I predatori della scienza

Riviste che pubblicano qualsiasi studio pur di far soldi. Convegni farsa. Un’inchiesta rivela l’ampiezza di un sistema, quello dei predatori della scienza, che danneggia la credibilità della ricerca.

Copertina dell'articolo originaleInternazionale n. 1274, pp. 44 – 51, traduzione dell’originale della Süddeutsche Zeitung Magazin di Patrick Bauer, Till Krause, Katharina Kropshofer, Katrin Langhans e Lorenz Wagner, in collaborazione con Felix Ebert, Laura Eßlinger, Jan Schwenkenbecher e Vanessa Wormer. Insieme ad altre testate tedesche e internazionali, come il New Yorker e Le Monde, i giornalisti hanno indagato per mesi sul settore degli editori predatori analizzando circa 175mila articoli.

In questo lungo ed agghiacciante articolo si racconta il lavoro di mesi di inchiesta di un gruppo di giornalisti tedeschi, a cui hanno collaborato altre prestigiose testate internazionali.

Inventandosi un ricercatore mai esistito:
«Il nome che abbiamo scelto è Funden, dottor Richard Funden. Abbreviato: R. Funden (che in tedesco suona come erfunden, inventato). Lo qualifichiamo come collaboratore della clinica Himmelpforten (“porte del cielo”, è l’indirizzo tedesco a cui si mandano le lettere per Babbo Natale). Funden è il fondatore dell’Institute for applied basic industrial research (Ifabir). Oltre al proprio nome e all’istituto, Funden ha inventato anche un rimedio contro il cancro: una tintura alla propoli, la sostanza resinosa prodotta dalle api».
Questo “scienziato”, si scopre leggendo l’articolo, riesce senza il minimo problema, e pagando qualche migliaio di euro, a farsi pubblicare da una “rivista scientifica specializzata” il proprio saggio. Saggio scritto con un programma inventato da un gruppo di studenti universitari che permette di “scrivere” saggi apparentemente scientifici, ma in realtà completamente senza senso. Programma fatto per gioco, per prendere in giro la boriosa serietà delle riviste scientifiche vere.
Bene (anzi, male), non solo il saggio del dr. R. Funden viene pubblicato, ma da quel momento è tutto un seguirsi di contatti, richieste di partecipazione a convegni, ad ulteriori pubblicazioni, etc etc., il tutto in un quadro di presunta procedura di “peer review”, che di fatto – ad un banalissimo controllo – non avviene in nessun modo.
Si entra così in un mondo fatto di centinaia di riviste “scientifiche”, fatto di quasi 9000 riviste di questo tipo in cui vengono pubblicati all’incirca 400.000 articoli l’anno! (pag. 47). Un business ENORME, in costante crescita.
In crescita perché nel mondo della ricerca:
«per riuscire a ottenere fondi e avanzamenti di carriera, i ricercatori sono costretti a pubblicare il più possibile, secondo il monito “pubblica o muori”» (pag. 48)
Si dirà, vabbe’, avete scoperto l’acqua calda: si sa che il mondo è pieno di ciarlatani e, “per colpa di internet”, di analfabeti funzionali che credono a queste panzane.
Giusto! Non fosse che…
«Le star del mondo scientifico hanno pubblicato ripetutamente presso gli editori predatori. Per esempio Günther Schuh e Achim Kampker, due professori di Aquisgrana noti per aver sviluppato lo Streetscooter, un furgone elettrico che consegna pacchi per conto delle poste tedesche […]. E poi c’è Peter Nyhuis, direttore dell’istituto di impianti industriali e logistica all’Università di Hannover e vicesegretario della commissione scientifica del Wissenschaftsrat, il più potente organo di consulenza sulle politiche scientifiche in Germania. L’istituto di Nyhuis è tra quelli con più pubblicazioni presso editori predatori […]».
Il logo di una delle riviste della OmicsMa perché personaggi “seri” della ricerca scientifica europea cadono nella trappola degli editori predatori? Perché:
«La pressione a pubblicare è fortissima, basta ascoltare Nyhuis per capirlo. Da lui vige la vecchia regola di due pubblicazioni all’anno in lingua tedesca e due in inglese. Nel 2016 in Germania hanno conseguito un dottorato circa trentamila studenti. In alcune università le tesi di dottorato si scrivono come alla catena di montaggio, e da qualche parte tutta questa conoscenza dovrà pur trovare visibilità. C’è un eccesso di offerta di ricerche e poca domanda. Aver riconosciuto e quindi sfruttato questa lacuna è il motivo del successo [degli editori predatori]».
Su cosa giocano gli editori predatori per tenere legati a se i ricercatori? Come è possibile che dei ricercatori seri non si accorgano di star pubblicando saggi scientifici con tutti i crismi a fianco di ciarlatanate assolute?
