Senza leadership non ci sto! La sinistra e la democrazia in Italia

Immagine di Livio PepinoLeggo su il manifesto di sabato 11 ottobre un articolo di Livio Pepino – ex magistrato torinese, fondatore di Magistratura Democratica, autore con Marco Revelli del libro Non solo un treno… La democrazia alla prova della Val Susa uscito per i tipi delle Edizioni del Gruppo Abele – dal titolo “Organizzati, comunicativi e con una nuova leadership. Le tre scommesse della sinistra“.

Nell’articolo il Nostro prova a tracciare un ipotetico percorso che porti alla “rinascita della sinistra”, partendo – ovviamente – dal presente e dalla difficilissima situazione in cui ci troviamo: il “renzismo” e le sue radici antiche e le responsabilità presenti e passate del Pd; un tessuto sociale dissestato e dis/integrato; etc etc, cose già dette e già sentite, niente di nuovo, onestamente.

Dopo di che parte con le proposte, divise in tre blocchi:

  1. per prima cosa ci dice che, sì, è vero, è importante avere “buone idee”, ma che queste non bastano, ci vuole anche “organizzazione”:

    lo dico pur consapevole, da vecchio movimentista, delle degenerazioni burocratiche e autoritarie che spesso si annidano negli apparati. Contro queste derive va tenuta alta la guardia ma la sottovalutazione del momento organizzativo (e della sua legittimazione) è stata una delle cause principali della rissosità e della inconcludenza di molte aggregazioni politiche ed elettorali dell’ultimo periodo;

  2. oggi la comunicazione, soprattutto quella politica, è demagogica e semplificatoria e assertiva: la cosa può anche non piacerci ma è così. E quindi, se vogliamo far resuscitare la “sinistra”:

    da esse non si può prescindere, almeno oggi. Meglio, in ogni caso, adottarle – con il necessario distacco critico – per veicolare buoni progetti piuttosto che subirle con il loro carico di cattivi progetti… Nella odierna comunicazione fast food le parole contano più della realtà che rappresentano: occorre cambiare questa spirale perversa, ma per farlo bisogna saper usare le parole.

  3. Quindi?

    se questo è vero lo sbocco è conseguente. Abbiamo buone idee e buoni progetti ma continueremo, ciononostante, ad essere sconfitti e saremo ridotti all’irrilevanza (non solo alla minorità) se non sapremo esprimere nuovi linguaggi, semplificati e ripetitivi, ma capaci di dare concretezza a una prospettiva di eguaglianza e di emancipazione […]. E lo stesso accadrà se non sapremo esprimere un personale politico radicalmente diverso da un ceto responsabile di sconfitte seriali […] . E un nuovo personale politico dovrà avere un punto di riferimento riconoscibile e mediaticamente forte: non un uomo della provvidenza circondato da nullità che ne esaltano la funzione salvifica (come è stato ed è da due decenni), ma un uomo, o una donna, in grado di aggiungere un personale carisma a un gruppo autorevole e coeso. Anche questo provoca in noi (o almeno in me) non poca diffidenza. Ma il terreno e le modalità dello scontro non li decidiamo noi. Dovremo cambiarli, epperò – qui e ora – non possiamo prescinderne […]. Arrivo così alla parte più difficile. Esiste oggi in Italia la possibilità di dar corpo a una prospettiva siffatta (come sta accadendo altrove: dalla Grecia alla Spagna)? Esiste, ma per costruirla bisogna uscire dal generico e avanzare proposte concrete, anche venendo meno al politically correct. Dunque ci provo. Il nucleo forte della proposta politica non può che essere il lavoro, con le sue condizioni e i suoi presupposti, di cui riappropriarsi sottraendolo a chi lo distrugge ma, insieme, lo declama presentandosi come il suo vero e unico difensore. C’è chi può rappresentare questa prospettiva in modo non personalistico e con un riconoscimento diffuso, verificato in centinaia di piazze e – particolare non meno importante, secondo quanto si è detto – in centinaia di confronti televisivi. È – non devo certo spiegare perché – Maurizio Landini.

Ecco, quanto sopra è ciò che propone Pepino, in buona sostanza. Riassumo:

  1. semplificare il linguaggio;
  2. trovare un “uomo forte” (o una donna, ma l’ha messo lì perché altrimenti pareva maschilista, ma non sembrava troppo convinto);
  3. trovare un tema, un argomento, che faccia presa tra la gente: il lavoro;
  4. chi meglio di Maurizio Landini, segretario sinistro della FIOM?

E io rimango, come disse quello che non ce lo volevano portare.

Allora, i 4 punti sopra sono “ricette” di cui si sente parlare, o di cui si legge, almeno dalla metà dell’800. Quindi, senza offesa per nessuno, se si voleva essere innovativi ci si aspettava qualche sforzo maggiore.

Ma, soprattutto, questa “gente”, questa intellighenzia di “sinistra”, in che mondo vive e in che mondo ha vissuto? Detto proprio fuori dai denti:

NON SE NE PUÒ PIÙ DEI VOSTRI LEADER COSTRUITI CON LO STAMPINO

Rispondo brevemente ai 4 punti, così per capirsi meglio:

  1. guarda, Pepino, che noi persone “normali”, cioè – tradotto in italiano corretto, noi cittadini, non siamo coglioni. Capiamo benissimo di cosa parlate, soprattutto quando prematurate le supercazzole per pigliarci per il culo. Invece di “semplificare il linguaggio” dovreste sturare le orecchie, ed imparare ad ASCOLTARE, che forse avreste da imparare parecchie cose;
  2. non ce ne può fregare di meno del vostro “uomo forte”. Proprio perché fai (inappropriatamente) l’esempio della Grecia e della Spagna, guarda che lì (ma anche in USA con “Occupy Wall Street”) i movimenti si (auto)organizzano in assemblee orizzontali, senza dirigenti ma con gruppi di lavoro, con portavoce immediatamente rimovibili. Si chiama democrazia diretta, e non si vuole di meno;
  3. non vogliamo lavoro, vogliamo reddito. Non sono la stessa cosa e non sono legati tra di loro. Non vogliamo diventare schiavi, vogliamo tornare ad essere cittadini;
  4. Landini – che sarà sicuramente una bravissima persona – è uomo della CGIL, NON ha mai messo in discussione il ruolo di questo sindacato NON democratico (tanto che nelle elezioni sindacali Cgil, Cisl e Uil hanno, a prescindere dal risultato delle elezioni, 1/3 dei delegati. Alla faccia della “democrazia”), che è legato al Pd e che è ed è stato uno dei protagonisti della morte della sinistra. La Cgil, e i suoi dirigenti, non sono la soluzione del problema, ma la causa.

