I predatori della scienza

Riviste che pubblicano qualsiasi studio pur di far soldi. Convegni farsa. Un’inchiesta rivela l’ampiezza di un sistema, quello dei predatori della scienza, che danneggia la credibilità della ricerca.

Copertina dell'articolo originaleInternazionale n. 1274, pp. 44 – 51, traduzione dell’originale della Süddeutsche Zeitung Magazin di Patrick Bauer, Till Krause, Katharina Kropshofer, Katrin Langhans e Lorenz Wagner, in collaborazione con Felix Ebert, Laura Eßlinger, Jan Schwenkenbecher e Vanessa Wormer. Insieme ad altre testate tedesche e internazionali, come il New Yorker e Le Monde, i giornalisti hanno indagato per mesi sul settore degli editori predatori analizzando circa 175mila articoli.

In questo lungo ed agghiacciante articolo si racconta il lavoro di mesi di inchiesta di un gruppo di giornalisti tedeschi, a cui hanno collaborato altre prestigiose testate internazionali.

Inventandosi un ricercatore mai esistito:
«Il nome che abbiamo scelto è Funden, dottor Richard Funden. Abbreviato: R. Funden (che in tedesco suona come erfunden, inventato). Lo qualifichiamo come collaboratore della clinica Himmelpforten (“porte del cielo”, è l’indirizzo tedesco a cui si mandano le lettere per Babbo Natale). Funden è il fondatore dell’Institute for applied basic industrial research (Ifabir). Oltre al proprio nome e all’istituto, Funden ha inventato anche un rimedio contro il cancro: una tintura alla propoli, la sostanza resinosa prodotta dalle api».
Questo “scienziato”, si scopre leggendo l’articolo, riesce senza il minimo problema, e pagando qualche migliaio di euro, a farsi pubblicare da una “rivista scientifica specializzata” il proprio saggio. Saggio scritto con un programma inventato da un gruppo di studenti universitari che permette di “scrivere” saggi apparentemente scientifici, ma in realtà completamente senza senso. Programma fatto per gioco, per prendere in giro la boriosa serietà delle riviste scientifiche vere.
Bene (anzi, male), non solo il saggio del dr. R. Funden viene pubblicato, ma da quel momento è tutto un seguirsi di contatti, richieste di partecipazione a convegni, ad ulteriori pubblicazioni, etc etc., il tutto in un quadro di presunta procedura di “peer review”, che di fatto – ad un banalissimo controllo – non avviene in nessun modo.
Si entra così in un mondo fatto di centinaia di riviste “scientifiche”, fatto di quasi 9000 riviste di questo tipo in cui vengono pubblicati all’incirca 400.000 articoli l’anno! (pag. 47). Un business ENORME, in costante crescita.
In crescita perché nel mondo della ricerca:
«per riuscire a ottenere fondi e avanzamenti di carriera, i ricercatori sono costretti a pubblicare il più possibile, secondo il monito “pubblica o muori”» (pag. 48)
Si dirà, vabbe’, avete scoperto l’acqua calda: si sa che il mondo è pieno di ciarlatani e, “per colpa di internet”, di analfabeti funzionali che credono a queste panzane.
Giusto! Non fosse che…
«Le star del mondo scientifico hanno pubblicato ripetutamente presso gli editori predatori. Per esempio Günther Schuh e Achim Kampker, due professori di Aquisgrana noti per aver sviluppato lo Streetscooter, un furgone elettrico che consegna pacchi per conto delle poste tedesche […]. E poi c’è Peter Nyhuis, direttore dell’istituto di impianti industriali e logistica all’Università di Hannover e vicesegretario della commissione scientifica del Wissenschaftsrat, il più potente organo di consulenza sulle politiche scientifiche in Germania. L’istituto di Nyhuis è tra quelli con più pubblicazioni presso editori predatori […]».
Il logo di una delle riviste della OmicsMa perché personaggi “seri” della ricerca scientifica europea cadono nella trappola degli editori predatori? Perché:
«La pressione a pubblicare è fortissima, basta ascoltare Nyhuis per capirlo. Da lui vige la vecchia regola di due pubblicazioni all’anno in lingua tedesca e due in inglese. Nel 2016 in Germania hanno conseguito un dottorato circa trentamila studenti. In alcune università le tesi di dottorato si scrivono come alla catena di montaggio, e da qualche parte tutta questa conoscenza dovrà pur trovare visibilità. C’è un eccesso di offerta di ricerche e poca domanda. Aver riconosciuto e quindi sfruttato questa lacuna è il motivo del successo [degli editori predatori]».
Su cosa giocano gli editori predatori per tenere legati a se i ricercatori? Come è possibile che dei ricercatori seri non si accorgano di star pubblicando saggi scientifici con tutti i crismi a fianco di ciarlatanate assolute?
«Gli editori predatori […] set giocano anche sul fattore vergogna. Quella che prova un dottorando quando non ha il coraggio di confessare al relatore che volo, iscrizione e pernottamento sono state spese inutili. Che l’articolo proposto è stato accettato senza alcun controllo e che bisognerebbe cancellarlo dal registro delle pubblicazioni. Nel mondo della scienza la reputazione è la moneta più preziosa, e per paura di rovinarsela molti ricercatori preferiscono coprire un sistema sospetto».
Ok, capito. Però questo gioco può funzionare solo con ricercatori minori, con dottorandi disperati che hanno la necessità di pubblicare a tutti i costi per non rischiare di finire licenziati. Che c’entra con la ricerca scientifica seria, quella delle grandi università e dei colossi dell’industria!
«Da tempo questo modello non è limitato al mondo accademico. Nell’autunno del 2017 sul Journal of Health Care and Prevention della Omics [uno dei più importanti editori predatori, su cui ha pubblicato il suo “saggio” il Dr. R. Funden, di cui sopra. Ndr] è uscito uno studio su uno dei prodotti più noti della Bayer: l’aspirina».
Immagine che rappresenta la fusione tra Bayer e MonsantoToh, la Bayer?!?! La megacompany tedesca che si è mangiata nientepopodimenoche la Monsanto? Che pubblica su un editore predatore?? Ma dai…
«Il medicinale continua a generare profitti ma, visto che altri produttori offrono lo stesso principio attivo a prezzi inferiori, la Bayer lancia sul mercato versioni leggermente diverse a prezzi più elevati. Per esempio l’aspirina plus C: non è altro che un’aspirina con aggiunta di vitamina C, ma costa quasi il doppio. Che sia più efficace è opinabile. Ma la ricerca della Omics dichiara in dal titolo che l’aspirina plus C è più efficace contro i sintomi del raffreddore. Visto che nello studio l’aspirina plus C è messa a confronto con un placebo, cioè con dell’acqua frizzante, non c’è da sorprendersi: l’aspirina combatte i sintomi del raffreddore più di quanto non faccia l’acqua con le bollicine. E invece la domanda dovrebbe essere: questo medicinale più costoso è più efficace di quello senza vitamina C, che è meno caro? Lo studio non se ne occupa».
Ok, ma tutti si saranno accorti che la Bayer ha pubblicato munnezza su un editore predatore, no? Pare di no, dato che non è la sola a pubblicare su questo riviste pseudo-scientifiche.