«Gli editori predatori […] set giocano anche sul fattore vergogna. Quella che prova un dottorando quando non ha il coraggio di confessare al relatore che volo, iscrizione e pernottamento sono state spese inutili. Che l’articolo proposto è stato accettato senza alcun controllo e che bisognerebbe cancellarlo dal registro delle pubblicazioni. Nel mondo della scienza la reputazione è la moneta più preziosa, e per paura di rovinarsela molti ricercatori preferiscono coprire un sistema sospetto».
Ok, capito. Però questo gioco può funzionare solo con ricercatori minori, con dottorandi disperati che hanno la necessità di pubblicare a tutti i costi per non rischiare di finire licenziati. Che c’entra con la ricerca scientifica seria, quella delle grandi università e dei colossi dell’industria!
«Da tempo questo modello non è limitato al mondo accademico. Nell’autunno del 2017 sul Journal of Health Care and Prevention della Omics [uno dei più importanti editori predatori, su cui ha pubblicato il suo “saggio” il Dr. R. Funden, di cui sopra. Ndr] è uscito uno studio su uno dei prodotti più noti della Bayer: l’aspirina».
Immagine che rappresenta la fusione tra Bayer e MonsantoToh, la Bayer?!?! La megacompany tedesca che si è mangiata nientepopodimenoche la Monsanto? Che pubblica su un editore predatore?? Ma dai…
«Il medicinale continua a generare profitti ma, visto che altri produttori offrono lo stesso principio attivo a prezzi inferiori, la Bayer lancia sul mercato versioni leggermente diverse a prezzi più elevati. Per esempio l’aspirina plus C: non è altro che un’aspirina con aggiunta di vitamina C, ma costa quasi il doppio. Che sia più efficace è opinabile. Ma la ricerca della Omics dichiara in dal titolo che l’aspirina plus C è più efficace contro i sintomi del raffreddore. Visto che nello studio l’aspirina plus C è messa a confronto con un placebo, cioè con dell’acqua frizzante, non c’è da sorprendersi: l’aspirina combatte i sintomi del raffreddore più di quanto non faccia l’acqua con le bollicine. E invece la domanda dovrebbe essere: questo medicinale più costoso è più efficace di quello senza vitamina C, che è meno caro? Lo studio non se ne occupa».
Ok, ma tutti si saranno accorti che la Bayer ha pubblicato munnezza su un editore predatore, no? Pare di no, dato che non è la sola a pubblicare su questo riviste pseudo-scientifiche.
«La Philip Morris, esclusa da molte conferenze e riviste scientifiche serie, pubblica con la Waset studi in cui si sostiene che i suoi vaporizzatori di tabacco Iqos provochino meno danni per la salute e manda i suoi ricercatori ai congressi della Omics. La Bmw pubblica con la Waset degli studi sulle macchine che si guidano da sole, mentre gli ingegneri della Siemens tengono relazioni sui rivestimenti per le pale eoliche alle conferenze della Omics in Spagna. I ricercatori della Framatome, un’azienda che si occupa di sicurezza nelle centrali nucleari, hanno presentato i piani di emergenza in caso di incidenti nucleari a una conferenza della Waset a Madrid. L’Air bus pubblica con la Waset gli studi sulla stabilità delle cabine degli aerei».
Logo della FramatomeQuindi le “ricerche” che giustificano la messa in commercio di vaporizzatori di tabacco, che portano avanti gli studi sulle macchine che si guidano da sole (!), ma anche sulla stabilità delle cabine degli aerei (!!) se non della sicurezza delle centrali nucleari (!!!), vengono pubblicate da grandissime aziende multinazionali, tra le più importanti del modo, su riviste o a convegni di editori predatori, in cui non c’è alcuna verifica scientifica seria su quanto affermato.
Come mai nessuno dice nulla? Ok è un business, ma siamo dentro il cuore della civiltà occidentale uscita dalla rivoluzione francese: tutto il modo contemporaneo, la base stessa del liberismo si dovrebbe fondare sulla serietà, riproducibilità e verifica delle teorie scientifiche e della loro successiva messa in produzione.
Come mai gli stati, l’Unione Europea, gli Usa non dicono nulla, non prendono provvedimenti?
«Le pubblicazioni scientifiche non servono solo per convincere i clienti a comprare i farmaci o le automobili. La nostra inchiesta dimostra che le ricerche entrano a far parte della quotidianità politica. L’Istituto europeo per il clima e l’energia (Eike) è considerato un ricettacolo di negazionisti del cambiamento climatico provocato dall’essere umano. L’Eike collabora con persone che hanno il sostegno della CO2 coalition, un’organizzazione discussa vicina a Donald Trump. La sua tesi principale è che le elevate emissioni di anidride carbonica farebbero bene al pianeta. Il vicepresidente dell’Eike è Michael Limburg, che alle elezioni legislative del 2017 si è candidato con i populisti di destra dell’Alternative für Deutschland (Afd). Di recente, invitato al parlamento regionale del Brandeburgo in qualità di esperto, Limburg ha dichiarato che non ci sono le prove del fatto “che l’anidride carbonica prodotta dall’essere umano riscaldi, in qualche modo misterioso, la temperatura dell’atmosfera del pianeta”».