Infine, caro manifesto e caro Pepino, oltre alla Grecia e alla Spagna (e agli USA di cui sopra), c’è un altro esempio che proprio quest’anno ha compiuto 20 anni, insegnandoci tantissimo, se si ha voglia e la libertà intellettuale per imparare: è l’entusiasmante avventura del Chiapas, dei suoi abitanti e dell’EZLN.

Nell’ultimo numero di “A-Rivista Anarchica” c’è un bellissimo inserto tutto dedicato al Chiapas, con articoli vari di compagne/i che sono sono stati lì, altre cose interessantissime ma – soprattutto – il testo integrale della lunga dichiarazione di Marcos – in cui si può leggere:

É una nostra convinzione ed una nostra pratica che per ribellarsi e lottare non sono necessari né leader né capi né messia né salvatori. Per lottare si ha solo bisogno di un po’ di vergogna, un tanto di dignità e molta organizzazione.

Ecco, si. Organizzazione. Ma andiamo a vedere in Chiapas come si organizzano: proprio come fanno gli Indignados spagnoli o gli anarchici greci o gli Occupy statunitensi.

Ma non è solo questione di organizzazione – quando mai lo è stato – ma anche di approccio, di attitudine, di capacità di ascoltare l’altra/o, il diverso, chi sta “sotto”:

dovreste coltivare un po’ di senso dell’umorismo, non solo per la salute mentale e fisica, ma anche perché senza senso dell’umorismo non si può comprendere lo zapatismo. E quello che non capisce, giudica; e quello che giudica, condanna.

http://www.youtube.com/watch?v=thAiSkX4qwo

Buon cammino, compagn@.




Quello che dovrebbe dire la sinistra in Italia su crisi, giovani e lavoro. Lo dice Sergio Bologna

Immagine di Sergio Bologna
Sergio Bologna

Qui sotto un brillante e lucido articolo di Sergio Bologna, storico, economista, che è già passato da queste parti. Un articolo dove si dicono alcune, poche, semplici cose attorno al problema dell’uscita dalla crisi economica nel nostro paese, al problema della disoccupazione giovanile e del precariato – che non è più solo “giovanile”, al problema del salario.

Problemi affrontati “da sinistra”, dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno, che non c’è nessuno, nel panorama politico istituzionale italiano attuale, che sia in grado di affrontare i problemi di cui sopra con uno sguardo realmente a sinistra.

Potremo provare ad usare questa analisi di Bologna per provare a ricominciare a pensare a sinistra. Sul serio, e senza paura.

Generazione «neet». Un lavoro ai giovani, ma che sia decente

di Sergio Bologna, il manifesto di sabato 25 maggio 2013, pag. 15

Dice Letta: «priorità è dare un lavoro ai giovani». Ma quale lavoro presidente, di che genere? In Italia non abbiamo solo il problema della disoccupazione giovanile. Abbiamo i salari d’ingresso più bassi d’Europa, come ha ricordato in varie occasioni il governatore Draghi. Secondo dati Eurostat riportati di recente da lavoce.info abbiamo il più alto numero di lavoratori che non percepiscono i minimi contrattuali. La piaga dei tirocini gratuiti, malgrado la buona volontà della ex ministro Fornero, continua a imperversare. Quanti laureati vengono assunti con mansioni inadeguate ai loro titoli di studio («per far fotocopie» è il detto)? Quanti contratti a tempo determinato sono pagati 500/800 euro al mese? E per quante ore? Ci siamo dimenticati che per parlare di salario bisogna anche parlare di orario? Un co.co.pro. che dura tre mesi, e poi sei mesi di attesa e poi un altro co.co.pro. per altri tre mesi. È lavoro questo, è occupazione questa?

Moderiamo la flessibilità, sono tutti d’accordo, ma per favore non ci raccontiamo la frottola che la situazione drammatica di oggi è dovuta solo alla flessibilità che ha creato un precariato strutturale. È dovuta in massima parte alle scelte di politica industriale che hanno portato via via negli anni a rinunciare alle produzioni avanzate, dall’elettronica alla chimica, dall’auto alle fibre ottiche. Che hanno portato alla miniaturizzazione dell’impresa e cancellato la grande impresa dotata di risorse per investire in innovazione. I primi a non credere nelle loro imprese sono stati gli azionisti, i profitti creati nella manifattura li hanno investiti in finanza o in immobili. Abbiamo come la Spagna spinto al massimo il cemento, distruggendo territorio, centri urbani e alla fine anche le banche. Le loro sofferenze non sono dovute forse in massima parte ai palazzinari che non restituiscono i crediti a loro generosamente elargiti e vigliaccamente negati ad artigiani, piccole imprese, autonomi?

Presidente Letta, le chiediamo ancora: che lavoro vuol dare ai giovani, come li vuole occupare? Come le centinaia di migliaia di quelli dei lavori creativi, dei media, dell’informazione, pagati una miseria, intrappolati in una giungla di agenzie d’intermediazione, non pagati? Lassù, nelle alte sfere, avete mai sentito parlare di wage theft? Non solo non c’è lavoro per i giovani in Italia ma se c’è, è un lavoro umiliante, povero, per i livelli retributivi, per le mansioni svolte, per i diritti negati. È mai possibile che quando cerchiamo di intervistare qualcuno di questi giovani ci sentiamo rispondere troppo spesso, «No scusa, non mi voglio esporre»?. È mai possibile che nel lavoro regni la paura? È un paese libero questo?

