1968: Una generazione ribelle

Il classico slogan del '68 fracese, "Ce n'est qu'un debut, Continuons le combat"di Sergio Bologna e Giairo Daghini, uscito su DeriveApprodi di giovedì 25 maggio

Ecco un altro anniversario.

Dopo il 2017 che ci ha ricordato la rivoluzione d’ottobre e il movimento del ’77 nelle università italiane, è la volta di ricordare i cinquant’anni dal fatidico 1968. C’eravamo? Sì, c’eravamo, mezzi partecipanti e mezzi spettatori, perché la nostra generazione aveva iniziato prima, sei-sette anni prima o anche dieci, quando la rivolta di Ungheria aveva cominciato a spargere qualche dubbio sul rapporto tra classe operaia e comunismo.
E quelli con qualche anno di più, Raniero Panzieri tanto per fare un nome, ci insegnavano che prima degli ungheresi erano stati gli operai tedeschi di Berlino Est a scontrarsi con i carri armati russi. Il ’68 quindi non era “nostro”, era un passaggio, importantissimo, decisivo, di un lungo percorso nel corso del quale dovevamo trovare una strategia di liberazione e di ribellione che non seguisse i canoni comunisti, neanche nelle loro varianti maoiste o guevariste. Ma era un passaggio, non il passaggio. Anzi, diciamola tutta, gli operaisti accaniti, come noi, reduci di “Classe Operaia”, non erano ben visti nelle prime rivolte universitarie, quelle dell’ondata cosiddetta “antiautoritaria”. Chi mise le cose a posto fu il maggio francese.
Lì si vide che, se c’era da tentare una, sia pure limitata, sovversione dell’ordine delle cose – nella fattispecie l’ordine metropolitano –, la classe operaia non si tirava indietro. Alla notizia dei primi scontri nel Quartiere Latino, vicino alla Sorbonne, ci siamo detti: “Dobbiamo esserci”. L’arrivo a Parigi è stato uno shock e il senso di quella metropoli in gran movimento ci accompagnerà e farà da intercessore nel racconto che ne faremo al ritorno. Quel che ci ha colto di sorpresa è stato lo scoppio di desiderio dilagante, trasversale, con masse di operai, di medici, di studenti, di lavoratori della cura e intellettuali, di uomini, di donne tantissime che invadevano le strade e spezzavano i ritmi e le regole di quella macchina della valorizzazione che è la metropoli.
In una moltitudine in fibrillazione ciascuno sembrava divenire qualcun altro, qualcuno che fino ad allora era rimasto compresso e che ora prendeva respiro.
Grandi sciami di persone si spostavano sempre dialogando con animazione e soprattutto in grande atmosfera di amicizia. Non la folla di una metropoli, ma una moltitudine che si ricomponeva di continuo per blocchi di amicizia con una socialità politica immediata. Ogni giorno dovevamo aggiustare i nostri schemi mentali a fronte di una società che spezzava i ritmi, le convenzioni e che nell’incontro di tutte le componenti del lavoro vivo rimetteva in discussione in ogni disciplina le proprie basi gnoseologiche, le pratiche politiche e il concetto stesso di lavoro in quanto produttore di merci. L’articolo sui “Quaderni Piacentini”, che scrivemmo nel giugno (lo si può leggere oggi in rete al link http://www.bibliotecaginobianco.it/flip/ QPC/07/3500/) fu un gesto politico. Forse oggi non scriveremmo le stesse cose. La nostra interpretazione, la nostra stessa ricostruzione dei fatti, era fortemente condizionata dal paradigma operaista: avevamo intenzionalmente costretto la realtà in quella camicia di forza perché non ci interessava restituire a Parigi quel che era di Parigi, ci interessava la partita che si stava giocando in Italia, cioè spostare l’intero movimento studentesco dalla lotta per la riforma dell’istruzione alla lotta di fabbrica. L’abbiamo tentato con il giornale “La Classe”, con la presenza e l’agitazione alle porte della FIAT, e ci riuscimmo.
Grazie alle avanguardie di fabbrica, a Marione Dalmaviva, ma anche grazie ai lavoratori-studenti di Trento, di Padova, grazie alle facoltà scientifiche, grazie ai tecnici di fabbrica. Questo grande movimento di lotte del ’69 alla FIAT ci introduce nel decennio del lungo ’68 italiano dove una ribellione civile che parte anche dalla fabbrica investe tutta la metropoli. È stata una generazione ribelle con una straordinaria forza di innovazione nella produzione culturale, nelle forme della socialità, negli spazi urbani e che ha posto con una grande intensità l’istanza del lavoro vivo, il lavoro di soggettivazione che avviene nella individuazione e nella socializzazione del linguaggio, degli affetti, delle forze di memoria, di percezione e dell’intelletto. Quelle forze cognitive che la controrivoluzione neoliberista tenterà di catturare integrando l’agire e la cooperazione sociale di una generazione di mezzo nelle reti della finanziarizzazione.

Come si fa a raccontarla a questa generazione di mezzo e a quella giovane di oggi?
Come possono capire la voglia di mettere in discussione tutto, loro che, nella grande maggioranza, sembrano accettare l’ordine delle cose, l’ordine del mercato, tranne i pochi che hanno raccolto le nostre bandiere? Come può uno che segue la trafila telefonino- scuola-telefonino-università-iPhone-soggior no in Inghilterra per imparare bene l’ingleseiPhone 6-cv in tutte le direzioni-iPhone 8-stageiPhone 10-primo colloquio di lavoro-iPad-“beh, mi pagano di merda ma fa tutto curriculum”-iPad 2-mutuo per la casa coi soldi dei genitori… Come fa uno così a concepire che si possa buttare all’aria tutto, lavoro sicuro, famiglia con casa al mare, per mettersi in mezzo ai casini, alle occupazioni, agli scontri e non credere più a quello che ti hanno insegnato a scuola, in facoltà, per inseguire una rivoluzione che sai benissimo non si farà mai e se si facesse chissà se sarebbe meglio o peggio? Come fa uno che vive nei social, e non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello che la vita possa essere diversa, a capire, a concepire la ricerca di una propria visione del mondo? Oppure riesce sì a immaginarlo, ma in un ambiente esotico, nell’Amazzonia, in Australia, nella Terra del Fuoco, mentre noi pensavamo di farla diversa la vita negli stessi luoghi in cui eravamo nati e cresciuti, con gli stessi negozi sotto casa e gli stessi vicini di pianerottolo.
Trasmettere oggi quell’esperienza è forse impossibile. Non sono le forme esteriori a rappresentare un ostacolo, le occupazioni, i cortei, le assemblee, persino le botte con la polizia, no, quelle sono facilmente trasmissibili, sono alla portata persino dello zombie con l’iPhone. No, intendiamo le motivazioni che hanno spinto a compiere quelle azioni, i ragionamenti, il senso comune, che le hanno legittimate – queste sono le cose che a nostro avviso possono apparire impenetrabili ai millennial. Prendiamo ad esempio la parola d’ordine “rifiuto del lavoro”. Come si può capire che quelle tre parole avevano un’importanza enorme non solo per noi ma per gli operai di fabbrica?
Basta guardare l’intervista con Italo Sbrogiò, leader operaio del Petrolchimico di Marghera in pensione, per rendersene conto.
Come possono capirlo quelli che sono disposti, lavorando gratis o per quattro soldi, a portar via il posto a un giornalista di quarant’anni, a un operatore televisivo, a un curatore di mostre d’arte? Di questa oscena corsa al ribasso, che abbiamo tutti sotto gli occhi, non possiamo dare la colpa solo alla pubblica amministrazione coi suoi bandi demenziali o agli algoritmi o ai padroni in genere e ai loro uffici del personale. C’è gente, tanta, disposta a vendersi per un niente pur di mettere la testa dentro qualcosa, fior di laureati, gente da spaccar loro le gambe a pensare il danno che fanno agli altri, oltre che a se stessi. Gente che non vede altro che il mercato, ma che non capisce un accidente del mercato stesso, nemmeno la regola aurea che più scendi di prezzo meno sarai capace di rialzarlo, un domani. Ecco, se qualcuno ci chiedesse in che modo utilizzare questo anniversario, in che modo cercare di far capire i valori del ’68, noi risponderemmo: spiegando le ragioni che hanno portato il lavoro intellettuale e cognitivo a difendere il suo valore, a difendere la sua dignità. Il lavoro intellettuale e cognitivo, diciamo con enfasi, perché è quello che oggi, assai più del lavoro manuale, è disposto a vendersi per un tozzo di pane o per niente.