il logo della EIKE – Europäisches Institut für Klima & Energie Perché il business fa camminare la politica, la finanzia, gli detta le regole. E dove c’è business non ci può essere tutto ‘sto cazzo di controllo scientifico antieconomico, che è solo un freno alla naturale crescita dell’economia mondiale! Direbbe Trump. Ma mica solo lui…
«Risultati di ricerche dubbie compaiono ormai anche in rapporti della Commissione europea, nelle richieste di brevetto per medicinali e addirittura nella banca dati del Gemeinsamer Bundesausschuss (G-Ba), un organo che stabilisce se i costi di un medicinale possano essere coperti dalla sanità pubblica tedesca. Le aziende farmaceutiche consegnano al G-Ba le loro domande di autorizzazione, che spesso contano centinaia di pagine, a dimostrazione dell’efficacia dei medicinali. In questi documenti ci sono molti rimandi ad articoli usciti presso editori predatori».
Logo della Gemeinsamer BundesausschussAttenzione, qui mi pare compaia direttamente l’industria farmaceutica e la Commissione Europea, cioè quell’insieme di pubblico&privato che decide cosa, dove, come e quando noi tutti dobbiamo sottoporci a profilassi mediche di qualche tipo.
Sulla base di studi e documenti in cui (cito):
«ci sono molti rimandi ad articoli usciti presso editori predatori» ????????
Logo del BfR: BfR - Bundesinstitut für Risikobewertung Quindi è sulla base di queste “ricerche” che si decide la nostra salute? Ma sarà vero??
«L’Istituto federale per la valutazione del rischio (Bfr) è considerato da molti una roccaforte della ricerca seria. Da più di quindici anni l’istituto analizza alimenti, sostanze chimiche e altri prodotti per accertare se e come possono risultare dannosi per la salute […]. Nel 2013 alcuni esperti dell’istituto hanno scritto una relazione sul discusso diserbante glifosato incentrata su un articolo uscito sul Journal of Environmental & Analytical Toxicology, una rivista della Omics. Il Bfr criticava l’articolo, ma non bollava la rivista né l’editore come pseudoscientifici. Alle nostre domande l’istituto risponde di non avere nessuna lista delle pubblicazioni sospette. Alcuni collaboratori del Bfr hanno addirittura pubblicato articoli con la Omics e sono stati ospiti a dubbie conferenze della Waset e della Omics. Sul sito della Omics c’è anche una pagina dedicata all’istituto».
Questa è la situazione, oggi, della ricerca scientifica: drammatica. Non solo per la ricerca scientifica in se, che già sarebbe gravissimo, ma anche sugli effetti che subiamo, noi cittadini, tutti i giorni, perché le decisioni prese dai nostri governanti – locali, europei, mondiali – sono in non piccola parte influenzati da questo meccanismo perverso, che ormai è diventato un business enorme.
Come uscirne?
«Cosa deve succedere perché questa truffa sia presa sul serio e fermata? “Servirebbero regole nuove sulla valutazione della ricerca scientifica”, spiega l’attivista scientifica Debora Weber-Wulf. Spacciare sciocchezze per scienza è facile ma, una volta diffuse, smentirle è difficilissimo. Per eliminare gli editori predatori, dovrebbero voltargli le spalle gli utenti a cui si rivolgono: gli scienziati. Ma gli scienziati, allora, dovrebbero ammettere una cosa spiacevole: che proprio loro, i ricercatori così altamente preparati, sono entrati a far parte di un sistema truffaldino. Prima da vittime, ma poi – tacendo, occultando e accampando scuse – anche da carnefici».
Intanto, però, a noi continuano a propagandare – faccio qualche esempio “mio” – la geotermia come ecologica e rinnovabile, continuano a bombardarci con “epidemie” manco fossimo durante la grande peste, pretendono che ci si vaccini per decine di dosi grazie alla “collaborazione” tra privato&pubblico sulla base di “importanti ricerche scientifiche”.
Senza che nessuno – i “compagni” in primis – si renda conto che siamo entrati in un meccanismo in cui la “ricerca scientifica” è al servizio del business, del PROFITTO. E di fronte al profitto, all’obbligatorietà del profitto di continuare a crescere, trimestralmente, non c’è scienza, salute, giustizia che tengano.



