R/esistenze

La copertina del libro Amianto di Alberto Prunetti
Amianto

Non credo tanto ai casi, tanto meno quando si tratta di letteratura.

Il caso può portarti a trovare, in quella particolare bancarella, un libro che cercavi da tanto tempo o scoprire di avere gusti simili a qualcuno di inaspettato. Ma di sicuro non è il caso a farti scegliere di leggere un libro piuttosto che un altro.

Sicuramente non è stato il caso se ultimamente, cioè negli ultimi mesi, mi sono ritrovato a leggere libri che avevano tutti più o meno a che fare con forme di resistenza allo stato di cose presenti. Che il soggetto fosse la Resistenza – quella con la R maiuscola, anche se spesso per protagonisti ha avuto personaggi tutti minuscoli – o storie di resistenze minuscole, appunto, fatte da gente minuta, normale, quotidiana, in un modo o nell’altro l’argomento è sempre stato questo.

L’ultimo di questi è stato uno di quelli che mi hanno colpito di più: “Amianto” di Alberto Prunetti pubblicato per i tipi di Agenzia X.

Vi si narra la storia del padre di Alberto, Renato, operaio tubista, “trasfertista”, che per decenni gira i cantieri italiani a montare, smontare e manutenere impianti industriali, sempre a contatto con le peggiori sostanze tossiche e nocive dell’industria contemporanea – ad iniziare dall’amianto, appunto – e a causa delle quali, pochissimo dopo essere andato in pensione, a soli 59 anni, morirà di cancro.

Il libro è una cronaca, un pezzo di biografia operaia, vista dal figlio Alberto, narrata con amore, rispetto, ironia e, ovviamente, tanta rabbia. La storia di cosa sia stato (?) essere “classe operaia” nel nostro paese ancora nel XXI secolo, di quali sacrifici abbiano fatto queste persone e le loro famiglie per permettere ai propri figli non la semplice sopravvivenza ma anche un miglioramento della loro condizione è esemplare in questo libro. Senza lamenti, con coerenza e pure la giusta (auto)critica e i differenti punti di vista tra un padre cresciuto col mito del lavoro (stacanovista) ed un figlio libertario.

La cronaca della dignità, della ricchezza di vita, di rapporti, di amore di una classe – usiamoli i termini giusti, le parole sono importanti, dicevano una volta – ma anche le illusioni, il credere in un percorso che ha portato alla morte, da una parte, e alla precarietà dall’altra.

E’ anche la storia di un pezzo importante dell’industria siderurgica italiana, ad iniziare dalla tanto attuale ILVA, per lunghi anni di stanza tra le provincie di Livorno e Grosseto, nelle famose colline metallifere, terra di braccianti e minatori, dove la vita è sempre stata molto dura.

Il libro finisce con la morte, tremenda, di Renato, e col tentativo della sua famiglia di avere giustizia. Ma come dice Alberto, la “giustizia”non puoi averla da un tribunale quando sei già morto, perché non è giustizia ma carità (a carico del cittadino, tra l’altro, manco delle aziende che ti hanno ammazzato).

Un libro bellissimo e tremendo, come dice Evangelisti nell’appassionata prefazione, come uno schiaffo in faccia. Per i tanti che ancora oggi sono preda della sbornia della “fine del lavoro”, della fuffa del general intellect, del lavoro cognitivo, quando il mondo, e in buona parte anche il nostro paese – si accomodassero lor signori intellettuali nelle campagne del bel paese, dove migranti e italiani lavorano a pochi euri l’ora; o nei garage dove gli stessi stanno anche 10 ore il giorno per la miseria di cui sopra, o nelle case degli anziani che se lo possono permettere a fare le badanti, tanto per fare solo pochi esempi – è pieno di proletariato sfruttato a sangue e spesso ucciso da condizioni di lavoro più simili alla schiavitù che altro.

La copertina del libro La bomba e la Gina di Marco Codebò
La bomba e la Gina

L’altro libro, bellissimo, è “La bomba e la Gina” di Marco Codebò pubblicato dai tipi di Round Robin in cui si narra la vicenda della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e del successivo assassinio di Pino Pienelli, mentre si racconta, intersecando documenti storici, cronaca e narrativa, vari piani e vari momenti storici, tutti legati dalla continuità della cultura (e della pratica) fascista nel nostro paese anche molti decenni dopo la caduta del regime mussoliniano.

