Remember, remember the 8th of November…




Cambio lavoro!

Ebbene si, le cose non sono andate come spervavo e in meno di un anno mi sono trovato costretto a chiudere la mia azienda. Poco male, mi sono rimboccato le maniche ed ora sono pronto a offrire nuovi e fiammanti serivizi, a chiunque ne faccia richiesta su qualsiasi aspetto del Web: svulippo di siti con tecnologie libere, grafica, posizionamento (SEO e SEM), Web Marketing, consulenza e formazione; e sul networking usando software libero.

La mia è un’offerta frutto di anni di relazioni e rapporti, che nasce in modalità consorzile con amici e colleghi toscani e non, così da offrire, appunto, la possibilità di servizi a 360° su Web ed internet.

Per maggiori info e dettagli, andate a vedere le pagine (questa sul web e questa sul networking) delle mie offerte o contattatemi.

E non spingete!!! 🙂




La cinica barbarie dei nostri media

Televideo di stamani ci offre un esempio a mio avviso lampante della bassezza a cui riescono ad arrivare i nostri media in questi tempi cupi. Di seguito una breve notizia:

INAIL, IN CALO MORTI SUL LAVORO NEL 2008

Sono stati 1120 gli incidenti mortali nel 2008, il 7,2% in meno rispetto all’ anno precedente. Si tratta del minimo storico dal 1951.

Il maggior pericolo per i lavoratori risulta la strada, dove si verifica circa la metà degli infortuni mortali.

Complessivamente, gli infortuni sul lavoro denunciati all’Inail sono stati 874.940 (-4,1% rispetto al 2007). Il calo non riguarda però gli immigrati tra i quali c’è stato un aumento del 2%

Accidenti, verrebbe da dire, una buona notizia! Peccato che basterebbe incrociare questa notizia con i recenti dati sulla disoccupazione, con una banalissima ricerca su un motore di ricerca (quello che ho fatto io in questi ultimi 5 minuti) per scoprire che:

Occupazione in calo dopo 14 anni

I dati Istat: nel primo trimestre del 2009 persi 204 mila posti di lavoro

ROMA

La crisi economica scarica i propri effetti sul mercato del lavoro. Per la prima volta dopo 14 anni, nel primo trimestre del 2009, calano gli occupati in Italia. Lo certifica l’Istat secondo cui tra gennaio e marzo sono stati persi 204.000 posti di lavoro, pari allo 0,9% su base annua.

Il calo sintetizza la discesa di 426.000 unità della componente italiana e la crescita di 222.000 unità di quella straniera, per un totale di 22 milioni 966 mila occupati. Il numero delle persone in cerca di occupazione registra il quinto aumento tendenziale consecutivo, portandosi a 1.982.000 unità (+221.000 unità, pari al +12,5% rispetto al primo trimestre 2008), mentre il tasso di disoccupazione passa dal 7,1% del primo trimestre 2008 all’attuale 7,9%. Attenzione, ma nessun allarme da parte del governo. Secondo il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, «il dato indica quello che sappiamo: una contrazione del lavoro ma in misura minore di quanto potevamo temere».

«Il 7,9% dell’Italia – ha aggiunto Sacconi – ci deve preoccupare ma va anche paragonato ad una crisi globale che vede negli altri Paesi cifre più alte. Solo pochi anni fa la disoccupazione da noi era al 12,5%. Ovviamente questo costituisce un motivo di preoccupazione, per questo siamo impegnati a rafforzare la ’cassetta degli attrezzì per affrontare questa situazione». La strada da percorrere, ha aggiunto, «è valorizzare i contratti di apprendistato da parte delle Regioni e le imprese devono utilizzarle. Per questo il Governo quanto prima rafforzerà la propria ’cassetta degli attrezzì a ridare ad un “patto Stato-Regioni” sulla formazione». Sacconi ha aggiunto che «bisogna incentivare a rimanere nell’ambiente lavorativo, per questo stiamo pensando ad un premio di occupabilità».