ECN e Decoder, storia di un’avanguardia digitale

Immagine del nodo padovano di ECNOggi poche e pochi lo sanno, temo, che per buona parte dell’ultimo decennio del secolo scorso in Italia l'”avanguardia digitale” – permettetemi di chiamarla così, in maniera anche ironica – non stava tanto dentro le università, ma soprattutto fuori, nelle case delle persone e, anche e soprattutto, nelle spesso diroccate stanze dei centri sociali.

È qui, infatti, che mossero i primi passi alcune delle più famose BBS (Bulletin board system): le prime “bacheche digitali“, le antesignane del web, grazie alle quali era possibile entrare in comunicazione non mediata con altre realtà italiane e straniere, scambiarsi file, comunicare e via discorrendo. Tutte cose oggi considerate ovvie, ma non così alla fine degli anni ’80, inizi dei ’90.

La rete più famosa in Italia era Fidonet – nata in California nel 1983 grazie ad un giovane anarchico, T. Jennings, e poi diffusasi in tutto il mondo. Nel 1991 c’erano oltre diecimila nodi Fidonet, con una valutazione cauta di centomila utenti. Non pochi nodi erano italiani.

Tra i nodi italiani, alcuni arrivano direttamente dal mondo underground e dei centri sociali, ed i due più famosi sono sicuramente ECN (European Counter Network, che dal 1996 diventerà il più importante server di movimenti, ecn.org) e Decoder BBS (da cui nascerà poi la casa editrice Shake Edizioni Underground, una delle più importanti case editrici della storia dei movimenti italiani, ancora oggi attiva).
Questi nodi hanno offerto, per anni, il meglio della cultura del movimento extraparlamentare e underground italiano (ed in parte internazionale), permettendo di accedere ad informazioni, notizie, cultura, che altrimenti sarebbe stato difficilissimo – se non impossibile – recuperare altrimenti.

Oltre che nodi telematici, tanto ECN che Decoder furono prodotti cartacei, portando “tra la gente” ciò che in quegli anni era a disposizione solo di pochissimi tecnici e smanettoni.

Materiali oggi quasi completamente dimenticati e persi, se non per gli archivi privati di ex attivisti e militanti (e forse presenti in qualche archivio particolarmente avanzato), se non fosse per l’encomiabile, preziosissimo lavoro di alcuni attivisti bolognesi, che hanno creato un sito-archivio, grafton9, in cui si stanno digitalizzando ed archiviando, appunto, molte delle preziose pubblicazioni di cui sopra, ad iniziare proprio da quanto prodotto da ECN e Decoder (e non solo).

In 89 pubblicazioni 5 anni di storia dei movimenti antagonisti nel nostro paese e non solo, poiché sono numerose anche le notizie e i documenti dall’estero. È un periodo vivace, disordinato, ingenuo e creativo, spesso e volentieri dissacratorio, ma è anche il momento in cui si può assistere a un’accelerazione, alla differenziazione e alla frammentazione del dibattito, dove ai temi tradizionali del movimento antagonista – lavoro e sindacalismo di base, lotte, repressione e carcere, internazionalismo, Sudamerica, Palestina, antifascismo, nuove destre, ecc. – si aggiungono, sovrappongono e intrecciano a velocità sempre maggiore nuove tematiche e nuovi punti di vista.

Non possiamo che ringraziarli per quanto stanno facendo, sperando quanto prima di poterli aiutare in qualche modo.

Di seguito il link diretto:

https://grafton9.net/




Servono nuovi occhiali per la sinistra

Leggo con interesse, come sempre, la recensione che Gianpasquale Santomassimo fa dell’ultima fatica dello storico Guido Crainz “Storia della Repubblica. L’Italia dalla Liberazione ad oggi”, edito per i tipi della Donzelli (che NON ho letto!).

[Parlando] del «lungo Sessantotto» italiano, […] una delle critiche (che è in larga misura anche autocritica generazionale da parte di Crainz) rivolte alla politica nata a sinistra del Pci consiste nel rilevare che «svanì anche la possibilità di una alternativa laica e moderna alle “due chiese” dominanti, quella cattolica e quella comunista: ci si limitò a erigere all’ombra di quest’ultima, e in polemica con essa, un microscopico edificio molto composito (segue elenco dei gruppi extraparlamentari) destinato a crollare di lì a poco». Questa alternativa però era totalmente impensabile nella cultura di quel tempo, e sembra più che altro la proiezione retrospettiva di quella koiné tardoazionista che è divenuto l’approdo più diffuso di gran parte della generazione che un tempo si sentiva rivoluzionaria.

Qui mi pare che, tanto in Santomassimo quanto in Crainz , si continui a voler dimenticare – ad obliare – che tanta parte della sinistra extraparlamentare nata nel ’68, che poi è continuata a vivere – bene o male – almeno fino al 2001, ha avuto tra i suoi obbiettivi principali proprio quello di uscire dal binomio di ferro Dc-Pci (che, ricordiamolo, proprio dalla metà dei ’70 in poi si allearono), cercando una “terza via” al partito di Gramsci, Togliatti e Berlinguer.

Come anche è singolare l’accusa ai movimenti giovanili di non essere stati capaci di costruire «nuove regole» al posto di quelle che venivano contestate e abbattute: compito storico che – al di là dell’ossessione tutta recente per le «regole» – non poteva certamente venire attribuito a movimenti di contestazione, ma è addebito che andrebbe rivolto alle classi dirigenti.

Anche qui c’è la tipica miopia dei figli del Pci: le “nuove regole” le possono scrivere solo le “classi dirigenti”. Il popolino può, al massimo, “contestare”.

Con questo tipo di “occhiali” non si potrà mai scrivere una storia di quegli anni, del decennio 1968 – 1978 – ma anche di quelli più recenti – esaustiva e lucida.

Le “nuove regole” della politica non solo sono state scritte, ma hanno iniziato ad essere praticate proprio in quegli anni:

democrazia diretta, assemblearismo, metodo del consenso; sono tutte “pratiche” che non nascono con il ’68 – gli anarchici, per esempio, le “praticano” da decenni – ma diventano “di massa” in quegli anni. Non per tutti, sicuramente, ma si diffondono sempre di più, fino a diventare condicio sine qua non di tanti gruppi. Fino a diventare il marchio di fabbrica di gruppi extraparlamentari che, negli anni successivi ai ’70, hanno fatto la storia dei movimenti fino ad oggi: dai punk ai centri sociali, da indymedia ad Occupy Wall Street, dall’hackmeeting ad Anonymous.

Quando poi Santomassimo descrive, brevemente, l’Italia riformista degli anni ’60

bisognerebbe riconoscere che vi è stato un particolare meccanismo riformatore fondato sull’intreccio di lotte sociali e civili (e di iniziativa politica) che modificavano i rapporti di forza e trovavano una democrazia parlamentare disposta ad ascoltare, mediare e deliberare

si fa fatica a credere che stia parlando di quella stessa classe politica che, alle contestazioni, proteste e lotte degli anni ’68-69, rispose con la “Strategia della tensione” (strategia messa a punto proprio a partire dal l’inizio della stagione riformista di metà anni ’60): le bombe nelle piazze, nel treni, usando il peggio fascistume come manovalanza.

Le grandi conquiste riformiste di fine anni ’60 e degli anni ’70 (dallo Statuto dei lavoratori al divorzio all’aborto, per citare solo le più famose) sono state imposte ai governi di quegli anni dai movimenti extraparlamentari e dalla società civile; anche a Pci e Cgil, tanto che appena hanno potuto, non ci hanno pensato un secondo a cancellare tutto, dal referendum sulla scala mobile dell’85 agli accordi del 31 luglio 1992, all’abolizione del proporzionale con i referendum sostenuti dal Pds di D’Alema e Veltroni nel ’93 al “Job acts” renzista di questi ultimi anni.

Finisce Santomassimo chiedendosi, con “gli storici del futuro”

come un grande paese industriale abbia potuto, praticamente senza una vera discussione, sottoporsi a un meccanismo con ogni evidenza destinato a impoverirlo e a tagliare alla radice le basi della sua crescita.

