Sun Ra e il suo viaggio intergalattico

Foto di Sun Ra e la sua Arkestra nel 1980
Sun Ra e la sua Arkestra nel 1980

Ogni tanto capita di essere fortunati. Nel mio caso qualche mese fa leggo la recensione di un libro, la biografia di un musicista jazz americano del secolo scorso. Un musicista che conosco di nome, ma che non ho mai ascoltato. Un tipo interessante, strano, un po’ “di fuori”, come piacciono a me; ma non c’è mai stata l’occasione, e per me nella musica è come coi libri: deve essere “il momento giusto”.

Durante le vacanze di natale arriva “il momento giusto”: di getto decido di comprare quel libro di cui dicevo sopra, ed esattamente:

John F. Szwed, Space is the place. La vita e la musica di Sun Ra, Roma, Minimum Fax

cioè la prima biografia di questo grandissimo musicista e della sua Arkestra e, soprattutto, della sua – della loro – grandissima musica.

Negli stessi giorni esce il numero di dicembre della rivista Musica Jazz, ed anche loro si occupano di Sun Ra:

AA.VV., Sun Ra. Venti e cento anni dopo, Musica Jazz, Dicembre 2013

Insomma, una serie di circostanze, di coincidenze, mi buttano tra le braccia sonore di questo grandissimo personaggio: ed è amore a primo ascolto!

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La discografia di Sun Ra è ENORME: centinaia di dischi tra la metà degli anni ’50 e i primi anni ’90. Enorme di quantità, ma soprattutto di qualità. Il nostro passa dal modale di Jazz in Silhouette (di cui lo splendido brano sopra) al free di The Magic City; inizia ad usare le tastiere elettriche nel ’39, quando nessuno manco sapeva che esistessero. Fonda la prima etichetta discografica autogestita negli anni ’50 – la El Saturn Records – cioè almeno una ventina di anni prima che la cosa diventi fenomeno (giovanile) di massima; la sua Arkestra, già alla fine degli anni ’50, diventa una comune, dove i musicisti vivono insieme, provano, suonano, mangiano.

Sun Ra morirà nel 1993 dopo aver attraversato il secolo sulla sua nave spaziale arrivata da Saturno, pronto a continuare il suo viaggio intergalattico verso la libertà.

Questo aspetto della sua filosofia, da cui il suo nome (Sun = sole in inglese; RA = il dio del sole egiziano), cioè il continuare ad affermare di non essere umano ma un nativo di Saturno è meno folle di quel che può sembrare: nella cultura afroamericana, cioè nella cultura di un popolo che ha passato i primi secoli della sua vita in schiavitù, dopo essere stato deportato in catene dalla sua terra natia – con un tributo di sangue che al confronto la shoa passa in secondo piano – il tema della fuga è sempre stato centrale, ovviamente. In moltissimi testi religiosi afroamericani, già nel XIX secolo, si parla di viaggi verso le stelle, come metafore per parlare, in realtà, della fuga dalla schiavitù. Sun Ra porterà questo tema al massimo delle possibilità filosofiche, religiose, ma anche spettacolari: non si può comprendere l’arte di questo musicista se non si guarda, oltre che si ascolta, la sua musica.

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Sun Ra nel suo percorso ha influenzato generazioni di musicisti, ed ancora oggi molti artisti lo scoprono, lo amano e lo usano. Non perdetevelo, merita.




R/esistenze

La copertina del libro Amianto di Alberto Prunetti
Amianto

Non credo tanto ai casi, tanto meno quando si tratta di letteratura.

Il caso può portarti a trovare, in quella particolare bancarella, un libro che cercavi da tanto tempo o scoprire di avere gusti simili a qualcuno di inaspettato. Ma di sicuro non è il caso a farti scegliere di leggere un libro piuttosto che un altro.

Sicuramente non è stato il caso se ultimamente, cioè negli ultimi mesi, mi sono ritrovato a leggere libri che avevano tutti più o meno a che fare con forme di resistenza allo stato di cose presenti. Che il soggetto fosse la Resistenza – quella con la R maiuscola, anche se spesso per protagonisti ha avuto personaggi tutti minuscoli – o storie di resistenze minuscole, appunto, fatte da gente minuta, normale, quotidiana, in un modo o nell’altro l’argomento è sempre stato questo.