Protagonista principale della storia è il ferroviere anarchico Pinelli e il suo omicidio nelle stanze della questura milanese, il suo essere stato giovanissima staffetta partigiana nella Milano della Resistenza; ma anche di Marcello Giuda, questore proprio a Milano durante le indagini per la strage di Piazza Fontana, principale depistatore nelle ore immediatamente successive l’eccidio ma anche direttore del confino di Ventottene durante gli anni del fascismo, in cui vennero detenuti comunisti, socialisti ed anarchici.

Emerge in questo bel romanzo quel buco della storia d’Italia – più che della storia, di cui si sa già tutto, della giustizia d’Italia – che è la continuità del fascismo nella repubblica, le responsabilità dei partiti – compreso quello Comunista – in questa continuità e il ruolo dei fascisti, fuori e dentro le istituzioni, della strategia della tensione tra la fine degli anni ’60 e la fine dei ’70.




Voci dalla luna, di Andre Dubus

Copertina del libro di Andre Dubus, Voci dalla luna
La copertina

Inizio oggi una nuova tipologia di post. La recensione.

Lo faccio perché mi va, perché leggo tanto ed ascolto tanta musica, e magari a qualcun@ potrebbe interessare leggere qualche commento su libri o dischi che mi passano tra mani, occhi ed orecchie.

Inizio anche perché ho appena finito questo libro – che in realtà è un racconto lungo – di Andre Dubus, che dice sia uno dei più grandi scrittori statunitensi del ‘900 e sicuramente uno dei più grandi nel campo del racconto (breve o corto che sia); e mi ha talmente entusiasmato, questo lungo racconto, da portarmi a decidere di inaugurare questa piccola sezione sul mio blog, nonostante ne abbiamo già scritto su Anobii e Goodreads.

Questo splendido testo narra una giornata di una normalissima famiglia, incasinata come possono essere tante altre, non tanto di più, non tanto di meno: il babbo, Greg, dice al figlio Larry che ha iniziato una relazione con Brenda, l’ex moglie di Larry stesso (che non apprezza particolarmente la cosa). E che, come se non bastasse, si sposeranno. Richie, il figlio dodicenne sente tutta la conversazione dalla sua camera da letto, con ovvi risvolti poco simpatici.

Da qui si dipana tutta la vicenda, permettendoci di conoscere tutta la famiglia, oltre ai già citati anche la sorella Carol e la madre Joan, e come questa vicenda, questa notizia venga vissuta da tutti/e. Un escamotage dell’Autore con il quale entra nella vita di queste persone e ce la dischiude dall’interno, dal dentro delle loro emozioni, dei loro difetti, dei loro limiti, della loro bellezza. Lo fa senza sprecare una parola, una lettera, un fiato. Con una leggerezza che non è mai superficialità, anzi!

Un libro che è un inno alla vita, alla capacità di vivere a testa alta nonostante tutto, senza la pretesa di essere degli eroi, ma semplicemente dei complicatissimi esseri umani.

Il nostro compito non è vivere grandi vite, il nostro compito è capire e vivere le nostre vite

Andre Dubus, Voci dalla luna, Mattioli  1885, 2011, pp. 134, €17,90




Leggo IBS: una recensione

Immagine dell'ebook reader LeggoIBS
LeggoIBS

Alla fine, dopo tanti anni di letture, chiacchiere, tentennamenti, mi sono deciso e mi sono comprato questo benedetto ebook reader. Ero molto indeciso, evidentemente, su quale dispositivo comprare, ma dopo attente letture, la scelta si è concentrata su due possibilità: o il notissimo e celeberrimo Kindle di Amazon – che aveva dalla sua uno schermo di ultima generazione e, nel modello 3G, la possibilità di navigare ovunque a gratis – o il Leggo IBS, il lettore prodotto dal più noto negozio online di libri italiano – che aveva dalla sua il supporto a tutti i formati liberi e standard dei libri elettronici.

Alla fine ha prevalso quest’ultima caratteristica, e cioè di poter avere tra le mani un oggetto che, potenzialmente, legge qualsiasi cosa, e non solo il formato proprietario di Amazon.