E allora, se stanno così le cose, non diamo la croce addosso ai neet. Non sono scansafatiche, parassiti, rassegnati. Sono probabilmente persone che piuttosto di accettare un tirocinio gratuito e poi forse un co.co.pro. di tre mesi a 500 euro preferiscono fare lavoretti in nero, non perché vogliono fregare il fisco, ma perché hanno rispetto di se stessi e certe umiliazioni non le accettano. Non studiano. E perché dovrebbero studiare? Per dover ingoiare cose indigeste che non servono a trovare un lavoro decente, per doversi far giudicare da professori che non di rado sono semianalfabeti? Purtroppo la sensazione che si ha a sentire le dichiarazioni di certi dirigenti sindacali, di certi ministri, insomma di certi decisori, è che non abbiano la più pallida idea di cos’è il lavoro oggi.

Nessuno oggi, al mondo, ha in tasca una ricetta per rilanciare lo sviluppo e l’Italia, per quanti sforzi possa fare un volonteroso governo, è troppo malconcia per potersi riprendere. L’Italia non è più un paese sovrano, i vincoli contratti dal governo Monti hanno, come dice Draghi, inserito il pilota automatico, il nostro destino è già scritto. Potrebbe riprendersi il Paese a una sola condizione: che le gente ritrovi la forza di fare appello solo al proprio capitale umano, ragionando con la propria testa, riprendendo in mano i propri destini, compiendo scelte che la vulgata economica giudica irrazionali, quella stessa vulgata che ci vuol convincere che un’agenzia di rating è un attore razionale del mercato. Ribellandosi, anche con violenza. Dal governo non possiamo aspettarci niente, tranne che peggiori la situazione, come il precedente. Ma una cosa Presidente Letta, lei potrebbe fare. Quando dice «priorità è dare ai giovani un’occupazione» ci attacchi l’aggettivo «decente», perché altrimenti si rischia di equivocare.




Pd: almeno ora le cose sono chiare

Il quinto stato
Il quinto stato

Gli ultimi giorni hanno dimostrato, a mio avviso e se ancora ce ne fosse bisogno, come il Pd NON sia un partito di sinistra. Il Pd e la coalizione di “centro sinistra”, cioè il Pd stesso e SEL, hanno avuto la straordinaria occasione di eleggere come presidente della Repubblica una persona di sinistra, Rodotà, ma l’occasione non è stata colta. Non per colpa di SEL, bisogna dirlo, ma unicamente per colpa del Pd stesso. Come mai? Perché Rodotà è un uomo indipendente e troppo di sinistra, per l’attuale Partito Democratico. Perché il Pd non è UN partito, ma la coalizione di vari interessi di potere, di vari potentati – dalla Lega delle Cooperative ad alcuni istituti bancari ed assicurativi e finanziari; da alcune grandi aziende ad, addirittura, alle grandi aziende italiane in generale; il sindacato – che ormai è a sua volta un potentato e non l’organizzazione dei lavoratori italiani, ed altri soggetti che non mi vengono in mente o che semplicemente non conosco.

Questa coalizione, che possiamo definire ottimisticamente “liberal-democratica” o “progressista”, cioè una coalizione liberale moderata, pensa si possa gestire il liberismo e il mercato ed ha fatto proprie alcune delle idee forti del neoliberismo nato dopo la crisi 1973 ma diventato “pensierò unico” con il crollo dei paesi del “socialismo reale” dal 1989 in poi, cioè quel blocco politico ed ideale che era il riferimento del vecchio Partito comunista italiano. Una coalizione che vuole il pareggio di bilancio inserito nella Costituzione; che vuole il taglio delle spese dello Stato se non per le fasce più povere della popolazione, che vuole la privatizzazione della maggior parte del pubblico e così via.

Una sifatta coalizione NON potrebbe MAI eleggere Stefano Rodotà, che è sempre stato un indipendente di sinistra, un difensore dei beni comuni, uno studioso di diritto, del rapporto tra reti informatica e società (è del 1973 il suo libro “Elaboratori elettronici e controllo sociale”, pubblicato da il Mulino di Bologna), un laico sostenitore dell’eutanasia. Nonostante sia stato eletto nel 1979 come indipendente nelle liste del Pci e poi sia stato il primo Presidente del Partito Democratico della Sinistra (PDS).

Questo quadro, a mio avviso, è chiaro già da tempo, ed ora la cosa diventa semplicemente insindacabile, indiscutibile. E l’eventuale rielezione di Giorgio Napolitano ne sarà la conferma definitiva. Ma anche questo non è un problema in generale. Anzi, ora che le cose sono chiare, tutto diventa molto più semplice.

Il problema, però, è per la sinistra, per quel che ne rimane: SEL, Rifondazione comunista e quel po’ di movimento che ancora si dibatte in vari ambiti degli enti locali.

Già, perché tutti questi vari soggetti sono sempre, in vari modi, alleati del Pd, nelle varie Regioni, Provincie e Comuni. E questo, almeno per quel che mi riguarda, è un problema. Perché è evidente, penso, che il progetto di SEL di “spostare a sinistra” il Pd è fallito miseramente proprio con Rodotà. Un progetto arrivato ad un passo dalla realizzazione, anche grazie al M5S e che non si è realizzato per un semplicissimo, banalissimo motivo: il Pd, nel suo insieme e nella sua maggioranza (almeno per quel che riguarda i dirigenti) non ha NESSUNA intenzione di spostarsi a sinistra, se non a chiacchiere in prossimità delle elezioni, quando ha bisogno dei voti della gente di sinistra, motivo per cui continua a portarsi appresso SEL (come prima faceva col Prc).

