Siria: le verità del governo francese e dei “paesi democratici”

Immagine della Nave di Greenpace Rainbow Warrior affondata dai servizi segreti francesi nel 1985
La nave di Greenpeace “Rainbow Warrior” affondata dai servizi segreti francesi in Nuova Zelanda nel 1985

Dopo due di anni di guerra civile – sostenuta e finanziata dai paesi occidentali e dai loro alleati, Stati Uniti in testa – e dopo decine di migliaia di morti, in gran parte civili – come in tutte le guerre, i “paesi democratici” hanno deciso di dire basta, è stata superato la “linea rossa”: il governo dittatoriale di Assad ha usato le armi chimiche (domanda: facciamo finta che sia vero. Chi gliele ha vendute? L’Italia è il primo paese europeo per vendita di armi alla Siria: http://daily.wired.it/news/politica/2013/09/04/armi-italiane-vendita-siria-assad-564627.html), va fermato!

Chi ci dice che sia vero? Ma i governanti dei “paesi democratici, che diamine!

Alessandro Marescotti, tarantino di Peacelink di racconta un’altra verità…

Non vi è “alcun dubbio” che il gas sarin sia stato utilizzato in Siria “dal regime e dai suoi complici” in almeno uno dei due casi che il governo francese ritiene accertati: lo ha affermato il ministro degli Esteri di Parigi, Laurent Fabius, intervistato dall’emittente televisiva France 2.

Ma siamo sicuri che Fabius dica la verità e sia abituato a dirla?

Non tutti sanno infatti chi è il socialista Laurent Fabius.


Fabius fu costretto infatti a dimettersi per lo scandalo della bomba piazzata dai servizi segreti francesi sulla nave di Greenpeace Rainbow Warrior. Fabius allora era capo del governo francese. Un governo “di sinistra” che si è reso responsabile dell’affondamento di una nave di pacifisti che lottavano contro il nucleare.

La storia è in breve questa.

Era la notte del 10 luglio 1985 e la Rainbow Warrior si trovava nelle acque della Nuova Zelanda, diretta verso l’ atollo di Mururoa, il centro di sperimentazione nucleare francese nell’arcipelago polinesiano.

Obiettivo di “Greenpeace” era quello di attirare l’attenzione mondiale sulla sperimentazione della bomba a neutroni.

Durante la sua missione pacifica, la nave di Greenpeace è colpita da esplosioni di dinamite e un fotografo muore. Si chiamava Fernando Pereira, era a bordo della Rainbow Warrior. Fernando perde conoscenza dopo la seconda esplosione e annega.

Fernando Pereira è ricordato qui http://www.greenpeace.it/rainbow/fernando-pereira.html

L’inchiesta mostra la responsabilità dei servizi segreti francesi, costringendo il ministro della Difesa Charles Hernu a dimettersi il 20 settembre. Due giorni dopo Laurent Fabius -primo ministro del governo di allora – ammette pubblicamente la responsabilità dei servizi segreti nell’attentato.

Gli agenti del servizio segreto francese DGSE nel 1985 avevano ricevuto da Parigi l’ordine di neutralizzare la Rainbow Warrior per evitare che Greenpeace fosse in grado di organizzare altre azioni di protesta a Moruroa e interferire, di conseguenza, con il programma francese di test nucleari.

I due agenti dei servizi segreti responsabili dell’omicidio avrebbero dovuto scontare una pena carceraria di 10 anni in Nuova Zelanda, ma restarono nell’isola per soli 3 anni e quando tornarono in Francia furono accolti come degli eroi, ricevendo persino delle medaglie.

Non credo che occorra commentare.

Mi chiedo solo perché ci fidiamo di personaggi come Fabius che – senza che esse siano state mostrate ai giornalisti – dice di avere le prove delle responsabilità del regime di Damasco nell’attacco chimico.

Non è secondario segnalare che l’ex Procuratore del Tribunale penale internazionale Carla Del Ponte (fa oggi parte della commissione indipendente d’inchiesta sulla Siria del Consiglio ONU sui diritti umani, costituita ad agosto del 2011) nel mese di maggio aveva esternato i suoi sospetti sull’utilizzo di armi chimiche da parte degli insorti (http://www.notiziegeopolitiche.net/?p=28108).

La Del Ponte ha dichiarato che “i nostri ispettori sono stati nei Paesi vicini a intervistare vittime, medici e negli ospedali da campo”, aggiungendo però che ad “oltrepassare la linea rossa” indicata dal presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, “sono stati i ribelli, l’opposizione, non le autorità del governo siriano”.

