L’alternativa arriva dal Kurdistan: Rojava

“YJA Star” (l'”Unione delle donne libere”)
“YJA Star” (l’”Unione delle donne libere”)

L’alternativa arriva dal Kurdistan: Rojava

Tu pensa se, per trovare l’alternativa allo “stato di cose presenti”, bisogna andare nelle montagne del Kurdistan, a Rojava e per la precisione dalle “Unione delle Comunità del Kurdistan” (KCK) Ero abituato ad andare a vedere cosa accadeva nella Selva Lacandona, per trovare ispirazione, che però è lontana. Ora un esempio – SPLENDIDO – l’abbiamo qui a portata di mano (anche se, per altri motivi, ugualmente di difficilissimo accesso).

Un ragionamento a parte – anche se, ovviamente, strettamente legato a quanto leggerete sotto – andrebbe fatto della foto sopra, meravigliosa:

vi si vede delle guerrigliere kurde, probabilmente della “YJA Star” (l’”Unione delle donne libere”), la milizia di sole donne che combatte nel nord della Siria. In quale altra immagine di guerriglieri, nella storia, si vede militanti che si abbracciano, che sorridono teneramente, che vivono la foto non come dimostrazione di forza ma come dimostrazione d’unione. Forse qualcosa nelle foto dei partigiani, ma ne ricordo poche.

Questa foto, a me, fa venire semplicemente il sorriso. Che mi si spegne, in parte, se penso contro chi combattono queste bellissime donne e cosa rischiano in caso di cattura.

Di seguito viene spiegato il perché, ed è una gioia leggerlo. Non prima di ringraziare “A Rivista anarchica”, per lo splendido lavoro di contro/informazione che fa su questo argomento, cioè sulle vicende dei kurdi della Siria:

Una nuova organizzazione della società

di Giran Ozcan

Spunti libertari, organizzazione ecologica ed emancipazione femminile

KCK (Unione delle Comunità del Kurdistan) è il nome dato a questa organizzazione sociale. Il nome – e la preparazione del suo quadro teorico – è stato proposto dal leader del PKK Abdullah Ocalan dalla sua cella della prigione sull’isola di Imrali in Turchia; nonostante ciò, sia Ocalan sia il PKK riconoscono senza indugi gli indispensabili e inestimabili contributi forniti da Murray Bookchin.
Il KCK è un’organizzazione ombrello democratica, confederale, libera da stato/gerarchia/sfruttamento del Kurdistan libero.
All’interno dell’organizzazione sociale KCK realizzata tra le montagne del Kurdistan, il concetto di denaro è superfluo. I bisogni economici degli abitanti sono internamente soddisfatti attraverso una gestione condivisa delle risorse. Nonostante il denaro sia utilizzato nei rapporti commerciali intrattenuti con l’esterno, all’interno il concetto di denaro è inconcepibile. Nessun singolo o comunità entro l’organizzazione KCK avverte il bisogno di generare un surplus di denaro o di risorse. I surplus sono costantemente redistribuiti e, in questo modo, utilizzati. Rifacendosi alle società pre-gerarchiche e pre-sfruttamento, l’organizzazione KCK adotta la cultura del dono piuttosto che quella dello scambio.
La gestione condivisa dell’agricoltura assicura una produzione ed un consumo di risorse auto-sufficienti, rendendo di conseguenza irrilevanti surplus, valore di scambio e mercificazione di beni.
Il tentativo di emancipazione femminile, da parte dei membri del PKK e della sua leadership, ha avuto inizio con la “distruzione della virilità”. Un attacco nei confronti della falsa virilità inoculata nei soggetti maschili da parte del sistema patriarcale. Questa infusa falsa virilità faceva in modo che, mentre ogni uomo, in ogni cellula del suo corpo, veniva sfruttato e oppresso da parte del sistema capitalistico, questi a sua volta non si astenesse dallo sfruttare la propria madre, sorella, figlia e moglie.
Questa strategia è derivata dall’indagine teorica di Abdullah Ocalan, che lo ha successivamente portato ad affermare che “le donne sono le prime colonie” e che il primo sfruttamento non è stato quello avvenuto ai danni della classe lavoratrice, bensì quello delle donne. Questo è il motivo per cui l’eguaglianza di genere tra le montagne del Kurdistan è ottenuta attraverso sforzi paralleli di rafforzamento dei poteri delle donne e purificazione degli uomini dalle malattie del patriarcato e dell’organizzazione gerarchica della società.
Le conseguenze pratiche di questo approccio sono: l’equa rappresentanza delle donne all’interno di tutte le posizioni amministrative tramite un sistema co-presidenziale e l’autonoma organizzazione ideologica, politica, sociale e militare delle donne sotto l’organizzazione autonoma: KJB (Unione Suprema delle Donne).
All’interno del Kurdistan libero, le comunità sono organizzate in modo da non considerarsi una minaccia per l’ambiente. Quando possibile, le fonti di energia rinnovabili sono favorite; al contempo, le risorse energetiche come l’acqua e il gas sono consumate in modo simbiotico al fine di sostenere tanto la società quanto l’ambiente.
È promosso il vegetarianismo e la caccia è totalmente bandita, così come la deforestazione (è permesso bruciare solo rami e alberi secchi). Tutto questo è basato sulla premessa che l’ambiente non è fonte di profitto, bensì fonte di vita; l’utilizzo dell’ambiente per sete di profitto soccombe di fronte al riconoscimento di quest’ultimo come fonte di vita.
Alcuni affermano che il PKK “non chiede più uno stato nazionale per i kurdi”. È la verità. Ad ogni modo, ciò che non risulta vero è la ragione a cui ricondurre questo cambio di paradigma.[…]
Gli sviluppi in Rojava (Siria del nord) mostrano che la filosofia del leader del PKK Abdullah Ocalan, invece di rendere più moderate le richieste, sposta, per contro, l’asticella più in alto. Questo è il motivo per cui Rojava non sta combattendo solo per proteggere la propria organizzazione sociale dagli attacchi di gruppi estremisti, ma anche per proteggersi dagli attacchi dei rappresentanti del sistema di capitalismo globale come il KDP, il governo turco, il regime di Assad e l’assordante silenzio dell’occidente!
Il Movimento di Liberazione del Kurdistan guidato dal PKK non sta più chiedendo uno stato nazionale kurdo, il quale riprodurrà solamente sfruttamento, strutture gerarchiche e diseguaglianza di genere; sta piuttosto facendo appello ad un sistema alternativo di organizzazione sociale in cui la questione kurda si risolva parallelamente alle questioni dello sfruttamento, dell’emancipazione di genere e della liberazione di tutti gli uomini. La sua proposta a questo riguardo è il KCK.

Giran Ozcan

traduzione di Carlotta Pedrazzini

Questo articolo è originariamente apparso in www.kurdishquestion.com con il titolo Socialism, gender equality and social ecology in the mountains of Kurdistan.




R/esistenze

La copertina del libro Amianto di Alberto Prunetti
Amianto

Non credo tanto ai casi, tanto meno quando si tratta di letteratura.

Il caso può portarti a trovare, in quella particolare bancarella, un libro che cercavi da tanto tempo o scoprire di avere gusti simili a qualcuno di inaspettato. Ma di sicuro non è il caso a farti scegliere di leggere un libro piuttosto che un altro.

Sicuramente non è stato il caso se ultimamente, cioè negli ultimi mesi, mi sono ritrovato a leggere libri che avevano tutti più o meno a che fare con forme di resistenza allo stato di cose presenti. Che il soggetto fosse la Resistenza – quella con la R maiuscola, anche se spesso per protagonisti ha avuto personaggi tutti minuscoli – o storie di resistenze minuscole, appunto, fatte da gente minuta, normale, quotidiana, in un modo o nell’altro l’argomento è sempre stato questo.

L’ultimo di questi è stato uno di quelli che mi hanno colpito di più: “Amianto” di Alberto Prunetti pubblicato per i tipi di Agenzia X.

Vi si narra la storia del padre di Alberto, Renato, operaio tubista, “trasfertista”, che per decenni gira i cantieri italiani a montare, smontare e manutenere impianti industriali, sempre a contatto con le peggiori sostanze tossiche e nocive dell’industria contemporanea – ad iniziare dall’amianto, appunto – e a causa delle quali, pochissimo dopo essere andato in pensione, a soli 59 anni, morirà di cancro.

Il libro è una cronaca, un pezzo di biografia operaia, vista dal figlio Alberto, narrata con amore, rispetto, ironia e, ovviamente, tanta rabbia. La storia di cosa sia stato (?) essere “classe operaia” nel nostro paese ancora nel XXI secolo, di quali sacrifici abbiano fatto queste persone e le loro famiglie per permettere ai propri figli non la semplice sopravvivenza ma anche un miglioramento della loro condizione è esemplare in questo libro. Senza lamenti, con coerenza e pure la giusta (auto)critica e i differenti punti di vista tra un padre cresciuto col mito del lavoro (stacanovista) ed un figlio libertario.

La cronaca della dignità, della ricchezza di vita, di rapporti, di amore di una classe – usiamoli i termini giusti, le parole sono importanti, dicevano una volta – ma anche le illusioni, il credere in un percorso che ha portato alla morte, da una parte, e alla precarietà dall’altra.

E’ anche la storia di un pezzo importante dell’industria siderurgica italiana, ad iniziare dalla tanto attuale ILVA, per lunghi anni di stanza tra le provincie di Livorno e Grosseto, nelle famose colline metallifere, terra di braccianti e minatori, dove la vita è sempre stata molto dura.

Il libro finisce con la morte, tremenda, di Renato, e col tentativo della sua famiglia di avere giustizia. Ma come dice Alberto, la “giustizia”non puoi averla da un tribunale quando sei già morto, perché non è giustizia ma carità (a carico del cittadino, tra l’altro, manco delle aziende che ti hanno ammazzato).

Un libro bellissimo e tremendo, come dice Evangelisti nell’appassionata prefazione, come uno schiaffo in faccia. Per i tanti che ancora oggi sono preda della sbornia della “fine del lavoro”, della fuffa del general intellect, del lavoro cognitivo, quando il mondo, e in buona parte anche il nostro paese – si accomodassero lor signori intellettuali nelle campagne del bel paese, dove migranti e italiani lavorano a pochi euri l’ora; o nei garage dove gli stessi stanno anche 10 ore il giorno per la miseria di cui sopra, o nelle case degli anziani che se lo possono permettere a fare le badanti, tanto per fare solo pochi esempi – è pieno di proletariato sfruttato a sangue e spesso ucciso da condizioni di lavoro più simili alla schiavitù che altro.

La copertina del libro La bomba e la Gina di Marco Codebò
La bomba e la Gina

L’altro libro, bellissimo, è “La bomba e la Gina” di Marco Codebò pubblicato dai tipi di Round Robin in cui si narra la vicenda della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e del successivo assassinio di Pino Pienelli, mentre si racconta, intersecando documenti storici, cronaca e narrativa, vari piani e vari momenti storici, tutti legati dalla continuità della cultura (e della pratica) fascista nel nostro paese anche molti decenni dopo la caduta del regime mussoliniano.

Protagonista principale della storia è il ferroviere anarchico Pinelli e il suo omicidio nelle stanze della questura milanese, il suo essere stato giovanissima staffetta partigiana nella Milano della Resistenza; ma anche di Marcello Giuda, questore proprio a Milano durante le indagini per la strage di Piazza Fontana, principale depistatore nelle ore immediatamente successive l’eccidio ma anche direttore del confino di Ventottene durante gli anni del fascismo, in cui vennero detenuti comunisti, socialisti ed anarchici.

Emerge in questo bel romanzo quel buco della storia d’Italia – più che della storia, di cui si sa già tutto, della giustizia d’Italia – che è la continuità del fascismo nella repubblica, le responsabilità dei partiti – compreso quello Comunista – in questa continuità e il ruolo dei fascisti, fuori e dentro le istituzioni, della strategia della tensione tra la fine degli anni ’60 e la fine dei ’70.




Su Arrigoni e la serietà. Lettera ad “A Rivista anarchica”

 

GYBO (Manifesto dei Giovani di Gaza per il cambiamento)
GYBO (Manifesto dei Giovani di Gaza per il cambiamento)

Oggi mi è arrivata puntuale la mia copia mensile di A, rivista anarchica. Mi metto a sfogliarla, mentre mangio, fino a che arrivo ad un articolo su Vittorio Arrigoni. E il pasto mi va di traverso. A mo’ di amaro decido di scrivere alla rivista. Ecco di seguito la missiva.

Car@ compagn@,

ormai da qualche anno leggo con piacere la rivista e da un paio sono pure abbonato. Ho sempre apprezzato la serietà nell’affrontare i più diversi argomenti, anche se il vostro punto di vista non ha sempre coinciso col mio. Per fortuna.

Proprio oggi mi è arrivato il numero 363, che ho iniziato a sfogliare nella pausa pranzo, fino ad arrivare all’articolo di Francesco Codello,”Aldilà dell’apparenza“, in cui scrive a proposito dei tratti comuni tra il barone Asor Rosa e Vittorio Arrigoni, militante di base per la Palestina, assassinato da integralisti islamici (anche se la vicenda è ancora parecchio oscura) a Gaza poche settimane fa.

