Terrorismo, invasioni, distrazione di massa

Vignetta ironica sulla crisi economicaLe bombe del Belgio di questi giorni riportano, in tutta la sua drammaticità, il terrorismo nel cuore dell’Europa. E, come era ovvio aspettarsi, sono partite a spron battuto le campagne razziste, xenofobe e fascistoidi per l’espulsione di tutti i migranti, la vendetta che ne deve conseguire, il “siamo in guerra” e via cantando, come sempre capita in questi casi.

Pochissimi si mettono lì a far di conto, come dovrebbe essere, per vedere di che cosa si parli realmente quando si parla di “terrorismo”, di “guerra”, di “invasione” e via berciando.

Pochissimi, ma qualcuno c’è.

Terrorismo

Quando si parla di “terrorismo” si intende, ci dice il dizionario

2. L’uso di violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata e a destabilizzarne o restaurarne l’ordine, mediante azioni quali attentati, rapimenti, dirottamenti di aerei e sim.; possono farvi ricorso sia gruppi, movimenti o formazioni di vario genere (ma anche individui isolati), che vogliono conseguire mutamenti radicali del quadro politico-istituzionale, sia apparati, istituzionali o deviati, di governo interessati a reprimere il dissenso interno e a impedire particolari sviluppi politici

Quindi, ci dice il dizionario, il terrorismo può essere di singoli, gruppi, ma anche di apparati istituzionali o deviati, quindi di Stato.

Pochi, però, ci dicono quanto terrorismo stiamo vivendo, e quanto, invece, ne abbiamo vissuto anche recentemente. Ci viene allora in soccorso un sito, si chiama statista, che

one of the world’s largest statistics portals. Providing you with access to relevant data from over 18,000 sources

Cosa ci racconta statista del terrorismo in Europa. Qualcosa di interessantissimo, e ce lo mette in una bella infografica:

Infographic: Victims Of Terrorist Attacks In Western Europe | Statista

Questa inforgrafica è interessante perché ci permette di visualizzare immediatamente tutta una serie di dati:

  • quali paesi europei hanno subito attacchi terroristici dal 1970 ad oggi;
  • che le vittime si contano nell’ordine delle centinaia;
  • che dal 1992 c’è un crollo delle vittime per attacchi terroristici, e che la “ripresa” degli anni 2000 è comunque non paragonabile a qual che accadeva nei ’70, attestandosi a pochi casi relativamente marginali, con picchi che stanno tutti nelle decine di vittime

E qui salta all’occhio subito un dato: ma di quale “guerra” ci parlano i media? Guardando i dati di cui sopra sicuramente si può parlare di guerra, ma tra il 1970 e il 1992 – 94, non di sicuro oggi!

Sempre gli amici di statista ci vengono in aiuto anche con altri dati: quelli delle vittime per terrorismo fuori dall’Europa. Ecco l’infografica:

Infographic: Victims Of Terrorist Attacks outside Western Europe | Statista

Intanto qui balzano subito agli occhi alcuni dati a mio avviso eclatanti:

  • il periodo in questione è il 2001 – 2014 (quindi dopo gli attentati dell’11 settembre negli Usa);
  • che i numeri delle vittime sono in migliaia, se non decine di migliaia;
  • che i paesi che hanno subito la stragrande maggioranza delle vittime per terrorismo sono Iraq e Afghanistan, proprio quei paesi che avremmo dovuto salvare dalle dittature di Saddam e dei Talebani e per cui sono state avviate guerre sotto l’egida dell’Onu;
  • che se in Europa abbiamo avuto 420 vittime, nel resto del mondo sono state 108 e passa mila!

Guardando le cifre, quindi, è qui – fuori dall’Europa e dall’Occidente – che si può parlare di guerra.

Invasioni

Chi non ha sentito i Salvini di turno parlare di invasione, quando si parla di migranti (extracomunitari, per i diversamente capenti). Eppure anche qui, quando si va appena appena a scavare nei dati, si scopre non solo che non c’è nessuna invasione, ma semmai, se proprio si vuole guardare il flusso tra chi viene e chi va dal “bel paese”, sarebbe meglio parlare di fuga, dall’Italia.

Ce lo dice, per esempio, il Corriere della sera (quindi non il solito quotidiano estremista):

Più partenze che arrivi. E l’Italia (a sorpresa) è un Paese di emigrati
L’anno scorso il numero di arrivi è stato inferiore a quello di chi ha scelto di trasferirsi all’estero. Il basso tasso di natalità e l’effetto sulla crescita economica

I dati (incompleti) dell’Istat
Era dall’inizio degli anni 70 che non succedeva, non come evento di massa. In realtà i dati dell’Istat, l’Istituto statistico italiano, smentiscono che le uscite dal Paese abbiano superato gli arrivi: il «saldo migratorio» fra persone che si stabiliscono nel Paese e quelle che lo lasciano è sceso negli ultimi anni, però resta positivo. Ufficialmente, contando gli sbarcati di Lampedusa, l’anno scorso sono venute ad abitare in Italia 128 mila persone in più di quante non ne siano andate altrove. Resta un dubbio: i dati ufficiali dei Paesi di destinazione dei migranti italiani raccontano una storia diversa. I deflussi potrebbero essere almeno due o tre volte più intensi di quanto non si creda: l’Istat non mente, solo che dispone di informazioni incomplete.

Quindi, anche qui, nessuna invasione. Semmai il contrario. E allora perché siamo bombardati da urla mediatiche che ci dicono di non andare di qui, di là, che siamo invasi, che ci metteranno una bomba sul portone di casa, che i mussulmani ci vogliono ammazzare tutti, ed altre simili amenità?

Armi di distrazione di massa

Forse perché è il modo migliore per distrarci: distrarci da quel che ci sta accadendo realmente, dalla vera guerra che ci stanno facendo negli ultimi anni. Una guerra che non si combatte con armi o bombe; che non la combattono estremisti islamici col turbante, ma eleganti manager della finanza coi i loro decreti legge, circolari, emendamenti.

in un recente articolo, la rete Sbilanciamoci ci ha raccontato che:

un tassello dopo l’altro, i provvedimenti del governo perseguono un indirizzo preciso: quello dello “Stato minimo”, con la graduale cessione ai privati di tutte le funzioni una volta svolte dal settore pubblico.

[…]

ritirata dello Stato, che cede ai privati sempre più compiti; riduzione delle protezioni del lavoro; depotenziamento dei sindacati; una democrazia sempre meno “governo del popolo” e sempre più guidata dal “pilota automatico” di scelte tecniche trasformate in regole che travestono l’ideologia neoliberista da neutralità pseudo-scientifica.

Eccola la guerra: la fanno i manager delle grandi corporation, tirando i fili delle loro marionette nei parlamenti internazionali e nazionali, con cui si smontano tutte le conquiste ottenute (col sangue, come ci racconta la prima infografica) alla fine del ‘900.

Una guerra dove l’1% di chi vive sul pianeta si accaparra 3/4 di quel che viene prodotto. E per farlo, per non farci alzare il capo, per non farci capire cosa accade, deve farci vivere nel terrore, deve farci credere che il nostro vicino è alieno e pericoloso, anche se vive – di fatto – la nostra stessa condizione di precarietà e miseria.




Padoan: il dolore sta producendo risultati

Padoan: il dolore sta producendo risultati
Padoan: il dolore sta producendo risultati

Fa impressione, proprio ora che è divenuto ministro dell’Economia, rileggere quel che Pier Carlo Padoan disse il 29 aprile 2013 al Wall Street Journal, quando era vice segretario generale dell’Ocse.

il dolore sta producendo risultati.

Rileggo:

Padoan: il dolore sta producendo risultati.

A questo punto mi rendo conto di essere ignorante, di non avere gli strumenti per capire la frase qui sopra. Non perché non capisca l’economia – che effettivamente non è il mio “settore”, ma qualcosa ci capisco; ma perché non capisco nulla di psicologia, e quando leggo una frase come quella, mi rendo conto che ci vuole almeno uno psicoterapeuta, ma di quelli bravi.

Quale mente, infatti, può non dico pronunciare, ma addirittura pensare una cosa del genere? Una mente malata, qualcuno che da ragazzo si divertiva uccidere animali indifesi, poi a picchiare i compagni più deboli e poi si trovava di fronte ad un bivio: fare il serial killer o mettersi a lavorare nella finanza o per i governi (cioè a lavorare per la finanza).

