Gaza sotto attacco

Disegno satirico sull'attacco Israeliano a Gaza

Per l’ennesima volta la Palestina – Gaza in particolare, ma non solo – è sotto attacco militare Israeliano. Tre giorni di bombardamenti e i morti – uomini, donne e bambini – si contano già a decine (solo questa notte 14).

Ascoltando i telegiornali e leggendo la maggior parte dei giornali si scopre che la “colpa” è, come sempre, dei “terroristi” di Hamas (poco importa che siano stati eletti in delle regolari, controllatissime elezioni democratiche), che lanciano i loro innocui missilotti, su obbiettivi israeliani ma che, almeno per ora, non hanno fatto alcun danno.
Ad ora, però, non ho sentito NESSUNO parlare delle responsabilità di Israele.
Quali, mi si chiederà?
Beh, vediamo un po’ se si riesce a tirare fuori qualche dato, così che gli smemorati rinfrescano la memoria:

Diciamo solo che tra il 1947 e anni recenti, il 2004 mi sa, c’è stata qualche risoluzione dell’ONU che dichiarava illegale quanto fatto da Israele nella sua azione – questa si terroristica – di occupazione della Palestina.

Vediamo un po’:

  • Assemblea Generale risoluzione 194 (1947): profughi palestinesi hanno il diritto di tornare alle loro case in Israele;
  • Risoluzione 106 (1955): Condanna Israele per l’attacco a Gaza;
  • Risoluzione 111 (1956): condanna Israele per l’attacco alla Siria, che ha ucciso cinquanta-sei persone;
  • Risoluzione 127 (1958): raccomanda a Israele di sospendere la sua zona “no man” (di nessuno) a Gerusalemme;
  • Risoluzione 162 (1961): chiede a Israele di rispettare le decisioni delle Nazioni Unite;
  • Risoluzione 171 (1962): indica brutali violazioni del diritto internazionale da parte di Israele nel suo attacco alla Siria;
  • Risoluzione 228 (1966): censura Israele per il suo attacco a Samu in Cisgiordania, allora sotto il controllo giordano;
  • Risoluzione 237 (1967): chiede con urgenza a Israele di consentire il ritorno dei profughi palestinesi;
  • Risoluzione 242 (1967): l’occupazione israeliana della Palestina è illegale;
  • Risoluzione 248 (1968): condanna Israele per il suo attacco massiccio su Karameh in Giordania;
  • Risoluzione 251 (1968): deplora profondamente il dispiegamento militare (parata) israeliano a Gerusalemme, in spregio della risoluzione 250;
  • Risoluzione 252 (1968): dichiara nulli gli atti di Israele volti a unificare Gerusalemme come capitale ebraica;
  • Risoluzione 256 (1968): condanna del raid israeliano sulla Giordania e delle palesi violazioni del diritto internazionale;
  • Risoluzione 259 (1968): deplora il rifiuto di Israele di accettare la missione delle Nazioni Unite per valutare l’occupazione dei territori;
  • Risoluzione 262 (1968): condanna Israele per l’attacco sull’aeroporto di Beirut;
  • Risoluzione 265 (1969): condanna Israele per gli attacchi aerei di Salt in Giordania;
  • Risoluzione 267 (1969): censura Israele per gli atti amministrativi atti a modificare lo status di Gerusalemme;
  • Risoluzione 270 (1969): condanna Israele per gli attacchi aerei sui villaggi nel sud del Libano;
  • Risoluzione 271 (1969): condanna Israele per la mancata esecuzione delle risoluzioni delle Nazioni Unite su Gerusalemme;
  • Risoluzione 279 (1970): chiede il ritiro delle forze israeliane dal Libano;
  • Risoluzione 280 (1970): condanna gli attacchi israeliani contro il Libano;
  • Risoluzione 285 (1970): richiesta dell’immediato ritiro israeliano dal Libano;
  • Risoluzione 298 (1971): deplora il cambiamento dello status di Gerusalemme ad opera di Israele;
  • Risoluzione 313 (1972): chiede ad Israele di fermare gli attacchi contro il Libano;
  • Risoluzione 316 (1972): condanna Israele per i ripetuti attacchi sul Libano;
  • Risoluzione 317 (1972): deplora il rifiuto di Israele di ritirarsi dagli attacchi;
  • Risoluzione 332 (1973): condanna di Israele ripetuti attacchi contro il Libano;
  • Risoluzione 337 (1973): condanna Israele per aver violato la sovranità del Libano;
  • Risoluzione 347 (1974): condanna gli attacchi israeliani sul Libano;
  • Assemblea Generale risoluzione 3236 (1974): sancisce i diritti inalienabili del popolo palestinese in Palestina all’autodeterminazione senza interferenze esterne, all’indipendenza e alla sovranità nazionale;
  • Risoluzione 425 (1978): chiede a Israele di ritirare le sue forze dal Libano;
  • Risoluzione 427 (1978): chiede a Israele di completare il suo ritiro dal Libano;
  • Risoluzione 444 (1979): si rammarica della mancanza di cooperazione con le forze di pace delle Nazioni Unite da parte di Israele;