Aldilà dell’ardito collegamento tra due persone che non potrebbero essere più diverse, la cosa che mi ha reso, debbo ammettere, furente è stata la descrizione fatta da Codello di Arrigoni. Vediamo:

L’attivista italiano viveva nei martoriati territori governati da Hamas e svolgeva in questi luoghi , da anni, un’intensa attività a sostegno delle rivendicazioni palestinesi, accettato e sostenuto, nella sua azione, dall’organizzazione palestinese con la quale collaborava attivamente. Arrigoni aveva fatto una sua scelta coerente, di tipo politico e ideologico, di stare dalla parte di Hamas.

Scrivere questa frase come secondo capoverso dell’introduzione alla figura di Arrigoni è già partire col piede sbagliato di chi le cose le sa per sentito dire; un sentito dire, tra l’altro, assai più vicino al Giornale o a Libero, che ad aree di movimento e/o libertarie.

Anche perché, banalmente, è falso.

Arrigoni stava dalla parte dei palestinesi, a prescindere dal partito politico di appartenenza, di cui se ne fotteva sonoramente (per quanto possibili a quelle latitudini). Tanto che era una delle figure di riferimento del G.Y.B.O. (Gaza Youth for Break Out), il cui manifesto (tradotto per primo proprio da Arrigoni sul suo sito) inizia con un eloquente:

Vaffanculo Hamas. Vaffanculo Israele. Vaffanculo Fatah. Vaffanculo ONU. Vaffanculo UNWRA. Vaffanculo USA! Noi, i giovani di Gaza, siamo stufi di Israele, di Hamas, dell’occupazione, delle violazioni dei diritti umani e dell’indifferenza della comunità internazionale! Vogliamo urlare per rompere il muro di silenzio, ingiustizia e indifferenza, come gli F16 israeliani rompono il muro del suono; vogliamo urlare con tutta la forza delle nostre anime per sfogare l’immensa frustrazione che ci consuma per la situazione del cazzo in cui viviamo; siamo come pidocchi stretti tra due unghie, viviamo un incubo dentro un incubo, dove non c’è spazio né per la speranza né per la libertà.

Per descrivere i ragazzi del G.Y.B.O Arrigoni scrisse (ivi):

Fustigati da un governo interno che soffoca i diritti civili basilari, frustrati dal collaborazionismo criminale di Ramallah che viene a patti coi massacrati d’Israele, delusi e defraudati da una comunità internazionale lassista e compiacente coi carnefici, il grido cibernetico di questi ragazzi coraggiosi sta raccogliendo sempre più consensi a livello globale, a giudicare dai commenti sulla loro pagina web che si susseguono istante dopo istante da ogni dove.

Tipica prosa filo-Hamas, non c’è che dire.

Ma non è finita qua. Poco dopo Codello ci spiega, come e meglio del Feltri di turno, il perché Arrigoni non si possa definire “pacifista” (le virgolette sono sue). Perché

Arrigoni, sicuramente coerente, ha dedicato la sua vita a lottare, in modo intransigente, e a combattere, con tutte le forme possibili, un nemico odiato e disprezzato. Insomma, una persona che, dal mio punto di vista, difficilmente si potrebbe considerare pacifista.

E perché mai? Perché combatte l’occupazione Israeliana della Palestina? Si, la combatte, e l’ha sempre fatto stando con gli ultimi, contadini e pescatori, ed usando come “arma” l’interposizione, il proprio corpo. Se Codello è a conoscenza di altri dettagli, ce ne renda partecipi, perché per quanto ne sappiamo noi, Arrigoni non ha mai usato la violenza, in nessuna forma. Quindi, parrebbe, il problema è che era nemico del Sionismo. Accidenti, un bel problema…

Per finire il suo “ragionamento” (le virgolette sono mie), sul non pacifismo di Arrigoni, il buon Codello porta ad esempio la scelta della madre di non far passare il cadavere del figlio per il suolo Israeliano.

A questo punto mi arrendo: non sono abbastanza intelligente per seguire il raffinato eloquio di Codello, per cui “la sinistra assegna patenti di pacifismo a proprio uso e consumo” – evidentemente l’unico atto a questo ingrato compito è lo stesso Codello; ora che lo sappiamo gli chiederemo informazioni su dove come provare a superare il sicuramente difficilissimo esame.

Quello che però, dal basso della mia scarsa intelligenza, mi permetto di suggerire è che prima di scrivere su qualcuno, chicchessia, si provi un minimo ad informarsi. Arrigoni ha scritto a lungo sul conflitto tra Israele e Palestina; sulla Palestina stessa, su Hamas e Fatah. Codello poteva leggere – e non solo “a quanto ci è dato sapere, dalle notizie apparse nei vari media” – il suo sito è ancora online e in libreria, a soli 12€, si può trovare il libro delle corrispondenze di Arrigoni per il manifesto durante la democratica operazione “Piombo fuso” (Restiamo umani, manifesto libri).

Non m’hanno fatto un baffo le porcherie scritte su di lui dai media mainstream; mi fa un po’ tristezza leggere certe porcherie su A, rivista anarchica.

Parecchia tristezza.




I cento anni di Gaetano Bresci

Il 29 luglio 1900 Gaetano Bresci, anarchico toscano emigrato negli USA per lavorare, uccise il re d’Italia Umberto I come reazione alla strage di Milano del 1989 ad opera di Bava Beccaris su autorizzazione dello stesso re. Re che poi insignì il prode Bava Beccaris della “Gran Croce dell’Ordine Militare di Savoia” per i servizi resi al paese.

Arrestato, Bresci morì in carcere, in circostanze oscure,  l’anno successivo.

Vedi anche Anarcopedia

Fonte: Wu Ming

Gaetano Bresci[Celebriamo – con qualche giorno d’anticipo – un anniversario “inconsueto”. Il 17 maggio 1900 l’anarchico toscano Gaetano Bresci, emigrato negli USA due anni prima, si imbarcava a New York per tornare in Italia. Quale fosse il suo intento è cosa nota a molti.
Sono (siamo) ancora in tanti a ricordare il regicida. Se n’è avuta prova nel febbraio scorso, quando la ributtante partecipazione di un sig. Savoia al Festival di Sanremo riaccese sul web l’odio per una dinastia infame e spinse molti, su blog e social network, a rimpiazzare il proprio avatar col volto di Bresci, vindice fantasma e perenne monito. Il principino mancato salmodiava: “Io credo nella mia cultura e nella mia religione, / per questo io non ho paura di esprimere la mia opinione. / Io sento battere più forte il cuore di un’Italia sola, / che oggi più serenamente si specchia in tutta la sua storia.” Pura apologia della “smemoria condivisa”: un’Italia tarallucci-e-vino unita nell’oblio di ogni sopruso passato e nella rimozione di ogni schifezza presente. E Ghinazzi ci metteva il carico da undici cantando: “Tu non potevi ritornare pur non avendo fatto niente…” Tra i conati di vomito, decidemmo di scrivere un ritratto di Bresci per la rubrica “Wumingwood” che teniamo su GQ.
Il pezzo è uscito il mese scorso col titolo “L’amico americano”, e oggi lo riproponiamo.  Magari non dirà nulla di nuovo a chi conosce la vicenda, ma nel contesto di quella rivista ammetterete che fa la sua non scontata figura. L’illustrazione, come al solito, è di David Foldvari. Cogliamo l’occasione per segnalare che su Bresci esiste un documentario, Colpo al cuore: morte non accidentale di un monarca, a cura di Teleimmagini? e XM24. Non lo abbiamo ancora visto, comunque lo proiettano pure domani sera, 14 maggio, al circolo anarchico Berneri di Bologna, Piazza di P.ta Santo Stefano 1, h.20.]

L’AMICO AMERICANO

Durante l’ultimo Festival di Sanremo sono circolati in Rete moltissimi video taroccati con l’esibizione canora del trio Di Savoia – Ghinazzi – Canonici. In una di queste perle il testo e la musica di Italia amore mio sono sostituiti da un’altra canzone, in modo che il sedicente principe di Piemonte sembra intonare le parole “Deh non ridere sabauda marmaglia, se il fucile ha domato i ribelli”, mentre Pupo gli risponde aulico e fiero: “Se i fratelli hanno ucciso i fratelli, sul tuo capo quel sangue cadrà”. Il montaggio si conclude in dissolvenza sul primo piano di un signore coi baffi impomatati, le punte appena girate all’insù, scuro di occhi e capelli, elegante nella sua giacca nera, camicia bianca e farfallino.
Una foto che nell’estate del 1900 costò il sequestro a un giornale di provincia, colpevole di averla pubblicata, mostrando così ai suoi lettori che Gaetano Bresci, l’assassino del re Umberto I, era un uomo di bell’aspetto e non una bestia.
All’epoca dei fatti, Gaetano aveva trent’anni, essendo nato vicino a Prato l’11 novembre 1869, lo stesso giorno di Vittorio Emanuele Ferdinando Maria Gennaro, futuro re d’Italia.
La sua famiglia s’era ridotta in miseria, come migliaia di altre, per via della crisi economica e delle tasse sui generi di prima necessità. Così Gaetano, a undici anni, comincia a lavorare quattordici ore al giorno, dal lunedì al sabato, e la domenica alle scuole comunali, per imparare a decorare la seta. A 23 anni finisce in galera per due settimane, con l’accusa di aver insultato una guardia. A 26 lo mandano al confino sull’isola di Lampedusa, per aver partecipato a scioperi e manifestazioni anarchiche. Tornato a casa, trova lavoro in Garfagnana, conosce una certa Maria e si ritrova con un figlio sulle ginocchia. Al che, decide di partire per gli Stati Uniti. In cerca di fortuna? Inguaiato dalla paternità? Stanco degli sbirri che lo sorvegliano? Non è dato saperlo. Fatto sta che paga una balia per il neonato e all’inizio del 1898 si trasferisce a Paterson, nel New Jersey, cuore di una fitta comunità di anarchici, soprattutto italiani. Gaetano frequenta i loro circoli, conosce il famoso Errico Malatesta, ma a differenza dei compatrioti si mette a studiare l’inglese, bazzica le osterie locali, gira con la macchina fotografica al collo, come un vero americano. Gli piace vestirsi bene e fa colpo su molto donne, finché non sposa un’operaia irlandese di nome Sophie. La loro luna di miele, però, è rovinata da una notizia terribile: almeno centoventi persone sono morte a Milano durante una grande protesta popolare contro il caro vita. Per riportare l’ordine in città, il generale Bava Beccaris ha fatto sparare sulla folla con i mortai. Un “grande servizio reso alle istituzioni e alla civiltà”, per il quale Umberto I lo ha decorato con la croce di Grand’Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia.
L’infame gesto del re ha due conseguenze immediate: da un lato, ispira un anonimo musicista a comporre la canzone sulla sabauda marmaglia e sul feroce monarchico Bava che gli affamati col piombo sfamò. Dall’altro, convince Gaetano Bresci ad acquistare una pistola Harrington & Richardson calibro 32 e a cominciare l’allenamento da tirannicida.
Prima di lui, altri due uomini hanno tentato di far fuori Umberto I: sono Giovanni Passannante e Pietro Acciarito. Entrambi ci hanno provato con un coltello e sono finiti all’ergastolo in un manicomio criminale. Forse per questo Gaetano preferisce affidarsi alle pallottole e alla mira. O forse sa che il re, da allora, indossa una robusta corazza in tutte le sue apparizioni pubbliche, come quella prevista per la fine di luglio a Monza, in occasione di un saggio di ginnastica.
Il 17 maggio 1900, quando si imbarca per Le Havre, Gaetano ha un ottimo stipendio, un cottage a West Hoboken, una figlia di un anno e una giovane moglie che non sa di essere di nuovo incinta.
Arriva a Monza passando per Parigi, Genova, Prato, Milano. Il 29 luglio indossa il suo vestito più bello e se ne va a spasso per la città, la macchina fotografica sempre al collo, come un turista americano. Mangia cinque gelati al Caffè del Vapore, forse per raffreddarsi il sangue, o perché sa che potrebbero essere gli ultimi della sua vita. Poi si mescola alla folla che accoglie l’arrivo del sovrano e alle 22 e 25 gli spara nel petto i tre colpi fatali.
La leggenda vuole che Gaetano Bresci cercò di allontanarsi come se niente fosse, per poi lasciarsi ammanettare da un carabiniere senza opporre resistenza. A una donna del popolo che gli gridava “Hai ucciso Umberto, hai ucciso Umberto”, rispose senza scomporsi: “Non ho ucciso Umberto. Ho ucciso un re”.
L’epilogo della storia è talmente scontato che potreste anche tirare a indovinarlo: un processo irregolare, la condanna all’ergastolo, il suicidio in cella e i medici, chiamati a constatare il decesso, che annotano sul referto “lo strano odore di putrefazione emanato dal cadavere, come se fosse morto da alcuni giorni”. Proprio qualche giorno prima, in effetti, era giunto al carcere di Santo Stefano l’ispettore di polizia Alessandro Doria, lo stesso che quattro anni prima aveva svolto le indagini su Pietro Acciarito, autore del fallito attentato contro Umberto I. Anche in quel frangente c’era stato un suicidio sospetto. Romeo Frezzi, arrestato per colpa di una foto di Acciarito trovata in casa sua, si era tolto la vita sbattendo la testa contro il muro, nel carcere romano di San Michele.
In quella foto, Acciarito mostrava tutti i tratti fisici dell’anarchico pazzo e delinquente, catalogati proprio in quegli anni da Cesare Lombroso. Il celebre criminologo, però, dovendo esprimersi sul gesto di Gaetano Bresci, dichiarò che i caratteri atavici e la follia non c’entravano nulla: “La causa impellente – scrisse – sta nelle gravissime condizioni politiche del nostro paese”. Secondo i fan club di Emanuele Filiberto e di Casa Savoia, quelle condizioni non sarebbero affatto migliorate grazie alla Repubblica. Un giudizio frettoloso, che non tiene conto di un dettaglio importante: cent’anni fa per sbarazzarsi di un despota bisognava sparare. Oggi, fino a prova contraria, sarebbe sufficiente non votarlo.