Ecco, il serial killer manco tanto in nuce che ha detto – non solo pensato – quanto sopra è, ripetiamolo che fa bene aver presente certe cose, nientepopodimeno che il nostro Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Siamo a posto. Vuoi vedere che le sue ricette per l’Italia sono le stesse che tanto ha elogiato per la Grecia?

Ci racconta Barbara Spinelli – la garante per la lista italiana “l’Altra Europa, con Tsipras” alle prossime elezioni Europee – una lista di sinistra – che se già nel 2012, quando il prode Padoan ebbe la faccia (l’aggettivo lo lascio a voi) di pronunciare quella frase, era veramente da folli difendere l’austerità, oggi che è uscito l’ultimo numero di The Lancetuna tra le prime cinque riviste mediche mondiali, tutto dedicato agli effetti della “cura Europea” alla crisi Greca, il Ministro “dovrebbe chiedere scusa”.

Immagine di una infografica sulla crisi greca
Infografica sulla crisi greca

Ma che dice The Lancet di così drammatico? Vediamo:

la smisurata contrazione dei redditi e i tagli ai servizi pubblici hanno squassato la salute dei cittadini greci, incrementando il numero di morti specialmente tra i bambini, tra gli anziani, nelle zone rurali. Nella provincia di Acaia, il 70 per cento degli abitanti non ha soldi per comprare le medicine prescritte. Emergency denuncia la catastrofe dal giugno 2012. Numerose le famiglie che vivono senza luce e acqua: perché o mangi, o paghi le bollette. Nel cuore d’Europa e della sua cultura, s’aggira la morte e la chiamano dolore produttivo.

“Siamo di fronte a una tragedia della sanità pubblica”, constata la rivista, “ma nonostante l’evidenza dei fatti le autorità responsabili insistono nella strategia negazionista”.

[…]

A causa della malnutrizione, della riduzione dei redditi, della disoccupazione, della scarsità di medicine negli ospedali, dell’accesso sempre più arduo ai servizi sanitari (specie per le madri prima del parto) le morti bianche dei lattanti sono aumentate fra il 2008 e il 2010 del 43%. Il numero di bambini nati sottopeso è cresciuto del 19 %, quello dei nati morti del 20.

 Al tempo stesso muoiono i vecchi, più frequentemente. Fra il 2008 e il 2012, l’incremento è del 12,5 fra gli 80-84 anni e del 24,3 dopo gli 85. E s’estende l’Aids, perché la distribuzione di siringhe monouso e profilattici è bloccata. Malattie rare o estinte ricompaiono, come la Tbc e la malaria (quest’ultima assente da 40 anni. Mancano soldi per debellare le zanzare infette).

Questo è solo una parte della situazione. C’è l’incremento del 45% dei suicidi, il 30% in più di greci che si curano negli “ospedali per strada”, quelli organizzati da ONG e volontari. Per il resto vi lascio alla rivista.

La cosa inquietante, però, è che The Lancet NON è ottimista neanche per gli altri paesi in crisi dell’Europa, Spagna e Italia in testa. La Grecia è stata la prima cavia dell’esperimento (come accadde per il Cile di Pinochet nel 1973, cavia delle prime teorie neoliberiste della “scuola di Chicago”).

L’Unione l’ha usata come cavia: sviluppi islandesi non li avrebbe tollerati. Proprio nel paese dove Europa nacque come mito, assistiamo a un’ecatombe senza pari: una macchia che resterà, se non cambiano radicalmente politiche e filosofie ma solo questo o quel parametro.

[…]

La Grecia prefigura il nostro futuro prossimo, se le politiche del debito non mutano; se scende ancora la spesa per i servizi sociali. Anche in Italia esistono ospedali di volontari, come Emergency. La luce in fondo al tunnel è menzogna impudente.




Angelo d’Orsi: il 12 ottobre non ci sarò

di Angelo d’Orsi

Immagine di Rodotà e Landini che parlano
Rodotà, Landini e la manifestazione del 12 ottobre

Non parteciperò alla manifestazione del 12 ottobre a Roma. Ho partecipato, invece, sia pure da ascoltatore, all’assemblea preparatoria dell’8 settembre e non sono stato stimolato affatto ad aderire alla successiva manifestazione.

Intanto, quell’assemblea non mi è piaciuta. È stata condotta malamente (la signora Bonsanti, gentile, non aveva il polso né l’attenzione sufficiente per guidare la riunione), secondo peraltro un vecchio schema, ormai, a mio avviso, stucchevole. Ci sono stati, certo, interventi notevoli, altri mediocri, altri scontati. Ma il punto non è questo. Il punto è l’aria reducistica che si respirava: eravamo “tra noi”, ci applaudivamo, o, come per l’intervento di Vincenzo Vita (rappresentante di ciò che rimane di un PD critico), esprimevamo (anche in modo scomposto, nell’evidente incapacità della presidenza di controllare la situazione) il nostro dissenso, per chi non fosse del tutto allineato, per chi non dicesse esattamente le parole che ci si attendeva: parole di conferma, di esaltazione della lotta, di esecrazione del nemico. Il punto è l’assenza quasi totale di giovani, in quell’assemblea. Ci si vuole interrogare su questo? Il punto è che a quell’assemblea si conoscevano tutti. Era un raduno di amici e compagni riemersi dal passato: vecchi amici, vecchi compagni. Che si parlano tra loro, si danno pacche sulle spalle, vanno a bere un caffè. Si promettono di rivedersi presto. C’era entusiasmo, c’era voglia di fare, c’era anche un po’ di rabbia (ma poca) per una situazione bloccata come quella di questo Paese senza speranza. Ma nihil sub sole novi, mi è parso.

Uscendo dall’assemblea ho colto un frammento di conversazione fra due giovani che come me abbandonavano la sala prima della fine (io avevo un treno da acciuffare). Lei diceva a lui: “mio fratello, che ci ha vent’anni, mo’che torno a casa, mi chiederà: allora? Che fai in queste riunioni? E io che gli dico: sono andata a difendere la Costituzione?! E lui sai che mi risponde: Ma che cazzo me ne frega, a me, della Costituzione?”. Non mi ha scandalizzato udire quelle parole. Anzi, mi sono detto che forse il fratello non aveva torto, e mi sono rafforzato nei dubbi sulla manifestazione “in difesa della Costituzione”. Non mi pare si tratti di un messaggio politico forte, convincente, capace di fare presa. Suona astratto, lontano, inerte. Oggi, forse, una politica nuova deve parlare delle cose, non dei princìpi, deve affrontare i problemi della sopravvivenza fisica e spirituale dei ceti subalterni schiacciati dai grandi potentati; dei precari della ricerca umiliati e offesi da un’attesa che dura una vita e non sbocca mai in un riconoscimento salariale e professionale; dei cassintegrati che non sperano di rientrare e che sanno che presto quel sussidio terminerà; dei licenziati con o senza “giusta causa”, che tanto non cambia nulla; dell’esercito vilipeso degli insegnanti, oggetto di infami campagne denigratorie e di disinformazione; degli operai perennemente sotto ricatto dal Marchionne di turno…

Né mi sembra più forte e persuasiva la parola d’ordine di Maurizio Landini che parla invece che di “difesa”, di “attuazione” della Costituzione. Ma ricordiamo che questa era la richiesta degli anni Cinquanta-Sessanta delle sinistre italiane? Almeno fino alla creazione delle Regioni (e non entro nel merito)… Possibile che non siamo in grado di trovare di meglio? Insomma, con tutto il rispetto, questa mi pare una frontiera arretrata.

Forse dovremmo giocare d’attacco, invece che in difesa. E che cosa può voler dire giocare d’attacco, oggi? Significa innanzi tutto incalzare i soloni dell’economia, mostrando le loro scempiaggini, la loro disonestà intellettuale, denunciando l’insostenibile subordinazione della politica all’economia, e la presentazione di questa come una scienza: una scienza esatta, oggettiva, che ha regole ferree alle quali nessuno – popoli, governi centrali, locali, sovranazionali… – si può sottrarre; per di più una scienza iniziatica, che noi profani (la cittadinanza nella sua interezza), non possiamo capire, e che dunque dobbiamo semplicemente accettare, nei suoi princìpi oscuri, nelle sue pratiche sacerdotali, nelle sue punizioni ineluttabili, nei suoi premi riservati a pochi fortunati. Imperscrutabile, ferrea, obbligatoria. L’economia così presentata, viene poi ulteriormente blindata sotto la magica e tremenda parola “l’Europa”. Ce lo chiede l’Europa. Lo impone l’Europa. E via seguitando.

