I predatori della scienza

Riviste che pubblicano qualsiasi studio pur di far soldi. Convegni farsa. Un’inchiesta rivela l’ampiezza di un sistema, quello dei predatori della scienza, che danneggia la credibilità della ricerca.

Copertina dell'articolo originaleInternazionale n. 1274, pp. 44 – 51, traduzione dell’originale della Süddeutsche Zeitung Magazin di Patrick Bauer, Till Krause, Katharina Kropshofer, Katrin Langhans e Lorenz Wagner, in collaborazione con Felix Ebert, Laura Eßlinger, Jan Schwenkenbecher e Vanessa Wormer. Insieme ad altre testate tedesche e internazionali, come il New Yorker e Le Monde, i giornalisti hanno indagato per mesi sul settore degli editori predatori analizzando circa 175mila articoli.

In questo lungo ed agghiacciante articolo si racconta il lavoro di mesi di inchiesta di un gruppo di giornalisti tedeschi, a cui hanno collaborato altre prestigiose testate internazionali.

Inventandosi un ricercatore mai esistito:
«Il nome che abbiamo scelto è Funden, dottor Richard Funden. Abbreviato: R. Funden (che in tedesco suona come erfunden, inventato). Lo qualifichiamo come collaboratore della clinica Himmelpforten (“porte del cielo”, è l’indirizzo tedesco a cui si mandano le lettere per Babbo Natale). Funden è il fondatore dell’Institute for applied basic industrial research (Ifabir). Oltre al proprio nome e all’istituto, Funden ha inventato anche un rimedio contro il cancro: una tintura alla propoli, la sostanza resinosa prodotta dalle api».
Questo “scienziato”, si scopre leggendo l’articolo, riesce senza il minimo problema, e pagando qualche migliaio di euro, a farsi pubblicare da una “rivista scientifica specializzata” il proprio saggio. Saggio scritto con un programma inventato da un gruppo di studenti universitari che permette di “scrivere” saggi apparentemente scientifici, ma in realtà completamente senza senso. Programma fatto per gioco, per prendere in giro la boriosa serietà delle riviste scientifiche vere.
Bene (anzi, male), non solo il saggio del dr. R. Funden viene pubblicato, ma da quel momento è tutto un seguirsi di contatti, richieste di partecipazione a convegni, ad ulteriori pubblicazioni, etc etc., il tutto in un quadro di presunta procedura di “peer review”, che di fatto – ad un banalissimo controllo – non avviene in nessun modo.
Si entra così in un mondo fatto di centinaia di riviste “scientifiche”, fatto di quasi 9000 riviste di questo tipo in cui vengono pubblicati all’incirca 400.000 articoli l’anno! (pag. 47). Un business ENORME, in costante crescita.
In crescita perché nel mondo della ricerca:
«per riuscire a ottenere fondi e avanzamenti di carriera, i ricercatori sono costretti a pubblicare il più possibile, secondo il monito “pubblica o muori”» (pag. 48)
Si dirà, vabbe’, avete scoperto l’acqua calda: si sa che il mondo è pieno di ciarlatani e, “per colpa di internet”, di analfabeti funzionali che credono a queste panzane.
Giusto! Non fosse che…
«Le star del mondo scientifico hanno pubblicato ripetutamente presso gli editori predatori. Per esempio Günther Schuh e Achim Kampker, due professori di Aquisgrana noti per aver sviluppato lo Streetscooter, un furgone elettrico che consegna pacchi per conto delle poste tedesche […]. E poi c’è Peter Nyhuis, direttore dell’istituto di impianti industriali e logistica all’Università di Hannover e vicesegretario della commissione scientifica del Wissenschaftsrat, il più potente organo di consulenza sulle politiche scientifiche in Germania. L’istituto di Nyhuis è tra quelli con più pubblicazioni presso editori predatori […]».
Il logo di una delle riviste della OmicsMa perché personaggi “seri” della ricerca scientifica europea cadono nella trappola degli editori predatori? Perché:
«La pressione a pubblicare è fortissima, basta ascoltare Nyhuis per capirlo. Da lui vige la vecchia regola di due pubblicazioni all’anno in lingua tedesca e due in inglese. Nel 2016 in Germania hanno conseguito un dottorato circa trentamila studenti. In alcune università le tesi di dottorato si scrivono come alla catena di montaggio, e da qualche parte tutta questa conoscenza dovrà pur trovare visibilità. C’è un eccesso di offerta di ricerche e poca domanda. Aver riconosciuto e quindi sfruttato questa lacuna è il motivo del successo [degli editori predatori]».
Su cosa giocano gli editori predatori per tenere legati a se i ricercatori? Come è possibile che dei ricercatori seri non si accorgano di star pubblicando saggi scientifici con tutti i crismi a fianco di ciarlatanate assolute?
«Gli editori predatori […] set giocano anche sul fattore vergogna. Quella che prova un dottorando quando non ha il coraggio di confessare al relatore che volo, iscrizione e pernottamento sono state spese inutili. Che l’articolo proposto è stato accettato senza alcun controllo e che bisognerebbe cancellarlo dal registro delle pubblicazioni. Nel mondo della scienza la reputazione è la moneta più preziosa, e per paura di rovinarsela molti ricercatori preferiscono coprire un sistema sospetto».
Ok, capito. Però questo gioco può funzionare solo con ricercatori minori, con dottorandi disperati che hanno la necessità di pubblicare a tutti i costi per non rischiare di finire licenziati. Che c’entra con la ricerca scientifica seria, quella delle grandi università e dei colossi dell’industria!
«Da tempo questo modello non è limitato al mondo accademico. Nell’autunno del 2017 sul Journal of Health Care and Prevention della Omics [uno dei più importanti editori predatori, su cui ha pubblicato il suo “saggio” il Dr. R. Funden, di cui sopra. Ndr] è uscito uno studio su uno dei prodotti più noti della Bayer: l’aspirina».
Immagine che rappresenta la fusione tra Bayer e MonsantoToh, la Bayer?!?! La megacompany tedesca che si è mangiata nientepopodimenoche la Monsanto? Che pubblica su un editore predatore?? Ma dai…
«Il medicinale continua a generare profitti ma, visto che altri produttori offrono lo stesso principio attivo a prezzi inferiori, la Bayer lancia sul mercato versioni leggermente diverse a prezzi più elevati. Per esempio l’aspirina plus C: non è altro che un’aspirina con aggiunta di vitamina C, ma costa quasi il doppio. Che sia più efficace è opinabile. Ma la ricerca della Omics dichiara in dal titolo che l’aspirina plus C è più efficace contro i sintomi del raffreddore. Visto che nello studio l’aspirina plus C è messa a confronto con un placebo, cioè con dell’acqua frizzante, non c’è da sorprendersi: l’aspirina combatte i sintomi del raffreddore più di quanto non faccia l’acqua con le bollicine. E invece la domanda dovrebbe essere: questo medicinale più costoso è più efficace di quello senza vitamina C, che è meno caro? Lo studio non se ne occupa».
Ok, ma tutti si saranno accorti che la Bayer ha pubblicato munnezza su un editore predatore, no? Pare di no, dato che non è la sola a pubblicare su questo riviste pseudo-scientifiche.
«La Philip Morris, esclusa da molte conferenze e riviste scientifiche serie, pubblica con la Waset studi in cui si sostiene che i suoi vaporizzatori di tabacco Iqos provochino meno danni per la salute e manda i suoi ricercatori ai congressi della Omics. La Bmw pubblica con la Waset degli studi sulle macchine che si guidano da sole, mentre gli ingegneri della Siemens tengono relazioni sui rivestimenti per le pale eoliche alle conferenze della Omics in Spagna. I ricercatori della Framatome, un’azienda che si occupa di sicurezza nelle centrali nucleari, hanno presentato i piani di emergenza in caso di incidenti nucleari a una conferenza della Waset a Madrid. L’Air bus pubblica con la Waset gli studi sulla stabilità delle cabine degli aerei».
Logo della FramatomeQuindi le “ricerche” che giustificano la messa in commercio di vaporizzatori di tabacco, che portano avanti gli studi sulle macchine che si guidano da sole (!), ma anche sulla stabilità delle cabine degli aerei (!!) se non della sicurezza delle centrali nucleari (!!!), vengono pubblicate da grandissime aziende multinazionali, tra le più importanti del modo, su riviste o a convegni di editori predatori, in cui non c’è alcuna verifica scientifica seria su quanto affermato.
Come mai nessuno dice nulla? Ok è un business, ma siamo dentro il cuore della civiltà occidentale uscita dalla rivoluzione francese: tutto il modo contemporaneo, la base stessa del liberismo si dovrebbe fondare sulla serietà, riproducibilità e verifica delle teorie scientifiche e della loro successiva messa in produzione.
Come mai gli stati, l’Unione Europea, gli Usa non dicono nulla, non prendono provvedimenti?
«Le pubblicazioni scientifiche non servono solo per convincere i clienti a comprare i farmaci o le automobili. La nostra inchiesta dimostra che le ricerche entrano a far parte della quotidianità politica. L’Istituto europeo per il clima e l’energia (Eike) è considerato un ricettacolo di negazionisti del cambiamento climatico provocato dall’essere umano. L’Eike collabora con persone che hanno il sostegno della CO2 coalition, un’organizzazione discussa vicina a Donald Trump. La sua tesi principale è che le elevate emissioni di anidride carbonica farebbero bene al pianeta. Il vicepresidente dell’Eike è Michael Limburg, che alle elezioni legislative del 2017 si è candidato con i populisti di destra dell’Alternative für Deutschland (Afd). Di recente, invitato al parlamento regionale del Brandeburgo in qualità di esperto, Limburg ha dichiarato che non ci sono le prove del fatto “che l’anidride carbonica prodotta dall’essere umano riscaldi, in qualche modo misterioso, la temperatura dell’atmosfera del pianeta”».
il logo della EIKE – Europäisches Institut für Klima & Energie Perché il business fa camminare la politica, la finanzia, gli detta le regole. E dove c’è business non ci può essere tutto ‘sto cazzo di controllo scientifico antieconomico, che è solo un freno alla naturale crescita dell’economia mondiale! Direbbe Trump. Ma mica solo lui…
«Risultati di ricerche dubbie compaiono ormai anche in rapporti della Commissione europea, nelle richieste di brevetto per medicinali e addirittura nella banca dati del Gemeinsamer Bundesausschuss (G-Ba), un organo che stabilisce se i costi di un medicinale possano essere coperti dalla sanità pubblica tedesca. Le aziende farmaceutiche consegnano al G-Ba le loro domande di autorizzazione, che spesso contano centinaia di pagine, a dimostrazione dell’efficacia dei medicinali. In questi documenti ci sono molti rimandi ad articoli usciti presso editori predatori».
Logo della Gemeinsamer BundesausschussAttenzione, qui mi pare compaia direttamente l’industria farmaceutica e la Commissione Europea, cioè quell’insieme di pubblico&privato che decide cosa, dove, come e quando noi tutti dobbiamo sottoporci a profilassi mediche di qualche tipo.
Sulla base di studi e documenti in cui (cito):
«ci sono molti rimandi ad articoli usciti presso editori predatori» ????????
Logo del BfR: BfR - Bundesinstitut für Risikobewertung Quindi è sulla base di queste “ricerche” che si decide la nostra salute? Ma sarà vero??
«L’Istituto federale per la valutazione del rischio (Bfr) è considerato da molti una roccaforte della ricerca seria. Da più di quindici anni l’istituto analizza alimenti, sostanze chimiche e altri prodotti per accertare se e come possono risultare dannosi per la salute […]. Nel 2013 alcuni esperti dell’istituto hanno scritto una relazione sul discusso diserbante glifosato incentrata su un articolo uscito sul Journal of Environmental & Analytical Toxicology, una rivista della Omics. Il Bfr criticava l’articolo, ma non bollava la rivista né l’editore come pseudoscientifici. Alle nostre domande l’istituto risponde di non avere nessuna lista delle pubblicazioni sospette. Alcuni collaboratori del Bfr hanno addirittura pubblicato articoli con la Omics e sono stati ospiti a dubbie conferenze della Waset e della Omics. Sul sito della Omics c’è anche una pagina dedicata all’istituto».
Questa è la situazione, oggi, della ricerca scientifica: drammatica. Non solo per la ricerca scientifica in se, che già sarebbe gravissimo, ma anche sugli effetti che subiamo, noi cittadini, tutti i giorni, perché le decisioni prese dai nostri governanti – locali, europei, mondiali – sono in non piccola parte influenzati da questo meccanismo perverso, che ormai è diventato un business enorme.
Come uscirne?
«Cosa deve succedere perché questa truffa sia presa sul serio e fermata? “Servirebbero regole nuove sulla valutazione della ricerca scientifica”, spiega l’attivista scientifica Debora Weber-Wulf. Spacciare sciocchezze per scienza è facile ma, una volta diffuse, smentirle è difficilissimo. Per eliminare gli editori predatori, dovrebbero voltargli le spalle gli utenti a cui si rivolgono: gli scienziati. Ma gli scienziati, allora, dovrebbero ammettere una cosa spiacevole: che proprio loro, i ricercatori così altamente preparati, sono entrati a far parte di un sistema truffaldino. Prima da vittime, ma poi – tacendo, occultando e accampando scuse – anche da carnefici».
Intanto, però, a noi continuano a propagandare – faccio qualche esempio “mio” – la geotermia come ecologica e rinnovabile, continuano a bombardarci con “epidemie” manco fossimo durante la grande peste, pretendono che ci si vaccini per decine di dosi grazie alla “collaborazione” tra privato&pubblico sulla base di “importanti ricerche scientifiche”.
Senza che nessuno – i “compagni” in primis – si renda conto che siamo entrati in un meccanismo in cui la “ricerca scientifica” è al servizio del business, del PROFITTO. E di fronte al profitto, all’obbligatorietà del profitto di continuare a crescere, trimestralmente, non c’è scienza, salute, giustizia che tengano.



Quando il disastro ambientale non ha colpevoli ma complici

Mappa che descrive, graficamente, il rapporto tra Legambiente e SorgeniaLeggo stamani un articolo su il manifesto in cui si commenta la sentenza di ieri sul disastro ambientale causato dalla discarica di rifiuti tossici della Montedison a Bussi, in Abruzzo, in cui tutti i (presunti) colpevoli di questa incredibile vicenda sono stati assolti.

Il commento, giustamente indignato, sottolinea come nel nostro paese, nel 2014 quasi 2015 non ci sia ancora una legislazione degna di questo nome sui reati ambientali, permettendo – tra l’altro – ai responsabili di essere pure ignoranti. Cito:

non c’è il reato di disa­stro ambien­tale, che com­porti la per­ma­nenza del reato fin­ché per­si­stono gli effetti disa­strosi sulla salute umana e sulla com­pro­mis­sione distrut­tiva dell’ambiente. Per cui la pre­scri­zione scatta, ine­vi­ta­bile. Oggi con una variante in più, pro­po­sta sem­bra dall’avv. Seve­rino, già mini­stro della giu­sti­zia, che sostiene che, al con­tra­rio di quanto ci hanno sem­pre ripe­tuto che la legge non ammette igno­ranza, per l’ambiente que­sta igno­ranza sarebbe ammessa e quindi gli impu­tati non sape­vano quel che face­vano!