Kanellos: il cane anarchico in barricata




In memoria di Franco Serantini

Fonte: Rivista Anarchica Online

dossier

Franco Serantini

Storia di un sovversivo
(e di un assassinio di Stato)

Spesse, molto spesse

Il ricordo è al contempo nitido e confuso, come capita con gli avvenimenti molto in là nel tempo e nella memoria.
A cavallo tra la fine del ’71 e l’inizio del ’72 mi capita di partecipare ad una riunione dei Gruppi Anarchici Toscani, nella storica sede di via San Martino, a Pisa. Ci vado in auto da Carrara, con Aurora – la quale, proprio durante la riunione, non si sente bene per un acuto dolore ad un orecchio. Un compagno che già avevamo visto in altre occasioni, riccioluto, si offre di accompagnarci all’ospedale Santa Chiara: è un affiliato all’AVIS (l’associazione dei donatori di sangue), ci precisa, e là conosce molte persone. Ci aiuterà a trovare qualcuno che, anche se è domenica mattina, dia un’occhiata attenta all’orecchio di Aurora.
Franco sale in auto con noi, si siede dietro, ma subito prende la mano di Aurora – che sta soffrendo. Cerca così di confortarla, la sua stretta di mano è forte. Mi colpiscono le lenti dei suoi occhiali: spesse, molto spesse. Si capisce al volo che Franco, senza occhiali, ci deve vedere poco, proprio poco. Poi entriamo all’Ospedale e capiamo subito che Franco è di casa, benvoluto e salutato da tante persone.
E qui sfuma il ricordo…
Trent’anni dopo ci ritroviamo a ricordare quel ragazzo dalla mano calda e dalle lenti spesse. Un compagno tra i tanti che abbiamo avuto modo di conoscere.
Eppure la sorte tragica toccata a quel giovane anarchico, di cui non conoscevamo l’infanzia trascorsa in brefotrofio, ha fatto sì che una persona semplice, senza alcuna particolare storia alle spalle, sia diventata dopo una delle figure-simbolo della carogneria del potere.
Non fu ucciso in piazza, negli scontri seguiti alla contestazione del comizio del missino Niccolai. Fu selvaggiamente bastonato dalla polizia, lui che non poteva difendersi perché – senza occhiali – quasi niente poteva più vedere. Fu arrestato, gettato in cella e lasciato morire senza praticamente ricevere quell’assistenza cui aveva diritto e che l’avrebbe salvato. E, come in altri casi analoghi, il suo prolungato assassinio sarebbe rimasto avvolto nel nulla se i suoi compagni non si fossero subito mossi, se tante e tante persone oneste non si fossero subito battute contro chi voleva tutto nascondere, se ad un certo punto il giornalista Corrado Stajano non avesse dato alle stampe quel libro Il sovversivo che ci ha restituito a tutto tondo la sua vita e poi la sua morte, se…
Questo dossier è curato dalla Biblioteca e dal Circolo culturale che, a lui intestati, operano a Pisa. Comprende una biografia di Franco, un’intervista a Corrado Stajano, un pezzo su come Franco è stato ricordato in questi anni (lo sapevate che a Torino c’è stata una scuola a lui intestata?), una breve storia degli anarchici a Pisa dalla metà degli anni ’60 ai primi anni ’70, una scheda sulla Strage di Stato (che tanto appassionò anche Franco) ed infine alcuni stralci da Il sovversivo, che ora è stato ristampato dalle edizioni BFS. Com’è giusto, d’altronde: il libro su Serantini (e sugli anarchici pisani) alla fine torna – grazie all’amico Stajano – agli anarchici pisani della Biblioteca Franco Serantini.

Paolo Finzi

Dal brefotrofio al carcere
a cura della BFS

La vita di Franco da Cagliari 1951 a Pisa 1972.

Franco Serantini (il suo nome di battesimo era Francesco) nasce il 16 luglio 1951 a Cagliari. Abbandonato al brefotrofio vi rimane fino all’età di due anni quando viene adottato da una coppia senza figli. Dopo la morte della madre adottiva viene affidato ai “nonni materni”, con i quali vive, a Campobello di Licata in Sicilia, fino al compimento del nono anno di età, poi viene nuovamente trasferito in un istituto di assistenza a Cagliari. Nel 1968 viene trasferito dall’istituto di Cagliari in quello per l’osservazione dei minori di Firenze e da qui – pur senza la minima ragione di ordine penale – destinato al riformatorio di Pisa “Pietro Thouar” in regime di semilibertà (deve mangiare e dormire in istituto). A Pisa, dopo aver conseguito la licenza media alla scuola statale Fibonacci, frequenta la scuola di contabilità aziendale.

Pinelli e Valpreda

Le conoscenze che acquisisce ed i nuovi rapporti che allaccia lo portano a guardare il mondo con occhi diversi e ad avvicinarsi all’ambiente politico della sinistra: frequenta le sedi delle Federazioni giovanili comunista e socialista, passa da Lotta Continua per approdare, tra la fine del 1970 e l’inizio del 1971, al gruppo anarchico “Giuseppe Pinelli” che ha la sede presso la Federazione Anarchica Pisana (aderente ai G.I.A.) in via S. Martino al numero civico 48. Insieme a tanti altri compagni si impegna in tutte le iniziative sociali di quegli anni, come l’esperienza del “Mercato rosso” nel quartiere popolare del CEP, in molte azioni antifasciste, nella campagna di controinformazione sulla strage di Piazza Fontana e l’assassinio di Giuseppe Pinelli. Partecipa con passione all’acceso dibattito che la candidatura di protesta alle elezioni politiche di Pietro Valpreda ha innescato nel movimento anarchico.

Pestato a sangue

Il 5 maggio 1972 prende parte, come altri compagni anarchici, al presidio antifascista indetto da Lotta Continua a Pisa contro il comizio dell’onorevole Giuseppe Niccolai del Movimento Sociale Italiano. Il presidio viene duramente attaccato dalla polizia; durante una delle innumerevoli cariche Franco viene circondato da un gruppo di celerini del Secondo e del Terzo plotone della Terza compagnia del I Raggruppamento celere di Roma, sul lungarno Gambacorti, e pestato a sangue. Successivamente viene trasferito prima in una caserma di polizia e poi al carcere Don Bosco, dove, il giorno dopo, viene sottoposto ad un interrogatorio, durante il quale manifesta uno stato di malessere generale che il Giudice, le guardie carcerarie ed il medico non giudicano “serio”. Dopo quasi due giorni di agonia, Serantini viene trovato in coma nella sua cella, trasportato al pronto soccorso del carcere muore alle 9,45 del 7 maggio.

L’autopsia

Il pomeriggio dello stesso giorno le autorità del carcere cercano di ottenere tempestivamente dal Comune l’autorizzazione al trasporto e al seppellimento del cadavere. L’ufficio del Comune si rifiuta di concedere il benestare alla tumulazione, mentre la notizia della morte di Serantini rimbalza in tutta la città. Luciano Della Mea, antifascista e militante storico della sinistra pisana, decide insieme all’avvocato Massei di costituirsi parte civile. Il giorno dopo ha luogo l’autopsia. L’avvocato Giovanni Sorbi, che aveva voluto assistervi, così ricorderà la triste circostanza: “È stato un trauma assistere all’autopsia, veder sezionare quel ragazzo che conoscevo. Un corpo massacrato, al torace, alle spalle, al capo, alle braccia. Tutto imbevuto di sangue. Non c’era neppure una piccola superficie intoccata. Ho passato una lunga notte di incubi”. I funerali di Serantini si tengono il 9 maggio 1972 e vedono una grande partecipazione popolare.


Piazza Serantini

Al cimitero, Cafiero Ciuti, un anziano militante anarchico antifascista della prima ora, pronuncia l’ultimo discorso di commiato. In quei giorni, con il diffondersi della notizia, in molte città d’Italia si tengono manifestazioni. Il 13 maggio a Pisa Lotta Continua ne indice una che vede una grande partecipazione di folla; al termine del corteo, in piazza S. Silvestro, dopo un comizio di Gianni Landi per gli anarchici e di Adriano Sofri per Lotta Continua, viene apposta all’ingresso del palazzo Tohuar una lapide in ricordo. Le manifestazioni e le iniziative per ricordare Serantini travalicano i confini regionali: nel 1979 a Torino gli viene dedicata una scuola media; nel 1979 a Pisa nasce la biblioteca omonima e nel 1982 in piazza S. Silvestro, ribattezzata nel frattempo dalla gente “piazza Serantini”, viene inaugurato un monumento donato dai cavatori di Carrara.


“Non ricordo”

Le indagini per scoprire i “responsabili” della morte di Serantini affogano nella burocrazia giudiziaria italiana e nei “non ricordo” degli ufficiali di PS presenti al fatto. I sessanta uomini del Secondo e del Terzo plotone della Terza compagnia del I Raggruppamento celere di Roma che sono i protagonisti della vicenda scompaiono nelle nebbie delle stanze della magistratura. Ma la vicenda di Serantini rimane all’attenzione dell’opinione pubblica grazie alla campagna stampa dei giornali anarchici (A rivista anarchica, L’Internazionale e Umanità Nova), di Lotta Continua, di quelli democratici e di movimento, e all’attività dei comitati “Giustizia per Franco Serantini”. Alla fine di marzo del 1977 il dottor Mammoli, il medico del carcere che aveva visitato Serantini, viene ferito alle gambe da mani ignote. Un volantino a nome di Azione Rivoluzionaria rivendicherà l’attentato.

BFS

Della storia, delle viscere, della vita collettiva
intervista di Franco Bertolucci a Corrado Stajano

“Di questo fa parte la vicenda di Franco”. Trent’anni dopo la morte di Serantini, ventisette anni dopo l’uscita de “Il sovversivo”, a colloquio con l’uomo che più di ogni altro ha fatto sì che Franco non morisse del tutto.

Cosa ti rimane oggi a distanza di trent’anni dalla vicenda Serantini, dell’esperienza del libro?

È stato un momento di passione, quando seppi della morte di Franco Serantini provai una profonda angoscia. Decisi che ne avrei scritto. Non lo feci subito perché detesto i libri che vengono pubblicati a ridosso degli avvenimenti. È necessario analizzare i fatti, studiare i documenti, vedere i luoghi, pensarci su. Serantini è morto nel maggio del ‘72 e io ne ho scritto due anni dopo, al termine di una indagine che ho fatto in Sardegna, in Sicilia, nei posti dove Franco era vissuto da bambino, e poi a Pisa dove ho cercato di parlare con tutti quelli che l’avevano conosciuto, da Luciano Della Mea, ai vecchi anarchici della Federazione, a Valeria, la giovane figlia di Luciano, ai professori, agli studenti, alle giovani coppie della società borghese pisana che l’avevano aiutato a crescere culturalmente. E anche umanamente. I Podio Guidugli, i Prampolini, i Caleca.
Ero andato al San Silvestro a parlare con il direttore della Casa di rieducazione che ospitava Serantini, avevo parlato con alcuni magistrati e, più tardi, a Roma con il commissario che dopo l’assassinio aveva avuto una crisi di coscienza e si era dimesso dalla polizia. Il mio modo di scrivere sta tra la narrazione, la testimonianza, l’inchiesta. Ho raccolto tutto quanto era possibile, i documenti giudiziari, quelli politici. Il sovversivo uscì nel ’75, ebbe numerose edizioni, fu molto letto dai giovani delle passate generazioni, quasi duecentomila copie. Ebbe anche un’edizione per le scuole medie.

La storia di Serantini è stata in parte interpretata come quella di un ragazzo sventurato, povero, figlio di nessuno, e questa è la lettura che è passata soprattutto a livello giornalistico, tuttavia oggi, a trent’anni di distanza, intervistando alcuni suoi amici, gente che andava a scuola con lui, alcuni suoi insegnanti, viene fuori come Serantini non fosse del tutto sprovveduto. Era un ragazzo come molti altri che aveva una gran voglia di vivere, un grande entusiasmo e una propria concezione libertaria della vita e della società. In alcune cose era molto deciso, per esempio, Soriano Ceccanti, ci ha descritto un Serantini che a volte assumeva le caratteristiche del “leader” nel gruppo degli amici più intimi, era trainante, era determinato.