Il Leggo IBS, che doveva arrivare il 20 gennaio, è arrivato venerdì scorso, con quel mesetto e mezzo di ritardo che fa sempre piacere. La scatola è una confezione carina con dentro (quasi) tutto quello che serve. Per non menarvela con cose già scritte (da altri), ecco il link all’articolo sullo spacchettamento del lettore:

http://www.ebookreaderitalia.com/unboxing-leggoibs-immagini-prime-impressioni/

Dopo quasi una settimana di spippolamenti e smanettamenti, ecco le MIE prime impressioni, a caldissimo.

Fisicità

Il lettore è molto leggero, ma dà una sensazione di solidità. L’accensione è ragionevolmente veloce, così come il giro di pagina. Ogni tanto è un po’ più lenta, ma è una cosa assolutamente passabile. Lo schermo è touch, il che volendo è pure un bene, ma solo attraverso il pennino (vedi la foto sopra), cosa che a me fa un po’ paura, perché l’oggettino è fatto e finito per essere perso… sperem! La custodia in dotazione è sobria e confortevole, sufficientemente da non voler spendere 40€ per quella di pelle che offre Ibs sul suo sito (!!!)

Formati

Il punto di forza del LeggoIBS è che legge tutti i formati standard del mondo: ePub, in primis, il formato per i libri elettronici; il pdf, il txt, l’rtf, ed altri che non sto qui a ricordare. Quindi quasi tutto quello che si trova in rete che abbia anche solo vagamente l’idea di essere un libro elettronico, su questo lettore si legge.

Poi tutto un altro discorso è come si legge: nel senso che se il libro elettronico è fatto come si deve, con tutti i criteri che questo formato prevede (ricordo che stiamo parlando di uno standard, di cui è possibile trovare le specifiche qui: http://idpf.org/epub), allora l’esperienza di lettura sarà assolutamente ricca e piacevole. Se si prende un file dalla rete, di un libro malamente scansionato e peggio ancora convertito in pdf, allora non si può poi dire “ah, sti ebook, come si leggono male!”…

Software in dotazione

Il sistema operativo del device è, ovviamente, GNU/Linux. Come dicevo sopra si accende velocemente e si spegne che è una scheggia; l’accesso alle varie aree del sistema è discretamente veloce. Nella home del lettore, una volta fatto l’accesso, si ha disposizione l’elenco degli ultimi 4 libri aperti, il pulsante per la ricerca dei libri su Ibs, i 6 pulsantoni per accedere alle aree principali del lettore (“I miei libri”, “Cerca”, “Note”, “Svago”, “Musica” e “Impostazioni”; vedi l’immagine 3). I libri, se opportunamente taggati possono essere raccolti per categorie, altrimenti li si vede tutti uno dopo l’altro in ordine alfabetico. l’utilità delle categorie diventa evidente quando si iniziano ad avere tanti testi nella libreria.

Una volta aperto un libro è possibile fare tutta una serie di cose – oltre a leggerlo, naturalmente 🙂 – e cioè (in ordine sparso):

  • mettere un segnalibro è automatico, nel senso che il lettore apre il libro esattamente dove lo si è lasciato;
  • mettere un’orecchia al libro, che verrà segnalata nell’indice;
  • prendere una nota (ma vedi sotto in “note dolenti”);
  • aumentare o diminuire lo zoom;
  • andare all’indice – se il libro ne è dotato, e cioè se è un epub o un pdf fatti a modino, e non una scansione alla carlona di un testo cartaceo…
  • cliccare sulle note ed esserci rimandati (vedi sopra, sul documento fatto a modino);
  • altro che non ho ancora scoperto o che mi sono dimenticato

Note dolenti

E partiamo proprio dalle note, così il simpatico titoletto ha un perché: non sono ancora riuscito a capire se le note di questo lettore sono così come le abbiamo ora, o se, come dice qualcuno, col primo aggiornamento verranno aggiunte/modificate. Se così fosse, allora ok, aspettiamo l’aggiornamento con santa pazienza (cosa a cui IBS ci sta allenando dal 20 di gennaio…), e poi vedremo. Non fosse così, però, e cioè se il sistema delle note fosse quello presente, allora il giudizio su questo lettore crollerebbe miseramente, se paragonato agli altri lettori di punta. Nel nostro caso, infatti, ad ora prendere le note significa cliccare sul tasto tondo centrale, selezionare “Note (non attive)”, selezionare il testo o con i tasti o col pennino, e poi cliccare su “copia come immagine”, unica soluzione possibile insieme ad “Annulla”. A questo punto… boh, non mi  è chiaro cosa succede. Se vado nelle note, dalla home, trovo il testo linkato e se lo apro mi trovo nell’indice con le pagine annotate con un simbolino. Stop. Cioè, una fregatura.