Questo è un problema, dicevo per quel che mi riguarda, perché stare con il Pd, per SEL e Prc – ed Action a Roma, quando si parla di “movimento”, per esempio – perché significa accettare ed avallare cose inaccettabili in una prospettiva di sinistra, come le TAV in Piemonte e in Toscana, o la Geotermia sul Monte Amiata (gr), o le tante porcheria – ambientali e non – che ormai per il Pd sono la prassi politica normale e quotidiana. Quindi se queste forze politiche di sinistra vogliono, a mio avviso, avere una qualche possibilità di esistenza reale, che non sia di mera testimonianza interna al Pd – e di sopravvivenza grazie ai soldi che arrivano dagli incarichi elargiti tramite il Pd – devono svincolarsi esplicitamente dal Pd e iniziare un percorso di ricostruzione di una sinistra nuova, che parta da altri e nuovi presupposti – molti dei quali sono stati cannibalizzati da Grillo e dal sul M5S – e che, lavorando sui territorio e nelle lotte, torni a confrontarsi con la gente e con i suoi problemi. Un percorso lungo e difficile, che non prevede scorciatoie – e la recente vicenda di Ingroia è esemplare, in questo senso – ma che è l’unico, a mio avviso, perché possa tornare a parlare di sinistra nel nostro paese.




Perché il Pd non vuole Rodotà presidente della Repubblica

Immagine di Stefano Rodotà
Stefano Rodotà

Una premessa d’obbligo:

sono ignorante di questioni istituzional-parlamentari. Non milito e non ho mai militato in nessun partito politico, istituzionale o meno che fosse (ma in organizzazioni politiche si; ma non partecipavano a nessun tipo di elezione, quindi è un mondo che mi è oscuro).

Non ho contatti con quel mondo. Ne avevo, una volta – visto che vari compagn@ di strada vi si erano avvicinati, per lavoro soprattutto, ma qualcuno anche per convinzione (e convenienza) – ma ora non più.

Quindi quanto dico ora è quel che pensa un “cittadino medio”, non particolarmente stupido, non particolarmente intelligente.

Dunque, da quel che posso vedere e capire io, quassù dalle montagne del centro Italia, la “sinistra” italiana avrebbe la possibilità concreta di eleggere alla presidenza della Repubblica un uomo di sinistra, uno che si occupa di “beni comuni”, di diritti, di lavoro, uno che pensa che la società debba essere una cosa giusta in cui la gente possa essere felice. Un social-democratico, insomma, una persona di sinistra moderata ma seria, vera: Stefano Rodotà.

Si è giunti a questa situazione, per quel che posso decifrare io, perché Rodotà è stato candidato alle “quirinarie” (la pagliacciata online del M5S, a cui ha partecipato qualche decina di migliaia di persone) ed è arrivato terzo, dietro la Gabanelli e Gino Strada, che però si sono ritirati. Sono mesi, però, che negli ambienti della “sinitra diffusa” (non saprei come definirla altrimenti: quel mondo variamente di sinitra, che possiamo dire sta tra SEL e i centri sociali) viene fatto il nome di Rodotà presidente, che ci sono petizioni online e cose così. Penso che questo abbia pesate nel movimento di Grillo, e nel suo leader, per candidare Rodotà: uno che se venisse eletto piacerebbe anche ai grillini, ma che altrimenti – come sta succedendo – sicuramente può creare tanti, ma tanti problemi al Pd e consorteria. Che questa candidatura sia stata fatta ad hoc non lo so; così fosse, però, non mi stupirei.

Al di là di come ci siamo arrivati, però, la situazione è che c’è un ottimo candidato di sinistra, sostenuto anche dal M5S, che quindi – con i voti di Pd e SEL – potrebbe essere eletto (non so se già coi 2/3 dei voti, ma poco importa). Cosa succede, invece? Succede che il Pd candida un vecchio arnese della politica dc (ivi iscritto fin dal 1950, gli anni di Scelba, tanto per capirsi…), erede di Carlo Donat-Cattin, ministro con Andreotti, responsabile dell’organizzazione del partito durante tantentopoli, Franco Marini. Un volto nuovo, insomma.

Questa candidatura trova l’appoggio e il sostegno di Pdl e Lega. Taac!

Nel momento del suo annuncio, mezzo partito si ribella, da Renzi (da destra) ai “giovani Turchi”, a varie federazioni locali a tanta gente comune.

SEL vede l’inciucio (gliel’hanno sbattuto in faccia, ci sarebbe da dire, ma facciamo finta di niente, il momento è drammatico), annuncia che non voterà mai Marini ma voterà Rodotà, con il M5S. Evviva, hanno un limite pure loro.

Alle elezioni di stamani Rodotà prende 80 voti più di M5S+SEL messi insieme, quindi è probabile che tanti Pd abbiano votato Rodotà invece che Marini.

Questo il quadro sintetico, verso cui mi pongo – e vi pongo – delle domande:

  • perché il Pd non ha colto l’occasione di eleggere un presidente della Repubblica di sinistra?
  • perché non ha colto l’occasione di fare qualcosa di sinistra, avrebbe detto Moretti, con SEL e M5S?
  • perché non ha avviato, praticamente, un percorso con il M5S, che avrebbe potuto – come volevano speravano SEL e il Prc – spostare “a sinistra” il M5S e permettere la nascita di un governo nuovo, innovatore, che mettesse mano ai tanti problemi che ha il paese in un’ottica che non sia quella dei tagli e degli interessi dei poteri forti?

Perché? L’occasione è lì, sotto gli occhi di tutti, perché non viene colta?

 A mio modestissimo avviso per un motivo molto semplice: perché è un’occasione di sinistra. Non è un’occasione per il Pd.

Se questo è vero, a questo punto coloro che hanno nel Pd il loro punto di riferimento per la ricostruzione della sinistra nel nostro paese  dovranno fare i conti con quello che sta succedendo per l’elezione del presidente della Repubblica e trarne le conclusioni, ad iniziare dalle alleanze negli enti locali, Regioni, Provincie e Comuni. O, a mio modesto avviso, faranno la fine del Pd.