«La Philip Morris, esclusa da molte conferenze e riviste scientifiche serie, pubblica con la Waset studi in cui si sostiene che i suoi vaporizzatori di tabacco Iqos provochino meno danni per la salute e manda i suoi ricercatori ai congressi della Omics. La Bmw pubblica con la Waset degli studi sulle macchine che si guidano da sole, mentre gli ingegneri della Siemens tengono relazioni sui rivestimenti per le pale eoliche alle conferenze della Omics in Spagna. I ricercatori della Framatome, un’azienda che si occupa di sicurezza nelle centrali nucleari, hanno presentato i piani di emergenza in caso di incidenti nucleari a una conferenza della Waset a Madrid. L’Air bus pubblica con la Waset gli studi sulla stabilità delle cabine degli aerei».
Logo della FramatomeQuindi le “ricerche” che giustificano la messa in commercio di vaporizzatori di tabacco, che portano avanti gli studi sulle macchine che si guidano da sole (!), ma anche sulla stabilità delle cabine degli aerei (!!) se non della sicurezza delle centrali nucleari (!!!), vengono pubblicate da grandissime aziende multinazionali, tra le più importanti del modo, su riviste o a convegni di editori predatori, in cui non c’è alcuna verifica scientifica seria su quanto affermato.
Come mai nessuno dice nulla? Ok è un business, ma siamo dentro il cuore della civiltà occidentale uscita dalla rivoluzione francese: tutto il modo contemporaneo, la base stessa del liberismo si dovrebbe fondare sulla serietà, riproducibilità e verifica delle teorie scientifiche e della loro successiva messa in produzione.
Come mai gli stati, l’Unione Europea, gli Usa non dicono nulla, non prendono provvedimenti?
«Le pubblicazioni scientifiche non servono solo per convincere i clienti a comprare i farmaci o le automobili. La nostra inchiesta dimostra che le ricerche entrano a far parte della quotidianità politica. L’Istituto europeo per il clima e l’energia (Eike) è considerato un ricettacolo di negazionisti del cambiamento climatico provocato dall’essere umano. L’Eike collabora con persone che hanno il sostegno della CO2 coalition, un’organizzazione discussa vicina a Donald Trump. La sua tesi principale è che le elevate emissioni di anidride carbonica farebbero bene al pianeta. Il vicepresidente dell’Eike è Michael Limburg, che alle elezioni legislative del 2017 si è candidato con i populisti di destra dell’Alternative für Deutschland (Afd). Di recente, invitato al parlamento regionale del Brandeburgo in qualità di esperto, Limburg ha dichiarato che non ci sono le prove del fatto “che l’anidride carbonica prodotta dall’essere umano riscaldi, in qualche modo misterioso, la temperatura dell’atmosfera del pianeta”».
il logo della EIKE – Europäisches Institut für Klima & Energie Perché il business fa camminare la politica, la finanzia, gli detta le regole. E dove c’è business non ci può essere tutto ‘sto cazzo di controllo scientifico antieconomico, che è solo un freno alla naturale crescita dell’economia mondiale! Direbbe Trump. Ma mica solo lui…
«Risultati di ricerche dubbie compaiono ormai anche in rapporti della Commissione europea, nelle richieste di brevetto per medicinali e addirittura nella banca dati del Gemeinsamer Bundesausschuss (G-Ba), un organo che stabilisce se i costi di un medicinale possano essere coperti dalla sanità pubblica tedesca. Le aziende farmaceutiche consegnano al G-Ba le loro domande di autorizzazione, che spesso contano centinaia di pagine, a dimostrazione dell’efficacia dei medicinali. In questi documenti ci sono molti rimandi ad articoli usciti presso editori predatori».
Logo della Gemeinsamer BundesausschussAttenzione, qui mi pare compaia direttamente l’industria farmaceutica e la Commissione Europea, cioè quell’insieme di pubblico&privato che decide cosa, dove, come e quando noi tutti dobbiamo sottoporci a profilassi mediche di qualche tipo.
Sulla base di studi e documenti in cui (cito):
«ci sono molti rimandi ad articoli usciti presso editori predatori» ????????
Logo del BfR: BfR - Bundesinstitut für Risikobewertung Quindi è sulla base di queste “ricerche” che si decide la nostra salute? Ma sarà vero??
«L’Istituto federale per la valutazione del rischio (Bfr) è considerato da molti una roccaforte della ricerca seria. Da più di quindici anni l’istituto analizza alimenti, sostanze chimiche e altri prodotti per accertare se e come possono risultare dannosi per la salute […]. Nel 2013 alcuni esperti dell’istituto hanno scritto una relazione sul discusso diserbante glifosato incentrata su un articolo uscito sul Journal of Environmental & Analytical Toxicology, una rivista della Omics. Il Bfr criticava l’articolo, ma non bollava la rivista né l’editore come pseudoscientifici. Alle nostre domande l’istituto risponde di non avere nessuna lista delle pubblicazioni sospette. Alcuni collaboratori del Bfr hanno addirittura pubblicato articoli con la Omics e sono stati ospiti a dubbie conferenze della Waset e della Omics. Sul sito della Omics c’è anche una pagina dedicata all’istituto».
Questa è la situazione, oggi, della ricerca scientifica: drammatica. Non solo per la ricerca scientifica in se, che già sarebbe gravissimo, ma anche sugli effetti che subiamo, noi cittadini, tutti i giorni, perché le decisioni prese dai nostri governanti – locali, europei, mondiali – sono in non piccola parte influenzati da questo meccanismo perverso, che ormai è diventato un business enorme.
Come uscirne?
«Cosa deve succedere perché questa truffa sia presa sul serio e fermata? “Servirebbero regole nuove sulla valutazione della ricerca scientifica”, spiega l’attivista scientifica Debora Weber-Wulf. Spacciare sciocchezze per scienza è facile ma, una volta diffuse, smentirle è difficilissimo. Per eliminare gli editori predatori, dovrebbero voltargli le spalle gli utenti a cui si rivolgono: gli scienziati. Ma gli scienziati, allora, dovrebbero ammettere una cosa spiacevole: che proprio loro, i ricercatori così altamente preparati, sono entrati a far parte di un sistema truffaldino. Prima da vittime, ma poi – tacendo, occultando e accampando scuse – anche da carnefici».
Intanto, però, a noi continuano a propagandare – faccio qualche esempio “mio” – la geotermia come ecologica e rinnovabile, continuano a bombardarci con “epidemie” manco fossimo durante la grande peste, pretendono che ci si vaccini per decine di dosi grazie alla “collaborazione” tra privato&pubblico sulla base di “importanti ricerche scientifiche”.
Senza che nessuno – i “compagni” in primis – si renda conto che siamo entrati in un meccanismo in cui la “ricerca scientifica” è al servizio del business, del PROFITTO. E di fronte al profitto, all’obbligatorietà del profitto di continuare a crescere, trimestralmente, non c’è scienza, salute, giustizia che tengano.