Giocare d’attacco significa sbugiardare i Giavazzi e gli Alesina, con le loro cifre truccate e i loro suggerimenti devastanti, i Galli della Loggia e i Panebianco, con il loro pretenzioso e pericoloso “realismo” d’accatto. Significa fare un lavoro di lunga lena volto a smontare le false verità di una politica serva dei potenti, implica un’azione diffusa e capillare sul “territorio” capace di ascoltare le esigenze, le proteste, i bisogni di masse ingenti di popolazione. Significa uscire dal recinto del “popolo della sinistra” e parlare al ben più vasto “popolo dei referendum” (e prima ancora ascoltarne le voci).

Ma, poi, questo popolo della sinistra, possibile che non sia capace di ascoltare se stesso? Possibile che per tentare di uscire dal pelago in cui sta di nuovo soffocando, abbia bisogno di ricorrere a un manipolo di galantuomini liberali, e a un prete? Ma c’è Landini: mi direte. Naturalmente. Ma al di là del modello di sviluppo in cui (un po’ per dovere di “metallurgico”, forse) sembra continuare a credere (costruire automobili! Anche questa visione è passatista: il futuro è altrove, io credo, per l’Italia. Il futuro è nella tutela ambientale e paesaggistica, nelle nuove professioni che possono sorgere dalla valorizzazione del patrimonio archeologico, artistico, culturale, tanto per cominciare…), prima o poi Landini dovrà decidere che fare, e che non può a lungo continuare a stare in bilico tra il sindacato e la politica a tutto campo.

E poi, non stiamo di nuovo cadendo nell’errore di aspettarci da un uomo (o da un manipolo di uomini) la salvezza? Non ci è bastato Cofferati? Non ci è bastato Ingroia? A me pare che occorrerebbe rovesciare il discorso e la pratica. Zagrebelsky lo ha scritto egli stesso, mi pare. Non ci si può attendere da un uomo della Provvidenza il riscatto di un intero popolo. Si parla tanto, troppo, di democrazia partecipata. Ebbene, non vogliamo provare a metterla in atto, almeno “tra di noi”? Non sarebbe ora di provare a fare un processo inverso, ossia invece di individuare il leader, e chiedergli la linea, selezionare i gruppi dirigenti dal basso? La leadership, collettiva, occorre, certo. Ma va costruita secondo processi interni, attenti, trasparenti, partecipati, appunto.

Trasparenza. Vertici. Base. L’intervento di Paolo Ferrero a Roma, l’8 settembre, ha avuto la sua buona dose di applausi. E ho applaudito io stesso, per simpatia umana, ma dentro me mi dicevo: ma non era proprio lui a condurre, con pochissimi altri, quegli accordi di vertice contro cui sta tuonando ora? Ferrero si riferiva alla sciagurata avventura di “Rivoluzione Civile”. Dopo la quale mi sarei aspettato che egli stesso, e tutti gli altri responsabili dell’avventura finita così male, offrissero, in modo sincero, semplice e spontaneo, le dimissioni.

Mi sarei aspettato che lo stesso Ingroia, rinunciasse, avendo dimostrato di essere assolutamente inetto nel ruolo di leader, ferma restando la stima per l’uomo e l’apprezzamento per il magistrato. Mi sarei aspettato il famoso “passo indietro” suo e degli altri. Non c’è stato. E Ingroia ha cambiato solo il sostantivo, passando da “rivoluzionario” ad “azionista”. Ma vogliamo dire che tutto questo è patetico? Commetto un sacrilegio a dirlo? Come tanti altri, ho sostenuto e votato Ingroia, inutilmente mettendo in guardia nei mesi antecedenti le elezioni, sugli errori da evitare, che sono stati commessi tutti. Di quegli errori un Ferrero è stato parte corresponsabile. Con tutta la simpatia, non posso accettare che ora come se niente fosse venga a dirci che gli accordi di vertice non sono una buona cosa. E la platea applaude, e tace. E si avvia all’ennesimo circuito di speranza, forse di illusione, cui, v’è da temere fortemente, sopraggiungerà la disillusione.

Infine. Paolo Flores ha detto nel suo intervento all’assemblea che occorre dare vita a una manifestazione grande almeno quanto quella romana della primavera 2002. Due milioni di partecipanti. Forse tre. Non è una sfida esagerata? A quella manifestazione parteciparono anche una buona parte di coloro che oggi sono al governo con il nemico di allora. Flores afferma: la manifestazione non può fallire, anzi: guai se fallisse. Non è, ripeto, un impegno troppo forte? E, soprattutto, rimugino tra me e me sul senso delle manifestazioni di piazza. I referendum vinsero perché alle grandi manifestazioni fu associato uno straordinario lavoro capillare, secondo il modello del glorioso PCI. Si parlò con tutti, strada per strada, piazza per piazza, caseggiato per caseggiato. Si vinse per questa ragione. E si vinse perché quei referendum toccavano questioni “terra terra”: la terra, appunto, l’acqua, l’aria, innanzi tutto.

E allora, in conclusione chiedo: è saggio puntare tutto su una manifestazione? Se fallisce, che si fa? Tutti a casa a guardare Canale 5? E, chiedo anche, siamo sicuri che sulla “difesa” della Costituzione si possano mobilitare milioni di italiani e di italiane?

Le manifestazioni servono, senza dubbio. Ma non possono essere salvifiche, se non si accompagnano ad altro. Nel febbraio 2003, vi fu la più grande manifestazione di massa della storia dell’umanità: cento milioni, forse di più, di persone sfilarono per le strade di decine di Paesi, urlando No alla guerra che Bush stava minacciando a Saddam Hussein. Due settimane dopo la coalizione militare guidata dagli Usa attaccò l’Iraq. Non aspettiamoci dunque che anche milioni di manifestanti a Roma il 12 ottobre possano cambiare la rotta della politica italiana. E neppure salvare o far rinascere la sinistra. A meno che quell’evento non sia accompagnato e seguito da un lungo attento e profondo lavoro, capillarmente diffuso. E non sia seguito da un salto di qualità: l’organizzazione, e la creazione di una vera leadership.

Ieri, in una riunione del piccolo gruppo che ho creato a Torino, il “Movimento 2 Giugno”, qualcuno, pure meno dubbioso di me sulla manifestazione del 12 ottobre, ha detto: “purché non sia la solita discesa a Roma di ogni autunno. E poi ciascuno ritorna alle sue case, e alle sue cose. E nulla accade”. E, pur mettendo da parte i miei scrupoli sul modo di formazione della leadership, chiedeva: “ma, alla fine, ‘dopo’, i Rodotà, i Landini, gli Zagrebelsky, accetteranno di “guidare il movimento”?

(27 settembre 2013)

Fonte Micromega




In Italia si discute di Berlusconi, non di Goldman Sachs

Immagine che vuole rappresentare la Goldman Sachs
Adbuster

In questi ultimi giorni siamo in pieno delirio berluschista: pare una rissa tra chi lo vuole far fuori e chi lo vuole santificare, a me è sempre sembrato fumo negli occhi di noi povere/i fesse/i, che stiamo dietro a ‘ste fregnacce invece di occuparci delle cose serie. Quali? Ecco sotto un bel articolo pubblicato ieri dal blog della casa editrice Minimum Fax intitolato “Goldman Sachs, la banca che dirige il mondo“. Lo riporto per intero perché merita.

 

Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Riccardo Staglianò

I governi passano, Goldman Sachs resta. A un certo punto del documentario c’è qualcuno che lo dice. Non è un’iperbole, ma l’impietoso punteggio della partita attuale tra economia e politica. Vince la finanza, perdono tutti gli altri. E sul podio, da oltre un secolo, c’è sempre la banca fondata a New York nel 1869 dal tedesco Marcus Goldman che poi si assocerà con il genero Samuel Sachs. Più ricca dell’Arabia Saudita. Più potente di Obama. Più omertosa dei corleonesi. Il che rende particolarmente interessante Goldman Sachs: la banca che dirige il mondo, il film del francese Jérôme Fritel che sarà presentato per la prima volta in Italia al Premio Ilaria Alpi. «Non mi era mai successo di ottenere il novanta per cento di rifiuti a richieste di interviste» confessa il regista al telefono dalla Corsica. «Su oltre trecento tentativi ne abbiamo girate una quarantina, per poi tenerne la metà. E molti di quelli che avevano già parlato nel libro di Marc Roche, il mio punto di partenza, hanno acconsentito a farlo di nuovo solo lontano dalla telecamera. Il fatto è che, una volta entrato nell’azienda, non ne esci veramente mai». Quel gessato è per sempre.

