Il 32 per cento dei netbook è in mano a Linux

Fonte: oneOpenSource

Linux conquisterà il 32 percento dei netbook venduti nel 2009. Lo afferma una ricerca recentemente realizzata dalla società di analisi ABI Research, da cui si deduce anche che il trend di Linux sui netbook è tutt’altro che in ribasso.

I risultati presentati contraddicono quello che era ormai stato accettato dai pinguini come l’amara realtà. Ovvero che i netbook con Linux venivano restituiti quattro volte più che quelli con Windows e che, a detta di Microsoft, Windows XP aveva lo scorso aprile il 96% di questa fascia di mercato.

La stessa Microsoft ha comunque dovuto riconoscere che il pinguino ha ricominciato a correre e le nuove stime di Redmond indicano Windows presente solo sul 93% dei netbook.

ABI Research azzarda anche delle previsioni per il futuro. Secondo la loro ricerca, nel 2013 sarà Linux il sistema più diffuso sui netbook. Questo sarà dovuto ad un boom di installazioni Moblin, accompagnate da computerini equipaggiati con Android e Chrome OS.

Bisogna inoltre considerare anche l’incognita ARM. Windows per desktop non è adatto a girare su questa architettura, mentre la maggior parte delle distribuzioni e dei sistemi Linux non soffre dello stesso problema. Microsoft ha però dal canto suo la possibilità di offrire Windows CE, che però non regge il confronto in quanto a funzionalità e disponibilità di applicativi.

Sembra quindi che sui netbook Windows 7 non riuscirà a chiudere il becco al pinguino, soprattutto nel Sud-Est asiatico dove il mercato è molto più aperto alle alternative rispetto a quello americano. E qui in Italia quali sono le vostre impressioni?




Skype Open Source?!

Una delle notizie di oggi è questa:

Skype diventerà “open source” per Linux.

Detta così ha poco senso: ho diventa “open source” per tutti, o per nessuno. E conoscendo skype, tempo che sia buona la seconda, purtroppo.

E, infatti, andando a leggere meglio la notizia si scopre che:

Per calmare gli animi bisogna dire che non sarà aperto tutto il codice del client, ma solo quello relativo all’interfaccia utente“[1].

Ahhhh, te pareva!!!

Alla fine il motore sottostante – che è la parte più importante di tutte – rimarrà closed, e quindi inavicinabile agli sviluppatori. Che potranno soltanto, bontà loro, creare varie interfacce utente – skin, la grafica – “open source”. Che cosa significhi di preciso non si sa, ma tant’é…

In realtà qualche notizia più precisa si ha, con tanto di interessante informazione sul perché:

lo sviluppo di un client migliore costerebbe degli investimenti che con molta probabilità Skype non è in grado di sostenere vista la brutta crisi finanziaria che la società sta passando, ecco quindi la «genialata» dei boss del gruppo ovvero liberare il codice sorgente per permettere alla comunità open di portare avanti il progetto migliorandolo ed arricchendolo di nuove funzionalità. Nello stesso tempo Skype si comporterebbe come un semplice fornitore di servizi VoIP liberandosi dagli oneri di sviluppo del client che viene usato per usufruire del suo protocollo blindato“[2].

Qui lo dico e qui lo neglo, la possibilità di avere un client skype libero – anche se non il protocollo – magari integrato con gli altri programmi simili (pidgin, kopete), è un’ipotesi interessante.

[1] http://www.oneopensource.it/03/11/2009/skype-per-linux-diventera-open-source/

[2] http://www.linuxedintorni.org/archives/2442

Altre fonti:

ossblog.it, doxaliber, zeus news.




Remember, remember the 8th of November…




Rilasciata ubuntu 9.10

L’attesa è finita, il download selavaggio iniziato!

E’ stata ufficialmente rilasciata ubuntu 9.10 e parenti (kubuntu, xubuntu ed edubuntu, per ora).

Usate il torrent, per scaricare, che tanto i server sono completamente congestionati:

http://torrent.ubuntu.com/




C’era una volta Strano Network

Festeggia ventanni lo spazio che ha dato vita al gruppo di lavoro sulla comunicazione Strano Network.

Strano-network Lo spazio sociale Next-Emerson di Firenze festeggia ventanni (anche) con un dibattito su Come sono cambiati il linguaggio, le forme e gli strumenti della comunicazione e sono stati proprio le tante iniziative svolte nei primi anni ’90 sulla comunicazione digitale ad aver contribuito alla nascita del gruppo di lavoro sulla comunicazione Strano Network.

