Quando il disastro ambientale non ha colpevoli ma complici

Mappa che descrive, graficamente, il rapporto tra Legambiente e SorgeniaLeggo stamani un articolo su il manifesto in cui si commenta la sentenza di ieri sul disastro ambientale causato dalla discarica di rifiuti tossici della Montedison a Bussi, in Abruzzo, in cui tutti i (presunti) colpevoli di questa incredibile vicenda sono stati assolti.

Il commento, giustamente indignato, sottolinea come nel nostro paese, nel 2014 quasi 2015 non ci sia ancora una legislazione degna di questo nome sui reati ambientali, permettendo – tra l’altro – ai responsabili di essere pure ignoranti. Cito:

non c’è il reato di disa­stro ambien­tale, che com­porti la per­ma­nenza del reato fin­ché per­si­stono gli effetti disa­strosi sulla salute umana e sulla com­pro­mis­sione distrut­tiva dell’ambiente. Per cui la pre­scri­zione scatta, ine­vi­ta­bile. Oggi con una variante in più, pro­po­sta sem­bra dall’avv. Seve­rino, già mini­stro della giu­sti­zia, che sostiene che, al con­tra­rio di quanto ci hanno sem­pre ripe­tuto che la legge non ammette igno­ranza, per l’ambiente que­sta igno­ranza sarebbe ammessa e quindi gli impu­tati non sape­vano quel che face­vano!

E – continua saggiamente il commento – questa condizione fa si che il territorio continui ad essere trattato come risorsa infinita da sfruttare, e non come risorsa preziosa e finita senza la quale la vita non è possibile. Una dinamica squisitamente economica, dice il notista – io mi permetto di coniugare diversamente il concetto: dinamica squisitamente capitalistica – e cito:

Que­sta logica va sman­tel­lata alla radice, quando in gioco ci sono inte­ressi col­let­tivi e il futuro di intere comu­nità. Ser­vono nuove poli­ti­che di pre­ven­zione e di gestione vir­tuosa dei beni comuni, certo, ma serve anche il bastone della legge penale con­tro chi si ostina a fare impresa a danno della comu­nità

Dice il nostro che, però, una strada per fare qualcosa ci sarebbe, ed è “il dise­gno di legge 1345, appro­vato lo scorso 26 feb­braio a lar­ghis­sima mag­gio­ranza alla Camera e subito spa­rito nelle sab­bie mobili del Senato”. E conclude con un accorato appello:

Ai sena­tori di que­sta legi­sla­tura il com­pito di dimo­strare al paese intero il loro senso di respon­sa­bi­lità e di lun­gi­mi­ranza, appro­vando in tempi rapidi il Dl già pas­sato alla Camera, con miglio­ra­menti pos­si­bili ma senza stra­vol­gi­menti pre­te­stuosi. Su que­sto siamo a saremo intran­si­genti. Biso­gna dare rispo­ste con­crete a quel paese dimen­ti­cato, che non ha nes­suna inten­zione di abbas­sare la guar­dia e di accet­tare supi­na­mente i dik­tat delle solite lobby. Ognuno fac­cia la sua parte e se ne assuma la respon­sa­bi­lità, noi lo stiamo già facendo per il bene del nostro paese.

Diciamo che mi sono trovato non dico d’accordo, ma almeno non in disaccordo con quanto letto in questo articolo. Certo, la dimensione di chi scrive è, evidentemente, tutta “politicista”: si, ad un certo punto si citano i comitati, ormai nati ovunque (per una bel ragionamento sul ruolo dei comitato nella fase politica odierna suggerisco di leggere questa importante proposta del collettivo di scrittori Wu Ming: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=19913) e – addirittura! – i “cittadini”; ma viene fatto solo per far vedere che quel che dice l’articolista è sostenuto “dalla gente”.

Ma chi è che scrive questo articolo e per conto di chi?

Scrive l’articolo il Sig. Vittorio Cogliati Dezza, “presidente di Legambiente”.

Chi, come me, vive in provincia di Grosseto conosce bene Legambiente, per l’ormai famosa “Festambiente” che si tiene tutte le estati a Rispescia; nota, soprattutto, per i concerti delle famose stars che ne caratterizzano le serate.

Ma per chi si occupa di ambiente in maniera indipendente, sa anche che Legambiente ha come partner nientepopodimeno che Sorgenia, che è l’azienda (attraverso la CIR) del Sig. De Benedetti (il famoso “tessera del Pd n. 1”) e che è, soprattutto, l’azienda che possiede il 39% della centrale elettrica a carbone di Vado Ligure, per cui il Gip del tribunale di Savona, Fiorenza Giorgi, ha accolto la richiesta di sequestro della Procura ligure perché

l’ordinanza con cui il Gip ha disposto il sequestro parla di nesso di causalità tra le emissioni, le morti e le patologie. E la prova del disastro ambientale doloso con conseguenza sulla salute dei cittadini starebbe nella rarefazione dei licheni e nell’aumento delle malattie. Secondo la procura di Savona i fumi della centrale hanno causato 442 morti tra il 2000 e il 2007. Per il procuratore Francantonio Granero l’impianto avrebbe causato anche “tra i 1.700 e i 2.000 ricoveri di adulti per malattie respiratorie e cardiovascolari e 450 bambini sarebbero stati ricoverati per patologie respiratorie e attacchi d’asma tra il 2005 e il 2012″.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/11/sorgenia-guai-senza-fine-per-de-benedetti-chiesto-il-sequestro-per-la-tirreno-power/909244/

Ma non è tutto:

Sorgenia fa anche parte della “Rete Geotermica”, che sarebbe (cito):

una rete d’imprese […] che oggi riunisce 16 aziende italiane (non c’è Enel Green Power) titolari di know how, permessi di ricerca e capacità tecnologico-produttive in campo geotermico: si va da Sorgenia a Exergy del gruppo Maccaferri, da Turboden fino a ToscoGeo e Magma Energy Italia, controllate con una quota di maggioranza dallo stesso Gori. La rete associa in pratica l’85% delle aziende che detengono permessi di ricerca geotermica in Toscana e il 50% di quelle che hanno permessi in Italia.

E qui si apre un nuovo entusiasmante capitolo:

Sorgenia (partner, come abbiamo visto sopra, di Legambiente) fa parte di questa famigerata “Rete Geotermica” che, come ci dice l’articolo riportato sopra,

La Toscana rilancia la sua lunga tradizione geotermica […] con una sfida innovativa e ambiziosa: creare una filiera interamente made in Italy per la costruzione di impianti geotermici a ciclo combinato chiuso, senza alcuna emissione in atmosfera e dunque a ridotto impatto ambientale.

Peccato che questa splendida “filiera interamente made in Italy” (che dicendolo in inglese, forse, pare una roba figa, chissà…) sia composta da aziende, come Sorgenia (ricordo, partner di Legambiente), che è responsabile (dice una Procura della Repubblica, cosa da dimostrare ovviamente) “di 442 morti tra il 2000 e il 2007 e […] tra i 1.700 e i 2.000 ricoveri di adulti per malattie respiratorie e cardiovascolari e 450 bambini […] per patologie respiratorie e attacchi d’asma tra il 2005 e il 2012″.

Progetto che (cito sempre dall’articolo del Sole 24 Ore):

una volta che la Rete Geotermica avrà messo a punto l’impianto-pilota e aperto la strada alle nuove tecnologie, la filiera made in Italy potrà svilupparsi in patria e fuori. Il Gruppo Graziella ha già programmato gli investimenti dei prossimi cinque anni: 20-30 centrali geotermiche a ciclo combinato chiuso, di “taglia” vicina a 20 megawatt, in Toscana, Umbria, Lazio e Sardegna.

Tutto questo è confermato dalla stessa Regione Toscana: nel sito di quest’ultima, infatti, si può trovare una bella cartina delle zone geotermiche regionali con segnati le “concessioni di ricerca”, cioè i permessi di ricerca dati ad aziende che cercano la risorsa geotermica. Eccola:

La mappa delle concessioni di ricerca geotermica in Toscana

Quello che si vede da questa cartina (sul sito della Regione è disponibile una versione cliccabile, con tanto di menù in cui si vede il nome del concessionario ed altre informazioni utili) è che le zone geotermiche toscane (la zona nord, nel pisano e la zona sud, il Monte Amiata) sono state completamente date in concessione, escluse le zone di competenza dell’ENEL (che da decenni fa geotermia sull’Amiata, con grossi problemi per i cittadini, ci dicono gli amici di Sos Geotermia).

Di queste concessioni di ricerca almeno 6 sono di Sorgenia (Legambiente)

Ma di cosa stiamo parlando, quando diciamo “le zone geotermiche toscane”? Stiamo parlando di una zona – quella nord, nel pisano – che ormai da decenni è diventata “monocultura”: lì si fa solo geotermia, si campa (si fa per dire) di quello e altro non si vuole.

Nella zona sud, invece, si parla del Monte Amiata. Il Monte Amiata ha tutta una serie di caratteristiche veramente interessanti, sia dal punto di vista fisico-geologico, che dal punto di vista storico-culturale, che dal punto di vista economico.

L’Amiata è un vulcano spento; è sede dell’ex miniera di mercurio più grande d’Europa; è il bacino idrico più importante del centro Italia (quello del Fiora, che serve 700.000 cittadini, tra le provincie di Grosseto, Siena e Viterbo).