L’ultimo di questi è stato uno di quelli che mi hanno colpito di più: “Amianto” di Alberto Prunetti pubblicato per i tipi di Agenzia X.

Vi si narra la storia del padre di Alberto, Renato, operaio tubista, “trasfertista”, che per decenni gira i cantieri italiani a montare, smontare e manutenere impianti industriali, sempre a contatto con le peggiori sostanze tossiche e nocive dell’industria contemporanea – ad iniziare dall’amianto, appunto – e a causa delle quali, pochissimo dopo essere andato in pensione, a soli 59 anni, morirà di cancro.

Il libro è una cronaca, un pezzo di biografia operaia, vista dal figlio Alberto, narrata con amore, rispetto, ironia e, ovviamente, tanta rabbia. La storia di cosa sia stato (?) essere “classe operaia” nel nostro paese ancora nel XXI secolo, di quali sacrifici abbiano fatto queste persone e le loro famiglie per permettere ai propri figli non la semplice sopravvivenza ma anche un miglioramento della loro condizione è esemplare in questo libro. Senza lamenti, con coerenza e pure la giusta (auto)critica e i differenti punti di vista tra un padre cresciuto col mito del lavoro (stacanovista) ed un figlio libertario.

La cronaca della dignità, della ricchezza di vita, di rapporti, di amore di una classe – usiamoli i termini giusti, le parole sono importanti, dicevano una volta – ma anche le illusioni, il credere in un percorso che ha portato alla morte, da una parte, e alla precarietà dall’altra.

E’ anche la storia di un pezzo importante dell’industria siderurgica italiana, ad iniziare dalla tanto attuale ILVA, per lunghi anni di stanza tra le provincie di Livorno e Grosseto, nelle famose colline metallifere, terra di braccianti e minatori, dove la vita è sempre stata molto dura.

Il libro finisce con la morte, tremenda, di Renato, e col tentativo della sua famiglia di avere giustizia. Ma come dice Alberto, la “giustizia”non puoi averla da un tribunale quando sei già morto, perché non è giustizia ma carità (a carico del cittadino, tra l’altro, manco delle aziende che ti hanno ammazzato).

Un libro bellissimo e tremendo, come dice Evangelisti nell’appassionata prefazione, come uno schiaffo in faccia. Per i tanti che ancora oggi sono preda della sbornia della “fine del lavoro”, della fuffa del general intellect, del lavoro cognitivo, quando il mondo, e in buona parte anche il nostro paese – si accomodassero lor signori intellettuali nelle campagne del bel paese, dove migranti e italiani lavorano a pochi euri l’ora; o nei garage dove gli stessi stanno anche 10 ore il giorno per la miseria di cui sopra, o nelle case degli anziani che se lo possono permettere a fare le badanti, tanto per fare solo pochi esempi – è pieno di proletariato sfruttato a sangue e spesso ucciso da condizioni di lavoro più simili alla schiavitù che altro.

La copertina del libro La bomba e la Gina di Marco Codebò
La bomba e la Gina

L’altro libro, bellissimo, è “La bomba e la Gina” di Marco Codebò pubblicato dai tipi di Round Robin in cui si narra la vicenda della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e del successivo assassinio di Pino Pienelli, mentre si racconta, intersecando documenti storici, cronaca e narrativa, vari piani e vari momenti storici, tutti legati dalla continuità della cultura (e della pratica) fascista nel nostro paese anche molti decenni dopo la caduta del regime mussoliniano.

Protagonista principale della storia è il ferroviere anarchico Pinelli e il suo omicidio nelle stanze della questura milanese, il suo essere stato giovanissima staffetta partigiana nella Milano della Resistenza; ma anche di Marcello Giuda, questore proprio a Milano durante le indagini per la strage di Piazza Fontana, principale depistatore nelle ore immediatamente successive l’eccidio ma anche direttore del confino di Ventottene durante gli anni del fascismo, in cui vennero detenuti comunisti, socialisti ed anarchici.