  • Risoluzione 446 (1979): stabilisce che gli insediamenti israeliani sono un grave ostacolo per la pace e chiede a Israele di rispettare la Quarta Convenzione di Ginevra;
  • Risoluzione 450 (1979): chiede a Israele di smettere di attaccare il Libano;
  • Risoluzione 452 (1979): chiede a Israele di cessare la costruzione di insediamenti nei territori occupati;
  • Risoluzione 465 (1980): deplora gli insediamenti di Israele e chiede a tutti gli Stati membri di non dare assistenza agli insediamenti in programma;
  • Risoluzione 467 (1980): deplora vivamente l’intervento militare di Israele in Libano;
  • Risoluzione 468 (1980): chiede a Israele di annullare le espulsioni illegali di due sindaci palestinesi e di un giudice, e di facilitare il loro rientro;
  • Risoluzione 469 (1980): deplora vivamente la mancata osservanza da parte di Israele dell’ordine del Consiglio di non deportare i palestinesi;
  • Risoluzione 471 (1980): esprime profonda preoccupazione per il mancato rispetto della Quarta Convenzione di Ginevra da parte di Israele;
  • Risoluzione 476 (1980): ribadisce che la richiesta di Gerusalemme da parte di Israele è nulla;
  • Risoluzione 478 (1980): censura Israele, nei termini più energici, per la sua pretesa di porre Gerusalemme sotto la propria legge fondamentale;
  • Risoluzione 484 (1980): dichiara imperativamente che Israele rilasci i due sindaci palestinesi deportati;
  • Risoluzione 487 (1981): condanna con forza Israele per il suo attacco contro l’impianto per la produzione di energia nucleare in Iraq;
  • Risoluzione 497 (1981): dichiara che l’annessione israeliana del Golan siriano è nulla e chiede che Israele revochi immediatamente la sua decisione;
  • Risoluzione 498 (1981): chiede a Israele di ritirarsi dal Libano;
  • Risoluzione 501 (1982): chiede a Israele di fermare gli attacchi contro il Libano e di ritirare le sue truppe;
  • Risoluzione 509 (1982): chiede ad Israele di ritirare immediatamente e incondizionatamente le sue forze dal Libano;
  • Risoluzione 515 (1982): chiede ad Israele di allentare l’assedio di Beirut e di consentire l’ingresso di approvvigionamenti alimentari;
  • Risoluzione 517 (1982): censura Israele per non obbedire alle risoluzioni ONU e gli chiede di ritirare le sue forze dal Libano;
  • Risoluzione 518 (1982): chiede che Israele cooperi pienamente con le forze delle Nazioni Unite in Libano;
  • Risoluzione 520 (1982): condanna l’attacco di Israele a Beirut Ovest;
  • Risoluzione 573 (1985): condanna vigorosamente Israele per i bombardamenti in Tunisia durante l’attacco alla sede dell’OLP;
  • Risoluzione 587 (1986): prende atto della precedente richiesta a Israele di ritirare le sue forze dal Libano ed esorta tutte le parti a ritirarsi;
  • Risoluzione 592 (1986): deplora vivamente l’uccisione di studenti palestinesi all’università di Bir Zeit ad opera di truppe israeliane;
  • Risoluzione 605 (1987): deplora vivamente le politiche e le prassi israeliane che negano i diritti umani dei palestinesi;
  • Risoluzione 607 (1988): chiede ad Israele di non espellere i palestinesi e di rispettare la Quarta Convenzione di Ginevra;
  • Risoluzione 608 (1988): si rammarica profondamente del fatto che Israele ha sfidato le Nazioni Unite e deportato civili palestinesi;
  • Risoluzione 636 (1989): si rammarica profondamente della deportazione di civili palestinesi ad opera di Israele;
  • Risoluzione 641 (1989): continua a deplorare la deportazione israeliana dei palestinesi;
  • Risoluzione 672 (1990): condanna Israele per le violenze contro i Palestinesi a Haram Al-Sharif/Temple Monte;
  • Risoluzione 673 (1990): deplora il rifiuto israeliano a cooperare con le Nazioni Unite;
  • Risoluzione 681 (1990): deplora la ripresa israeliana della deportazione dei palestinesi;
  • Risoluzione 694 (1991): si rammarica della deportazione dei palestinesi e chiede ad Israele di garantire la loro sicurezza e il ritorno immediato;
  • Risoluzione 726 (1992): condanna fermamente la deportazione dei palestinesi ad opera di Israele;
  • Risoluzione 799 (1992): condanna fermamente la deportazione di 413 palestinesi e chiede ad Israele il loro immediato ritorno;
  • Risoluzione 1397 (2002): afferma una visione di una regione in cui due Stati, Israele e Palestina, vivono fianco a fianco all’interno di frontiere sicure e riconosciute;
  • La risoluzione dell’Assemblea generale ES-10/15 (2004): dichiara che il muro costruito all’interno dei territori occupati è contrario al diritto internazionale e chiede a Israele di demolirlo.