Alessandro Marescotti (www.peacelink.it)

Per saperne di più su Fabius e il suo passato

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/09/25/greenpeace-sgretola-eliseo.html

http://archiviostorico.corriere.it/2006/ottobre/02/fratello_Segolene_007_contro_ Greenpeace_co_9_061002117.shtml

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/08/09/la-nave-di-greenpeace-affondata-dai-servizi.html

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/11/03/processo-in-nuova-zelanda-per-gli-007.html

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/09/28/emerge-dal-polverone-di-greenpeace-una-francia.html




Su Arrigoni e la serietà. Lettera ad “A Rivista anarchica”

 

GYBO (Manifesto dei Giovani di Gaza per il cambiamento)
GYBO (Manifesto dei Giovani di Gaza per il cambiamento)

Oggi mi è arrivata puntuale la mia copia mensile di A, rivista anarchica. Mi metto a sfogliarla, mentre mangio, fino a che arrivo ad un articolo su Vittorio Arrigoni. E il pasto mi va di traverso. A mo’ di amaro decido di scrivere alla rivista. Ecco di seguito la missiva.

Car@ compagn@,

ormai da qualche anno leggo con piacere la rivista e da un paio sono pure abbonato. Ho sempre apprezzato la serietà nell’affrontare i più diversi argomenti, anche se il vostro punto di vista non ha sempre coinciso col mio. Per fortuna.

Proprio oggi mi è arrivato il numero 363, che ho iniziato a sfogliare nella pausa pranzo, fino ad arrivare all’articolo di Francesco Codello,”Aldilà dell’apparenza“, in cui scrive a proposito dei tratti comuni tra il barone Asor Rosa e Vittorio Arrigoni, militante di base per la Palestina, assassinato da integralisti islamici (anche se la vicenda è ancora parecchio oscura) a Gaza poche settimane fa.

Aldilà dell’ardito collegamento tra due persone che non potrebbero essere più diverse, la cosa che mi ha reso, debbo ammettere, furente è stata la descrizione fatta da Codello di Arrigoni. Vediamo:

L’attivista italiano viveva nei martoriati territori governati da Hamas e svolgeva in questi luoghi , da anni, un’intensa attività a sostegno delle rivendicazioni palestinesi, accettato e sostenuto, nella sua azione, dall’organizzazione palestinese con la quale collaborava attivamente. Arrigoni aveva fatto una sua scelta coerente, di tipo politico e ideologico, di stare dalla parte di Hamas.

Scrivere questa frase come secondo capoverso dell’introduzione alla figura di Arrigoni è già partire col piede sbagliato di chi le cose le sa per sentito dire; un sentito dire, tra l’altro, assai più vicino al Giornale o a Libero, che ad aree di movimento e/o libertarie.

Anche perché, banalmente, è falso.

Arrigoni stava dalla parte dei palestinesi, a prescindere dal partito politico di appartenenza, di cui se ne fotteva sonoramente (per quanto possibili a quelle latitudini). Tanto che era una delle figure di riferimento del G.Y.B.O. (Gaza Youth for Break Out), il cui manifesto (tradotto per primo proprio da Arrigoni sul suo sito) inizia con un eloquente:

Vaffanculo Hamas. Vaffanculo Israele. Vaffanculo Fatah. Vaffanculo ONU. Vaffanculo UNWRA. Vaffanculo USA! Noi, i giovani di Gaza, siamo stufi di Israele, di Hamas, dell’occupazione, delle violazioni dei diritti umani e dell’indifferenza della comunità internazionale! Vogliamo urlare per rompere il muro di silenzio, ingiustizia e indifferenza, come gli F16 israeliani rompono il muro del suono; vogliamo urlare con tutta la forza delle nostre anime per sfogare l’immensa frustrazione che ci consuma per la situazione del cazzo in cui viviamo; siamo come pidocchi stretti tra due unghie, viviamo un incubo dentro un incubo, dove non c’è spazio né per la speranza né per la libertà.

Per descrivere i ragazzi del G.Y.B.O Arrigoni scrisse (ivi):

Fustigati da un governo interno che soffoca i diritti civili basilari, frustrati dal collaborazionismo criminale di Ramallah che viene a patti coi massacrati d’Israele, delusi e defraudati da una comunità internazionale lassista e compiacente coi carnefici, il grido cibernetico di questi ragazzi coraggiosi sta raccogliendo sempre più consensi a livello globale, a giudicare dai commenti sulla loro pagina web che si susseguono istante dopo istante da ogni dove.