Cosa succede quando seghi il ramo su cui stai seduto: la sinistra italiana nel 2013

Immagine di una manifestazione a Genvova nel 2001
La storia siamo noi: Genova 2001

Qualche sera fa ho visto la parte finale dello Speciale Presa diretta di Riccardo Iacona dedicato a Grillo ed al successo del Movimento 5 Stelle alle recenti elezioni politiche (http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-85c2d6eb-e4f2-4a4c-8068-1be408ffa691.html?refresh_ce), tra cui le interviste a Nichi Vendola e a Pierluigi Bersani.

Al di là delle differenze tra i due la cosa che mi ha colpito, lo devo ammettere, è stata che, almeno a livello retorico, entrambi hanno dato l’impressione di aver capito che il voto a Grillo è stato, in primis, una serie di richieste chiare, da parte di tanti cittadini: partecipazione, trasparenza, etica. Sono cose che sia Vendola che Bersani hanno detto chiaramente, durante l’intervista con Iacona. Ed entrambi, in modi neanche tanto diversi, hanno detto che se la “sinistra” vuole avere la possibilità di continuare ad esistere, deve essere in grado di dare delle risposte concrete ed immediate a queste richieste.

E qui, a mio avviso, abbiamo il vero problema: l’attuale sinistra istituzionale – e non – è da parecchio tempo che non ha più le basi minime per fare quanto proposto da Bersani e Vendola. Vediamo perché.

Nel caso di Bersani e del Pd è almeno da metà anni ’90, da dopo la teorizzazione veltroniana del “partito leggero” e dalla messa in pratica di questa teoria – da una parte col referendum sul maggioritario del ’93 e dall’altra con lo smantellamento delle sedi territoriali del vecchio Pci – che gli eredi del partito comunista non hanno più una presenza capillare sul territorio, unico modo per poter avere un rapporto non saltuario e non strumentale con i cittadini. Che, invece, è esattamente quello che è riuscito a fare, nel corso degli ultimi anni, il “movimento” creato da Beppe Grillo.

Gli esempi di quanto sopra potrebbero essere infiniti. Mi accontento della mia esperienza personale, di persona che da 23 anni vive in Toscana e da 10 in un piccolo comune della provincia di Grosseto, in un territorio che dalla fine della seconda guerra mondiale è dominio assoluto del Pci/Pds/Pd, e che ad oggi – almeno da che ci vivo io – non vede una presenza seppur minima del partito sul territorio. Se si andasse a cercare la presenza di una sede del Pd (ma anche degli alti partiti della sinistra istituzionale, SEL e Prc compresi) nel mio territorio, si troverebbero, malamente e dovendo girare parecchio, un paio di posti sempre chiusi. Questo rispetto ad un paio di decenni fa, quando in questo territorio, anche nelle frazioni più minuscole (si parla di centri abitati da poche centinaia di persone) c’erano le sedi dei principali partiti, aperte e partecipate, ed ogni anno si tenevano le feste degli stessi.

Dico questo non perché sono nostalgico del mitico passato del Partito comunista – che non sono, anzi; ma per cercare di capire come sia successo che un’organizzazione che fino ai primi anni ’90 aveva una ramificazione territoriale eccezionale – fatta di sedi, circoli, bocciofile, Arci, case del popolo – oggi sia praticamente inesistente. Questa è una delle possibili chiavi di lettura per capire, e provare a spiegare, da dove nasca l’enorme separatezza tra i i politici di professione di “sinistra” e i cittadini.

Nel caso di SEL e Prc vale un discorso molto simile, ma da datare a 10 anni dopo. Fino al 2003 Rifondazione comunista – che allora teneva ancora assieme le due anime, arrivando ad avere, elettoralmente parlando, un sano 6% alla camera e 7% al senato (nel 2006; senza contare il 2% di Comunisti italiani e un altro 2% dei Verdi) – era un partito, almeno in molte zone d’Italia, che riusciva ad avere ancora caratteristiche di apertura e condivisione con i cittadini molto sviluppate. Sempre partendo dalla mia esperienza, nella città di Siena, dove ho vissuto per 13 anni, gran parte di quello che è stato “movimento” è passato, bene o male, per le stanze della federazione senese di Rifondazione (e prima del 1991 in quelle di Democrazia Proletaria, fino a quando quest’ultima non è confluita nel Prc partecipando alla sua fondazione). Che NON vuole dire che tutto il “movimento” senese era Rifondazione: vuol dire che, per esempio, tutte le volte che avevamo bisogno di un posto dove fare una riunione, o di materiali per fare iniziative, Rifondazione è sempre stata al servizio. Tutto il dibattito di “movimento” vedeva la partecipazione di Rifondazione, e spesso eravamo chiamati a partecipare a parte del dibattito interno di quel partito. Senza chiedere nulla in cambio. Ne parlo per esperienza diretta, visto che mi sono ritrovato ad avere le chiavi della federazione di Rifondazione pur non essendo un iscritto – non sono mai stato iscritto a nessun partito – e non essendone neanche un elettore, cosa peraltro nota a tutte/i.

Questa pratica non era esente da contraddizioni e conflitti: famoso e gustoso quello della primavera del 2001, quando si scoprì che a Siena si sarebbe tenuto un “Cantiere sociale” organizzato, letteralmente piovuto dall’alto, dall’allora settimanale Carta e dagli indigeni militonti di Attac, senza che venissero coinvolte e neanche avvertite le realtà di “movimento” locali: si seppe tutto dalla lettura dei giornali cittadini che annunciavano l’evento. L’organizzazione, però, a livello nazionale, vedeva anche la partecipazione dei Giovani comunisti – organizzazione giovanile del Prc – di cui facevano parte compagne e compagni che erano parte attiva dei collettivi e del “movimento” senese. Dopo un’accesa riunione si decise di andare a contestare l’apertura del “Cantiere sociale”, proprio per la sua natura poco sociale e molto calata dall’alto, cosa che però provocò un grosso scazzo interno ai Giovani comunisti senesi con tanto di arrivo di dirigente nazionale a far da pompiere.