(vedi http://www.infopal.it/risoluzioni-onu-violate-da-israele/ per maggiori info)

Non le ho contate, ma diciamo che Israele ha violato qualche risoluzione dell’ONU, in questi ultimi decenni. Con che risultato? Forse la mappa che segue può rendere l’idea:

Mappa che rappresenta, nel tempo, la progressiva occupazione di Israele dell'intera PalestinaEcco, a questo punto mi chiedo, e vi chiedo:

al loro posto, al posto dei Palestinesi, voi cosa fareste?

E non è una domanda retorica…




Su Arrigoni e la serietà. Lettera ad “A Rivista anarchica”

 

GYBO (Manifesto dei Giovani di Gaza per il cambiamento)
GYBO (Manifesto dei Giovani di Gaza per il cambiamento)

Oggi mi è arrivata puntuale la mia copia mensile di A, rivista anarchica. Mi metto a sfogliarla, mentre mangio, fino a che arrivo ad un articolo su Vittorio Arrigoni. E il pasto mi va di traverso. A mo’ di amaro decido di scrivere alla rivista. Ecco di seguito la missiva.

Car@ compagn@,

ormai da qualche anno leggo con piacere la rivista e da un paio sono pure abbonato. Ho sempre apprezzato la serietà nell’affrontare i più diversi argomenti, anche se il vostro punto di vista non ha sempre coinciso col mio. Per fortuna.

Proprio oggi mi è arrivato il numero 363, che ho iniziato a sfogliare nella pausa pranzo, fino ad arrivare all’articolo di Francesco Codello,”Aldilà dell’apparenza“, in cui scrive a proposito dei tratti comuni tra il barone Asor Rosa e Vittorio Arrigoni, militante di base per la Palestina, assassinato da integralisti islamici (anche se la vicenda è ancora parecchio oscura) a Gaza poche settimane fa.

Aldilà dell’ardito collegamento tra due persone che non potrebbero essere più diverse, la cosa che mi ha reso, debbo ammettere, furente è stata la descrizione fatta da Codello di Arrigoni. Vediamo:

L’attivista italiano viveva nei martoriati territori governati da Hamas e svolgeva in questi luoghi , da anni, un’intensa attività a sostegno delle rivendicazioni palestinesi, accettato e sostenuto, nella sua azione, dall’organizzazione palestinese con la quale collaborava attivamente. Arrigoni aveva fatto una sua scelta coerente, di tipo politico e ideologico, di stare dalla parte di Hamas.

Scrivere questa frase come secondo capoverso dell’introduzione alla figura di Arrigoni è già partire col piede sbagliato di chi le cose le sa per sentito dire; un sentito dire, tra l’altro, assai più vicino al Giornale o a Libero, che ad aree di movimento e/o libertarie.

Anche perché, banalmente, è falso.