Medicina Democratica sul decreto dei 12 vaccini

È di questi giorni un nuovo decreto sui vaccini – fascista – per cui lo Stato italiano, nella (losca) figura della Ministra Lorenzin, vorrebbe obbligare tutte e tutti a vaccinare i propri figli a ben 12 tipi di malattie, pena multe salatissime (fino a 7.500€), fino alla sospensione della potestà genitoriale!

Sulla questione, ovviamente, lo scontro diventa durissimo, anche tra “compagni”:

i sostenitori della vaccinazione di massa – chiamiamoli gli “scientisti” – non discutono minimamente nulla di quanto proposto, tanto nel merito che nel metodo, perché “la vaccinazione fa bene, ha sempre fatto bene, e non potete dimostrare che porti a nessun problema”. E zitti!

i sostenitori del dubbio, invece, portano tutta una serie di questioni – dalla paura nei confronti dei vaccini tout court, alla messa in discussione della categoria di “epidemia”, alla quantità e alla modalità di somministrazione dei vaccini – con tutta una serie di sfumature anche rilevanti, che comunque sono sempre sostenute da argomentazioni “scientifiche”, tanto quanto quelle degli altri.

I toni, come sempre in questi casi, sono da “crociata” (da una e dall’altra parte, compreso chi scrive), non mancano insulti, amicizie che si rompono, scomuniche.

Per fortuna gli amici e compagni di Medicina Democratica hanno rilasciato una bella (a mio avviso) intervista a Radio Onda Rossa, che ci permette di provare a mettere un punto fermo nella critica a questo decreto, ed alle vaccinazioni di massa in generale, nel nostro paese:

http://www.ondarossa.info/redazionali/2017/05/crociata-vaccini




Filastrocca di un bieco nero, di Alberto Prunetti

Una filastrocca del mio amico Alberto Prunetti (e sono orgoglione di poterlo definire così) per commentare un triste episodio, uno striscione di Forza Nuova contro le maestre dell’asilo Monumento di Siena. Con un piccolo omaggio a Gianni Rodari e ai Cantalamappa.

1

Di notte su un asilo un bieco nero appende uno striscione.

Scrive il nostalgico del regime:

“Macché educazione è solo perversione”.

Rispondiamogli per le rime.

2.

Raccontava Gianni Rodari:

“A casa vostra chi comanda, il babbo o la mamma?”, chiede un tale agli scolari.

“A casa non ci son catene, noi ci vogliam bene.”

Poi una linguaccia e via con l’aquilone.

Per i biechi neri, se nessuno comanda è perversione.

3.

Per i biechi neri, Aladino si merita le botte.

Cenerentola non deve uscire dopo la mezzanotte.

Cappuccetto rosso multata, per aver preso la strada sbagliata.

Il lupo un clandestino da allontanare.

Raperonzolo va bene se si liscia i capelli, ma la casa non può lasciare.

E Alice trattata coi farmaci o legata al letto di contenzione:

non si può a piacimento diventar grandi o piccini

e poi passare senza documenti attraverso gli specchi e i sacri confini.

Che perversione!

4.

Ah, se facessero i biechi neri a scuola lezione

Gianni Rodari e don Milani in castigo, in punizione.