Filastrocca di un bieco nero, di Alberto Prunetti

Una filastrocca del mio amico Alberto Prunetti (e sono orgoglione di poterlo definire così) per commentare un triste episodio, uno striscione di Forza Nuova contro le maestre dell’asilo Monumento di Siena. Con un piccolo omaggio a Gianni Rodari e ai Cantalamappa.

1

Di notte su un asilo un bieco nero appende uno striscione.

Scrive il nostalgico del regime:

“Macché educazione è solo perversione”.

Rispondiamogli per le rime.

2.

Raccontava Gianni Rodari:

“A casa vostra chi comanda, il babbo o la mamma?”, chiede un tale agli scolari.

“A casa non ci son catene, noi ci vogliam bene.”

Poi una linguaccia e via con l’aquilone.

Per i biechi neri, se nessuno comanda è perversione.

3.

Per i biechi neri, Aladino si merita le botte.

Cenerentola non deve uscire dopo la mezzanotte.

Cappuccetto rosso multata, per aver preso la strada sbagliata.

Il lupo un clandestino da allontanare.

Raperonzolo va bene se si liscia i capelli, ma la casa non può lasciare.

E Alice trattata coi farmaci o legata al letto di contenzione:

non si può a piacimento diventar grandi o piccini

e poi passare senza documenti attraverso gli specchi e i sacri confini.

Che perversione!

4.

Ah, se facessero i biechi neri a scuola lezione

Gianni Rodari e don Milani in castigo, in punizione.

Il Maestro Manzi che insegna ai contadini

esiliato oltre i patri confini.