Arrigoni stava dalla parte dei palestinesi, a prescindere dal partito politico di appartenenza, di cui se ne fotteva sonoramente (per quanto possibili a quelle latitudini). Tanto che era una delle figure di riferimento del G.Y.B.O. (Gaza Youth for Break Out), il cui manifesto (tradotto per primo proprio da Arrigoni sul suo sito) inizia con un eloquente:

Vaffanculo Hamas. Vaffanculo Israele. Vaffanculo Fatah. Vaffanculo ONU. Vaffanculo UNWRA. Vaffanculo USA! Noi, i giovani di Gaza, siamo stufi di Israele, di Hamas, dell’occupazione, delle violazioni dei diritti umani e dell’indifferenza della comunità internazionale! Vogliamo urlare per rompere il muro di silenzio, ingiustizia e indifferenza, come gli F16 israeliani rompono il muro del suono; vogliamo urlare con tutta la forza delle nostre anime per sfogare l’immensa frustrazione che ci consuma per la situazione del cazzo in cui viviamo; siamo come pidocchi stretti tra due unghie, viviamo un incubo dentro un incubo, dove non c’è spazio né per la speranza né per la libertà.

Per descrivere i ragazzi del G.Y.B.O Arrigoni scrisse (ivi):

Fustigati da un governo interno che soffoca i diritti civili basilari, frustrati dal collaborazionismo criminale di Ramallah che viene a patti coi massacrati d’Israele, delusi e defraudati da una comunità internazionale lassista e compiacente coi carnefici, il grido cibernetico di questi ragazzi coraggiosi sta raccogliendo sempre più consensi a livello globale, a giudicare dai commenti sulla loro pagina web che si susseguono istante dopo istante da ogni dove.

Tipica prosa filo-Hamas, non c’è che dire.

Ma non è finita qua. Poco dopo Codello ci spiega, come e meglio del Feltri di turno, il perché Arrigoni non si possa definire “pacifista” (le virgolette sono sue). Perché

Arrigoni, sicuramente coerente, ha dedicato la sua vita a lottare, in modo intransigente, e a combattere, con tutte le forme possibili, un nemico odiato e disprezzato. Insomma, una persona che, dal mio punto di vista, difficilmente si potrebbe considerare pacifista.

E perché mai? Perché combatte l’occupazione Israeliana della Palestina? Si, la combatte, e l’ha sempre fatto stando con gli ultimi, contadini e pescatori, ed usando come “arma” l’interposizione, il proprio corpo. Se Codello è a conoscenza di altri dettagli, ce ne renda partecipi, perché per quanto ne sappiamo noi, Arrigoni non ha mai usato la violenza, in nessuna forma. Quindi, parrebbe, il problema è che era nemico del Sionismo. Accidenti, un bel problema…

Per finire il suo “ragionamento” (le virgolette sono mie), sul non pacifismo di Arrigoni, il buon Codello porta ad esempio la scelta della madre di non far passare il cadavere del figlio per il suolo Israeliano.

A questo punto mi arrendo: non sono abbastanza intelligente per seguire il raffinato eloquio di Codello, per cui “la sinistra assegna patenti di pacifismo a proprio uso e consumo” – evidentemente l’unico atto a questo ingrato compito è lo stesso Codello; ora che lo sappiamo gli chiederemo informazioni su dove come provare a superare il sicuramente difficilissimo esame.

Quello che però, dal basso della mia scarsa intelligenza, mi permetto di suggerire è che prima di scrivere su qualcuno, chicchessia, si provi un minimo ad informarsi. Arrigoni ha scritto a lungo sul conflitto tra Israele e Palestina; sulla Palestina stessa, su Hamas e Fatah. Codello poteva leggere – e non solo “a quanto ci è dato sapere, dalle notizie apparse nei vari media” – il suo sito è ancora online e in libreria, a soli 12€, si può trovare il libro delle corrispondenze di Arrigoni per il manifesto durante la democratica operazione “Piombo fuso” (Restiamo umani, manifesto libri).

Non m’hanno fatto un baffo le porcherie scritte su di lui dai media mainstream; mi fa un po’ tristezza leggere certe porcherie su A, rivista anarchica.

Parecchia tristezza.




Restiamo umani

Alla fine l’hanno ammazzato. Hanno ammazzato Vittorio Arrigoni, Vik, Vikutopia, ed è sempre più difficile praticare il suo “restiamo umani”. Hanno ammazzato chi dava noia, chi raccontava ad un mondo indifferente e complice, la quotidiana tragedia di un popolo, quello Palestinese, costretto ormai dal 1948 ad una lenta ma inesorabile soluzione finale.

Non so che dire, davvero. Se non del senso di angoscia, tristezza ed impotenza che mi sento dentro.

Voglio salutare Vik con il suo ultimo articolo.

Ciao Vik, restiamo umani.