Col 2003 e con la decisione della dirigenza dl Prc di entrare in quello che poi sarebbe diventato l’Ulivo (con i risultati elettorali di cui sopra), questo legame venne meno, il partito pensò bene di passare all’incasso, credendo di avere dalla sua parte il “movimento” italiano – ed in parte era varo, se si va a vedere i rapporti diretti, anche lavorativi, che molti noti esponenti di spicco (leaders) del “movimento” avevano col partito di Bertinotti – cosa che poi, nel 2008 si rivelò in tutta la sua fallacia, con l’uscita del partito dal parlamento, la rottura con Vendola e la fine ingloriosa del movimento comunista istituzionale italiano, nato a Livorno nel 1921.

Anche il “movimento” vero e proprio, però, cioè quella parte importante della sinistra italiana non istituzionale, ha visto negli stessi anni prendere una china autoreferenziale e minoritaria che l’ha portata allo stato attuale, di quasi ininfluenza sociale. Eppure il “movimento” fino a metà anni ’90 ha avuto una grandissima capacità di autonomia, sia politica che culturale, che l’ha portato – nell’isolamento quasi completo e sotto l’attacco quasi costante di una repressione molto pesante – a riuscire a costruire un immaginario molto potente e diffuso, fatto di luoghi – i centri sociali – di teoria – le tante riviste uscite in quegli anni, da Decoder a DeriveApprodi, di cultura – i tanti infoshop, le case editrici, la musica con il “movimento delle posse”, che hanno prodotto gruppi divenuti famosi anche fuori dal circuito stretto dei centri, come i 99 posse e gli Almamegretta e gli Assalti frontali  che hanno influito anche su famosi autori cinematografici come Gabriele Salvatores. Era possibile, nei primi anni ’90, all’incirca fino al 1996, andare in giro per l’Italia, anche nella provincia più estrema, e trovare un centro sociale accogliente, un infoshop, un collettivo, una casa occupata.

A metà anni ’90 il “movimento dei centri sociali” si divide, su tematiche che oggi possono sembrare oziose – e forse lo erano anche allora – ma che, penso, avevano a che fare anche con quello che ci sta capitando oggi: quanto un “movimento”, ma anche un partito, rischia, istituzionalizzandosi, di separarsi dal resto della massa dei cittadini? Quello che si determinò allora, di fatto, fu una frattura fra chi voleva iniziare un approccio verso le parti più sensibili della sinistra istituzionale – Rifondazione in testa – anche nell’ottica di una partecipazione a ruoli di governo, come nel caso di Daniele Farina del Leoncavallo, che divenne prima consigliere comunale, poi deputato alla camera per finire a fare, dal 2010, il coordinatore provinciale di SEL a Milano e finire nuovamente eletto nelle recenti elezioni politiche, sempre per il partito di Vendola. Il Leoncavallo, intanto, è di fatto diventato una sezione di SEL; o come nel caso di Massimiliano Smeriglio, che è passato dall’essere uno dei leader dei Comitati Autonomi Universitari negli anni ’80 a Roma a fare prima il presidente del Municipio XI della capitale, poi deputato nel 2006 con Rifondazione e infine assessore al Lavoro e alla Formazione della Provincia di Roma ed ora, pure lui, eletto con SEL alle ultime elezioni politiche; e chi, al contrario, nel “movimento” dei centri sociali voleva mantenere e consolidare quell’autonomia che si era avuta fino ad allora e che non avrebbe dovuto essere separazione.

Questo non per stigmatizzare percorsi rispettabilissimi, ma per sottolineare come anche all’interno del “movimento” ci sono stati spostamenti grossi – quelli sopra sono solo due esempi dei moltissimi che si potrebbero fare – nella direzione di un’istituzionalizzazione che non ha portato il “movimento” stesso a riuscire a muoversi su due piani, ma a muoversi solo verso uno dei due, senza la capacità, per l’ennesima volta, di consolidare quanto costruito nella fase precedente, di rimanere ancorato ai territori, prima di passare alla fase successiva.

Con l’esplosione del “movimento di Seattle”, nel 1999, anche e soprattutto in Italia deflagra “il movimento dei movimenti”, il “movimento noglobal”, tanto per usare definizioni giornalistiche tristi e poco attinenti alla realtà. E’ una stagione ricchissima di partecipazione, soprattutto da parte di una generazione giovanissima e piuttosto libera di tanti condizionamenti che, invece, avevamo noi “vecchi”. Una generazione che pone fortemente il tema della partecipazione, appunto, ma anche della democrazia diretta, del rifiuto della delega, dell’orizzontalità nel prendere le decisioni; ma anche di un diverso approccio e di un uso creativo delle tecnologie di comunicazione (anche perché i tempi erano maturi), tanto che alcune “organizzazioni” di spicco di quegli anni – una su tutte Indymedia, ma non solo – decisero di usare, per prendere tutte le decisioni interne al gruppo, il metodo del consenso: cioè un processo decisionale di gruppo, che ha come obiettivo quello di pervenire a una decisione consensuale, cioè che non sia solo l’espressione dell’accordo tra la maggioranza dei partecipanti, ma che integri nella decisione anche le obiezioni della minoranza. Il tutto in maniera pubblica e trasparente, attraverso mailing list pubbliche a cui chiunque poteva iscriversi, senza filtro alcuno.

Se andiamo a vedere le domande espresse dal voto dai grillini alle ultime elezioni politiche possiamo vedere che molte risposte erano già presenti nei movimenti che diedero vita alla lunga fase di movimento che finì tragicamente nelle strade di Genova nel 2001 con l’assassinio di Carlo Giuliani.
Ma sarebbe sbagliato dare la responsabilità della fine di quel movimento “solo” alla repressione poliziesca, che pure ci fu, e feroce, e un giorno andrà analizzata storicamente come si deve: parte non piccola di quella responsabilità sta nella classe dirigente di quel “movimento”, tanto nella sua parte istituzionale che in quella più direttamente movimentista, che non ebbe la capacità di … ma anzi schiacciò la voglia di autonomia delle tante/i che si affacciarono allora per la prima volta nel mondo della politica, cercando di “portali” dalla propria parte.