Di tutt’altro avviso l’opposizione: «Un nuovo allarme viene dall’Istat: per la prima volta, dopo 14 anni, l’occupazione è in calo in Italia – ha evidenziato il responsabile lavoro del Pd, Cesare Damiano -. Tutte le associazioni del lavoro e dell’impresa, oltre che gli osservatori più attendibili, sono concordi nel ritenere che l’autunno ci riserverà purtroppo brutte sorprese. Il tempo per agire prima dell’estate è breve e il governo continua a barcamenarsi tra false illusioni e silenzi imbarazzanti». Sul fronte sindacale c’è preoccupazione ma non allarmismo. Per la leader dell’Ugl, Renata Polverini, è necessario un confronto con il Governo per fermare questa emorragia, mentre per Giorgio Santini della Cisl, non c’è il temuto crollo anche se preoccupa il dato sui giovani.

La sottolineatura è mia, e incrociando il quest’ultimo dato  (“Il calo sintetizza la discesa di 426.000 unità della componente italiana e la crescita di 222.000 unità di quella straniera) con quello di prima (“Sono stati 1120 gli incidenti mortali nel 2008, il 7,2% in meno rispetto all’ anno precedente. Si tratta del minimo storico dal 1951. […] Il calo non riguarda però gli immigrati tra i quali c’è stato un aumento del 2%“), diventa abbastanza semplice trovare una tragica equazione:

chi perde il lavoro, gli italiani, ha salva la vita;

chi non lo perde, i migranti, la perde.

Qualcuno ha visto un TG o letto un giornale dove questa comparazione sia stata fatta? A me non risulta.

Allora, o io sono incredibilmente intelligente, modestia a parte, o i media italiani sono molto ma molto bravi a non guardare, e a non riferire, quello che da noia ai timonieri e ai loro tristi accoliti. Alla faccia della “democrazia”…

In questo senso diventa veramente… boh, allucinante, la trovata – geniale – del ministro Sacconi dopo l’uscita dei dati sulla disoccupazione:

Sacconi ai giovani: “Accettate i lavori degli immigrati”

“Il dato di disoccupazione al 9% segnalato dall’Istat è un dato inferiore rispetto a quel che potevamo temere”, lo ha affermato il ministro del Welfare Maurizio Sacconi commentando i dati diffusi oggi. Sacconi si è soffermato in particolare sull’aumento dell’occupazione immigrata che indica “una propensione degli italiani a rifiutare i ‘cattivi lavori’ e questo riguarda in particolare i giovani”. Per il ministro “questo non può più essere fatto dai giovani” che piuttosto dovrebbero accettare “anche lavori distanti dal loro corso di studi”.

Verrebbe da chiedersi, istigazione al suicidio?




Hackmeeting – 19-20-21 giugno 2009 — Milano

Manifesto Hackmeeting 09
Manifesto Hackmeeting 09

Warm up — dal 9 al 18 giugno 2009 — Milano, poli universitari

Smanettoni, nerd, tecnofili, cyber activist, inventori, geek, creatori, manipolatori e soprattutto hacker! Tenetevi pronti!

Quest’anno Hackmeeting, l’incontro annuale degli hacker italiani si  tiene a Milano. E per l’occasione, si apre, si allarga, cambia  dimensione, si spinge, come ci si aspetta dai pirati, ad estendere i  propri confini oltre agli orizzonti previsti.

Giunto alla dodicesima edizione (ogni anno in una città diversa, da  Palermo a Torino), Hackmeeting si sdoppia e si moltiplica in un Warm up  e in un meeting vero e proprio, per affascinare anche chi, fino a quel  momento, credeva di essere lontano mille miglia, eppure ha scaricato  qualche canzone, dato un’occhiata all’ultimo film, cercato di collegarsi  alla rete wireless del vicino, ma anche ripristinato da solo il sistema  operativo che continuava a collassare.

Durante il Warm up (9-18 giugno) entra nelle università per far  innamorare ricercatori, filosofi e poeti, perché la cultura hacker non  ha saputo limitarsi alla scheda, al chip, al cavo coassiale, ma si è  spinta a pretendere di superare i limiti, quelli imposti dal mercato,  dal controllo, dalla sicurezza, dal tentativo di rendere tutto uniforme,  dalle costrizioni che uccidono l’evoluzione del pensiero.

Torna poi nel meeting vero e proprio (19-21 giugno) alla Fornace  occupata di Rho, per coltivare le proprie radici, le uniche che possano  generare nuovi tentacoli.