Immagine dei tunnel di Gaza
I tunnel di Gaza

4 lavoratori sono morti ieri notte per via del crollo di uno dei tunnel scavati dai palestinesi sotto il confine di Rafah. Tramite i tunnel passano tutti i beni necessari che hanno permesso la sopravvivenza della popolazione di Gaza strangolata da 4 anni dal criminale assedio israeliano. Dai tunnel riescono a entrare nella Striscia beni principali quali alimenti, cemento, bestiame vedi foto.Anche gli ospedali della Striscia si approvvigionano dal mercato nero dei tunnel.Dall’inizio dell’assedio a oggi più di 300 palestinesi sono morti al lavoro sotto terra per permettere ad una popolazione di quasi 2 milioni di persone di sfamarsi.E’ una guerra invisibile per la sopravvivenza.I nomi degli ultimi martiri sono: Abdel Halim e suo fratello Samir Abd al-Rahman Alhqra, 22 anni e 38 anni, Haitham Mostafa Mansour, 20 anni, e Abdel-Rahman Muhaisin 28 anni. Restiamo Umani. Vik da Gaza city

via guerrilla radio




Medio Oriente: le responsabilità dell’Occidente e la nostra ipocrisia

Maajid Nawaz
Maajid Nawaz

Io ero il numero 42  nel centro di tortura Hosni Mubarak al Cairo. Prima di me c’erano 41 poveracci, presi a uno a uno e torturati con l’elettricità. Le mogli sono state spogliate e torturate davanti ai mariti, i bambini sono stati tormentati con le scosse elettriche davanti ai genitori. Pochi sono tornati da quelle celle.

A raccontare è Maajid Nawaz, tra i fondatori del gruppo internazionale per i diritti civili Quilliam. E’ egiziano. Il suo articolo si trova sul numero 884 di Internazionale, mentre l’originale si trova sul blog di New Statesman.

Sullo stesso numero di di Internazionale si trova un altro interessantissimo articolo, questa volta di David Rieff, un giornalista statunitense: Quando Washington aiutava Mubarak. Un articolo in cui per la prima volta trovo uno lettura geopolitica e non ipocrita su quel che sta succedendo in nord Africa e in molti paesi di cultura araba.

Dal 1975 a oggi, l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (Usaid) ha fornito all’Egitto 28 miliardi di dollari in aiuti economici e per lo sviluppo. A livello micro, molti di questi programmi sono stati ben impostati e hanno avuto successo. A livello macro, invece, la realtà è che gli aiuti militari hanno funzionato abbastanza bene, ma quelli per lo sviluppo sono stati un fallimento.

Il prezzo da pagare

Gli aiuti militari degli Stati Uniti all’Egitto ammontano in media a 1,3 miliardi di dollari all’anno. L’aspetto grottesco è che Washington ha fornito alle forze armate egiziane sistemi militari e armamenti per proteggere Israele. Un dispaccio diplomatico inviato nel marzo 2009 dall’ambasciata statunitense al Cairo e pubblicato da Wikileaks dice testualmente che Mubarak e i vertici dell’esercito egiziano “considerano il programma di assistenza militare” come “un indennizzo irrinunciabile per il mantenimento della pace con Israele”.

Ecco, ci siamo, il quadro è completo. Gli USA ricoprono di soldi i politici e i militari egiziani – 1,3 miliardi di dollari (1.300.000.000 di $), per uno stato che “nell’Indice di sviluppo umano dell’Onu l’Egitto occupa il 101° posto, tra la Mongolia e l’Uzbekistan” – perché questi non rompano le scatole al grande amico Israele (alla faccia della solidarietà panaraba). Intanto, se con quei soldi affamano un paese di 80 milioni di persone (l’Italia ne ha 60, tanto per fare le proporzioni), e per farli stare buoni li tortura con l’elettricità (uomini, donne e bambini), poco importa. Tanto, come dice la Democratica Hillary Clinton (il Democratico Veltroni avrà un brivido di piacere solo a sentir pronunciare questo sublime nome…) nella sua prefazione al Quadrennial Diplomacy and Development Review (Qddr) il dipartimento di stato è impegnato a:

sfruttare il nostro potere civile per promuovere gli interessi degli Stati Uniti e contribuire a creare un mondo in cui più persone in più paesi possano vivere in libertà, godere di opportunità economiche ed esprimere le loro potenzialità.

Ora, dopo decenni di torture, umiliazioni, fame e povertà, i popoli del nord Africa hanno deciso di dire basta, e di prendersi tutto quello che in questi anni gli è stato portato via. Che gli abbiamo portato via.