L’Amiata è una montagna, d’inverno si scia; è una zona famosa per le sue acque fin dai tempi degli Etruschi; Etruschi che vi hanno lasciato, con i Romani, reperti archeologici preziosi. È meta turistica amata da molti, perché – oltre ad essere una terra di bellezza straordinaria, anche per il suo carattere un po’ “selvaggio”, a differenza della vicina Siena, tutta curata e laccata che pare la Svizzera (un po’ di sano campanilismo, suvvia!) – è anche vicinissima a località turistiche famose e ricercate in tutto il mondo: la già citata Siena, e l’ancora più vicina Montalcino con la sua Val d’Orcia, che è a meno di un’ora di macchina; Firenze e il Chianti, a meno di due ore di macchina; il lago di Bolsena, nel viterbese; Roma, che è a meno di 3 ore di macchina. In un’ora o poco più si arriva al mare, in zone come Talamone, il Parco dell’Uccellina, Punta Ala, e via discorrendo.

L’Amiata è terra di qualità agroalimentare: l’oliva seggianese e il suo dop; il vino Montecucco e il suo doc; la castagna dell’Amiata e il suo IGP; solo per dirne alcune, ben lontani da qualsiasi completezza. L’Amiata è anche confine diretto con la Val d’Orcia, la terra di Montalcino e del Brunello (c’è bisogno di spiegazioni?).

Bene, proprio qui, tra la Val d’Orcia e il Monte Amiata, è stata presentato il primo Progetto di centrale geotermica (il progetto si chiama “Montenero”, dal nome del paese vicino al quale dovrebbe sorgere questa centrale. Il nome completo del paese è, Montenero d’Orcia, tanto per capire di cosa stiamo parlando) di un’azienda facente parte la Rete geotermica (di cui sopra): la Gesto Italia srl (società a socio unico, capitale sociale 10.000€) ha presentato un progetto per la costruzione di una centrale geotermica da 5 MGW (una bellezza alta 11m, larga 84, lunga oltre 110) da farsi tra le olive dop, i vigneti doc e le castagne igp.

La cosa ha scatenato la reazione di tutta le popolazioni locali: cittadini, aziende, associazioni di categoria, intellettuali e – almeno all’apparenza – anche tutte le amministrazioni locali (attenzione: il progetto di cui stiamo parlando, quello generale della Rete geotermica, ha come sponsor principale la Regione Toscana, governata dal Pd; tutte le amministrazioni locali di cui stiamo parlando, dalla Provincia a l’ultimo dei comuni, sono pure loro governate dal Pd. De Benedetti, il Sig. Sorgenia è – come dicevo sopra – il famoso “Sig. tessera del Pd n. 1”; storico Presidente di Legambiente, Ermete Realacci, è Presidente della Commissione ambiente del Parlamente, Pd. Tanto per non fare confusione) hanno urlato NO a questo progetto, e ormai ogni comune ha il suo comitato contro questo mostro che vogliono costruire nel bel mezzo dello splendore descritto sopra. I più attivi, ad ora, sono:

Altri ne stanno nascendo in tutti i paesi della zona.

Quindi, ricapitoliamo:

sul manifesto di oggi il Sig. Cogliati Dezza attacca la sentenza che assolve Montedison dal disastro ambientale di Bussi (Abruzzo). Lo fa dall’alto del suo essere Presidente di Legambiente. Peccato che Legambiente è:

  • parner di Sorgenia;
  • Sorgenia (della CIR di Debenedetti, tessera Pd n. 1) possiede il 39% della centrale elettrica di Vado Ligure, chiusa perché “i fumi della centrale hanno causato 442 morti tra il 2000 e il 2007”;
  • Sorgenia fa parte della “Rete geotermica” che vuole fare 20 – 30 centrali geotermiche in Toscana, Umbria e altrove (sollevando la rivolta popolare, la prima delle quali
  • la centrale “Montenero”, tra la Val d’Orcia e l’Amiata, in provincia di Grosseto, patria di Legambiente, tanto per “quadrare il cerchio.

A questo punto, come dicono giustamente gli amici di “difensori della Toscana“:

Non aspettiamoci di essere aiutati da Legambiente nella nostra battaglia contro le trivellazioni e gli scempi provocati dalla geotermia, non ci aiuteranno mai.
Informiamoci meglio e impariamo a distinguere chi veramente difende l’ambiente.

Sarebbe bene che anche il manifesto iniziasse a selezionare meglio i propri “amici”, se non vuole continuare a perdere per strada non solo i lettori, ma anche quel po’ di rispetto che gli è rimasto.




David Graeber e il Progetto democrazia

Immagine di David Graeber
David Graeber

Ho comprato oggi l’ultimo libro pubblicato in italiano di David Graeber, antropologo americano anarchico. Attivista del movimento Occupy Wall Street, ha pubblicato parecchi libri, molti dei quali tradotti anche in italiano.

È un autore che apprezzo molto, sia per il suo essere anarchico, sia per il suo essere non solo uno studioso ma anche un attivista a tempo pieno, ma anche perché – non ultimo – cerca di portare il pensiero anarchico e radicale in generale nel XXI secolo.

Il libro in questione, Progetto democrazia. Un’idea, una crisi, un movimento, edito dai tipi de Il Saggiatore, cerca di analizzare la categoria – scontata ma poco conosciuta, e soprattutto poco applicata – di democrazia.

Un libro interessantissimo, di cui mi permetto di incollare sotto la molto interessante introduzione e che vi consiglio di leggere quanto prima. E di metterlo in pratica! 🙂

Il 26 aprile 2012, una trentina di attivisti di Occupy Wall Street (Ows) si sono radunati sui gradini della Federal Hall di New York, di fronte alla Borsa. Io ero con loro.

Da oltre un mese stavamo cercando di ricreare un avamposto a Lower Manhattan per rimpiazzare il presidio di Zuccotti Park da cui eravamo stati sfrattati sei mesi prima. Sebbene non fossimo in grado di creare un nuovo presidio, speravamo almeno di trovare un posto dove poter tenere assemblee regolari, e allestire biblioteca e cucine. Il grande vantaggio di Zuccotti Park era il fatto di essere un luogo dove chiunque fosse interessato sapeva dove trovarci per essere aggiornato sulle azioni in programma o semplicemente per parlare di politica; adesso, la mancanza di un punto di ritrovo causava un’infinità di problemi. Tuttavia, le autorità cittadine avevano deciso che non avremmo mai avuto un altro Zuccotti Park: appena noi trovavamo un angolo dove avviare legalmente l’attività, loro cambiavano le leggi per farci sgomberare, ogni volta. Quando abbiamo provato a stabilirci in Union Square, le autorità cittadine hanno modificato i regolamenti del parco. Quando un gruppo di occupanti ha iniziato a dormire sui marciapiedi di Wall Street, confidando in una delibera che riconosceva esplicitamente il diritto dei cittadini di dormire nelle strade di New York come forma di protesta politica, le autorità hanno stabilito che quell’area di Lower Manhattan era una «zona speciale» non vincolata da quella legge.

Alla fine ci siamo sistemati sui gradini della Federal Hall, un’ampia scalinata di marmo che conduce alla statua di George Washington posta a guardia dell’edificio nel quale 223 anni prima era stato firmata la Bill of Rights (la Carta dei diritti). Quegli scalini non rientravano nella giurisdizione cittadina, ma erano territorio federale amministrato dal National Park Service (il Servizio dei parchi nazionali), e, forse consapevoli che l’intera zona era considerata un monumento alle libertà civili, i funzionari della U.S. Park Police (la Polizia dei parchi) ci avevano concesso di occuparli, a patto che nessuno vi dormisse la notte. I gradini erano sufficientemente ampi da poter ospitare agevolmente circa duecento persone, più o meno il numero degli occupanti che si erano presentati all’inizio. Tuttavia, non ci è voluto molto perché le autorità cittadine convincessero gli agenti dei Parchi a cedere di fatto la giurisdizione: avevano piazzato transenne d’acciaio intorno al perimetro e ne avevano collocate altre a dividere i gradini in due parti distinte, presto ribattezzate da noi «gabbie della libertà». All’ingresso è stata posizionata una squadra della Swat, mentre un capitano di polizia in camicia bianca controllava accuratamente chiunque cercasse di entrare, informandolo che, per ragioni di sicurezza, alle gabbie non potevano accedere più di venti persone alla volta. Nonostante ciò, alcuni attivisti hanno perseverato, rimanendo sul posto a turno ventiquattrore su ventiquattro, organizzando teach-in di giorno, dando vita a dibattiti improvvisati con gli annoiati trader di Wall Street in pausa caffè e, di notte, facendo la guardia sui gradini di marmo. Quasi subito sono stati banditi i cartelli grandi; poi qualunque cosa fatta di cartone. Dopodiché sono iniziati gli arresti di persone scelte a caso. Il comandante della polizia voleva farci capire chiaramente che, anche se non poteva arrestarci tutti, poteva in ogni caso imprigionare chi volesse, per qualunque motivo, in ogni momento. Proprio quel giorno avevo visto un attivista ammanettato e portato via per «disturbo alla quiete pubblica» perché ripeteva i nostri slogan e un altro, un veterano della guerra in Iraq, incriminato per atti osceni in luogo pubblico: aveva detto parolacce mentre teneva un discorso. Forse è accaduto perché avevamo pubblicizzato l’evento come un «dibattito aperto». Sembrava che l’ufficiale al comando volesse chiarire un concetto: persino nel luogo in cui era nato il Primo emendamento, aveva comunque il potere di arrestarci solo per aver tenuto un discorso politico.

