufficiale, a soluzioni miste a chissà che altro. Io, pigramente, non avendo trovato nulla di libero, dopo breve ricerca mi sono fermato a quel che meglio mi pareva e non sono andato oltre. Non ne avevo voglia. Se qualcuno ha da suggerirmi qualcosa, magari di libero, sono pronto a sperimentare! 🙂

Ma chiacchiera con GNU/Linux?

Ovviamene si, visto che stiamo parlando di GNU/Linux da entrambe le parti. Quello che ho trovato io è un semplice ed efficacissimo software, Remote Notifier, software libero ospitato da Google Code, col quale è possibile ricevere le notifiche dello smartphone direttamente nella system tray del pc, sia esso GNU/Linux, Mac o Windows.

Varie ed eventuali, che la fame vien mangiando

Poi ci tornerò meglio, ma uno dei difetti del coso androido – ma mi hanno detto anche della maggior parte degli altri così smartphone – è la batteria: che appena ci fai qualcosa si prosciuga in un lampo. E quindi:

  • disabilita l’aggiornamento automatico dei programmi;
  • disabilita l’esecuzione in background dell’aggiornamento dei dati;
  • disabilita (ed usa il meno possibile) GPS e wi-fi;
  • quando non ti serve disabilità la connessione ad internet;
  • installa un file manager e controlla ciclicamente che non sia partito qualche maledetto programmino a tua insaputa (cosa che accade, oh se accade!);

E già! Quando hai a disposizione migliaia di applicazioni a gratis e centinaia libere, che fai, non le provi?! E che l’hai preso a fare sto coso se non ci giochi un po’!?

E così mi sono installato l’orario dei treni, il file manager di cui sopra, il lettore di ebook (libero!) quello della Amazon per i mobi (il formato proprietario degli ebook di Amazon), il visualizzatore di pdf (libero!) e quello dei file di Libre/Open Office (libero!) e altre cianfrusaglie inessenziali ma divertenti, che ora non ricordo (il coso androido in questo momento è, ovviamente, in carica …).

Di tutti quelli sopra, i due software che voglio qui segnalare, da bravo malato di libri quale mi diletto di definirmi, sono due software che permettono di accedere ai due principali social network dedicati alla lettura: aNobii e Goodreads.

Il primo è Anobii Android App, che purtroppo non ho mai potuto provare, visto che gira su versioni androide dalla 2.1 in poi, mortacci loro; il secondo è MyBookDroid, che invece gira dalla 1.6 in poi, e che oltre a permettere la catalogazione della proprio libreria, permette anche di sincronizzarsi con il proprio account si Goodread.com, il social network alternativo ad aNobii. Una bella cosa 🙂

Di tutto un po’, perché alla fine, come dicevo sopra, quando decidi di prenderti un oggetto del genere – cosa assolutamente inessenziale – allora lo usi. Con intelligenza, senza sventrarti il portafogli (almeno io, che tengo famiglia e il portafogli è pieno di foglio, ma poco di soldi), senza finire nel tunnel della dipendenza, ma lo usi.

Difetti

A voglia se ci sono!

  • Beh, sicuramente quel che dicevo prima, e che ora ripeto: ‘sti cosi hanno la batteria fatta di vetro. Usare con delicatezza!
  • Controllare bene in rete la funzione base, quella telefonica, che spesso capita che ‘sti cosi siano eccezionali mini-computer, ma telefoni ridicoli. E non va bene…
  • L’ho già detto della batteria…?
  • La privacy. Facciamo attenzione, con questi oggetti, qui il discorso si fa serio. Quando l’ho acceso la prima volta, il simpatico sistema operativo ha iniziato a chiedermi se volevo aggiungere i miei account dei social network, se volevo configurare la mia posta elettronica, etc etc. Tutto bello, tutto figo. MA, attenzione: il sistema operativo è libero, ma l’interfaccia che c’ha messo sopra HTC? E quante di quelle funzioni di cui parlo sopra sono libere o proprietarie? Chi lo sa dove finiscono i dati che noi tanto tranquillamente infiliamo qui dentro, e che il simpatico sistema mischia e ci offre in una sola, comodissima, interfaccia? Quando si usano questi piccoli computer – sono piccoli, appunto, e sembrano tanto dei banali cellulare, poco più di giocattoli, ma di fatto sono niente di più e niente di meno che computerloro si connettono alla rete e mandano in giro pacchetti di dati con dentro… cosa?
  • I soldi. E’ facile non fare attenzione, quando si compra uno di questi simpatici cosini, tanto maneggevoli e cool. Se non si ha il profilo tariffario giusto, ci vuole un secondo a prosciugarsi la ricarica. Occhio!