Israele: quante ignominie gli si permetterà di compiere ancora?

Non contenti della strage compiuta (in acque internazionali, tengo a precisare, entrando di diritto nell’ambito della criminalità comune, della pirateria, per la precisione, un po’ come i pirati somali di cui tanto s’è discusso sulla stampa internazionale ed italiana qualche mese fa), i signori e le signore del governo israeliano hanno pensato bene di farsi un paio di risate (sulle spalle delle vittime, evidentemente, dei loro famigliari e dei rispettivi paesi) con un eccezionale video dalla comicità inesauribile e – soprattutto – pieno di buon gusto ed intelligenza.

Godetevelo tutto e plaudite con me per questo nuovo fulgido esempio dai governanti del “Popolo Eletto”.




Sono tornati gli italiani della Freedom Flotilla

Sono tornati tra ieri e ieri l’altro gli attivisti imbarcati sulla Freedom Flotilla, assalita la notte del 31 maggio dalla marina israeliana con un bilancio di almeno 9 morti tra i pacifisti, centinaia di feriti e decine di dispersi.

Di seguito i primi racconti a caldo.




E il mondo sta a guardare

Fonte: Internazionale

Gorrell, Stati Uniti

Gorrell, Stati Uniti

L’embargo e poi l’attacco contro il convoglio pacifista: i leader politici occidentali sono troppo vigliacchi per prendere posizione contro la violenza. Ci pensano le persone comuni, scrive Robert Fisk.

Dopo la guerra di Gaza del 2008-2009 (1.300 morti), dopo la guerra del Libano del 2006 (1.006 morti), dopo tutte le altre le guerre e dopo la strage di lunedì, forse il mondo non accetterà più che Israele detti legge.

Ma non bisogna sperarci troppo. Basta leggere la blanda dichiarazione della Casa Bianca: l’amministrazione Obama “sta operando per appurare le circostanze della tragedia”. Neanche una parola di condanna. Punto e basta. Nove morti. Un’altra cifra che si aggiunge alle statistiche delle vittime in Medio Oriente.

Un ponte contro la guerra fredda
Ma le cose non sono sempre andate così così. Nel 1948 i politici americani e britannici misero in piedi il ponte aereo per Berlino. Lì una popolazione affamata (formata da quelli che appena tre anni prima erano nemici) era accerchiata dall’esercito russo. Il ponte aereo per Berlino fu uno dei momenti alti della guerra fredda.

I soldati e gli aviatori britannici rischiarono e diedero la vita per quei tedeschi ridotti alla fame. Sembra incredibile. A quei tempi erano i politici che prendevano le decisioni. E infatti presero la decisione di salvare vite umane. Clement Attlee e Harry Truman sapevano che Berlino era importante sul piano morale e umano, oltre che su quello politico.

E oggi? Sono state delle persone, delle persone qualsiasi – europei, americani, superstiti della Shoah – che hanno deciso di andare a Gaza perché i loro politici e i loro leader li avevano delusi.

Ma dov’erano lunedì i nostri politici? Be’, abbiamo visto il ridicolo Ban Ki-moon, il patetico comunicato della Casa Bianca e l’espressione, da parte del caro Blair, del “profondo rammarico e dello schock per la tragica perdita di vite umane”. Dov’era Cameron? Dov’era Clegg?

A noi la voce
Resta il fatto che ormai sono le persone normali, la base, che decidono di cambiare le cose. I politici sono troppo vigliacchi per decidere di salvare vite umane. Perché è un dato di fatto che se degli altri europei (e i turchi sono europei, no?) fossero stati uccisi a colpi d’arma da fuoco da qualsiasi altro esercito mediorientale (e quello israeliano è un esercito mediorientale, no?), avremmo visto un’ondata di indignazione.

Che cosa ci dice questo sul conto di Israele? La Turchia non è forse un buon alleato di Israele? È questo che devono aspettarsi i turchi? Adesso l’unico alleato di Israele nel mondo musulmano dice che è stato un massacro. Ma a Israele, a quanto pare, non gliene importa niente.

Del resto, a Israele non è importato niente quando Londra e Canberra hanno espulso i diplomatici israeliani dopo l’episodio dei passaporti britannici e australiani contraffatti e forniti agli assassini di Mahmoud al Mabhouh, un leader di Hamas.

Non gliene è importato niente quando ha annunciato la costruzione di nuovi insediamenti ebraici sulle terre occupate di Gerusalemme Est mentre c’era in visita Joe Biden, il vicepresidente degli Stati Uniti. Quindi perché mai dovrebbe importargliene qualcosa adesso?