Strano Network era Tommaso Tozzi, Tassio, Ferry Byte, Francesca, Carla, Luca, Federico Bucalossi, Claudio e tant* altr* ma soprattuto è stato un collettivo di artisti della comunicazione che ha organizzato uno dei primi convegni sugli aspetti politici dei nuovi media (a Prato e a quei tempi Internet stava nascendo in Italia e ci si baloccava ancora con le BBS), ha contribuito a dare vita al primo hackmeeting , realizzato il primo MP3 Contest in Italia quando ancora MP3 era una sigla sconosciuta ai più, inventato il Netstrike, riuscendo a mettere in piedi una serie di iniziative intorno a delle tematiche e problmatiche almeno dieci anni prima che diventassero quanto meno oggetto di costumi sociali capillarmente diffusi.

Fonte: Scacco al Web




Tanti auguri GNU! 25 anni al servizio della libertà

Lo GNU della Free Software Foundation
Lo GNU della Free Software Foundation

Caro sostenitore del Software Libero,

Domani segna la fine della nostra celebrazione del venticinquesimo anniversario del progetto GNU; una celebrazione iniziata nel Settembre 2008 con un meraviglioso video dall’autore e attore Stephen Fry.

Oggi celebriamo il raggiungimento di oltre 25.000 abbonati alla nostra newsletter mensile, il Free Software Supporter, e ringraziamo gli oltre 3.200 indvidui che si sono associati alla Free Software Foundation per finanziare il nostro lavoro. Puoi unirti a noi e ricevere la FSF USB Membership Card.

* Una volta associato puoi usare il nostro widget per far associare i tuoi amici.
Sono orgoglioso che la FSF abbia cosi’ tanti attivisti e membri, che ogni giorno danno voce e supporto alla nostra missione e si battono per una societa’ libera.

Il movimento del software libero ha avuto un anno eccellente e la comprensione dell’importanza etica del software libero sta crescendo. Insieme possiamo combattere il problema del software proprietario, dei brevetti software, del Sistema di Restrizioni Digitali DRM, e del Treacherous Computing, per costruire un mondo di software libero dove gli utenti sono liberi.

“Sarei potuto diventare ricco [entrando a far parte del mondo del software proprietario], e forse mi sarei divertito a scrivere codice. Ma sapevo che alla fine della mia carriera, mi sarei guardato indietro a tutti gli anni spesi a costruire muri per dividere le persone e mi sarei sentito di aver speso la mia vita a rendere il mondo un posto peggiore.” Richard Stallman, GNU Project

Per favore diffondi questo messaggio linkandolo sul tuo blog.

Sinceramente,

Peter e il team della Free Software Foundation.


Peter Brown
Executive Director
Free Software Foundation
www.fsf.org www.gnu.org




Google Chrome OS: e la privacy?

E’ un gran parlare, in questi giorni, del Google Chrome OS, il futuro nuovo sistema operativo del colosso del Web. Un gran parlare fatto, ovviamente, di favorevoli, di contrari, di titubanti e di entusiasti.

Intanto annotiamo alcune cose, diciamo positive, dell’eventuale (perché intanto sono chiacchiere, vedremo poi i fatti) uscita di questo nuovo sistema operativo:

  • Chrome OS si baserà sul kernel GNU/Linux. Questo fatto, da solo, è di enorme importanza, perché permetterà anche al nostro amato sistema operativo libero di beneficiare della massa di driver che i vari produttori rilasceranno per il sistema operativo di Google;
  • Chrome OS sarà “libero”. Cosa voglia dire esattamente questo non è dato, visto che non si è ancora parlato nello specifico della licenza con cui verrà rilasciato il sistema operativo. Rimane il fatto che la cosa, comunque, è positiva di per se, perché si continuerà a parlare sempre più di licenze libere, di software libero (poco) e di open source (troppo).

Già solo queste due sono da considerarsi buone, buonissime notizie. Oltre a che, dice, la concorrenza fa bene alla qualità dei prodotti coinvolti, il fatto che il sig. Google sia entrato nell’arena dei sistemi operativi da un tocco di interesse ad uno scenario che si stava un po’ ammosciando.

MA!

Che ma, si dirà, la notizia è buona, perché lamentarsi di una cosa del genere?

A mio avviso ci sono almeno due buoni, grossi motivi per cui non essere contenti di questa cosa.