Non ho ancora avuto modo di fare tanti esperimenti, quindi presto aggiornerò questa sezione.

I dizionari, invece, non ci sono e basta. Verranno aggiunti con il primo aggiornamento.

Connettività

La connettività è uno dei punti forti del lettore. In dotazione si ha:

  • sistema Wi-Fi, non troppo difficile da configurare. Ma essendo io un informatico, su questo punto aspetterei commenti dai non addetti ai lavori…
  • sistema 3G gratuito, che permette di collegarsi ad una versione apposita del negozio online di IBS, che non è niente male.

Questo aspetto è stato per me determinante, insieme a quello dei formati, perché usando io solo et esclusivamente GNU/Linux, avrei avuto problemi quasi insormontabili per accedere ai libri protetti da quella porcheria dei DRM della Adobe – cioè ai libri di quasi tutte le grandissime, grandi e medie case editrici. Il sistema, infatti, obbliga l’acquirente del libro di passarlo per un software della Adobe, Adobe Digital Editions, che gira – ovviamente – solo su Windows e Mac. E’ possibile installarlo anche su GNU/Linux tramite l’emulatore Wine… ma vi pare?!?!

LeggoIBS, invece, permette di registrare il proprio account Adobe direttamente nel lettore, e quindi di scaricare e di leggere immediatamente il libro protetto dalla porcheria di cui sopra, senza dover passare per ADE. E’ sempre una cosa ignobile, ma almeno permette la lettura di testi di case editrici tipo Einaudi, Rizzoli, Adelphi, etc etc…

NOTA BENE

Massimo rispetto per le case editrici che usano il Social DRM, cioè quel sistema che mette una sorta di marchio dentro il libro, in cui c’è scritto “il libro è stato comprato da Franco Vite il giorno tal dei tali e non può essere redistribuito”. Un sistema di sicurezza onesto, trasparente, non invasivo e multipiattaforma.

NOTA MEGLIO

Enorme rispetto per tutti coloro – case editrici o singoli autori – che distribuiscono i loro testi con licenze libere, come Wu Ming, Kaizen, Letizia Sechi, etc etc.

Che dire d’altro? Poco, per ora, visto che non ho ancora avuto il tempo di usare questo strumento come vorrei. Sto ancora finendo un libro cartaceo, ma manca poco ed ho già in attesa tutta una serie di testi elettronici. Alcuni di questi sono testi specifici sull’argomento, che vado a consigliarvi a mo’ di piccola bibliografia:

  • Letizia Sechi, Editoria digitale, Apogeo, di cui si trova l’epub gratuito su http://www.bookrepublic.it/;
  • Fabio Brivio, Giovanni Trezzi, ePub per autori, redattori, grafici, sempre Apogeo;
  • Mauro Sandrini, Elogio degli e-book, Homeless Books, che è un ottimo epub sull’argomento, che si trova in molti store online e su cui si possono fare approfondimenti sul sito appositamente creato: http://www.elogioebook.com/it/home.

Per ora direi che è tutto, ma sicuramente questo è un post che ritoccherò e aggiornerò spesso, nel corso del tempo.

Aggiornamento del 23 dicembre 2011

All’alba di un anno quasi passato per intero, Ibs, oltre a offrire al mercato altri due lettori, offre a noi poveri possessori del Leggo IBS il tanto agognato aggiornamento! Aggiornamento che offre:

  1. Aggiunta del dizionario Zingarelli minore, di Zanichelli.
  2. Aggiunta la funzionalità di visualizzazione delle immagini caricate sul lettore o sulla scheda microSD.
  3. Aggiunta la possibilità di cambiare il conto Ibs collegato al lettore.
  4. Aggiunta la visualizzazione della copertina dell’ultimo libro aperto quando il lettore è spento.
  5. Corretto il problema che impediva l’utilizzo della connessione 3G in molte località.
  6. Aggiunta la modalità di aggiornamento automatico del software.

Per tutte le info del caso potete andare a leggere le istruzioni sul sito di IBS.