Ma come siamo arrivati a questo punto? Forse perché tutti ci siamo abituati a vedere gli israeliani uccidere arabi; forse gli israeliani si sono abituati a uccidere arabi. Adesso uccidono turchi. Oppure europei. In queste ultime 24 ore in Medio Oriente è cambiato qualcosa, ma gli israeliani (a giudicare dalla straordinaria stupidità della loro risposta politica alla strage) non sembrano averlo capito. Il mondo è stanco di queste violenze. Solo i politici stanno zitti.

L’articolo originale:
Western leaders are too cowardly to help save lives , The Independent




La voce dell’altra Israele

Fonte: Carta

[da Peacereporter.net] Intellettuali e attivisti israeliani commentano l’assalto alla flotta di aiuti per Gaza, in attesa della reazione dell’opinione pubblica

Il mondo si è svegliato, questa mattina, travolto dalle immagini e dalle notizie che giungevano dalla acque internazionali antistanti la Striscia di Gaza. In attesa di verificare, come ha subito chiesto l’Onu, quello che è successo oggi con l’eccidio di 19 persone a bordo del Mari Marmara, una delle navi della flotta di aiuti umanitari che faceva rotta su Gaza, PeaceReporter ha sentito alcune voci critiche in Israele.

Freedom Flotilla

«Alcune persone sono morte, tante altre sono rimaste ferite. Tutto questo non è responsabilità del governo israeliano. Loro fanno il loro mestiere, come sono abituati ad intenderlo. La vera responsabilità è della comunità internazionale che, ben prima di questa tragedia, non ha fatto nulla per porre fine all’assedio di Gaza. Gli esecutori materiali sono i soldati israeliani, ma la responsabilità morale di quello che è successo oggi ricade su tutta la comunità internazionale, compresa l’Europa», commenta Jeff Halper. Ebreo statunitense, Halper ha fondato nel 1997 dell’Israeli Committee Against House Demolitions [Icahd], una organizzazione non governativa che si batte per contrastare la demolizione delle abitazioni palestinesi nei Territori occupati e contro l’occupazione. Halper ha sempre denunciato in patria la condizione di vita della popolazione civile palestinese. «In Israele ognuno crede all’esercito. Loro difendono le loro vite, sono sempre nella ragione. Oggi, nel porto di Ashdod, ci sono militanti di organizzazioni di destra, avvolti nelle bandiere israeliane, che festeggiano quella che ritengono una grande vittoria militare – commenta – È difficile lottare contro questa mentalità».

«Un’azione criminale, una follia. Un’azione stupida che si rivelerà controproducente per lo Stato di Israele», dice Uri Avnery, scrittore israeliano, ebreo di origine tedesca e fondatore del movimento Gush Shalom [il blocco della pace] nel 1993.
Dopo aver lottato nelle file dell’Irgun, il movimento armato che si batteva per la nascita dello Stato d’Israele, venne eletto come deputato alla Knesset, il Parlamento israeliano. Divenne famoso in tutto il mondo quando, nel 1982, in piena guerra del Libano, passò le linee per incontrare il leader palestinese Yasser Arafat. «C’è un governo irresponsabile in Israele, che ritiene la forza l’unico strumento per risolvere i problemi. Quest’azione, in questa mentalità, vuole essere un deterrente, in modo che nessuno pensi più a iniziative di questo genere», continua Avnery. «In questo momento storico, in Israele, non c’è un’opposizione politica. Il partito più importante fuori dall’esecutivo, Kadima, non ha condannato in nessun modo quello che è successo. Mi aspetto che domani, quando sarà resa pubblica la dinamica di quello che è accaduto, l’opinione pubblica reagisca in modo indignato».