I monaci-banchieri, come li definisce un fuoriuscito, sembrano sottoscrivere il motto nietszchano: «Ciò che non ti uccide ti rende più forte». La crisi, ad esempio. Prima che la bolla dei subprime esploda, lasciando macerie dove una volta c’erano case, capiscono e agiscono. Creano un nuovo prodotto cui danno l’innocuo nome di Abacus, il pallottoliere, una cosa semplice, da bambini. In quel pacchetto ci sono i peggiori mutui in circolazione: loro lo sanno, i clienti no. È così difficile capirlo che ne fa incetta anche la Ikb, antica banca tedesca che fallirà per questo. Fabrice «Favoloso» Tourré, Normalista divenuto trader e coinvolto nel loro smercio, si vanterà con la fidanzata: «Vedove e orfani belgi adorano il sintetico Abacus». Sottintende: poveri idioti. Quando non si può più far finta di niente la banca decide di sacrificarlo. Fa trapelare l’imbarazzante corrispondenza della «mela marcia». Paga una multa da 400 milioni di dollari e non deve ammettere alcuna colpa. Il processo all’ambizioso francese (difeso coi soldi dell’azienda) è in corso. Potrebbe essere l’unico a pagare, per salvare l’onore della casa madre.

È una banca fondata sul conflitto di interessi. Prendete Hank Paulson. Dal ‘99 al 2006 è amministratore delegato di GS. Lascia per andare a fare il ministro del tesoro del governo Bush (sotto Clinton c’era già stato un altro ex, Robert Rubin). È lui a decidere nel settembre 2007 di non salvare Lehman Brothers, avversario storico del suo precedente datore di lavoro. Sempre lui, a stretto giro, a intervenire in favore di Aig, il colosso assicurativo che garantisce i mutui. Se cade quella, la molto esposta Goldman perde dieci miliardi di dollari. Alla riunione d’urgenza convocata a New York Paulson tratta con il suo successore. «Quel salvataggio, costato miliardi ai contribuenti, è stata un’oscenità», si scalda William Black, esperto di diritto bancario che ha deposto davanti al Congresso, «ma così Goldman non ci ha rimesso un dollaro». Solidarietà tra allievi della stessa alma mater. Quando il Congresso interpella anche Paulson gli chiedono se non si sentisse a disagio in quel contesto incestuoso, gli rinfacciano lo sconto da 200 milioni di dollari che il fisco gli concesse per la vendita di azioni GS come condizione per entrare nel governo. Lui non sa cosa dire, balbetta. Sembra Charlie Croker, l’«uomo vero» di Tom Wolfe, che comincia a zampillare sudore di fronte a quella sorta di plotone di esecuzione di funzionari che gli chiedono di rientrare dei suoi tanti prestiti.

Ci sono altri preziosi momenti-verità. Lloyd Blankfein, l’attuale numero uno, che si vanta con il Wall Street Journal di «fare il lavoro di Dio», intendendo la creazione di denaro dal nulla. Figlio di un postino e di un’addetta alla reception, cresciuto in case popolari di Brooklyn dove i bianchi scarseggiano, ha sgomitato sino al vertice. E ora ha un perma-riso stampato in faccia, alla Joker, al punto che un meme internettiano lanciato da Adbusters, la stessa rivista che ispirò Occupy Wall Street, chiama a raccolta chiunque riesca a toglierglielo, quel ghigno. A un certo punto si vede uno spezzone di un’intervista alla superpotenza televisiva Charlie Rose. Domanda: «Avete venduto un prodotto che scommetteva contro i vostri clienti?». Segue una pausa che stancherebbe Celentano. Un minuto, forse più. Sembra un’eternità. «Qualcuno ci chiama un casinò, ma se anche fosse siamo un casinò socialmente molto importante». Non uno degli intervistati nel film condivide quest’affermazione.

Sono un network micidiale, quello sì, che crede di saper conciliare magicamente Dio e Mammona. «Quando alla fine degli anni ‘80, sull’onda della forte deregulation finanziaria britannica, aprono gli uffici a Londra» spiega ancora il regista Fritel, «si preoccupano di reclutare quanti più politici possibili, che diventino loro ambasciatori. Più tardi sarà il turno, come consulenti con credibilità a Bruxelles, anche dei vostri Mario Monti e Romano Prodi».

Ben più organico è un altro italiano da esportazione, l’ottava persona più potente al mondo stando alla classifica Forbes: Mario Draghi. L’attuale governatore della Banca centrale europea ne è managing director e vice chairman dal 2002 al 2005. Il comunicato ufficiale descrive il suo ruolo come quello di aiutare l’azienda a «sviluppare e portare a termine affari con le principali aziende europee e con governi di tutto il mondo». Nel film un europarlamentare verde, il francese Pascal Cafin, gli chiede in udienza pubblica che ruolo abbia avuto nella discussa vendita di derivati che ha consentito alla Grecia di ridurre di due punti il proprio debito pubblico: «E avvenuta prima del mio arrivo e io non ci ho avuto niente a che fare». Canfin non è affatto soddisfatto («Affare troppo grosso, non poteva non sapere»).

Neppure Simon Johnson, economista al Mit, lo ritiene verosimile e ha scoperto che dell’accordo, che varrà oltre 600 milioni di euro alla banca e una zavorra da 400 milioni di rimborsi annui sino al 2037 per Atene, si discuteva ancora nella primavera 2002. Insiste Fritel: «Ciò che sorprende è che Draghi abbia sostenuto di non voler occuparsi di governi quando tutti sapevano il contrario. Alcune nostre fonti ci hanno detto che era stato preso proprio nell’eventualità di pensare ad accordi del genere, legali ma scarsamente etici visto che i debitori finiscono per aggravare la propria posizione, con altri Paesi indebitati, come Francia e Italia». Draghi diventa Super-Mario, e il tempo delle domande diventa il tempo degli elogi. Jean-Claude Trichet, ex numero uno a Francoforte, accetta di essere intervistato ma, quando toccano il tasto del successore si blocca: «Stop. A questa domanda non voglio rispondere. Tagliate». Loro non tagliano e il diniego diventa eloquente.

Nel documentario c’è molto di più. Viene fuori bene l’ethos di questi banchieri al cubo. Per cui sembra decisivo non solo guadagnare tanto, ma più di tutti gli altri colleghi, in un parossistico gioco a somma zero. La busta paga diventa il pallottoliere, l’abaco del tuo valore. Una ex-Goldman pentita racconta un aneddoto: «Un venerdì pomeriggio convocano i neo-assunti per una riunione con il management. Passano le ore, nessuno si presenta. È estate, fuori la gente parte per il mare, le matricole rumoreggiano. Passano altre ore e qualche temerario, scocciato, se ne va. Alle dieci di sera finalmente arrivano i dirigenti. E licenziano seduta stante chi ha abbandonato il campo». Questa è l’azienda. Gli ordini non si discutono. I vecchi compagni non si tradiscono. Goldman ha sempre ragione (anche quando un suo errore informatico rischia di bruciare in un attimo 100 milioni di dollari). È una profezia-autoavverante: finché la reciti, funziona.




Il nuovo governo di larghe intese e le scelte economiche. Seconda parte

Articolo del Sole24Ore sula crisi dei derivati
La crisi dei derivati

Tra la fine della seconda guerra mondiale e la fine degli anni Settanta-inizio anni Ottanta, la classe operaia, e più in generale la classe dei lavoratori dipendenti a partire da chi lavora in fabbrica, ha ottenuto, in parte con le sue lotte, in parte per motivi geopolitici, miglioramenti importanti della propria condizione sociale. Anche senza volerli chiamare, alla francese, i gloriosi Trent’anni  si è trattato di un periodo in cui decine di milioni di persone hanno avuto per la prima volta un’occupazione stabile e relativamente ben retribuita. Basti pensare, per quanto riguarda il nostro paese, che ancora nel 1951, anno del primo censimento dopo la guerra, esistevano in Italia centinaia di migliaia di braccianti pagati a giornata, su chiamata mattutina di un caporale, che lavoravano mediamente 140 giorni all’anno.