In pratica

* Warm up: in tutti i poli universitari milanesi (Brera, Fisica, Bovisa,  Bicocca, Scienze politiche, più un evento in Cascina Torchiera), dal 9  al 18 giugno, conferenze aperte a tutti, organizzate con docenti,  esperti, attivisti sui temi cari all’etica e alla cultura hacker: storia  dell’hacking e della net art, open source, paura, sicurezza e controllo,  open design e animazione, peer to peer economy. ecohacking, performance  artistiche.

* Hackmeeting vero e proprio, presso l’Sos Fornace di Rho, via San  Martino 20 (sosfornace.org) dal 19 al 21 giugno: tre giorni di workshop,  lan space, sharing di idee, file e hardware, seminari, incontri,  laboratori, su software libero, codice, libertà della rete, peer to peer.

Per il programma dettagliato vedi sotto, oppure: http://hackmeeting.org

WARM UP-dal 9 al 18 giugno 2009

Hack tales
9 giugno- Accademia di belle arti di Brera-aula Napoleonica (aula magna)
Via Brera, 28-Milano-dalle 14 alle 17 Storia dell’hacking e del networking (con collegamenti all’hacktivism e  artivism) come pratica artistica e hacker, con Antonio Caronia, Tatiana  Bazzichelli, Putro.

Open source, free software: una introduzione (it is not like free beer  but like free speech)
11 giugno-Politecnico di Milano-piazza Leonardo-Milano dalle 17

Paura anche no
12 giugno- facoltà di sociologia, Polo universitario Bicocca-edificio  U7, in via Bicocca degli Arcimboldi 8-Milano-dalle 16 alle 19.30
Il babau, il gioco della paura e i meccanismi di sicurezza, con  Massimiliano Guareschi-agenzia X, Marcello Maneri, docente di  sociologia, che parlerà di percezione della sicurezza, politiche della  paura, Marco Capovilla, che mostrerà le carte in gioco: linguaggio dei  media fotografico e non solo, presentazione della campagna paura anche.no.
Al termine aperitivo da paura.

Open design
15-16-17 giugno-Politecnico di Milano-facoltà del design, Polo  universitario Bovisa- – Via Durando 38/A-Milano-dalle 10 in poi, per  tutto il giorno
15-16 giugno-Open Hardware- workshop, riflessioni, testi, esperimenti  tra l’orizzonte dell’opensource e la pratica del design con Massimo  Banzi e la piattaforma Arduino (http://www.arduino.cc/it/).
17 giugno-Open modelling, 3d & Blender, modellazione, rendering,  animazione con la community di kino3D, Gianluca Faletti, Mario  Ambrogetti, Davide Vercelli

Ecohacking
17 giugno-Cascina Torchiera senz’acqua-piazzale cimitero maggiore  18-Milano-dalle 17 fino a tarda notte Pratiche wired di ecologia: come costruire un pannello solare, riciclo e  riuso, ciclofficine riunite, la pratica degli orti urbani con le diverse  realtà milanesi, la paura della notte e la natura in città.

Dopo la crisi, Open Economy?
18 giugno-facoltà si Scienze Politiche, via Conservatorio 7-Milano-dalle  14 alle 19 Open non vuol più dire solo Open Source Software (anche se rimane una  dimensione importante), ma anche Open Hardware, Open Agriculture, Open  Ecology, Open design e perche no, Open Money. Un incontro presentato da  Adam Ardvisson, docente di sociologia della globalizzazione, con la  partecipazione di Magnus Erikson, Pirat Bureau, Davide Biolghini dei  DES-distretti di economia solidale, Stefano Zacchiroli del sistema  operativo Debian (_http://www.debian.org/_).
Al termne, aperitivo open bio

Hackmeeting-presso Sos Fornace di Rho, via San Martino 20-Rho (Milano)

Tre giorni senza sosta di lan space, file sharing, dibattiti e workshop,  non facilmente riassumibili, perché in costante evoluzione. Quest’anno, oltre ai tradizionali incontri su linux, e altri programmi  base, verranno dedicati workshop all”nterazione uomo macchina, sesso,  genere e web, sorveglianza e autodifesa, informazione, paura, sicurezza,  controllo, trasformazione e nuove frontiere del lavoro IT, Open business  ed economie etiche, strumenti di archiviazione, streaming,  interpretazioni e modifiche dei kernel. Uno spazio verrà interamente  dedicato a Open movies: video scelti tra i titoli che riguardano i temi  più vicini alla cultura hacker, alcuni seminari saranno rivolti ai teen  ager , e ci sarà ovviamente anche un angolo per i piccolissimi, per  permettere a mamme e papà di non doversi sentire solo giovani.