Attenzione però!!! Ho messo in aggiornamento il mio lettore all’alba delle 9:30 di oggi, 23 dicembre, e ad ora, ore 10:49, è fermo su:

cramfs updating ok

Se l’aggiornamento non va a buon fine mi incazzo sul serio, altro che buona natale …

Aggiornamento bis del 23 dicembre 2011

Alle 12 ho chiamato IBS. Una gentilissima impiegata ha sentito un tecnico che mi ha spiegato come risolvere il problema:

è bastato resettare il sistema (pigiando con un ago o con una spilletta aperta il pulsantino nella parte inferiore del lettore, alla sinistra dell’uscita delle cuffie) per far ripartire la procedura di aggiornamento, che a questo punto è andata velocemente a buon fine.

Rimane il fatto che per queste due ore di panico meriterei almeno un buono da 50€ …




Mela marcia: il 12 alla libreria Flexi di Roma

Logo Libreria Flexi
Libreria Flexi

Non poteva essere scelta una data più simbolica, e quindi il 12 dicembre alle ore 19 saremo alla libreria Flexi di Roma, Via Clementina 9, a presentare il nostro Mela marcia. La mutazione genetica di Apple.

Purtroppo sarò solo, in questo impegnativo ed ingrato compito, ma non mancheranno altri appuntamenti per fare le croste anche agli altri autori… 🙂




Alex, l’ebook reader a doppio schermo

Alex

E quindi ecco Alex, l’ebook reader a doppio schermo: uno da 6” e-ink per leggere i libri elettronici, e un altro LCD touchscreen da 3,5”, sottostante, per navigare in Internet e fare tutto o quasi quello che fa un pc, o più probabilmente un MID, ossia un Mobile Internet Device.

Per ora non c’è indicazione di prezzo o quant’altro (coming soon, dice il sito), e anche la sezione developer è per ora in coming soon. Ma attendiamo curiosi e fiduciosi 🙂




Il giorno della memoria e gli olocausti dimenticati

Immagine di bimbi Rom e Sinti in un campo di concentramento nazista
Bimbi Rom e Sinti in un campo di concentramento nazista

Domani è il giorno della memoria, con cui dal 2000 si celebra nel nostro paese l’Olocausto, termine – come si legge su Wikipedia – che «è stato introdotto alla fine del XX secolo per riferirsi al genocidio compiuto dalla Germania nazista di tutte quelle persone ed etnie ritenute “indesiderabili” (omosessuali, ebrei, oppositori politici, zingari, testimoni di geova, pentecostali, ecc…)».

Termine che, ormai, è diventato sinonimo di Shoa – cioè il termine ebraico (significa “desolazione, catastrofe, disastro”) con cui gli Israeliani celebrano lo sterminio degli ebrei europei da parte dei nazisti durante la seconda guerra mondiale – tanto che sempre su Wikipedia se si cercano le due parole – Olocausto e Shoa – si trova una sola pagina, la stessa.

Ok, che problema c’è? Sarebbe giustissimo se nel giorno della memoria si ricordassero tutte le vittime dell’odio nazi-fascista, altrimenti a cosa servirebbe un “giorno della memoria”?!

Peccato che, ormai, il giorno della memoria è diventato non solo un rito trito e ritrito, così come è successo a tanti altri “giorni” costitutivi della nostra comunità – il 25 aprile su tutti; ma è diventato anche e quasi esclusivamente il giorno in cui si ricorda la Shoa, lo sterminio degli ebrei, lasciando da parte, se non escludendo tout court tutti gli altri, zingari ed omosessuali in testa. La rossa Regione Toscana, per fare un esempio, non fa cenno ad altri che agli ebrei nella sua celebrazione del giorno della memoria quest’anno.

Già questo fenomeno sarebbe interessante, e meriterebbe un ragionamento approfondito.

Non fosse che noi occidentali, tanto solerti nel ricordare i nostri morti (quelli buoni e presentabili, non i sudici e gli sporcaccioni…), ci dimentichiamo facilmente e velocemente degli olocausti, dei genocidi da noi compiuti.

Per fortuna ci viene in soccorso un bellissimo articolo del Guardian nella figura di un suo giornalista, George Monbiot, tradotto in italiano nel numero 830 del settimanale Internazionale, che ci parla di olocausto e genocidio prendendo spunto dall’ultimo super film campione d’incassi, Avatar!