Per questi strati sociali, un impiego stabile nell’industria ha rappresentato un notevole avanzamento sociale. Sono aumentati i salari reali; sono stati introdotti o ampliati in molti paesi, Italia compresa, i sistemi pubblici di protezione sociale, dalle pensioni fondate sul metodo a ripartizione (in base al quale il lavoratore in attività contribuisce a pagare la pensione di quelli che sono andati a riposo, metodo che le mette al riparo dai corsi di Borsa e dall’inflazione  al sistema sanitario nazionale; si sono ridotti gli orari di lavoro di circa 2-300 ore l’anno (che vuol dire quasi due mesi di lavoro in meno); si sono allungate di settimane le ferie retribuite. Infine si sono estesi in diversi paesi, a partire dal nostro, i diritti dei lavoratori ad essere trattati come persone e non come merci che si usano quando servono o si buttano via in caso contrario. Queste conquiste, a cominciare dai sistemi pubblici di protezione sociale, sono state il risultato di riforme legislative – rinvio qui al nostro Statuto dei Lavoratori del 1970, voluto da un ministro del Lavoro socialista, Giacomo Brodolini, e redatto in gran parte da un giovane giuslavorista socialista pure lui, Gino Giugni – non meno che di imponenti lotte sindacali. Senza dimenticare il movimento degli studenti che in Italia come in Francia e in Germania contribuì sul finire degli anni Sessanta a inserire nell’agenda politica la richiesta di una democrazia più partecipativa.

Così inizia a raccontarci la sua versione della storia economica del secondo dopoguerra Luciano Gallino, nel suo La lotta di classe dopo la lotta di classe edito da Laterza nel 2012. Comincia raccontandoci la lotta di classe vittoriosa, almeno per trent’anni, delle classi meno abbienti, per le classi lavoratrici, per la classe operaia italiana ed occidentale in genere, dopo la fine della seconda guerra mondiale. Questo trentennio finisce con gli anni ’70 – i tragici anni ’70 per la quasi totalità di media, politici, sindacalisti e, ormai, anche per la maggior parte della gente comune, e con gli anni ’80 inizia un’altra lotta di classe, quella delle classi più abbienti contro chi gli sta sotto, economicamente parlando. E non è ancora finita.

Verso il 1980 ha avuto inizio in molti paesi – Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Italia, Germania – quella che alcuni hanno poi definito una contro-rivoluzione e altri, facendo riferimento ad un’opera del 2004 dello studioso francese Serge Halimi, un grande balzo all’indietro  Le classi dominanti si sono mobilitate e hanno cominciato loro a condurre una lotta di classe dall’alto per recuperare il terreno perduto. Simile recupero si è concretato in molteplici iniziative specifiche e convergenti. Si è puntato anzitutto a contenere i salari reali, ovvero i redditi da lavoro dipendente; a reintrodurre condizioni di lavoro più rigide nelle fabbriche e negli uffici; a far salire nuovamente la quota dei profitti sul Pil che era stata erosa dagli aumenti salariali, dagli investimenti, dalle imposte del periodo tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni Ottanta.

In sostanza non è affatto venuta meno la lotta di classe. Semmai, la lotta che era stata condotta dal basso per migliorare il proprio destino ha ceduto il posto a una lotta condotta dall’alto per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere che erano stati in qualche misura erosi nel trentennio precedente.

Ed con gli anni ’80 che la lotta di classe volta pagina, ed inizia il declino economico, politico e sociale delle classi lavoratrici, fino ad arrivare ai livelli di oggi. Un percorso lungo, fatto non solo di politica ed economia, ma anche – e soprattutto – di cultura e (dis)informazione. Il risultato, comunque, è che il neoliberismo, quella dottrina economica inventata a Chicago nella prima metà degli anni ’70 dalla locale scuola economica (e sperimentata con successo, dal punto di vista capitalistico, durante il regime di Pinochet in Cile), dopo la caduta del socialismo reale, cioè dei regimi dittatoriali di stampo sovietico nei paesi dell’Europa dell’est e nella Russia, dal 1989 ai primi anni ’90, diventa l’unica dottrina possibile, l’unica via possibile di sviluppo per l’umanità.

Con che risultati per le classi lavoratrici e le classi medie?

Basterà ricordare che i top manager delle grandi imprese, industriali e non, percepivano intorno agli anni Ottanta compensi globali dell’ordine di 40 volte il salario di un impiegato o di un operaio. Al presente il rapporto è salito in media a oltre 300 volte, con punte che negli Stati Uniti possono raggiungere 1000 volte il salario di un lavoratore dipendente. Ciò è dovuto non solo all’aumento dello stipendio base, del premio di risultato e di altri benefits, ma anche al vastissimo ricorso all’uso delle opzioni sulle azioni come remunerazione.

Questo nonostante e a dispetto della crisi che investe l’Occidente a partire dal 2007, che alla fine viene scaricata in toto sulle spalle delle classi meno abbienti. Tanto che i principali responsabili della crisi, il sistema finanziario e quello delle banche, sono stati salvati dai vari stati del mondo con i soldi pubblici, per poi essere “costretti” a tagliare lo stato sociale per coprire i buchi di bilancio così creati.

Capitali dell’ordine di trilioni di dollari sono stati investiti in complicatissimi titoli compositi che le banche, non solo americane ma anche europee, hanno creato e diffuso in un modo che si è rivelato disastrosamente inefficiente. O meglio: che la crisi stessa ha mostrato essere inefficiente quanto rischioso. Dopodiché gli enti finanziari sono stati salvati dal fallimento dai governi, sia tramite aiuti economici diretti (oltre 15 trilioni di dollari in Usa; 1,3 trilioni di sterline nel Regno Unito; almeno un trilione di euro in Germania), sia indirettamente, forzando i paesi con un elevato debito pubblico a pagare interessi astronomici sui titoli di Stato in possesso degli enti medesimi.

Insomma, quando c’è da salvare le banche i soldi si trovano, e parecchi. Quando c’è da finanziare la scuole e l’istruzione in generale; la sanità; il lavoro e lo sviluppo in generale, quindi la sicurezza e la possibilità di vivere bene delle persone no, per queste cose i soldi non ci sono. Buffo no?




Il nuovo governo di larghe intese e le scelte economiche. Prima parte

Immagine di Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi assieme che chiacchierano
Giorgio e Silvio

Probabilmente già oggi il nuovo Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – che proprio in questo 2013 festeggia i 60 anni di presenza nel parlamento italiano, per cui il premio honoris causa “Il nuovo che avanza nel XXI secolo”  – ci proporrà un nuovo presidente del consiglio. Il fatto che la Lega si sia messa all’opposizione mi fa temere il ritorno del dottor sottile, quel Giuliano Amato che negli anni ’80, gli anni del craxismo, è stato ai vertici del Partito Socialista Italiano diventandone vicesegretario generale. Di Craxi, infatti, fu consigliere economico e politico fino a diventarne sottosegretario alla Presidenza del consiglio nei governi degli anni 1983-1987. In seguito è stato Ministro del Tesoro dal 1987 al 1989 (governi Goria e De Mita). Così, tanto per ricordarne il curriculum, tanto che è arrivato secondo al già citato premio honoris causa “Il nuovo che avanza nel XXI secolo”.

Oggi è ricordato per il decreto legge del luglio 1992 che, tra le altre cose, deliberava il prelievo forzoso del 6 per mille dai conti correnti bancari (vedi le recenti vicende di Cipro). Con Amato finisce la “prima repubblica” ed inizia quel filotto di governi “lacrime e sangue” che, prima per bloccare gli attacchi alla lira, poi per entrare nella Comunità Europea, poi perché così vogliono i mercati, ora perché c’è la crisi, da 20 anni a questa parte non c’è governo – di destra, di centro e di sinistra – che non faccia tagli alla spesa pubblica e allo stato sociale.

Ma come mai, a prescindere da Amato o Prodi o Berlusconi o Monti, chiunque vada al governo in questi ultimi decenni ci massacra lo stato sociale fino allo stremo delle forze? Perché, dice il sociologo torinese Luciano Gallino, nel suo La lotta di classe dopo la lotta di classe edito da Laterza nel 2012, ormai il mantra che si sente ogni giorno, su qualsiasi media comune, ma che viene ripetuto anche da quasi tutti i politici, quale che sia il partito di riferimento; da un buon numero di sindacalisti; da migliaia di docenti universitari nei loro corsi; nonché da innumerevoli persone comuni è che

il maggior problema dell’Unione europea è il debito pubblico. Abbiamo vissuto troppo a lungo al di sopra dei nostri mezzi. Sono le pensioni a scavare voragini nel bilancio dello Stato. Agevolare i licenziamenti crea occupazione. La funzione dei sindacati si è esaurita: sono residui ottocenteschi. I mercati provvedono a far affluire capitale e lavoro dove è massima la loro utilità collettiva. Il privato è più efficiente del pubblico in ogni settore: acqua, trasporti, scuola, previdenza, sanità. È la globalizzazione che impone la moderazione salariale. Infine le classi sociali non esistono più.