Sono gli eredi del Pci di Berlinguer e Napolitano – i D’Alema, i Veltroni, i Fassino, etc etc – ad aver dato un contributo fondamentale alla fine della prima e alla costruzione della seconda repubblica così come la conosciamo oggi. Renzi, premier non eletto (unico caso in Italia, che io sappia), è frutto dell’ultima “vittoria” del centro – “sinistra”, mica di Berlusconi o di Grillo.

Non ci stupiamo, quindi, se è così faticoso interpretare il presente, quando schemi ideologici ormai preistorici sono ancora oggi la bussola di tanti intellettuali di sinistra.




2 febbraio 1977: l’inizio della grande rivolta

LA PISTOLA Y EL CORAZON
2 febbraio 1977: l’inizio della grande rivolta

Dedicato a Leonardo Fortuna detto Daddo (20 settembre 1955 – 17 febbraio 2011), alla moglie Francesca e alla figlia Nina.

La pistola y el corazon” racconta la storia di due scatti del fotografo Tano D’Amico che sono a nostro avviso la sintesi iconografica di un anno fondamentale per la storia contemporanea del nostro paese.

Immagine di Daddo e Paolo il 2 febbraio 1977 a RomaDedicato a Leonardo Fortuna detto Daddo (20 settembre 1955 – 17 febbraio 2011), alla moglie Francesca e alla figlia Nina.

Roma, 2 febbraio 1977, piazza Indipendenza

“Il corteo si dirige verso piazza Indipendenza per raggiungere Magistero che, nel frattempo, è stato occupato. All’angolo di piazza Indipendenza sostano una decina di persone sulla cui identità non sarà mai fatta chiarezza. Sulla coda del corteo piomba una 127 bianca targata Roma S48856. E’ una civetta della Questura. La macchina viene fermata a colpi di sampietrini. Ne esce l’agente Domenico Arboletti, 24 anni. Incomincia una sparatoria che, secondo alcune testimonianze, coinvolge alcune delle persone ferme sull’angolo di Piazza Indipendenza. L’agente Arboletti si accascia colpito alla testa. E’ gravissimo e rimarrà fra la vita e la morte per più di un mese. Contemporaneamente l’autista della 127 impugna il mitra e fa fuoco contro le coda del corteo che si era disgregata dopo i primi colpi. Sono raggiunti da proiettili e feriti gravemente Leonardo Fortuna (Daddo), 22 anni, e Paolo Tomassini, 24 anni” (Piero Bernocchi, Dal ’77 in poi, Roma, Erre Emme, 1997; pag. 146).

Da un’idea di “gli amici di Daddo“: Lanfranco, Giancarlo, Claudio, Paolo, Turi, Giorgio, Sergio e Gibo,

Scritto da:
Claudio D’Aguanno
Maurizio ‘gibo’ Gibertini

Operatori di ripresa:
Manuela Costa
Maurizio ‘gibo’ Gibertini

Realizzazione e montaggio:
Maurizio ‘gibo’ Gibertini

Un doveroso ringraziamento a:
Tano D’Amico
Luca Cafagna
Paolo Tomassini
AAMOD -Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico
e a tutti coloro che anche con atteggiamento solidale hanno contribuito alla realizzazione di questo tributo

Tutti i materiali di repertorio sono stati reperiti liberamente in rete

Questo lavoro è tutelato dal protocollo Creative Commons Attribution license (reuse allowed); coloro che volessero riprodurlo e/o utilizzarlo sono pregati di farcene segnalazione




In Italia si tortura

Immagine di Carlo Giuliani con l'estintore
Carlo e l’estintore: prospettiva “giusta”

Ciclicamente siamo costretti a tornare alla ferita del G8 di Genova del 2001, quello in cui lo Stato italiano, per l’ennesima volta, mise lo stop alla democrazia nel nostro paese, per poter reprimere liberamente chi osava protestare contro la globalizzazione neoliberista.
In quei giorno assistemmo a pratiche di repressione fasciste, in cui venne vietato manifestare a chi ne aveva non solo il diritto ma pure l’autorizzazione (per esempio il “blocco blu”, quello di Cobas e dintorni, che venne caricato quanto ancora il concentramento della loro manifestazione – autorizzata – non era manco iniziato); in cui vennero massacrate persone del tutto innocue e pacifiche (il cortei del cosiddetto “blocco rosa”); in cui vennero attaccati, caricati e massacrati cortei autorizzati e pacifici – quello del “Carlini” – che poi, giustamente, risposero alla repressione con l’autodifesa; in cui venne assassinato a freddo un ragazzo di 20 anni, Carlo Giuliani, ucciso più volte: dai carabinieri prima, dalla stampa di regime poi. Il giorno dopo venne massacrato un corteo di centinaia di migliaia di persone, fatto di famiglie, uomini, donne, bambini. Ore di violenza inusitata su tutti, indistintamente, per finire poi con l’orrore della Diaz, che oggi viene – finalmente – riconosciuta come TORTURA, quello che da quasi 15 andiamo dicendo in tutte le sedi possibili ed immaginabili.

TORTURA, un reato che in Italia si pratica ormai da decenni, che però da noi NON è un reato e per cui “la Corte europea dei diritti umani che ha condannato l’Italia non solo per quanto commesso [a Genova nel 2001; ndr], ma anche perché non ha una legislazione adeguata a punire il reato”.

Ovviamente cosa fanno i tutori tout court dei tutori armati della legge? Fanno vedere la foto presa da dietro di Carlo con l’estintore in mano verso la camionetta dei carabinieri. Sembra, da quella foto, che Carlo sia a pochi centimetri dal mezzo militare; ma così non è, come si spiega bene in questo articolo.

Quindi siamo ancora qui, noi reduci di quei giorni; noi che abbiamo sentito, con le nostre orecchie – con le mie orecchie – i carabinieri cantare, come allo stadio, “uno di meno, voi siete uno di meno”; noi che abbiamo passato un venerdì a rattoppare feriti che non potevano essere portati in ospedale, da cui altrimenti sarebbero stati strappati per essere portati via (spesso a Bolzaneto); che abbiamo passato un venerdì a scappare, a difenderci, a lottare per poter fare quello che lo stesso Stato che ci attaccava ci aveva autorizzati a fare; noi che abbiamo passato un sabato allucinante, a fuggire per ore per la città, aiutati e sostenuti dal popolo di Genova, che ci ha dissetati, nutriti, guidati lontani dagli sbirri. Noi che abbiamo sentito gli urli arrivare dal macello della Diaz, che abbiamo visto quei corpi devastati portati via in barella; che abbiamo visto le pozze di sangue, i grumi di capelli appiccicati ai muri, che abbiamo sentito il puzzo di sangue e di paura. Noi che abbiamo passato giorni, o settimane, o mesi a riprenderci da quello shock; noi che se passava un elicottero si iniziava a sudare; noi che dentro la pancia non andrà mai via quell’odio profondo per gli aguzzini in divisa e, soprattutto, per i loro capi. Capi che – TUTTI – hanno fatto carriera, tanto nel centro-destra che nel centro-“sinistra”.

Ma siamo ancora qua, ad urlarvi in faccia le nostre ragioni, che purtoppo pochi anni dopo si sono tragicamente avverate, che ci stanno buttando nella miseria e nella precarietà più disumane; siamo ancora qua ad urlare, ad avere “ragione”, a sapere che quell’orrore era tale e che ora, finalmente, viene riconosciuto anche da una delle maggiori istituzioni democratiche europee. Non servirà a nulla, il reato di tortura non verrà sanzionato, in Italia, perché è ancora troppo utile per poterne fare a meno.

Ma siamo ancora qua, e non ce ne andremo. Con Carlo nel cuore.




Come mai agli intellettuali italioti non piace Erri De Luca?

Immagine di Erri De Luca in Val SusaÈ questa una di quelle cose che – ingenuamente – mi hanno sempre stupito parecchio: come mai ai nostri “intellettuali” (quelli che scrivono sui quotidiani di “sinistra”, che quando parlano ponderano, perché stanno dicendo cose importanti, che vanno concesse con precauzione, si sa mai che qualcuno le usi male) Erri De Luca piace poco?