In primis, l’ingresso del colosso Google, colosso mediatico, prima di tutto, nell’areana dei sistemi operativi avviene nel momento di massima espansione del fenomento “social network“, cioè quel fenomeno per cui la gente si infila in qualche network su internet ed inizia a raccontare a tutto il mondo i fattacci suoi. Facebook è il top, ad ora, ma tanti altri spingono per fare breccia in questo mondo. Mondo che, apparentemente, costa più di quel che fa guadagnare, anche se la cosa mi lascia un poco perplesso, ché se veramente fosse così non si capirebbe tutto l’interesse. Per quel poco che ci posso capire io, l’interesse è frutto di almeno tre componenti fondamentali:

  1. l’aprirsi di nuovi mercati in una situazione di crisi globbbale (aggiungete tutte le b che volete :);
  2. l’aprirsi di nuovi scenari di marketing;
  3. la profilazione degli utenti.

La crisi, i mercati, e bla bla bla, già lo sappiamo, già ce lo dicono in tutte le salse. La rete è da almeno un decennio la promessa sposa del capitalismo prossimo venturo, anche se si sta facendo desiderare e spesso ha dato sonorissime sole (vedi bolla del 2001) agli aspiranti mariti. Si vedrà.

Il marketing, sicuramente, s’è già buttato sul boccone (vedi anche il mio articolo su il Marketing 4.0), e tutto quello che è “web 2.0” e “social networking” viene visto come importante piattaforma di sperimentazione per il marketing del futuro.

Ma è nella profilazione degli utenti, penso, che sta il grande lavorio di tutti i colossi dell’informatica di oggi, e probabilmente dei prossimi anni.

Con l’estendersi velocissimo – anche da noi in Italia, più o meno – della connettività veloce; col diffondersi degli smartphone e dei netbook, e comunque con la sempre maggiore tendenza all’unione in un unico device delle funzioni del personal computer, del cellulare e dei vari lettori mp3/mp4, le grandi corporation dell’IT mondiale, Google in testa, corrono nell’offrire contenuti ed applicazione web da poter usare quotidianamente su questi vari dispositivi. Esempio notissimo è l’iPhone della Apple, cellulare, smartphone, lettore multimediale, device per web application, che è diventato uno dei gadget di punta dell’internauta contemporaneo. Sicuramente uno strumento estremamente comodo, per molti versi, perché permette all’utente una connettività continua e la possibilità di avere le funzioni di tutto quanto sopra in un solo relativamente piccolo dispositivo (ma estremamente caro).

E’ in questo mercato in divenire che arriva, con tutta la sua potenza tecnologica ma anche e soprattutto mediatica Google, con la sua proposta di un sistema operativo “web oriented”. Un arrivo, a mio modestissimo avviso, assai ben organizzato, che parte da lontano: il motore di ricerca, anzi, IL motore di ricerca, in primis, ovviamente; poi gmail, prima web mail che offre ben 2Gb di spazio (ora tanti di più, manco so quanti), quando la norma erano 10 Mb o poco più; poi le varie web application – il client jabber, il newsreader, il feed aggregator, e poi il calendar, google doc e tutta quella gran massa di applicazioni che permettono all’untente di fare (quasi) tutto via web, in modo collaborativo, gratuito e – cosa non irrilevante – usando strumenti e protocolli in gran parte liberi e standard (a differenza di altri colossi, Microsoft in testa, ma non solo, che rimangono ancorati non solo al software proprietario, ma anche agli standard proprietari, con la speranza che lo diventino “di fatto”, standard, intendo, anche se non è più così da tempo).

Il lavoro di Google in questi anni è stato pianificato in maniera geniale, sempre a mio modestissimo avviso, creando nell’utenza una sorta di google-dipendenza fatta anche della possibilità di integrare quegli strumenti in maniera libera su tutti i sistemi operativi. Ora si arriva alla svolta decisiva: il sistema operativo. Google cerca il filotto, il colpo gobbo, di pigliarsi tutto, grazie alla forza del suo nome ma anche – a mio avviso soprattutto – ad anni di uso di quegli strumenti senza che ci si sia mai chiesti – con dovute et lodevoli eccezioni – perché tutta questa manna dal cielo a gratis.

Ma dove guadagna Google?!

Nella pubblicità, senza dubbio: usi Google in tutta la tua vita informatica, o quasi, e più lo fai, più vi prendi dosi di pubblicità. Se fra, diciamo, 5 anni Google mettesse un po’ di pubblicità – magari ad hoc – in gmail o nel suo sistema operativo, quanti sarebbero in grado di dire “eh no, allora torno a linux/windows/mac”?