Ma è veramente così?

Bisognerebbe capire come mai tale repertorio di idee ricevute risulti del tutto impermeabile alla realtà. E certo non da oggi. Infatti, a dispetto della unanimità di cui godono, non una delle suddette idee – al pari di dozzine di altre della stessa genìa che dobbiamo qui tralasciare – ha un fondamento qualsiasi di ragionevole solidità. Oltre ai rapporti dei centri studi di mezzo mondo, è la realtà stessa che da decenni, quotidianamente, si incarica di prenderle di continuo a ceffoni. Per dire, sono proprio i mercati che meglio incorporano la teoria del libero mercato, quelli finanziari, che hanno disastrato l’economia mondiale. Il paese che ha avuto meno problemi con l’occupazione nel corso della crisi è la Germania, dove i sindacati hanno nel governo delle imprese un peso rilevante. I problemi peggiori li hanno avuti, e li hanno, gli Stati Uniti, dove la facilità di licenziamento è massima: basta un foglio rosa che il venerdì invita a non presentarsi al lavoro il lunedì successivo, se non anzi una battuta faccia a faccia: “sei fuori”. Quanto alle privatizzazioni, alla supposta superiorità intrinseca e universale del privato sul pubblico per produrre e gestire beni pubblici, si può rinviare all’analisi degli effetti che esse hanno avuto nel Regno Unito tra il 1980 e la fine del secolo, dove furono eccezionalmente imponenti.

Insomma, se quanto sopra è vero – e anche senza essere professore universitario ci dice che è così l’enorme crisi economica che dal 2008 si sta mangiano l’economia occidentale, alla faccia della fine della storia e del neoliberismo come panacea di tutti i mali – come mai, non dico tanto il centro-destra (che di “centro” ha ben poco), ma il centro-sinistra (che ormai di sinistra ha ben poco), come mai, quindi, anche chi dovrebbe essere progressista e quindi, almeno in parte, dalla parte dei più deboli, si è completamente sdraiato in politiche economiche tutte a favore dei pochissimi super ricchi del mondo. Nel suo agile e divulgativo libretto Luciano Gallino prova a spiegarcelo.




Christian Marazzi ci racconta la crisi da sinistra. E fa paura…

Sergio Bologna e Christian Marazzi
Sergio Bologna e Christian Marazzi

In un’intervista di Ida Dominijanni all’economista Christian Marazzi alcune verità sulla crisi dell’euro e sul suo spessore. Il manifesto, 3 dicembre 2011

La missione impossibile del salvataggio dell’euro, la frana della de-europeizzazione, il cataclisma geopolitico che ne può derivare. Ma con l’austerità non si esce dalla crisi, si produce recessione e depressione. Intervista a Christian Marazzi sulla penitenza dopo l’abbuffata neoliberale e sull’antidoto del comune

Economista, docente alla Scuola universitaria della Svizzera italiana e, in passato, a Padova, New York e Ginevra, militante e intellettuale di riferimento dei movimenti della sinistra radicale, Christian Marazzi è uno degli analisti più lucidi della crisi economico-finanziaria in corso. Fra i primi a diagnosticarne il carattere storico e l’impatto globale, già nel 2009, quando la crisi impazzava negli Usa, aveva previsto l’inevitabile coinvolgimento dell’eurozona. Fine analista della finanziarizzazione come modus operandi del biocapitalismo postfordista, non crede nella possibilità di uscire dalla crisi o di contenerne le contraddizioni attraverso le politiche del rigore. Partiamo dal salvataggio dell’euro per ragionare di quello che ci attende.

L’andamento della crisi ha dato ragione alle tue analisi. Nel giro di due anni l’epicentro si è spostato dagli Stati uniti all’Europa, e nel giro di poche settimane siamo passati dal rischio di default di alcuni paesi, Italia compresa, al rischio del crollo dell’intera eurozona, che equivale al crollo dell’Unione per come è stata fin qui (malamente) realizzata. Secondo te come può evolvere la situazione?

«Gli indizi della cronaca sono eloquenti. In Europa cresce l’astio nei confronti della Germania e della rigidità di Angela Merkel, che non dà segni di cedimento sulle due proposte che ormai tutti considerano indispensabili per evitare il cataclisma di Eurolandia: la monetizzazione dei debiti sovrani da parte della Bce, e l’emissione di eurobond per ridurre il peso dei tassi d’interesse sui buoni del tesoro dei paesi più esposti alla speculazione dei mercati finanziari».

Anche tu le consideri indispensabili?

«Sono due misure condivisibili, ma purtroppo fuori tempo massimo: la crisi ha subito nelle ultime settimane una tale accelerazione da renderle inapplicabili. La trasformazione della Bce in una vera banca centrale sul tipo della Federal Reserve – che possa fungere da prestatore di ultima istanza per acquistare i buoni del tesoro dei paesi-membri indebitati, strappando ai mercati il potere di decidere come e quando intervenire – è un’idea sacrosanta, ma ormai irrealizzabile a fronte della fuga di capitali dall’eurozona che è già in corso, come dimostrano l’andamento dell’ultima asta di bond tedeschi e le 1500 tonnellate di oro che pare siano entrate in Svizzera ultimamente. Arrivati a questo punto, la monetizzazione dei debiti da parte della Bce non farebbe che alimentare questa fuga e accelerare il collasso dell’euro: non a caso, almeno fino a oggi, anche Draghi si oppone a questa soluzione. Lo stesso vale per l’istituzione degli eurobond, obbligazioni emesse e garantite dall’insieme dei paesi-membri per “mutualizzare” o socializzare i vari debiti sovrani: anche questa è una misura sensata, ma non ha alcuna possibilità di essere attuata, perché i paesi forti, come la Francia, l’Olanda, la Finlandia, l’Austria e la Germania si vedrebbero aumentare i tassi d’interesse in un periodo in cui le imprese stanno già subendo aumenti proibitivi del costo del denaro per il rarefarsi della liquidità in circolazione. In ogni caso, anche se al vertice di giovedì a Bruxelles si trovasse un accordo parziale, i vincoli d’austerità imposti ai paesi indebitati sarebbero tali da vanificare qualsiasi salvataggio dell’euro. E’ solo questione di tempo».

Dunque in prospettiva tu vedi un tracollo?

«Il fatto è che la crisi della moneta unica costruita secondo i precetti monetaristi e neo-liberali è arrivata alla stretta finale. E a me pare del tutto verosimile che la rigidità di Merkel sia una mossa tattica per rendere inevitabile l’uscita della Germania dall’euro e il ritorno al marco. Circola già la data, fra Natale e l’Epifania, mentre tutti saremo in altre faccende affaccendati; come l’inconvertibilità del dollaro, che fu decisa a Ferragosto. E circolano già, qua in Svizzera, leggende metropolitane su due stamperie che starebbero sfornando marchi».

Se davvero andasse così, che tipo di scenario si aprirebbe?

«Nascerebbe una zona monetaria forte, con dentro la Germania, l’Olanda, la Finlandia, l’Austria, con agganciati il franco svizzero e la corona svedese. L’euro, fortemente svalutato e con l’effetto inflazionistico conseguente, resterebbe la moneta dei paesi deboli, che in compenso avrebbero la possibilità di ridurre il loro debito. L’incognita di questa ipotesi è la Francia. Per i paesi più tartassati dai mercati, sul piano economico non sarebbe un cataclisma. Ma il vero cataclisma sarebbe geopolitico. Di fatto, questa spaccatura monetaria darebbe il via a un processo di de-europeizzazione, con un asse fra la Germania, la Cina, la Russia e il Brasile, e un altro fra la Francia e gli Stati uniti. Non è uno scenario fantascientifico, le grandi agenzie finanziarie internazionali ci stanno già lavorando. Quello che nessuno dice però è che può essere l’inizio di una nuova guerra fredda, con la Cina, la Russia e la Turchia coordinate per schermare l’Iran dalle minacce israeliane. E’ inquietante che di questo non si parli: il rischio Iran è esplosivo. Ed è inquietante pure che ormai si parli solo della crisi europea, rimuovendo la situazione degli Stati uniti, dove nel frattempo la crisi dei subprime continua, i poveri sono diventati 46 milioni, la disoccupazione è al 15%, Obama non riesce a battere chiodo e per la sua rielezione può sperare solo nella litigiosità dei Repubblicani.

Ci sono differenze, e quali, fra l’andamento della crisi negli Usa e in Europa?