La protesta era stata organizzata da un mio amico, Lopi, celebre perché partecipa alle manifestazioni a bordo di un triciclo gigante con un cartello colorato che porta la scritta jubilee!. Lopi aveva pubblicizzato l’evento chiamandolo «Dibattito sulle ingiustizie di Wall Street: assemblea pacifica sui gradini del Federal Hall Memorial Building, casa natale della Bill of Rights, oggi blindato dall’esercito dell’1%». Io non sono mai stato un grande agitatore. Per tutto il periodo in cui ho preso parte a Occupy, non ho mai tenuto un discorso, desideravo presenziare perlopiù in qualità di testimone, per fornire un sostegno morale e organizzativo. Durante la prima mezz’ora della protesta, mentre, uno dopo l’altro, gli occupanti si radunavano a ridosso delle transenne di fronte a una manciata di videocamere improvvisamente comparse sul marciapiede, per parlare di guerra, devastazioni ecologiche e corruzione del governo, io me ne sono rimasto ai margini, a parlare con i poliziotti.

«E così fai parte di un squadra Swat» ho detto a un ragazzo dall’espressione torva di guardia all’ingresso alle gabbie con un grosso fucile d’assalto. «Scusa, ma che cosa significa esattamente Swat? “Special Weapons”…»

«… and Tactics» mi ha risposto rapido, prima che riuscissi ad articolare il nome originario di quella unità, ovvero «Special Weapons Assault Team» (Squadra d’assalto dotata di armi speciali).

«Capisco, ma mi chiedo: che tipo di armi speciali ritiene necessarie il vostro comandante per gestire trenta cittadini disarmati pacificamente radunati sui gradini di un edificio federale?»

«È una misura precauzionale» mi ha risposto, un po’ a disagio.

Avevo già declinato due inviti a prendere la parola, ma Lopi continuava a insistere, perciò alla fine mi sono reso conto che avrei fatto meglio a dire qualcosa, anche poche parole. Così ho preso posto di fronte alle telecamere, ho guardato George Washington che teneva lo sguardo fisso sul cielo sopra la Borsa di New York e ho improvvisato.

«Mi colpisce essere riuniti proprio qui, oggi, sui gradini dell’edificio in cui è stato firmata la Bill of Rights. È strano: la maggior parte degli americani crede di vivere in un paese libero, di far parte della più grande democrazia del mondo. È convinta che siano i nostri diritti e le nostre libertà costituzionali, stabiliti dai Padri fondatori, a definirci come nazione, a renderci ciò che siamo veramente… persino a darci il diritto di invadere altri paesi più o meno a nostro piacimento, a sentire i nostri politici. Ma in realtà, sapete, gli uomini che hanno scritto la Costituzione non volevano affatto che vi fosse una Bill of Rights. Ecco perché è composto da emendamenti: non erano compresi nel documento originale. L’unica ragione per cui tutte quelle frasi roboanti sulla libertà di parola e sulla libertà di assemblea sono finite nella Costituzione è che ci sono stati antifederalisti come George Mason e Patrick Henry che, di fronte all’ultima bozza, si sono indignati al punto di mobilitarsi contro la sua ratifica, a meno che il testo non venisse cambiato… cambiato in modo da comprendere, tra le altre cose, il diritto di partecipare a mobilitazioni esattamente come la nostra. Ciò terrorizzò i federalisti, dato che, tanto per cominciare, un motivo che li aveva spinti a indire la Convenzione di Filadelfia era stato il desiderio di prevenire il rischio, da loro avvertito, che nascessero movimenti popolari ancor più radicali di quelli che da tempo richiedevano la democratizzazione della finanza e persino la cancellazione del debito. Le assemblee pubbliche di massa e l’esplosione del dibattito a cui avevano assistito durante la rivoluzione era l’ultima cosa che volevano. Fu per questo che alla fine James Madison stilò un elenco di oltre duecento proposte e le utilizzò per scrivere il testo di quello che noi chiamiamo Bill of Rights.

«Il potere non cede mai qualcosa spontaneamente. Se oggi abbiamo libertà, non lo dobbiamo alle concessioni dei saggi Padri fondatori. Perché ci fossero riconosciute quelle libertà, ci sono volute persone come noi che hanno continuato a esercitarle, facendo esattamente quello che stiamo facendo qui.

«La Dichiarazione di indipendenza o la Costituzione non dicono da nessuna parte che l’America è una democrazia. E c’è un motivo. Uomini come George Washington si opposero apertamente alla democrazia, cosa che rende strano trovarci sotto la sua statua, oggi. E lo stesso dicasi per Madison, Hamilton, Adams… Scrissero esplicitamente che stavano cercando di costruire un sistema che potesse annullare e tenere sotto controllo i pericoli della democrazia, anche se erano state le persone che volevano la democrazia a fare la rivoluzione che, tanto per cominciare, li aveva portati al potere. Oggi la maggior parte di noi è qui perché ritiene ancora di non vivere in un sistema democratico, in nessuna delle accezioni pregnanti del termine. Voglio dire, guardatevi intorno. Quella squadra della Swat laggiù dice tutto quello che avete bisogno di sapere. Il nostro governo è diventato poco più di un sistema di corruzione istituzionalizzata e si rischia di essere trascinati in prigione solo per averlo detto. Forse oggi, nella maggior parte dei casi, ci possono tenere dentro solo per un giorno o due alla volta, ma state certi che stanno facendo del loro meglio per cambiare questa regola. In ogni caso, se non pensassero che abbiamo ragione, non ci arresterebbero di certo. Non c’è niente che spaventi di più i governanti americani della prospettiva che prorompa la democrazia. Che ci sia davvero questa prospettiva e che possano esistere gli eredi di coloro che scesero in strada per pretendere una Bill of Rights; be’, dipende solo da noi.»

Prima che Lopi mi spingesse sul palco non avevo davvero pensato a Occupy Wall Street come a un movimento radicato in qualche grande tradizione della storia degli Stati Uniti. Ero più interessato a rintracciare le sue radici nell’anarchismo, nel femminismo o persino nel Global Justice Movement. Ma, con il senno di poi, penso che quello che ho detto fosse vero. C’è qualcosa di stranamente incoerente nel modo in cui negli Stati Uniti ci insegnano a pensare alla democrazia. Da un lato, ci viene costantemente ripetuto che democrazia significa solo eleggere i politici che ci governano, dall’altro sappiamo bene che tanti americani amano la democrazia, odiano i politici e sono scettici nei confronti dell’idea stessa di un governo centrale. Come possono queste cose essere tutte vere contemporaneamente? Quando gli americani sposano la democrazia pensano a qualcosa di molto più ampio e profondo della mera partecipazione alle elezioni (anche se comunque metà di loro non si fa problemi a disertarle); deve essere una specie di combinazione tra l’ideale di libertà individuale e la convinzione, finora irrealizzata, che essere liberi significa potersi mettere a un tavolo da adulti assennati e gestire i propri affari da sé. Se così fosse, non sorprende certo che coloro che attualmente governano l’America temano tanto i movimenti democratici: portata alle sue estreme conclusioni, la spinta democratica può solo finire col renderli totalmente inutili.

Qualcuno potrebbe obiettare che, anche se ciò fosse vero, molti americani sarebbero senz’altro recalcitranti di fronte alla semplice idea di portare fino in fondo la spinta democratica. E non avrebbero torto. La maggioranza degli americani non è anarchica. Per quanto le persone possano dichiarare di non approvare il governo o in molti casi l’idea stessa di stato, sarebbero davvero pochi quelli che ne sosterrebbero lo smantellamento, soprattutto perché non saprebbero come rimpiazzarlo. La verità è che, sin dalla tenera età, gli americani si sono abituati ad avere orizzonti politici estremamente limitati e una percezione molto ristretta delle possibilità umane. Per molti di loro, la democrazia è sostanzialmente un ideale astratto, non qualcosa che abbiano mai esercitato o di cui abbiano fatto esperienza. Ecco perché così tante persone, quando hanno iniziato a partecipare alle Assemblee Generali e alle altre forme di attività decisionali «orizzontali» di Occupy, hanno avuto la sensazione che si fosse trasformato radicalmente ciò che ritenevano possibile in politica. E io mi ero sentito esattamente come loro nel 2000, quando per la prima volta a New York avevo preso parte al Direct Action Network, la confederazione di gruppi anarchici nata nel 1999 per protestare contro il Wto a Seattle.

Quindi, questo libro non tratta soltanto di Occupy, ma anche della possibilità di realizzare una democrazia in America. Ancora meglio, è un libro sullo sviluppo dell’immaginazione rivoluzionaria innescato da Occupy.

Basterebbe paragonare l’euforia diffusa che ha salutato i primissimi mesi di vita del movimento con l’atmosfera che si è creata durante le elezioni presidenziali un anno dopo. Nell’autunno 2012 si sono visti scendere in campo due candidati: il presidente in carica da cui i sostenitori del Partito democratico si sentivano completamente traditi e un rivale imposto dal mero potere dei soldi ai sostenitori repubblicani, che avevano fatto chiaramente capire che avrebbero preferito più o meno chiunque altro. I due candidati hanno poi speso gran parte delle loro energie a corteggiare miliardari, come si è potuto verificare sulle tv. Gli elettori sapevano benissimo che, se non facevano parte di quel 25% circa di americani che vivono nei swing states (o «stati in bilico», che oscillano tra democratici o repubblicani) i loro voti non avrebbero fatto la minima differenza. E anche nel caso di coloro i cui voti invece contavano, si dava per scontato che la loro scelta cadesse su una fazione che comunque avrebbe dovuto procedere al taglio delle pensioni, dell’assicurazione sanitaria Medicare e delle indennità della Social Security, dal momento che erano in vista sacrifici e la legge del potere è che non si prenda neppure in considerazione che i sacrifici possano essere sostenuti dai ricchi.