Eccolo qui di seguito, ripreso pari pari dal sito di Alessandra Colla, che ringrazio:

Stucchevole, forse. Ma Avatar è un film profondo, importante e che dà da pensare

di George Monbiot

Avatar, lo strepitoso film in 3-D di James Cameron, è profondo e al tempo stesso profondamente insulso. Profondo perché, come la maggioranza dei film sugli alieni, è una metafora sul contatto fra culture diverse. Ma in questo caso la metafora è cosciente e precisa: questa è la storia dello scontro fra gli Europei e le popolazioni native dell’America. È anche profondamente insulso perché architettare un lieto fine richiede un impianto narrativo così stupido e prevedibile da far perdere di vista il pathos intrinseco del film. La sorte dei nativi americani è molto più aderente a quel che la storia racconta in un altro recente film, The Road, nel quale i sopravvissuti fuggono in preda al terrore, votati come sono all’estinzione.

Ma questa è una storia che nessuno vuole sentire, poiché rappresenta la sfida al modo in cui noi scegliamo di essere noi stessi. L’Europa è stata massicciamente arricchita dai genocidi nelle Americhe; e sui genocidi si fondano le nazioni americane. Questa è una storia che non possiamo accettare.

Nel suo libro American Holocaust, lo studioso statunitense David Stannard documenta i maggiori episodi di genocidio di cui il mondo abbia mai avuto conoscenza (1). Nel 1492, nelle Americhe vivevano all’incirca 100 milioni di nativi. Alla fine del XIX secolo, quasi tutti erano stati sterminati. Molti di loro erano morti a causa delle malattie. Ma l’estinzione di massa era stata accuratamente progettata.

Quando gli Spagnoli arrivarono nelle Americhe, descrissero un mondo che difficilmente avrebbe potuto essere più diverso dal loro. L’Europa era devastata dalle guerre, dall’oppressione, dalla schiavitù, dal fanatismo, dalle malattie e dalle carestie. Le popolazioni che gli Spagnoli incontrarono erano sane, ben nutrite, pacifiche (con qualche eccezione come gli Aztechi e gli Inca), democratiche ed egalitarie. Da un capo all’altro delle Ameiche i primi esploratori, compreso Colombo, sottolinearono la straordinaria ospitalità dei nativi. I conquistadores furono affascinati dalle costruzioni mirabili — strade, canali, edifici — e alle opere artistiche che trovarono laggiù, e che in alcuni casi superavano di gran lunga qualsiasi cosa essi avessero mai visto in patria. Niente di tutto questo li trattenne dal distruggere tutto e tutti sul loro cammino.

La mattanza ebbe inizio con Colombo. Fu lui a massacrare la popolazione di Hispaniola (ora Haiti e Repubblica Dominicana) servendosi di mezzi incredibilmente brutali. I suoi soldati strappavano i bambini dalle braccia delle madri e ne spaccavano la testa contro le rocce. Davano in pasto ai loro cani da guerra bambini vivi. Una volta impiccarono 13 Indiani in onore di Cristo e dei suoi 12 apostoli, «ad un patibolo lungo, ma abbastanza basso da permettere alle dita dei piedi di toccare il terreno evitando lo strangolamento […]. Quando gli indiani furono appesi, ancora vivi, gli spagnoli misero alla prova la loro forza e le loro spade, li squarciarono in un solo colpo facendo fuoriuscire le interiora, e c’era chi faceva di peggio. Poi gettarono intorno della paglia e li bruciarono vivi» [cit. da Bartolomé de Las Casas, History of Indies, trad. e cura di Andree Collard, Harper&Row, New York 1971, p. 94, in: David E. Stannard, Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo, Bollati Boringhieri 2001, p. 136 — nota mia].

Colombo ordinò che tutti i nativi consegnassero un certo quantitativo di oro ogni tre mesi: ogni volta che qualcuno non lo faceva, gli venivano mozzate le mani. Nel 1535 la popolazione nativa di Hispaniola era passata da 8 milioni a zero: una parte delle perdite era dovuta alle malattie, una parte alle uccisioni, ma la maggioranza era dovuta alla morte per fame.