Io non lo conosco Erri De Luca di persona, quindi magari è persona antipaticissima, non lo so. Però ho letto – e continuo a leggere – tante cose sue. E poche volte ho trovato un autore con un uso della parola tanto accurato, tanto calibrato. Lui non lavora sulla “struttura”, non gioca con la storia o con altri “trucchi” che spesso si trovano in letteratura. Lui gioca con le parole, partendo da un rispetto profondissimo per essere, per le cose che con esse va a parlare, a maggior ragione se le usa per parlare di persone.

Rispetto, è la parola che immediatamente mi sale alle labbra quando penso a Erri De Luca: rispetto – profondissimo – per lui, per le cose che ha scritto, per le cose che dice, che fa. Rispetto è anche quello che sento che lui offre, ad iniziare dalla sua storia, che è quella di un ex militante rivoluzionario che ha percorso gli anni che vanno dal 1968 al 1980 senza mai pentirsene. Anzi, proponendo una dicitura
M E R A V I G L I O S A  per quegli anni, contrapposta alla vergognosa “anni di piombo”:

anni di rame, perché c’era come un filo di metallo conduttore attraverso cui si propagava ogni lotta, ogni impegno, ogni fierezza

E qui, forse, si comincia a capire come mai sono così pochi gli “intellettuali” italiani che amano Erri De Luca: perché la maggior parte di loro, a differenza del Nostro, sono dei pentiti. Gente che ha fatto il ’68 (o il ’77, peggio ancora!) e che oggi se ne vergogna. E che non può sopportare qualcuno che non solo li difende, quegli anni, ma che ancora oggi, con rispetto, senza la pretesa di insegnare nulla a nessuno, quando c’è bisogno arriva e c’è, è presente. Anche a costo di essere processato.

Uno di noi, Erri De Luca, uno che condivide con gli altri la sua persona, mettendola a rischio; uno di quelli che

rischiavano la strada e per un uomo
ci vuole pure un senso a sopportare
di poter sanguinare
e il senso non dev’essere rischiare
ma forse non voler più sopportare

Uno che in tutte le sue storie ci siamo noi, quelli che si ribellano, quelli che sabotano, quelli che si fidano di chi gli sta accanto, quello che ha sottobraccio quando si decide di smettere di sopportare. Forse è per questo che pochi lo amano, tra gli “intellettuali”, perché è uno di quelli che viene con noi a condividere il pane, un compagno.

Oggi lo riconosci, era impossibile trattare con quella gioventù. Da dov’era spuntata tutta insieme? Così avversa a ogni autorità, strafottente di deleghe, di partiti, di voti, così ficcata in mezzo al popolo, pratica di vie spicce, contagiosa.
Entrava nelle prigioni a schiere di arrestati, faceva lega con i detenuti e iniziavano le rivolte contro il trattamento penitenziario. Andava a fare servizio di leva e dentro le caserme partivano gli ammutinamenti per un rancio migliore e una paga decente. Negli stadi i tifosi adattavano i cori e ritmi delle manifestazioni ai loro incitamenti. Da dov’era spuntata quella generazione imperdonabile che ancora sconta il debito penale del suo millenovecento? Non lo sai, immagini piuttosto che in un sistema ondoso c’è un’onda più serrata e forte, che non si spiega con quella di prima né con quella di dopo. Perciò immagini che prima o poi le genera-zioni tornano.

Questa è stata la generazione di Erri De Luca, spazzata via con ferocia da uno Stato che non poteva permettere più di tanto che andasse avanti a sabotare l’esistente. Una generazione che, nelle sue forze migliori, è stata al nostro fianco, ed è ancora oggi al fianco di chi continua a lottare per fare di questa vita un degno di questo nome.

Ma ci fai cosa, tu e altri della tua specie ed età, in mezzo a questi nuovi? Poco e niente ci fai, che possa servire a loro, però ci stai lo stesso, richiamato in strada dal rosso di Genova, di piazza Alimonda, della notte alla Diaz, del resto alla caserma Bolzaneto, dal rosso sparso apposta che per vie misteriose risale alle tue arterie e ti appartiene.




Autistici / Inventati sotto attacco

Immagine con lo Schema di attacco DDos
Schema di attacco DDos

English version below

Ultimamente sia Autistici/Inventati che altri server autogestiti come Riseup o Nodo50 hanno subito attacchi DDoS (Distributed Denial of Service).
Un DDoS consiste nel dirigere un enorme flusso di traffico fasullo contro l’obiettivo per saturare l’infrastruttura e quindi impedire il funzionamento dei servizi offerti. In questo modo il server non può più rispondere alle richieste di visualizzazione di pagine web, di scaricamento della posta, di collegamento a jabber e via dicendo. Di conseguenza, la fretta può spingere gli/le utenti a usare servizi commerciali, che sono più resistenti agli attacchi DDoS e quindi offrono servizi più stabili. Noi però vi sconsigliamo di prendere decisioni dettate dalla fretta. Per prevenire rischi per la vostra privacy, vi consigliamo di aprire una casella di posta di backup su un altro server amico e di usare jabber con un servizio alternativo (come quello del CCC) invece di ricorrere a un servizio commerciale di messaggistica istantanea.

English version
Is a DDoS attack going on? Be patient or use secure services!
In the last few weeks Autistici/Inventati as well as other autonomous servers such as Riseup or Nodo50 have been targeted by DDoS (Distributed Denial of Service) attacks.
A DDoS attack consists in a huge flow of bogus traffic all at once in an effort to overwhelm an infrastructure and to block the functioning of the services offered by the server. Thus the server cannot answer the requests to visualize web pages, to download mail, to connect to jabber and so on. As a consequence, if users are in a hurry, they can be pushed to use commercial services, that are more resistant to DDoS attacks and therefore offer more stable services. We strongly advise you against making decisions dictated by hurry. In order to prevent risks for your privacy, we recommend you to create a backup mailbox with another friendly server and to use an alternative jabber service (the CCC offers one) instead of turning to a commercial instant messaging platform.




Senza leadership non ci sto! La sinistra e la democrazia in Italia

Immagine di Livio PepinoLeggo su il manifesto di sabato 11 ottobre un articolo di Livio Pepino – ex magistrato torinese, fondatore di Magistratura Democratica, autore con Marco Revelli del libro Non solo un treno… La democrazia alla prova della Val Susa uscito per i tipi delle Edizioni del Gruppo Abele – dal titolo “Organizzati, comunicativi e con una nuova leadership. Le tre scommesse della sinistra“.

Nell’articolo il Nostro prova a tracciare un ipotetico percorso che porti alla “rinascita della sinistra”, partendo – ovviamente – dal presente e dalla difficilissima situazione in cui ci troviamo: il “renzismo” e le sue radici antiche e le responsabilità presenti e passate del Pd; un tessuto sociale dissestato e dis/integrato; etc etc, cose già dette e già sentite, niente di nuovo, onestamente.

Dopo di che parte con le proposte, divise in tre blocchi:

  1. per prima cosa ci dice che, sì, è vero, è importante avere “buone idee”, ma che queste non bastano, ci vuole anche “organizzazione”:

    lo dico pur consapevole, da vecchio movimentista, delle degenerazioni burocratiche e autoritarie che spesso si annidano negli apparati. Contro queste derive va tenuta alta la guardia ma la sottovalutazione del momento organizzativo (e della sua legittimazione) è stata una delle cause principali della rissosità e della inconcludenza di molte aggregazioni politiche ed elettorali dell’ultimo periodo;

  2. oggi la comunicazione, soprattutto quella politica, è demagogica e semplificatoria e assertiva: la cosa può anche non piacerci ma è così. E quindi, se vogliamo far resuscitare la “sinistra”:

    da esse non si può prescindere, almeno oggi. Meglio, in ogni caso, adottarle – con il necessario distacco critico – per veicolare buoni progetti piuttosto che subirle con il loro carico di cattivi progetti… Nella odierna comunicazione fast food le parole contano più della realtà che rappresentano: occorre cambiare questa spirale perversa, ma per farlo bisogna saper usare le parole.