E – continua saggiamente il commento – questa condizione fa si che il territorio continui ad essere trattato come risorsa infinita da sfruttare, e non come risorsa preziosa e finita senza la quale la vita non è possibile. Una dinamica squisitamente economica, dice il notista – io mi permetto di coniugare diversamente il concetto: dinamica squisitamente capitalistica – e cito:

Que­sta logica va sman­tel­lata alla radice, quando in gioco ci sono inte­ressi col­let­tivi e il futuro di intere comu­nità. Ser­vono nuove poli­ti­che di pre­ven­zione e di gestione vir­tuosa dei beni comuni, certo, ma serve anche il bastone della legge penale con­tro chi si ostina a fare impresa a danno della comu­nità

Dice il nostro che, però, una strada per fare qualcosa ci sarebbe, ed è “il dise­gno di legge 1345, appro­vato lo scorso 26 feb­braio a lar­ghis­sima mag­gio­ranza alla Camera e subito spa­rito nelle sab­bie mobili del Senato”. E conclude con un accorato appello:

Ai sena­tori di que­sta legi­sla­tura il com­pito di dimo­strare al paese intero il loro senso di respon­sa­bi­lità e di lun­gi­mi­ranza, appro­vando in tempi rapidi il Dl già pas­sato alla Camera, con miglio­ra­menti pos­si­bili ma senza stra­vol­gi­menti pre­te­stuosi. Su que­sto siamo a saremo intran­si­genti. Biso­gna dare rispo­ste con­crete a quel paese dimen­ti­cato, che non ha nes­suna inten­zione di abbas­sare la guar­dia e di accet­tare supi­na­mente i dik­tat delle solite lobby. Ognuno fac­cia la sua parte e se ne assuma la respon­sa­bi­lità, noi lo stiamo già facendo per il bene del nostro paese.

Diciamo che mi sono trovato non dico d’accordo, ma almeno non in disaccordo con quanto letto in questo articolo. Certo, la dimensione di chi scrive è, evidentemente, tutta “politicista”: si, ad un certo punto si citano i comitati, ormai nati ovunque (per una bel ragionamento sul ruolo dei comitato nella fase politica odierna suggerisco di leggere questa importante proposta del collettivo di scrittori Wu Ming: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=19913) e – addirittura! – i “cittadini”; ma viene fatto solo per far vedere che quel che dice l’articolista è sostenuto “dalla gente”.

Ma chi è che scrive questo articolo e per conto di chi?

Scrive l’articolo il Sig. Vittorio Cogliati Dezza, “presidente di Legambiente”.

Chi, come me, vive in provincia di Grosseto conosce bene Legambiente, per l’ormai famosa “Festambiente” che si tiene tutte le estati a Rispescia; nota, soprattutto, per i concerti delle famose stars che ne caratterizzano le serate.

Ma per chi si occupa di ambiente in maniera indipendente, sa anche che Legambiente ha come partner nientepopodimeno che Sorgenia, che è l’azienda (attraverso la CIR) del Sig. De Benedetti (il famoso “tessera del Pd n. 1”) e che è, soprattutto, l’azienda che possiede il 39% della centrale elettrica a carbone di Vado Ligure, per cui il Gip del tribunale di Savona, Fiorenza Giorgi, ha accolto la richiesta di sequestro della Procura ligure perché

l’ordinanza con cui il Gip ha disposto il sequestro parla di nesso di causalità tra le emissioni, le morti e le patologie. E la prova del disastro ambientale doloso con conseguenza sulla salute dei cittadini starebbe nella rarefazione dei licheni e nell’aumento delle malattie. Secondo la procura di Savona i fumi della centrale hanno causato 442 morti tra il 2000 e il 2007. Per il procuratore Francantonio Granero l’impianto avrebbe causato anche “tra i 1.700 e i 2.000 ricoveri di adulti per malattie respiratorie e cardiovascolari e 450 bambini sarebbero stati ricoverati per patologie respiratorie e attacchi d’asma tra il 2005 e il 2012″.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/11/sorgenia-guai-senza-fine-per-de-benedetti-chiesto-il-sequestro-per-la-tirreno-power/909244/

Ma non è tutto:

Sorgenia fa anche parte della “Rete Geotermica”, che sarebbe (cito):

una rete d’imprese […] che oggi riunisce 16 aziende italiane (non c’è Enel Green Power) titolari di know how, permessi di ricerca e capacità tecnologico-produttive in campo geotermico: si va da Sorgenia a Exergy del gruppo Maccaferri, da Turboden fino a ToscoGeo e Magma Energy Italia, controllate con una quota di maggioranza dallo stesso Gori. La rete associa in pratica l’85% delle aziende che detengono permessi di ricerca geotermica in Toscana e il 50% di quelle che hanno permessi in Italia.

E qui si apre un nuovo entusiasmante capitolo:

Sorgenia (partner, come abbiamo visto sopra, di Legambiente) fa parte di questa famigerata “Rete Geotermica” che, come ci dice l’articolo riportato sopra,

La Toscana rilancia la sua lunga tradizione geotermica […] con una sfida innovativa e ambiziosa: creare una filiera interamente made in Italy per la costruzione di impianti geotermici a ciclo combinato chiuso, senza alcuna emissione in atmosfera e dunque a ridotto impatto ambientale.

Peccato che questa splendida “filiera interamente made in Italy” (che dicendolo in inglese, forse, pare una roba figa, chissà…) sia composta da aziende, come Sorgenia (ricordo, partner di Legambiente), che è responsabile (dice una Procura della Repubblica, cosa da dimostrare ovviamente) “di 442 morti tra il 2000 e il 2007 e […] tra i 1.700 e i 2.000 ricoveri di adulti per malattie respiratorie e cardiovascolari e 450 bambini […] per patologie respiratorie e attacchi d’asma tra il 2005 e il 2012″.

Progetto che (cito sempre dall’articolo del Sole 24 Ore):

una volta che la Rete Geotermica avrà messo a punto l’impianto-pilota e aperto la strada alle nuove tecnologie, la filiera made in Italy potrà svilupparsi in patria e fuori. Il Gruppo Graziella ha già programmato gli investimenti dei prossimi cinque anni: 20-30 centrali geotermiche a ciclo combinato chiuso, di “taglia” vicina a 20 megawatt, in Toscana, Umbria, Lazio e Sardegna.

Tutto questo è confermato dalla stessa Regione Toscana: nel sito di quest’ultima, infatti, si può trovare una bella cartina delle zone geotermiche regionali con segnati le “concessioni di ricerca”, cioè i permessi di ricerca dati ad aziende che cercano la risorsa geotermica. Eccola:

La mappa delle concessioni di ricerca geotermica in Toscana

Quello che si vede da questa cartina (sul sito della Regione è disponibile una versione cliccabile, con tanto di menù in cui si vede il nome del concessionario ed altre informazioni utili) è che le zone geotermiche toscane (la zona nord, nel pisano e la zona sud, il Monte Amiata) sono state completamente date in concessione, escluse le zone di competenza dell’ENEL (che da decenni fa geotermia sull’Amiata, con grossi problemi per i cittadini, ci dicono gli amici di Sos Geotermia).

Di queste concessioni di ricerca almeno 6 sono di Sorgenia (Legambiente)

Ma di cosa stiamo parlando, quando diciamo “le zone geotermiche toscane”? Stiamo parlando di una zona – quella nord, nel pisano – che ormai da decenni è diventata “monocultura”: lì si fa solo geotermia, si campa (si fa per dire) di quello e altro non si vuole.

Nella zona sud, invece, si parla del Monte Amiata. Il Monte Amiata ha tutta una serie di caratteristiche veramente interessanti, sia dal punto di vista fisico-geologico, che dal punto di vista storico-culturale, che dal punto di vista economico.

L’Amiata è un vulcano spento; è sede dell’ex miniera di mercurio più grande d’Europa; è il bacino idrico più importante del centro Italia (quello del Fiora, che serve 700.000 cittadini, tra le provincie di Grosseto, Siena e Viterbo).

L’Amiata è una montagna, d’inverno si scia; è una zona famosa per le sue acque fin dai tempi degli Etruschi; Etruschi che vi hanno lasciato, con i Romani, reperti archeologici preziosi. È meta turistica amata da molti, perché – oltre ad essere una terra di bellezza straordinaria, anche per il suo carattere un po’ “selvaggio”, a differenza della vicina Siena, tutta curata e laccata che pare la Svizzera (un po’ di sano campanilismo, suvvia!) – è anche vicinissima a località turistiche famose e ricercate in tutto il mondo: la già citata Siena, e l’ancora più vicina Montalcino con la sua Val d’Orcia, che è a meno di un’ora di macchina; Firenze e il Chianti, a meno di due ore di macchina; il lago di Bolsena, nel viterbese; Roma, che è a meno di 3 ore di macchina. In un’ora o poco più si arriva al mare, in zone come Talamone, il Parco dell’Uccellina, Punta Ala, e via discorrendo.

L’Amiata è terra di qualità agroalimentare: l’oliva seggianese e il suo dop; il vino Montecucco e il suo doc; la castagna dell’Amiata e il suo IGP; solo per dirne alcune, ben lontani da qualsiasi completezza. L’Amiata è anche confine diretto con la Val d’Orcia, la terra di Montalcino e del Brunello (c’è bisogno di spiegazioni?).

Bene, proprio qui, tra la Val d’Orcia e il Monte Amiata, è stata presentato il primo Progetto di centrale geotermica (il progetto si chiama “Montenero”, dal nome del paese vicino al quale dovrebbe sorgere questa centrale. Il nome completo del paese è, Montenero d’Orcia, tanto per capire di cosa stiamo parlando) di un’azienda facente parte la Rete geotermica (di cui sopra): la Gesto Italia srl (società a socio unico, capitale sociale 10.000€) ha presentato un progetto per la costruzione di una centrale geotermica da 5 MGW (una bellezza alta 11m, larga 84, lunga oltre 110) da farsi tra le olive dop, i vigneti doc e le castagne igp.

La cosa ha scatenato la reazione di tutta le popolazioni locali: cittadini, aziende, associazioni di categoria, intellettuali e – almeno all’apparenza – anche tutte le amministrazioni locali (attenzione: il progetto di cui stiamo parlando, quello generale della Rete geotermica, ha come sponsor principale la Regione Toscana, governata dal Pd; tutte le amministrazioni locali di cui stiamo parlando, dalla Provincia a l’ultimo dei comuni, sono pure loro governate dal Pd. De Benedetti, il Sig. Sorgenia è – come dicevo sopra – il famoso “Sig. tessera del Pd n. 1”; storico Presidente di Legambiente, Ermete Realacci, è Presidente della Commissione ambiente del Parlamente, Pd. Tanto per non fare confusione) hanno urlato NO a questo progetto, e ormai ogni comune ha il suo comitato contro questo mostro che vogliono costruire nel bel mezzo dello splendore descritto sopra. I più attivi, ad ora, sono:

Altri ne stanno nascendo in tutti i paesi della zona.

Quindi, ricapitoliamo:

sul manifesto di oggi il Sig. Cogliati Dezza attacca la sentenza che assolve Montedison dal disastro ambientale di Bussi (Abruzzo). Lo fa dall’alto del suo essere Presidente di Legambiente. Peccato che Legambiente è:

  • parner di Sorgenia;
  • Sorgenia (della CIR di Debenedetti, tessera Pd n. 1) possiede il 39% della centrale elettrica di Vado Ligure, chiusa perché “i fumi della centrale hanno causato 442 morti tra il 2000 e il 2007”;
  • Sorgenia fa parte della “Rete geotermica” che vuole fare 20 – 30 centrali geotermiche in Toscana, Umbria e altrove (sollevando la rivolta popolare, la prima delle quali
  • la centrale “Montenero”, tra la Val d’Orcia e l’Amiata, in provincia di Grosseto, patria di Legambiente, tanto per “quadrare il cerchio.

A questo punto, come dicono giustamente gli amici di “difensori della Toscana“:

Non aspettiamoci di essere aiutati da Legambiente nella nostra battaglia contro le trivellazioni e gli scempi provocati dalla geotermia, non ci aiuteranno mai.
Informiamoci meglio e impariamo a distinguere chi veramente difende l’ambiente.

Sarebbe bene che anche il manifesto iniziasse a selezionare meglio i propri “amici”, se non vuole continuare a perdere per strada non solo i lettori, ma anche quel po’ di rispetto che gli è rimasto.




Emergenza e grandi opere: la “Mafia Nazionale”

Pd, Pdl, Lega delle Cooperative, mafiosi locali: tutti assieme appassionatamente.
Pd, Pdl, Lega delle Cooperative, mafiosi locali: tutti assieme appassionatamente.

È di questi giorni lo scandalo “Mafia Capitale“, in cui sono stati svelati i (poco nascosti, ma ignorati dai più) intrecci tra politica (bipartisan, ed intesa come gestione della cosa pubblica da parte dei partiti e NON dai cittadini) e criminalità. Sempre che la distinzione possa, ormai, avere un senso.

Ma siamo sicuri che non si possa parlare di “Mafia Nazionale“?

Emerge chiaramente un “sistema“, per cui a Roma potevi fare qualsiasi cosa se eri amico degli amici giusti, altrimenti nulla. Un sistema che, ora, tutti sono pronti a denunciare – ad iniziare da quei politici nazionali, ma originari di Roma, che – tu pensa che distratti – in questi anni non s’erano accorti di nulla. Loro. Nonostante le molte denunce da parte di cittadini, associazioni, consiglieri comunali e parte della stampa.

Questi “signori” – i Gasparri, gli Orfini – pur essendo ai vertici dei rispettivi partiti, pur essendo di nativi di Roma, non si erano accorti che i propri dirigenti romani, le proprie cooperative (o comunque MOLTO vicine a loro ed ai loro partiti) incassavano quantità vergognose di soldi per NON fare nulla di quello che dovevano, lasciando – per esempio – rifugiati e rom in condizioni di “vita” (tra virgolette per forze) che dire indecenti è fargli un complimento.
Nessuno se n’era accorto.

A questo punto, per non farla troppo lunga, però le possibilità sono due:

  1. questi dirigenti politici sono degli incompetenti, e quindi è meglio – per tutti – se passano a fare altro, nella vita;
  2. questi dirigenti politici sono complici di quel che è successo, e quindi è meglio – per tutti – se li obblighiamo a fare altro, nella vita.

In entrambi i casi – e non se ne vede un terzo – abbiamo a che fare con una classe politica (ed in parte anche giornalistica, e del “terzo settore”) che, per incapacità o complicità, non è in grado di far funzionare le cose in maniera trasparente e corretta.

È evidente che lo snodo di tutto questo “sistema” è la categoria di “emergenza” (ora anche qualcuno di questi ignavi lo ammette, tipo Orfini in tv al La7):
con il meccanismo dell'”emergenza” si possono bypassare tutte le norme, i controlli che dovrebbero far si che gli appalti pubblici siano un qualcosa fatto per il bene pubblico e non per quello privato.

E quindi via con l’emergenza rifiuti, l’emergenza immigrati, l’emergenza rom, l’emergenza casa, l’emergenza droga, l’emergenza terrorismo e via mettere il paese nel sacco.