Sì, questo risulta in parte anche dal libro. Serantini era rimasto colpito da quanto era accaduto in Italia in quegli anni, dalle agitazioni operaie e studentesche del ’69 alla strage di piazza Fontana. Voleva sempre parlare di Valpreda, di Pinelli, veniva anche rimproverato dagli anarchici più anziani di voler fare un’azione di tipo movimentista uscendo dalla tradizione classica dell’anarchismo. Serantini stava costruendo la sua cultura politica.

Dalle interviste che stiamo facendo ai militanti dell’epoca viene fuori una lettura della realtà pisana condivisa, e cioè quella di una piccola città di provincia che a un certo punto entra sul palcoscenico nazionale proprio grazie al movimento studentesco, al contempo però pare che nei gruppi dirigenti della città ci sia una chiusura netta nei confronti delle richieste e dei bisogni di rinnovamento da parte degli studenti. In questa città così piccola, in alcuni momenti, la violenza della repressione diventa enorme, qui basta ricordare il caso di Soriano Ceccanti, ferito per l’ultimo dell’anno del 1968, o quello di Cesare Pardini, che viene ucciso su quello stesso lungarno dove viene picchiato Serantini. Tre fatti clamorosi cui vanno sommati le centinaia di arresti e denuncie. Come si può interpretare questa realtà anche rispetto al resto del contesto italiano?

È vero quel che tu dici. Pisa, in quegli anni, è importante rispetto al panorama nazionale. Nasce in quella città Potere Operaio, il movimento studentesco ha un grande sviluppo, la presenza di una delle università di maggior prestigio è rilevante. L’attenzione della polizia a Pisa fu costante e anche la presenza dei servizi segreti. Ed era seguita dalle autorità politiche e dell’ordine pubblico con estrema attenzione. Le infiltrazioni nei movimenti furono costanti con l’intento di dividere, controllare e reprimere. La classe dirigente politica locale fu incapace di interpretare quel che stava accadendo, di capire che cosa rappresentavano i gruppi della sinistra extraparlamentare. Capirlo, tra l’altro, avrebbe evitato tante tragedie che sono accadute dopo, avrebbe evitato forse le violenze del terrorismo che hanno riportato la società italiana indietro di dieci, quindici anni. L’insufficienza dei gruppi dirigenti era ben visibile.

Non ti sembra che a trent’anni di distanza dal Sessantotto, dalla Strage di Stato, e da casi come questo di Franco, sia giunto il momento di aprire gli archivi dello Stato?

In Italia sono accaduti almeno tre fatti politico-criminali sui quali non sapremo mai, forse, la piena verità: Portella della Ginestra (1947) e Piazza Fontana (1969): nonostante il nuovo processo finito da non molto non sappiamo nulla sui veri e propri mandanti. Il terzo fatto è il sequestro Moro (1978). Sono i tre fatti nodali intorno ai quali si muove la storia italiana dalla fine della Seconda Guerra mondiale ad oggi. Essenziali perché conservano ancora oggi le tossine di possibili ricatti. Sono poche le persone che sanno. Non è certamente negli archivi che troveremo i documenti di quanto è avvenuto. Forse potremo trovare ancora qualcosa di marginale capace di aiutare le persone di buona volontà nella ricerca di qualche pezzo di verità. Ma gli scheletri non sono rimasti negli armadi.

I procuratori generali, come Calamari nel caso di Serantini, avevano un grande potere e promossero grandi inchieste e azioni repressive contro i movimenti di contestazione. Quale ruolo ebbero questi magistrati?

Allora furono i procuratori generali a far da argine contro i movimenti di contestazione. Si commette però, sempre, l’errore di valutare le istituzioni come un tutto omogeneo. Non lo furono allora come non lo sono adesso. Nel caso Serantini, abbiamo a Pisa l’esempio di magistrati che si comportarono esemplarmente, come Paolo Funaioli, il giudice istruttore, e Salvatore Senese, allora pretore di Pisa. Non ci furono insomma soltanto i procuratori generali con la loro cultura medioevale, ci furono anche all’interno delle istituzioni uomini che si comportarono secondo verità e giustizia, con un modo diverso di intendere la vita e la società.

Al momento della Strage di Stato vi fu un gruppo di giornalisti coraggiosi che non si accontentò di riportare supinamente le veline della questura e si contrappose ai tentativi da parte delle autorità di dare una “verità accomodante”. Ecco, di quell’esperienza, di quel gruppo che cosa è rimasto?

Ci fu la grande esperienza dei giornalisti non “estremisti”, borghesi, piuttosto, che diedero, anche per questo, molti pensieri agli uomini della polizia i quali non capivano quel che stava accadendo ed erano molto preoccupati perché questi giornalisti denunciavano con coraggio le responsabilità della polizia e dei servizi segreti nella repressione nei confronti dei movimenti politici. Volevano fare il loro mestiere, conoscere la verità dei fatti. Molti di loro sono stati fedeli per tutta la vita a questo stile di lavoro come Camilla Cederna, come Marco Nozza, come Giorgio Bocca. Che ancora oggi continua a scrivere coraggiosamente su quel che accade nel nostro paese dopo che la destra è andata al potere: contro la continua violazione della legalità, il mancato rispetto delle regole, il conflitto d’interessi che avvilisce tutti, l’offesa delle minoranze. È vero che le generazioni di giornalisti venute dopo non hanno fatto quel che fece quel gruppo di giornalisti democratici, al quale appartenevo anch’io. Si è perso il gusto della ricerca e della verità, la spoliticizzazione seguita al terrorismo ha reso arido il panorama del giornalismo. Non c’è più un’inchiesta, o quasi, un po’ perché i giornali non le vogliono, preferiscono spettacolarizzare la vita, un po’ perché i giornalisti non le sanno fare, un po’ perché manca la sincera passione di quel tempo. Non si può non pensare che anche il giornalismo non sia stato toccato, come le altre forme di espressione, da una sorta di impoverimento, di degenerazione, di passività; anche se mi sembra che ora si avverta qualche segno di risveglio. Forse le persone si stanno accorgendo che occorre vigilanza nei confronti di quanto stiamo vivendo. Non vogliamo infatti vivere un altro fascismo. I fascismi non appaiono nella storia sempre con le stesse modalità, ma possono comparire sotto altre forme. Sotto l’influenza mediatica. Ho l’impressione che ci sia ora qualche moto dell’anima e qualche presa di coscienza collettiva. La protesta e il rifiuto vanno dagli operai delle fabbriche ai professori, agli avvocati, ai giuristi, agli studenti. Perché vengono violati i diritti di chi lavora, perché la scuola pubblica è diventata nemica, perché si cerca di soffocare la giustizia. Insomma, la gente ricomincia a scendere in piazza e questo non è soltanto un fatto fisico, è una scelta di persone che in piazza non ci sono mai andate. E questo è molto importante, il “grido di Nanni Moretti”, è soltanto un segno. Chissà quante grida sono nascoste.

L’incontro con gli anarchici a Pisa come è stato? Ti ricordi qualcuno in particolare che ti ha colpito?

Me li ricordo come delle figure affettive, erano anziani [i Ciuti, Cazzuola, Capocchi ecc., n.d.c.] che trovavo nella sede anarchica. Non mi ricordo là dentro di giovani anarchici. Erano pochi, allora. Mi ricordo di Renzo Vanni, che mi aveva dato il suo libro [La Resistenza dalla Maremma alle Apuane], un libro che aveva indignato Serantini. Aveva fatto delle fotocopie del bando firmato da Almirante – la condanna a morte dei renitenti della Repubblica Sociale – ed era corso a distribuirle in tutti i quartieri della città. Vedi come si manifesta la grande passione politica. In poco tempo Serantini diventa cosciente. Che cosa era rimasto del ragazzo dell’orfanotrofio di Cagliari?

Per uno che arriva a Pisa e cerca di conoscere la sua storia colpisce come la memoria di Serantini sia ancora viva, nel senso che lo conoscono più o meno tutti, più o meno sanno della sua vicenda umana e politica, come te lo spieghi?

Perché fa parte della storia, delle viscere, della vita collettiva. Quella tragedia si è trasmessa dai padri ai figli. Quel lungarno Gambacorti è diventato un simbolo. La memoria è essenziale nella storia di una comunità. E forse oggi i giovani ricominciano a voler conoscere le storie di chi è venuto prima: la storia di Franco Serantini è la storia di un loro coetaneo, sfortunato, vittima dell’ingiustizia. La storia di una doppia morte. Quella di un ragazzo di vent’anni ucciso in modo selvaggio dalla polizia e quella scritta dalle istituzioni dello Stato che non fa giustizia perché non vuole processare se stesso.

Franco Bertolucci

Il ricordo
a cura del Circolo F. Serantini

Lapidi, libri, una scuola con il suo nome. Così è stato ricordato Franco.

A distanza di soli sei giorni dal funerale di Franco, che aveva visto in corteo migliaia di persone, il 13 maggio del 1972, durante una manifestazione organizzata da Lotta Continua con la partecipazione degli anarchici, sul palazzo Touhar – sede dell’Istituto che aveva ospitato Franco – venne posta, senza alcuna autorizzazione, la lapide sulla quale ancora oggi si possono leggere queste parole: Un compagno di 20 anni / morto tra le mani / della giustizia borghese / visse in questa / che ora i proletari chiamano / piazza / Franco Serantini. In quel torno di tempo gruppi e circoli intitolati a Franco sorsero un po’ in tutta Italia. A Pisa per molti anni il 7 di maggio si sono ripetute imponenti manifestazioni, tra queste quella del 1977 (oltre diecimila persone) e del 1978 sono senz’altro le più importanti per partecipazione e intensità. Molte personalità dello spettacolo, della cultura e della politica, come Franco Fortini, Dario Fo, Umberto Terracini, Bianca Guidetti Serra, ecc., hanno concorso in vario modo alla diffusione della conoscenza della vicenda Serantini.
Nel 1974, su iniziativa degli avvocati Arnaldo Massei e Giovanni Sorbi si costituì a Pisa il “Comitato giustizia per Franco Serantini” che svolse una cospicua attività di controinformazione. Tra le prime proposte del comitato, cui avevano aderito oltre agli amici e ai compagni di Franco anche molti cittadini, prese forma quella di innalzare un “cippo marmoreo” in ricordo del giovane militante. Il Comitato, inoltre, promosse la pubblicazione di due opuscoli, il primo dal titolo Franco Serantini ‘un assassinio firmato’, scritto da Luciano Della Mea, l’altro dal titolo Giustizia per Franco Serantini curato dall’Amministrazione Provinciale di Pisa. Nel 1975 uscì il libro di Stajano, Il sovversivo, che ebbe una buona risonanza in tutto il paese. Alle presentazioni del libro, a Milano come a Pisa, le sale erano stracolme di gente. Del testo venne anche edita una versione per le scuole medie e alcuni registi cinematografici proposero di portare sul grande schermo la storia di Serantini. Si aprì un dibattito e un confronto soprattutto tra Comencini e Stajano ma la proposta di una storia “strappa lacrime” tipo quella di Cuore non convinse Stajano che lasciò morire l’iniziativa.
Nel 1977 un gruppo di insegnanti della scuola media di Borgo San Paolo a Torino guidato dal professore Ignazio Froghere propose di intitolare l’istituto a Serantini, la proposta venne accolta due anni dopo.
In ricordo di Franco, nel 1979 i compagni anarchici di Pisa decisero di costituire una biblioteca che fosse un centro di conservazione e di divulgazione della memoria ma anche di promozione di studio sulla storia dell’anarchismo e dei movimenti antiautoritari. Da allora la biblioteca “F. Serantini” è cresciuta grazie al concorso di tanti amici e compagni che hanno donato libri, giornali e riviste (a tutt’oggi sono oltre sedicimila i volumi posseduti, 3600 i periodici, migliaia i documenti), diventando una struttura conosciuta a livello internazionale e frequentata da moltissime persone oltre che dagli studiosi. Nel 1982 sempre a Pisa si costituì il Circolo Culturale Franco Serantini e in quel torno di tempo un regista televisivo, William Azzella, iniziò le riprese di un documentario sulla vita del compagno assassinato. Il progetto non fu portato a termine per le pressioni che il regista ricevette dalle “alte sfere” dello Stato che ritenevano “non opportuno”, dato il momento politico che il paese stava attraversando, rinvangare una storia in cui la polizia e le autorità potevano “essere presentate in una cattiva luce”. Nel maggio del 1982, alcune centinaia di persone parteciparono alla inaugurazione, in piazza San Silvestro, del monumento che riporta la seguente scritta: Franco Serantini / 1951-72 / Anarchico ventenne / colpito a morte / dalla polizia / mentre si opponeva / ad un comizio fascista. Le autorità cercarono fino all’ultimo momento di convincere i compagni affinché desistessero dall’iniziativa o che almeno modificassero la scritta togliendo “ucciso dalla polizia”. Ugo Mazzucchelli che faceva parte del “Comitato giustizia per Franco Serantini”, promotore dell’iniziativa insieme agli anarchici di Pisa e di tutta la Toscana, si oppose decisamente alle insistenze del Prefetto e delle altre autorità. Umberto Marzocchi e l’avvocato Giovanni Sorbi tennero i discorsi commemorativi.
Nel 1992 si svolse a Pisa una manifestazione anarchica nazionale cui parteciparono oltre un migliaio di compagni, per l’occasione uscì il volume curato dal Circolo Culturale, Vent’anni 7 maggio 1972-1992. Nello stesso anno nacquero le edizioni BFS (Biblioteca Franco Serantini) gestite dall’omonima cooperativa. Nel 1995 un gruppo di cittadini decise di costituire l’Associazione degli amici della Biblioteca Franco Serantini, allo scopo di sostenere l’attività della biblioteca e favorire la crescita del patrimonio incentivando le donazioni.
Ma è stato soprattutto l’affetto espresso da tante persone, lavoratori, studenti e casalinghe della Pisa proletaria, a tenere viva negli anni la memoria del “figlio di nessuno” dimostrando il legame indissolubile del suo ricordo con la storia della città.
E così di tanto in tanto piccole testimonianze, scritte sui muri, manifesti, iniziative musicali vengono dedicate a Franco e sulla sua tomba mani anonime depongono sempre dei fiori.