Tipica prosa filo-Hamas, non c’è che dire.

Ma non è finita qua. Poco dopo Codello ci spiega, come e meglio del Feltri di turno, il perché Arrigoni non si possa definire “pacifista” (le virgolette sono sue). Perché

Arrigoni, sicuramente coerente, ha dedicato la sua vita a lottare, in modo intransigente, e a combattere, con tutte le forme possibili, un nemico odiato e disprezzato. Insomma, una persona che, dal mio punto di vista, difficilmente si potrebbe considerare pacifista.

E perché mai? Perché combatte l’occupazione Israeliana della Palestina? Si, la combatte, e l’ha sempre fatto stando con gli ultimi, contadini e pescatori, ed usando come “arma” l’interposizione, il proprio corpo. Se Codello è a conoscenza di altri dettagli, ce ne renda partecipi, perché per quanto ne sappiamo noi, Arrigoni non ha mai usato la violenza, in nessuna forma. Quindi, parrebbe, il problema è che era nemico del Sionismo. Accidenti, un bel problema…

Per finire il suo “ragionamento” (le virgolette sono mie), sul non pacifismo di Arrigoni, il buon Codello porta ad esempio la scelta della madre di non far passare il cadavere del figlio per il suolo Israeliano.

A questo punto mi arrendo: non sono abbastanza intelligente per seguire il raffinato eloquio di Codello, per cui “la sinistra assegna patenti di pacifismo a proprio uso e consumo” – evidentemente l’unico atto a questo ingrato compito è lo stesso Codello; ora che lo sappiamo gli chiederemo informazioni su dove come provare a superare il sicuramente difficilissimo esame.

Quello che però, dal basso della mia scarsa intelligenza, mi permetto di suggerire è che prima di scrivere su qualcuno, chicchessia, si provi un minimo ad informarsi. Arrigoni ha scritto a lungo sul conflitto tra Israele e Palestina; sulla Palestina stessa, su Hamas e Fatah. Codello poteva leggere – e non solo “a quanto ci è dato sapere, dalle notizie apparse nei vari media” – il suo sito è ancora online e in libreria, a soli 12€, si può trovare il libro delle corrispondenze di Arrigoni per il manifesto durante la democratica operazione “Piombo fuso” (Restiamo umani, manifesto libri).

Non m’hanno fatto un baffo le porcherie scritte su di lui dai media mainstream; mi fa un po’ tristezza leggere certe porcherie su A, rivista anarchica.

Parecchia tristezza.




Restiamo umani

Alla fine l’hanno ammazzato. Hanno ammazzato Vittorio Arrigoni, Vik, Vikutopia, ed è sempre più difficile praticare il suo “restiamo umani”. Hanno ammazzato chi dava noia, chi raccontava ad un mondo indifferente e complice, la quotidiana tragedia di un popolo, quello Palestinese, costretto ormai dal 1948 ad una lenta ma inesorabile soluzione finale.

Non so che dire, davvero. Se non del senso di angoscia, tristezza ed impotenza che mi sento dentro.

Voglio salutare Vik con il suo ultimo articolo.

Ciao Vik, restiamo umani.

Immagine dei tunnel di Gaza
I tunnel di Gaza

4 lavoratori sono morti ieri notte per via del crollo di uno dei tunnel scavati dai palestinesi sotto il confine di Rafah. Tramite i tunnel passano tutti i beni necessari che hanno permesso la sopravvivenza della popolazione di Gaza strangolata da 4 anni dal criminale assedio israeliano. Dai tunnel riescono a entrare nella Striscia beni principali quali alimenti, cemento, bestiame vedi foto.Anche gli ospedali della Striscia si approvvigionano dal mercato nero dei tunnel.Dall’inizio dell’assedio a oggi più di 300 palestinesi sono morti al lavoro sotto terra per permettere ad una popolazione di quasi 2 milioni di persone di sfamarsi.E’ una guerra invisibile per la sopravvivenza.I nomi degli ultimi martiri sono: Abdel Halim e suo fratello Samir Abd al-Rahman Alhqra, 22 anni e 38 anni, Haitham Mostafa Mansour, 20 anni, e Abdel-Rahman Muhaisin 28 anni. Restiamo Umani. Vik da Gaza city

via guerrilla radio




Israele: quante ignominie gli si permetterà di compiere ancora?