Insieme alla categoria “emergenza” ce n’è un altra che riesce a catalizzare lo stesso porcaio di cui sopra, ed la categoria “Grande Opera“. Dal Mose all’EXPO, dalla TAV al terremoto dell’Aquila (qui, per la gioia degli sciacalli, “emergenza” e “grande opera” si uniscono), è un diluvio di avvisi di garanzia, arresti, tangenti, denunce.

Ma CHI dovrebbe cambiare le cose? Chi dovrebbe mettersi lì a dipanare un sistema che ormai ci soffoca ovunque, nel paese, e non “solo” a Roma. Quegli stessi politici che il sistema hanno inventato e del sistema si nutrono e si fanno ricchi e potenti. Come no!

I giornalisti, che dovrebbero raccontare ai cittadini quel che succede, aiutandoci a capire, a mettere assieme le cose, tolte alcune, poche, nobili eccezioni, fanno esattamente il contrario, essendo anche loro schiavi e complici di questo sistema: i giornali sono in mano a “poteri forti” economici e/o politici, e se vuoi continuare a lavorare non devi rompere più di tanto i coglioni o le ovaie.

Ed infatti, guarda caso, non ho memoria, negli ultimi anni, di qualcuno che si sia messo a tirare le fila di quel che sta succedendo nel paese. E si che tutti noi, chi più chi meno, ha giocato almeno una volta in vita sua ad “Unisci i puntini”, il gioco enigmistico più facile del mondo, per cui basta unire con una matita i puntini disegnati su di un foglio, per veder comparire – ohhh, magia! – un disegno.

Ecco, nel caso di cui stiamo parlando basterebbe fare lo stesso. Cosa semplice soprattutto per un/a giornalista, che questo dovrebbe fare di mestieri. Si vedrebbe così, chiaramente, che quando questi “signori” parlano di “mele marce”, riferendosi ai propri colleghi di partito beccati con le mani nel sacco, in realtà ci stanno pigliando per i fondelli. Eppure nessuno lo fa. O, se lo fanno, stanno ben attenti a non pubblicizzare troppo la cosa.

Allora, io, che (per fortuna) non sono giornalista, ma che ho una certa praticità con internet, mi sono messo lì a cercare cosa veniva fuori mettendo la parola “tangente” a fianco di alcune “grandi opere” che stanno caratterizzando la vita del paese, e che stanno portando a tante lotte, scontri, repressioni.

Vediamo cosa scappa fuori:

Immagine per ricordare alcuni esempi degli scandali nelle RegioniScandalo Regioni (Italia):

– “il giornale”, 2012
http://www.ilgiornale.it/news/interni/scandalo-regioni-su-due-nel-mirino-845460.html

 

Nell’ottobre del 2012 esce questo articolo su “il giornale” di Berlusconi, dove si può leggere:

Le ostriche divorate dall’ex capogruppo del Pdl in Regione Lazio, Franco “Batman” Fiorito, a spese dei cittadini hanno fatto saltare il tappo e segnato un punto di non ritorno. Nelle ultime settimane una Regione su due è stata “visitata” dagli uomini della Guardia di Finanza che adesso vogliono vederci chiaro su come ogni anno vengono spese centinaia di milioni di euro di fondi pubblici. Solo oggi i militari delle Fiamme Gialle si sono presentati nelle sedi di Marche e Lombardia e sono tornati in quella del Lazio.

Piovono avvisi di garanzia. E scattano le manette. Scoperchiato il vaso di pandora, la politica dà il peggio di sé. Dalle lauree nell’Università di Tirana ai diamanti africani, dalle villone acquistate coi rimborsi elettorali alla jeep comprata durante una nevicata epocale.

E via così.

– l’Espresso, 2014
http://espresso.repubblica.it/palazzo/2014/01/16/news/regioni-quante-inchieste-sullo-scandalo-rimborsi-1.149002

Due anni dopo l’Espresso pubblica una tabella con il numero di indagati, le richieste di rinvio a giudizio, gli arrestati, gli imputati e, buoni ultimi, i condannati.
Abbiamo così:

558 Indagati;
134 Richieste di rinvio a giudizio;
10 arrestati;
20 imputati;
3 condannati.

Tabella riassuntiva dello scandalo tangenti per l'EXPO 2015Tangenti EXPO (Milano)

Il prossimo sarà l’anno dell’EXPO, immenso sacco della città di Milano, in cui il peggio del peggio è emerso già da tempo, con i comitati che da anni si battono contro questo scempio, non solo inascoltati, ma quando possibile repressi.
Vediamo come sta andando:

– il Fatto Quotidiano, 2014
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/08/expo-2015-sei-nuovi-arresti-tra-loro-primo-greganti-e-angelo-paris/977191/

Sul Il Fatto quotidiano del maggio 2014 leggiamo che viene scoperta (cito):

la cupola bipartisan degli appalti: arrestati Greganti e Frigerio.

Per chi non lo ricordasse, Greganti e Frigerio furono arrestati già durante tangentopoli, nei primi anni ’90. Ora, nel 2014, sono ancora iscritti ai partiti originati da quelli di allora – Greganti al Pd, figlio del Pci, Frigerio al Pdl, figlio parziale della Dc – e svolgono lo stesso lavoro di allora: intascare tangenti.  Insieme a loro furono arrestati (cito):

Sergio Catozzo (ex Cisl, ex Udc infine berlusconiano) e l’ex senatore del Pdl Luigi Grillo, già coinvolto in numerose inchieste (la più nota quella sulla Banca Popolare di Lodi, alla fine della quale è stato assolto in appello). Ai domiciliari, infine, Antonio Rognoni, direttore generale di Infrastrutture Lombarde, già arrestato due mesi fa per presunte irregolarità negli appalti delle opere pubbliche.

Anche in questo caso – come in quello romano – abbiamo esponenti locali e di spicco del Pd, del Pdl, della lega delle cooperative, imprenditori e così via. Si legge, sempre nell’articolo:

La cupola aveva contatti molto in alto – agli atti ci sono le telefonate degli arrestati con Silvio Berlusconi, Cesare Previti e Gianni Letta -, prometteva avanzamenti di carriera e protezioni politiche ai manager, incontrava direttori di aziende ospedaliere, copriva e proteggeva le imprese “riconducibili” a tutti i partiti, comprese “le cooperative”. E appena si verificava un vuoto di potere il gruppo sembrava pronto a riempirlo con qualcuno di “fidato” per poter compiere altri reati, tanto da mandare raccomandazioni al leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, al presidente della Regione Roberto Maroni e al suo vice Mario Mantovani. “Ho mandato un biglietto a Berlusconi, non chiamo nessuno per telefono – dice Frigerio al telefono – Un biglietto per Berlusconi e uno a Mantovani dicendo ‘ma la soluzione migliore si chiama Paris per la direzione’. Una “strategia” per sostituire proprio l’ex dg di Infrastrutture Lombarde Rognoni. E il 3 febbraio, scrive il gip, proprio Paris partecipa a una cena ad Arcore.

– La Repubblica, 2014
http://milano.repubblica.it/cronaca/2014/11/27/news/tangenti_expo_condannati_l_ex_pci_greganti_3_anni_e_l_ex_senatore_pdl_grillo_2_anni_e_8_mesi_-101546799/?ref=search

È notizia di pochi giorni fa che 6 dei 7 imputati dell’inchiesta vengono condannati. Si può leggere:

A distanza di poco più di sei mesi dai loro arresti, l’ex parlamentare dc Gianstefano Frigerio, l’ex funzionario pci Primo Greganti, l’ex senatore pdl Luigi Grillo e un ex esponente ligure dell’Udc-Ncd, Sergio Cattozzo, si sono visti accogliere dal gup Ambrogio Moccia l’istanza di patteggiamento rispettivamente a tre anni e quattro mesi di carcere, tre anni e 10mila euro di risarcimento, due anni e otto mesi e 50mila euro di risarcimento e tre anni e due mesi di reclusione. Il giudice, ravvisando che gli “elementi probatori” raccolti dai pm Claudio Gittardi e Antonio D’Alessio “depongono consistentemente per la sussistenza” dei reati contestati, ha accolto anche le istanze di patteggiamento dell’imprenditore vicentino Enrico Maltauro (due anni e dieci mesi) e di Angelo Paris, ex manager di Expo (due anni, sei mesi e 20 giorni e 100mila euro di risarcimento alla sociatà Expo 2015).

Per tutti le accuse sono associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d’asta”.

Immagine che riassume i principali protagonisti dello scandalo tangenti per il MOSE di VeneziaTangenti MOSE (Venezia)

– La Stampa, 2014
http://www.lastampa.it/2014/06/04/italia/politica/tangenti-mose-arrestate-persone-c-anche-il-sindaco-di-venezia-orsoni-BomEvu2S7opjXnyPcJo0SO/pagina.html

Nel maggio del 2014 finiscono in manette il Sindaco di Venezia

Giorgio Orsoni, vicino al Pd […], l’assessore regionale alle infrastrutture, Renato Chisso (Fi), il generale in pensione della Gdf Emilio Spaziante, gli ex presidenti del Magistrato alle Acque (emanazione del Ministero dei lavori pubblici) Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva. I magistrati hanno disposto il sequestro di beni nella disponibilità degli indagati per 40 milioni. Sul fronte politico fanno scalpore due nomi scritti nell’ordinanza del Gip Alberto Sacaramuzza: l’ex governatore veneto ed ex ministro Giancarlo Galan, deputato di Forza Italia, da sempre vicino a Berlusconi, e l’eurodeputata uscente Lia Sartori (Fi) […]. Sono 35 le persone raggiunte dai provvedimenti cautelari: 25 in carcere, 10 ai domiciliari. Devono rispondere, a vario titolo, dei reati di corruzione, finanziamento illecito ai partiti, frode fiscale. A loro si aggiunge un “esercito” di 100 indagati: funzionari pubblici, addetti alle segreterie dei politici, imprenditori grandi e piccoli, dipendenti di aziende e coop.

– il giornale, 2014
http://www.ilgiornale.it/news/cronache/tangenti-mose-arrestato-sindaco-venezia-1024584.html

Giancarlo Galan è

accusato di aver ricevuto fondi illeciti per almeno 800mila euro dal Consorzio Venezia Nuova (Cvn) nell’ambito delle opere del Mose. Le dazioni, da fondi neri realizzati dal Consorzio e dalle società che agivano in esso, risalirebbero agli anni tra il 2005 e il 2008 e il 2012.

Anche in questo caso, quindi, abbiamo Pd e Pdl a spartirsi il ricco bottino – e da parecchio tempo, come si legge sopra – dell’ennesima “grande opera”, con in ballo noti esponenti nazionali, amici e collaboratori diretti dei leader dei rispettivi partiti.
Ma anche in questo caso, stupore e “nessuno poteva sospettare nulla”.

Taballa riassuntiva di uno degli scandali tangenti per la ricostruzione del terremoto dell'AquilaTerremoto l’Aquila

Qui lo schifo, se possibile, arriva a vertici estremi. Se nei casi di cui sopra si parla di un sistema che si mangia il sistema economico del paese, in questo caso si parla di gente che specula, truffa, e lucra sul dolore di decine di migliaia di cittadini. Veri e propri sciacalli.

– Il Secolo XIX, 2010
http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2010/08/03/AMH3CVvD-ricostruzione_tangenti_corruzione.shtml

– Corriere della Sera, 2014
http://www.corriere.it/cronache/14_giugno_17/aquila-5-arrestati-12-indagati-tangenti-ricostruzione-be2d76bc-f623-11e3-9bf3-84ef22f2d84d.shtml

 

Due articoli (delle decine) in cui si descrive il “sistema L’Aquila”, in cui erano invischiati politici, amministratori, tecnici, imprenditori.

Un video incastrerebbe quattro dei cinque arrestati con la prova del passaggio di un mazzetta di 10mila euro: l’1% dei 19 milioni dell’appalto per il recupero e il consolidamento della chiesa di Santa Maria Paganica, luogo di culto molto caro agli aquilani, gravemente danneggiata dal terremoto del 6 aprile 2009.

maria-rita-lorenzetti e d'alema
Maria Rita Lorenzetti e Massimo D’Alema

La TAV a Firenze

Anche se meno famosa, anche la Toscana – la ROSSA Toscana! – ha avuto la sua bella TAV, che ha provocato i suoi bei disastri ambientali e s’è portata dietro un bello strascico di avvisi di garanzia, denunce, processi.

– il giornale, 2013
http://www.ilgiornale.it/news/cronache/tav-firenze-31-indagati-questi-ex-presidente-regione-umbaria-875933.html

La Procura di Firenze ha indagato 31 persone nell’inchiesta sui lavori per il “passante fiorentino” (attraversamento sotterraneo della Tav nel capoluogo toscano).

Coinvolti funzionari ministeriali, dirigenti delle ferrovie e imprenditori. I reati contestati sono truffa ai danni della pubblica amministrazione, corruzione, gestione abusiva dei rifiuti e associazione a delinquere. Tra gli indagati figurano anche Maria Rita Lorenzetti, presidente di Italferr, la società di progettazione del Gruppo Ferrovie ed ex presidente della Regione Umbria; Valerio Lombardi, dirigente di Italferr (società di progettazione del gruppo Ferrovie); Ercole Incalza, dirigente dell’unità di missione del ministero delle Infrastrutture; Gualtiero Bellomo, funzionario della commissione “Valutazione impatto ambientale” (Via) del ministero delle Infrastrutture.

Qui, essendo in Toscana, la faccenda (pochissimo raccontata dai media) è tutta interna al Pd e soci.

Ma chi è la Lorenzetti, che si è occupata della TAV di Firenze?

– Il Fatto Quotidiano 2013
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/16/tav-firenze-arresti-domiciliari-per-lorenzetti-ex-presidente-dellumbria/712718/

Maria Rita Lorenzetti, laureata in filosofia e attiva in politica dal 1975 con il Pci, è stata presidente della Regione Umbria per due legislature. Precluso per legge il terzo mandato, nel 2010 è stata nominata presidente di Italferr, la società di ingegneria del gruppo Ferrovie dello Stato.

Quindi una politica che, non potendo più fare la presidente della Regione (ROSSA!) Umbria, è stata “promossa” a dirigere  una società di ingegneria (dall’alto della sua laurea in filosofia, verrebbe da dire).

A quanto emerge dall’ordinanza, notificata dal Ros dei Carabinieri di Firenze, è accusata di essersi adoperata perché venissero pagate due società impegnate nei lavori della Tav a Firenze, per le quali i versamenti erano in ritardo. In cambio la Lorenzetti avrebbe ricevuto presunti favori professionali per il marito. Lorenzetti avrebbbe agito “mettendo a disposizione le proprie conoscenze personali, i propri contatti politici e una vasta rete di contatti grazie ai quali era in grado di promettere utilità ai pubblici ufficiali avvicinati, nell’interesse e a vantaggio della controparte Novadia e Coopsette, (che si sono aggiudicate l’appalto, ndr) da cui poi pretendeva favori per il marito nell’ambito della ricostruzione dell’Emilia.

È inutile specificare che stiamo parlando di cooperative facenti parte della ROSSISSIMA Lega delle cooperative (http://www.legacoop.mantova.it/legacoop/cooperativa.php?id=55).