E quell’altro che sperimenta a Reggio Emilia

laboratori e spazi sensoriali

al campo di lavoro forzato,

coi maiali.

Credere obbedire e combattere

ecco per domani la lezione.

E tutto il resto

è perversione.

5.

Per i biechi neri ci son cose da bambini e cose da bambine

e mescolar le carte è aberrazione.

E chi ha ragione è forte e chi è forte ha ragione.

E i grandi vincono sui piccoli.

I ricchi sui poveri. I potenti sugli oppressi.

E nel Pianeta Forca… “prima i forcaioli”.

Ma così le favole al contrario di Rodari diventano bugie.

I libri di Lionni, come “Piccolo giallo piccolo blu”

per loro corrompono gli animi e tradiscono la tribù.

Metterli all’indice dà grande soddisfazione

che leggerli è solo perversione.

6.

Per i biechi neri, i bambini devono imparare

a obbedire, stare in fila e rispettare.

Hanno inventato una teoria che non c’è,

la chiamano “gender”. Sapete perché?

A mo’ di spaventapasseri, di caricatura

la scaglian su chi educa a una solidale libertà,

che paura a loro fa.

7.

E allora strepitano: è perver-cosa… è zeperzone…è pepperone…

(uffa, non riesco nemmeno a scriverla, questa parola, che desolazione)

insomma, è quella roba là.

Per loro, abolire i “perché” e punire gli errori: educare è tutto qua.

Facile educare così, con la frusta delle parole.

La scuola diventa una caserma e il mondo una prigione.

Correggere i birboni e drizzare le schiene.

Che altrimenti, tutti liberi, tutti felici,

tutti assieme… che perversione!

8.

Ma per tenere alla larga i biechi neri

bisogna sempre fare il gioco del perché.

Dateci, avanti, una spiegazione.

Perché perversione?

Diciamolo chiaramente e ponete al caso attenzione:

non è che sta nei vostri occhi

la perversione?

9.

Bambine e bambini, giocate assieme,

vestitevi come vi pare.

Siate quel che volete, bimbi o bimbe, come preferite

ma sempre restate umani

e mettetevi nei panni altrui,

chiedete sempre perché

e fate linguacce e sberleffi

alla ragione della forza

all’obbedienza verso i prepotenti

alla mancanza di compassione.

Allora verranno giorni meno bui.

Siate solidali dopodiché

il resto verrà da sé.




Come mai agli intellettuali italioti non piace Erri De Luca?

Immagine di Erri De Luca in Val SusaÈ questa una di quelle cose che – ingenuamente – mi hanno sempre stupito parecchio: come mai ai nostri “intellettuali” (quelli che scrivono sui quotidiani di “sinistra”, che quando parlano ponderano, perché stanno dicendo cose importanti, che vanno concesse con precauzione, si sa mai che qualcuno le usi male) Erri De Luca piace poco?

Io non lo conosco Erri De Luca di persona, quindi magari è persona antipaticissima, non lo so. Però ho letto – e continuo a leggere – tante cose sue. E poche volte ho trovato un autore con un uso della parola tanto accurato, tanto calibrato. Lui non lavora sulla “struttura”, non gioca con la storia o con altri “trucchi” che spesso si trovano in letteratura. Lui gioca con le parole, partendo da un rispetto profondissimo per essere, per le cose che con esse va a parlare, a maggior ragione se le usa per parlare di persone.

Rispetto, è la parola che immediatamente mi sale alle labbra quando penso a Erri De Luca: rispetto – profondissimo – per lui, per le cose che ha scritto, per le cose che dice, che fa. Rispetto è anche quello che sento che lui offre, ad iniziare dalla sua storia, che è quella di un ex militante rivoluzionario che ha percorso gli anni che vanno dal 1968 al 1980 senza mai pentirsene. Anzi, proponendo una dicitura
M E R A V I G L I O S A  per quegli anni, contrapposta alla vergognosa “anni di piombo”:

anni di rame, perché c’era come un filo di metallo conduttore attraverso cui si propagava ogni lotta, ogni impegno, ogni fierezza

E qui, forse, si comincia a capire come mai sono così pochi gli “intellettuali” italiani che amano Erri De Luca: perché la maggior parte di loro, a differenza del Nostro, sono dei pentiti. Gente che ha fatto il ’68 (o il ’77, peggio ancora!) e che oggi se ne vergogna. E che non può sopportare qualcuno che non solo li difende, quegli anni, ma che ancora oggi, con rispetto, senza la pretesa di insegnare nulla a nessuno, quando c’è bisogno arriva e c’è, è presente. Anche a costo di essere processato.

Uno di noi, Erri De Luca, uno che condivide con gli altri la sua persona, mettendola a rischio; uno di quelli che

rischiavano la strada e per un uomo
ci vuole pure un senso a sopportare
di poter sanguinare
e il senso non dev’essere rischiare
ma forse non voler più sopportare

Uno che in tutte le sue storie ci siamo noi, quelli che si ribellano, quelli che sabotano, quelli che si fidano di chi gli sta accanto, quello che ha sottobraccio quando si decide di smettere di sopportare. Forse è per questo che pochi lo amano, tra gli “intellettuali”, perché è uno di quelli che viene con noi a condividere il pane, un compagno.