I seminari si alterneranno con teatrini elettrici, hack challenge,  giochi, proiezioni di immagini e tutto quello che contribuisce alla net art.




MayDay 09: un fiume in piena

[Guarda il video MayDay009]

Quest’anno la Mayday di Milano ha esondato come un fiume in piena. E’ diventata, per la prima volta nei suoi nove anni di età, una vera festa di popolo. Non c’è altro modo per raccontarla: la Mayday è il primo maggio dell’Italia del secondo millennio.

E’ un’arca di Noè che contiene il corpo vivo del lavoro precario. Porta in strada decine e decine di migliaia di persone giovani e incazzate. Ne fa esplodere la rabbia e la gioia, e copre, per una volta, la faccia oscura di una metropoli triste, votata solo al profitto. E’ un giorno potente, di festa, che raccoglie un impegno continuo e costante sviluppato durante un intero anno di cospirazione e agitazione, analisi e lotte. Nel 2001 era un’idea: centri sociali e sindacati di base sono scesi in piazza il primo maggio per parlare di precarietà (questa sconosciuta) e trasformazioni del lavoro. Oggi, e vedremo l’anno prossimo cosa sarà la sua decima edizione, le piccole categorie della politica di movimento sono sommerse da un mare di persone vive, di precari e precarie, migranti, studenti. Sono assordate e sovrastate da una folla voci, grida, canti, musica, slogan, manifesti, volantini, sound system. Centomila persone. Una cosa che riempie il cuore.

“Aspiranti veline offresi per posto fisso in parlamento. No contratti co.co.de”, lo leggiamo su uno striscione appeso al primo piano su un balcone di Via Torino. Anche quest’anno San Precario ci ha donato una giornata di sole, calda e luminosa. L’ideale per i carri a pedali dello spezzone no-oil che apre la parade, con la musica alimentata da pannelli solari, a indicare la necessità e la possibilità di un futuro di sviluppo diverso. Con loro, la creatività di Serpica Naro, la stilista precaria ribelle e open source sfila vestita di rosa. Dietro, arrivano i camion alimenti dal vecchio gasolio: i migranti, i ragazzi di Rho con la loro mega-piovra che indica le tentacolari politiche di speculazione che Moratti & co. cercano di preparare per l’Expo 2015. Poi, lavoratori, lavoratori, lavoratori.

San Precario guida il carro dell’Intelligence precaria e dei collettivi dei call center, degli operatori sociali, degli autorganizzati della scala. E poi gli Universi precari dei lavoratori della conoscenza della conoscenza (ricercatori, redattori, giornalisti free lance e precari) e gli studenti dell’Onda, accompagnati dalla ministra Anna Adamolo. Segue il monumento brianzolo a trazione sonora: un carro che racconta un’anno di azione e opposizione nella provincia di Monza, tutta fatta di veline, vetrine e precarietà. I’m homeless, I’m precario, non sono solo slogan ma anche le azioni con cui il Foa Boccaccio presidia il proprio territorio, rispondendo colpo su colpo all’amministrazione monzese che a suon di propaganda cerca di convincere i giovani a schierarsi fra le fila inebetite degli sfigati&precari&contenti.

Tra il mare di persone si diffonde il nuovo numero di City of Gods, il free press fatto da giornalisti precari, free lance, attivisti dei gruppi di lavoratori. Il nostro City racconta le nostre storie, le nostre vite, sovverte i linguaggi della politica tradizionale. E’ l’opposto del volantino politico: è pop (pure troppo, direte), è colorato e allegro, prende per il culo i professionisti della pubblicità e del marketing
politico. Però è pieno di contenuti, è un giornale vero. In copertina, il poster della Mayday e il titolo: Rotta verso il futuro!