Un ultimo appunto, significativo, di quest’articolo del fatto:

Nelle conversazioni, un dirigente del settore ambiente che aveva manifestato più di una perplessità sulle operazioni legate ai rifiuti sarebbe stato definito da uno degli indagati “terrorista.

Ecco, esattamente quello che ci siamo trovati a sentirci dire, noi dei Comitati contro la Geotermia qui sull’Amiata, dall’amministrazione comunale di Arcidosso e da un “rappresentante” degli imprenditori locali:

Procurato allarme e danno d’immagine irreparabile. A questo saranno chiamati a rispondere i comitati antigeotermici «e chi continua a fare terrorismo antigeotermico» sull’Amiata.

http://iltirreno.gelocal.it/grosseto/cronaca/2014/12/06/news/procurato-allarme-e-danno-d-immagine-per-questo-quereliamo-gli-ambientalisti-1.10445202

tav-ndranghetaTAV Val Susa

Ultimo, ma non meno importante – almeno simbolicamente – è l’ormai famosa TAV della Val Susa, Grande Opera che ormai, a parte una manciata di “giapponesi”, nessuno si sogna più di sostenere pubblicamente.

La questione TAV in Val Susa è nota soprattutto per la lotta dei comitati locali, i più famosi d’Italia, i mitici No Tav, che tanto hanno fatto e fanno per la loro terra, a costi altissimi: tra i tanti episodi di repressione, anche feroce, i più tristemente noti sono quelli di Claudio, Mattia, Chiara e Niccolò, arrestati giusto un anno fa per “Attentato con finalità di terrorismo” su ordine del famigerato tribunale di Torino (http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/09/no-tav-arrestati-quattro-militanti-a-torino-laccusa-e-di-terrorismo/806328/).

Gli anarchici [non i cittadini, gli “anarchici”. Così fa più colpo ed è più facile condannarli prima ancora del processo. Ndr] fermati sono ritenuti responsabili di alcuni attacchi al cantiere di Chiomonte, in val di Susa, preso d’assalto il 13 maggio scorso lanciando oggetti e petardi.

Qui merita fare subito una premessa:

questi 4 ragazzi sono in galera da UN ANNO per aver lanciato oggetti e petardi contro un cantiere. Vuoto. In galera. Da un anno.

L’altro giorno ho visto (per un secondo, di più non ho resistito) Alemanno parlare in televisione. L’Alemanno accusato di associazione MAFIOSA era in televisione a dire “forse ho scelto le persone sbagliate”. 4 ragazzi che hanno tirato “oggetti e petardi” contro un cantiere vuoto sono in galera da UN ANNO. Tanto per parlare di giustizia…

Pochi, però, sanno o ricordano, che la vicenda della TAV in Val Susa è strettamente legata ad indagini legate a tangeti e alla Ndrangheta. Toh, ma pensa un po!

– La Repubblica, 2008
http://archivio.antimafiaduemila.com/rassegna-stampa/30-news/2728-ndrangheta-qle-maniq-sulla-torino-milano-tav.html

Nel 2008 (!!) Repubblica ci dice che

Da qualche mese l´aria che si respira sui cantieri è particolarmente pesante. Lo dicono le testimonianze (poche e coperte da anonimato) di qualche capocantiere e di un paio di rappresentanti sindacali. Giurano che «le sentinelle presidiano i cantieri in motorino, restano in contatto tra loro col telefonino per lasciare il campo quando arriva la polizia stradale. Controllano se gli operai (7 mila tra diretti e indiretti solo quelli impiegati nel cantiere della Tav Torino-Novara) stanno facendo il loro dovere e sanno che da loro non devono aspettarsi mai un tradimento». Sono i guardiani della ‘ndrangheta e della mafia in trasferta. Sono – è l´ipotesi degli inquirenti – le espressioni sul territorio dei sodalizi criminali, le organizzazioni che sarebbero riuscite, aggirando le radiografie e i vari certificati antimafia imposti dal committente dei lavori (le Ferrovie dello stato), a entrare nei meccanismi della grande opera. Una decina le imprese finite nel mirino delle procure: i nomi sono ancora nascosti, ma quando verranno svelati potrebbero minare le certezze dei grandi gruppi costruttori. Al momento si dicono all´oscuro di qualsiasi problema legato a infiltrazioni mafiose. «Non ci sono mai arrivati segnali in questo senso – fanno sapere per esempio da Impregilo – del resto tutte le imprese che lavorano per noi sono state sottoposte all´esame severo dei protocolli imposti dal committente».

– il giornale, 2010
http://www.ilgiornale.it/news/appalti-e-cantieri-tav-processo-boss-ndrangheta.html

Anche “il giornale” se ne occupa, due anni dopo:

“Appalti e cantieri della Tav, a processo il boss della ‘ndrangheta”.

– byoblu, 2012
http://www.byoblu.com/post/2012/03/01/ecco-la-ndrangheta-che-vuole-la-tav-in-val-di-susa.aspx

C’è qualcuno che, almeno nel suo specifico locale, ha tentato di tirare le fila di tutto quello che è successo. Un esempio è il sito byoblu, che nel 2012 prova a mettere assieme le cose, raccontando la storia della valle partendo addirittura dagli anni ’50:

quel piccolo comune [Bardonecchia] – il più occidentale d’Italia – è stato il primo comune al di fuori del Meridione ad essere sciolto per infiltrazioni mafiose: era il 1995 […]. Perché una ‘ndrina calabrese riesce ad attecchire in maniera così profonda in una regione straniera? Semplicemente perché è in grado di gestire in maniera efficiente il mondo del lavoro locale, fatto di appalti e di controllo della manodopera […]. Ovviamente, i metodi con cui la ‘ndrangheta si garantisce questo dominio incontrollato sono quelli tipici della criminalità organizzata: efficienza, controllo del territorio e ricorso alla violenza quando necessario. Tra il 1970 ed il 1983, la Procura della Repubblica di Torino registra infatti “44 omicidi di mafia“ […]. Nel 1994 il sindaco ed alcuni consiglieri comunali di Bardonecchia vengono accusati di speculazione edilizia. L’indagine alza un gran vespaio di polemiche, la stampa nazionale accende i riflettori su quel piccolo comune della Val di Susa e vengono svelate le forti infiltrazioni mafiose nella politica locale. L’anno dopo il Presidente della Repubblica Scalfaro scioglie la giunta comunale, ma questo non serve di certo a sradicare la mala pianta da Bardonecchia. Nel 1996, la lista che aveva sostenuto l’ex sindaco fa una dura campagna elettorale rivendicando orgogliosamente la forte continuità rispetto all’amministrazione comunale precedente, e ottiene il 70% dei voti, col sostegno trasversale dei partiti della sinistra e della destra […]. Ad oggi, in Piemonte si ha conoscenza di almeno 15 locali di ‘ndrangheta attivi, e dalle testimonianze di indagati o pentiti (pochissimi) si profila una situazione inquietante: quello che accadeva a Bardonecchia negli anni ’70, cioè l’assoluto monopolio da parte delle ‘ndrine del mercato edile ed il controllo dei voti, sembra ormai divenuto la norma a livello regionale. Ecco cosa si legge in un’informativa dei Carabinieri di Venaria, datata 7 aprile 2010: “un clima di violenza e di intimidazione […] connota l’attività edile in questa particolare zona dell’hinterland torinese, dove, al pari del cuorgnatese, la presenza cospicua di affiliati alla ‘ndrangheta ha reso di fatto impensabile lo svolgimento dell’attività edile senza dover corrispondere agli stessi costanti esborsi di denaro, per lo più destinati dagli affiliati al mantenimento dei carcerati“. E sarebbe in zone come queste che dovremmo aprire un cantiere mastodontico come quello del TAV?” […]. Beppe Grillo l’altro giorno si chiedeva chi ci sia dietro il TAV, e perché partiti di maggioranza e di opposizione, governi tecnici o politici, non osino dire una parola contro quest’opera inutile e costosa. Siamo sicuri che la risposta sia davvero così difficile da trovare?.

– l’Espresso, 2012
http://espresso.repubblica.it/attualita/cronaca/2012/03/06/news/tav-l-ombra-della-ndrangheta-1.41160

Ma anche i media “mainstream” iniziano ad accorgersi della cosa (meglio tardi che mai). Sull’Espresso possiamo leggere, sempre nel 2012:

“Tav, l’ombra della ‘Ndrangheta
Una delle aziende incaricate di costruire il tunnel esplorativo ha dato subappalti alla criminalità organizzata calabrese. Che in Piemonte, e proprio nella zona dei lavori in corso, ha messo da tempo solide radici”.

Che la Tav possa trasformarsi in “NdrangheTav” è un rischio concreto. Lo scrive la Procura nazionale antimafia nella sua ultima relazione e le recenti indagini sulle cosche a Torino e Milano sono lì a sottolinearlo. E c’è un precedente, che suona come un monito nella capacità dei clan di infiltrarsi anche nei cantieri più sorvegliati. Una della aziende incaricata di costruire il tunnel esplorativo sotto la Val di Susa – la romagnola Bertini Spa – nel 2005 ha vinto l’appalto per il nuovo palazzo di giustizia di Reggio Calabria. Il subappalto della sede giudiziaria, su richiesta della Bertini, fu concesso alla Corf srl. E così la Corf srl con sede a Polistena e Bologna conquista così una commessa da oltre un milione di euro. Ma secondo gli investigatori dietro la società calabro-emiliana si muovono però interessi che portano il marchio del clan Longo di Polistena, potente famiglia di ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro, alleata con cosche storiche come i Pesce e i Bellocco di Rosarno.

E via a raccontare dell’infiltrazione mafiosa in Val Susa (che lo scoprono ora?).

– Il Fatto Quotidiano, 2014
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/07/02/ndrangheta-a-torino-asse-boss-imprenditori-ci-mangiamo-la-torta-tav/1046581/

Arriviamo ai giorni nostri. Su Il Fatto Quotidiano leggiamo:

‘Ndrangheta, a Torino asse boss-imprenditori: “Ci mangiamo la torta Tav”
Le intercettazioni dell’indagine del Ros e della Dda che ha sgominato il sodalizio tra locali piemontesi e calabresi che puntavano agli appalti per il movimento terra e al business del cemento, anche grazie alla complicità di imprenditori locali. “I No Tav? Li asfaltiamo.

Che, come si legge sopra, la comunanza d’intenti tra poteri politici, imprenditoriali e mafiosi si può trovare già in quest’occasione (I No Tav? Li asfaltiamo”).

Per finire:

una passata su un motore di ricerca, mettendo a fianco della Grande – ma anche della piccola – Opera in questione la parola “tangente” fa venire fuori fiumi di link su denunce, avvisi di garanzia, arresti e schifezze varie. Schifezze a cui sono accumunati, ormai, esponenti tanti di centro-destra che di centro-“sinistra”, come le vicende sopra riportate narrano chiaramente.

A questo punto si torna alla domanda di cui sopra, però ricondotta al sua ambito naturale:

è possibile continuare a parlare di “mele marce”?

Qui, ormai, è il frutteto che fa schifo e va sostituito, dalla base al vertice. Non penso che nessuno sano di mente possa pensare o sperare che siano loro stessi che si riformino così, di punto in bianco, perché sono – tutto ad un tratto – diventati buoni.

Stiamo parlando dell’Italia, della realtà, non del paese dei balocchi.




Senza leadership non ci sto! La sinistra e la democrazia in Italia

Immagine di Livio PepinoLeggo su il manifesto di sabato 11 ottobre un articolo di Livio Pepino – ex magistrato torinese, fondatore di Magistratura Democratica, autore con Marco Revelli del libro Non solo un treno… La democrazia alla prova della Val Susa uscito per i tipi delle Edizioni del Gruppo Abele – dal titolo “Organizzati, comunicativi e con una nuova leadership. Le tre scommesse della sinistra“.

Nell’articolo il Nostro prova a tracciare un ipotetico percorso che porti alla “rinascita della sinistra”, partendo – ovviamente – dal presente e dalla difficilissima situazione in cui ci troviamo: il “renzismo” e le sue radici antiche e le responsabilità presenti e passate del Pd; un tessuto sociale dissestato e dis/integrato; etc etc, cose già dette e già sentite, niente di nuovo, onestamente.

Dopo di che parte con le proposte, divise in tre blocchi:

  1. per prima cosa ci dice che, sì, è vero, è importante avere “buone idee”, ma che queste non bastano, ci vuole anche “organizzazione”:

    lo dico pur consapevole, da vecchio movimentista, delle degenerazioni burocratiche e autoritarie che spesso si annidano negli apparati. Contro queste derive va tenuta alta la guardia ma la sottovalutazione del momento organizzativo (e della sua legittimazione) è stata una delle cause principali della rissosità e della inconcludenza di molte aggregazioni politiche ed elettorali dell’ultimo periodo;

  2. oggi la comunicazione, soprattutto quella politica, è demagogica e semplificatoria e assertiva: la cosa può anche non piacerci ma è così. E quindi, se vogliamo far resuscitare la “sinistra”:

    da esse non si può prescindere, almeno oggi. Meglio, in ogni caso, adottarle – con il necessario distacco critico – per veicolare buoni progetti piuttosto che subirle con il loro carico di cattivi progetti… Nella odierna comunicazione fast food le parole contano più della realtà che rappresentano: occorre cambiare questa spirale perversa, ma per farlo bisogna saper usare le parole.

  3. Quindi?

    se questo è vero lo sbocco è conseguente. Abbiamo buone idee e buoni progetti ma continueremo, ciononostante, ad essere sconfitti e saremo ridotti all’irrilevanza (non solo alla minorità) se non sapremo esprimere nuovi linguaggi, semplificati e ripetitivi, ma capaci di dare concretezza a una prospettiva di eguaglianza e di emancipazione […]. E lo stesso accadrà se non sapremo esprimere un personale politico radicalmente diverso da un ceto responsabile di sconfitte seriali […] . E un nuovo personale politico dovrà avere un punto di riferimento riconoscibile e mediaticamente forte: non un uomo della provvidenza circondato da nullità che ne esaltano la funzione salvifica (come è stato ed è da due decenni), ma un uomo, o una donna, in grado di aggiungere un personale carisma a un gruppo autorevole e coeso. Anche questo provoca in noi (o almeno in me) non poca diffidenza. Ma il terreno e le modalità dello scontro non li decidiamo noi. Dovremo cambiarli, epperò – qui e ora – non possiamo prescinderne […]. Arrivo così alla parte più difficile. Esiste oggi in Italia la possibilità di dar corpo a una prospettiva siffatta (come sta accadendo altrove: dalla Grecia alla Spagna)? Esiste, ma per costruirla bisogna uscire dal generico e avanzare proposte concrete, anche venendo meno al politically correct. Dunque ci provo. Il nucleo forte della proposta politica non può che essere il lavoro, con le sue condizioni e i suoi presupposti, di cui riappropriarsi sottraendolo a chi lo distrugge ma, insieme, lo declama presentandosi come il suo vero e unico difensore. C’è chi può rappresentare questa prospettiva in modo non personalistico e con un riconoscimento diffuso, verificato in centinaia di piazze e – particolare non meno importante, secondo quanto si è detto – in centinaia di confronti televisivi. È – non devo certo spiegare perché – Maurizio Landini.