«Sul piano economico nessuna: l’Europa dei debiti sovrani è l’equivalente del mercato statunitense dei subprime, solo che al posto dei singoli individui indebitati ci sono gli stati indebitati. Ma una differenza c’è, a tutto svantaggio dell’Europa, ed è politica, anzi istituzionale e costituzionale: in Europa non c’è Costituzione, e non c’è una banca centrale. C’è la Bce che delega la monetizzazione dei debiti ai mercati, emettendo liquidità su richiesta di quelle stesse banche che hanno contribuito a creare debito pubblico e ora ci speculano sopra».

In questo quadro macroregionale e globale, che ruolo e che senso hanno le politiche nazionali del rigore? In Italia sono state create molte aspettative sul passaggio del governo da Berlusconi a Monti e alla sua squadra di “tecnici”, come se ne dipendesse non solo un recupero di credibilità, ma anche un effettivo potere di intervento sulle dinamiche dei mercati. Ma quanta efficacia possono avere i cosiddetti sacrifici sulla crisi del debito sovrano, e relative speculazioni?

«Non è così che si esce dalla crisi, e infatti non ne usciremo: l’orizzonte dei prossimi anni è la recessione. Le politiche di austerità hanno un effetto deflazionistico di compressione della domanda interna, né a questo si può sperare di supplire con le esportazioni. Ma le politiche di austerità sono le uniche contemplate dalla dottrina neo-liberale, che in Europa e in tutto l’Occidente è tutt’ora imperante ed è dura a morire. Dunque restano e resteranno in piedi all’insegna dell’emergenza, o, per usare il termine di Naomi Klein, della shock economy, perché consentono di fare quello che in una situazione normale non si può fare: compressione dei salari, riduzione dell’impiego pubblico, depotenziamento dei sindacati; la famosa macelleria sociale. E’ la logica della governance della crisi: una regolazione tecnica e tecnocratica dei rapporti sociali nello stato d’emergenza. Ha detto bene il vicepremier cinese in un’intervista al Financial Times: quello che ci aspetta è un nuovo Medio Evo finanziario e sociale».

Con quali caratteristiche politiche, e antropologico-politiche?Tu non parli mai solo di economia…

«Alcuni processi sono ormai evidenti. Il primo è la precarizzazione della Costituzione. Il secondo – l’hai scritto pure tu a proposito del ”passaggio Monti” – è l’azzeramento dell’autonomia del politico sotto lo stato d’eccezione. Il terzo è il passaggio dal Welfare State al Debtfare State: uno Stato in cui il sociale si rappresenta, e viene rappresentato, nella forma del debito, e si disciplina, e viene disciplinato, nel segno del debito. Anzi, del debito e della colpa, secondo il doppio significato della parola tedesca schuld: tema nietzschiano, che oggi torna al centro del bel libro di Maurizio Lazzarato, La fabrique de l’homme endetté. Il debito come dispositivo antropologico di autodisciplinamento dell’uomo neo-liberale».

E’ chiarissimo da quello che sta accadendo in Italia, dove in un attimo siamo passati dall’etica del godimento del ventennio berlusconiano all’etica penitenziale del governo Monti. Ma quanto pensi che possa reggere, questo dispositivo? Il soggetto neo-liberale descritto da Foucault, l’imprenditore di se stesso che si nutriva di consumo indebitandosi, ora può nutrirsi del senso di colpa per i debiti contratti? Si tratta di uno sviluppo o di una crisi dell’etica neo-liberale?

«Per ora, io ci vedo un inveramento: il neo-liberalismo si invera nella sua essenza di fabbrica dell’uomo indebitato. L’imprenditore di se stesso produce il suo debito che ora lo disciplina attraverso un dispositivo di colpevolizzazione. Del resto, qui c’è anche un inveramento, o uno svelamento, dell’essenza del denaro: il denaro è debito, la finanziarizzazione del capitale ci ha trasformati tutti in soggetti debitori, e il valore viene prodotto in negativo, da una macchina depressiva».

Però c’è chi si indigna, non ci sta, si ribella. Per fortuna. Che pensi degli Indignados e di OWS?

«Per restare nella scia di Foucault, lui degli Indignados avrebbe detto che si tratta di un movimento parresiastico: un movimento di persone che dicono la verità. Denunciare l’ipocrisia dei mercati, svelare che i debiti sono tutti “odiosi”, illegittimi, frutto di rendita e di espropri, e dichiarare che questa crisi l’hanno prodotta le banche e non possiamo pagarla noi, significa affermare la verità del punto di vista del popolo su quella dei mercati. E poi, il movimento di Madrid ha funzionato come uno spazio di democrazia assoluta, come una grande assemblea costituente del comune basata sullo stare insieme nello spazio pubblico: una sorta di ribaltamento dell’etica della paura hobbesiana, in cui mi pare molto visibile l’impronta femminile delle pratica delle relazioni e di un’economia della cura che diventa ecologia politica. La crescita del movimento su scala europea è l’unico antidoto al processo di de-europeizzazione che dicevamo all’inizio. Ma la spinta costituente deve darsi anche delle forme di autodeterminazione locale concreta. Per spezzare il dispositivo cardinale del post-fordismo, lo sfruttamento di saperi, conoscenza e relazioni, non c’è altro modo che ribaltarlo in produzione del comune, tanto più ora che le politiche di austerità comporteranno la privatizzazione ulteriore, la vendita e la svendita dei beni comuni, dall’acqua al patrimonio culturale; ma produrre il comune significa organizzarsi a livello locale, attrezzarsi a gestire nei quartieri l’acqua, l’elettricità, i mezzi di trasporto, le banche stesse».

Loretta Napoleoni, che incontri oggi alla Libreria delle donne di Milano, in un libro di due anni fa sosteneva che la funzione sociale delle banche vive ormai solo nella finanza islamica, e che è da lì che dovremmo riscoprirla: la finanza islamica non specula.

«E’ vero, nel senso che dobbiamo reintrodurre la solidarietà al livello giusto, all’altezza delle contraddizioni prodotte dalla crisi. E la ri-socializzazione del debito e della funzione originaria delle banche è una strada per piegare a nostro vantaggio la finanziarizzazione del capitale, lottando sul suo terreno».

Ma la finanziarizzazione si può interrompere, o invertire? Tu ci hai spiegato molto bene che l’economia finanziaria non è più separabile dall’economia reale e si basa sul coinvolgimento attivo di comportamenti e forme di vita della gente comune: il consumatore che usa la carta di credito per fare la spesa, il salariato alle prese con i fondi pensione, i ceti medi strozzati dai mutui per la casa, i poveri che si indebitano fornendo come unica garanzia la loro ‘nuda vita’. Se è così, è possibile de-finanziarizzare, almeno in parte, il sistema, o si tratta solo di bonificarlo dai soprusi delle banche? E se produzione e consumo sono così intrecciati al debito, è possibile evitare un esito recessivo e depressivo della crisi?

«La de-finanziarizzazione la sta approntando il capitalismo stesso nella forma recessiva della riduzione del debito di cui abbiamo parlato poco fa, che deprime la domanda e i consumi, e della disciplina della colpa, che deprime le esistenze. Noi dobbiamo lavorare invece per riconvertire la rendita privata in rendita sociale: per la socializzazione del debito, per il rilancio per questa via della domanda e dei consumi di beni socialmente utili, per la riappropriazione dello spazio pubblico, per la ricostruzione di socialità e di felicità collettiva. Il comune è questo e non c’è altro modo per uscire dalla spirale autolesionista della finanziarizzazione. Alcune parole d’ordine delle lotte di questi anni, dal reddito minimo garantito alla Tobin tax, vanno già in questa direzione».

E della parola d’ordine del diritto all’insolvenza che cosa pensi? Nei movimenti viene presentata come un diritto di resistenza alla finanziarizzazione della vita, molti economisti la ritengono una mossa demagogica, altri ci vedono una possibilità di ripristino della sovranità nazionale cancellata dalla tecnocrazia europea.

«Penso che sia giusta se diventa una pratica soggettiva e contestuale, non se viene lasciata in mano agli Stati. Ti faccio un esempio: negli Stati uniti sta maturando da tempo una bolla delle borse di studio, che equivale più o meno alla metà del volume dei mutui subprime: in quel caso il diritto all’insolvenza va senz’altro esercitato dagli studenti e dalle loro famiglie per distinguere il debito illegittimo da quello legittimo. Ma non lo affiderei agli Stati, né alla loro velleità di ritrovare per questa via la sovranità nazionale perduta».