Circolo F. Serantini

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Gli anarchici a Pisa
di Franco Bertolucci

Negli anni precedenti il Sessantotto, Pisa è un laboratorio di idee e fermenti politici e sociali.
Il movimento anarchico pisano nella metà degli anni Sessanta ha la sua sede storica in via S. Martino al n. 48 (la sede della Federazione Anarchica Pisana, inaugurata nel 1945 subito dopo la fine della seconda guerra mondiale). Il nucleo principale di militanti è composto da compagni della vecchia guardia eredi della vivace e robusta comunità libertaria che tra la Prima Internazionale e il Biennio Rosso è stata protagonista della storia sociale e politica della città e della provincia. Basti pensare che a Pisa tra il 1910 e il 1922 viene pubblicato un settimanale, L’Avvenire anarchico che in più di un’occasione supera le cinquemila copie di tiratura mentre nel Casellario Politico Centrale dell’Archivio di Stato di Roma sono più di 1500 gli anarchici schedati nella sola provincia della città della torre.
Il nucleo di compagni sopravvissuti al fascismo e temprati da diversi decenni di intensa attività ha mantenuto, seppur in misura ridotta, la presenza libertaria nella città. Tra i diversi nomi che fanno riferimento alla FAP ricordiamo Otello Bellini, Spartaco Benedetti, Nilo Capocchi, Nilo Cazzuola, Cafiero e Foresto Ciuti, Unico Pieroni e altri, cui si affiancano diverse decine di compagni sparsi sul territorio provinciale come a Cascina (Giovanni Turini, Sergio Iacoponi, Ludovico Cajoli, ecc.), Pontedera (Mario Orsini) e Volterra (Piero Bulleri, Gino Fantozzi, Luigi Fanucci, Ettore Rosi). Accanto a questi ci sono anche diversi individualisti come il pisano ed ex ferroviere Armando Ghelardoni.

Laboratorio di idee

Dopo il congresso della FAI del novembre 1965 la Federazione Pisana è una delle principali animatrici dell’opposizione ad una “strutturazione” dell’organizzazione nazionale e promuove insieme ad altri numerosi gruppi la costituzione dei GIA (Gruppi di Iniziativa Anarchica) che avviene a Pisa nel convegno del 19 dicembre 1965. In quel torno di tempo, al gruppo storico si è unito un altro “vecchio” pisano Italo Garinei, emigrato a Torino prima della Grande guerra. Si devono a lui la pubblicazione di alcuni numeri unici di polemica politica dal titolo Iniziativa anarchica e, nella primavera del 1966, la ripresa delle pubblicazioni del Seme anarchico, precedentemente stampato nella città della Mole, dal febbraio 1951 al luglio-agosto 1965. L’arrivo di Garinei insieme a quello di un nuovo compagno, Renzo Vanni, insegnante e storico che giovanissimo aveva partecipato alla Resistenza, dà nuovo impulso alle attività della federazione.
Negli anni precedenti il Sessantotto, Pisa è un laboratorio di idee e fermenti politici e sociali che nascono soprattutto al di fuori del PCI e si coagulano intorno al movimento degli studenti e al giornale Il Potere operaio, portavoce di quella che, più che un’organizzazione intesa nel classico senso marxista-leninista, è un’esperienza diretta di lavoro politico mirante soprattutto all’esaltazione della radicalità delle lotte operaie, in quel periodo particolarmente vivaci, e delle forme di “democrazia diretta” degli organismi di massa spontanei, che in diverse zone del Paese stavano nascendo come espressione della nuova “autonomia di classe”.
Anche per gli anarchici si apre un periodo di intensa attività politica, soprattutto nel campo della controinformazione antifascista. D’altronde c’è da ricordare che all’epoca tra i temi che accendono gli animi, provocano discussioni e manifestazioni, suscitano una delle principali battaglie che animano le discussioni e le manifestazioni, oltre alla solidarietà ai popoli in lotta del terzo mondo per la propria indipendenza, alla lotta contro la guerra in Vietnam, al conflitto arabo-israeliano, c’è quella della lotta al fascismo. In Italia è attivo un partito, il Movimento Sociale Italiano, dichiaratamente erede del fascismo storico, soprattutto di quello nato con la Repubblica Sociale Italiana, che ha solidi collegamenti internazionali con gruppi e organizzazioni di vari paesi. In Europa ben due Paesi sono sotto il giogo di regimi fascisti (Spagna e Portogallo) e nel 1967 anche in Grecia la democrazia lascia il passo al regime dei Colonnelli. In Italia nel 1964 si è rischiato il colpo di stato con un “complotto” ordito dal generale De Lorenzo.

Con posizioni critiche

Il clima dunque è incandescente e a Pisa, dove risiede una folta comunità di studenti greci, l’eco degli avvenimenti che si succedono nella madre patria ha un effetto dirompente negli equilibri politici dell’Università. Fin dal 1967, un nucleo di studenti fascisti greci appoggiati dal MSI e da altre organizzazioni neofasciste ha promosso iniziative di propaganda che sono apparse come vere e proprie provocazioni e che hanno causato duri scontri all’interno del movimento studentesco, il quale, da parte sua, sta crescendo, radicandosi e assumendo un ruolo sempre più importante soprattutto nelle lotte contro le “baronie universitarie” attraverso nuove pratiche di lotta e di elaborazione teorica.
Gli anarchici sono presenti, seppur a volte con posizioni critiche, in queste lotte, tant’è che già durante il 1967 molti studenti incominciano a frequentare la sede di via S. Martino che, peraltro, rappresenta l’unico spazio disponibile in città e spesso lì si riuniscono i militanti di Potere Operaio e i diversi organismi del movimento degli studenti. Il 2 marzo 1969 si tiene a Pisa un convegno nazionale anarchico il cui odg prevede una discussione sui rapporti tra movimento anarchico e movimento studentesco, l’intervento nel mondo del lavoro e l’analisi della situazione spagnola. Nella riunione, in cui emergono diverse interpretazioni della protesta studentesca, il gruppo pisano porta avanti la tesi che “pur con i suoi limiti inevitabili derivati talora da una confusione d’idee, il movimento studentesco ha rappresentato e continua a rappresentare una forza” antidogmatica e antitradizionalista. Nel movimento studentesco si individua un’area libertaria che si contrappone a quella di orientamento “comunista”.
Il capodanno 1969 è la prima data tragica della storia del movimento di opposizione pisano. In quella occasione un gruppo di studenti, lavoratori, aderenti al movimento studentesco, al Potere Operaio pisano e ai gruppi anarchici contesta a Focette di Marina di Pietrasanta la festa dei “ricchi borghesi”che come ogni anno si ritrovano nel noto locale della Bussola. I carabinieri reagiscono con brutalità reprimendo la contestazione con cariche ed arresti. Un ragazzo giovanissimo cade a terra raggiunto alla schiena da uno dei diversi colpi di pistola che vengono sparati ad altezza d’uomo. Soriano Ceccanti, quando viene gravemente ferito (rimarrà paralizzato alle gambe per tutta la vita) ha 16 anni è studente e frequenta spesso la sede della Federazione Anarchica. Il suo caso ha una vasta eco sulla stampa nazionale, si tratta di uno dei primi fatti di sangue accaduti durante una manifestazione di contestazione dei giovani.

Centinaia anzi migliaia

A Pisa il clima si surriscalda immediatamente, poche settimane dopo un giovane compagno anarchico, Michele Olivari, viene ferito al braccio durante uno scontro tra studenti ed alcuni esponenti della destra che hanno occupato la facoltà di Lingue. Il confronto tra militanti di opposte fazioni si fa sempre più serrato. Nell’ottobre del 1969 il gruppo anarchico ha intrapreso una campagna di solidarietà nei confronti dei compagni arrestati con la falsa accusa di essere gli esecutori degli attentati alla Fiera Campionaria di Milano. Il gruppo pisano ne conosce bene alcuni che frequentano l’Università, come Faccioli, detenuto nel carcere Don Bosco di Pisa, e il 22 ottobre organizza una riuscita manifestazione cittadina con l’adesione di alcune centinaia di studenti. Nel frattempo i fascisti, il giorno 20 ottobre, si erano rifatti vivi alla facoltà di Lingue causando un nuovo scontro e ferendo tre studenti tra cui ancora il compagno Michele Olivari. Pochi giorni dopo, il 25 ottobre, alcuni studenti vengono nuovamente aggrediti dai fascisti che si rifugiano nella propria sede all’inizio di via S. Martino. Centinaia di persone accorrono nel centro della città e mettono sotto assedio i fascisti. In poche ore le persone diventano migliaia e la Polizia perde il controllo della situazione intervenendo con cariche indiscriminate che vanno a colpire manifestanti e cittadini inermi. La popolazione è esasperata e risponde a questa ennesima prova di violenza gratuita, ne nasce uno scontro che si protrae per ben due ore nel centro storico della città.
Il 27 ottobre uno sciopero generale blocca tutte le attività e dopo la manifestazione ed il comizio in piazza Martiri della Libertà organizzati dai sindacati e dai partiti della sinistra istituzionale, un corteo spontaneo di alcune migliaia di persone si dirige verso la sede del MSI. La polizia reagisce duramente con nuove violente cariche, durante uno dei numerosi scontri, sul lungarno Gambacorti, lo stesso dove verrà picchiato e arrestato Franco Serantini nel 1972, un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo colpisce mortalmente uno studente estraneo alla manifestazione, Cesare Pardini, la cui tragica morte ha un forte impatto sulla città. Ma la polizia e le autorità locali non mostrano cedimenti nella loro volontà di sottomettere, ad ogni costo, i movimenti di piazza. In poche altre città in Italia si raggiungerà un tale livello di repressione.

A Pisa, non a caso

Pisa sembra, dunque, far parte di una precisa strategia d’azione tesa a sperimentare il contenimento delle “avanguardie della contestazione” ma anche l’efficacia dei sistemi repressivi e della provocazione politica (uso dei fascisti come strumento di provocazione degli scontri, ecc.). Sono centinaia gli studenti che vengono picchiati, arrestati e denunciati negli anni 1968-1972; per i fatti dell’autunno del 1969 gli antifascisti denunciati vengono condannati ad oltre 16 anni complessivi di prigione. Il gruppo anarchico pisano è particolarmente attivo nel contrapporsi a questa azione repressiva, quasi tutti i volantini di questo periodo sono dedicati alla lotta contro la repressione e i fascisti. Renzo Vanni, collaboratore assiduo de L’Internazionale è tra i principali promotori di questa campagna. Sempre presente in ogni manifestazione tenta, anche tramite la ricerca storica, di ricollegare le esperienze passate, la memoria del primo antifascismo e della Resistenza, alle nuove lotte.
A Pisa all’inizio degli anni Settanta dopo lo scioglimento del gruppo del Potere Operaio si sono costituite diverse organizzazioni di estrema sinistra: Lotta Continua, il Centro Karl Marx, la Lega dei comunisti, Avanguardia Operaia, il gruppo del Manifesto ecc. Anche fra gli anarchici nasce un nuovo gruppo, il Pinelli che si caratterizza da subito per il suo attivismo. Tra tutti questi gruppi quello che emerge per consistenza e diffusione è sicuramente Lotta Continua che, proprio qui, ha allevato anche i suoi principali leader nazionali come Adriano Sofri, e che mantiene in questo periodo una connotazione di movimento più che di partito. Cavalli di battaglia di LC sono la campagna contro il commissario Calabresi, uno dei responsabili della morte di Pinelli, e l’antifascismo militante.
Nel gruppo Pinelli, composto da giovani compagni come Massimo, Enrico, Paola, Rita, Paolo e “il Vanni”, Serantini riporta la propria breve esperienza politica; durante tutto il 1971 è tra i partecipanti del “Mercato rosso” nel quartiere popolare del CEP. Serantini, prima di aderire al gruppo G. Pinelli – nato sul finire del 1970 autonomo dalla FAP –, aveva frequentato LC impegnandosi soprattutto nelle iniziative sociali. Ma il fatto più noto che coinvolge il gruppo, e lo stesso Serantini, è il ritrovamento del famoso bando di Almirante, rintracciato da Renzo Vanni presso l’archivio storico del comune di Massa Marittima in provincia di Grosseto. Il documento che testimonia la partecipazione attiva di Almirante alla repressione contro i partigiani e la continuità storica tra il MSI ed il fascismo ha l’effetto di una bomba e catapulta i pisani al centro della campagna nazionale contro il Movimento Sociale e il suo segretario. È in questo clima che i compagni di Pisa partecipano a tutte le manifestazioni antifasciste della primavera del 1972, coscienti anche dei rischi e dei pericoli derivanti dalla scelta delle Autorità di affrontare la piazza con un dispiegamento di forze impressionante.
Le cronache dei giornali di quei giorni riportano notizie di scontri in tutte le principali città della Toscana, fino a quel fatidico 5 maggio.