Non contenti della strage compiuta (in acque internazionali, tengo a precisare, entrando di diritto nell’ambito della criminalità comune, della pirateria, per la precisione, un po’ come i pirati somali di cui tanto s’è discusso sulla stampa internazionale ed italiana qualche mese fa), i signori e le signore del governo israeliano hanno pensato bene di farsi un paio di risate (sulle spalle delle vittime, evidentemente, dei loro famigliari e dei rispettivi paesi) con un eccezionale video dalla comicità inesauribile e – soprattutto – pieno di buon gusto ed intelligenza.

Godetevelo tutto e plaudite con me per questo nuovo fulgido esempio dai governanti del “Popolo Eletto”.




Sono tornati gli italiani della Freedom Flotilla

Sono tornati tra ieri e ieri l’altro gli attivisti imbarcati sulla Freedom Flotilla, assalita la notte del 31 maggio dalla marina israeliana con un bilancio di almeno 9 morti tra i pacifisti, centinaia di feriti e decine di dispersi.

Di seguito i primi racconti a caldo.




E il mondo sta a guardare

Fonte: Internazionale

Gorrell, Stati Uniti

Gorrell, Stati Uniti

L’embargo e poi l’attacco contro il convoglio pacifista: i leader politici occidentali sono troppo vigliacchi per prendere posizione contro la violenza. Ci pensano le persone comuni, scrive Robert Fisk.

Dopo la guerra di Gaza del 2008-2009 (1.300 morti), dopo la guerra del Libano del 2006 (1.006 morti), dopo tutte le altre le guerre e dopo la strage di lunedì, forse il mondo non accetterà più che Israele detti legge.

Ma non bisogna sperarci troppo. Basta leggere la blanda dichiarazione della Casa Bianca: l’amministrazione Obama “sta operando per appurare le circostanze della tragedia”. Neanche una parola di condanna. Punto e basta. Nove morti. Un’altra cifra che si aggiunge alle statistiche delle vittime in Medio Oriente.

Un ponte contro la guerra fredda
Ma le cose non sono sempre andate così così. Nel 1948 i politici americani e britannici misero in piedi il ponte aereo per Berlino. Lì una popolazione affamata (formata da quelli che appena tre anni prima erano nemici) era accerchiata dall’esercito russo. Il ponte aereo per Berlino fu uno dei momenti alti della guerra fredda.

I soldati e gli aviatori britannici rischiarono e diedero la vita per quei tedeschi ridotti alla fame. Sembra incredibile. A quei tempi erano i politici che prendevano le decisioni. E infatti presero la decisione di salvare vite umane. Clement Attlee e Harry Truman sapevano che Berlino era importante sul piano morale e umano, oltre che su quello politico.

E oggi? Sono state delle persone, delle persone qualsiasi – europei, americani, superstiti della Shoah – che hanno deciso di andare a Gaza perché i loro politici e i loro leader li avevano delusi.

Ma dov’erano lunedì i nostri politici? Be’, abbiamo visto il ridicolo Ban Ki-moon, il patetico comunicato della Casa Bianca e l’espressione, da parte del caro Blair, del “profondo rammarico e dello schock per la tragica perdita di vite umane”. Dov’era Cameron? Dov’era Clegg?

A noi la voce
Resta il fatto che ormai sono le persone normali, la base, che decidono di cambiare le cose. I politici sono troppo vigliacchi per decidere di salvare vite umane. Perché è un dato di fatto che se degli altri europei (e i turchi sono europei, no?) fossero stati uccisi a colpi d’arma da fuoco da qualsiasi altro esercito mediorientale (e quello israeliano è un esercito mediorientale, no?), avremmo visto un’ondata di indignazione.

Che cosa ci dice questo sul conto di Israele? La Turchia non è forse un buon alleato di Israele? È questo che devono aspettarsi i turchi? Adesso l’unico alleato di Israele nel mondo musulmano dice che è stato un massacro. Ma a Israele, a quanto pare, non gliene importa niente.

Del resto, a Israele non è importato niente quando Londra e Canberra hanno espulso i diplomatici israeliani dopo l’episodio dei passaporti britannici e australiani contraffatti e forniti agli assassini di Mahmoud al Mabhouh, un leader di Hamas.

Non gliene è importato niente quando ha annunciato la costruzione di nuovi insediamenti ebraici sulle terre occupate di Gerusalemme Est mentre c’era in visita Joe Biden, il vicepresidente degli Stati Uniti. Quindi perché mai dovrebbe importargliene qualcosa adesso?