I conquistadores dispiegarono la loro missione civilizzatrice nell’America centrale e meridionale. Quando non riuscivano a rivelare dove fossero nascosti i loro mitici tesori, gli indigeni venivano frustati, impiccati, affogati, squartati, sbranati dai cani, sepolti vivi o bruciati. I soldati tagliavano i seni delle donne, rimandavano i nativi ai loro villaggi con le mani e i nasi mozzati appesi attorno al collo a mo’ di collana, e cacciavano con gli Indiani con i loro cani per sport. Ma moltissimi vennero uccisi dalla schiavitù e dalle malattie. Gli Spagnoli scoprirono che era più conveniente far lavorare gli Indiani fino alla morte e poi rimpiazzarli, piuttosto che tenerli vivi: l’aspettativa di vita nelle miniere e nelle piantagioni andava dai tre ai quattro mesi. Nel giro di un secolo dal loro arrivo, circa il 95% della popolazione dell’America Centrale e Meridionale era stata annientata.

Nel corso del XVIII secolo, in California, gli Spagnoli sistematizzarono questo sterminio. Il missionario francescano Junipero Serra impiantò una serie di “missioni”: si trattava in realtà di campi di concentramento che utilizzavano il lavoro degli schiavi. I nativi erano raggruppati a forza in squadre e fatti lavorare nei campi, con un quinto delle calorie concesse agli schiavi afro-americani nel XIX secolo. Morivano di stenti, di fame e di malattia con spaventosa rapidità, e venivano continuamente rimpiazzati liquidando così le popolazioni indigene. Junipero Serra, l’Eichmann della California, è stato beatificato dal Vaticano nel 1988. Adesso gli manca soltanto di aver operato un miracolo per essere fatto santo (2).

Mentre gli Spagnoli erano guidati soprattutto dall’avidità e dalla brama di oro, gli Inglesi che colonizzarono il Nord America volevano la terra. In New England essi accerchiarono i villaggi dei nativi americani e ne massacrarono gli abitanti mentre dormivano. Mentre dilagava verso occidente, il genocidio veniva giustificato e sostenuto ai massimi livelli. George Washington ordinò la totale distruzione degli insediamenti e della terra degli Irochesi. Thomas Jefferson dichiarò ch le guerre della sua nazione contro gli Indiani sarebbero proseguite finché ogni tribù non fosse stata «sterminata o sospinta al di là del Mississippi». In Colorado, nel corso del massacro di Sand Creek, nel 1864, truppe paludate sotto bandiere di pace trucidarono gente disarmata, uccidendo bambini e neonati, mutilando i corpi e strappando alle vittime i genitali per farne borse da tabacco o appenderli come ornamento ai loro cappelli. Theodore Roosevelt definì questo evento «un’azione legittima e giovevole come quelle che accadevano solitamente sulla frontiera».

La mattanza non è finite: il mese scorso il Guardian riportava che in Amazzonia occidentale dei rancheros brasiliani, dopo aver ridotto in schiavitù parte dei membri di una tribù della foresta, avevano tentato di uccidere i superstiti (3). Cionondimeno, i più grandi atti di genocidio della storia difficilmente turbano la nostra coscienza collettiva. Forse è questo che sarebbe accaduto se i Nazisti avessero vinto la seconda guerra mondiale: l’Olocausto sarebbe stato negato, giustificato o minimizzato nello stesso modo, e continuato. Le nazioni responsabili — Spagna, Gran Bretagna, Stati Uniti ed altri — non accetteranno il confronto, ma le soluzioni finali perseguite nelle Americhe sono state di gran lunga più efficaci. Coloro che le commissionarono o le avallarono sono e restano eroi nazionali o religiosi. Coloro che cercano di stimolare la nostra memoria sono ignorati o condannati.

Questo è il motivo per cui la destra odia Avatar. Sul Weekly Standard, di orientamento neocon, John Podhoretz lamenta che questo film assomiglia a uno di quei «western revisionisti» in cui «gli Indiani diventano bravi ragazzi e gli americani teppisti» (4). Dice anche che questo spingerà gli spettatori a «fare il tifo per la disfatta dei soldati americani per mano dei ribelli». Ribelli è una parola interessante per definire il tentativo di resistere a un’invasione: ribelle, come selvaggio, è il termine con cui definiamo qualcuno che ha qualcosa che noi vogliamo. L’Osservatore Romano, organo ufficiale del Vaticano, ha già bollato il film come «nient’altro che una parabola anti-imperialistica e anti-militaristica» (5).