E la nave che fa rotta verso il futuro non è quella che rischia di affondare, quella del neoliberismo, della finanza che detta legge su tutto il mondo. Ma nemmeno quella della sinistra ormai esplosa in mille schegge identitarie, a discutere di falcemartello mentre il mondo gli sfugge da sotto i piedi. La nostra è l’arca di un’alleanza fra generazioni diverse, fra precari e migranti, fra i sempre meno garantiti e chi le garanzie non le ha mai viste. I suoi linguaggi sono nuovi, la sua estetica anche. Per fortuna non soffriamo dell’agorafobia di chi davanti a uno spaccato così ampio di società giovane si ritrae con la puzza al naso, rinchiudendosi nelle piccole comodità della propria identità. Per noi è da questa gente, in questa gente, dalle contraddizioni che vive tutti i giorni e dalla sua energia che possono nascere nuove idee e quei soggetti capaci di opporsi all’attacco formidabile condotto da questo governo e dalle imprese contro il contratto nazionale, la sicurezza sui posti di lavoro, il diritto allo sciopero, la scuola e la sanità pubbliche.

Ma il dato su cui poggia questa santa alleanza sta proprio nella giovinezza di chi anima la Mayday. E’ una garanzia del fatto che a loro, a noi, non si potranno presentare soluzioni che non siano veramente all’altezza dei tempi. Siamo consapevoli che il lavoro e lo sfruttamento hanno forme troppo diverse da quelle del novecento. Sul poster della Mayday sono indicati i cardini della nostra evoluzione: reddito, diritti nel lavoro e oltre il lavoro, liberi saperi e conflitto. La loro crisi è iniziata l’anno passato, la nostra da dieci anni e più. E’ ora che le imprese paghino entrambi i conti. Tremonti la pensa diversamente: la sua risposta alla crisi della globalizzazione è letteralmente Dio, Patria e Famiglia, come ha scritto nel suo libro: un ritorno a un passato buio, di identità rigide e odio, un passato ingiusto e anche palloso. Gli sgherri leghisti e fascisti al governo stanno declinando questa formula nel modo più feroce possibile.

Eppure noi sentiamo davvero il bisogno di fare rotta verso il futuro, insieme a questa gente che ha riempito le strade in una giornata di festa. Anche se la stampa non si è accorta del fatto che a Milano, come accade da anni, è sfilata la manifestazione del primo maggio più grande d’Europa, che esprime contenuti precisi e trascina con sè un’enorme carica vitale. Chi dice che la Mayday non è politica ma solo una festa, non si rende che esprimere gioia, così come rabbia, significa rompere quel meccanismo vizioso che vuole raccontare la precarietà solo dal punto di vista della sfiga. Non si gioisce della sfiga, ma della consapevolezza di potersi opporre ad essa.

Il percorso della Mayday 2009 a Milano è passato per un countdown pieno di azioni, e proseguito il 23 maggio con la manifestazione nazionale dei migranti. A fine mese, il 30 e il 31 maggio all’Auditorium del Liceo Carducci (MM1 e MM2- Loreto) l’urlo di liberazione della MayDay troverà una prima risposta nel convegno nazionale sul welfare metropolitano, organizzato dall’Associazione San Precario in collaborazione con Associazione BioS e Associazione Bin-Italia. A inizio giugno con un momento di confronto sulla violenza di genere, che abbiamo visto all’opera purtroppo anche durante la Mayday. Dal 18 giugno ci sarà l’Hackmeeting a Milano (preceduto da 10 giorni di warm up), l’incontro degli hacker italiani che si dedicano a mettere in pratica la riappropriazione e la liberazione dei saperi. Infine, a luglio, arriveranno gli Stati generali della precarietà… Stay tuned.

May day! May day!

more info:

*  Convegno nazionale sul welfare metropolitano – 30/30 maggio – Milano
<http://www.precaria.org/index.php/Fatti-e-Misfatti/Welfare-mon-amour-Garanzia-di-reddito-e-accesso-ai-beni-comuni-in-tempo-di-crisi.html>

*  Hackmeeting 09 – 19-21 giugno (warm up 9-18 giugno) – Milano
<http://it.hackmeeting.org/>

*  azioni MayDay009 CountDown
<http://italy.euromayday.org/countdown/blog.php>

*  Manifestazione nazionale migrante “Da che parte stare”
<http://www.dachepartestare.org/>