Ma è nella profilazione che il colpo gobbo diventa borderline. Si, perché la profilazione serve a lor signori per poter fare marketing e pubblicità: tu usi google come motore di ricerca, poi usi gmail e magari anche il calendar; poi usi google doc, per scrivere documenti coi tuoi partners, cose di lavoro, e ti leggi i feed rss dei tuoi siti preferiti col google aggregator. Alla fine della giornata il signor Google sa di te non dico tutto, ma poco ci manca. Considerando che google è anche Picasa e Youtube, il profilo che fanno di te è praticamente completo. Manca la spesa – ma in parte lo sanno, se fai acquisti on-line – e il dottore, ma ci arriveranno.

A nessuno, leggendo quanto sopra, viene in mente Orwell e 1984? Davvero?

Ed è solo l’inizio: quando si inizierà – quando inizieranno – ad usare il Google Chrome OS, tutti i dati – le mail, i documenti, i bookmark, tutto – saranno salvati sul server. Di Google.

E’ buffo vedere quanto velocemente siamo passati dal “aiuto, un hackerzzzz mi ha rubato i dati sul computer” di ieri, e via a correre a comprare antivirus, antihackerzzzz, firewall, cani da guardia e guardie giurate, ad oggi, con la gente che mette tutti i fattacci suoi – foto, video, testi, fra un po’ anche i figlioli – su siti le cui condizioni di utilizzo sono quanto meno draconiane, fregandosene altamente di quello che questi signori ci faranno, con quelli che – appunto – fino a ieri erano i loro preziosissimi dati da tenere blindati che manco il Poligrafico dello Stato.

Ora – l’anno prossimo -arriverà il sistema operativo, non prima di passare per l’unificazione in un solo oggetto di tutto quello che Google ha offerto fin’ora: Google Wave, col quale sarà possibile comunicare con gli altri senza manco accorgersi se si sta usando la posta, la chat, l’istant messaging o quant’altro. Una rarefazione dello strumento informatico, il rendersi trasparente all’utente della tecnologia che sta usando. Il sogno di tutte le aziende e di tanti utenti (utonti?), che così non dovranno impazzire ad imparare ad usare posta, navigatori, lettori multimediali e tutto quello che è informatica.

Un incubo, a mio parere, per tutti coloro che pensano che la vita vada vissuta in maniera consapevole, che bisogna conoscere un minimo gli strumenti che si usano e il perché e, soprattutto, che se si tratta di strumenti informatici bisogna stare doppiamente attenti, perché il rischio di avere la vita invasa e scansionata è altissimo.

Uno dei motivi che mi fecero avvicinare a GNU/Linux ormai 11 anni fa, fu proprio quello della grande possibilità di controllo che ti dava questo strumento su se stesso. Avevi il codice di tutto, quindi se ne avevi i mezzi – perché eri programmatore o perché conoscevi programmatori – potevi sapere tutto quello che faceva e come. Questa è la trasparenza che cerco, unita alla voglia di capire, di scegliere, di essere consapevole di quello che mi accade attorno.

Con Google – ma anche con Facebook, per esempio – la trasparenza che troviamo, che troveremo, è quella dell’ingnoranza, della non consapevolezza, soprattutto per quel che riguarda la propria privacy.

Una tendenza assolutamente al passo coi tempi…




Hackmeeting – 19-20-21 giugno 2009 — Milano

Manifesto Hackmeeting 09
Manifesto Hackmeeting 09

Warm up — dal 9 al 18 giugno 2009 — Milano, poli universitari

Smanettoni, nerd, tecnofili, cyber activist, inventori, geek, creatori, manipolatori e soprattutto hacker! Tenetevi pronti!

Quest’anno Hackmeeting, l’incontro annuale degli hacker italiani si  tiene a Milano. E per l’occasione, si apre, si allarga, cambia  dimensione, si spinge, come ci si aspetta dai pirati, ad estendere i  propri confini oltre agli orizzonti previsti.

Giunto alla dodicesima edizione (ogni anno in una città diversa, da  Palermo a Torino), Hackmeeting si sdoppia e si moltiplica in un Warm up  e in un meeting vero e proprio, per affascinare anche chi, fino a quel  momento, credeva di essere lontano mille miglia, eppure ha scaricato  qualche canzone, dato un’occhiata all’ultimo film, cercato di collegarsi  alla rete wireless del vicino, ma anche ripristinato da solo il sistema  operativo che continuava a collassare.

Durante il Warm up (9-18 giugno) entra nelle università per far  innamorare ricercatori, filosofi e poeti, perché la cultura hacker non  ha saputo limitarsi alla scheda, al chip, al cavo coassiale, ma si è  spinta a pretendere di superare i limiti, quelli imposti dal mercato,  dal controllo, dalla sicurezza, dal tentativo di rendere tutto uniforme,  dalle costrizioni che uccidono l’evoluzione del pensiero.