In un articolo apparso su Esquire nell’ottobre 2012, Charles Pierce ha sottolineato che le apparizioni televisive degli opinionisti, in questa tornata elettorale, spesso sono parse poco più che celebrazioni sadomasochistiche dell’impotenza popolare, simili a quei reality in cui ci piace vedere i prepotenti che tiranneggiano i propri accoliti:

Abbiamo permesso a noi stessi di impantanarci nelle consuetudini dell’oligarchia, come se non fosse possibile nessun altro tipo di politica, persino in una repubblica che si presume si autogoverni, e la rassegnazione è una delle consuetudini più ovvie. Ci siamo abituati a essere usati dai politici, invece di insistere per avere noi il comando su loro. Le star televisive ci dicono che i leader politici hanno intenzione di firmare i tagli previsti nel Grande patto (bozza di accordo tra Obama e i leader del Congresso sulla riduzione della spesa e del debito pubblico) e che poi «noi» li applaudiremo per aver fatto le «scelte difficili» per nostro conto. È così che si inculcano le consuetudini dell’oligarchia in una collettività politica. Primo, distogliendo le persone dall’idea che il governo sia l’espressione ultima di quella collettività, poi eliminando o indebolendo ogni centro di potere che sia indipendente dall’influenza asfissiante dell’oligarchia, come per esempio le organizzazioni sindacali, e infine facendo capire chiaramente chi è che comanda: il capo sono io, fatevene una ragione.

Questo è esattamente il tipo di politica che rimane quando sfuma il concetto stesso della possibilità della democrazia, ma si tratta di un fenomeno passeggero. Faremmo bene a ricordare che gli stessi identici discorsi si sono tenuti nell’estate del 2011, quando la classe politica non parlava che di crisi e «tetto del debito», e del «Grande patto» (che consisteva nell’apportare ulteriori tagli a Medicare e alla Social Security) che ne sarebbe inevitabilmente conseguito. Poi, a settembre, è arrivato Occupy con centinaia di forum politici autentici in cui ogni americano ha potuto parlare dei suoi problemi e delle sue preoccupazioni reali… e tutto quel discorso è andato a gambe all’aria, e non perché gli occupanti abbiano presentato ai politici richieste e proposte specifiche, ma perché i membri del movimento avevano provocato una crisi di legittimità all’interno del sistema fornendo un assaggio di come avrebbe potuto essere una vera democrazia.

Naturalmente, quegli stessi opinionisti hanno dichiarato che Occupy era morto a partire dagli sgomberi del novembre 2011. Quello che non hanno capito è che quando gli orizzonti politici delle persone si allargano, il cambiamento diventa permanente. Adesso centinaia di migliaia di americani (e non solo di americani, ovviamente, ma anche di greci, spagnoli e tunisini) hanno fatto un’esperienza diretta di autorganizzazione, azione collettiva e solidarietà. Per loro è praticamente impossibile tornare alla vita di prima e vedere le cose nello stesso modo. Mentre le élite finanziarie e politiche del mondo scivolano alla cieca verso la prossima crisi di proporzioni simili a quella del 2008, noi continuiamo a portare avanti l’occupazione (temporanea o permanente) di edifici, fabbriche, case pignorate e uffici, a organizzare scioperi di massa degli affittuari, seminari e assemblee dei debitori, e così facendo poniamo le basi di una cultura autenticamente democratica, nonché di competenze, consuetudini ed esperienze che faranno nascere un concetto totalmente nuovo di politica. Contestualmente si è verificata anche la rinascita dell’immaginazione rivoluzionaria che il buonsenso convenzionale aveva da tempo dichiarato morta.

Tutte le persone coinvolte ammettono che creare una cultura democratica richiede necessariamente un orizzonte temporale lungo: dopotutto stiamo parlando di una profonda trasformazione morale. Ma siamo anche consapevoli che tali cose sono già accadute in passato. Negli Stati Uniti si sono avuti movimenti sociali che hanno generato profondi cambiamenti morali – i primi che vengono alla mente sono l’abolizionismo e il femminismo – ma i tempi sono stati lunghi. Al pari di Occupy, anche questi movimenti hanno agito in gran parte al di fuori del sistema politico convenzionale, utilizzando la disobbedienza civile e l’azione diretta, senza pensare di raggiungere gli obiettivi in un solo anno. Ovviamente, ci sono stati tantissimi altri movimenti che hanno cercato di dare il via a trasformazioni etiche altrettanto profonde e che hanno fallito. Eppure, vi sono ottime ragioni per credere che nella natura stessa della società americana stiano avvenendo svolte fondamentali – le stesse che hanno permesso a Occupy di decollare così in fretta – che fanno ben sperare in una rinascita del progetto democratico sul lungo periodo.

La tesi sociale che sosterrò è piuttosto semplice. Quella che viene chiamata la Grande Recessione ha semplicemente accelerato una profonda trasformazione delle classi sociali americane in corso da decenni. Considerate queste due statistiche: mentre scrivo, un americano su sette è perseguitato da un’agenzia di recupero crediti; intanto, un recente sondaggio ha rivelato che per la prima volta solo una minoranza di americani (il 45%) si definisce «membro della classe media». È difficile credere che questi due fatti non siano collegati. Ultimamente abbiamo assistito a numerosi dibattiti sull’erosione della classe media americana, che però in genere tralasciano il fatto che negli Stati Uniti la «classe media» non è mai stata in primis una categoria economica. È sempre stata associata alla stabilità e sicurezza che deriva dal poter dare per scontato che, indipendentemente da ciò che pensiamo dei politici, le istituzioni della nostra quotidianità, come la polizia, il sistema scolastico, gli ospedali e le cliniche e persino gli istituti di credito sono di fatto dalla nostra parte. Se è così, è difficile credere che chi si vede pignorare la casa da «funzionari seriali» (robo-signers)2 possa sentirsi un membro della classe media; e questo è vero a prescindere dallo scaglione di reddito o dal grado di istruzione raggiunto.

La sensazione sempre più forte che le strutture istituzionali che circondano gli americani in realtà non siano lì per aiutarli (anzi, che siano addirittura oscure forze nemiche) è una diretta conseguenza della finanziarizzazione del capitalismo. Ora, questa potrebbe sembrare un’affermazione alquanto strana, perché siamo abituati a pensare alla finanza come a qualcosa di molto lontano da simili preoccupazioni quotidiane. Molte persone sanno benissimo che gran parte degli utili di Wall Street non deriva più dai frutti dell’industria o del commercio, ma dalla pura e semplice speculazione e dalla creazione di complicati strumenti finanziari. Tuttavia, la critica che in genere viene mossa è che si tratta semplicemente di speculazioni o di elaborati trucchetti che creano la ricchezza limitandosi a dire che esiste. In realtà, la finanziarizzazione implica la collusione tra governo e istituzioni finanziarie mirata a garantire che una percentuale sempre maggiore di cittadini finisca sempre più indebitata. Ciò si verifica a ogni livello. In professioni quali quelle farmaceutiche e infermieristiche vengono introdotte, tra i requisiti, nuove qualifiche accademiche che costringono chiunque voglia lavorare in quei settori a sottoscrivere prestiti studenteschi finanziati dal governo, facendo sì che una parte significativa dei loro stipendi futuri finisca direttamente alle banche. La collusione tra i consulenti finanziari di Wall Street e le forze politiche locali ha portato sull’orlo della bancarotta le amministrazioni comunali, dopodiché la polizia locale riceve l’ordine di applicare in modo sempre più restrittivo i regolamenti relativi a giardini, rifiuti e manutenzione a scapito dei proprietari di case, in modo che il flusso di cassa che deriva dalle multe vada ad aumentare le entrate necessarie per ripagare le banche. In ogni caso, una percentuale degli utili che ne derivano viene nuovamente riversata sui politici attraverso lobbisti e lobby ufficiali di Washington. Se quasi tutte le funzioni del governo locale diventano meccanismi di prelievo finanziario e il governo federale dichiara di considerare come scopo fondamentale mantenere alte le quotazioni azionarie e far sì che un flusso costante di denaro vada a chi possiede strumenti finanziari (per non parlare del fatto di garantire che i principali istituti finanziari non possano mai fallire, indipendentemente da quello che fanno), si fa sempre meno chiara la distinzione tra potere finanziario e potere dello stato.

Ovviamente, questo è proprio ciò che volevamo denunciare quando abbiamo coniato lo slogan «Siamo il 99%». In questo modo, abbiamo fatto una cosa senza precedenti. Siamo riusciti a riportare al centro del dibattito politico americano non solo il tema della classe sociale, ma anche quello del potere di classe. Credo che sia stato possibile solo grazie ai cambiamenti graduali che si sono verificati nella natura del sistema economico (a Occupy Wall Street lo chiamiamo sempre più spesso «capitalismo mafioso») e che rendono impossibile immaginare che il governo americano possa avere qualcosa a che fare con il volere del popolo o persino con il consenso popolare. Di questi tempi, qualunque risveglio della spinta democratica può essere solo un impulso rivoluzionario.




La fine della democrazia: un esempio pratico

Sabato scorso si è tenuta a Roma una grande manifestazione – pare partecipata da 100.000 persone – dei movimenti extraparlamentari italiani, che sono scesi in piazza per protestare contro le politiche sociali ed economiche del governo italiano.