Richard Stallman, il software libero e la democrazia

Foto di Richard M. Stallman
Richard M. Stallman

Su il manifesto di oggi si può leggere un’intervista a RMS – per chi non lo conoscesse, http://www.gnu.org. Nulla di che, forse perché queste cose le sento e risento ormai da anni, anche se non sono assolutamente scontate, purtroppo: del software libero e software proprietario, le differenze sostanziali tra software libero e open source, etc etc.

Però alla fine dell’intervista, all’ultima domanda, viene fuori un RMS che raramente viene raccontato (perché la gente, e gli informatici in particolare, non hanno piacere di vedere che RMS è anche un pensatore, uno che ragiona su quel che gli accade attorno liberamente, e liberamente si fa le sue opinioni; e quindi si cita pochissimo il suo sito personale, ricco di ragionamenti e commenti politici… ah!, l’ho detto!!! http://stallman.org/).

Comunque sia, digressioni a parte, che ci dice di così incredibile il buon Stallman in questa intervista? Eccolo:

Domanda: In Europa la crisi e le conseguenti misure governative di austerity stanno provocando molte proteste popolari in numerose città, da Atene a Londra, da Roma a Parigi. In America c’è un approccio diverso agli stessi problemi?

RMS: E’ un errore chiamare queste misure di austerity “conseguenti”, perché non sono conseguenze della crisi. SOno semplici istanze di cattivo governo. Il modo dper porre fine a una crisi economica è con il deficit della spesa. Quendi perché invece i governi propongono tagli? Perché i governi hanno tradito i paese che dichiaravano di servire. Sono i governi dell’occupazione fondata sull’impero del business globale. Per restaurare la democrazia dobbiamo sbarazzarci dell’impero e distruggerlo.

Obama ha tentato, all’inizio del suo mandato, di aumentare la spesa e portare gli Usa fuori dalla crisi ecnomica, ma i repubblicani non l’hanno permesso. Ora vogliono tagliare i fondi alla spesa pubblica, con una eccezione: hanno richiesto, e avuto, sgravi fiscali per i più abbienti. Non si può dire che siano nemici dei ricchi…

Vi sfido a trovarmi un Politico italiota, un (Caro) Leader di Partito – di Sinistra, s’intende – che abbia mai, non dico detto, ma pensato quanto sopra negli ultimi 15 anni. Se lo trovate, e me lo dimostrate, giuro che potrei anche iniziare a pensare di iniziare a votare…

Ora capite perché a tanti RMS è indigesto (a differenza di quel ghiacciolino di Torvalds)? Ora capite perché, invece, a tanti di noi ha entusiasmato subito, appena incontrato? Perché molti di noi, tutto fuorché informatici, ci siamo buttati sul software libero appena l’abbiamo conosciuto? Ci sarà stato un motivo… 🙂




Kanellos: il cane anarchico in barricata




La cinica barbarie dei nostri media

Televideo di stamani ci offre un esempio a mio avviso lampante della bassezza a cui riescono ad arrivare i nostri media in questi tempi cupi. Di seguito una breve notizia:

INAIL, IN CALO MORTI SUL LAVORO NEL 2008

Sono stati 1120 gli incidenti mortali nel 2008, il 7,2% in meno rispetto all’ anno precedente. Si tratta del minimo storico dal 1951.

Il maggior pericolo per i lavoratori risulta la strada, dove si verifica circa la metà degli infortuni mortali.

Complessivamente, gli infortuni sul lavoro denunciati all’Inail sono stati 874.940 (-4,1% rispetto al 2007). Il calo non riguarda però gli immigrati tra i quali c’è stato un aumento del 2%

Accidenti, verrebbe da dire, una buona notizia! Peccato che basterebbe incrociare questa notizia con i recenti dati sulla disoccupazione, con una banalissima ricerca su un motore di ricerca (quello che ho fatto io in questi ultimi 5 minuti) per scoprire che:

Occupazione in calo dopo 14 anni

I dati Istat: nel primo trimestre del 2009 persi 204 mila posti di lavoro

ROMA

La crisi economica scarica i propri effetti sul mercato del lavoro. Per la prima volta dopo 14 anni, nel primo trimestre del 2009, calano gli occupati in Italia. Lo certifica l’Istat secondo cui tra gennaio e marzo sono stati persi 204.000 posti di lavoro, pari allo 0,9% su base annua.

Il calo sintetizza la discesa di 426.000 unità della componente italiana e la crescita di 222.000 unità di quella straniera, per un totale di 22 milioni 966 mila occupati. Il numero delle persone in cerca di occupazione registra il quinto aumento tendenziale consecutivo, portandosi a 1.982.000 unità (+221.000 unità, pari al +12,5% rispetto al primo trimestre 2008), mentre il tasso di disoccupazione passa dal 7,1% del primo trimestre 2008 all’attuale 7,9%. Attenzione, ma nessun allarme da parte del governo. Secondo il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, «il dato indica quello che sappiamo: una contrazione del lavoro ma in misura minore di quanto potevamo temere».

«Il 7,9% dell’Italia – ha aggiunto Sacconi – ci deve preoccupare ma va anche paragonato ad una crisi globale che vede negli altri Paesi cifre più alte. Solo pochi anni fa la disoccupazione da noi era al 12,5%. Ovviamente questo costituisce un motivo di preoccupazione, per questo siamo impegnati a rafforzare la ’cassetta degli attrezzì per affrontare questa situazione». La strada da percorrere, ha aggiunto, «è valorizzare i contratti di apprendistato da parte delle Regioni e le imprese devono utilizzarle. Per questo il Governo quanto prima rafforzerà la propria ’cassetta degli attrezzì a ridare ad un “patto Stato-Regioni” sulla formazione». Sacconi ha aggiunto che «bisogna incentivare a rimanere nell’ambiente lavorativo, per questo stiamo pensando ad un premio di occupabilità».

Di tutt’altro avviso l’opposizione: «Un nuovo allarme viene dall’Istat: per la prima volta, dopo 14 anni, l’occupazione è in calo in Italia – ha evidenziato il responsabile lavoro del Pd, Cesare Damiano -. Tutte le associazioni del lavoro e dell’impresa, oltre che gli osservatori più attendibili, sono concordi nel ritenere che l’autunno ci riserverà purtroppo brutte sorprese. Il tempo per agire prima dell’estate è breve e il governo continua a barcamenarsi tra false illusioni e silenzi imbarazzanti». Sul fronte sindacale c’è preoccupazione ma non allarmismo. Per la leader dell’Ugl, Renata Polverini, è necessario un confronto con il Governo per fermare questa emorragia, mentre per Giorgio Santini della Cisl, non c’è il temuto crollo anche se preoccupa il dato sui giovani.

La sottolineatura è mia, e incrociando il quest’ultimo dato  (“Il calo sintetizza la discesa di 426.000 unità della componente italiana e la crescita di 222.000 unità di quella straniera) con quello di prima (“Sono stati 1120 gli incidenti mortali nel 2008, il 7,2% in meno rispetto all’ anno precedente. Si tratta del minimo storico dal 1951. […] Il calo non riguarda però gli immigrati tra i quali c’è stato un aumento del 2%“), diventa abbastanza semplice trovare una tragica equazione:

chi perde il lavoro, gli italiani, ha salva la vita;

chi non lo perde, i migranti, la perde.

Qualcuno ha visto un TG o letto un giornale dove questa comparazione sia stata fatta? A me non risulta.

Allora, o io sono incredibilmente intelligente, modestia a parte, o i media italiani sono molto ma molto bravi a non guardare, e a non riferire, quello che da noia ai timonieri e ai loro tristi accoliti. Alla faccia della “democrazia”…

In questo senso diventa veramente… boh, allucinante, la trovata – geniale – del ministro Sacconi dopo l’uscita dei dati sulla disoccupazione:

Sacconi ai giovani: “Accettate i lavori degli immigrati”

“Il dato di disoccupazione al 9% segnalato dall’Istat è un dato inferiore rispetto a quel che potevamo temere”, lo ha affermato il ministro del Welfare Maurizio Sacconi commentando i dati diffusi oggi. Sacconi si è soffermato in particolare sull’aumento dell’occupazione immigrata che indica “una propensione degli italiani a rifiutare i ‘cattivi lavori’ e questo riguarda in particolare i giovani”. Per il ministro “questo non può più essere fatto dai giovani” che piuttosto dovrebbero accettare “anche lavori distanti dal loro corso di studi”.

Verrebbe da chiedersi, istigazione al suicidio?