Ecco, quanto sopra è ciò che propone Pepino, in buona sostanza. Riassumo:

  1. semplificare il linguaggio;
  2. trovare un “uomo forte” (o una donna, ma l’ha messo lì perché altrimenti pareva maschilista, ma non sembrava troppo convinto);
  3. trovare un tema, un argomento, che faccia presa tra la gente: il lavoro;
  4. chi meglio di Maurizio Landini, segretario sinistro della FIOM?

E io rimango, come disse quello che non ce lo volevano portare.

Allora, i 4 punti sopra sono “ricette” di cui si sente parlare, o di cui si legge, almeno dalla metà dell’800. Quindi, senza offesa per nessuno, se si voleva essere innovativi ci si aspettava qualche sforzo maggiore.

Ma, soprattutto, questa “gente”, questa intellighenzia di “sinistra”, in che mondo vive e in che mondo ha vissuto? Detto proprio fuori dai denti:

NON SE NE PUÒ PIÙ DEI VOSTRI LEADER COSTRUITI CON LO STAMPINO

Rispondo brevemente ai 4 punti, così per capirsi meglio:

  1. guarda, Pepino, che noi persone “normali”, cioè – tradotto in italiano corretto, noi cittadini, non siamo coglioni. Capiamo benissimo di cosa parlate, soprattutto quando prematurate le supercazzole per pigliarci per il culo. Invece di “semplificare il linguaggio” dovreste sturare le orecchie, ed imparare ad ASCOLTARE, che forse avreste da imparare parecchie cose;
  2. non ce ne può fregare di meno del vostro “uomo forte”. Proprio perché fai (inappropriatamente) l’esempio della Grecia e della Spagna, guarda che lì (ma anche in USA con “Occupy Wall Street”) i movimenti si (auto)organizzano in assemblee orizzontali, senza dirigenti ma con gruppi di lavoro, con portavoce immediatamente rimovibili. Si chiama democrazia diretta, e non si vuole di meno;
  3. non vogliamo lavoro, vogliamo reddito. Non sono la stessa cosa e non sono legati tra di loro. Non vogliamo diventare schiavi, vogliamo tornare ad essere cittadini;
  4. Landini – che sarà sicuramente una bravissima persona – è uomo della CGIL, NON ha mai messo in discussione il ruolo di questo sindacato NON democratico (tanto che nelle elezioni sindacali Cgil, Cisl e Uil hanno, a prescindere dal risultato delle elezioni, 1/3 dei delegati. Alla faccia della “democrazia”), che è legato al Pd e che è ed è stato uno dei protagonisti della morte della sinistra. La Cgil, e i suoi dirigenti, non sono la soluzione del problema, ma la causa.

Infine, caro manifesto e caro Pepino, oltre alla Grecia e alla Spagna (e agli USA di cui sopra), c’è un altro esempio che proprio quest’anno ha compiuto 20 anni, insegnandoci tantissimo, se si ha voglia e la libertà intellettuale per imparare: è l’entusiasmante avventura del Chiapas, dei suoi abitanti e dell’EZLN.

Nell’ultimo numero di “A-Rivista Anarchica” c’è un bellissimo inserto tutto dedicato al Chiapas, con articoli vari di compagne/i che sono sono stati lì, altre cose interessantissime ma – soprattutto – il testo integrale della lunga dichiarazione di Marcos – in cui si può leggere:

É una nostra convinzione ed una nostra pratica che per ribellarsi e lottare non sono necessari né leader né capi né messia né salvatori. Per lottare si ha solo bisogno di un po’ di vergogna, un tanto di dignità e molta organizzazione.

Ecco, si. Organizzazione. Ma andiamo a vedere in Chiapas come si organizzano: proprio come fanno gli Indignados spagnoli o gli anarchici greci o gli Occupy statunitensi.

Ma non è solo questione di organizzazione – quando mai lo è stato – ma anche di approccio, di attitudine, di capacità di ascoltare l’altra/o, il diverso, chi sta “sotto”:

dovreste coltivare un po’ di senso dell’umorismo, non solo per la salute mentale e fisica, ma anche perché senza senso dell’umorismo non si può comprendere lo zapatismo. E quello che non capisce, giudica; e quello che giudica, condanna.

http://www.youtube.com/watch?v=thAiSkX4qwo

Buon cammino, compagn@.




David Graeber e il Progetto democrazia

Immagine di David Graeber
David Graeber

Ho comprato oggi l’ultimo libro pubblicato in italiano di David Graeber, antropologo americano anarchico. Attivista del movimento Occupy Wall Street, ha pubblicato parecchi libri, molti dei quali tradotti anche in italiano.

È un autore che apprezzo molto, sia per il suo essere anarchico, sia per il suo essere non solo uno studioso ma anche un attivista a tempo pieno, ma anche perché – non ultimo – cerca di portare il pensiero anarchico e radicale in generale nel XXI secolo.

Il libro in questione, Progetto democrazia. Un’idea, una crisi, un movimento, edito dai tipi de Il Saggiatore, cerca di analizzare la categoria – scontata ma poco conosciuta, e soprattutto poco applicata – di democrazia.

Un libro interessantissimo, di cui mi permetto di incollare sotto la molto interessante introduzione e che vi consiglio di leggere quanto prima. E di metterlo in pratica! 🙂

Il 26 aprile 2012, una trentina di attivisti di Occupy Wall Street (Ows) si sono radunati sui gradini della Federal Hall di New York, di fronte alla Borsa. Io ero con loro.

Da oltre un mese stavamo cercando di ricreare un avamposto a Lower Manhattan per rimpiazzare il presidio di Zuccotti Park da cui eravamo stati sfrattati sei mesi prima. Sebbene non fossimo in grado di creare un nuovo presidio, speravamo almeno di trovare un posto dove poter tenere assemblee regolari, e allestire biblioteca e cucine. Il grande vantaggio di Zuccotti Park era il fatto di essere un luogo dove chiunque fosse interessato sapeva dove trovarci per essere aggiornato sulle azioni in programma o semplicemente per parlare di politica; adesso, la mancanza di un punto di ritrovo causava un’infinità di problemi. Tuttavia, le autorità cittadine avevano deciso che non avremmo mai avuto un altro Zuccotti Park: appena noi trovavamo un angolo dove avviare legalmente l’attività, loro cambiavano le leggi per farci sgomberare, ogni volta. Quando abbiamo provato a stabilirci in Union Square, le autorità cittadine hanno modificato i regolamenti del parco. Quando un gruppo di occupanti ha iniziato a dormire sui marciapiedi di Wall Street, confidando in una delibera che riconosceva esplicitamente il diritto dei cittadini di dormire nelle strade di New York come forma di protesta politica, le autorità hanno stabilito che quell’area di Lower Manhattan era una «zona speciale» non vincolata da quella legge.

Alla fine ci siamo sistemati sui gradini della Federal Hall, un’ampia scalinata di marmo che conduce alla statua di George Washington posta a guardia dell’edificio nel quale 223 anni prima era stato firmata la Bill of Rights (la Carta dei diritti). Quegli scalini non rientravano nella giurisdizione cittadina, ma erano territorio federale amministrato dal National Park Service (il Servizio dei parchi nazionali), e, forse consapevoli che l’intera zona era considerata un monumento alle libertà civili, i funzionari della U.S. Park Police (la Polizia dei parchi) ci avevano concesso di occuparli, a patto che nessuno vi dormisse la notte. I gradini erano sufficientemente ampi da poter ospitare agevolmente circa duecento persone, più o meno il numero degli occupanti che si erano presentati all’inizio. Tuttavia, non ci è voluto molto perché le autorità cittadine convincessero gli agenti dei Parchi a cedere di fatto la giurisdizione: avevano piazzato transenne d’acciaio intorno al perimetro e ne avevano collocate altre a dividere i gradini in due parti distinte, presto ribattezzate da noi «gabbie della libertà». All’ingresso è stata posizionata una squadra della Swat, mentre un capitano di polizia in camicia bianca controllava accuratamente chiunque cercasse di entrare, informandolo che, per ragioni di sicurezza, alle gabbie non potevano accedere più di venti persone alla volta. Nonostante ciò, alcuni attivisti hanno perseverato, rimanendo sul posto a turno ventiquattrore su ventiquattro, organizzando teach-in di giorno, dando vita a dibattiti improvvisati con gli annoiati trader di Wall Street in pausa caffè e, di notte, facendo la guardia sui gradini di marmo. Quasi subito sono stati banditi i cartelli grandi; poi qualunque cosa fatta di cartone. Dopodiché sono iniziati gli arresti di persone scelte a caso. Il comandante della polizia voleva farci capire chiaramente che, anche se non poteva arrestarci tutti, poteva in ogni caso imprigionare chi volesse, per qualunque motivo, in ogni momento. Proprio quel giorno avevo visto un attivista ammanettato e portato via per «disturbo alla quiete pubblica» perché ripeteva i nostri slogan e un altro, un veterano della guerra in Iraq, incriminato per atti osceni in luogo pubblico: aveva detto parolacce mentre teneva un discorso. Forse è accaduto perché avevamo pubblicizzato l’evento come un «dibattito aperto». Sembrava che l’ufficiale al comando volesse chiarire un concetto: persino nel luogo in cui era nato il Primo emendamento, aveva comunque il potere di arrestarci solo per aver tenuto un discorso politico.

La protesta era stata organizzata da un mio amico, Lopi, celebre perché partecipa alle manifestazioni a bordo di un triciclo gigante con un cartello colorato che porta la scritta jubilee!. Lopi aveva pubblicizzato l’evento chiamandolo «Dibattito sulle ingiustizie di Wall Street: assemblea pacifica sui gradini del Federal Hall Memorial Building, casa natale della Bill of Rights, oggi blindato dall’esercito dell’1%». Io non sono mai stato un grande agitatore. Per tutto il periodo in cui ho preso parte a Occupy, non ho mai tenuto un discorso, desideravo presenziare perlopiù in qualità di testimone, per fornire un sostegno morale e organizzativo. Durante la prima mezz’ora della protesta, mentre, uno dopo l’altro, gli occupanti si radunavano a ridosso delle transenne di fronte a una manciata di videocamere improvvisamente comparse sul marciapiede, per parlare di guerra, devastazioni ecologiche e corruzione del governo, io me ne sono rimasto ai margini, a parlare con i poliziotti.

«E così fai parte di un squadra Swat» ho detto a un ragazzo dall’espressione torva di guardia all’ingresso alle gabbie con un grosso fucile d’assalto. «Scusa, ma che cosa significa esattamente Swat? “Special Weapons”…»

«… and Tactics» mi ha risposto rapido, prima che riuscissi ad articolare il nome originario di quella unità, ovvero «Special Weapons Assault Team» (Squadra d’assalto dotata di armi speciali).

«Capisco, ma mi chiedo: che tipo di armi speciali ritiene necessarie il vostro comandante per gestire trenta cittadini disarmati pacificamente radunati sui gradini di un edificio federale?»

«È una misura precauzionale» mi ha risposto, un po’ a disagio.

Avevo già declinato due inviti a prendere la parola, ma Lopi continuava a insistere, perciò alla fine mi sono reso conto che avrei fatto meglio a dire qualcosa, anche poche parole. Così ho preso posto di fronte alle telecamere, ho guardato George Washington che teneva lo sguardo fisso sul cielo sopra la Borsa di New York e ho improvvisato.

«Mi colpisce essere riuniti proprio qui, oggi, sui gradini dell’edificio in cui è stato firmata la Bill of Rights. È strano: la maggior parte degli americani crede di vivere in un paese libero, di far parte della più grande democrazia del mondo. È convinta che siano i nostri diritti e le nostre libertà costituzionali, stabiliti dai Padri fondatori, a definirci come nazione, a renderci ciò che siamo veramente… persino a darci il diritto di invadere altri paesi più o meno a nostro piacimento, a sentire i nostri politici. Ma in realtà, sapete, gli uomini che hanno scritto la Costituzione non volevano affatto che vi fosse una Bill of Rights. Ecco perché è composto da emendamenti: non erano compresi nel documento originale. L’unica ragione per cui tutte quelle frasi roboanti sulla libertà di parola e sulla libertà di assemblea sono finite nella Costituzione è che ci sono stati antifederalisti come George Mason e Patrick Henry che, di fronte all’ultima bozza, si sono indignati al punto di mobilitarsi contro la sua ratifica, a meno che il testo non venisse cambiato… cambiato in modo da comprendere, tra le altre cose, il diritto di partecipare a mobilitazioni esattamente come la nostra. Ciò terrorizzò i federalisti, dato che, tanto per cominciare, un motivo che li aveva spinti a indire la Convenzione di Filadelfia era stato il desiderio di prevenire il rischio, da loro avvertito, che nascessero movimenti popolari ancor più radicali di quelli che da tempo richiedevano la democratizzazione della finanza e persino la cancellazione del debito. Le assemblee pubbliche di massa e l’esplosione del dibattito a cui avevano assistito durante la rivoluzione era l’ultima cosa che volevano. Fu per questo che alla fine James Madison stilò un elenco di oltre duecento proposte e le utilizzò per scrivere il testo di quello che noi chiamiamo Bill of Rights.

«Il potere non cede mai qualcosa spontaneamente. Se oggi abbiamo libertà, non lo dobbiamo alle concessioni dei saggi Padri fondatori. Perché ci fossero riconosciute quelle libertà, ci sono volute persone come noi che hanno continuato a esercitarle, facendo esattamente quello che stiamo facendo qui.

«La Dichiarazione di indipendenza o la Costituzione non dicono da nessuna parte che l’America è una democrazia. E c’è un motivo. Uomini come George Washington si opposero apertamente alla democrazia, cosa che rende strano trovarci sotto la sua statua, oggi. E lo stesso dicasi per Madison, Hamilton, Adams… Scrissero esplicitamente che stavano cercando di costruire un sistema che potesse annullare e tenere sotto controllo i pericoli della democrazia, anche se erano state le persone che volevano la democrazia a fare la rivoluzione che, tanto per cominciare, li aveva portati al potere. Oggi la maggior parte di noi è qui perché ritiene ancora di non vivere in un sistema democratico, in nessuna delle accezioni pregnanti del termine. Voglio dire, guardatevi intorno. Quella squadra della Swat laggiù dice tutto quello che avete bisogno di sapere. Il nostro governo è diventato poco più di un sistema di corruzione istituzionalizzata e si rischia di essere trascinati in prigione solo per averlo detto. Forse oggi, nella maggior parte dei casi, ci possono tenere dentro solo per un giorno o due alla volta, ma state certi che stanno facendo del loro meglio per cambiare questa regola. In ogni caso, se non pensassero che abbiamo ragione, non ci arresterebbero di certo. Non c’è niente che spaventi di più i governanti americani della prospettiva che prorompa la democrazia. Che ci sia davvero questa prospettiva e che possano esistere gli eredi di coloro che scesero in strada per pretendere una Bill of Rights; be’, dipende solo da noi.»