Come sempre accade in questi casi, almeno dal 2001 in poi, sulla stampa nazionale – con rarissime ed ininfluenti eccezioni – si è scatenata il solito bailamme atto a costruire un clima di panico sociale: quindi “arrivano i “black bloc”, i “giovani violenti”, “Attila”, “gli Unni”, “il sacco di Roma” e via discorrendo.
Un clima, però, che non ha senso se, a livello istituzionale, non si agisce di conseguenza. Ecco, perciò, che a Roma vengono piazzati 1000 uomini e donne delle forze dell’ordine e si predispongono posti di blocco – veri e propri check pointtutt’intorno alla città, sul modello della Val Susa, con una vera e propria militarizzazione.

Una militarizzazione ed un clima che si concretizza nei giorni precedenti al manifestazione:

venerdì 18, mentre per le strade della città si svolge il pacifico corteo dei sindacati di base,  un gruppo di giovani attivisti romani volantina nel mercato che si svolge al Pigneto, popolare quartiere romano. Arrivano i polizia e carabinieri che, senza alcun motivo, caricano i presenti, attivisti, commercianti e clienti del mercato.

Vedi http://radio.rcdc.it/archives/polizia-e-carabinieri-al-mercato-del-pigneto-126357/ per la cronaca di questa assurda mattinata.

Si arriva a sabato con, come si diceva prima, la città militarizzata e circondata dai check point. Ecco il racconto di quel che è successo ad un gruppo di attivisti fiorentini:

In uno dei tanti controlli viene fermata una macchina con a bordo cinque persone provenienti da Firenze. La pattuglia della stradale spiega che devono controllare “per ordini dall’alto” i loro nomi e confrontarli con una specie di lista degli indesiderati compilata in base alle segnalazioni di tutte le questure d’Italia. Questi cinque malcapitati hanno il piacere e la sfortuna di essere attivi sia all’interno del Csa nEXt Emerson, sia nel Movimento di lotta per la casa di Firenze, e in generale di essere conosciuti nell’ambiente delle realtà autorganizzate cittadine. Sono così scortati presso un commissariato, nel quale verranno trattenuti fino a tarda notte. Per giustificare l’operazione vengono sequestrati i pochi oggetti nel bagagliaio, non associabili però ad alcun tipo di reato. Infine a beneficio dei media e delle statistiche ministeriali sugli interventi preventivi effettuati viene notificato a ciascuno un foglio di via per tre anni da Roma. Una di loro avrebbe anche dovuto essere nella capitale per lavoro il lunedì successivo, cosa che evidentemente non e’ potuta accadere.

Quindi, per sintetizzare, è stato impedito a cinque cittadini italiani di manifestare il proprio pensiero – attività che, fino a prova contraria – è tutelata espressamente dalla Costituzione italiana, NON perché hanno fatto qualcosa, ma perché un funzionario di polizia – NON un magistrato – ha deciso, autonomamente, che loro, in base alla loro storia politica – NON giudiziaria – potevano IN TEORIA essere un pericolo per l’ordine pubblico. Quindi NON solo li ha allontanati, ma gli ha pure vietato di tornare a Roma per i successivi 3 anni. La stessa cosa è successo a dei giovani attivisti napoletani e ad un gruppo di attivisti francesi.

Come è stata passata la cosa dai media nazionali?

  • Corteo degli antagonisti, fermati ed espulsi cinque black bloc francesi, Corriere della Sera;
  • Cortei Roma, è allarme: fermati 5 black bloc francesi, il Messaggero;
  • Roma, foglio di via a quattro anarchici trentini, l’Adige

E si potrebbe continuare a lungo. Ma ridiamo la parola agli attivisti, per le conclusioni:

Il foglio di via e’ una misura arbitraria che non richiede alcun processo, ma viene decisa da un semplice funzionario, senza aver commesso alcun tipo di reato: basta uno sguardo sbagliato, una parola di troppo, la frequentazione di ambienti non graditi alla questura. In questi casi si tratta di un vero e proprio daspo politico, neppure troppo diverso dall’accompagnamento al confino degli elementi scomodi tanto caro al ventennio.

Queste pesanti misure preventive si inseriscono all’interno di un clima di allarme e di intimidazione neppure troppo velata nei confronti dei manifestanti. Trovare gli autobus per Roma diviene cosi’ una sorta di via crucis, dal momento che le agenzie di noleggio erano state preventivamente “sconsigliate” dall’affittare mezzi per la trasferta. Alle uscite dell’autostrada gli autobus vengono fermati e perquisiti: l’arrivo al corteo e’ un percorso ad ostacoli

Il giochino ha funzionato fino ad un certo punto: in piazza sono comunque arrivate migliaia di persone, mandando nel pallone la comunicazione mainstream, che pur di inventarsi scontri e problemi di ordine pubblico sono arrivati ad inventarsi cose MAI successe.

Ma alle persone cosa è arrivato? A chi a Roma non c’era, che informazione è arrivata? Cosa sappiamo, noi che non eravamo a Roma, di quello che è successo?

Mi chiedo, non retoricamente: ma siamo sicuri che questa in cui viviamo possa sinceramente chiamarsi Democrazia?




La democrazia in Italia: la storia di Francesco Mastrogiovanni

Immagine di Franco Mastrogiovanni
Franco Mastrogiovanni

Oggi su “il manifesto” vengono pubblicate le motivazioni della sentenza con la quale il 29 ottobre scorso sono stati condannati sei medici del reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca e assolti 12 infermieri.

E’ una storia allucinante, in cui una persona viene torturata a morte in un ospedale pubblico. Qui di seguito l’articolo, pubblicato da Giuseppe Galzerano a pagina 6 del quotidiano comunista.

Centottantatre pagine di argomentazioni serrate, che sferzano duramente i comportamenti dei sanitari e affrontano con chiarezza esemplare molti punti della tragica morte di Francesco Mastrogiovanni, il maestro anarchico morto quattro anni fa su un letto di contenzione dell’ospedale di Vallo della Lucania.

Sono le motivazioni della sentenza – scritta dalla presidente del Tribunale Elisabetta Garzo – con la quale il 29 ottobre scorso sono stati condannati sei medici del reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca e assolti 12 infermieri.

Il maestro elementare anarchico, trascinato con la forza in ospedale in seguito ad un Tso del tutto illegittimo, su ordine del dottor Rocco Barone viene legato ai polsi e alle caviglie, per essere sciolto solo sei ore dopo la morte. La disumana contenzione, mai annotata, gli causa ferite profonde fino a due cm. Trascorre così, implorando aiuto ed umanità, tra l’indifferenza dei medici e degli infermieri, 83 interminabili ore senza cibo né acqua. Finché una notte non arriva, pietosa, arriva «sorella» morte a porre fine alle terribili e inaudite sofferenze. Mastrogiovanni spira legato e in solitudine, impedito nei movimenti, lontano dalla famiglia, dagli amici e dai compagni.

La dottoressa Angela Anna Ruberto ha sostenuto che un’ora dopo «era tranquillo a letto, non aveva una reazione alla contenzione», ma «russava e respirava regolarmente». Questa «cura» particolare riservata a Mastrogiovanni non è accaduta nel Medioevo, né in una caverna della preistoria, ma nell’anno del signore 2009 in un ospedale pubblico, «luogo nel quale, più d’ogni altro – sottolinea il giudice – dovrebbe essere garantito il diritto alla salute». Invece l’«abitudine sconsiderata» della contenzione, che il giudice qualifica «illecita, impropria e antigiuridica», è pratica quotidiana, come risulta dalle testimonianze e addirittura dagli stessi medici, ammessa finanche dal direttore sanitario, dottor Pantaleo Palladino (che nel frattempo è rimasto al suo posto), destinatario di un passaggio della sentenze: «Un’equazione assolutamente surreale, destituita di qualsiasi fondamento sia sul piano medico-scientifico che su quello giuridico, in quanto l’attuazione del Tso in nessun modo autorizza automaticamente l’attuazione di pratiche di coercizione quali appunto la contenzione meccanica». Nessuna norma – sentenzia il giudice – consiglia o prescrive la contenzione e il Tso non comporta assolutamente la perdita dei diritti e della dignità del paziente. Il giudice ribadisce: il provvedimento del Tso «non è fonte di diritti in capo al medico, è semmai impositivo di doveri» e il medico è sempre vincolato al rispetto dei diritti fondamentali della persona umana.

Il video

Tutta la contenzione di Mastrogiovanni è stata ripresa da un video agghiacciante, che documenta minuto per minuto l’interminabile e terribile tortura subita. Un video che non hanno fatto in tempo a distruggere e li ha inchiodati alle loro responsabilità. Nella storia giudiziaria dell’Italia è il primo caso che viene sorretto da una straordinaria e inoppugnabile documentazione filmata. Le immagini crude e veritiere costituiscono il «compendio accusatorio più significativo», evidenziano che «fu contenuto per tutto il periodo del suo ricovero senza manifestare alcun sintomo di violenza né verso sé stesso, né nei confronti dei sanitari e degli altri ammalati, né di aggressività verbale; inoltre rimase senza mangiare e bere e non fu mai liberato dalle fascette impiegate», tranne una sola volta per pochissimi minuti.