Emerge in questo bel romanzo quel buco della storia d’Italia – più che della storia, di cui si sa già tutto, della giustizia d’Italia – che è la continuità del fascismo nella repubblica, le responsabilità dei partiti – compreso quello Comunista – in questa continuità e il ruolo dei fascisti, fuori e dentro le istituzioni, della strategia della tensione tra la fine degli anni ’60 e la fine dei ’70.




Voci dalla luna, di Andre Dubus

Copertina del libro di Andre Dubus, Voci dalla luna
La copertina

Inizio oggi una nuova tipologia di post. La recensione.

Lo faccio perché mi va, perché leggo tanto ed ascolto tanta musica, e magari a qualcun@ potrebbe interessare leggere qualche commento su libri o dischi che mi passano tra mani, occhi ed orecchie.

Inizio anche perché ho appena finito questo libro – che in realtà è un racconto lungo – di Andre Dubus, che dice sia uno dei più grandi scrittori statunitensi del ‘900 e sicuramente uno dei più grandi nel campo del racconto (breve o corto che sia); e mi ha talmente entusiasmato, questo lungo racconto, da portarmi a decidere di inaugurare questa piccola sezione sul mio blog, nonostante ne abbiamo già scritto su Anobii e Goodreads.

Questo splendido testo narra una giornata di una normalissima famiglia, incasinata come possono essere tante altre, non tanto di più, non tanto di meno: il babbo, Greg, dice al figlio Larry che ha iniziato una relazione con Brenda, l’ex moglie di Larry stesso (che non apprezza particolarmente la cosa). E che, come se non bastasse, si sposeranno. Richie, il figlio dodicenne sente tutta la conversazione dalla sua camera da letto, con ovvi risvolti poco simpatici.

Da qui si dipana tutta la vicenda, permettendoci di conoscere tutta la famiglia, oltre ai già citati anche la sorella Carol e la madre Joan, e come questa vicenda, questa notizia venga vissuta da tutti/e. Un escamotage dell’Autore con il quale entra nella vita di queste persone e ce la dischiude dall’interno, dal dentro delle loro emozioni, dei loro difetti, dei loro limiti, della loro bellezza. Lo fa senza sprecare una parola, una lettera, un fiato. Con una leggerezza che non è mai superficialità, anzi!

Un libro che è un inno alla vita, alla capacità di vivere a testa alta nonostante tutto, senza la pretesa di essere degli eroi, ma semplicemente dei complicatissimi esseri umani.

Il nostro compito non è vivere grandi vite, il nostro compito è capire e vivere le nostre vite

Andre Dubus, Voci dalla luna, Mattioli  1885, 2011, pp. 134, €17,90




AgenziaX, una casa editrice libera

Che cos’è una casa editrice libera? Di per se usare questo termine senza una contestualizzazione, può significare tutto o nulla.

In questo caso, per quel che mi riguarda, uso il termine “libera” per diversi aspetti.

AgenziaX è una casa editrice libera innanzitutto perché produce contenuti liberi, in maniera libera e che producono, o almeno ci provano, libertà. E già questo non solo non è poco, ma lo si può dire, ormai, di ben poche realtà editoriali, nel nostro paese.

Ma, al contempo, AgenziaX produce testi “liberi”, nel senso di liberamente scaricabili dalla rete, avendo assunto come “licenza”, cioè come contratto coi propri autori, una licenza della famiglia delle Creative Commons.

Cosa significa questo? Significa che, come minimo, il libro è liberamente scaricabile per usi non commerciali. Cioè ti puoi scaricare il pdf – e così è: basta andare nel catalogo della casa editrice, cliccare sulla copertina del libro, entrare nella scheda di presentazione e cliccare su “scarica file CC”. A quel punto si apre il pdf del libro, che si può salavare in locale, sul pc, e leggere con comodo in seguito.

Quanti sono gli editori, anche “militanti”, che fanno questo su gran parte del catalogo? Pochi, pochissimi. E quindi, massimo rispetto per AgenziaX!