Prima che Lopi mi spingesse sul palco non avevo davvero pensato a Occupy Wall Street come a un movimento radicato in qualche grande tradizione della storia degli Stati Uniti. Ero più interessato a rintracciare le sue radici nell’anarchismo, nel femminismo o persino nel Global Justice Movement. Ma, con il senno di poi, penso che quello che ho detto fosse vero. C’è qualcosa di stranamente incoerente nel modo in cui negli Stati Uniti ci insegnano a pensare alla democrazia. Da un lato, ci viene costantemente ripetuto che democrazia significa solo eleggere i politici che ci governano, dall’altro sappiamo bene che tanti americani amano la democrazia, odiano i politici e sono scettici nei confronti dell’idea stessa di un governo centrale. Come possono queste cose essere tutte vere contemporaneamente? Quando gli americani sposano la democrazia pensano a qualcosa di molto più ampio e profondo della mera partecipazione alle elezioni (anche se comunque metà di loro non si fa problemi a disertarle); deve essere una specie di combinazione tra l’ideale di libertà individuale e la convinzione, finora irrealizzata, che essere liberi significa potersi mettere a un tavolo da adulti assennati e gestire i propri affari da sé. Se così fosse, non sorprende certo che coloro che attualmente governano l’America temano tanto i movimenti democratici: portata alle sue estreme conclusioni, la spinta democratica può solo finire col renderli totalmente inutili.

Qualcuno potrebbe obiettare che, anche se ciò fosse vero, molti americani sarebbero senz’altro recalcitranti di fronte alla semplice idea di portare fino in fondo la spinta democratica. E non avrebbero torto. La maggioranza degli americani non è anarchica. Per quanto le persone possano dichiarare di non approvare il governo o in molti casi l’idea stessa di stato, sarebbero davvero pochi quelli che ne sosterrebbero lo smantellamento, soprattutto perché non saprebbero come rimpiazzarlo. La verità è che, sin dalla tenera età, gli americani si sono abituati ad avere orizzonti politici estremamente limitati e una percezione molto ristretta delle possibilità umane. Per molti di loro, la democrazia è sostanzialmente un ideale astratto, non qualcosa che abbiano mai esercitato o di cui abbiano fatto esperienza. Ecco perché così tante persone, quando hanno iniziato a partecipare alle Assemblee Generali e alle altre forme di attività decisionali «orizzontali» di Occupy, hanno avuto la sensazione che si fosse trasformato radicalmente ciò che ritenevano possibile in politica. E io mi ero sentito esattamente come loro nel 2000, quando per la prima volta a New York avevo preso parte al Direct Action Network, la confederazione di gruppi anarchici nata nel 1999 per protestare contro il Wto a Seattle.

Quindi, questo libro non tratta soltanto di Occupy, ma anche della possibilità di realizzare una democrazia in America. Ancora meglio, è un libro sullo sviluppo dell’immaginazione rivoluzionaria innescato da Occupy.

Basterebbe paragonare l’euforia diffusa che ha salutato i primissimi mesi di vita del movimento con l’atmosfera che si è creata durante le elezioni presidenziali un anno dopo. Nell’autunno 2012 si sono visti scendere in campo due candidati: il presidente in carica da cui i sostenitori del Partito democratico si sentivano completamente traditi e un rivale imposto dal mero potere dei soldi ai sostenitori repubblicani, che avevano fatto chiaramente capire che avrebbero preferito più o meno chiunque altro. I due candidati hanno poi speso gran parte delle loro energie a corteggiare miliardari, come si è potuto verificare sulle tv. Gli elettori sapevano benissimo che, se non facevano parte di quel 25% circa di americani che vivono nei swing states (o «stati in bilico», che oscillano tra democratici o repubblicani) i loro voti non avrebbero fatto la minima differenza. E anche nel caso di coloro i cui voti invece contavano, si dava per scontato che la loro scelta cadesse su una fazione che comunque avrebbe dovuto procedere al taglio delle pensioni, dell’assicurazione sanitaria Medicare e delle indennità della Social Security, dal momento che erano in vista sacrifici e la legge del potere è che non si prenda neppure in considerazione che i sacrifici possano essere sostenuti dai ricchi.

In un articolo apparso su Esquire nell’ottobre 2012, Charles Pierce ha sottolineato che le apparizioni televisive degli opinionisti, in questa tornata elettorale, spesso sono parse poco più che celebrazioni sadomasochistiche dell’impotenza popolare, simili a quei reality in cui ci piace vedere i prepotenti che tiranneggiano i propri accoliti:

Abbiamo permesso a noi stessi di impantanarci nelle consuetudini dell’oligarchia, come se non fosse possibile nessun altro tipo di politica, persino in una repubblica che si presume si autogoverni, e la rassegnazione è una delle consuetudini più ovvie. Ci siamo abituati a essere usati dai politici, invece di insistere per avere noi il comando su loro. Le star televisive ci dicono che i leader politici hanno intenzione di firmare i tagli previsti nel Grande patto (bozza di accordo tra Obama e i leader del Congresso sulla riduzione della spesa e del debito pubblico) e che poi «noi» li applaudiremo per aver fatto le «scelte difficili» per nostro conto. È così che si inculcano le consuetudini dell’oligarchia in una collettività politica. Primo, distogliendo le persone dall’idea che il governo sia l’espressione ultima di quella collettività, poi eliminando o indebolendo ogni centro di potere che sia indipendente dall’influenza asfissiante dell’oligarchia, come per esempio le organizzazioni sindacali, e infine facendo capire chiaramente chi è che comanda: il capo sono io, fatevene una ragione.

Questo è esattamente il tipo di politica che rimane quando sfuma il concetto stesso della possibilità della democrazia, ma si tratta di un fenomeno passeggero. Faremmo bene a ricordare che gli stessi identici discorsi si sono tenuti nell’estate del 2011, quando la classe politica non parlava che di crisi e «tetto del debito», e del «Grande patto» (che consisteva nell’apportare ulteriori tagli a Medicare e alla Social Security) che ne sarebbe inevitabilmente conseguito. Poi, a settembre, è arrivato Occupy con centinaia di forum politici autentici in cui ogni americano ha potuto parlare dei suoi problemi e delle sue preoccupazioni reali… e tutto quel discorso è andato a gambe all’aria, e non perché gli occupanti abbiano presentato ai politici richieste e proposte specifiche, ma perché i membri del movimento avevano provocato una crisi di legittimità all’interno del sistema fornendo un assaggio di come avrebbe potuto essere una vera democrazia.

Naturalmente, quegli stessi opinionisti hanno dichiarato che Occupy era morto a partire dagli sgomberi del novembre 2011. Quello che non hanno capito è che quando gli orizzonti politici delle persone si allargano, il cambiamento diventa permanente. Adesso centinaia di migliaia di americani (e non solo di americani, ovviamente, ma anche di greci, spagnoli e tunisini) hanno fatto un’esperienza diretta di autorganizzazione, azione collettiva e solidarietà. Per loro è praticamente impossibile tornare alla vita di prima e vedere le cose nello stesso modo. Mentre le élite finanziarie e politiche del mondo scivolano alla cieca verso la prossima crisi di proporzioni simili a quella del 2008, noi continuiamo a portare avanti l’occupazione (temporanea o permanente) di edifici, fabbriche, case pignorate e uffici, a organizzare scioperi di massa degli affittuari, seminari e assemblee dei debitori, e così facendo poniamo le basi di una cultura autenticamente democratica, nonché di competenze, consuetudini ed esperienze che faranno nascere un concetto totalmente nuovo di politica. Contestualmente si è verificata anche la rinascita dell’immaginazione rivoluzionaria che il buonsenso convenzionale aveva da tempo dichiarato morta.

Tutte le persone coinvolte ammettono che creare una cultura democratica richiede necessariamente un orizzonte temporale lungo: dopotutto stiamo parlando di una profonda trasformazione morale. Ma siamo anche consapevoli che tali cose sono già accadute in passato. Negli Stati Uniti si sono avuti movimenti sociali che hanno generato profondi cambiamenti morali – i primi che vengono alla mente sono l’abolizionismo e il femminismo – ma i tempi sono stati lunghi. Al pari di Occupy, anche questi movimenti hanno agito in gran parte al di fuori del sistema politico convenzionale, utilizzando la disobbedienza civile e l’azione diretta, senza pensare di raggiungere gli obiettivi in un solo anno. Ovviamente, ci sono stati tantissimi altri movimenti che hanno cercato di dare il via a trasformazioni etiche altrettanto profonde e che hanno fallito. Eppure, vi sono ottime ragioni per credere che nella natura stessa della società americana stiano avvenendo svolte fondamentali – le stesse che hanno permesso a Occupy di decollare così in fretta – che fanno ben sperare in una rinascita del progetto democratico sul lungo periodo.

La tesi sociale che sosterrò è piuttosto semplice. Quella che viene chiamata la Grande Recessione ha semplicemente accelerato una profonda trasformazione delle classi sociali americane in corso da decenni. Considerate queste due statistiche: mentre scrivo, un americano su sette è perseguitato da un’agenzia di recupero crediti; intanto, un recente sondaggio ha rivelato che per la prima volta solo una minoranza di americani (il 45%) si definisce «membro della classe media». È difficile credere che questi due fatti non siano collegati. Ultimamente abbiamo assistito a numerosi dibattiti sull’erosione della classe media americana, che però in genere tralasciano il fatto che negli Stati Uniti la «classe media» non è mai stata in primis una categoria economica. È sempre stata associata alla stabilità e sicurezza che deriva dal poter dare per scontato che, indipendentemente da ciò che pensiamo dei politici, le istituzioni della nostra quotidianità, come la polizia, il sistema scolastico, gli ospedali e le cliniche e persino gli istituti di credito sono di fatto dalla nostra parte. Se è così, è difficile credere che chi si vede pignorare la casa da «funzionari seriali» (robo-signers)2 possa sentirsi un membro della classe media; e questo è vero a prescindere dallo scaglione di reddito o dal grado di istruzione raggiunto.

La sensazione sempre più forte che le strutture istituzionali che circondano gli americani in realtà non siano lì per aiutarli (anzi, che siano addirittura oscure forze nemiche) è una diretta conseguenza della finanziarizzazione del capitalismo. Ora, questa potrebbe sembrare un’affermazione alquanto strana, perché siamo abituati a pensare alla finanza come a qualcosa di molto lontano da simili preoccupazioni quotidiane. Molte persone sanno benissimo che gran parte degli utili di Wall Street non deriva più dai frutti dell’industria o del commercio, ma dalla pura e semplice speculazione e dalla creazione di complicati strumenti finanziari. Tuttavia, la critica che in genere viene mossa è che si tratta semplicemente di speculazioni o di elaborati trucchetti che creano la ricchezza limitandosi a dire che esiste. In realtà, la finanziarizzazione implica la collusione tra governo e istituzioni finanziarie mirata a garantire che una percentuale sempre maggiore di cittadini finisca sempre più indebitata. Ciò si verifica a ogni livello. In professioni quali quelle farmaceutiche e infermieristiche vengono introdotte, tra i requisiti, nuove qualifiche accademiche che costringono chiunque voglia lavorare in quei settori a sottoscrivere prestiti studenteschi finanziati dal governo, facendo sì che una parte significativa dei loro stipendi futuri finisca direttamente alle banche. La collusione tra i consulenti finanziari di Wall Street e le forze politiche locali ha portato sull’orlo della bancarotta le amministrazioni comunali, dopodiché la polizia locale riceve l’ordine di applicare in modo sempre più restrittivo i regolamenti relativi a giardini, rifiuti e manutenzione a scapito dei proprietari di case, in modo che il flusso di cassa che deriva dalle multe vada ad aumentare le entrate necessarie per ripagare le banche. In ogni caso, una percentuale degli utili che ne derivano viene nuovamente riversata sui politici attraverso lobbisti e lobby ufficiali di Washington. Se quasi tutte le funzioni del governo locale diventano meccanismi di prelievo finanziario e il governo federale dichiara di considerare come scopo fondamentale mantenere alte le quotazioni azionarie e far sì che un flusso costante di denaro vada a chi possiede strumenti finanziari (per non parlare del fatto di garantire che i principali istituti finanziari non possano mai fallire, indipendentemente da quello che fanno), si fa sempre meno chiara la distinzione tra potere finanziario e potere dello stato.

Ovviamente, questo è proprio ciò che volevamo denunciare quando abbiamo coniato lo slogan «Siamo il 99%». In questo modo, abbiamo fatto una cosa senza precedenti. Siamo riusciti a riportare al centro del dibattito politico americano non solo il tema della classe sociale, ma anche quello del potere di classe. Credo che sia stato possibile solo grazie ai cambiamenti graduali che si sono verificati nella natura del sistema economico (a Occupy Wall Street lo chiamiamo sempre più spesso «capitalismo mafioso») e che rendono impossibile immaginare che il governo americano possa avere qualcosa a che fare con il volere del popolo o persino con il consenso popolare. Di questi tempi, qualunque risveglio della spinta democratica può essere solo un impulso rivoluzionario.




Informatica e democrazia: nulla di scontato

Buffa immagine che rappresenta il malwareLeggo oggi, con grande interesse, l’intervista che viene pubblicata sul blog del collettivo Autistici/Inventati a Claudio ‘Nex’ Guarnieri, ricercatore del progetto citizenlab.org ed esperto di sicurezza informatica.

Come si legge all’inizio dell’articolo:

secondo noi e’ interessante per due motivi:

1) Delinea una visione critica del mondo della sicurezza informatica visto dall’interno.

2) Citizenlab fa un gran lavoro sui malware come strumento di controllo, spesso rivolto nei confronti di attivisti politici.
In Italia si sta tentando di inserirli nella legislazione come “Captatori Informatici” (un termine che rimanda agli “Elaboratori Computazionali” e ai tecnici in camice bianco…), perché malware, backdoor, trojan suonavano evidentemente male.

E già qui si entra in un ambito interessante: nell’intervista viene raccontato come l’industria della “sicurezza” informatica campi sull’insicurezza informatica, e come l’alimenti; e già questo basterebbe a rendere interessantissimo l’articolo. Ma, di più, si racconta come siano gli stessi stati – spesso quelli definiti “paladini della democrazia” – ad usare questi metodi, per tutelare la “democrazia”. Uccidendola.

In tutto questo malsano gioco mi ha colpito molto un passaggio. Da Linux user quale sono ho sempre pensato non di essere esente da questi attacchi – tipici del mondo Windows – ma almeno un po’ più tutelato alla base. Non è così, e Guarnieri ce lo spiega benissimo:

C – Ma supponiamo che un utente utilizzi Linux, aggiorni il suo sistema quotidianamente, si doti di full disk encryption, gestisca con attenzione la sicurezza fisica della sua macchina e navighi facendo uso di VPN affidabili e sistemi di anonimato forte. Neanche in quel caso può ritenersi al sicuro?

N – No. Se il tuo avversario è motivato e dispone di sufficienti risorse può arrivare a livelli di sofisticazione elevati. Backdoor, exploit e 0day per Linux non mancano: ci sono società che producono esclusivamente quelli. I loro prodotti, venduti regolarmente a governi di tutto il mondo, costano di più. Ne consegue quindi che per attaccare target dotati di maggiori competenze tecniche è necessario un maggior investimento economico. Maggiori layer di sicurezza frapponi tra te e loro, maggiormente sarai in grado di farli desistere dalle loro intenzioni.

Va considerato però che che sarebbe stupido provare a colpire un utente più tech savvy: è molto più probabile e sensato che un attaccante diriga la sua attenzione su persone sprovviste delle competenze necessarie per difendersi e tramite esse provi ad ottenere informazioni relative a tutto il suo network di appartenenza. Anche questa è una tattica molto comune che abbiamo visto verificarsi più volte in passato.