Torna poi nel meeting vero e proprio (19-21 giugno) alla Fornace  occupata di Rho, per coltivare le proprie radici, le uniche che possano  generare nuovi tentacoli.

In pratica

* Warm up: in tutti i poli universitari milanesi (Brera, Fisica, Bovisa,  Bicocca, Scienze politiche, più un evento in Cascina Torchiera), dal 9  al 18 giugno, conferenze aperte a tutti, organizzate con docenti,  esperti, attivisti sui temi cari all’etica e alla cultura hacker: storia  dell’hacking e della net art, open source, paura, sicurezza e controllo,  open design e animazione, peer to peer economy. ecohacking, performance  artistiche.

* Hackmeeting vero e proprio, presso l’Sos Fornace di Rho, via San  Martino 20 (sosfornace.org) dal 19 al 21 giugno: tre giorni di workshop,  lan space, sharing di idee, file e hardware, seminari, incontri,  laboratori, su software libero, codice, libertà della rete, peer to peer.

Per il programma dettagliato vedi sotto, oppure: http://hackmeeting.org

WARM UP-dal 9 al 18 giugno 2009

Hack tales
9 giugno- Accademia di belle arti di Brera-aula Napoleonica (aula magna)
Via Brera, 28-Milano-dalle 14 alle 17 Storia dell’hacking e del networking (con collegamenti all’hacktivism e  artivism) come pratica artistica e hacker, con Antonio Caronia, Tatiana  Bazzichelli, Putro.

Open source, free software: una introduzione (it is not like free beer  but like free speech)
11 giugno-Politecnico di Milano-piazza Leonardo-Milano dalle 17

Paura anche no
12 giugno- facoltà di sociologia, Polo universitario Bicocca-edificio  U7, in via Bicocca degli Arcimboldi 8-Milano-dalle 16 alle 19.30
Il babau, il gioco della paura e i meccanismi di sicurezza, con  Massimiliano Guareschi-agenzia X, Marcello Maneri, docente di  sociologia, che parlerà di percezione della sicurezza, politiche della  paura, Marco Capovilla, che mostrerà le carte in gioco: linguaggio dei  media fotografico e non solo, presentazione della campagna paura anche.no.
Al termine aperitivo da paura.

Open design
15-16-17 giugno-Politecnico di Milano-facoltà del design, Polo  universitario Bovisa- – Via Durando 38/A-Milano-dalle 10 in poi, per  tutto il giorno
15-16 giugno-Open Hardware- workshop, riflessioni, testi, esperimenti  tra l’orizzonte dell’opensource e la pratica del design con Massimo  Banzi e la piattaforma Arduino (http://www.arduino.cc/it/).
17 giugno-Open modelling, 3d & Blender, modellazione, rendering,  animazione con la community di kino3D, Gianluca Faletti, Mario  Ambrogetti, Davide Vercelli

Ecohacking
17 giugno-Cascina Torchiera senz’acqua-piazzale cimitero maggiore  18-Milano-dalle 17 fino a tarda notte Pratiche wired di ecologia: come costruire un pannello solare, riciclo e  riuso, ciclofficine riunite, la pratica degli orti urbani con le diverse  realtà milanesi, la paura della notte e la natura in città.

Dopo la crisi, Open Economy?
18 giugno-facoltà si Scienze Politiche, via Conservatorio 7-Milano-dalle  14 alle 19 Open non vuol più dire solo Open Source Software (anche se rimane una  dimensione importante), ma anche Open Hardware, Open Agriculture, Open  Ecology, Open design e perche no, Open Money. Un incontro presentato da  Adam Ardvisson, docente di sociologia della globalizzazione, con la  partecipazione di Magnus Erikson, Pirat Bureau, Davide Biolghini dei  DES-distretti di economia solidale, Stefano Zacchiroli del sistema  operativo Debian (_http://www.debian.org/_).
Al termne, aperitivo open bio

Hackmeeting-presso Sos Fornace di Rho, via San Martino 20-Rho (Milano)

Tre giorni senza sosta di lan space, file sharing, dibattiti e workshop,  non facilmente riassumibili, perché in costante evoluzione. Quest’anno, oltre ai tradizionali incontri su linux, e altri programmi  base, verranno dedicati workshop all”nterazione uomo macchina, sesso,  genere e web, sorveglianza e autodifesa, informazione, paura, sicurezza,  controllo, trasformazione e nuove frontiere del lavoro IT, Open business  ed economie etiche, strumenti di archiviazione, streaming,  interpretazioni e modifiche dei kernel. Uno spazio verrà interamente  dedicato a Open movies: video scelti tra i titoli che riguardano i temi  più vicini alla cultura hacker, alcuni seminari saranno rivolti ai teen  ager , e ci sarà ovviamente anche un angolo per i piccolissimi, per  permettere a mamme e papà di non doversi sentire solo giovani.