Ma perlomeno la destra sa che cosa attacca questo film. Sul New York Times il critico liberal Adam Cohen celebra Avatar perché difende il bisogno di sapere la verità (6). Esso rivela, dice lui, «il ben noto principio del totalitarismo e del genocidio — che è più facile opprimere quelli che non vediamo». Ma con meravigliosa e inconscia ironia egli deforma l’ovvia dirompente metafora, e sostiene che il film prende di mira le atrocità naziste e sovietiche. Siamo diventati tutti esperti nella nobile arte di non vedere.

Concordo con i critici di destra sul fatto che Avatar è grossolano, stucchevole e banale. Ma esso ci parla di una verità più importante — e più pericolosa — di quelle contenute in mille film indipendenti.

Note:

  1. David E Stannard, 1992. American Holocaust. Oxford University Press, traduzione italiana Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo, Torino, Bollati Boringhiri, 2001, Pag. 455. Salvo diversa indicazione, tutti gli eventi storici qui menzionati sono tratti dal libro in questione.
  2. http://www.latimes.com/news/local/la-me-miracle28-2009aug28,0,2804203.story
  3. http://www.guardian.co.uk/world/2009/dec/09/amazon-man-in-hole-attacked
  4. http://www.weeklystandard.com/Content/Public/Articles/000/000/017/350fozta.asp
  5. http://www.thesun.co.uk/sol/homepage/news/2802155/Vatican-hits-out-at-3D-Avatar.html
  6. http://www.nytimes.com/2009/12/26/opinion/26sat4.html



Addio Nanda

Come scrive in un newsgroup un appassionato di jazz, «quella grande orchestra ” di là” si arricchisce sempre di più  e qui non sembra che ne nascano così tanti…».

Ieri se ne è andata Fernanda “Nanda” Pivano, grandissima della cultura italiana, colei che con Pavese ha portato nel nostro paese la grande e moderna cultura letteraria (e non) statunitense: Melville, Hemingway, Fitzgerald, Kerouac, Ginsberg, Ferlinghetti, Burroughs, Bukowski e via via fino ai contemporanei giovani autori come Jay McInerney, Bret Easton Ellis, David Foster Wallace, Chuck Palahniuk e Jonathan Safran Foer.

Ma non solo, come se non bastasse: femminista e libertaria, sodale di personaggi altrettanto immensi, come De André e Bob Dylan, ha sempre lottato per un mondo di pace e giustizia.

Sembra di parlare di marziani, guardandosi attorno, gente che ha speso tutta la vita per migliorare quella di tutti.

Gente che ha fallito, abbiamo fallito.

Che la terra sia leggera su di te, Nanda.

La collina

Dove sono Helmer, Herman, Bert, Tom e Charley,

il debole di volontà, il forte di braccia, il buffone, l’ubriacone, l’attaccabrighe?

Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Uno morì di febbre,

uno bruciato in miniera,

uno ucciso in una rissa,

uno morì in prigione,

uno cadde da un ponte mentre faticava per moglie e figli-

tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono Ella, Kate, Mag, Lizze e Edith,

il cuore tenero, l’anima semplice, la chiassosa, la superba, l’allegrona?-

tutte, tutte, dormono sulla collina.

Una morì di parto clandestino,

una di amore contrastato,

una fra le mani di un bruto in un bordello,

una di orgoglio infranto, inseguendo il desiderio del cuore,

una dopo una vita lontano a Londra e Parigi,

fu riportata nel suo piccolo spazio accanto a Ella e Kate e Mag-

tutte, tutte dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono zio Isaac e zia Emily,

e il vecchio Towny Kincaid e Sevigne Houghton,

e il maggiore Walzer che aveva parlato

con i venerandi della rivoluzione?-

tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Li portarono figli morti in guerra,

e figlie che la vita aveva spezzato,

e i loro orfani, in lacrime-

tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dov’è il vecchio Jones, il violinista

che giocò per novant’anni con la vita,

sfidando il nevischio a petto nudo,

bevendo, schiamazzando, infischiandosi di moglie e parenti,

e danaro e amore e cielo?

Eccolo! Ciancia delle sagre di pesce fritto di tanti anni fa,

delle corse di cavalli di tanti anni fa a Clary’s Grove,

di ciò che Abe Lincoln disse

una volta a Springfield.

Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, 1916