Cosa significa questo passaggio? Due cose fondamentali:

  1. che anche noi Linux user, magari pure avanzati (o che ci crediamo tali) NON siamo al sicuro, anche se usiamo tutte le strategie possibili ed immaginabili; e che bisogna continuare a trovare soluzioni che tutelino la nostra privacy e quella degli altri;
  2. che anche se riuscissimo nell’arduo compito detto sopra, comunque non basterebbe, perché se anche UN solo anello della nostra catena di relazioni è debole, tutta la catena cade.

Questo significa che DOBBIAMO continuare a fornire strumenti, conoscenza e – SOPRATTUTTO – consapevolezza su cosa sia, oggi, il mondo dell’informatica (e quindi personal computer, portatili, smarphone, console e via discorrendo) e quanto sia importante che TUTTI ci regoliamo di conseguenza.




Amiri Baraka

Immagine di Amiri Baraka da giovane
Amiri Baraka

Scopro solo ora che il 9 gennaio si è spento il grande Amiri Baraka (al secolo LeRoi Jones), intellettuale, poeta, militante.

Negli anni ’60 ha guidato il Black Arts Movement, un movimento legato al Black Panther Party.

E’ l’autore di uno dei più importanti saggi sulla storia degli afro-americani, pubblicato nel 1963: “Il popolo del blues“, edito in Italia dai tipi della Shake Edizioni.

Se ne va un grande uomo, che ha fatto tanto per rendere questo mondo un posto migliore.

Una poesia di Amiri Baraka
Una poesia di Amiri Baraka

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Su Amiri Baraka potete leggere anche i begli articoli usciti su il manifesto:

Nel suo articolo Onori riporta queste parole del grande intellettuale:

“Alcune idee del grande intel­let­tuale afroa­me­ri­cano meri­tano ancora oggi di essere tenute in con­si­de­ra­zione: lo stesso che cam­bia; l’estetica nera e blues. «Le sepa­ra­zioni, una volta risolte le oppo­si­zioni arti­fi­ciali all’interno della musica nera, non sono altro che note sen­tite e risen­tite. In altre parole la New Black Music ((il free, n.d.r.) e il r&b. sono la stessa fami­glia che guarda a cose diverse». «Nelle forme e nel con­te­nuto dell’estetica nera, in ogni sua com­po­nente sto­rica o cul­tu­rale sono rac­chiusi la volontà, il desi­dero, l’evocazione di libertà. Monk par­lava pro­prio di que­sto. Libertà! Bird, Trane, Duke, Sassy, Bes­sie(…) Una depo­li­ti­ciz­za­zione dell’estetica afroa­me­ri­cana com­porta il suo distacco dall’esistenza effet­tiva degli afroa­me­ri­cani (…) Senza il dis­si­dio, la lotta, l’involucro del con­te­nuto, non ci può essere né un’estetica nera né blu, ma solo un’estetica di sot­to­mis­sione, per denaro o a causa dell’ignoranza e della depra­va­zione ideo­lo­gica». We are the blues…”

Un uomo che non si è mai sclerotizzato sulle sue posizioni, ma riuscendo sempre ad stare al passo coi tempi senza per questo svendersi e senza perdere la sua coerenza di fondo di militante politico nero.

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Angelo d’Orsi: il 12 ottobre non ci sarò

di Angelo d’Orsi

Immagine di Rodotà e Landini che parlano
Rodotà, Landini e la manifestazione del 12 ottobre

Non parteciperò alla manifestazione del 12 ottobre a Roma. Ho partecipato, invece, sia pure da ascoltatore, all’assemblea preparatoria dell’8 settembre e non sono stato stimolato affatto ad aderire alla successiva manifestazione.

Intanto, quell’assemblea non mi è piaciuta. È stata condotta malamente (la signora Bonsanti, gentile, non aveva il polso né l’attenzione sufficiente per guidare la riunione), secondo peraltro un vecchio schema, ormai, a mio avviso, stucchevole. Ci sono stati, certo, interventi notevoli, altri mediocri, altri scontati. Ma il punto non è questo. Il punto è l’aria reducistica che si respirava: eravamo “tra noi”, ci applaudivamo, o, come per l’intervento di Vincenzo Vita (rappresentante di ciò che rimane di un PD critico), esprimevamo (anche in modo scomposto, nell’evidente incapacità della presidenza di controllare la situazione) il nostro dissenso, per chi non fosse del tutto allineato, per chi non dicesse esattamente le parole che ci si attendeva: parole di conferma, di esaltazione della lotta, di esecrazione del nemico. Il punto è l’assenza quasi totale di giovani, in quell’assemblea. Ci si vuole interrogare su questo? Il punto è che a quell’assemblea si conoscevano tutti. Era un raduno di amici e compagni riemersi dal passato: vecchi amici, vecchi compagni. Che si parlano tra loro, si danno pacche sulle spalle, vanno a bere un caffè. Si promettono di rivedersi presto. C’era entusiasmo, c’era voglia di fare, c’era anche un po’ di rabbia (ma poca) per una situazione bloccata come quella di questo Paese senza speranza. Ma nihil sub sole novi, mi è parso.

Uscendo dall’assemblea ho colto un frammento di conversazione fra due giovani che come me abbandonavano la sala prima della fine (io avevo un treno da acciuffare). Lei diceva a lui: “mio fratello, che ci ha vent’anni, mo’che torno a casa, mi chiederà: allora? Che fai in queste riunioni? E io che gli dico: sono andata a difendere la Costituzione?! E lui sai che mi risponde: Ma che cazzo me ne frega, a me, della Costituzione?”. Non mi ha scandalizzato udire quelle parole. Anzi, mi sono detto che forse il fratello non aveva torto, e mi sono rafforzato nei dubbi sulla manifestazione “in difesa della Costituzione”. Non mi pare si tratti di un messaggio politico forte, convincente, capace di fare presa. Suona astratto, lontano, inerte. Oggi, forse, una politica nuova deve parlare delle cose, non dei princìpi, deve affrontare i problemi della sopravvivenza fisica e spirituale dei ceti subalterni schiacciati dai grandi potentati; dei precari della ricerca umiliati e offesi da un’attesa che dura una vita e non sbocca mai in un riconoscimento salariale e professionale; dei cassintegrati che non sperano di rientrare e che sanno che presto quel sussidio terminerà; dei licenziati con o senza “giusta causa”, che tanto non cambia nulla; dell’esercito vilipeso degli insegnanti, oggetto di infami campagne denigratorie e di disinformazione; degli operai perennemente sotto ricatto dal Marchionne di turno…

Né mi sembra più forte e persuasiva la parola d’ordine di Maurizio Landini che parla invece che di “difesa”, di “attuazione” della Costituzione. Ma ricordiamo che questa era la richiesta degli anni Cinquanta-Sessanta delle sinistre italiane? Almeno fino alla creazione delle Regioni (e non entro nel merito)… Possibile che non siamo in grado di trovare di meglio? Insomma, con tutto il rispetto, questa mi pare una frontiera arretrata.

Forse dovremmo giocare d’attacco, invece che in difesa. E che cosa può voler dire giocare d’attacco, oggi? Significa innanzi tutto incalzare i soloni dell’economia, mostrando le loro scempiaggini, la loro disonestà intellettuale, denunciando l’insostenibile subordinazione della politica all’economia, e la presentazione di questa come una scienza: una scienza esatta, oggettiva, che ha regole ferree alle quali nessuno – popoli, governi centrali, locali, sovranazionali… – si può sottrarre; per di più una scienza iniziatica, che noi profani (la cittadinanza nella sua interezza), non possiamo capire, e che dunque dobbiamo semplicemente accettare, nei suoi princìpi oscuri, nelle sue pratiche sacerdotali, nelle sue punizioni ineluttabili, nei suoi premi riservati a pochi fortunati. Imperscrutabile, ferrea, obbligatoria. L’economia così presentata, viene poi ulteriormente blindata sotto la magica e tremenda parola “l’Europa”. Ce lo chiede l’Europa. Lo impone l’Europa. E via seguitando.

Giocare d’attacco significa sbugiardare i Giavazzi e gli Alesina, con le loro cifre truccate e i loro suggerimenti devastanti, i Galli della Loggia e i Panebianco, con il loro pretenzioso e pericoloso “realismo” d’accatto. Significa fare un lavoro di lunga lena volto a smontare le false verità di una politica serva dei potenti, implica un’azione diffusa e capillare sul “territorio” capace di ascoltare le esigenze, le proteste, i bisogni di masse ingenti di popolazione. Significa uscire dal recinto del “popolo della sinistra” e parlare al ben più vasto “popolo dei referendum” (e prima ancora ascoltarne le voci).

Ma, poi, questo popolo della sinistra, possibile che non sia capace di ascoltare se stesso? Possibile che per tentare di uscire dal pelago in cui sta di nuovo soffocando, abbia bisogno di ricorrere a un manipolo di galantuomini liberali, e a un prete? Ma c’è Landini: mi direte. Naturalmente. Ma al di là del modello di sviluppo in cui (un po’ per dovere di “metallurgico”, forse) sembra continuare a credere (costruire automobili! Anche questa visione è passatista: il futuro è altrove, io credo, per l’Italia. Il futuro è nella tutela ambientale e paesaggistica, nelle nuove professioni che possono sorgere dalla valorizzazione del patrimonio archeologico, artistico, culturale, tanto per cominciare…), prima o poi Landini dovrà decidere che fare, e che non può a lungo continuare a stare in bilico tra il sindacato e la politica a tutto campo.

E poi, non stiamo di nuovo cadendo nell’errore di aspettarci da un uomo (o da un manipolo di uomini) la salvezza? Non ci è bastato Cofferati? Non ci è bastato Ingroia? A me pare che occorrerebbe rovesciare il discorso e la pratica. Zagrebelsky lo ha scritto egli stesso, mi pare. Non ci si può attendere da un uomo della Provvidenza il riscatto di un intero popolo. Si parla tanto, troppo, di democrazia partecipata. Ebbene, non vogliamo provare a metterla in atto, almeno “tra di noi”? Non sarebbe ora di provare a fare un processo inverso, ossia invece di individuare il leader, e chiedergli la linea, selezionare i gruppi dirigenti dal basso? La leadership, collettiva, occorre, certo. Ma va costruita secondo processi interni, attenti, trasparenti, partecipati, appunto.

Trasparenza. Vertici. Base. L’intervento di Paolo Ferrero a Roma, l’8 settembre, ha avuto la sua buona dose di applausi. E ho applaudito io stesso, per simpatia umana, ma dentro me mi dicevo: ma non era proprio lui a condurre, con pochissimi altri, quegli accordi di vertice contro cui sta tuonando ora? Ferrero si riferiva alla sciagurata avventura di “Rivoluzione Civile”. Dopo la quale mi sarei aspettato che egli stesso, e tutti gli altri responsabili dell’avventura finita così male, offrissero, in modo sincero, semplice e spontaneo, le dimissioni.

Mi sarei aspettato che lo stesso Ingroia, rinunciasse, avendo dimostrato di essere assolutamente inetto nel ruolo di leader, ferma restando la stima per l’uomo e l’apprezzamento per il magistrato. Mi sarei aspettato il famoso “passo indietro” suo e degli altri. Non c’è stato. E Ingroia ha cambiato solo il sostantivo, passando da “rivoluzionario” ad “azionista”. Ma vogliamo dire che tutto questo è patetico? Commetto un sacrilegio a dirlo? Come tanti altri, ho sostenuto e votato Ingroia, inutilmente mettendo in guardia nei mesi antecedenti le elezioni, sugli errori da evitare, che sono stati commessi tutti. Di quegli errori un Ferrero è stato parte corresponsabile. Con tutta la simpatia, non posso accettare che ora come se niente fosse venga a dirci che gli accordi di vertice non sono una buona cosa. E la platea applaude, e tace. E si avvia all’ennesimo circuito di speranza, forse di illusione, cui, v’è da temere fortemente, sopraggiungerà la disillusione.

Infine. Paolo Flores ha detto nel suo intervento all’assemblea che occorre dare vita a una manifestazione grande almeno quanto quella romana della primavera 2002. Due milioni di partecipanti. Forse tre. Non è una sfida esagerata? A quella manifestazione parteciparono anche una buona parte di coloro che oggi sono al governo con il nemico di allora. Flores afferma: la manifestazione non può fallire, anzi: guai se fallisse. Non è, ripeto, un impegno troppo forte? E, soprattutto, rimugino tra me e me sul senso delle manifestazioni di piazza. I referendum vinsero perché alle grandi manifestazioni fu associato uno straordinario lavoro capillare, secondo il modello del glorioso PCI. Si parlò con tutti, strada per strada, piazza per piazza, caseggiato per caseggiato. Si vinse per questa ragione. E si vinse perché quei referendum toccavano questioni “terra terra”: la terra, appunto, l’acqua, l’aria, innanzi tutto.

E allora, in conclusione chiedo: è saggio puntare tutto su una manifestazione? Se fallisce, che si fa? Tutti a casa a guardare Canale 5? E, chiedo anche, siamo sicuri che sulla “difesa” della Costituzione si possano mobilitare milioni di italiani e di italiane?

Le manifestazioni servono, senza dubbio. Ma non possono essere salvifiche, se non si accompagnano ad altro. Nel febbraio 2003, vi fu la più grande manifestazione di massa della storia dell’umanità: cento milioni, forse di più, di persone sfilarono per le strade di decine di Paesi, urlando No alla guerra che Bush stava minacciando a Saddam Hussein. Due settimane dopo la coalizione militare guidata dagli Usa attaccò l’Iraq. Non aspettiamoci dunque che anche milioni di manifestanti a Roma il 12 ottobre possano cambiare la rotta della politica italiana. E neppure salvare o far rinascere la sinistra. A meno che quell’evento non sia accompagnato e seguito da un lungo attento e profondo lavoro, capillarmente diffuso. E non sia seguito da un salto di qualità: l’organizzazione, e la creazione di una vera leadership.

Ieri, in una riunione del piccolo gruppo che ho creato a Torino, il “Movimento 2 Giugno”, qualcuno, pure meno dubbioso di me sulla manifestazione del 12 ottobre, ha detto: “purché non sia la solita discesa a Roma di ogni autunno. E poi ciascuno ritorna alle sue case, e alle sue cose. E nulla accade”. E, pur mettendo da parte i miei scrupoli sul modo di formazione della leadership, chiedeva: “ma, alla fine, ‘dopo’, i Rodotà, i Landini, gli Zagrebelsky, accetteranno di “guidare il movimento”?

(27 settembre 2013)

Fonte Micromega




In Italia si discute di Berlusconi, non di Goldman Sachs

Immagine che vuole rappresentare la Goldman Sachs
Adbuster

In questi ultimi giorni siamo in pieno delirio berluschista: pare una rissa tra chi lo vuole far fuori e chi lo vuole santificare, a me è sempre sembrato fumo negli occhi di noi povere/i fesse/i, che stiamo dietro a ‘ste fregnacce invece di occuparci delle cose serie. Quali? Ecco sotto un bel articolo pubblicato ieri dal blog della casa editrice Minimum Fax intitolato “Goldman Sachs, la banca che dirige il mondo“. Lo riporto per intero perché merita.