  3. Quindi?

    se questo è vero lo sbocco è conseguente. Abbiamo buone idee e buoni progetti ma continueremo, ciononostante, ad essere sconfitti e saremo ridotti all’irrilevanza (non solo alla minorità) se non sapremo esprimere nuovi linguaggi, semplificati e ripetitivi, ma capaci di dare concretezza a una prospettiva di eguaglianza e di emancipazione […]. E lo stesso accadrà se non sapremo esprimere un personale politico radicalmente diverso da un ceto responsabile di sconfitte seriali […] . E un nuovo personale politico dovrà avere un punto di riferimento riconoscibile e mediaticamente forte: non un uomo della provvidenza circondato da nullità che ne esaltano la funzione salvifica (come è stato ed è da due decenni), ma un uomo, o una donna, in grado di aggiungere un personale carisma a un gruppo autorevole e coeso. Anche questo provoca in noi (o almeno in me) non poca diffidenza. Ma il terreno e le modalità dello scontro non li decidiamo noi. Dovremo cambiarli, epperò – qui e ora – non possiamo prescinderne […]. Arrivo così alla parte più difficile. Esiste oggi in Italia la possibilità di dar corpo a una prospettiva siffatta (come sta accadendo altrove: dalla Grecia alla Spagna)? Esiste, ma per costruirla bisogna uscire dal generico e avanzare proposte concrete, anche venendo meno al politically correct. Dunque ci provo. Il nucleo forte della proposta politica non può che essere il lavoro, con le sue condizioni e i suoi presupposti, di cui riappropriarsi sottraendolo a chi lo distrugge ma, insieme, lo declama presentandosi come il suo vero e unico difensore. C’è chi può rappresentare questa prospettiva in modo non personalistico e con un riconoscimento diffuso, verificato in centinaia di piazze e – particolare non meno importante, secondo quanto si è detto – in centinaia di confronti televisivi. È – non devo certo spiegare perché – Maurizio Landini.

Ecco, quanto sopra è ciò che propone Pepino, in buona sostanza. Riassumo:

  1. semplificare il linguaggio;
  2. trovare un “uomo forte” (o una donna, ma l’ha messo lì perché altrimenti pareva maschilista, ma non sembrava troppo convinto);
  3. trovare un tema, un argomento, che faccia presa tra la gente: il lavoro;
  4. chi meglio di Maurizio Landini, segretario sinistro della FIOM?

E io rimango, come disse quello che non ce lo volevano portare.

Allora, i 4 punti sopra sono “ricette” di cui si sente parlare, o di cui si legge, almeno dalla metà dell’800. Quindi, senza offesa per nessuno, se si voleva essere innovativi ci si aspettava qualche sforzo maggiore.

Ma, soprattutto, questa “gente”, questa intellighenzia di “sinistra”, in che mondo vive e in che mondo ha vissuto? Detto proprio fuori dai denti:

NON SE NE PUÒ PIÙ DEI VOSTRI LEADER COSTRUITI CON LO STAMPINO

Rispondo brevemente ai 4 punti, così per capirsi meglio:

  1. guarda, Pepino, che noi persone “normali”, cioè – tradotto in italiano corretto, noi cittadini, non siamo coglioni. Capiamo benissimo di cosa parlate, soprattutto quando prematurate le supercazzole per pigliarci per il culo. Invece di “semplificare il linguaggio” dovreste sturare le orecchie, ed imparare ad ASCOLTARE, che forse avreste da imparare parecchie cose;
  2. non ce ne può fregare di meno del vostro “uomo forte”. Proprio perché fai (inappropriatamente) l’esempio della Grecia e della Spagna, guarda che lì (ma anche in USA con “Occupy Wall Street”) i movimenti si (auto)organizzano in assemblee orizzontali, senza dirigenti ma con gruppi di lavoro, con portavoce immediatamente rimovibili. Si chiama democrazia diretta, e non si vuole di meno;
  3. non vogliamo lavoro, vogliamo reddito. Non sono la stessa cosa e non sono legati tra di loro. Non vogliamo diventare schiavi, vogliamo tornare ad essere cittadini;
  4. Landini – che sarà sicuramente una bravissima persona – è uomo della CGIL, NON ha mai messo in discussione il ruolo di questo sindacato NON democratico (tanto che nelle elezioni sindacali Cgil, Cisl e Uil hanno, a prescindere dal risultato delle elezioni, 1/3 dei delegati. Alla faccia della “democrazia”), che è legato al Pd e che è ed è stato uno dei protagonisti della morte della sinistra. La Cgil, e i suoi dirigenti, non sono la soluzione del problema, ma la causa.

Infine, caro manifesto e caro Pepino, oltre alla Grecia e alla Spagna (e agli USA di cui sopra), c’è un altro esempio che proprio quest’anno ha compiuto 20 anni, insegnandoci tantissimo, se si ha voglia e la libertà intellettuale per imparare: è l’entusiasmante avventura del Chiapas, dei suoi abitanti e dell’EZLN.

Nell’ultimo numero di “A-Rivista Anarchica” c’è un bellissimo inserto tutto dedicato al Chiapas, con articoli vari di compagne/i che sono sono stati lì, altre cose interessantissime ma – soprattutto – il testo integrale della lunga dichiarazione di Marcos – in cui si può leggere:

É una nostra convinzione ed una nostra pratica che per ribellarsi e lottare non sono necessari né leader né capi né messia né salvatori. Per lottare si ha solo bisogno di un po’ di vergogna, un tanto di dignità e molta organizzazione.

Ecco, si. Organizzazione. Ma andiamo a vedere in Chiapas come si organizzano: proprio come fanno gli Indignados spagnoli o gli anarchici greci o gli Occupy statunitensi.

Ma non è solo questione di organizzazione – quando mai lo è stato – ma anche di approccio, di attitudine, di capacità di ascoltare l’altra/o, il diverso, chi sta “sotto”:

dovreste coltivare un po’ di senso dell’umorismo, non solo per la salute mentale e fisica, ma anche perché senza senso dell’umorismo non si può comprendere lo zapatismo. E quello che non capisce, giudica; e quello che giudica, condanna.

http://www.youtube.com/watch?v=thAiSkX4qwo

Buon cammino, compagn@.




David Graeber e il Progetto democrazia

Immagine di David Graeber
David Graeber

Ho comprato oggi l’ultimo libro pubblicato in italiano di David Graeber, antropologo americano anarchico. Attivista del movimento Occupy Wall Street, ha pubblicato parecchi libri, molti dei quali tradotti anche in italiano.

È un autore che apprezzo molto, sia per il suo essere anarchico, sia per il suo essere non solo uno studioso ma anche un attivista a tempo pieno, ma anche perché – non ultimo – cerca di portare il pensiero anarchico e radicale in generale nel XXI secolo.

Il libro in questione, Progetto democrazia. Un’idea, una crisi, un movimento, edito dai tipi de Il Saggiatore, cerca di analizzare la categoria – scontata ma poco conosciuta, e soprattutto poco applicata – di democrazia.

Un libro interessantissimo, di cui mi permetto di incollare sotto la molto interessante introduzione e che vi consiglio di leggere quanto prima. E di metterlo in pratica! 🙂

Il 26 aprile 2012, una trentina di attivisti di Occupy Wall Street (Ows) si sono radunati sui gradini della Federal Hall di New York, di fronte alla Borsa. Io ero con loro.

Da oltre un mese stavamo cercando di ricreare un avamposto a Lower Manhattan per rimpiazzare il presidio di Zuccotti Park da cui eravamo stati sfrattati sei mesi prima. Sebbene non fossimo in grado di creare un nuovo presidio, speravamo almeno di trovare un posto dove poter tenere assemblee regolari, e allestire biblioteca e cucine. Il grande vantaggio di Zuccotti Park era il fatto di essere un luogo dove chiunque fosse interessato sapeva dove trovarci per essere aggiornato sulle azioni in programma o semplicemente per parlare di politica; adesso, la mancanza di un punto di ritrovo causava un’infinità di problemi. Tuttavia, le autorità cittadine avevano deciso che non avremmo mai avuto un altro Zuccotti Park: appena noi trovavamo un angolo dove avviare legalmente l’attività, loro cambiavano le leggi per farci sgomberare, ogni volta. Quando abbiamo provato a stabilirci in Union Square, le autorità cittadine hanno modificato i regolamenti del parco. Quando un gruppo di occupanti ha iniziato a dormire sui marciapiedi di Wall Street, confidando in una delibera che riconosceva esplicitamente il diritto dei cittadini di dormire nelle strade di New York come forma di protesta politica, le autorità hanno stabilito che quell’area di Lower Manhattan era una «zona speciale» non vincolata da quella legge.