Oggi lo riconosci, era impossibile trattare con quella gioventù. Da dov’era spuntata tutta insieme? Così avversa a ogni autorità, strafottente di deleghe, di partiti, di voti, così ficcata in mezzo al popolo, pratica di vie spicce, contagiosa.
Entrava nelle prigioni a schiere di arrestati, faceva lega con i detenuti e iniziavano le rivolte contro il trattamento penitenziario. Andava a fare servizio di leva e dentro le caserme partivano gli ammutinamenti per un rancio migliore e una paga decente. Negli stadi i tifosi adattavano i cori e ritmi delle manifestazioni ai loro incitamenti. Da dov’era spuntata quella generazione imperdonabile che ancora sconta il debito penale del suo millenovecento? Non lo sai, immagini piuttosto che in un sistema ondoso c’è un’onda più serrata e forte, che non si spiega con quella di prima né con quella di dopo. Perciò immagini che prima o poi le genera-zioni tornano.

Questa è stata la generazione di Erri De Luca, spazzata via con ferocia da uno Stato che non poteva permettere più di tanto che andasse avanti a sabotare l’esistente. Una generazione che, nelle sue forze migliori, è stata al nostro fianco, ed è ancora oggi al fianco di chi continua a lottare per fare di questa vita un degno di questo nome.

Ma ci fai cosa, tu e altri della tua specie ed età, in mezzo a questi nuovi? Poco e niente ci fai, che possa servire a loro, però ci stai lo stesso, richiamato in strada dal rosso di Genova, di piazza Alimonda, della notte alla Diaz, del resto alla caserma Bolzaneto, dal rosso sparso apposta che per vie misteriose risale alle tue arterie e ti appartiene.




Amiri Baraka

Immagine di Amiri Baraka da giovane
Amiri Baraka

Scopro solo ora che il 9 gennaio si è spento il grande Amiri Baraka (al secolo LeRoi Jones), intellettuale, poeta, militante.

Negli anni ’60 ha guidato il Black Arts Movement, un movimento legato al Black Panther Party.

E’ l’autore di uno dei più importanti saggi sulla storia degli afro-americani, pubblicato nel 1963: “Il popolo del blues“, edito in Italia dai tipi della Shake Edizioni.

Se ne va un grande uomo, che ha fatto tanto per rendere questo mondo un posto migliore.

Una poesia di Amiri Baraka
Una poesia di Amiri Baraka

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Su Amiri Baraka potete leggere anche i begli articoli usciti su il manifesto:

Nel suo articolo Onori riporta queste parole del grande intellettuale:

“Alcune idee del grande intel­let­tuale afroa­me­ri­cano meri­tano ancora oggi di essere tenute in con­si­de­ra­zione: lo stesso che cam­bia; l’estetica nera e blues. «Le sepa­ra­zioni, una volta risolte le oppo­si­zioni arti­fi­ciali all’interno della musica nera, non sono altro che note sen­tite e risen­tite. In altre parole la New Black Music ((il free, n.d.r.) e il r&b. sono la stessa fami­glia che guarda a cose diverse». «Nelle forme e nel con­te­nuto dell’estetica nera, in ogni sua com­po­nente sto­rica o cul­tu­rale sono rac­chiusi la volontà, il desi­dero, l’evocazione di libertà. Monk par­lava pro­prio di que­sto. Libertà! Bird, Trane, Duke, Sassy, Bes­sie(…) Una depo­li­ti­ciz­za­zione dell’estetica afroa­me­ri­cana com­porta il suo distacco dall’esistenza effet­tiva degli afroa­me­ri­cani (…) Senza il dis­si­dio, la lotta, l’involucro del con­te­nuto, non ci può essere né un’estetica nera né blu, ma solo un’estetica di sot­to­mis­sione, per denaro o a causa dell’ignoranza e della depra­va­zione ideo­lo­gica». We are the blues…”

Un uomo che non si è mai sclerotizzato sulle sue posizioni, ma riuscendo sempre ad stare al passo coi tempi senza per questo svendersi e senza perdere la sua coerenza di fondo di militante politico nero.

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Voci dalla luna, di Andre Dubus

Copertina del libro di Andre Dubus, Voci dalla luna
La copertina

Inizio oggi una nuova tipologia di post. La recensione.

Lo faccio perché mi va, perché leggo tanto ed ascolto tanta musica, e magari a qualcun@ potrebbe interessare leggere qualche commento su libri o dischi che mi passano tra mani, occhi ed orecchie.

Inizio anche perché ho appena finito questo libro – che in realtà è un racconto lungo – di Andre Dubus, che dice sia uno dei più grandi scrittori statunitensi del ‘900 e sicuramente uno dei più grandi nel campo del racconto (breve o corto che sia); e mi ha talmente entusiasmato, questo lungo racconto, da portarmi a decidere di inaugurare questa piccola sezione sul mio blog, nonostante ne abbiamo già scritto su Anobii e Goodreads.

Questo splendido testo narra una giornata di una normalissima famiglia, incasinata come possono essere tante altre, non tanto di più, non tanto di meno: il babbo, Greg, dice al figlio Larry che ha iniziato una relazione con Brenda, l’ex moglie di Larry stesso (che non apprezza particolarmente la cosa). E che, come se non bastasse, si sposeranno. Richie, il figlio dodicenne sente tutta la conversazione dalla sua camera da letto, con ovvi risvolti poco simpatici.