Franco Bertolucci

Strage di Stato e strategia della tensione
a cura della BFS

L’impegno politico del giovane Franco Serantini (e di milioni di giovani di quella generazione) è segnato da una data: 12 dicembre 1969.
A Milano e a Roma venerdì 12 dicembre 1969 tra le ore 16,37 e le 17,24 esplodono alcune bombe. La bomba di Milano alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana, affollata come tutti i venerdì, giorno di mercato, provoca una strage. I morti sono sedici, molti dei novanta feriti hanno gli arti amputati dalle schegge. In un primo momento molti pensano che sia stata un’esplosione derivata da qualche fuga di gas o da qualche caldaia. L’esplosione ferma gli orologi di piazza Fontana sulle 16,37: poco dopo in un’altra banca distante poche centinaia di metri, in piazza della Scala, un impiegato trova una borsa nera e la consegna alla direzione. È la seconda bomba milanese, quella della Banca Commerciale Italiana. Non è esplosa, forse perché il timer del congegno d’innesco non ha funzionato. Ma viene fatta esplodere in tutta fretta alle 21,30 di quella stessa sera dagli artificieri della polizia che l’hanno prima sotterrata nel cortile interno della banca.
È una decisione inspiegabile: distruggendo questa bomba così precipitosamente si sono distrutti preziosissimi indizi, forse addirittura la firma degli attentatori. In mano alla polizia rimangono solo la borsa di similpelle nera uguale a quella di piazza Fontana, il timer di fabbricazione tedesca Diehl Junghans, e la certezza che la cassetta metallica contenente l’esplosivo è anch’essa simile a quella usata per la prima bomba. Le bombe di Roma sono tre. La prima esplode alle ore 16,45 in un corridoio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro, tra via Veneto e via San Basilio. Tredici feriti tra gli impiegati, uno gravemente. Ma anche questa poteva essere una strage. Alle 17,16 scoppia un ordigno sulla seconda terrazza dell’Altare della Patria, dalla parte di via dei Fori Imperiali. Otto minuti dopo la terza esplosione, ancora sulla seconda terrazza ma dalla parte della scalinata dell’Ara Coeli. Frammenti di cornicione, cadendo, feriscono due passanti. Ma questi ultimi due ordigni sono molto più rudimentali e meno potenti degli altri.

Il volo di Pinelli

La reazione del Paese è di sdegno per gli attentati, di dolore per le vittime. Ma non si assiste a nessun fenomeno di isteria collettiva, la strage non ha sbocco politico immediato a livello di massa, e soprattutto non contro la sinistra, anche se immediatamente dopo la bomba di piazza Fontana le indagini e le relative dichiarazioni ufficiali puntano solo in questa direzione nella ricerca dei colpevoli (un discorso a parte meriterebbe il ruolo giocato in questa fase dalla stampa “indipendente”. Basterà sottolineare che, oltre ovviamente a Il Secolo d’Italia, si sono distinti nell’incitare alla caccia all’“estremista di sinistra”, La Stampa di Torino e i quotidiani della catena editoriale del Cav. Attilio Monti. Il Tempo di Roma, il 13 dicembre è arrivato al punto di pubblicare con ampio risalto che “La notizia degli attentati è stata data nel corso di un’assemblea alla Città Universitaria da un oratore di Potere Operaio il quale ha rivendicato al suo gruppo la paternità della strage riscuotendo l’applauso degli studenti presenti…”).
Gli organi di polizia, soprattutto la direzione della questura di Milano allora diretta da Marcello Guida, indirizzano da subito le indagini in gran parte nell’area della sinistra extraparlmentare e anarchica. Centinaia sono le perquisizioni e i fermi, numerosi compagni sono portati in questura per interrogatori svolti spesso fuori da ogni rispetto della “legalità”, tra questi Pino Pinelli che la sera del 15 dicembre “cade” dal quarto piano degli uffici della Questura e muore. Pinelli era stato “invitato” negli uffici della questura dall’ispettore Luigi Calabresi, noto per le sue “attenzioni” nei confronti degli anarchici. Pinelli è la diciassettesima vittima della “strategia del terrore” promossa da quegli “oscuri apparati” politici e dei servizi segreti che hanno l’intenzione di bloccare quella ondata di proteste e i movimenti che sono stati i protagonisti delle lotte sociali nel biennio 1968-69.
Le bombe del 12 dicembre sconvolgono e sorprendono soprattutto per la loro ferocia, ma sarebbe inesatto dire che giungono inattese. Rappresentano il momento culminante di una escalation di fatti noti e ignoti che avvengono durante l’intero 1969 e che fanno parte di un preciso disegno politico. Alcuni di essi riconsiderati oggi nella loro sinistra successione acquistano un significato molto chiaro.
Le bombe del 12 dicembre scoppiano in un paese dove, a partire dal 3 gennaio 1969, ci sono stati 145 attentati: dodici al mese, uno ogni tre giorni, e la stima forse è per difetto.
Novantasei di questi attentati sono di riconosciuta marca fascista o per il loro obiettivo (sezioni del PCI o del PSIUP, monumenti partigiani, gruppi extraparlamentari di sinistra, movimento studentesco, sinagoghe ecc.) o perché gli autori sono stati identificati. Gli altri sono di origine ufficialmente incerta spesso addebitati a gruppi della sinistra estrema e agli anarchici, come le bombe del 25 aprile alla Fiera campionaria e alla stazione centrale di Milano. In realtà ci vuole poco a scoprire che la lunga mano che li promuove è sempre la stessa, e cioè una mano che pone diligentemente in atto i presupposti necessari alla “strategia della tensione” che sta maturando a più alto livello politico e che è stata riportata alla luce non solo dalle controinchieste del movimento di quegli anni ma anche dai numerosi processi che si sono svolti fino all’ultimo di pochi mesi orsono che ha visto imputati diversi fascisti.

Una lunga catena di attentati

Ma il 1969 è anche ricordato per l’ondata repressiva che colpisce non solo gli anarchici e i gruppi dell’estrema sinistra ma anche migliaia di lavoratori in tutta Italia. L’anno precedente, il 1968, si era già chiuso con l’eccidio di Avola in provincia di Siracusa dove erano stati uccisi due braccianti; il 1969 era iniziato con il ferimento dello studente Soriano Ceccanti (rimarrà paralizzato per tutta la vita) durante la contestazione del capodanno dei “ricchi” al locale della Bussola di Focette in provincia di Lucca; a fine febbraio Domenico Congedo studente universitario muore a Roma durante gli incidenti causati dall’intervento della polizia e dei fascisti contro le occupazioni delle facoltà portate avanti dagli studenti; all’inizio di aprile a Battipaglia durante uno sciopero la polizia attacca i manifestanti uccidendo due persone e arrestando 119 uomini e donne; in ottobre a Pisa, durante una manifestazione antifascista, la polizia carica duramente i manifestanti con lancio di bombe lacrimogene che provocano la morte dello studente universitario Cesare Pardini. Per le manifestazioni e gli avvenimenti durante tutto l’“autunno caldo” del 1969, i sindacati registrarono ben 13.903 denuncie a carico di lavoratori così suddivise: 3.922 lavoratori agricoli (quasi tutti al Sud); 2.158 metalmeccanici; 1.966 ospedalieri; 1.103 vigili urbani; 652 chimici; 610 edili; 473 alimentaristi; 543 tessili; 346 minatori; 321 trasportatori; 250 statali e parastatali.
Le bombe del 1969 sono solo l’inizio di una lunga catena di attentati, in gran parte rimaste impuniti, che hanno insanguinato il nostro paese per più di un decennio e che hanno visto coinvolti a diversi gradi di responsabilità fascisti e apparati dello Stato. Già fin dalle prime settimane dopo l’attentato di Milano la gente, i lavoratori e gli studenti avevano intuito il ruolo delle istituzioni, tanto è vero che la strage di piazza Fontana venne presto ribattezzata la “Strage di Stato”.

BFS

Bibliografia minimaLa strage di Stato. Controinchiesta, Roma, La nuova sinistra, Samonà e Savelli, 1970

Crocenera anarchica, Le bombe dei padroni. Processo popolare allo stato italiano nelle persone degli inquirenti per la strage di Milano, Ragusa, La Fiaccola, 1989 (19701).

Le bombe di Milano. Testimonianze, Parma, Guanda, 1970.

Vincenzo Nardella, Noi accusiamo! Contro la requisitoria per la strage di stato, Milano, Jaca Book, 1971.

Marco Sassano, La politica della strage, Padova, Marsilio, 1972.

Roberto Pesenti, Marco Sassano (a cura di), Fiasconaro e Alessandrini accusano. La requisitoria su la strage di piazza Fontana e le bombe del ’69, Venezia-Padova, Marsilio, 1974.

Giorgio Boatti, Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell’innocenza perduta, Milano, Feltrinelli, 1993.

Adriano Sofri (a cura di), Il malore attivo dell’anarchico Pinelli. La sentenza del 1975 che chiuse l’istruttoria sulla morte del ferroviere Pino Pinelli, che entrò innocente in un ufficio al quarto piano della Questura di Milano, e ne uscì dalla finestra, il 15 dicembre 1969, Palermo, Sellerio, 1996.

Luciano Lanza, Bombe e segreti. Piazza Fontana 1969, Milano, Elèuthera, 1997.

Il sovversivo
di Corrado Stajano

Brani tratti dal libro di Stajano, fresco di ristampa presso le edizioni BFS.

Le stimmate della Santa

Il posto dove fu colpito a morte è sul lungarno Gambacorti di Pisa, tra la via Toselli e la via Mazzini. Si lascia sulla sinistra, venendo dal ponte di Mezzo, il palazzo del Comune e si cammina lungo una ininterrotta serie di piccole botteghe che forse esistono da secoli e hanno mutato soltanto il genere dei loro minuti commerci. Una mescita di vino al numero 10, all’angolo di via delle Belle donne; un tappezziere al numero 13; un aggiustatore di macchine fotografiche al 14; la calzoleria “La rapida” al 16; l’agenzia Sbrana, compravendita e affitti, al 18; il circolo Enal al 19.
Alle spalle dell’isolato, via della Nunziatina, nell’intricato quartiere del sottoproletariato rosso. Di là dall’Arno, sotto i palazzi aristocratici e inaccessibili, lo scalo del carbone con la lapide che ricorda l’approdo della barca di Garibaldi ferito sull’Aspromonte.
Non lontano dal lungarno Gambacorti, tante volte citato nei rapporti dei commissari di pubblica sicurezza, nei verbali dei sostituti procuratori della Repubblica, nelle sentenze dei giudici istruttori, nelle cronache dei giornali e nelle relazioni dei periti medico-legali, splendono i gioielli dell’arte e della religione, Santa Maria della Spina, San Paolo a Ripa d’Arno e, a pochi passi, la chiesa di Santa Cristina dove, il 1° aprile 1375, santa Caterina da Siena ricevette le Sacre Stimmate, “cinque lucidissimi raggi sanguigni, usciti dal Santissimo crocifisso sull’altare e andati a ferire le mani di Caterina, i piedi, il suo castissimo e virgineo petto”.
Ma la sera del 5 maggio 1972, né la patrona d’Italia, né la presenza antica di bellezza e di arte, né i segni della storia e della cultura servirono a salvare dalla furia della polizia, tra la bottega del vinaio e quella del tappezziere, un giovane non alto, ricciuto, gli occhiali da miope, il viso serio e sofferto, vestito con una giacca marrone, un paio di pantaloni di lana nera, una camicia con le maniche lunghe dai disegni fantasia color giallo arancione. Franco Serantini, di vent’anni, sardo, anarchico, figlio di nessuno nella vita come nella morte.
(p. 7)