Il giudice spesso ritorna sulla assoluta e documentata tranquillità del paziente, invece descritto dai suoi torturatori come persona aggressiva e violenta. Il dottor Raffaele Basso ha riferito di aver ordinato la contenzione per il prelievo delle urine richiesto dai carabinieri di Pollica al fine di verificare se avesse guidato sotto l’effetto di sostanze stupefacenti: «Ciò in quanto il paziente si dimenava, così mostrando il suo dissenso all’espletamento dell’indagine clinica da effettuarsi mediante l’applicazione di un catetere urinario, richiesta dalle forze dell’ordine e, quindi, al di là di qualsiasi contesto terapeutico». Il risultato è negativo. Il giudice paragona «il sacrificio della libertà personale» e l’esigenza investigativa, rilevando «come una simile esigenza non trovi alcuna tutela da parte dell’ordinamento, anzi il prelievo passa sempre attraverso il consenso del soggetto sottoposto», tanto che la normativa per gli alcool-test prevede che «il soggetto attenzionato può sottrarsi all’esame, e a fronte di un simile rifiuto il legislatore, invece di consentire alle forze di polizia di procedere coattivamente, prevede una specifica ipotesi di reato», facendo presente che quel risultato «si sarebbe potuto ottenere in migliaia di altri modi», senza passare per il letto di contenzione. Ma, «volendo anche ammettere che il sanitario, in quello specifico frangente, per la concitazione, versasse in errore incolpevole sull’elemento in esame, l’assunto difensivo sembra arrestarsi bruscamente innanzi al requisito dell’attualità del pericolo». Se è vero che Mastrogiovanni aveva opposto un rifiuto, «la necessità della contenzione non sarebbe dovuta durare che pochi istanti – appunto quelli necessari per approntare siringhe e provette». Invece va avanti per 83 ore e nessuno la annota sulla cartella clinica. Anzi il dottore Barone dice: «Lasciatelo così!».

La disperazione

È la contenzione a causare la morte. Le prime immagini «mostrano un uomo assolutamente tranquillo, intento a mangiare – da solo – un panino, e successivamente a riposare. Nulla di più incompatibile con il fantomatico stato di agitazione o la possibilità di recare danno a terzi. Al contrario, le immagini certificano che fu proprio la contenzione a far nascere e crescere in Mastrogiovanni il senso di disperazione e paura che lo portarono a più riprese a tentare di liberarsi dalle cinghie con cui era bloccato». Il maestro di Castelnuovo Cilento implora invano l’intervento del primario, dottor Michele Di Genio: «Si rivolge a lui in uno degli ultimi disperati tentativi di sfuggire alla barbarie» e si agita per sfuggire a quella che il giudice senza mezzi termini definisce «barbarie». Ma il medico, pur vedendo de visu le sofferenze e il malessere, «nella piena consapevolezza che quanto sta osservando si fonda su un illecito, non fa nulla e permette che Mastrogiovanni rimanga nelle disu mane condizioni in cui poi verrà trovato morto».

La giudice insiste sul fatto che il medico non solo è tenuto «a ricercare e a ricevere» il consenso, ma deve agire «sempre nel rispetto della dignità umana e della finalità terapeutica che l’arte medica persegue»: «Il paziente in Tso non diviene una res di cui il sanitario può disporre (non è, per l’appunto, oggetto di un diritto del medico), non subisce la sospensione dei diritti più intimi, connessi al suo permanere essere umano; né cessa di apparire destinatario di cure agli occhi degli esercenti la professione sanitaria».

E il consenso di Mastrogiovanni non c’è mai stato 

Familiari non avvisati

Di fronte al fatto che i familiari non solo non vengono avvisati, ma non gli è neanche permesso di visitare il congiunto, il giudice sottolinea: «Devono essere invece coinvolti nel processo decisionale, anche in considerazione del fatto che viene disposto un intervento sanitario non assistito da un valido consenso del paziente, perché incapace, per la situazione in cui versa, di prestarlo». La nipote non è neanche messa a conoscenza della contenzione. Aggiungiamo che nessun medico o dirigente dell’Asl ha mai telefonato alla famiglia per avvertirla della morte, e le scuse e le condoglianze più volte annunziate – anche all’indomani della sentenza – non sono mai arrivate.

Mastrogiovanni è stato accusato di essere violento, ma «nessun comportamento aggressivo trova riscontro nelle immagini del filmato» e «non si comprende – né gli imputati lo hanno spiegato – perché tale misura si sia protratta per tutta la durata della degenza sino al tragico epilogo della sua morte».

La contenzione – come mostra il video – non gli consente «alcun autonomo movimento, come piegare le gambe o sedersi sul letto, e mai fu scontenuto per essere sottoposto a toletta personale, anzi per tutta la durata del ricovero l’unica pulizia che gli fu praticata fu quella di cambiargli il pannolone». Nessuno dei dottori «si è mai interrogato sul perché il Mastrogiovanni fosse sottoposto a una contenzione così invasiva, né si è chiesto come mai della stessa non vi fosse traccia nella cartella clinica». Pertanto essa è stata «assolutamente ingiustificata e irrispettosa».

I medici sono stati condannati a pene variabili tra i 2 e i 4 anni. Gli infermieri invece assolti, poiché erano all’oscuro dell’illegittimità della contenzione, né potevano prendere l’iniziativa di scontenere il paziente, tenuto conto della totale impreparazione scientifica, non avendo mai seguito corsi di aggiornamento. Rimane il fatto che per quattro giorni hanno visto un uomo soffrire e implorare aiuto e sono rimasti indifferenti, non hanno fatto nulla per alleviare le sue sofferenze, anzi qualcuno è arrivato – come documenta il video – a buttargli un asciugamano in faccia e qualcun altro gli ha portato il vassoio con il cibo per poi riprenderlo tranquillamente senza che il paziente – legato mani e piedi – ne avesse potuto prendere una minima parte.




La pirateria non distrugge l’industria musicale. Lo dice la Comunità Europea

Immagine della Campagna contro la pirateria informatica
Campagna contro la pirateria informatica

Mi è arrivato, come sempre in ritardo, l’ultimo numero di Internazionale, come sempre molto interessante. Tra le tante cose, leggo un trafiletto nella sezione musica, a mio avviso fondamentale:

Uno studio dimostra che il download illegale non fa male all’industria musicale

Porca miseria, mi trovo immediatamente a commentare. Vediamo chi ha confermato per l’ennesima volta questa cosa che per noi “popolo della rete” è ovvia ormai da tanto tempo. La Comunità Europea. E già… L’articolo, infatti, parla di uno studio commissionato proprio dalla Comunità Europea e pubblicato il 18 marzo:

Digital Music Consumption on the Internet: Evidence from Clickstream Data

e pubblicato a cura dell’Institute for Prospective Technological Studies.

Cosa dice questo studio? Dice che

la ricerca dimo­stra che chi scarica musica il­ legalmente tende a comprarne anche molta per vie legali. Le persone che ascoltano musica in streaming, al contrario, poi ne comprano poca […]. Lo studio si basa su un campione di circa 16mila utenti di internet in diversi paesi: Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Spagna […]. “I dati raccolti dimostrano che, anche se i siti pirata fossero tutti vietati, la maggior parte dei loro utenti non avrebbe comunque acquista­to musica”, si legge nel rap­porto. “Per questo la pirate­ ria non dovrebbe essere con­ siderata una minaccia da parte dei titolari dei diritti d’autore”. Secondo gli autori, questi risultati sono in linea con le ricerche precedenti, che dimostravano l’impatto positivo del download illega­le sui negozi digitali. Ma al tempo stesso, sostengono Aguiar e Bertin, la pirateria in questi anni ha accelerato la crisi delle vendite dei sup­porti isici come cd e vinile.

Ah, qual’è la fonte di Internazionale? Nick Clayton, del  Wall Street Journal …




Cambiare si può

Immagine di un cartello con la scritta "Non delegare partecipa!"
Democrazia diretta

Vorrei proporre alcune riflessioni a “caldo” a proposito delle elezioni appena svoltesi.

1) la morte della Sinistra

 Ormai è chiaro, e direi pure definitivo, che la Sinistra – cioè quell’insieme di partiti e movimenti che fanno del momento elettorale, e quindi della democrazia rappresentativa, uno dei loro momenti fondamentali – è morta. Morta nel senso che non ha più un peso degno di questo nome nella società, che non rappresenta più nessuno se non se stessa, i propri dirigenti, i propri funzionari e i propri, ormai ridottissimi, militanti.

Quello che è rimasto è un agglomerato liberal-democratico, con una piccola e risicatissima rappresentanza social-democratica (e sono ottimista), la cui unica valenza di “sinistra” è legata all’elettorato anziano: moltissimi over 40 – ma sempre di più over 50 – elettori del Pd e di SEL sono ancora persone di sinistra – cioè persone con valori genuinamente democratici, progressisti, antirazzisti e, magari, anche se in modo confuso e moderato, antifascisti. Il Pd, perciò , mantiene, con molti malumori e tante prese di distanza, la categoria di “sinistra” al suo interno – così come l’alleanza con Vendola – per motivi squisitamente elettorali.

Come si sia giunti a questa situazione è un ragionamento che andrebbe sicuramente fatto, ma questa non è la sede ed io, sicuramente, non ho i mezzi per farlo da solo. Sicuramente non è cosa degli ultimi 20 anni, e si può risalire quanto meno alla fine degli anni ’70.