Ma come siamo arrivati a questo punto? Forse perché tutti ci siamo abituati a vedere gli israeliani uccidere arabi; forse gli israeliani si sono abituati a uccidere arabi. Adesso uccidono turchi. Oppure europei. In queste ultime 24 ore in Medio Oriente è cambiato qualcosa, ma gli israeliani (a giudicare dalla straordinaria stupidità della loro risposta politica alla strage) non sembrano averlo capito. Il mondo è stanco di queste violenze. Solo i politici stanno zitti.

L’articolo originale:
Western leaders are too cowardly to help save lives , The Independent




La voce dell’altra Israele

Fonte: Carta

[da Peacereporter.net] Intellettuali e attivisti israeliani commentano l’assalto alla flotta di aiuti per Gaza, in attesa della reazione dell’opinione pubblica

Il mondo si è svegliato, questa mattina, travolto dalle immagini e dalle notizie che giungevano dalla acque internazionali antistanti la Striscia di Gaza. In attesa di verificare, come ha subito chiesto l’Onu, quello che è successo oggi con l’eccidio di 19 persone a bordo del Mari Marmara, una delle navi della flotta di aiuti umanitari che faceva rotta su Gaza, PeaceReporter ha sentito alcune voci critiche in Israele.

Freedom Flotilla

«Alcune persone sono morte, tante altre sono rimaste ferite. Tutto questo non è responsabilità del governo israeliano. Loro fanno il loro mestiere, come sono abituati ad intenderlo. La vera responsabilità è della comunità internazionale che, ben prima di questa tragedia, non ha fatto nulla per porre fine all’assedio di Gaza. Gli esecutori materiali sono i soldati israeliani, ma la responsabilità morale di quello che è successo oggi ricade su tutta la comunità internazionale, compresa l’Europa», commenta Jeff Halper. Ebreo statunitense, Halper ha fondato nel 1997 dell’Israeli Committee Against House Demolitions [Icahd], una organizzazione non governativa che si batte per contrastare la demolizione delle abitazioni palestinesi nei Territori occupati e contro l’occupazione. Halper ha sempre denunciato in patria la condizione di vita della popolazione civile palestinese. «In Israele ognuno crede all’esercito. Loro difendono le loro vite, sono sempre nella ragione. Oggi, nel porto di Ashdod, ci sono militanti di organizzazioni di destra, avvolti nelle bandiere israeliane, che festeggiano quella che ritengono una grande vittoria militare – commenta – È difficile lottare contro questa mentalità».

«Un’azione criminale, una follia. Un’azione stupida che si rivelerà controproducente per lo Stato di Israele», dice Uri Avnery, scrittore israeliano, ebreo di origine tedesca e fondatore del movimento Gush Shalom [il blocco della pace] nel 1993.
Dopo aver lottato nelle file dell’Irgun, il movimento armato che si batteva per la nascita dello Stato d’Israele, venne eletto come deputato alla Knesset, il Parlamento israeliano. Divenne famoso in tutto il mondo quando, nel 1982, in piena guerra del Libano, passò le linee per incontrare il leader palestinese Yasser Arafat. «C’è un governo irresponsabile in Israele, che ritiene la forza l’unico strumento per risolvere i problemi. Quest’azione, in questa mentalità, vuole essere un deterrente, in modo che nessuno pensi più a iniziative di questo genere», continua Avnery. «In questo momento storico, in Israele, non c’è un’opposizione politica. Il partito più importante fuori dall’esecutivo, Kadima, non ha condannato in nessun modo quello che è successo. Mi aspetto che domani, quando sarà resa pubblica la dinamica di quello che è accaduto, l’opinione pubblica reagisca in modo indignato».

«Il governo israeliano ha parlato subito di una provocazione, alimentando la tensione. Si è perso di vista l’obiettivo chiave: un carico di aiuti umanitari diretto verso la popolazione civile di Gaza, sottoposta a un embargo criminale e contrario al diritto internazionale», spiega Rabbi Asherman. Il rabbino è il direttore esecutivo, dal 1995, dell’associazione Rabbis for Human Rights [Rfhr], un’unione di studenti religiosi e rabbini [nata nel 1988] che si propongono di lottare perché l’anima vera dell’Ebraismo, quella che difende i diritti umani, ritorni a prevalere in Israele. Asherman, nel 2003, è stato arrestato per aver incitato i cittadini a ribellarsi alla costruzione del muro di divisione dai palestinesi e all’abbattimento ingiustificato delle case arabe. «Adesso aspettiamo di capire e se qualcuno a bordo delle navi ha usato o ha tentato di usare la violenza, perché noi condanniamo tutte le forme di lotta non violente» spiega Asherman, «questo però non deve far perdere di vista il crimine principale: quello contro la popolazione civile di Gaza. E comunque l’assalto a navi straniere in acque internazionali non è il tipo di giustizia che ci aspettiamo da uno stato civile. Adesso ci saranno delle conseguenze, anche se non so ancora quali, ma per evitare altre tragedie come questa bisogna, subito, porre fine all’embargo».