Da qui si dipana tutta la vicenda, permettendoci di conoscere tutta la famiglia, oltre ai già citati anche la sorella Carol e la madre Joan, e come questa vicenda, questa notizia venga vissuta da tutti/e. Un escamotage dell’Autore con il quale entra nella vita di queste persone e ce la dischiude dall’interno, dal dentro delle loro emozioni, dei loro difetti, dei loro limiti, della loro bellezza. Lo fa senza sprecare una parola, una lettera, un fiato. Con una leggerezza che non è mai superficialità, anzi!

Un libro che è un inno alla vita, alla capacità di vivere a testa alta nonostante tutto, senza la pretesa di essere degli eroi, ma semplicemente dei complicatissimi esseri umani.

Il nostro compito non è vivere grandi vite, il nostro compito è capire e vivere le nostre vite

Andre Dubus, Voci dalla luna, Mattioli  1885, 2011, pp. 134, €17,90




Un saluto a Leoncarlo Settimelli

 

Immagine di Leoncarlo Settimelli
Leoncarlo Settimelli

C’era il Nuovo Canzoniere Italiano e c’era il Canzoniere Internazionale e c’eravamo noi, ragazzi, su e giù per la Toscana e l’Italia a rincorrerli per i concerti, a cercare i dischi nelle librerie delle Feste dell’Unità o direttamente sotto i palchi.

C’era la sinistra e raccontava l’Altra Italia, quella del coraggio e della lotta per il riscatto.

Ma questi sono ricordi e considerazioni personali.

Il 26 aprile è morto a Roma Leoncarlo Settimelli.

Era nato a Lastra a Signa nel 1937.

Nei primi anni 60 fondò a Roma il circolo L’Armadio insieme, tra gli altri, a Laura Falavolti, Marco Ligini ed Elena Morandi.

Sono il nucleo fondativo del Canzoniere Internazionale che pubblicherà, tra gli altri, Canta Cuba Libre; Il bastone e la carota; Questa grande umanità ha detto basta; Vita, profezia e morte di Davide Lazzaretti.

E’ stato un protagonista della canzone sociale e di protesta.

Ma Leoncarlo non era solo un grande interprete.

Era una personalità poliedrica: musicologo e ricercatore, importante documentarista per la RAI, scrittore, giornalista per «l’Unità».

Il suo archivio sonoro è depositato presso l’Istituto della Memoria in Scena di Scandicci ed è in fase di ordinamento e catalogazione.

Salutiamo un compagno.

Stefano Arrighetti,

presidente dell’Istituto Ernesto de Martino




Ebooks e Software Libero (e Open Source) – Prima parte

 

Un'immagine dell'ebook reader Leggo IBS
l'Ebook Reader Leggo IBS

Alla fine – meglio tardi che mai – il fenomeno ebook è esploso anche nel nostro paese. Ormai tutti i principali negozi online offrono anche ebook, e sono nati piccoli ed agguerriti store specializzati in editoria elettronica, che stanno facendo veramente un buon lavoro, per offrire tutti i servizi necessari a che l’utenza possa destreggiarsi in un mondo ancora nuovo.

Il fenomeno ebook sta cambiando radicalmente le carte nella tavola dell’editoria, nel mondo e quindi anche da noi, ma la reazione della maggior parte degli editori tradizionali è stata quanto meno conservatrice: tra chi si è  buttato sono ben pochi quelli che l’hanno fatto con un reale slancio innovativo. Tutti gli altri l’hanno fatto perché, in qualche modo, trascinati dal boom (quindi per i capelli), e la loro principale preoccupazione è stata (ed è) quella di fare il minimo sforzo per ottenere il maggior risultato. Quindi prezzi assurdamente alti (ci sono parecchi casi di libri cartacei che costano meno dell’equivalente elettronico; un bel testo su questa scabrosa faccenda è quello di Antonio Tombolini nel numero 8 del suo Ebook Trend Weekly), nessuna pressione sulle istituzioni perché venga parificata l’aliquota iva tra cartaceo (4%) e l’elettronico (20%), uso sconsiderato dei DRM proprietari dell’Adobe, dimostrando una folle paura del p2p, cioè del fatto che i libri elettronici – che alla fine non sono altro che banalissimi file – siano scambiati sulle reti “pirata” del Peer to (2) Peer. Come se fosse un problema togliere ad un file il DRM dell’Adobe: la rete è piena di guide, anche nella nostra lingua, per portare a termine l’operazione in maniera tutto sommato semplice.

Questo fenomeno dimostra, a mio modesto avviso, che le grandi case editrici, al pari delle etichette discografiche all’apparire degli mp3, non hanno capito nulla di quel che sta succedendo, non hanno saputo cogliere l’occasione e si troveranno ben presto tagliate fuori da un nuovo e diverso modo di fare e di fruire dei “libri”.