I seminari si alterneranno con teatrini elettrici, hack challenge,  giochi, proiezioni di immagini e tutto quello che contribuisce alla net art.




Contro i brevetti sul software

Introduzione

La nostra petizione mira a unire le voci preoccupate di singole persone, associazioni ed aziende d’Europa, e chiede ai nostri politici in Europa di fermare i brevetti sui software introducendo una legislazione nuova e più chiara.

Il sistema dei brevetti è usato in modo scorretto per limitare la concorrenza per il vantaggio economico di pochi, ma non riesce a promuovere l’innovazione. È meglio che il mercato del software sia completamente libero dai brevetti: una sana concorrenza spinge gli operatori del mercato all’innovazione.

Le sentenze dei tribunali europei ammettono ancora, in molti casi, la validità dei brevetti sui software assegnati dagli uffici brevetti nazionali e dall’Ufficio europeo dei brevetti (UEB), che sono sottratti a qualsiasi controllo democratico. Questi uffici continuano non solo ad assegnare brevetti, ma anche ad esercitare pressioni lobbistiche. Il sistema dei brevetti versa oggi in profonda crisi, ma essi non sono in grado di riformarlo e anzi, con la loro politica d’assegnazione lassista, continuano a mettere a rischio molte aziende europee.

Nel 2005 la Commissione è sembrata più attenta agli interessi delle grandi multinazionali che non a quelli delle piccole e medie imprese europee, le quali costituiscono la principale forza d’innovazione tecnologica dell’Europa. Il Parlamento europeo ha respinto la direttiva sulla brevettabilità dei software, ma non ha il potere di avviare iniziative legislative.

Considerazioni

Studi

Un grande numero di seri studi scientifici ed economici giustifica l’abolizione dei brevetti sul software.

Copyright per il software, ma nessun brevetto

Gli autori di software sono già protetti dalla legge sul diritto d’autore, che permette ad altri di proseguire l’innovazione nello stesso campo generando una salutare competizione, ma questa protezione è minacciata dai brevetti sul software. È fin troppo facile violare un brevetto sul software del tutto inconsapevolmente. Le aziende produttrici di software non hanno bisogno dei brevetti per innovare: debbono anzi esser protette dai detentori di brevetti il cui fondamento legale sia poco chiaro.

Querele invece di innovazione

I brevetti software falliscono proprio in ciò che sarebbe il loro scopo legittimo: favoriscono il proliferare delle azioni legali a scapito dell’innovazione, annullando la propria stessa giustificazione democratica; costringono i produttori di software a sprecar denaro per seguire pratiche burocratiche e cause legali e per eludere le pretese sul software di dubbio fondamento – denaro che sarebbe meglio speso per la ricerca applicata. Così i proprietari di brevetti sul software, che non sempre sono anche produttori di software, hanno modo di esercitare uno sleale controllo del mercato.

Errori americani

Negli Stati Uniti si spendono ogni anno miliardi di dollari per cause legali sui brevetti software, cause che non coinvolgono soltanto le aziende produttrici di software, ma anche aziende d’altro tipo, solo perché hanno un sito web. È ciò che sta cominciando ad accadere anche in Europa: occorre evitare che questo errore si ripeta qui.

Noi chiediamo con forza ai nostri legislatori:

  • di far approvare, in materia di brevetti, una legislazione nazionale meglio formulata, che escluda qualsiasi brevetto sui software;
  • di far decadere tutte le concessioni dii brevetti che possano essere violati dal software installato su apparecchi programmabili;
  • e inoltre di adoperarsi perché tale normativa sia adottata anche a livello europeo, a cominciare dalla Convenzione europea sui brevetti.
individualFirma come singola persona companyFirma come azienda
associationFirma come associazione company groupFirma come gruppo di aziende



L’uomo artigiano

il manifesto, 27 Novembre 2008
L’ULTIMO LAVORO DELLO STUDIOSO RICHARD SENNETT
I maestri DEL FARE
L’«Uomo artigiano», il nuovo libro dello studioso statunitense. Ritorna allo scoperto una figura del lavoro considerata estinta. Ma che ha i contorni postmoderni dei produttori del sistema operativo Linux
Benedetto Vecchi