La storia non insegna

Fonte: Autistici Inventati

English version below

Una notte. Una nave. Decine di uomini e donne che vogliono portare aiuto ad altri uomini e donne. Improvvisamente: spari, bombe, elicotteri, assalti, morti (per ora 19), feriti, un massacro. Uno sterminio. Luci ed esplosioni che squarciano il cielo. Grida e sangue innocente. I visi distorti dalla ferocia.
Non è il racconto dell’attacco notturno di una squadraccia contro i partigiani, o quello di un blitz delle SS per scovare ebrei nascosti in territorio tedesco. È la storia di quello che lo Stato di Israele ha appena compiuto contro una nave di aiuti umanitari diretta verso la Striscia di Gaza.
La Freedom Flotilla è stata assaltata e le persone a bordo massacrate. Le ultime di migliaia di vittime della foga omicida dello Stato di Israele.

Non è un videogame. Non è un incidente. È un atto premeditato di prepotente violenza per mandare un segnale a tutti coloro che non accettano la dittatura di Tel Aviv, che non accettano che milioni di persone siano rinchiuse da anni in un lager a cielo aperto. Senza cibo. Senza medicinali. Senza libertà.
Allo Stato di Israele e a molti dei suoi cittadini e sostenitori la storia non insegna nulla. Un terribile rovesciamento della storia in cui i protagonisti del più grande genocidio si rendono protagonisti a loro volta dell’oppressione e dello sterminio lento e inesorabile di un intero popolo.

La strage della Freedom Flotilla deve riportare Israele e i suoi sostenitori nella storia. E ognuno di noi deve agire perché non si torni più indietro. Torniamo a riempire le piazze. Torniamo a gridare il nostro dolore e la nostra rabbia. Torniamo a vivere la rivolta.

In ogni città. In ogni strada. In ogni quartiere.
Intifada.
Per non dimenticare tutte le vittime del regime israeliano.
Libertà per il popolo palestinese.

Il collettivo di A/I
autistici.org
inventati.org
noblogs.org

Aggiornamenti su: Italy Indymedia
Mobilitazioni: Forum Palestina


History Will Teach Them Nothing

A ship in the night. Dozens of men and women who are trying to bring relief to other men and women. All of a sudden: shootings, bombs, helicopters, assaults, victims (19 so far), wounded people, a massacre. A holocaust. Blinding lights and sky-piercing explosions. Shouting and shedding of innocent blood. Faces twisted by cruelty.

We are not recalling a night ambush by a death squad to a group of partisans, nor of a blitz by the SS to uncover a family of Jews hiding in the German territories during WW2. We are reporting the crime which the State of Israel has just perpetrated against a humanitarian ship heading towards the Gaza Strip.
The Freedom Flotilla has been assaulted and people onboard slaughtered. And they are just the latest in a list of thousands and thousands victims killed by the Israeli government’s murderous frenzy.

This is not a videogame. This wasn’t an accident. It was a deliberate act of overbearing violence to send a message to those who don’t accept Tel Aviv’s dictatorship, who cannot tolerate that millions of people have been closed for years in an open air concentration camp. Without food. Without medicaments. Without freedom.
For the State of Israel and many of its citizens and supporters, history has had no lessons. A terrible historical irony has turned the victims of the most horrifying genocide ever into the persecutors responsible of the oppression and gradual extermination of a whole people.

The massacre of the Freedom Flotilla must bring Israel and its supporters back into history. An we must all pass to action so that this process can’t be reversed anymore. Let’s march into the streets. Let’s cry out our pain and our outrage. Let’s rebel, again, and again.

In every city, in every neighbourhood, in every street.
Intifada.
So that the victims of the Israeli regime aren’t forgotten.
Freedom for the Palestinian people.

A/I’s collective
autistici.org
inventati.org
noblogs.org

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