Anche in questo caso porto la mia esperienza diretta: tornati da Genova nell’estate del 2001, dopo esserci leccati le pesati ferite – chi quelle fisiche, chi quelle psicologiche, chi purtroppo entrambe – l’autunno ripartì con grande entusiasmo, e anche nella sonnacchiosa città di Siena nacque il Social Forum, così come praticamente in tutto il resto d’Italia. Esperienza a cui iniziai a partecipare un po’ titubante,per poi ricredermi appena messo piede nella sala preposta alla riunione: ci saranno state 60 persone – che per Siena era un’enormità – di cui almeno il 90% a me sconosciute (ed erano ormai 10 anni che militavo quotidianamente nel “movimento” senese, fatto tutto sommato di poche persone che si conoscevano praticamente tutte). Anche a Siena la voglia di esserci, di partecipare, di dire la propria, a prescindere dall’esperienza e dalla capacità – tutte cose che si acquisiscono col tempo – era forte, e le giornate di Genova avevano sì spaventato tante/i, ma avevano anche fatto vedere che quel “movimento” non era fatto dai soliti estremisti che volevano spaccare tutto – a prescindere da quel che dicevano i giornali – ma da gente che voleva discutere, ragionare e proporre cose che potessero migliorare la vita di tutte/i, e non solo nella grassa e ricca Europa.

La festa durò si e no tre riunioni. Tutti i gruppi presenti – e purtroppo pure il mio, me compreso – fecero il possibile per portare dalla propria parte i presenti, con lunghissimi e pallossissimi discorsi; con i metodi tradizionali e vergognosi del cammellamento dell’assemblea, ottenendo come unico risultato di ritrovarsi, dopo poco, ad essere i soliti 10 che sempre facevano e sempre si conoscevano. Per quel che mi posso ricordare lo stesso accadde a livello nazionale, ed anche in questo caso la festa finì, tristemente, al Social Forum Europeo di Firenze nel 2002.

Da allora il “movimento” si è frammentato in tanti rivoli – alcuni potenti e ricchi di immaginario, come i NO TAV, la stragrande maggioranza degli altri molto meno – che hanno tutti la caratteristica di essere estremamente territoriali. Che non è detto sia un “male”, anzi. Ma la mancanza di coordinamento, l’incapacità di ri/conoscersi, la mancanza di dialogo e ragionamento comune, ha fatto si che, a parte pochissime eccezioni, si perdesse lo sguardo generale della situazione. Ognuno si guarda il proprio ombelico, ogni situazione è concentrata su se stessa, e non si riesce a creare, a spingere forte sull’immaginazione della “gente comune”, che vive spersa e disillusa sui propri territori, spesso impotente di fronte a grosse minacce alla salute e all’ambiente, oltre che ai diritti sociali e politici.

Anche in questo caso faccio un esempio personale: dove vivo, sul Monte Amiata, c’è l’enorme problema della Geotermia. Questa è spacciata come energia “verde e rinnovabile”, ma non è nell’una nell’altra. L’ARS Toscana (l’Agenzia Regionale di Sanità della Toscana http://www.ars.toscana.it/) ha prodotto uno studio dove si di/mostra che nei comuni geotermici dell’Amiata c’è un aumento medio di morte per tumore del 13% rispetto ai comuni limitrofi non geotermici e al resto della regione. Ciò significa che, almeno in parte, questo incremento di mortalità è diretta conseguenza della Geotermia (per maggiori informazioni potete visitare il sito del Coordinamento SOS Geotermia: http://sosgeotermia.noblogs.org).

Mi aspetterei che anche questa semplice notizia dovrebbe scatenare negli abitanti di queste zone rabbia e ribellione, però nulla. C’è un Coordinamento di comitati e di persone singole – nell’ordine di una manciata di persone – che, bene o male, cerca di informare la popolazione di quel che sta accadendo, organizzando dibattiti, interventi, manifestazioni, senza ottenere il minimo risultato, o quasi. Chiacchierando con la gente si scopre che se non tutte/i molte/i sanno quel che succede, ma l’impotenza è più forte tanto della paura e che della rabbia. Non è un caso che tutto ciò accada “rossa” Toscana: i principali responsabili di questa situazione – a parte l’ENEL che è la produttrice degli impianti – sono i politici locali al governo. Cioè Pd, SEL e Rifondazione comunista.

Tutto questo gran chiacchierare per dire cosa? Per dire che negli ultimi 10 anni la “sinistra”, moderata e radicale; istituzionale e di “movimento” si è suicidata, regalando a Grillo e ai grillini temi e pratiche che da sempre sono sue, che per anni ha praticato e portato avanti. Siamo “noi”, sinistra, che siamo venuti meno. Ed il vuoto è stato riempito da altre/i.

Aggiornamento di primavera, del 21 marzo

Massimiliano Smeriglio oltre che parlamentare da ieri è anche vice presidente della Regione Lazio con delega alla scuola e alla formazione”, come si può leggere sul Corriere online.

Che dire: meglio lui che tant@ altr@, ma sicuramente lascia perplessi il fatto che la stessa persona possa fare – e bene – due cose così impegnative:

  • il vice presidente di una regione impegnativa ed in difficoltà come il Lazio;
  • l’assessore alla Scuola e alla Formazione della stessa regione;
  • il parlamentare, in una legislatura così delicata.

Mah!