Il Maestro Manzi che insegna ai contadini

esiliato oltre i patri confini.

E quell’altro che sperimenta a Reggio Emilia

laboratori e spazi sensoriali

al campo di lavoro forzato,

coi maiali.

Credere obbedire e combattere

ecco per domani la lezione.

E tutto il resto

è perversione.

5.

Per i biechi neri ci son cose da bambini e cose da bambine

e mescolar le carte è aberrazione.

E chi ha ragione è forte e chi è forte ha ragione.

E i grandi vincono sui piccoli.

I ricchi sui poveri. I potenti sugli oppressi.

E nel Pianeta Forca… “prima i forcaioli”.

Ma così le favole al contrario di Rodari diventano bugie.

I libri di Lionni, come “Piccolo giallo piccolo blu”

per loro corrompono gli animi e tradiscono la tribù.

Metterli all’indice dà grande soddisfazione

che leggerli è solo perversione.

6.

Per i biechi neri, i bambini devono imparare

a obbedire, stare in fila e rispettare.

Hanno inventato una teoria che non c’è,

la chiamano “gender”. Sapete perché?

A mo’ di spaventapasseri, di caricatura

la scaglian su chi educa a una solidale libertà,

che paura a loro fa.

7.

E allora strepitano: è perver-cosa… è zeperzone…è pepperone…

(uffa, non riesco nemmeno a scriverla, questa parola, che desolazione)

insomma, è quella roba là.

Per loro, abolire i “perché” e punire gli errori: educare è tutto qua.

Facile educare così, con la frusta delle parole.

La scuola diventa una caserma e il mondo una prigione.

Correggere i birboni e drizzare le schiene.

Che altrimenti, tutti liberi, tutti felici,

tutti assieme… che perversione!

8.

Ma per tenere alla larga i biechi neri

bisogna sempre fare il gioco del perché.

Dateci, avanti, una spiegazione.

Perché perversione?

Diciamolo chiaramente e ponete al caso attenzione:

non è che sta nei vostri occhi

la perversione?

9.

Bambine e bambini, giocate assieme,

vestitevi come vi pare.

Siate quel che volete, bimbi o bimbe, come preferite

ma sempre restate umani

e mettetevi nei panni altrui,

chiedete sempre perché

e fate linguacce e sberleffi

alla ragione della forza

all’obbedienza verso i prepotenti

alla mancanza di compassione.

Allora verranno giorni meno bui.

Siate solidali dopodiché

il resto verrà da sé.




Terrorismo, invasioni, distrazione di massa

Vignetta ironica sulla crisi economicaLe bombe del Belgio di questi giorni riportano, in tutta la sua drammaticità, il terrorismo nel cuore dell’Europa. E, come era ovvio aspettarsi, sono partite a spron battuto le campagne razziste, xenofobe e fascistoidi per l’espulsione di tutti i migranti, la vendetta che ne deve conseguire, il “siamo in guerra” e via cantando, come sempre capita in questi casi.

Pochissimi si mettono lì a far di conto, come dovrebbe essere, per vedere di che cosa si parli realmente quando si parla di “terrorismo”, di “guerra”, di “invasione” e via berciando.

Pochissimi, ma qualcuno c’è.

Terrorismo

Quando si parla di “terrorismo” si intende, ci dice il dizionario

2. L’uso di violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata e a destabilizzarne o restaurarne l’ordine, mediante azioni quali attentati, rapimenti, dirottamenti di aerei e sim.; possono farvi ricorso sia gruppi, movimenti o formazioni di vario genere (ma anche individui isolati), che vogliono conseguire mutamenti radicali del quadro politico-istituzionale, sia apparati, istituzionali o deviati, di governo interessati a reprimere il dissenso interno e a impedire particolari sviluppi politici

Quindi, ci dice il dizionario, il terrorismo può essere di singoli, gruppi, ma anche di apparati istituzionali o deviati, quindi di Stato.