Tessera AVIS 146

Non sono in molti a poter dire di conoscerlo bene, anche adesso che ha ancora pochi mesi da vivere. È cambiato, indossa un montgomery nero, porta un paio di stivaletti, fuma la pipa, infila e toglie di continuo gli occhiali dal naso, forse per un tic, ha i capelli sempre più ricciuti, sempre più arruffati. Parla una lingua anonima, non ha nulla che serva a distinguerlo o a farlo ricordare: la sua è solo una delle migliaia di facce giovani che s’intravedono in quegli anni nelle marce studentesche, in una gran nuvola che corre. Serantini passa le ore libere nelle aule della Sapienza, in mezzo agli universitari o in piazza Garibaldi accanto al monumento mascherato di tatze-bao o davanti al bar lì vicino, in crocchio con i ragazzi di Lotta Continua e con gli altri extraparlamentari di sinistra.
[…]
Ha fatto esperienze nuove: donatore di sangue all’Avis, tessera numero 146, in estate è andato a lavorare a Viareggio, cameriere al ristorante Zi’ Rosa, l’anno prima si è occupato come stagionale in una fabbrica di piastrelle. Ha conosciuto Renzo Vanni, ha conosciuto Luciano Della Mea e la domenica, qualche volta, quando non sta con Sauro, Alfredo, Ettore, Enrico, i suoi coetanei, va con i Della Mea a Marina di Pisa, a Tirrenia, in pineta.
A scuola se la cava. È stato promosso, frequenta il corso di contabilità d’azienda, terza B: Bartoli, Bianchi, Biso, Borrello, Ceccanti, Chiellini, Coli, Davini, De Luca, Ferri, Giovacchini, Massei, Mauriziani, Quadrilli, Rossi, Saviozzi, Serantini. È fiero, caparbio, individualista, con il senso della giustizia, capace di portare avanti a ogni costo le sue idee. Una volta che gli studenti fanno uno sciopero che lui considera corporativo e non condivide, si fa fare lezione da solo. Lo interessa la storia, il fascismo, la Resistenza, è rimasto molto colpito dalla morte di Pinelli, ne parla con la professoressa di italiano, Anna Maria Montella. In un tema scrive della Sardegna, si vanta di esser capace di fare il formaggio e la ricotta per aver vissuto, chissà quando, con dei pastori.
Non è settario, gli piace discutere con tutti, con il cappellano del riformatorio, con l’insegnante di religione. Ricorda il preside, Fulgido Lucani: “Mi parlava di sé, di come avrebbe voluto la società, libera e giusta, col tacito accordo che nessuno di noi due doveva far opera di persuasione nei confronti dell’altro. Conosceva bene la mia posizione religiosa, di cattolico e ideologica, sono iscritto alla Democrazia Cristiana. Durante il periodo pasquale, quando venne il sacerdote per la benedizione delle aule, mi chiese di non assistere alla cerimonia, titubante. Gli dissi che era nel suo diritto. Le sue parole furono amare: ‘La famiglia, la religione, la società costituita sono miti che finora mi hanno fatto del male’. Non gli risposi”.
(pp.43-44)


“Varie cariche e successivo rastrellamento”

Rapporto del commissario capo della questura di Pisa al signor procuratore della repubblica:
“Verso le ore 18,30 di ieri, poco dopo l’inizio in largo Ciro Menotti del comizio dell’on. Giuseppe Niccolai del msi, numerosi estremisti appartenenti a gruppi della sinistra extraparlamentare, appositamente convenuti in questo capoluogo a seguito di una vasta mobilitazione promossa principalmente dal gruppo politico Lotta Continua di Pisa che da vari giorni aveva, come noto, manifestato con intensa attività propagandistica, il proposito di ostacolare a qualsiasi costo lo svolgimento del comizio stesso nel quadro di un preciso disegno rivolto a impedire ogni propaganda elettorale del msi, non potendo giungere sul luogo della riunione elettorale per il massiccio servizio d’ordine predisposto per l’occasione, si attestavano in folti gruppi sui Lungarni Mediceo e Pacinotti e Ponte di Mezzo, improvvisando prima una manifestazione sediziosa all’indirizzo della Forza pubblica che si trovava a presidiare la piazza Garibaldi alle dipendenze del sottoscritto Funzionario, inveendo con slogan vilipendiosi come: ‘Polizia fascista’ – ‘ps-ss’ – ‘Fascisti carogne tornate nelle fogne’ – ‘Poliziotti culaioli’ – ‘Buffoni’ e simili. I dimostranti che andavano sempre più riunendosi in blocco compatto, ad un certo momento hanno scagliato contro le Forze di Polizia pietre e altri corpi contundenti come palline di vetro, piombini con chiodi, servendosi di apposite fionde per cui lo scrivente si vedeva costretto a respingere la violenza dei dimostranti i quali si dividevano su tre fronti rispettivamente Logge dei banchi, lungarno Pacinotti all’altezza dell’hotel Nettuno e lungarno Mediceo all’altezza di piazza Cairoli. Da queste posizioni e da altre sul lungarno Gambacorti, corso Italia, Ponte della Fortezza, ecc. hanno sviluppato per alcune ore molteplici azioni di guerriglia urbana, anche mediante lancio di numerose bottiglie ‘molotov’, che sono state ovunque stroncate dal deciso intervento delle Forze dell’Ordine che hanno contemporaneamente assicurato il regolare svolgimento dei successivi comizi.
Nel corso delle varie cariche e del successivo rastrellamento compiuto al termine degli interventi, sono state fermate n. 27 persone di cui 9 tratte in arresto per manifestazione sediziosa, violenza e resistenza a P. U., danneggiamento aggravato.
Per quanto riguarda gli arrestati si trasmette l’elenco ed i relativi singoli verbali redatti dagli agenti operanti, significando che tra di essi i nominati Kapoolos Alessandro, cittadino greco, Tsolinas Evangelo, cittadino greco, Megalofon Ottone, cittadino greco, sono stati prima accompagnati al Pronto soccorso del locale ospedale perché presentavano lesioni varie, come da referti trasmessi a codesta Procura dal Posto fisso dell’Ospedale civile Santa Chiara con rapporto n. 868 in data di ieri, cui sono allegati anche i referti relativi a lesioni riportate da altre tre persone che presumibilmente hanno partecipato alla manifestazione sediziosa e nei cui confronti sono in corso accertamenti.
Si fa presente altresì che all’arrestato Rondinelli Giovanni sono state riscontrate dal dott. Giuseppe Ferrari, medico del Corpo delle guardie di ps da cui è stato fatto visitare, nella caserma ‘Mameli’ delle guardie di PS: ‘Contusione escoriata allo zigomo ds’, giudicata guaribile in gg. 5 s. c. come da allegato referto.
[…]
Fra le Forze dell’Ordine si lamentano 20 contusi leggeri nei reparti della ps e n. 2 nei reparti dei Carabinieri.
Sono state rastrellate numerose bottiglie ‘molotov’, ceste e sacchetti contenenti sassi che erano state predisposte dai dimostranti per impiegarle contro le Forze dell’Ordine; detto materiale con separato reperto sarà depositato presso codesta Cancelleria penale.
Si allegano n. 9 verbali di arresto, significando che l’arrestata Morelli Morena è stata tradotta al carcere di Lucca in quanto il locale carcere ha dichiarato di non poterla ricevete per indisponibilità attuale del reparto femminile”.
(pp. 60-62)


“Io resto, non mi beccano”

L’ultima persona che vede Franco Serantini prima che la polizia lo colpisca è Valeria. Lo incontra sul Ponte di Mezzo, appena lasciato il bar Crott. Sulla città incombe come una cappa di tragedia, la ragazza ha paura, corre inquieta verso una casa di amici che abitano poco lontano. È una bella ragazza alta, dalla faccia limpida, sovrasta Franco di mezza testa: “Tu vieni via”, gli dice un po’ imperiosa, un po’ trepida. “Io resto, non mi beccano”, risponde lui che s’incammina da solo verso la sua morte, di là dal ponte, poi sulla destra, in lungarno Gambacorti.
Gruppi di giovani hanno costruito una barricata, intralciano il traffico, lanciano pietre e bottiglie molotov. Poi la polizia attacca, gli agenti sembrano frenetici automi, sparano centinaia di candelotti in ogni direzione. Il sindaco Lazzari si affaccia a una finestra del palazzo Gambacorti e grida ai poliziotti di smetterla di prender di mira il Comune:
“Dissi che ero il sindaco, dissi che era in corso una riunione di giunta, la responsabilità di ciò che si stava facendo nel palazzo era mia, che tutto era calmo, nessuno dall’alto minacciava la polizia. Puntavano le armi in su, sparavano un candelotto dopo l’altro, davano l’impressione di essere drogati.
Non è che dessero ascolto alle mie parole, seguitavano a lanciare candelotti contro le bifore “.
Testimonianza di Italo Fantoni, piazza delle Vettovaglie: “Ero in lungarno Gambacorti, tra la chiesa e il comune. Davanti a me c’era un reparto della celere che stava sparando una gran quantità di bombe lacrimogene. Ad un certo momento, uno dei celerini che sembrava un graduato, ha estratto la pistola dal fodero e ha sparato con il braccio teso verso di noi. Io mi sono buttato in mezzo a due macchine. I colpi che ho sentito mi sembrano essere stati quattro”.
Testimonianza di Paola Sgrilli, di Pistoia: “Da un appartamento di via Toselli ho potuto assistere a questo episodio. Durante i primissimi momenti succeduti alla carica sul lungarno Gambacorti, un folto gruppo di appartenenti alle forze di ps si dirigeva in via Toselli. Mentre i dimostranti si disperdevano nei vicoli circostanti, un agente puntava la pistola e sparava alcuni colpi ad altezza d’uomo. Dopo pochi minuti un secondo agente sparava a sua volta tre o quattro colpi, sempre con l’arma puntata ad altezza d’uomo. Immediatamente dopo ho udito distintamente un graduato invitare un altro agente a non sprecare le munizioni”.
Una gran nuvola di fumo, di fuoco, di gas lacrimogeni gonfia il lungarno, dalla fermata dell’Atum verso la chiesa di Santa Cristina, verso via Toselli, la piazzetta della Banca Toscana, via Mazzini. Poi, dal Ponte di Mezzo, poco prima delle otto di sera, avanza una colonna formata da una quindicina di jeep e di gipponi, una sessantina di uomini del secondo e terzo plotone della terza compagnia del i Raggruppamento celere di Roma.
Che cosa accade a Serantini? Sarebbe bastata una fuga di pochi passi, mentre la prima jeep abbatte la barricata costruita con macchine bruciate e tabelloni pubblicitari. Girato l’angolo di via Mazzini si sarebbe trovato nella casbah della Nunziatina dove la polizia si avventura difficilmente e dove si sarebbe salvato, insieme con i compagni nascosti dietro gli usci, nelle case, nelle botteghe, con l’aiuto delle donne e degli uomini del quartiere che hanno fama quarantottesca. Una volta respinsero la polizia con l’olio bollente fatto colare dalle finestre. Serantini lo sa, ma immobile e disarmato, aspetta invece che i poliziotti gli saltino addosso e lo feriscano a morte.
Testimonianza di Moreno Papini, lungarno Gambacorti 12: “Erano circa le 20. Io mi trovavo alla finestra di un appartamento proprio sotto il mio, in lungarno Gambacorti. Sotto di me c’erano alcune persone. Ho sentito le sirene delle camionette venire dalla parte del Comune, mentre la gente scappava verso via Mazzini. Le camionette sono arrivate e si sono fermate sotto la casa mia dalla parte delle spallette dell’Arno. Nello stesso momento stavano arrivando alcuni celerini a piedi. Allora mi sono sporto dal davanzale della finestra e ho visto che stavano agguantando uno. Proprio vicino al marciapiede, esattamente sotto la mia finestra, una quindicina di celerini gli sono saltati addosso e hanno cominciato a picchiarlo con una furia incredibile. Avevano fatto cerchio sopra di lui tanto che non si vedeva più, ma dai gesti dei celerini si capiva che dovevano colpirlo sia con le mani che con i piedi, sia con i calci dei fucili. Ad un tratto alcuni celerini sono scesi dalle camionette lì davanti, e sono intervenuti sul gruppo di quelli che picchiavano, dicendo frasi di questo tipo: “Basta, lo ammazzate!” È successo un po’ di tafferuglio fra i due gruppi di ps. Poi uno che sembrava un graduato è entrato nel mezzo e con un altro celerino lo hanno tirato su. Solo in quel momento l’ho potuto vedere in faccia, perché teneva la testa ciondoloni sulla schiena. Aveva i capelli neri, gonfi e ricciuti e aveva la carnagione scura. Lo hanno poi trascinato verso le camionette mentre il graduato gli dava ancora qualche schiaffetto per rianimarlo”.
Verbale di arresto di Serantini Franco firmato dal commissario di ps Giuseppe Pironomonte: “L’anno millenovecentosettantadue, addì 5 del mese di Maggio, alle ore 20,10 in Pisa, lungarno Gambacorti, angolo via Mazzini. Noi sottoscritti Dr. Pironomonte Giuseppe, Commissario di P.S. appartenenti alla Questura di Pisa, diamo atto a chi spetta che nelle suddette circostanze di tempo e di luogo, durante il servizio di ordine pubblico, in occasione del comizio tenuto dall’on. Giuseppe Niccolai del msi, abbiamo proceduto all’arresto di: Serantini Franco, nato a Cagliari il 16.7.1951, ivi residente, in atto ricoverato nella casa di rieducazione di Pisa, perché resosi responsabile di: manifestazione sediziosa, vilipendio alle forze di polizia e altro. Il Serantini, infatti, durante la manifestazione, in occasione di una carica effettuata al fine di respingere una violenza che i dimostranti effettuavano con lancio di pietre, bottiglie incendiarie ed altro materiale, lanciava insulti ai tutori dell’ordine. Di quanto precede e perché consti, abbiamo redatto il presente verbale che previa lettura e conferma, sottoscriviamo e rimettiamo, in uno all’arrestato, ai nostri Superiori per il di più a praticarsi”.
(pp. 67-70)
Verbale d’interrogatorio dell’imputato Serantini Franco.
A domanda risponde: “Dicono che io abbia lanciato contro la polizia pietre ed altro materiale incendiario, ma per la verità non riesco a ricordare”.
Chiesto all’imputato per quale ragione si era recato ieri sera nel luogo della città dove si verificarono i tumulti, risponde: “Ci andai perché ci si crede”.
a.d.r. Chiesto all’imputato in che cosa crede, risponde: “Sono anarchico”.
a.d.r. “Fui arrestato nel corso di una carica, mentre scappavo. Mi giunsero addosso una decina di poliziotti e mi colpirono alla testa. Accuso infatti forti dolori al capo ancora attualmente”.
a.d.r. “Non credo di avere insultato la polizia. Uno dei poliziotti che mi fermò sostiene che io l’abbia chiamato ‘porco’, ma non credo di averlo fatto, perché non è la mia frase abituale”,
a.d.r. “Non credo di avere avuto tra le mani ieri sera pietre o bottiglie incendiarie; anche perché persi gli occhiali e non sarei stato in grado di lanciarle”.
a.d.r. “Quando mi recai alla manifestazione ieri sera non ero d’accordo con nessuno; ci andai come ‘cane sciolto’”.
(p. 73)