*  Testosterone partout, justice nulle part – comunicato sulla violenza di genere post-MayDay
<http://www.precaria.org/index.php/Intelligence-Precaria/Comunicato-n%C2%B0-1.-Testosterone-partout-justice-nulle-part.html>




L’uomo artigiano

il manifesto, 27 Novembre 2008
L’ULTIMO LAVORO DELLO STUDIOSO RICHARD SENNETT
I maestri DEL FARE
L’«Uomo artigiano», il nuovo libro dello studioso statunitense. Ritorna allo scoperto una figura del lavoro considerata estinta. Ma che ha i contorni postmoderni dei produttori del sistema operativo Linux
Benedetto Vecchi

Se l’«uomo flessibile» si concludeva con un capitolo che prendeva di mira il «lavoro in team», ritenendolo l’ultima frontiera del controllo e della «corrosione del carattere» della forza-lavoro, la nuova opera sull’Uomo artigiano di Richard Sennett propone la figura dell’artigiano per rispondere all’alienazione che caratterizza l’organizzazione del lavoro nel «capitalismo flessibile» ((Feltrinelli, traduzione di Adriana Bottini, pp. 320, euro 25). Lo studioso statunitense non crede, infatti, che il lavoro in team e il just in time consentono, come invece sostengono invece i loro cantori, la ricomposizione delle mansioni, chiudendo così l’era della divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Ritiene, al contrario, che la produzione di massa, indipendentemente da come è organizzata, sia fondata sulla separazione tra progettazione e esecuzione, tra pensare e fare. Per Richard Sennett un lavoro scandito dalla ricomposizione tra progettazione e esecuzione, tra pensare e fare va cercato nella vasta comunità di programmatori «open source, giungendo alla conclusione che sono questi produttori di software la contemporanea incarnazione della figura dell’artigiano.

Gli animali di Hannah Arendt
È da questa convinzione che è partito un progetto di studio che dovrebbe fornire una radiografia nitida e un’analisi altrettanto puntuale sulle forme di azione sociale che caratterizzano appunto il capitalismo flessibile. La pubblicazione de L’uomo artigiano è dunque da considerare il primo di tre saggi sulle strutture dell’azione sociale, sebbene Richard Sennett non indulge mai a una griglia d’analisi funzionalista, né è molto interessato a evidenziare le ambivalenze di alcuni processi sociali, come invece amava fare uno dei decani della sociologia statunitense, Robert K. Merton, che ha dedicato all’artigiano uno dei capitoli della sua opera maggiore, Teoria e struttura sociale. Ed è con il consueto stile elegante e tuttavia circostanziato che Sennett prende le distanze dal funzionalismo e alla teorie di Merton. Il suo obiettivo è di sottolineare come alcune forme del lavoro o di vita della società preindustriali non siano scomparse, ma come un fiume carsico stiano riemergendo, presentando tuttavia caratteristiche diverse dal passato.
In apertura di questo volume, all’interno di un capitolo che oscilla tra autobiografia e ricostruzione del clima culturale di un paese che prendeva faticosamente le distanze dal maccartismo, l’autore ricapitola la sua formazione intellettuale, individuando in Hannah Arendt la studiosa che più di altri influenzò la sua decisione di continuare sulla strada della ricerca sociale, cercando di coniugare la necessaria aderenza al principio di realtà a forte spinta etica. Sennett scrive di come fu colpito da Vita activa, il saggio dove Hannah Arendt ridimensiona il ruolo del lavoro nella società, considerando la politica l’attività principe dell’animale umano. E di come egli giovane studente con il sogno di lavorare alla formazione di una «buona società» cominciò a riflettere attorno alla distinzione tra animal laborans e homo faber proposta dalla filosofa tedesca per sottolineare il fatto che mentre l’animal laborans produce i mezzi per la riproduzione della specie, domandandosi tutt’al più come produrli, l’homo faber nello svolgere il proprio lavoro si pone la domanda del perché lo stia svolgendo.
In entrambi i casi, c’era una priorità fare rispetto al pensare, della necessità rispetto alla libertà. La denuncia del lavoro come attività degradata dell’essere umano avanzata da Hannah Arendt nulla aveva a che fare con la critica al lavoro salariato di marxiana memoria. Ma non era per questo motivo che non convinceva e non convince tuttora Sennett, che la considera segnata da dicotomie (il fare e il pensare, ad esempio) che nel lavoro invece convivono in un equilibrio scandito da un’altra dicotomia, quella tra autorità e autonomia. Ed è da allora che lo studioso statunitense ha cominciato a cercare di definire quale sia il posto occupato dal lavoro nella società contemporanea, cercando proprio nell’artigiano la figura che supera le dicotomie che hanno accompagnato, teoricamente e socialmente, la categoria del lavoro.