Se l’«uomo flessibile» si concludeva con un capitolo che prendeva di mira il «lavoro in team», ritenendolo l’ultima frontiera del controllo e della «corrosione del carattere» della forza-lavoro, la nuova opera sull’Uomo artigiano di Richard Sennett propone la figura dell’artigiano per rispondere all’alienazione che caratterizza l’organizzazione del lavoro nel «capitalismo flessibile» ((Feltrinelli, traduzione di Adriana Bottini, pp. 320, euro 25). Lo studioso statunitense non crede, infatti, che il lavoro in team e il just in time consentono, come invece sostengono invece i loro cantori, la ricomposizione delle mansioni, chiudendo così l’era della divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Ritiene, al contrario, che la produzione di massa, indipendentemente da come è organizzata, sia fondata sulla separazione tra progettazione e esecuzione, tra pensare e fare. Per Richard Sennett un lavoro scandito dalla ricomposizione tra progettazione e esecuzione, tra pensare e fare va cercato nella vasta comunità di programmatori «open source, giungendo alla conclusione che sono questi produttori di software la contemporanea incarnazione della figura dell’artigiano.

Gli animali di Hannah Arendt
È da questa convinzione che è partito un progetto di studio che dovrebbe fornire una radiografia nitida e un’analisi altrettanto puntuale sulle forme di azione sociale che caratterizzano appunto il capitalismo flessibile. La pubblicazione de L’uomo artigiano è dunque da considerare il primo di tre saggi sulle strutture dell’azione sociale, sebbene Richard Sennett non indulge mai a una griglia d’analisi funzionalista, né è molto interessato a evidenziare le ambivalenze di alcuni processi sociali, come invece amava fare uno dei decani della sociologia statunitense, Robert K. Merton, che ha dedicato all’artigiano uno dei capitoli della sua opera maggiore, Teoria e struttura sociale. Ed è con il consueto stile elegante e tuttavia circostanziato che Sennett prende le distanze dal funzionalismo e alla teorie di Merton. Il suo obiettivo è di sottolineare come alcune forme del lavoro o di vita della società preindustriali non siano scomparse, ma come un fiume carsico stiano riemergendo, presentando tuttavia caratteristiche diverse dal passato.
In apertura di questo volume, all’interno di un capitolo che oscilla tra autobiografia e ricostruzione del clima culturale di un paese che prendeva faticosamente le distanze dal maccartismo, l’autore ricapitola la sua formazione intellettuale, individuando in Hannah Arendt la studiosa che più di altri influenzò la sua decisione di continuare sulla strada della ricerca sociale, cercando di coniugare la necessaria aderenza al principio di realtà a forte spinta etica. Sennett scrive di come fu colpito da Vita activa, il saggio dove Hannah Arendt ridimensiona il ruolo del lavoro nella società, considerando la politica l’attività principe dell’animale umano. E di come egli giovane studente con il sogno di lavorare alla formazione di una «buona società» cominciò a riflettere attorno alla distinzione tra animal laborans e homo faber proposta dalla filosofa tedesca per sottolineare il fatto che mentre l’animal laborans produce i mezzi per la riproduzione della specie, domandandosi tutt’al più come produrli, l’homo faber nello svolgere il proprio lavoro si pone la domanda del perché lo stia svolgendo.
In entrambi i casi, c’era una priorità fare rispetto al pensare, della necessità rispetto alla libertà. La denuncia del lavoro come attività degradata dell’essere umano avanzata da Hannah Arendt nulla aveva a che fare con la critica al lavoro salariato di marxiana memoria. Ma non era per questo motivo che non convinceva e non convince tuttora Sennett, che la considera segnata da dicotomie (il fare e il pensare, ad esempio) che nel lavoro invece convivono in un equilibrio scandito da un’altra dicotomia, quella tra autorità e autonomia. Ed è da allora che lo studioso statunitense ha cominciato a cercare di definire quale sia il posto occupato dal lavoro nella società contemporanea, cercando proprio nell’artigiano la figura che supera le dicotomie che hanno accompagnato, teoricamente e socialmente, la categoria del lavoro.