Pochi, però, ci dicono quanto terrorismo stiamo vivendo, e quanto, invece, ne abbiamo vissuto anche recentemente. Ci viene allora in soccorso un sito, si chiama statista, che

one of the world’s largest statistics portals. Providing you with access to relevant data from over 18,000 sources

Cosa ci racconta statista del terrorismo in Europa. Qualcosa di interessantissimo, e ce lo mette in una bella infografica:

Infographic: Victims Of Terrorist Attacks In Western Europe | Statista

Questa inforgrafica è interessante perché ci permette di visualizzare immediatamente tutta una serie di dati:

  • quali paesi europei hanno subito attacchi terroristici dal 1970 ad oggi;
  • che le vittime si contano nell’ordine delle centinaia;
  • che dal 1992 c’è un crollo delle vittime per attacchi terroristici, e che la “ripresa” degli anni 2000 è comunque non paragonabile a qual che accadeva nei ’70, attestandosi a pochi casi relativamente marginali, con picchi che stanno tutti nelle decine di vittime

E qui salta all’occhio subito un dato: ma di quale “guerra” ci parlano i media? Guardando i dati di cui sopra sicuramente si può parlare di guerra, ma tra il 1970 e il 1992 – 94, non di sicuro oggi!

Sempre gli amici di statista ci vengono in aiuto anche con altri dati: quelli delle vittime per terrorismo fuori dall’Europa. Ecco l’infografica:

Infographic: Victims Of Terrorist Attacks outside Western Europe | Statista

Intanto qui balzano subito agli occhi alcuni dati a mio avviso eclatanti:

  • il periodo in questione è il 2001 – 2014 (quindi dopo gli attentati dell’11 settembre negli Usa);
  • che i numeri delle vittime sono in migliaia, se non decine di migliaia;
  • che i paesi che hanno subito la stragrande maggioranza delle vittime per terrorismo sono Iraq e Afghanistan, proprio quei paesi che avremmo dovuto salvare dalle dittature di Saddam e dei Talebani e per cui sono state avviate guerre sotto l’egida dell’Onu;
  • che se in Europa abbiamo avuto 420 vittime, nel resto del mondo sono state 108 e passa mila!

Guardando le cifre, quindi, è qui – fuori dall’Europa e dall’Occidente – che si può parlare di guerra.

Invasioni

Chi non ha sentito i Salvini di turno parlare di invasione, quando si parla di migranti (extracomunitari, per i diversamente capenti). Eppure anche qui, quando si va appena appena a scavare nei dati, si scopre non solo che non c’è nessuna invasione, ma semmai, se proprio si vuole guardare il flusso tra chi viene e chi va dal “bel paese”, sarebbe meglio parlare di fuga, dall’Italia.

Ce lo dice, per esempio, il Corriere della sera (quindi non il solito quotidiano estremista):

Più partenze che arrivi. E l’Italia (a sorpresa) è un Paese di emigrati
L’anno scorso il numero di arrivi è stato inferiore a quello di chi ha scelto di trasferirsi all’estero. Il basso tasso di natalità e l’effetto sulla crescita economica

I dati (incompleti) dell’Istat
Era dall’inizio degli anni 70 che non succedeva, non come evento di massa. In realtà i dati dell’Istat, l’Istituto statistico italiano, smentiscono che le uscite dal Paese abbiano superato gli arrivi: il «saldo migratorio» fra persone che si stabiliscono nel Paese e quelle che lo lasciano è sceso negli ultimi anni, però resta positivo. Ufficialmente, contando gli sbarcati di Lampedusa, l’anno scorso sono venute ad abitare in Italia 128 mila persone in più di quante non ne siano andate altrove. Resta un dubbio: i dati ufficiali dei Paesi di destinazione dei migranti italiani raccontano una storia diversa. I deflussi potrebbero essere almeno due o tre volte più intensi di quanto non si creda: l’Istat non mente, solo che dispone di informazioni incomplete.

Quindi, anche qui, nessuna invasione. Semmai il contrario. E allora perché siamo bombardati da urla mediatiche che ci dicono di non andare di qui, di là, che siamo invasi, che ci metteranno una bomba sul portone di casa, che i mussulmani ci vogliono ammazzare tutti, ed altre simili amenità?

Armi di distrazione di massa

Forse perché è il modo migliore per distrarci: distrarci da quel che ci sta accadendo realmente, dalla vera guerra che ci stanno facendo negli ultimi anni. Una guerra che non si combatte con armi o bombe; che non la combattono estremisti islamici col turbante, ma eleganti manager della finanza coi i loro decreti legge, circolari, emendamenti.

in un recente articolo, la rete Sbilanciamoci ci ha raccontato che:

un tassello dopo l’altro, i provvedimenti del governo perseguono un indirizzo preciso: quello dello “Stato minimo”, con la graduale cessione ai privati di tutte le funzioni una volta svolte dal settore pubblico.