Insomma: questi piccoli, simpatici e costosissimi oggetti, che ormai rappresentano una fetta in continua crescita della navigazione del web, che sempre più facilmente entrano nelle nostre tasche (per farvi uscire il danaro…), sono oggetti da usare con attivando due caratteristiche fondamentali, e tragicamente fuori monda oggigiorno, di cui dovrebbe essere dotata qualsiasi persona: buon senso e consapevolezza.




Richard Stallman, il software libero e la democrazia

Foto di Richard M. Stallman
Richard M. Stallman

Su il manifesto di oggi si può leggere un’intervista a RMS – per chi non lo conoscesse, http://www.gnu.org. Nulla di che, forse perché queste cose le sento e risento ormai da anni, anche se non sono assolutamente scontate, purtroppo: del software libero e software proprietario, le differenze sostanziali tra software libero e open source, etc etc.

Però alla fine dell’intervista, all’ultima domanda, viene fuori un RMS che raramente viene raccontato (perché la gente, e gli informatici in particolare, non hanno piacere di vedere che RMS è anche un pensatore, uno che ragiona su quel che gli accade attorno liberamente, e liberamente si fa le sue opinioni; e quindi si cita pochissimo il suo sito personale, ricco di ragionamenti e commenti politici… ah!, l’ho detto!!! http://stallman.org/).

Comunque sia, digressioni a parte, che ci dice di così incredibile il buon Stallman in questa intervista? Eccolo:

Domanda: In Europa la crisi e le conseguenti misure governative di austerity stanno provocando molte proteste popolari in numerose città, da Atene a Londra, da Roma a Parigi. In America c’è un approccio diverso agli stessi problemi?

RMS: E’ un errore chiamare queste misure di austerity “conseguenti”, perché non sono conseguenze della crisi. SOno semplici istanze di cattivo governo. Il modo dper porre fine a una crisi economica è con il deficit della spesa. Quendi perché invece i governi propongono tagli? Perché i governi hanno tradito i paese che dichiaravano di servire. Sono i governi dell’occupazione fondata sull’impero del business globale. Per restaurare la democrazia dobbiamo sbarazzarci dell’impero e distruggerlo.

Obama ha tentato, all’inizio del suo mandato, di aumentare la spesa e portare gli Usa fuori dalla crisi ecnomica, ma i repubblicani non l’hanno permesso. Ora vogliono tagliare i fondi alla spesa pubblica, con una eccezione: hanno richiesto, e avuto, sgravi fiscali per i più abbienti. Non si può dire che siano nemici dei ricchi…

Vi sfido a trovarmi un Politico italiota, un (Caro) Leader di Partito – di Sinistra, s’intende – che abbia mai, non dico detto, ma pensato quanto sopra negli ultimi 15 anni. Se lo trovate, e me lo dimostrate, giuro che potrei anche iniziare a pensare di iniziare a votare…

Ora capite perché a tanti RMS è indigesto (a differenza di quel ghiacciolino di Torvalds)? Ora capite perché, invece, a tanti di noi ha entusiasmato subito, appena incontrato? Perché molti di noi, tutto fuorché informatici, ci siamo buttati sul software libero appena l’abbiamo conosciuto? Ci sarà stato un motivo… 🙂




Mela marcia: quello che c’è sotto il business del gadget tecnologico

Mela marcia, la copertina
Mela marcia

Il 20 ottobre di quest’anno è finalmente uscito il primo libro a cui ho attivamente partecipato: Mela marcia. La mutazione genetica di Apple, per i tipi di Agenzia X di Milano.

A scriverlo siamo stati in 4: le due donne, principali motori e menti del progetto, Caterina e Mirella, entrambe giornalisti hi tech, tra le altre cose; il mitico Ferry Byte, cyber attivista della prima ora, fondatore di Strano Network, di Isole nella Rete e di tante altre belle cose. E, modestamente, io.

Il libro prende spunto dalla querelle sull’ultimo iPhone, quando uno dei blogger di punto di Gizmodo viene represso pesantemente per aver fatto lo scoop dell’anno: aver presentato per primo al mondo il mitico iPhone 4, che ancora non era uscito e di cui tanto si parlava.