La città presente e dolente

Sulla bara è stesa la bandiera anarchica, rossa e nera. I compagni la portano sulle spalle, sembra che l’accarezzino con la guancia. Le migliaia di bandiere del corteo, rosse, rosse e nere, nere con la “A” rossa, formano come una gigantesca rastrelliera di lance, le facce sono minacciose, il dolore si mescola alla rabbia.
Il funerale di Franco Serantini, martedi 9 maggio 1972: un misto di sfacelo e di orgoglio, di tensione e di consapevolezza che ancora una volta è finita, per uno, forse per tutti. Ci sono i ragazzi delle manifestazioni, delle marce, dei sit-in, della protesta, coi giubbotti, i maglioni, i blue-jeans, le barbe, i berretti cinesi, ci sono gli anarchici di tutta la Toscana, alcuni, i più anziani, con i cravattoni neri, ci sono il sindaco, i deputati della sinistra, i sindacalisti, i comunisti, i socialisti, i giovani repubblicani.
Una ragazza assorta, che cammina proprio davanti alla bara, tiene con le due mani un mazzo di gladioli rossi. I netturbini reggono la loro corona, un’altra corona la portano i ragazzi del riformatorio. La corona della giunta comunale è di calle bianche, tenuta alta dai vigili urbani. I detenuti del Don Bosco hanno inviato delle margherite, dalla massa di teste spuntano cuscini di viole, di rose, di garofani.
[…]
Quelli di Lotta Continua sono venuti da piazza San Silvestro marciando in migliaia attraverso mezza città, con bandiere tutte uguali, dall’asta di legno chiaro, in corteo dietro un enorme striscione rosso, teso a pochi centimetri da terra: Franco rivoluzionario anarchico aSSaSSinato dalla “giustizia” borghese.
Il funerale si muove dall’obitorio davanti all’Orto botanico in via Roma. Serantini è rimasto per molte ore nudo, il suo vestito era stato sequestrato per la perizia e lui non ne possedeva un altro. Poi è arrivato un compagno con una giacca, un paio di pantaloni e una rosa rossa da mettergli sul petto.
La città è partecipe, dolente, il popolo porta fiori, le donne sostituiscono la madre ignota e piangono il figlio di nessuno. Il corteo, che svolta nel Campo dei Miracoli è di una cupa suggestione. Il rosso e il nero delle bandiere e le migliaia di pugni levati verso il sole pomeridiano fanno sembrare ancora più candido e immoto il marmo della cattedrale, della torre, del battistero e più morbido il verde del prato. C’è un’atmosfera di attesa solenne, c’è un gran silenzio, rotto dal rullare dei passi.
“No, non erano funerali regali, erano funerali popolari. Nulla in essi era ordinato, tutto avveniva spontaneamente, in modo improvvisato. Erano funerali anarchici, ecco la loro maestà. Talvolta bizzarri, essi restano pur sempre grandiosi, di una grandiosità strana e lugubre” (Barcellona, novembre 1936, i funerali di Buenaventura Durruti).
[…]
Marciano nel corteo migliaia e migliaia di persone. Tra loro anche quelli che Franco salutava ogni giorno, su e giù per il corso Italia e il Borgo Stretto e che ora si sono ricordati di quel ragazzo col motorino blu.
Pianto da un’intera città come un eroe caduto, il funerale è l’unico dono che abbia avuto dagli uomini: quella di Serantini è anche la storia di un giovane che solo nella disperata morte realizza la sua personalità.
Il corteo imbocca la via Pietrasantina che conduce diritto al cimitero suburbano. Una strada che Franco conosceva bene, il bar Vezio, la lavanderia, la trattoria Buzzino, il passaggio a livello, il cimitero di macchine, il cimitero vero.
Davanti al camposanto, un vecchio anarchico, Cafiero Ciuti, dice poche parole commosse. È un ferroviere in pensione, Ardito del popolo nel ’21, licenziato dai fascisti nel ’24. Si rivolge a Serantini con semplicità, come se ci fosse: “Franco, siamo qui. Ti siamo sempre stati vicini, la tua lotta è stata la nostra lotta”. Poi intona l’Internazionale e tutti levano il pugno.
Vicino alla fossa parlano un militante di Lotta Continua e un anarchico del Gruppo Durruti di Firenze. La folla, poi, se ne va per i viali. Gli anarchici cantano piano una loro canzone: “Figli dell’officina o figli della terra già l’ora s’avvicina della più giusta guerra.”
(pp. 85-87)

Corrado Stajano

Ballata per Franco SerantiniEra il sette di maggio, giorno dell’elezioni
e i primi risultati giungon dalle prigioni
C’era un compagno crepato là,
eran vent’anni la sua età … (2 volte)

Solo due giorni prima parlava Niccolai,
Franco era coi compagni decisi più che mai:
“Cascasse il mondo sulla città,
Quell’assassino non parlerà!” … (2 volte)

L’avevano arrestato lung’Arno Gambacorti,
Gli sbirri dello Stato lo ammazzano di colpi,
“Rossa marmaglia devi capir,
se scendi in piazza si può morir” … (2 volte)

E dopo nelle mani di Zanca e di Mallardo,
Continuano quei cani continuano a pestarlo:
“Te le ho promesse sei mesi fa”
Gli dice Zanca senza pietà … (2 volte)

Rinchiuso come un cane, Franco sta male e muore
Ma arriva alla prigione solo un procuratore:
Domanda a Franco: “Perché eri là?”
“Per un’idea di libertà” … (2 volte)

Poi tutto a un tratto han fretta, da morto fai paura
scatta l’operazione, rapida sepoltura:
“È solo un orfano, fallo sparir
nessuno a chiederlo potrà venir” … (2 volte)

Ma invece è andata male, porci vi siete illusi,
perché al suo funerale tremila pugni chiusi
Eran l’impegno, la volontà
che questa lotta continuerà … (2 volte)

Era il sette di maggio, giorno dell’elezioni
e i primi risultati giungon dalle prigioni
C’era un compagno crepato là,
eran vent’anni la sua età … (2 volte)

Le parole di questa canzone sono di Piero Nissim; è suonata sulle note sella famosa canzone “Le ultime ore e la decapitazione di Sante Caserio”. Incisa per la prima volta in un 45 giri di Lotta continua a cura del Canzoniere del Proletariato, diviene ben presto una delle canzoni più note dedicate a Serantini. Poco tempo dopo Ivan della Mea incide un’altra “Ballata per Franco Serantini”, seguita nel 1976 da “Il nostro maggio” del Collettivo del Contropotere nel disco “L’estate dei poveri, dalla realtà di classe al progetto libertario”.

Questo volantone esce come supplemento del n. 281 (maggio 2002) della rivista anarchica mensile “A”, direttore responsabile Fausta Bizzozzero,
registrazione al tribunale di Milano al n. 72 in data 24.2.1971, stampa e legatoria SAP (Vigano di Gaggiano – Mi).

Hanno collaborato: Massimiliano Bacchiet, Franco Bertolucci, Patrizio Biagi, Furio Lippi,
Francesco Moretti, Sebastiano Ortu, Giacomo Verde, Christina Zoniou.
Progetto grafico: Mai Esteve (Amber).
Foto: Archivio della Biblioteca “Franco Serantini” (Pisa), archivio fotografico Editrice A (Milano).

Una copia di questo dossier costa 1,00 euro / Per ordinazioni da 1 a 20 copie, aggiungere 2,00 euro fissi quale contributo per le spese postali / per ordinazioni di almeno 50 copie, le spese postali sono a nostro carico e il costo scende a 50 cent la copia / per ordinazioni di almeno 200 copie,
le spese postali sono a nostro carico e il costo scende a 20 cent la copia.

“A” esce 9 volte l’anno regolarmente dal febbraio 1971. Non esce nei mesi di gennaio, agosto e settembre. È in vendita per abbonamento postale, in numerose librerie e presso centri sociali, circoli anarchici, botteghe, ecc. Se ne vuoi una copia-saggio, chiedicela. Siamo alla ricerca di nuovi diffusori.

Una copia di “A” costa 3,00 euro, l’abbonamento annuo 30,00 euro, quello estero 40,00 euro, quello sostenitore da 100,00 euro.

Per contattarci:
Editrice A, cas. post. 17120, 20170 Milano
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del Monte dei Paschi di Siena (Abi 01030, Cab 01612)




12 Evilest Pope Pictures: Pics, Videos, Links, News

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Ma quanto è brutto?! Sembra finto … (pori bimbi …)




Quarant’anni fa a Milano era caldo…

… ma che caldo, che caldo faceva …




Addio Nanda

Come scrive in un newsgroup un appassionato di jazz, «quella grande orchestra ” di là” si arricchisce sempre di più  e qui non sembra che ne nascano così tanti…».

Ieri se ne è andata Fernanda “Nanda” Pivano, grandissima della cultura italiana, colei che con Pavese ha portato nel nostro paese la grande e moderna cultura letteraria (e non) statunitense: Melville, Hemingway, Fitzgerald, Kerouac, Ginsberg, Ferlinghetti, Burroughs, Bukowski e via via fino ai contemporanei giovani autori come Jay McInerney, Bret Easton Ellis, David Foster Wallace, Chuck Palahniuk e Jonathan Safran Foer.

Ma non solo, come se non bastasse: femminista e libertaria, sodale di personaggi altrettanto immensi, come De André e Bob Dylan, ha sempre lottato per un mondo di pace e giustizia.

Sembra di parlare di marziani, guardandosi attorno, gente che ha speso tutta la vita per migliorare quella di tutti.

Gente che ha fallito, abbiamo fallito.

Che la terra sia leggera su di te, Nanda.

La collina

Dove sono Helmer, Herman, Bert, Tom e Charley,

il debole di volontà, il forte di braccia, il buffone, l’ubriacone, l’attaccabrighe?

Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Uno morì di febbre,

uno bruciato in miniera,

uno ucciso in una rissa,

uno morì in prigione,

uno cadde da un ponte mentre faticava per moglie e figli-

tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono Ella, Kate, Mag, Lizze e Edith,

il cuore tenero, l’anima semplice, la chiassosa, la superba, l’allegrona?-

tutte, tutte, dormono sulla collina.

Una morì di parto clandestino,

una di amore contrastato,

una fra le mani di un bruto in un bordello,

una di orgoglio infranto, inseguendo il desiderio del cuore,

una dopo una vita lontano a Londra e Parigi,

fu riportata nel suo piccolo spazio accanto a Ella e Kate e Mag-

tutte, tutte dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono zio Isaac e zia Emily,

e il vecchio Towny Kincaid e Sevigne Houghton,

e il maggiore Walzer che aveva parlato

con i venerandi della rivoluzione?-

tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Li portarono figli morti in guerra,

e figlie che la vita aveva spezzato,

e i loro orfani, in lacrime-

tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dov’è il vecchio Jones, il violinista

che giocò per novant’anni con la vita,

sfidando il nevischio a petto nudo,

bevendo, schiamazzando, infischiandosi di moglie e parenti,

e danaro e amore e cielo?

Eccolo! Ciancia delle sagre di pesce fritto di tanti anni fa,

delle corse di cavalli di tanti anni fa a Clary’s Grove,

di ciò che Abe Lincoln disse

una volta a Springfield.

Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, 1916




Un canto per Ivan

L’ultimo saluto a un compagno e ad un amico.