Uno dei fattori, però, che assolutamente va preso in considerazione, per capire questo processo di suicidio della Sinistra istituzionale, è quello di aver dismesso completamente la parte “sociale”, comunitaria, più popolarmente politica del proprio agire. E’ un processo che è iniziato molti decenni fa, nel Pci – con la burocratizzazione del partito, anzi, del Partito, diventato fine quando era nato come mezzo – ma con la “caduta del muro di Berlino” questo processo di americanizzazione ha preso una china definitiva, fino ad arrivare al referendum del ’93 sul maggioritario – proposto proprio dagli allora dirigenti del Pds – e alla folle teorizzazione del “partito leggero” di veltroniana memoria (con effetti, per la Sinistra, che sono sotto gli occhi di tutti). In questo processo si arriva alla personalizzazione della politica, con le coalizioni elettorali che prendono il nome dal “leader” – nonostante la nostra democrazia non sia presidenziale e che il Primo Ministro sia nominato dal Presidente della Repubblica – meccanismo in cui sono caduti tutti – da Ingroia a Vendola, in cui le idee, i progetti, le proposte politiche venivano messe in secondo piano rispetto ai capi, ai segretari, ai leader, appunto.

Con Ingroia si ha l’ultimo atto di questo suicidio: nasce il progetto “Cambiare si può” – che come già detto altrove parte comunque male, a mio avviso, visto che nasce come progetto elettorale, cosa che ne determina la fragilità e l’appetibilità partitica – che voleva essere qualcosa di diverso e di sinistra nell’agone politico italiano, ma non gliene si da il tempo, visto che appena cade il governo Monti viene cannibalizzato dagli zombie della diaspora rifondarola e arcobalenina, con un risultato che non poteva essere altro che il fallimento.

2) L’inizio della fine dei partiti

Se i dati non mi ingannano, con le elezioni di questo fine settimana oltre il 50% degli aventi diritto NON ha votato per coalizioni di partiti tradizionali. Infatti il 30% degli elettori non ha votato per nulla, e il 25% ha votato il Movimento 5stelle, di cui si può dire tutto il male possibile – e io lo faccio quotidianamente – ma non che sia, almeno ad ora, elemento di partitocrazia.

Quello scenario che si era già visto in Sicilia alle ultime elezioni regionali si è, di fatto, riproposto ora: la maggioranza assoluta degli italiani non si riconosce nei partiti tradizionali, non li vota e piuttosto se ne sta a casa. Di fronte a questa situazione se veramente fossimo in una democrazia questo sarebbe l’allarme, il tema principale dei prossimi giorni. Soprattutto da parte di quei partiti che, manco tanto piano piano, si stanno ritrovando con sempre meno terreno sotto i piedi. Scommettiamo che non se ne farà parola seriamente?

3) Cambiare si può

Quando hanno mollato il progetto “Cambiare si può”, ad inizio campagna elettorale, lessi un bel articolo di Gigi Sullo che diceva “ok, è andata così. Facciamo passare le elezioni, e poi torniamo a ragionare dal 27 di febbraio”.

Benissimo, le elezioni sono passate, la Sinistra è morta, gli altri non stanno tanto meglio, noi cittadini siamo sempre più nella merda. Vogliamo tornare a rimboccarci le maniche e a provare a raddrizzare qualcosa?

Per quel che mi riguarda bisogna tornare a “fare comunità”: attivare le tante energie che ci sono nei territori, provare a costruire soluzioni per le tante crisi che viviamo quotidianamente, partendo dalla solidarietà attiva, reciproca. La storia del movimento operaio e proletario italiano e ricco di insegnamenti, in questo senso: le società di muto soccorso, le cooperative di consumo, le leghe operaie e contadine di fine ‘800 sono lì ad insegnarci che, nonostante la durezza della vita, nonostante le difficoltà si può costruire l’alternativa assieme.

Costruire qui, oggi, quell’alternativa che gli altri ci hanno sempre proposto domani, forse. Un’alternativa fatta di democrazia diretta, di rispetto e cura delle differenze, di rispetto e cura dell’ambiente, di rispetto e cura delle persone, dove il vivere non sia visto come commercio, dove il diritto al benessere, alla salute ed alla felicità sia sempre più importante del profitto e del “mercato”. Dove costruire comunità solidali e quotidiane possa portare anche, se c’è la necessità, a partecipare alle elezioni locali, ma dove questa partecipazione sia UNA delle tante attività da svolgere, se si ritiene utile allo sviluppo del movimento, e non LA principale.

Se riusciamo ad iniziare un percorso del genere, a mio avviso c’è qualche possibilità di dire “cambiare si può”.




Non faccio parte della Vostra famiglia

immagine di ragazza guarda carabinieri
Non faccio parte della Sua famiglia

Sarà la campagna elettorale che mi mette di cattivo umore; o il lavoro, che ormai per arrivare ad uno stipendio da sopravvivenza ne devo mettere assieme 3 o 4 e alla fine della giornata sono a pezzi.

Quindi quando leggo certe cose, soprattutto da gente che, potenzialmente, avrebbe i mezzi per conoscerle in maniera approfondita, critica, aperta – tipo chi ha studiato la storia contemporanea per anni – ecco, in quei momenti mi sale, come dicono a Napoli, la cazzimma. Perché certe posizioni sono scelte politiche, sono scelte di parte. Una parte che non è la mia, nonostante tutte le chiacchiere, in cui la logica di fondo – anche tra chi si dice di “sinistra” – è altra rispetto alla mia, la logica delle classi dirigenti, delle avanguardie, di chi deve comandare e di chi deve obbedire.

Bene, allora come disse Lucio Castellano tanti anni fa, non faccio parte della Vostra famiglia.

Ciò che le preme soprattutto è ridurre il movimento di questi anni, nelle sue diverse forme d’espressione, a qualcosa che Lei possa comprendere con il suo linguaggio, cioè ad un complotto. E’ per questo che ci deve essere un «cervello centrale», un «governo ombra». Non solo; perché Lei possa «comprenderlo» a pieno, perché sia credibile ai suoi occhi, questo «governo» deve essersi formato nelle università, ruotare attorno ad alcuni docenti, essere una «classe dirigente» nel senso che Lei intende (…). Comprendere il terrorismo per Lei vuol dire costruirne un’immagine che sia il più possibile simile al mondo che conosce, fare una serie di potentati e correnti unite gerarchicamente e dirette dai «professori». Io so che in questo allargamento che c’è stato degli spazi di potere un gran numero di persone si agita in maniera disordinata, senza chiarezza d’idee e senza scopi unanimi, facendo le cose più diverse e, ogni tanto, la guerra, rimescolando ruoli e gerarchie consolidate, rischiando e pagando di persona nella libertà nuova che si sono conquistati. Lei è convinto che il mondo è fatto di padroni e servitori, e che questi ultimi raramente possono fare danni di rilievo: è convinto che la questione del potere stia sempre nei termini shakesperiani della guerra tra consanguinei. Queste cose di cui mi imputa fanno parte della Sua cultura, non della mia. Nego di aver costituito l”organizzazione di cui Lei parla non per paura di Lei, Dr. Gallucci, ma perché avrei paura di quella organizzazione. L’immagine che cerca di imporre di noi mi è odiosa. Non ci sbatte in galera come sovversivi o terroristi, ma «come dirigenti» di sovversivi e terroristi, con lo stesso ammiccamento complice e severo con cui accompagnerebbe suo figlio in collegio. Non faccio parte della Sua famiglia.

(Interrogatorio di Lucio Castellano avanti al Giudice Istruttore, 12 giugno 1979)

In Marcello Tarì, “Il ghiaccio era sottile. Per una storia dell’Autonomia”, 2011, Roma, DeriveApprodi, pag. 31




Resistenza e revisionismo storico: un esempio

Eugenio Maggi detto “Tebba”

Ogni tot esce sui “media” nazionali la questione del revisionismo storico, che non è, come dovrebbe essere, la capacità di reinterpretare la storia sulla base di nuove fonti e nuove ragioni, ma il tentativo di riscriverla sui bisogni dei nuovi potenti (o dei vecchi riciclati).

Il caso forse più famoso in Italia è quello di Giampaolo Pansa, giornaliste, ex partigiano, che col nuovo millennio fa il salto della quaglia e passa all’estrema destra dei negazionisti, più che dei revisionisti. Il suo libello più famoso è Il sangue dei vinti, pubblicato da Sperling e Kupfer nel 2003, che racconta degli anni subito successivi la Liberazione in cui molti ex-fascisti riciclati furono giustiziati da ex partigiani (e non solo). Vittime, secondo l’autore, che però ben si guardò di raccontare cosa avevano fatto queste “vittime” quando erano al potere.

Sotto un esempio.

Eugenio Maggi detto, “Tebba” e Francesco Fusaro, detto “Franceschin”, furno arrestati a Sestri Ponente (Ge) nel luglio del 1944, interrogati e torturati cal commissario Veneziani, responsabile della sezione Politica della questura di Genova. Veneziani, ucciso dopo la Liberazione, è citato (ma senza spiegare chi fu) nel libro “Il sanguedei vinti” di … e considerato una “vittima”.

In seguito Tebba e Franceschin finirono a San Vittore, carcere milanese, poi a Bolzano e infine deportati nel campo di concentramento di Dachau.

Tebba e Franceschin, però, furono tra il 4% dei deportati italiani – 45.000 persone, tra ebrei, militari e “politici” – quindi 1.800 persone, che riuscirono ad arrivare vivi al 29 aprile 1945, quando gli alleati liberarono il campo di concentramento.

Eugenio Maggi al momento della liberazione pesava 30 kg. Si è suicidato nel 2003, come Primo Levi e tanti altri, che non sono mai riusciti a superare i mesi di prigionia.




Il web è di tutti! Giù le mani dal web! Sciopero contro il SOPA

Il logo della campagna Stop SOPA
STOP SOPA!