Alla fine ci siamo sistemati sui gradini della Federal Hall, un’ampia scalinata di marmo che conduce alla statua di George Washington posta a guardia dell’edificio nel quale 223 anni prima era stato firmata la Bill of Rights (la Carta dei diritti). Quegli scalini non rientravano nella giurisdizione cittadina, ma erano territorio federale amministrato dal National Park Service (il Servizio dei parchi nazionali), e, forse consapevoli che l’intera zona era considerata un monumento alle libertà civili, i funzionari della U.S. Park Police (la Polizia dei parchi) ci avevano concesso di occuparli, a patto che nessuno vi dormisse la notte. I gradini erano sufficientemente ampi da poter ospitare agevolmente circa duecento persone, più o meno il numero degli occupanti che si erano presentati all’inizio. Tuttavia, non ci è voluto molto perché le autorità cittadine convincessero gli agenti dei Parchi a cedere di fatto la giurisdizione: avevano piazzato transenne d’acciaio intorno al perimetro e ne avevano collocate altre a dividere i gradini in due parti distinte, presto ribattezzate da noi «gabbie della libertà». All’ingresso è stata posizionata una squadra della Swat, mentre un capitano di polizia in camicia bianca controllava accuratamente chiunque cercasse di entrare, informandolo che, per ragioni di sicurezza, alle gabbie non potevano accedere più di venti persone alla volta. Nonostante ciò, alcuni attivisti hanno perseverato, rimanendo sul posto a turno ventiquattrore su ventiquattro, organizzando teach-in di giorno, dando vita a dibattiti improvvisati con gli annoiati trader di Wall Street in pausa caffè e, di notte, facendo la guardia sui gradini di marmo. Quasi subito sono stati banditi i cartelli grandi; poi qualunque cosa fatta di cartone. Dopodiché sono iniziati gli arresti di persone scelte a caso. Il comandante della polizia voleva farci capire chiaramente che, anche se non poteva arrestarci tutti, poteva in ogni caso imprigionare chi volesse, per qualunque motivo, in ogni momento. Proprio quel giorno avevo visto un attivista ammanettato e portato via per «disturbo alla quiete pubblica» perché ripeteva i nostri slogan e un altro, un veterano della guerra in Iraq, incriminato per atti osceni in luogo pubblico: aveva detto parolacce mentre teneva un discorso. Forse è accaduto perché avevamo pubblicizzato l’evento come un «dibattito aperto». Sembrava che l’ufficiale al comando volesse chiarire un concetto: persino nel luogo in cui era nato il Primo emendamento, aveva comunque il potere di arrestarci solo per aver tenuto un discorso politico.

La protesta era stata organizzata da un mio amico, Lopi, celebre perché partecipa alle manifestazioni a bordo di un triciclo gigante con un cartello colorato che porta la scritta jubilee!. Lopi aveva pubblicizzato l’evento chiamandolo «Dibattito sulle ingiustizie di Wall Street: assemblea pacifica sui gradini del Federal Hall Memorial Building, casa natale della Bill of Rights, oggi blindato dall’esercito dell’1%». Io non sono mai stato un grande agitatore. Per tutto il periodo in cui ho preso parte a Occupy, non ho mai tenuto un discorso, desideravo presenziare perlopiù in qualità di testimone, per fornire un sostegno morale e organizzativo. Durante la prima mezz’ora della protesta, mentre, uno dopo l’altro, gli occupanti si radunavano a ridosso delle transenne di fronte a una manciata di videocamere improvvisamente comparse sul marciapiede, per parlare di guerra, devastazioni ecologiche e corruzione del governo, io me ne sono rimasto ai margini, a parlare con i poliziotti.

«E così fai parte di un squadra Swat» ho detto a un ragazzo dall’espressione torva di guardia all’ingresso alle gabbie con un grosso fucile d’assalto. «Scusa, ma che cosa significa esattamente Swat? “Special Weapons”…»

«… and Tactics» mi ha risposto rapido, prima che riuscissi ad articolare il nome originario di quella unità, ovvero «Special Weapons Assault Team» (Squadra d’assalto dotata di armi speciali).

«Capisco, ma mi chiedo: che tipo di armi speciali ritiene necessarie il vostro comandante per gestire trenta cittadini disarmati pacificamente radunati sui gradini di un edificio federale?»

«È una misura precauzionale» mi ha risposto, un po’ a disagio.

Avevo già declinato due inviti a prendere la parola, ma Lopi continuava a insistere, perciò alla fine mi sono reso conto che avrei fatto meglio a dire qualcosa, anche poche parole. Così ho preso posto di fronte alle telecamere, ho guardato George Washington che teneva lo sguardo fisso sul cielo sopra la Borsa di New York e ho improvvisato.

«Mi colpisce essere riuniti proprio qui, oggi, sui gradini dell’edificio in cui è stato firmata la Bill of Rights. È strano: la maggior parte degli americani crede di vivere in un paese libero, di far parte della più grande democrazia del mondo. È convinta che siano i nostri diritti e le nostre libertà costituzionali, stabiliti dai Padri fondatori, a definirci come nazione, a renderci ciò che siamo veramente… persino a darci il diritto di invadere altri paesi più o meno a nostro piacimento, a sentire i nostri politici. Ma in realtà, sapete, gli uomini che hanno scritto la Costituzione non volevano affatto che vi fosse una Bill of Rights. Ecco perché è composto da emendamenti: non erano compresi nel documento originale. L’unica ragione per cui tutte quelle frasi roboanti sulla libertà di parola e sulla libertà di assemblea sono finite nella Costituzione è che ci sono stati antifederalisti come George Mason e Patrick Henry che, di fronte all’ultima bozza, si sono indignati al punto di mobilitarsi contro la sua ratifica, a meno che il testo non venisse cambiato… cambiato in modo da comprendere, tra le altre cose, il diritto di partecipare a mobilitazioni esattamente come la nostra. Ciò terrorizzò i federalisti, dato che, tanto per cominciare, un motivo che li aveva spinti a indire la Convenzione di Filadelfia era stato il desiderio di prevenire il rischio, da loro avvertito, che nascessero movimenti popolari ancor più radicali di quelli che da tempo richiedevano la democratizzazione della finanza e persino la cancellazione del debito. Le assemblee pubbliche di massa e l’esplosione del dibattito a cui avevano assistito durante la rivoluzione era l’ultima cosa che volevano. Fu per questo che alla fine James Madison stilò un elenco di oltre duecento proposte e le utilizzò per scrivere il testo di quello che noi chiamiamo Bill of Rights.

«Il potere non cede mai qualcosa spontaneamente. Se oggi abbiamo libertà, non lo dobbiamo alle concessioni dei saggi Padri fondatori. Perché ci fossero riconosciute quelle libertà, ci sono volute persone come noi che hanno continuato a esercitarle, facendo esattamente quello che stiamo facendo qui.

«La Dichiarazione di indipendenza o la Costituzione non dicono da nessuna parte che l’America è una democrazia. E c’è un motivo. Uomini come George Washington si opposero apertamente alla democrazia, cosa che rende strano trovarci sotto la sua statua, oggi. E lo stesso dicasi per Madison, Hamilton, Adams… Scrissero esplicitamente che stavano cercando di costruire un sistema che potesse annullare e tenere sotto controllo i pericoli della democrazia, anche se erano state le persone che volevano la democrazia a fare la rivoluzione che, tanto per cominciare, li aveva portati al potere. Oggi la maggior parte di noi è qui perché ritiene ancora di non vivere in un sistema democratico, in nessuna delle accezioni pregnanti del termine. Voglio dire, guardatevi intorno. Quella squadra della Swat laggiù dice tutto quello che avete bisogno di sapere. Il nostro governo è diventato poco più di un sistema di corruzione istituzionalizzata e si rischia di essere trascinati in prigione solo per averlo detto. Forse oggi, nella maggior parte dei casi, ci possono tenere dentro solo per un giorno o due alla volta, ma state certi che stanno facendo del loro meglio per cambiare questa regola. In ogni caso, se non pensassero che abbiamo ragione, non ci arresterebbero di certo. Non c’è niente che spaventi di più i governanti americani della prospettiva che prorompa la democrazia. Che ci sia davvero questa prospettiva e che possano esistere gli eredi di coloro che scesero in strada per pretendere una Bill of Rights; be’, dipende solo da noi.»