I demiurghi del presente
L’artigiano, infatti, per rimanere alla Vita activa di Hannah Arendt, risponde sia alla domanda del come svolgere lavoro, ma anche il perché svolgerlo, attraverso una maestria nel fare che consegna agli artigiani una sorta di missione civilizzatrice anche quando sono stati relegati ai margini della vita pubblica. Nel lavoro artigiano, infatti, non c’è solo abilità tecnica, attenzione alla qualità del manufatto da produrre, ma anche e soprattutto una cura delle relazioni sociali che accomuna sia il maestro che il discepolo; oppure la centralità del valore d’uso del manufatto rispetto al valore di scambio. Sebbene Richard Sennett sottolinei come l’artigiano non costituisca la semplice permanenza di una forma arcaica di lavoro nelle società contemporanee, il suo libro va considerato non solo come una critica dell’analisi di Hannah Arendt, ma anche come la sofistica e suggestiva proposta dei demiourgoi (così venivano chiamati gli artigiani nell’antica Grecia) come figura salvifica dall’alienazione e dall’anomia dell’attuale organizzazione produttiva capitalistica.
È il lavoro concreto che si contrappone al lavoro astratto, tanto per usare categorie marxiane. Ma anche l’incarnazione in una stessa persona o esperienza sociale di una ricomposizione di quei frammenti che la divisione del lavoro scandisce in termini di efficienza e produttività. La maestria tecnica di cui scrive Sennett è quindi da intendere come una pratica culturale che individua la soluzione dei problemi all’insegna di un «fare di qualità». Ma anche la cura con cui i maestri artigiani trasmettevano il mestiere all’epoca delle corporazioni medievali da intendere come una socializzazione del virtuosismo sviluppato dal singolo. È quindi il primato della qualità; ma anche di un «sapere semantico» che viene trasmesso sia per via orale che attraverso l’apprendimento per imitazione. Fattori che vanno a comporre una «coscienza materiale», che attraverso la manipolazione dei materiali, la presenza, in quanto garanzia del marchio d’autore, e l’antromorfismo impresso ai materiali stessi costituiscono le componenti di un’autonomia del lavoratore, ma anche l’esercizio dell’autorità da parte del «maestro» all’interno dei laboratori artigianali. Una gerarchia, dove il binomio tra autorità e autonomia convive in una organizzazione produttiva che ha come referente non il mercato, ma un committente talvolta capriccioso talvolta generoso mecenate. E sono una vera chicca le pagine de L’uomo artigiano che raccontano come i liutai Stradivari e Guarneri, l’orafo e scultore Cellini abbiano manifestato i medesimi sentimenti contraddittori rispetto la trasmissione delle loro abilità o il rapporto di amore e odio con i committenti, dai quali dipendevano per il pagamento del loro lavoro.