 

Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Riccardo Staglianò

I governi passano, Goldman Sachs resta. A un certo punto del documentario c’è qualcuno che lo dice. Non è un’iperbole, ma l’impietoso punteggio della partita attuale tra economia e politica. Vince la finanza, perdono tutti gli altri. E sul podio, da oltre un secolo, c’è sempre la banca fondata a New York nel 1869 dal tedesco Marcus Goldman che poi si assocerà con il genero Samuel Sachs. Più ricca dell’Arabia Saudita. Più potente di Obama. Più omertosa dei corleonesi. Il che rende particolarmente interessante Goldman Sachs: la banca che dirige il mondo, il film del francese Jérôme Fritel che sarà presentato per la prima volta in Italia al Premio Ilaria Alpi. «Non mi era mai successo di ottenere il novanta per cento di rifiuti a richieste di interviste» confessa il regista al telefono dalla Corsica. «Su oltre trecento tentativi ne abbiamo girate una quarantina, per poi tenerne la metà. E molti di quelli che avevano già parlato nel libro di Marc Roche, il mio punto di partenza, hanno acconsentito a farlo di nuovo solo lontano dalla telecamera. Il fatto è che, una volta entrato nell’azienda, non ne esci veramente mai». Quel gessato è per sempre.

I monaci-banchieri, come li definisce un fuoriuscito, sembrano sottoscrivere il motto nietszchano: «Ciò che non ti uccide ti rende più forte». La crisi, ad esempio. Prima che la bolla dei subprime esploda, lasciando macerie dove una volta c’erano case, capiscono e agiscono. Creano un nuovo prodotto cui danno l’innocuo nome di Abacus, il pallottoliere, una cosa semplice, da bambini. In quel pacchetto ci sono i peggiori mutui in circolazione: loro lo sanno, i clienti no. È così difficile capirlo che ne fa incetta anche la Ikb, antica banca tedesca che fallirà per questo. Fabrice «Favoloso» Tourré, Normalista divenuto trader e coinvolto nel loro smercio, si vanterà con la fidanzata: «Vedove e orfani belgi adorano il sintetico Abacus». Sottintende: poveri idioti. Quando non si può più far finta di niente la banca decide di sacrificarlo. Fa trapelare l’imbarazzante corrispondenza della «mela marcia». Paga una multa da 400 milioni di dollari e non deve ammettere alcuna colpa. Il processo all’ambizioso francese (difeso coi soldi dell’azienda) è in corso. Potrebbe essere l’unico a pagare, per salvare l’onore della casa madre.

È una banca fondata sul conflitto di interessi. Prendete Hank Paulson. Dal ‘99 al 2006 è amministratore delegato di GS. Lascia per andare a fare il ministro del tesoro del governo Bush (sotto Clinton c’era già stato un altro ex, Robert Rubin). È lui a decidere nel settembre 2007 di non salvare Lehman Brothers, avversario storico del suo precedente datore di lavoro. Sempre lui, a stretto giro, a intervenire in favore di Aig, il colosso assicurativo che garantisce i mutui. Se cade quella, la molto esposta Goldman perde dieci miliardi di dollari. Alla riunione d’urgenza convocata a New York Paulson tratta con il suo successore. «Quel salvataggio, costato miliardi ai contribuenti, è stata un’oscenità», si scalda William Black, esperto di diritto bancario che ha deposto davanti al Congresso, «ma così Goldman non ci ha rimesso un dollaro». Solidarietà tra allievi della stessa alma mater. Quando il Congresso interpella anche Paulson gli chiedono se non si sentisse a disagio in quel contesto incestuoso, gli rinfacciano lo sconto da 200 milioni di dollari che il fisco gli concesse per la vendita di azioni GS come condizione per entrare nel governo. Lui non sa cosa dire, balbetta. Sembra Charlie Croker, l’«uomo vero» di Tom Wolfe, che comincia a zampillare sudore di fronte a quella sorta di plotone di esecuzione di funzionari che gli chiedono di rientrare dei suoi tanti prestiti.

Ci sono altri preziosi momenti-verità. Lloyd Blankfein, l’attuale numero uno, che si vanta con il Wall Street Journal di «fare il lavoro di Dio», intendendo la creazione di denaro dal nulla. Figlio di un postino e di un’addetta alla reception, cresciuto in case popolari di Brooklyn dove i bianchi scarseggiano, ha sgomitato sino al vertice. E ora ha un perma-riso stampato in faccia, alla Joker, al punto che un meme internettiano lanciato da Adbusters, la stessa rivista che ispirò Occupy Wall Street, chiama a raccolta chiunque riesca a toglierglielo, quel ghigno. A un certo punto si vede uno spezzone di un’intervista alla superpotenza televisiva Charlie Rose. Domanda: «Avete venduto un prodotto che scommetteva contro i vostri clienti?». Segue una pausa che stancherebbe Celentano. Un minuto, forse più. Sembra un’eternità. «Qualcuno ci chiama un casinò, ma se anche fosse siamo un casinò socialmente molto importante». Non uno degli intervistati nel film condivide quest’affermazione.

Sono un network micidiale, quello sì, che crede di saper conciliare magicamente Dio e Mammona. «Quando alla fine degli anni ‘80, sull’onda della forte deregulation finanziaria britannica, aprono gli uffici a Londra» spiega ancora il regista Fritel, «si preoccupano di reclutare quanti più politici possibili, che diventino loro ambasciatori. Più tardi sarà il turno, come consulenti con credibilità a Bruxelles, anche dei vostri Mario Monti e Romano Prodi».

Ben più organico è un altro italiano da esportazione, l’ottava persona più potente al mondo stando alla classifica Forbes: Mario Draghi. L’attuale governatore della Banca centrale europea ne è managing director e vice chairman dal 2002 al 2005. Il comunicato ufficiale descrive il suo ruolo come quello di aiutare l’azienda a «sviluppare e portare a termine affari con le principali aziende europee e con governi di tutto il mondo». Nel film un europarlamentare verde, il francese Pascal Cafin, gli chiede in udienza pubblica che ruolo abbia avuto nella discussa vendita di derivati che ha consentito alla Grecia di ridurre di due punti il proprio debito pubblico: «E avvenuta prima del mio arrivo e io non ci ho avuto niente a che fare». Canfin non è affatto soddisfatto («Affare troppo grosso, non poteva non sapere»).

Neppure Simon Johnson, economista al Mit, lo ritiene verosimile e ha scoperto che dell’accordo, che varrà oltre 600 milioni di euro alla banca e una zavorra da 400 milioni di rimborsi annui sino al 2037 per Atene, si discuteva ancora nella primavera 2002. Insiste Fritel: «Ciò che sorprende è che Draghi abbia sostenuto di non voler occuparsi di governi quando tutti sapevano il contrario. Alcune nostre fonti ci hanno detto che era stato preso proprio nell’eventualità di pensare ad accordi del genere, legali ma scarsamente etici visto che i debitori finiscono per aggravare la propria posizione, con altri Paesi indebitati, come Francia e Italia». Draghi diventa Super-Mario, e il tempo delle domande diventa il tempo degli elogi. Jean-Claude Trichet, ex numero uno a Francoforte, accetta di essere intervistato ma, quando toccano il tasto del successore si blocca: «Stop. A questa domanda non voglio rispondere. Tagliate». Loro non tagliano e il diniego diventa eloquente.

Nel documentario c’è molto di più. Viene fuori bene l’ethos di questi banchieri al cubo. Per cui sembra decisivo non solo guadagnare tanto, ma più di tutti gli altri colleghi, in un parossistico gioco a somma zero. La busta paga diventa il pallottoliere, l’abaco del tuo valore. Una ex-Goldman pentita racconta un aneddoto: «Un venerdì pomeriggio convocano i neo-assunti per una riunione con il management. Passano le ore, nessuno si presenta. È estate, fuori la gente parte per il mare, le matricole rumoreggiano. Passano altre ore e qualche temerario, scocciato, se ne va. Alle dieci di sera finalmente arrivano i dirigenti. E licenziano seduta stante chi ha abbandonato il campo». Questa è l’azienda. Gli ordini non si discutono. I vecchi compagni non si tradiscono. Goldman ha sempre ragione (anche quando un suo errore informatico rischia di bruciare in un attimo 100 milioni di dollari). È una profezia-autoavverante: finché la reciti, funziona.




Il nuovo governo di larghe intese e le scelte economiche. Seconda parte

Articolo del Sole24Ore sula crisi dei derivati
La crisi dei derivati

Tra la fine della seconda guerra mondiale e la fine degli anni Settanta-inizio anni Ottanta, la classe operaia, e più in generale la classe dei lavoratori dipendenti a partire da chi lavora in fabbrica, ha ottenuto, in parte con le sue lotte, in parte per motivi geopolitici, miglioramenti importanti della propria condizione sociale. Anche senza volerli chiamare, alla francese, i gloriosi Trent’anni  si è trattato di un periodo in cui decine di milioni di persone hanno avuto per la prima volta un’occupazione stabile e relativamente ben retribuita. Basti pensare, per quanto riguarda il nostro paese, che ancora nel 1951, anno del primo censimento dopo la guerra, esistevano in Italia centinaia di migliaia di braccianti pagati a giornata, su chiamata mattutina di un caporale, che lavoravano mediamente 140 giorni all’anno.

Per questi strati sociali, un impiego stabile nell’industria ha rappresentato un notevole avanzamento sociale. Sono aumentati i salari reali; sono stati introdotti o ampliati in molti paesi, Italia compresa, i sistemi pubblici di protezione sociale, dalle pensioni fondate sul metodo a ripartizione (in base al quale il lavoratore in attività contribuisce a pagare la pensione di quelli che sono andati a riposo, metodo che le mette al riparo dai corsi di Borsa e dall’inflazione  al sistema sanitario nazionale; si sono ridotti gli orari di lavoro di circa 2-300 ore l’anno (che vuol dire quasi due mesi di lavoro in meno); si sono allungate di settimane le ferie retribuite. Infine si sono estesi in diversi paesi, a partire dal nostro, i diritti dei lavoratori ad essere trattati come persone e non come merci che si usano quando servono o si buttano via in caso contrario. Queste conquiste, a cominciare dai sistemi pubblici di protezione sociale, sono state il risultato di riforme legislative – rinvio qui al nostro Statuto dei Lavoratori del 1970, voluto da un ministro del Lavoro socialista, Giacomo Brodolini, e redatto in gran parte da un giovane giuslavorista socialista pure lui, Gino Giugni – non meno che di imponenti lotte sindacali. Senza dimenticare il movimento degli studenti che in Italia come in Francia e in Germania contribuì sul finire degli anni Sessanta a inserire nell’agenda politica la richiesta di una democrazia più partecipativa.

Così inizia a raccontarci la sua versione della storia economica del secondo dopoguerra Luciano Gallino, nel suo La lotta di classe dopo la lotta di classe edito da Laterza nel 2012. Comincia raccontandoci la lotta di classe vittoriosa, almeno per trent’anni, delle classi meno abbienti, per le classi lavoratrici, per la classe operaia italiana ed occidentale in genere, dopo la fine della seconda guerra mondiale. Questo trentennio finisce con gli anni ’70 – i tragici anni ’70 per la quasi totalità di media, politici, sindacalisti e, ormai, anche per la maggior parte della gente comune, e con gli anni ’80 inizia un’altra lotta di classe, quella delle classi più abbienti contro chi gli sta sotto, economicamente parlando. E non è ancora finita.

Verso il 1980 ha avuto inizio in molti paesi – Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Italia, Germania – quella che alcuni hanno poi definito una contro-rivoluzione e altri, facendo riferimento ad un’opera del 2004 dello studioso francese Serge Halimi, un grande balzo all’indietro  Le classi dominanti si sono mobilitate e hanno cominciato loro a condurre una lotta di classe dall’alto per recuperare il terreno perduto. Simile recupero si è concretato in molteplici iniziative specifiche e convergenti. Si è puntato anzitutto a contenere i salari reali, ovvero i redditi da lavoro dipendente; a reintrodurre condizioni di lavoro più rigide nelle fabbriche e negli uffici; a far salire nuovamente la quota dei profitti sul Pil che era stata erosa dagli aumenti salariali, dagli investimenti, dalle imposte del periodo tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni Ottanta.

In sostanza non è affatto venuta meno la lotta di classe. Semmai, la lotta che era stata condotta dal basso per migliorare il proprio destino ha ceduto il posto a una lotta condotta dall’alto per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere che erano stati in qualche misura erosi nel trentennio precedente.

Ed con gli anni ’80 che la lotta di classe volta pagina, ed inizia il declino economico, politico e sociale delle classi lavoratrici, fino ad arrivare ai livelli di oggi. Un percorso lungo, fatto non solo di politica ed economia, ma anche – e soprattutto – di cultura e (dis)informazione. Il risultato, comunque, è che il neoliberismo, quella dottrina economica inventata a Chicago nella prima metà degli anni ’70 dalla locale scuola economica (e sperimentata con successo, dal punto di vista capitalistico, durante il regime di Pinochet in Cile), dopo la caduta del socialismo reale, cioè dei regimi dittatoriali di stampo sovietico nei paesi dell’Europa dell’est e nella Russia, dal 1989 ai primi anni ’90, diventa l’unica dottrina possibile, l’unica via possibile di sviluppo per l’umanità.

Con che risultati per le classi lavoratrici e le classi medie?

Basterà ricordare che i top manager delle grandi imprese, industriali e non, percepivano intorno agli anni Ottanta compensi globali dell’ordine di 40 volte il salario di un impiegato o di un operaio. Al presente il rapporto è salito in media a oltre 300 volte, con punte che negli Stati Uniti possono raggiungere 1000 volte il salario di un lavoratore dipendente. Ciò è dovuto non solo all’aumento dello stipendio base, del premio di risultato e di altri benefits, ma anche al vastissimo ricorso all’uso delle opzioni sulle azioni come remunerazione.

Questo nonostante e a dispetto della crisi che investe l’Occidente a partire dal 2007, che alla fine viene scaricata in toto sulle spalle delle classi meno abbienti. Tanto che i principali responsabili della crisi, il sistema finanziario e quello delle banche, sono stati salvati dai vari stati del mondo con i soldi pubblici, per poi essere “costretti” a tagliare lo stato sociale per coprire i buchi di bilancio così creati.

Capitali dell’ordine di trilioni di dollari sono stati investiti in complicatissimi titoli compositi che le banche, non solo americane ma anche europee, hanno creato e diffuso in un modo che si è rivelato disastrosamente inefficiente. O meglio: che la crisi stessa ha mostrato essere inefficiente quanto rischioso. Dopodiché gli enti finanziari sono stati salvati dal fallimento dai governi, sia tramite aiuti economici diretti (oltre 15 trilioni di dollari in Usa; 1,3 trilioni di sterline nel Regno Unito; almeno un trilione di euro in Germania), sia indirettamente, forzando i paesi con un elevato debito pubblico a pagare interessi astronomici sui titoli di Stato in possesso degli enti medesimi.

Insomma, quando c’è da salvare le banche i soldi si trovano, e parecchi. Quando c’è da finanziare la scuole e l’istruzione in generale; la sanità; il lavoro e lo sviluppo in generale, quindi la sicurezza e la possibilità di vivere bene delle persone no, per queste cose i soldi non ci sono. Buffo no?