Prima che Lopi mi spingesse sul palco non avevo davvero pensato a Occupy Wall Street come a un movimento radicato in qualche grande tradizione della storia degli Stati Uniti. Ero più interessato a rintracciare le sue radici nell’anarchismo, nel femminismo o persino nel Global Justice Movement. Ma, con il senno di poi, penso che quello che ho detto fosse vero. C’è qualcosa di stranamente incoerente nel modo in cui negli Stati Uniti ci insegnano a pensare alla democrazia. Da un lato, ci viene costantemente ripetuto che democrazia significa solo eleggere i politici che ci governano, dall’altro sappiamo bene che tanti americani amano la democrazia, odiano i politici e sono scettici nei confronti dell’idea stessa di un governo centrale. Come possono queste cose essere tutte vere contemporaneamente? Quando gli americani sposano la democrazia pensano a qualcosa di molto più ampio e profondo della mera partecipazione alle elezioni (anche se comunque metà di loro non si fa problemi a disertarle); deve essere una specie di combinazione tra l’ideale di libertà individuale e la convinzione, finora irrealizzata, che essere liberi significa potersi mettere a un tavolo da adulti assennati e gestire i propri affari da sé. Se così fosse, non sorprende certo che coloro che attualmente governano l’America temano tanto i movimenti democratici: portata alle sue estreme conclusioni, la spinta democratica può solo finire col renderli totalmente inutili.

Qualcuno potrebbe obiettare che, anche se ciò fosse vero, molti americani sarebbero senz’altro recalcitranti di fronte alla semplice idea di portare fino in fondo la spinta democratica. E non avrebbero torto. La maggioranza degli americani non è anarchica. Per quanto le persone possano dichiarare di non approvare il governo o in molti casi l’idea stessa di stato, sarebbero davvero pochi quelli che ne sosterrebbero lo smantellamento, soprattutto perché non saprebbero come rimpiazzarlo. La verità è che, sin dalla tenera età, gli americani si sono abituati ad avere orizzonti politici estremamente limitati e una percezione molto ristretta delle possibilità umane. Per molti di loro, la democrazia è sostanzialmente un ideale astratto, non qualcosa che abbiano mai esercitato o di cui abbiano fatto esperienza. Ecco perché così tante persone, quando hanno iniziato a partecipare alle Assemblee Generali e alle altre forme di attività decisionali «orizzontali» di Occupy, hanno avuto la sensazione che si fosse trasformato radicalmente ciò che ritenevano possibile in politica. E io mi ero sentito esattamente come loro nel 2000, quando per la prima volta a New York avevo preso parte al Direct Action Network, la confederazione di gruppi anarchici nata nel 1999 per protestare contro il Wto a Seattle.

Quindi, questo libro non tratta soltanto di Occupy, ma anche della possibilità di realizzare una democrazia in America. Ancora meglio, è un libro sullo sviluppo dell’immaginazione rivoluzionaria innescato da Occupy.

Basterebbe paragonare l’euforia diffusa che ha salutato i primissimi mesi di vita del movimento con l’atmosfera che si è creata durante le elezioni presidenziali un anno dopo. Nell’autunno 2012 si sono visti scendere in campo due candidati: il presidente in carica da cui i sostenitori del Partito democratico si sentivano completamente traditi e un rivale imposto dal mero potere dei soldi ai sostenitori repubblicani, che avevano fatto chiaramente capire che avrebbero preferito più o meno chiunque altro. I due candidati hanno poi speso gran parte delle loro energie a corteggiare miliardari, come si è potuto verificare sulle tv. Gli elettori sapevano benissimo che, se non facevano parte di quel 25% circa di americani che vivono nei swing states (o «stati in bilico», che oscillano tra democratici o repubblicani) i loro voti non avrebbero fatto la minima differenza. E anche nel caso di coloro i cui voti invece contavano, si dava per scontato che la loro scelta cadesse su una fazione che comunque avrebbe dovuto procedere al taglio delle pensioni, dell’assicurazione sanitaria Medicare e delle indennità della Social Security, dal momento che erano in vista sacrifici e la legge del potere è che non si prenda neppure in considerazione che i sacrifici possano essere sostenuti dai ricchi.

In un articolo apparso su Esquire nell’ottobre 2012, Charles Pierce ha sottolineato che le apparizioni televisive degli opinionisti, in questa tornata elettorale, spesso sono parse poco più che celebrazioni sadomasochistiche dell’impotenza popolare, simili a quei reality in cui ci piace vedere i prepotenti che tiranneggiano i propri accoliti:

Abbiamo permesso a noi stessi di impantanarci nelle consuetudini dell’oligarchia, come se non fosse possibile nessun altro tipo di politica, persino in una repubblica che si presume si autogoverni, e la rassegnazione è una delle consuetudini più ovvie. Ci siamo abituati a essere usati dai politici, invece di insistere per avere noi il comando su loro. Le star televisive ci dicono che i leader politici hanno intenzione di firmare i tagli previsti nel Grande patto (bozza di accordo tra Obama e i leader del Congresso sulla riduzione della spesa e del debito pubblico) e che poi «noi» li applaudiremo per aver fatto le «scelte difficili» per nostro conto. È così che si inculcano le consuetudini dell’oligarchia in una collettività politica. Primo, distogliendo le persone dall’idea che il governo sia l’espressione ultima di quella collettività, poi eliminando o indebolendo ogni centro di potere che sia indipendente dall’influenza asfissiante dell’oligarchia, come per esempio le organizzazioni sindacali, e infine facendo capire chiaramente chi è che comanda: il capo sono io, fatevene una ragione.

Questo è esattamente il tipo di politica che rimane quando sfuma il concetto stesso della possibilità della democrazia, ma si tratta di un fenomeno passeggero. Faremmo bene a ricordare che gli stessi identici discorsi si sono tenuti nell’estate del 2011, quando la classe politica non parlava che di crisi e «tetto del debito», e del «Grande patto» (che consisteva nell’apportare ulteriori tagli a Medicare e alla Social Security) che ne sarebbe inevitabilmente conseguito. Poi, a settembre, è arrivato Occupy con centinaia di forum politici autentici in cui ogni americano ha potuto parlare dei suoi problemi e delle sue preoccupazioni reali… e tutto quel discorso è andato a gambe all’aria, e non perché gli occupanti abbiano presentato ai politici richieste e proposte specifiche, ma perché i membri del movimento avevano provocato una crisi di legittimità all’interno del sistema fornendo un assaggio di come avrebbe potuto essere una vera democrazia.

Naturalmente, quegli stessi opinionisti hanno dichiarato che Occupy era morto a partire dagli sgomberi del novembre 2011. Quello che non hanno capito è che quando gli orizzonti politici delle persone si allargano, il cambiamento diventa permanente. Adesso centinaia di migliaia di americani (e non solo di americani, ovviamente, ma anche di greci, spagnoli e tunisini) hanno fatto un’esperienza diretta di autorganizzazione, azione collettiva e solidarietà. Per loro è praticamente impossibile tornare alla vita di prima e vedere le cose nello stesso modo. Mentre le élite finanziarie e politiche del mondo scivolano alla cieca verso la prossima crisi di proporzioni simili a quella del 2008, noi continuiamo a portare avanti l’occupazione (temporanea o permanente) di edifici, fabbriche, case pignorate e uffici, a organizzare scioperi di massa degli affittuari, seminari e assemblee dei debitori, e così facendo poniamo le basi di una cultura autenticamente democratica, nonché di competenze, consuetudini ed esperienze che faranno nascere un concetto totalmente nuovo di politica. Contestualmente si è verificata anche la rinascita dell’immaginazione rivoluzionaria che il buonsenso convenzionale aveva da tempo dichiarato morta.

Tutte le persone coinvolte ammettono che creare una cultura democratica richiede necessariamente un orizzonte temporale lungo: dopotutto stiamo parlando di una profonda trasformazione morale. Ma siamo anche consapevoli che tali cose sono già accadute in passato. Negli Stati Uniti si sono avuti movimenti sociali che hanno generato profondi cambiamenti morali – i primi che vengono alla mente sono l’abolizionismo e il femminismo – ma i tempi sono stati lunghi. Al pari di Occupy, anche questi movimenti hanno agito in gran parte al di fuori del sistema politico convenzionale, utilizzando la disobbedienza civile e l’azione diretta, senza pensare di raggiungere gli obiettivi in un solo anno. Ovviamente, ci sono stati tantissimi altri movimenti che hanno cercato di dare il via a trasformazioni etiche altrettanto profonde e che hanno fallito. Eppure, vi sono ottime ragioni per credere che nella natura stessa della società americana stiano avvenendo svolte fondamentali – le stesse che hanno permesso a Occupy di decollare così in fretta – che fanno ben sperare in una rinascita del progetto democratico sul lungo periodo.