Quel che c’è da capire di fondamentale, a mio avviso, del fenomeno ebook, è che allo stato attuale chiunque può diventare facilmente editore di se stesso. Sempre che abbia qualcosa di valido (o anche solo di sensato) di proporre agli altri. Essendo un file, oltretutto mediamente leggero (anche meno di un singolo pezzo in mp3, spesso), la sua diffusione in rete è la cosa più semplice che si possa fare. Già oggi i principali negozi online specializzati in editoria elettronica offrono spazio, anche gratuito, all’autopubblicazione (una volta, neanche tanto tempo fa, si sarebbe chiamata autoproduzione…). Dopo di che c’è da promuoverlo, da farlo conoscere, da riuscire a rompere il muro dei media mainstream, che alla fine è diventato il lavoro principale, se non esclusivo, degli editori tradizionali al giorno d’oggi.

Quindi, tolte le capacità artistiche – nel caso della prosa o della poesia – o quelle intellettuali e di scrittura – nel caso della saggistica, quello che l’autore e l’autrice oggi deve imparare a fare è ne più ne meno che un buon prodotto digitale, cioè un ebook. Un file.

Per far ciò già ora sono sul mercato diversi prodotti proprietari e a pagamento (che non è necessariamente la stessa cosa), alcuni molto accessibili e anche ben fatti, altri cari e molto difficili da usare. Noi non ci occuperemo di questi, ma della considerevole quantità di prodotti liberi e pure gratuiti (che non è necessariamente la stessa cosa), coi quali è possibile produrre oggi un buon ebook.




Il maschio nell’Italia di oggi. Anna Bravo su Repubblica

Vecchio dipinto raffigurante la Caccia alle streghe
Caccia alle streghe

Purtroppo questa situazione, il cosiddetto Rubygate, non modifica di molto lo stato attuale dei rapporti di genere nel nostro paese (e non solo). All’impoverimento generale della cultura (intesa nel senso più largo possibile) almeno degli ultimi 15 anni, ma probabilmente dal 1979 in poi, non ha fatto riscontro, da parte della società civile, una reazione proporzionata. Anzi, quel poco di società civile che c’era si è rinchiusa nei suoi fortini, quando ancora c’erano – che fossero partiti o sindacati, università delle donne o centri sociali, collettivi o associazioni – di fatto abbiamo lasciato campo libero alla “cultura televisiva” di creare un nuovo immaginario post-moderno fatto di consumo.

Oggi non ci sono più luoghi reali in cui le giovani e meno giovani generazioni possano materialmente vedere, e magari, provare qualcosa di differente. O sono così poche e così emarginate, che servono giusto a dimostrare, falsamente, che viviamo in una democrazia.

Tutte queste giustificazioni, però, non sono sufficienti a toglierci dalle spalle il fardello che ci grava: siamo maschi italiani del XXI secolo e, chi più chi meno, spesso riproduciamo quelle dinamiche di genere di cui il nostro Presidente del Consiglio è esponente di prim’ordine.

Che vergogna.

Anna Bravo, storica, su Repubblica di oggi

Non capisco perché alcuni uomini debbano fare appello alla propria componente femminile per indignarsi di fronte al cosiddetto Rubygate, mentre avrebbero di che indignarsi in prima persona. A uscire devastata dalla vicenda è più l´immagine maschile che l´immagine femminile. Ragazze che si vendono – un fatto che mette ansia, perché la prima giovinezza è un impasto delicato di furbizia, ingenuità, voglia di spadroneggiare, vulnerabilità. Ma soprattutto uomini che soltanto grazie al denaro e al potere dispongono del loro corpo o magari solo della loro attenzione e le gratificano con regali comprati all´ingrosso.

Eppure, mentre molte di noi si preoccupano della dignità femminile, nessun uomo ha sentito il bisogno di difendere quella del genere maschile. Certo, il modello Berlusconi è così grezzo e simbolicamente violento che per un uomo di buona volontà può essere difficile vederlo come una ferita inferta anche alla propria immagine. Ma, cari, quel modello vi rappresenta in giro per il mondo. Mi stupisce che la vergogna provata da tanti di voi riguardi l´essere italiani, e non l´essere uomini italiani.

Vi sentite incolpevoli? ma allora dovreste sentirvi incolpevoli anche come italiani. Berlusconi vi sembra un alieno? forse, ma non cambia il fatto che appartenete allo stesso sesso.

Alcuni uomini penso a singoli, all´associazione Maschile plurale, a vari altri gruppi hanno capito da decenni che non aver mai commesso stupro non basta a chiamarsi fuori da un mondo maschile in cui la violenza contro le donne si ripete ogni giorno. Uno sforzo, e potreste capire che neppure dallo svilimento delle donne è possibile chiamarsi fuori, che c´è una responsabilità sovraindividuale – beninteso, non come colpa general/generica o dannazione originaria, ma nel senso in cui la intende Amery: come somma delle azioni e omissioni che contribuiscono a fare o a lasciar sopravvivere un clima.

Non mi riferisco soltanto al sesso in compravendita, e neanche al rischio di degradazione che pesa sulle relazioni uomo/donna – problema politico per eccellenza, a dispetto di chi invoca: «torniamo alle cose serie». Intendo un clima in cui le parole delle donne spesso non sono richieste, e se sì, si ascoltano con l´orecchio sinistro, in cui i vertici di qualsiasi realtà sono clan maschili. Eccetera. Un clima, anche, in cui pochissimi e pochissime possono invecchiare in pace senza sognare/temere/detestare la bellezza e la giovinezza.