I demiurghi del presente
L’artigiano, infatti, per rimanere alla Vita activa di Hannah Arendt, risponde sia alla domanda del come svolgere lavoro, ma anche il perché svolgerlo, attraverso una maestria nel fare che consegna agli artigiani una sorta di missione civilizzatrice anche quando sono stati relegati ai margini della vita pubblica. Nel lavoro artigiano, infatti, non c’è solo abilità tecnica, attenzione alla qualità del manufatto da produrre, ma anche e soprattutto una cura delle relazioni sociali che accomuna sia il maestro che il discepolo; oppure la centralità del valore d’uso del manufatto rispetto al valore di scambio. Sebbene Richard Sennett sottolinei come l’artigiano non costituisca la semplice permanenza di una forma arcaica di lavoro nelle società contemporanee, il suo libro va considerato non solo come una critica dell’analisi di Hannah Arendt, ma anche come la sofistica e suggestiva proposta dei demiourgoi (così venivano chiamati gli artigiani nell’antica Grecia) come figura salvifica dall’alienazione e dall’anomia dell’attuale organizzazione produttiva capitalistica.
È il lavoro concreto che si contrappone al lavoro astratto, tanto per usare categorie marxiane. Ma anche l’incarnazione in una stessa persona o esperienza sociale di una ricomposizione di quei frammenti che la divisione del lavoro scandisce in termini di efficienza e produttività. La maestria tecnica di cui scrive Sennett è quindi da intendere come una pratica culturale che individua la soluzione dei problemi all’insegna di un «fare di qualità». Ma anche la cura con cui i maestri artigiani trasmettevano il mestiere all’epoca delle corporazioni medievali da intendere come una socializzazione del virtuosismo sviluppato dal singolo. È quindi il primato della qualità; ma anche di un «sapere semantico» che viene trasmesso sia per via orale che attraverso l’apprendimento per imitazione. Fattori che vanno a comporre una «coscienza materiale», che attraverso la manipolazione dei materiali, la presenza, in quanto garanzia del marchio d’autore, e l’antromorfismo impresso ai materiali stessi costituiscono le componenti di un’autonomia del lavoratore, ma anche l’esercizio dell’autorità da parte del «maestro» all’interno dei laboratori artigianali. Una gerarchia, dove il binomio tra autorità e autonomia convive in una organizzazione produttiva che ha come referente non il mercato, ma un committente talvolta capriccioso talvolta generoso mecenate. E sono una vera chicca le pagine de L’uomo artigiano che raccontano come i liutai Stradivari e Guarneri, l’orafo e scultore Cellini abbiano manifestato i medesimi sentimenti contraddittori rispetto la trasmissione delle loro abilità o il rapporto di amore e odio con i committenti, dai quali dipendevano per il pagamento del loro lavoro.

Il virtuosismo di Linux
Nessuna nostalgia, vale la pena ripetere, per il passato, quanto la convinzione che l’ordine dei problemi che gli artigiani hanno dovuto affrontare costituiscono il background strutturale del capitalismo «flessibile». In primo luogo, il superamento dell’organizzazione tayloristica del lavoro dettata dalla necessità, così recita la vulgata dominante, di reagire a una feroce competizione attraverso la migliore qualità delle merci prodotte e da una continua innovazione tecnologica, organizzativa e di prodotto. Elementi, tutti, che possono essere risolti appunto dalla riproposizione di quella poiesis che caratterizza il lavoro artigiano. Questo non significa tuttavia l’azzeramento o la rinuncia al sistema di macchine, ne tantomeno la riproposizione del piccolo laboratorio come dimensione ottimale per la produzione della ricchezza. L’artigiano a cui pensa Sennett è infatti l’uomo o la donna che sa usare con maestria le tecnologie digitali, ma che considera la qualità, l’innovazione e le cooperazione sociale come valori assoluti. Da qui l’individuazione nei programmatori del sistema operativo Linux come gli artigiani di cui ha necessità il capitalismo postfordista.
La proposta di Sennett va quindi presa sul serio, perché meglio di tanti altri studiosi critici della capitalismo contemporaneo, ritiene che il sapere, l’innovazione sono espressione di un’intelligenza collettiva che accidentalmente può essere meglio interpretata da un singolo o da una «comunità virtuale», come appunto quella dei programmatori di Linux. Dunque la consapevolezza politica di un «riformista radicale» che nel capitalismo l’autorità sul lavoro non debba cancellare l’autonomia dei lavoratori nel decidere la one best way, definita, a differenza di quanto accadeva nell’impresa fordista, di volta in volta proprio da quella cooperazione sociale dove la gerarchia è flessibile e nella quale l’autorità è dalla dalla maestria in un «fare intelligente» ma collettivo. Una tesi molto più aderente a un principio di realtà di quanti ancora propongono il lavoro di fabbrica come paradigmatico per comprendere il capitalismo flessibile. Non accorgendosi così che proprio al lavoro operaio vengono richieste attitudini tipiche dell’uomo artigiano proposto da Richard Sennett.