La tesi sociale che sosterrò è piuttosto semplice. Quella che viene chiamata la Grande Recessione ha semplicemente accelerato una profonda trasformazione delle classi sociali americane in corso da decenni. Considerate queste due statistiche: mentre scrivo, un americano su sette è perseguitato da un’agenzia di recupero crediti; intanto, un recente sondaggio ha rivelato che per la prima volta solo una minoranza di americani (il 45%) si definisce «membro della classe media». È difficile credere che questi due fatti non siano collegati. Ultimamente abbiamo assistito a numerosi dibattiti sull’erosione della classe media americana, che però in genere tralasciano il fatto che negli Stati Uniti la «classe media» non è mai stata in primis una categoria economica. È sempre stata associata alla stabilità e sicurezza che deriva dal poter dare per scontato che, indipendentemente da ciò che pensiamo dei politici, le istituzioni della nostra quotidianità, come la polizia, il sistema scolastico, gli ospedali e le cliniche e persino gli istituti di credito sono di fatto dalla nostra parte. Se è così, è difficile credere che chi si vede pignorare la casa da «funzionari seriali» (robo-signers)2 possa sentirsi un membro della classe media; e questo è vero a prescindere dallo scaglione di reddito o dal grado di istruzione raggiunto.

La sensazione sempre più forte che le strutture istituzionali che circondano gli americani in realtà non siano lì per aiutarli (anzi, che siano addirittura oscure forze nemiche) è una diretta conseguenza della finanziarizzazione del capitalismo. Ora, questa potrebbe sembrare un’affermazione alquanto strana, perché siamo abituati a pensare alla finanza come a qualcosa di molto lontano da simili preoccupazioni quotidiane. Molte persone sanno benissimo che gran parte degli utili di Wall Street non deriva più dai frutti dell’industria o del commercio, ma dalla pura e semplice speculazione e dalla creazione di complicati strumenti finanziari. Tuttavia, la critica che in genere viene mossa è che si tratta semplicemente di speculazioni o di elaborati trucchetti che creano la ricchezza limitandosi a dire che esiste. In realtà, la finanziarizzazione implica la collusione tra governo e istituzioni finanziarie mirata a garantire che una percentuale sempre maggiore di cittadini finisca sempre più indebitata. Ciò si verifica a ogni livello. In professioni quali quelle farmaceutiche e infermieristiche vengono introdotte, tra i requisiti, nuove qualifiche accademiche che costringono chiunque voglia lavorare in quei settori a sottoscrivere prestiti studenteschi finanziati dal governo, facendo sì che una parte significativa dei loro stipendi futuri finisca direttamente alle banche. La collusione tra i consulenti finanziari di Wall Street e le forze politiche locali ha portato sull’orlo della bancarotta le amministrazioni comunali, dopodiché la polizia locale riceve l’ordine di applicare in modo sempre più restrittivo i regolamenti relativi a giardini, rifiuti e manutenzione a scapito dei proprietari di case, in modo che il flusso di cassa che deriva dalle multe vada ad aumentare le entrate necessarie per ripagare le banche. In ogni caso, una percentuale degli utili che ne derivano viene nuovamente riversata sui politici attraverso lobbisti e lobby ufficiali di Washington. Se quasi tutte le funzioni del governo locale diventano meccanismi di prelievo finanziario e il governo federale dichiara di considerare come scopo fondamentale mantenere alte le quotazioni azionarie e far sì che un flusso costante di denaro vada a chi possiede strumenti finanziari (per non parlare del fatto di garantire che i principali istituti finanziari non possano mai fallire, indipendentemente da quello che fanno), si fa sempre meno chiara la distinzione tra potere finanziario e potere dello stato.

Ovviamente, questo è proprio ciò che volevamo denunciare quando abbiamo coniato lo slogan «Siamo il 99%». In questo modo, abbiamo fatto una cosa senza precedenti. Siamo riusciti a riportare al centro del dibattito politico americano non solo il tema della classe sociale, ma anche quello del potere di classe. Credo che sia stato possibile solo grazie ai cambiamenti graduali che si sono verificati nella natura del sistema economico (a Occupy Wall Street lo chiamiamo sempre più spesso «capitalismo mafioso») e che rendono impossibile immaginare che il governo americano possa avere qualcosa a che fare con il volere del popolo o persino con il consenso popolare. Di questi tempi, qualunque risveglio della spinta democratica può essere solo un impulso rivoluzionario.




Ricordare Berlinguer

Immagine dela copertina del libro "L'orda d'oro" di Nanni Balestrini e Primo Moroni
La copertina del libro “L’orda d’oro” di Nanni Balestrini e Primo Moroni

Per ricordare Enrico Berlinguer non posso fare a meno di usare uno dei testi fondamentali per capire la storia italiana del secondo ‘900, L’orda d’oro di Primo Moroni e Nanni Balestrini:

Sospinto dalla vittoria elettorale del ’76 e dall’adesione (per lo piú in funzione servile e funzionariale) di un enorme numero di intellettuali con la vocazione a fare i burocrati del consenso, il Partito comunista giunse fino a formulare la piú delirante e suicida delle parole d’ordine: la classe operaia si fa Stato. Fare questa affermazione, lanciare questo slogan nel momento in cui la crisi distruggeva posti di lavoro e lo Stato si preparava ad attaccare i non garantiti e gli stessi operai non pacificati, voleva dire lanciare il seme della discordia dentro il movimento in lotta, dentro la sinistra e dentro il proletariato. Quel che accade dopo, nel ’77, non é che una parziale conseguenza di questa politica di divisione (come vedremo del resto nel capitolo dedicato alla discussione fra gli intellettuali svoltasi nel ’77). Ma é stato il Pci che piú di tutti ha pagato le conseguenze della paviditá teorica e della subalternitá politica della strategia del compromesso storico e della statalizzazione degli operai.

[… ]

Avendo rifiutato in modo preconcetto ogni proposta proveniente dal proletariato autonome non garantito, e avendo sposato in maniera acritica le esigenze del capitalismo italiano che pretendeva di dover ristrutturare per poter uscire dalla crisi, il movimento operaio rinunciò a muoversi nella direzione di una campagna di lotta, di rivendicazione e di trasformazione, che pure emergeva dalle lotte operaie, dalla contestazione giovanile e dalle richieste dei disoccupati: la campagna per la riduzione generate dell’orario di lavoro.

[…]

Quando, nel ’77, prima le assemblee operaie autonome, poi le istanze di movimento, poi addirittura un’assemblea nazionale operaia (il Lirico dell’aprile) e anche ampi settori del sindacato lanciarono la parola d’ordine: lavorare meno lavorare tutti, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, il Partito comunista respinse questa prospettiva come se si trattasse di una provocazione.

[…]

Pagò questa chiusura e questo servilismo filopadronale quando, solo tre anni dopo, Agnelli – ormai rinfrancato perché i comunisti lo avevano aiutato ad espellere dalla fabbrica il “fondo del barile” (espressione del comunista antioperaio Adalberto Minucci) – cacció fuori quarantamila operai e distrusse l’organizzazione operaia e l’intera forza dello stesso Partito comunista. Comincia in quel momento la crisi senza sbocchi del Partito comunista italiano.

Ecco, Enrico Berlinguer era non solo il Segretario di QUESTO Partito Comunista. È stato anche il teorico principale del compromesso storico, della politica dei sacrifici; ma, soprattutto, sempre usando le parole di Moroni – Balestrini:

A partire dalla fine degli anni Settanta è stato messo in opera in Italia un gigantesco meccanismo di falsificazione della storia di quel decennio, che nella desolante definizione di “Anni di Piombo” trovava la sua sintesi linguistica. E […] l’occultamento e la falsificazione hanno avuto nel PCI (Partito Comunista Italiano) di Enrico Berlinguer il motore principale e il braccio giudiziario.

introduzione all’edizione tedesca de “L’Orda d’oro” di Primo Moroni

Ecco, questo è stato Enrico Berlinguer. E non ne sento assolutamente la mancanza.