 

Il 18 gennaio 2012 sarà una delle giornate più importanti dell’epoca digitale. Dalle 08:00AM alle 20:00PM si verificherà infatti il blackout di tanti dei servizi web più conosciuti.

Colossi del web come Reddit, Identi.ca, Free Ssoftware Foundation, Electronic Frontier Foundation, Creative Commons, Mozilla e tanti altri si “auto-oscureranno” per protestare e sensibilizzare l’opinione pubblica contro due delle più grandi porcherie mai concepite contro la libertà di informazione: “Stop Online Piracy Act” (SOPA) e “Protect IP Act” (PIPA).

Sono due proposte di Legge, la prima presentata dal deputato repubblicano Lamar Smith, la seconda dal democratico Patrick Leahy, che verranno votate dal Senato statunitense il 24 Gennaio 2012.

Entrambe configurano un chiarissimo tentativo di mettere un bavaglio alla rete con buonapace del 1° emendamento, del diritto di opinione, di quello di stampa, etc.

In una parola: censura.

 Se tali proposte diventassero legge infatti, i dententori di copyright potrebbero agire direttamente per impedire la diffusione di contenuti “protetti”.

 Citando Wikipedia, che aderisce alla protesta:

La legge permetterebbe inoltre al Dipartimento di Giustizia ed ai titolari di copyright di procedere legalmente contro i siti web accusati di diffondere o facilitare le infrazioni del diritto d’autore. A seconda del richiedente, le sanzioni potrebbero includere il divieto ai network pubblicitari o ai siti di gestione dei pagamenti (come, ad esempio,Paypal) d’intrattenere rapporti d’affari con il sito accusato delle infrazioni, il divieto ai motori di ricerca di mantenere attivi link verso il sito in questione e la richiesta agli Internet Service Provider di bloccare l’accesso al sito web.

 È vero che all’apparenza sembra una querelle tutta americana… ma non è difficile intuire la portata assolutamente devastante su scala mondiale di una eventuale approvazione.

 Si configurerebbe una sorta di “great firewall” cinese però legalmente riconosciuto.

L’applicazione di SOPA e PIPA significherebbe:

  •  imporre agli internet service provider di “indagare” sui contenuti uploadati dagli utenti o di impedire agli utenti stessi di uploadare contenuti protetti da copyright;
  • imporre agli internet service provider di modificare i DNS per bloccare la risoluzione dei nomi di dominio dei siti che in altre nazioni ospitano copie illegali di materiale sottoposto a copyright;
  • imporre ai motori di ricerca di modificare i risultati delle ricerche in modo da escludere siti stranieri ospitano materiale coperto da copyright;
  • imporre alle agenzie web di intrattenere rapporti commerciali con siti stranieri che ospitano materiale coperto da copyright (si pensi a paypal, google adsense, etc.).

Il verificarsi di quanto detto nel primo punto della lista, tra l’altro, significherebbe far ri-precipitare il web indietro di un decennio (che in era digitale equivale a più di un’era glaciale): l’obbligo di controllare meticolosamente ogni immagine, video, contenuto, etc. tarperebbe definitivamente le ali al famoso web 2.0, il web “costruito” dai suoi utenti, popolato da contenuti creati dagli utenti.

Tutti possono far sentire la propria voce ed ingrossare le fila di chi dice NO!

Il web è di tutti! Giù le mani dal web!




Su Arrigoni e la serietà. Lettera ad “A Rivista anarchica”

 

GYBO (Manifesto dei Giovani di Gaza per il cambiamento)
GYBO (Manifesto dei Giovani di Gaza per il cambiamento)

Oggi mi è arrivata puntuale la mia copia mensile di A, rivista anarchica. Mi metto a sfogliarla, mentre mangio, fino a che arrivo ad un articolo su Vittorio Arrigoni. E il pasto mi va di traverso. A mo’ di amaro decido di scrivere alla rivista. Ecco di seguito la missiva.

Car@ compagn@,

ormai da qualche anno leggo con piacere la rivista e da un paio sono pure abbonato. Ho sempre apprezzato la serietà nell’affrontare i più diversi argomenti, anche se il vostro punto di vista non ha sempre coinciso col mio. Per fortuna.

Proprio oggi mi è arrivato il numero 363, che ho iniziato a sfogliare nella pausa pranzo, fino ad arrivare all’articolo di Francesco Codello,”Aldilà dell’apparenza“, in cui scrive a proposito dei tratti comuni tra il barone Asor Rosa e Vittorio Arrigoni, militante di base per la Palestina, assassinato da integralisti islamici (anche se la vicenda è ancora parecchio oscura) a Gaza poche settimane fa.

Aldilà dell’ardito collegamento tra due persone che non potrebbero essere più diverse, la cosa che mi ha reso, debbo ammettere, furente è stata la descrizione fatta da Codello di Arrigoni. Vediamo:

L’attivista italiano viveva nei martoriati territori governati da Hamas e svolgeva in questi luoghi , da anni, un’intensa attività a sostegno delle rivendicazioni palestinesi, accettato e sostenuto, nella sua azione, dall’organizzazione palestinese con la quale collaborava attivamente. Arrigoni aveva fatto una sua scelta coerente, di tipo politico e ideologico, di stare dalla parte di Hamas.

Scrivere questa frase come secondo capoverso dell’introduzione alla figura di Arrigoni è già partire col piede sbagliato di chi le cose le sa per sentito dire; un sentito dire, tra l’altro, assai più vicino al Giornale o a Libero, che ad aree di movimento e/o libertarie.

Anche perché, banalmente, è falso.

Arrigoni stava dalla parte dei palestinesi, a prescindere dal partito politico di appartenenza, di cui se ne fotteva sonoramente (per quanto possibili a quelle latitudini). Tanto che era una delle figure di riferimento del G.Y.B.O. (Gaza Youth for Break Out), il cui manifesto (tradotto per primo proprio da Arrigoni sul suo sito) inizia con un eloquente:

Vaffanculo Hamas. Vaffanculo Israele. Vaffanculo Fatah. Vaffanculo ONU. Vaffanculo UNWRA. Vaffanculo USA! Noi, i giovani di Gaza, siamo stufi di Israele, di Hamas, dell’occupazione, delle violazioni dei diritti umani e dell’indifferenza della comunità internazionale! Vogliamo urlare per rompere il muro di silenzio, ingiustizia e indifferenza, come gli F16 israeliani rompono il muro del suono; vogliamo urlare con tutta la forza delle nostre anime per sfogare l’immensa frustrazione che ci consuma per la situazione del cazzo in cui viviamo; siamo come pidocchi stretti tra due unghie, viviamo un incubo dentro un incubo, dove non c’è spazio né per la speranza né per la libertà.

Per descrivere i ragazzi del G.Y.B.O Arrigoni scrisse (ivi):

Fustigati da un governo interno che soffoca i diritti civili basilari, frustrati dal collaborazionismo criminale di Ramallah che viene a patti coi massacrati d’Israele, delusi e defraudati da una comunità internazionale lassista e compiacente coi carnefici, il grido cibernetico di questi ragazzi coraggiosi sta raccogliendo sempre più consensi a livello globale, a giudicare dai commenti sulla loro pagina web che si susseguono istante dopo istante da ogni dove.

Tipica prosa filo-Hamas, non c’è che dire.

Ma non è finita qua. Poco dopo Codello ci spiega, come e meglio del Feltri di turno, il perché Arrigoni non si possa definire “pacifista” (le virgolette sono sue). Perché

Arrigoni, sicuramente coerente, ha dedicato la sua vita a lottare, in modo intransigente, e a combattere, con tutte le forme possibili, un nemico odiato e disprezzato. Insomma, una persona che, dal mio punto di vista, difficilmente si potrebbe considerare pacifista.

E perché mai? Perché combatte l’occupazione Israeliana della Palestina? Si, la combatte, e l’ha sempre fatto stando con gli ultimi, contadini e pescatori, ed usando come “arma” l’interposizione, il proprio corpo. Se Codello è a conoscenza di altri dettagli, ce ne renda partecipi, perché per quanto ne sappiamo noi, Arrigoni non ha mai usato la violenza, in nessuna forma. Quindi, parrebbe, il problema è che era nemico del Sionismo. Accidenti, un bel problema…

Per finire il suo “ragionamento” (le virgolette sono mie), sul non pacifismo di Arrigoni, il buon Codello porta ad esempio la scelta della madre di non far passare il cadavere del figlio per il suolo Israeliano.

A questo punto mi arrendo: non sono abbastanza intelligente per seguire il raffinato eloquio di Codello, per cui “la sinistra assegna patenti di pacifismo a proprio uso e consumo” – evidentemente l’unico atto a questo ingrato compito è lo stesso Codello; ora che lo sappiamo gli chiederemo informazioni su dove come provare a superare il sicuramente difficilissimo esame.

Quello che però, dal basso della mia scarsa intelligenza, mi permetto di suggerire è che prima di scrivere su qualcuno, chicchessia, si provi un minimo ad informarsi. Arrigoni ha scritto a lungo sul conflitto tra Israele e Palestina; sulla Palestina stessa, su Hamas e Fatah. Codello poteva leggere – e non solo “a quanto ci è dato sapere, dalle notizie apparse nei vari media” – il suo sito è ancora online e in libreria, a soli 12€, si può trovare il libro delle corrispondenze di Arrigoni per il manifesto durante la democratica operazione “Piombo fuso” (Restiamo umani, manifesto libri).

Non m’hanno fatto un baffo le porcherie scritte su di lui dai media mainstream; mi fa un po’ tristezza leggere certe porcherie su A, rivista anarchica.

Parecchia tristezza.