Il virtuosismo di Linux
Nessuna nostalgia, vale la pena ripetere, per il passato, quanto la convinzione che l’ordine dei problemi che gli artigiani hanno dovuto affrontare costituiscono il background strutturale del capitalismo «flessibile». In primo luogo, il superamento dell’organizzazione tayloristica del lavoro dettata dalla necessità, così recita la vulgata dominante, di reagire a una feroce competizione attraverso la migliore qualità delle merci prodotte e da una continua innovazione tecnologica, organizzativa e di prodotto. Elementi, tutti, che possono essere risolti appunto dalla riproposizione di quella poiesis che caratterizza il lavoro artigiano. Questo non significa tuttavia l’azzeramento o la rinuncia al sistema di macchine, ne tantomeno la riproposizione del piccolo laboratorio come dimensione ottimale per la produzione della ricchezza. L’artigiano a cui pensa Sennett è infatti l’uomo o la donna che sa usare con maestria le tecnologie digitali, ma che considera la qualità, l’innovazione e le cooperazione sociale come valori assoluti. Da qui l’individuazione nei programmatori del sistema operativo Linux come gli artigiani di cui ha necessità il capitalismo postfordista.
La proposta di Sennett va quindi presa sul serio, perché meglio di tanti altri studiosi critici della capitalismo contemporaneo, ritiene che il sapere, l’innovazione sono espressione di un’intelligenza collettiva che accidentalmente può essere meglio interpretata da un singolo o da una «comunità virtuale», come appunto quella dei programmatori di Linux. Dunque la consapevolezza politica di un «riformista radicale» che nel capitalismo l’autorità sul lavoro non debba cancellare l’autonomia dei lavoratori nel decidere la one best way, definita, a differenza di quanto accadeva nell’impresa fordista, di volta in volta proprio da quella cooperazione sociale dove la gerarchia è flessibile e nella quale l’autorità è dalla dalla maestria in un «fare intelligente» ma collettivo. Una tesi molto più aderente a un principio di realtà di quanti ancora propongono il lavoro di fabbrica come paradigmatico per comprendere il capitalismo flessibile. Non accorgendosi così che proprio al lavoro operaio vengono richieste attitudini tipiche dell’uomo artigiano proposto da Richard Sennett.




La necessità del liminare

li|mi||re
agg.
CO
1 confinante, vicino | fig., iniziale, introduttivo, preparatorio
2 relativo alla soglia[1]

Quadro che ha a che fare con la soglia, il confineDi questa citazione la parte che mi interessa è la 2, quando si parla di soglia. Soglia, liminare; ma anche confine va bene. Tutto quello che non è il centro della vista, della vita.

E’ lì, al liminare delle cose, sulla soglia, al confine, che spesso stanno le cose interessanti, quelle creative, quelle che hanno la potenzialità di cambiare le cose.

Se si guarda alla storia delle grandi scoperte dell’umanità, si vede che la maggior parte di esse sono avvenute in un contesto marginale, non al centro dell’attenzione dei medie dell’epoca. Il personal computer, per esempio, questo oggetto di oggi nessuno potrebbe fare a meno, nell’occidente opulento. Il pc nasce nei garage della California di fine anni ’70, quando a nessuno, se non ad un manipolo di “utopisti”, poteva venire in mente che i costosissimi computer nel giro di pochi anni sarebbero entrati nelle case delle persone comuni[2].

Ma tanti altri esempi potrebbero essere fatti in tutti gli ambiti dell’agire umano, tanto oggi come ieri come nelle epoche più remote.

Eppure essere controcorrente, agire in maniera eterodossa è sempre stato visto come un qualcosa di “poco buono”, e non a caso chi va controcorrente non sempre, anzi raramente, e visto di buon occhio.

Penso che oggi, in piena crisi economica – crisi che, permettetemi la digressione, noi italiani non abbiamo ancora capito in cosa consiste e in cosa consisterà, se non quando sarà troppo tardi, e la “valanga”, come l’ha definita ieri un bonzo sindacale, ci avrà sommersi – l’unica strada che abbiamo per uscire dalla marea che ci sta per sommergere sarà quella di avere coraggio e buttarsi sui confini, sull’eterodosso, sull’azzardo di un mondo che sta cambiando in maniera talmente tanto veloce che nessuno, onestamente, può sapere per bene dovre andarà a finire. E se.

Nell’Information Technology quanto sopra è ancor più vero. A maggior ragione se si guarda la velocità con cui cambiano le mode, le tecnologie, le scelte degli utilizzatori. Capire dove buttare lo sguardo, vedere cosa fare per attrarre possibili clienti, accettare un’economia che sempre più è di servizi alla persona, a 360 gradi, e non di banale vendita di prodotti, è una salto di paradigma che per essere compiuto in maniera sensata necessità di un po’ di follia 🙂

Insomma, la ricetta potrebbe essere “camminare sul filo ed aver buon equilibrio, ma anche naso ed orecchie fini”, e forse questa crisi potrebbe diventare veicolo di successo.

Si vedrà.

Note

[1] http://dizionario.internazionale.it/parola/liminare

[2] per la storia del personal computer e dell’informatica in generale vedi S. Levy, Hackers, Milano, Shake Edizioni Underground