Mela Marcia parte da questa vicenda per sviscerare cosa si nasconde dietro alla mutazione di Apple: la mania della segretezza, l’astuto ruolo del messia laico Steve Jobs, il potere del marketing aggressivo e il bluff dell’iPad. Il volume è completato dalla storia del giornalismo 2.0 nell’era di blogger coraggiosi e di “gossip merchant”

come si può leggere nella presentazione dell’editore al libro.

Una scusa, tutto sommato, per andare a spalare un po’ della munnezza che si sta accatastando nel dietro le quinte dello scintillante mondo dei desideratissimi gadgets hi tech. Un mondo fatto di schiavi cinesi, che si suicidano a frotte perché non ne possono più di lavorare 12 – 15 ore al giorno per ben 40 centesimi di euro l’ora, 7 giorni la settimana; un mondo fatto di guardie private che possono tutto all’interno dell’azienda, e che i dipendenti chiamano simpaticamente gestapo; di un mondo che è tanto, troppo simile a tutto il resto del mondo, fatto di cattivi e brutti personaggi per cui business is business, ma che fino all’altro ieri ci dicevano think different, ci davano la mela morsicata e nella loro sede avevano in bella mostra la jolly roger, la bandiera dei pirati. Gente che è diventata quello che è, tra i più importanti guru dell’universo informatico, geni del marketing e della tecnologia, grazie anche e soprattutto agli hacker e alla loro comunità e alla loro voglia di condivisione.

Gente che ora censura, vieta, reprime. Gente che tutto ad un tratto è diventata come tutti gli altri. E forse peggio.

In questo libello usiamo la Apple e i suoi leader e i suoi guru e la sua storia (e i suoi fan, malgrado loro… ;), per cercare di capire la tendenza di questo nuovo modello di business – quello delle Apps, dei device portatili – questa nuova internet a più velocità e a pagamento, per cercare di capire dove stiamo andando.

Non pare, a nostro modestissimo avviso, che sia un posto poi così confortevole …

Il libro è, ovviamente, rilasciato sotto licenza Creative Commons e lo si può liberamente scaricare in formato pdf dal sito dell’editore, e in formato epub e mobi (l’epub taroccato di amazon) dal sito di simplicissimus.

Abbiamo aperto anche un blog in cui si può liberamente discutere degli argomenti del libro e degli aggiornamenti che via via aggiungiamo online, quando possiamo:

http://nessungrandenemico.org

Buona lettura e buona partecipazione! 🙂

PS

Domenica prossima, 12 dicembre, saremo a presentare il libro alla libreria Flexi di Roma, in Via Clementina 9




Un’altro tablet con GNU/Linux

iTabletArriva dall’inghilterra, questa volta, il nuovo Tablet “libero”, con GNU/Linux dentro. Anche se non sono riuscito a capire quale distribuzione. E anche se sul sito di X2 non sono riuscito a trovare l’annuncio di sto device… Boh!

Si chiama iTablet ed ha praticamente lo stesso aspetto dell’ultimo nato in casa Apple. Anzi, rispetto a quest’ultimo, può vantare un display touchscreen più grande, da 10.2 o 10.7 pollici in base alla configurazione scelta, per una risoluzione di 1024×768 pixel. Per quanto riguarda le altre caratteristiche tecniche segnaliamo la presenza della CPU Intel Atom da 1.6GHz, 1GB di memoria RAM, 250 GB di spazio per l’archiviazione dei dati, tre porte USB, Wi-Fi, Bluetooth, HDMI, 3G e webcam da 1.3 megapixel. La differenza la fa anche il sistema operativo utilizzato: Windows 7 oppure GNU/Linux.

Il lancio è previsto per aprile 2010 in una vasta gamma di colori (anche metallizzati) tra cui bianco, grigio, rosa, blu, rosso, giallo e nero. Ancora nessun dettagli per il prezzo forse di attesa di come Apple si posizionerà sul mercato anglosassone prima di coprire una fascia di mercato.

Fonti:

TUXJournal.net

Netbooknews




Thunderbird accolto da Indicator Applet

O Applet Indicatore, se come me avete gnome (e Ubuntu) in italiano. Si fa così:

(qualsivoglia editor siete soliti usare) oppure

vim /usr/share/indicators/messages/applications/thunderbird

Ivi scrivete:

/usr/share/applications/thunderbird.desktop

Fatto, tutto a posto 🙂

‘Sto giochetto funziona tanto col 2 che col 3, di thunderbird. Ma anche con tutte quelle applicazioni che trovate in /usr/share/application e finiscono con .desktop

Ringrazio Tuxmind.