Prima di indignarsi per interposta donna, alcuni di voi potrebbero aiutarsi con la memoria. Nel Sessantotto e con molta più forza nel femminismo, c´era la buona abitudine di chiedere alle persone da che luogo parlassero, e il luogo era la condizione personale, i comportamenti, l´ideologia, l´istituzione di cui si faceva parte e altro ancora. Voi parlate come se viveste in una camera sterile, con un filtro all´entrata per proteggervi dal contagio delle brutture altrui, e uno all´uscita per fare il restyling alle vostre – diverse, perché no, ma brutture comunque. Parlate come se la buona volontà e un po´ di buon gusto vi mettessero per così dire al di sopra delle parti. Il che può spiegare certe dichiarazioni stravaganti, ma fa anche sospettare che in un angolo della vostra mente riposi la vecchia filosofia secondo cui il maschile equivale all´universale.

Capire che i soggetti sono due, uomo e donna, e che il primo non può rappresentare il secondo, per noi è stata una delizia.Su, non fateci ripetere cose tanto ovvie!

Fonte: Lipperatura di Loredana Lipperini




Mela marcia, Apple e Wikileaks

Ho pubblicato su Mela marcia questo post. Voglio riproporlo qui, perché mi pare cosa interessante, oltre che assai grave.

Foto dello spot "1984" della Apple
1984

Sono mesi che ne parliamo, sono settimane che, nei nostri incontri – presentazione facciamo il collegamento, ora Mamma Apple c’è venuta incontro (purtroppo):

la Apps Wikileaks è stata rimossa dallo Store. Perché?

“Abbiamo rimosso l’applicazione WikiLeaks perché violava le linee guida degli sviluppatori. Un’applicazione deve rispettare tutte le leggi locali. Non può mettere un individuo o un gruppo di persone a rischio.”

Ebbene si, a questo punto il passaggio da Think Different alla Realpolitik si è compiuto definitivamente. Il Padrone del vapore non si discute, Ordine e Disciplina sono priorità in primis per il business.

Apple non ha detto quali individui o quali gruppi sarebbero messi “a rischio” dall’applicazione. La dichiarazione probabilmente si riferisce alla credenza, diffusa negli ambienti politici statunitensi, che i documenti pubblicati da Wikileaks mettano gli americani ed il governo statunitense a rischio. […] Ancora una volta il problema della censura politica si ripresenta in App Store.

Ad usare queste parole non siamo noi pericolosi comunisti, ma il principale sito di appassionati della mela in Italia, Melablog.it. Dopo Amazon, dopo l’ICANN, dopo PayPal, dopo Visa e Mastercard, anche Apple si mette dalla parte della censura politica, dalla parte di chi non vuole che i cittadini possano sapere cosa fanno e perché i loro governanti.

Il discorso, a questo punto, è sempre lo stesso:

non ci stupiscono Amazon, PayPal, Visa o Mastercard (ICANN si, parecchio, è anche di questo sarebbe il caso di parlarne, e diffusamente). Sono aziende, bisnes is bisnes, e che il mondo sprofondi nel fascismo. Ma Apple no, accidenti!

E già, 1984, quanto siamo ci stiamo avvicinando?




Voi, oh, tutti voi…

Fonte: Don Zauker.

Nuvole

Voi,
i cristiani, gli ebrei, i musulmani, i buddisti, gli scintoisti, gli avventisti, i panteisti, i testimoni di questo e di quello, i satanisti, i guru, i maghi, le streghe, i santoni, quelli che tagliano la pelle del pistolino ai bambini, quelli che cuciono la passerina alle bambine, quelli che pregano ginocchioni, quelli che pregano a quattro zampe, quelli che pregano su una gamba sola, quelli che non mangiano questo e quello, quelli che si segnano con la destra, quelli che si segnano con la sinistra, quelli che si votano al Diavolo, perché delusi da Dio, quelli che pregano per far piovere, quelli che pregano per vincere al lotto, quelli che pregano perché non sia Aids, quelli che si cibano del loro Dio fatto a rondelle, quelli che non pisciano mai controvento, quelli che fanno l’elemosina per guadagnarsi il cielo, quelli che lapidano il capro espiatorio, quelli che sgozzano le pecore, quelli che credono di sopravvivere nei loro figli, quelli che credono di sopravvivere nelle loro opere, quelli che non vogliono discendere dalla scimmia, quelli che benedicono gli eserciti, quelli che benedicono le battute di caccia, quelli che cominceranno a vivere dopo la morte…
Tutti voi,
che non potete vivere senza un Babbo Natale e senza un Padre castigatore.
Tutti voi,
che non potete sopportare di non essere altro che vermi di terra con un cervello.
Tutti voi,
che vi siete fabbricati un dio “perfetto” e “buono” tanto stupido, tanto meschino, tanto sanguinario, tanto geloso, tanto avido di lodi quanto il piu’ stupido, il piu’ meschino, il piu’ sanguinario, il piu’geloso, il piu’ avido di lodi tra voi.
Voi, oh, tutti voi
NON ROMPETECI I COGLIONI!
Fate i vostri salamelecchi nella vostra capanna, chiudete bene la porta e soprattutto non corrompete i nostri ragazzi.
Non rompeteci i coglioni, cani!

François Cavanna