Cesare Bermani su Ivan della Mea

[Fonte il Manifesto]

APERTURA |   di Cesare Bermani

SINISTRA ITALIANA – Le provocazioni di un bastian contrario

Piccole e grandi storie. Dalla Milano anni 50 e 60 all’«Amendoleide»

Con Ivan se ne va una fetta importante della vita di tanti compagni. Difficile, direi impossibile, comprimere in poche righe una personalità così complessa come la sua. Ivan è legato agli anni più belli della mia vita, gli anni 1962-1969 che segnarono lo svilupparsi della ricerca sul campo del canto sociale italiano e della realtà di base, il decollo del Nuovo Canzoniere Italiano, spettacoli come Bella ciao e Ci ragiono e canto, infine lo sfociare di tutto questo nella cultura del Sessantotto. Sia Ivan che io avevamo già alle spalle una milizia nella Federazione Giovanile Comunista, in quegli anni pervasa da un desiderio d’autonomia rispetto al Partito degli adulti. Credo però che sia stato l’incontro con Gianni Bosio a determinare su che binari si sarebbero incanalate le nostre vite. Gianni fu per entrambi un «padre». Grazie a lui io divenni, credo, uno «storico», e Ivan il cantante che meglio e più degli altri assimilò il progetto politico-culturale del gruppo, in particolare il rapporto tra grande e piccola storia, leit motiv dell’opera di Bosio.
Ivan giunse nel gruppo con una drammatica testimonianza autobiografica, cantata con impegno di liberazione, che forse non ha mai completamente raggiunta tanto traumatica era stata la sua esperienza infantile e adolescenziale. La prima volta che comunicò la sua storia familiare riuscì a cantarla solo con la schiena voltata agli ascoltatori e con la faccia rivolta al muro. Poi di quella sua tragedia parlò sempre poco, se non in questi ultimi anni, ma riusciva a farlo solo scherzandoci su, come soltanto riuscivano a raccontare certi reduci dai campi di sterminio. Pochi giorni fa mi disse che finalmente era riuscito a scriverne estesamente in Se la vita ti dà uno schiaffo, pubblicato dalla Jaca Book. Non potei fare a meno di dirgli: «Ce l’hai fatta finalmente!». Quel lungo poemetto in musica che ce lo fece conoscere, pregno di un’intensità sofferente, lo intitolò poi La grande e la piccola violenza. Anticipava di un buon decennio il «personale-politico» e se da esso una morale se ne poteva trarre era che la grande violenza del fascismo aveva generato tante «piccole violenze» quotidiane, tra cui quella generata dal comportamento violento di suo padre nei confronti di sua madre.
Del sodalizio di quei primi anni con Ivan ricordo in particolare uno spettacolo sperimentale che curammo assieme, Altri vent’anni, andato in scena il 18 marzo 1966, critico verso le politiche culturali della sinistra dalla Liberazione in poi. Notavamo allora come l’abbandono del concetto stesso di «cultura di classe» tendesse a sospingere le organizzazioni di sinistra «nella direzione della propagazione della cultura oggi più confacente alla società dei consumi e alla forza ideologica che, pur sotto svariate tendenze partitiche si avviava a esserne la coerente espressione politica, ossia la socialdemocrazia». E affermavamo come non ci sembrasse perciò «un aspetto negativo il progressivo svuotamento di tali organizzazioni, il loro abbandono da parte della classe; negativo è semmai che stentino a sorgerne di nuove e intimamente diverse».
Tanto per ricordare che certi problemi dell’oggi hanno radici lontane. Quindi, la sinistra italiana, nella quale abbiamo sempre militato in questo o quel raggruppamento, c’è tuttavia sempre andata anche molto stretta. Da cui un nostro permanente essere critici nei suoi confronti e la fama – debbo dire più che meritata – di essere dei rompiballe e dei «provocatori».
Molte canzoni e atteggiamenti di Ivan furono infatti espressione di voluta, anche se non sempre ponderata, provocazione politica verso prassi che non si riusciva più ad accettare. Da Nove maggio, che stigmatizza il fatto che Longo e Parri fossero stati nella celebrazione del Ventennale della Liberazione di due mesi prima a fianco di Andreotti, che Ivan cantò perché Cossutta gli aveva detto di non farlo in uno spettacolo abbinato proprio a un comizio di Luigi Longo, all’«Amendoleide», cantata in una sezione del Pci romano: «Amico mio di Roma/ stanotte ho fatto un sogno / tu eri al governo / leggevi l’Unità./ Ma poi mi son svegliato / e ho letto sul giornale / che alle ultime elezioni /a noi è andata male».
Il suo modo d’essere lo portava a coniugare comunismo e anarchia, ateismo e cristianesimo, facendolo stare con naturalezza dalla parte di tutti gli sfruttati e di tutti gli emarginati, sino a rivendicare il «diritto alla follia». Ne L’estremista canta: «Rileggo Pasolini / il suo demofascismo/ è oggi la cultura / cresciuta a maggioranza/ e contro Cristo avanza / un clericofascismo / per il diverso e l’altro / c’è zero tolleranza / Rileggo anche Basaglia / e sono nei suoi matti / e sono nei migranti /e in tutti i mentecatti».
Ivan è stato parte fondamentale della colonna sonora di una generazione di militanti perché le sue canzoni erano sempre il portato di una ricerca continua delle trasformazioni e di una poetica apparentemente semplice ma che solo lui ha saputo mettere in pratica: «La realtà si impara dove la realtà si fa e così la vita e così il mondo». Questo gli ha permesso di creare veri gioielli come El me gatt, Ballata per l’Ardizzone, Io so che un giorno, Mio Dio Teresa tu sei bella, Creare due, tre, molti Vietnam, la canzone che più incarna lo spirito del ’68. E gli ha permesso di essere il cantore della Milano degli anni Cinquanta e del «lungo Sessantotto», quella che forse solo il suo amico Primo Moroni conosceva meglio di lui.
Ma ecco, per esempio, come è nata una sua ballata. Nel 1973 lui e Clara vennero a trovarmi a Zaccheo, in Abruzzo, dove passavo le vacanze. L’8 agosto andammo a registrare alla festa di San Donato a Castiglione Messer Raimondo. Dalla processione e dai suoi canti Ivan trasse spunto per quella sua bellissima ballata che è Compagno ti conosco dove si interroga sul simbolismo religioso e laico.
Dal 1996 Ivan ha anche fatto il presidente dell’Istituto Ernesto de Martino. Recentemente aveva chiesto di essere sostituito per motivi di salute. Avrebbe dovuto starsene un po’ tranquillo ma non ce l’ha fatta a pensionarsi. E’ sempre stato goloso di esperienze e ha sempre ingurgitato la vita tutta quanta. A settant’anni non si cambia. Così è morto sul campo, in piena attività.