«Il governo israeliano ha parlato subito di una provocazione, alimentando la tensione. Si è perso di vista l’obiettivo chiave: un carico di aiuti umanitari diretto verso la popolazione civile di Gaza, sottoposta a un embargo criminale e contrario al diritto internazionale», spiega Rabbi Asherman. Il rabbino è il direttore esecutivo, dal 1995, dell’associazione Rabbis for Human Rights [Rfhr], un’unione di studenti religiosi e rabbini [nata nel 1988] che si propongono di lottare perché l’anima vera dell’Ebraismo, quella che difende i diritti umani, ritorni a prevalere in Israele. Asherman, nel 2003, è stato arrestato per aver incitato i cittadini a ribellarsi alla costruzione del muro di divisione dai palestinesi e all’abbattimento ingiustificato delle case arabe. «Adesso aspettiamo di capire e se qualcuno a bordo delle navi ha usato o ha tentato di usare la violenza, perché noi condanniamo tutte le forme di lotta non violente» spiega Asherman, «questo però non deve far perdere di vista il crimine principale: quello contro la popolazione civile di Gaza. E comunque l’assalto a navi straniere in acque internazionali non è il tipo di giustizia che ci aspettiamo da uno stato civile. Adesso ci saranno delle conseguenze, anche se non so ancora quali, ma per evitare altre tragedie come questa bisogna, subito, porre fine all’embargo».




La storia non insegna

Fonte: Autistici Inventati

English version below

Una notte. Una nave. Decine di uomini e donne che vogliono portare aiuto ad altri uomini e donne. Improvvisamente: spari, bombe, elicotteri, assalti, morti (per ora 19), feriti, un massacro. Uno sterminio. Luci ed esplosioni che squarciano il cielo. Grida e sangue innocente. I visi distorti dalla ferocia.
Non è il racconto dell’attacco notturno di una squadraccia contro i partigiani, o quello di un blitz delle SS per scovare ebrei nascosti in territorio tedesco. È la storia di quello che lo Stato di Israele ha appena compiuto contro una nave di aiuti umanitari diretta verso la Striscia di Gaza.
La Freedom Flotilla è stata assaltata e le persone a bordo massacrate. Le ultime di migliaia di vittime della foga omicida dello Stato di Israele.

Non è un videogame. Non è un incidente. È un atto premeditato di prepotente violenza per mandare un segnale a tutti coloro che non accettano la dittatura di Tel Aviv, che non accettano che milioni di persone siano rinchiuse da anni in un lager a cielo aperto. Senza cibo. Senza medicinali. Senza libertà.
Allo Stato di Israele e a molti dei suoi cittadini e sostenitori la storia non insegna nulla. Un terribile rovesciamento della storia in cui i protagonisti del più grande genocidio si rendono protagonisti a loro volta dell’oppressione e dello sterminio lento e inesorabile di un intero popolo.

La strage della Freedom Flotilla deve riportare Israele e i suoi sostenitori nella storia. E ognuno di noi deve agire perché non si torni più indietro. Torniamo a riempire le piazze. Torniamo a gridare il nostro dolore e la nostra rabbia. Torniamo a vivere la rivolta.

In ogni città. In ogni strada. In ogni quartiere.
Intifada.
Per non dimenticare tutte le vittime del regime israeliano.
Libertà per il popolo palestinese.

Il collettivo di A/I
autistici.org
inventati.org
noblogs.org

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Mobilitazioni: Forum Palestina


History Will Teach Them Nothing

A ship in the night. Dozens of men and women who are trying to bring relief to other men and women. All of a sudden: shootings, bombs, helicopters, assaults, victims (19 so far), wounded people, a massacre. A holocaust. Blinding lights and sky-piercing explosions. Shouting and shedding of innocent blood. Faces twisted by cruelty.

We are not recalling a night ambush by a death squad to a group of partisans, nor of a blitz by the SS to uncover a family of Jews hiding in the German territories during WW2. We are reporting the crime which the State of Israel has just perpetrated against a humanitarian ship heading towards the Gaza Strip.
The Freedom Flotilla has been assaulted and people onboard slaughtered. And they are just the latest in a list of thousands and thousands victims killed by the Israeli government’s murderous frenzy.

This is not a videogame. This wasn’t an accident. It was a deliberate act of overbearing violence to send a message to those who don’t accept Tel Aviv’s dictatorship, who cannot tolerate that millions of people have been closed for years in an open air concentration camp. Without food. Without medicaments. Without freedom.
For the State of Israel and many of its citizens and supporters, history has had no lessons. A terrible historical irony has turned the victims of the most horrifying genocide ever into the persecutors responsible of the oppression and gradual extermination of a whole people.

The massacre of the Freedom Flotilla must bring Israel and its supporters back into history. An we must all pass to action so that this process can’t be reversed anymore. Let’s march into the streets. Let’s cry out our pain and our outrage. Let’s rebel, again, and again.

In every city, in every neighbourhood, in every street.
Intifada.
So that the victims of the Israeli regime aren’t forgotten.
Freedom for the Palestinian people.

A/I’s collective
autistici.org
inventati.org
noblogs.org

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