[…]

ritirata dello Stato, che cede ai privati sempre più compiti; riduzione delle protezioni del lavoro; depotenziamento dei sindacati; una democrazia sempre meno “governo del popolo” e sempre più guidata dal “pilota automatico” di scelte tecniche trasformate in regole che travestono l’ideologia neoliberista da neutralità pseudo-scientifica.

Eccola la guerra: la fanno i manager delle grandi corporation, tirando i fili delle loro marionette nei parlamenti internazionali e nazionali, con cui si smontano tutte le conquiste ottenute (col sangue, come ci racconta la prima infografica) alla fine del ‘900.

Una guerra dove l’1% di chi vive sul pianeta si accaparra 3/4 di quel che viene prodotto. E per farlo, per non farci alzare il capo, per non farci capire cosa accade, deve farci vivere nel terrore, deve farci credere che il nostro vicino è alieno e pericoloso, anche se vive – di fatto – la nostra stessa condizione di precarietà e miseria.




Toni Negri su Francia, Isis e guerra alla jihad

Di seguito l’intervista a Toni Negri su Francia, ISIS e guerra da parte del sito Lettera43, poi cancellato forse perché troppo fuori dal coro. Visto che qui stare fuori dal coro è considerato un pregio, ecco ricopiato l’articolo e l’intervista per intero.
Lo potete trovare qui, grazie a Google Cache:

http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:http://www.lettera43.it/esclusive/toni-negri-su-francia-isis-e-guerra-alla-jihad_43675224045.htm


Parigi ha dimenticato le banlieu. E ha sottovalutato le loro proteste. Ora dichiara guerra «ai suoi stessi cittadini». Toni Negri a L43: «Qui la laicità è un mito».

 di 19 Novembre 2015

«Siamo in guerra», ha detto il presidente francese François Hollande dopo le stragi di Parigi. Una guerra «giusta», si è sostenuto, perché siamo stati attaccati. E ogni attacco legittima una difesa, come prevede la comunità internazionale dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite all’articolo del Trattato Nato.
Già ma difenderci da chi? Chi è il nemico?
UNA GUERRA CONTRO SE STESSI. «La guerra proclamata contro l’Isis», spiega a Lettera43.it Toni Negri, filosofo e professore universitario che vive da anni a Parigi, «è stata dichiarata contro cittadini francesi, belgi, europei. Questa era la nazionalità dei terroristi che hanno compiuto atti orribili e ingiustificabili.».
E dire che, poco prima degli attentati, in Francia infiammava il dibattito se fosse lecito o meno ammazzare con droni cittadini francesi in territorio straniero. Polemica scatenata dall’uccisione in Siria di due britannici che si erano uniti alla jihad.
ADDIO CONCETTO DI CITTADINANZA. «Tutto questo è paradossale, surreale», sottolinea Negri, «si trattava di un dibattito sulla natura stessa della Repubblica. Il concetto di cittadinanza è sacro, non può essere calpestato da pratiche di eccezione., soprattutto se sporporzionate e non riferibili a una giustiazia nazionale».
Poi però sono arrivati l’orrore del Bataclan, le sparatorie fuori dai ristoranti e dai caffè, i kamikaze allo Stadio, l’assedio tragico a Saint-Denis.
E la prospettiva, per molti, è cambiata.

Immagine di Toni Negri

 

  • Toni Negri.

DOMANDA. Professore, esiste una ‘guerra giusta’?
RISPOSTA. Nell’Alto Medioevo questo concetto ha funzionato per giustificare l’espansione del cattolicesimo imperiale.
D. E ora?
R. Era giusta la guerra del 1914? E quella del 1939? Ho forti dubbi. Erano guerre, è vero. Ma i motivi che le hanno scatenate non si possono certo definire giusti.
D. Non vale nemmeno per il diritto di difesa?
R. Il solo fatto che una guerra sia considerata giusta da alcuni e ingiusta da altri è la negazione stessa del concetto di giustizia.
D. Hollande ha dichiarato guerra all’Isis. Cosa ne pensa?
R. In realtà si tratta di una guerra contro cittadini francesi, belgi, europei: questi sono i terroristi. Il sospetto è che dietro a tutto questo ci siano altri interessi.
D. Quali?
R. Il petrolio, per esempio. Il controllo prima economico e poi politico di una regione che dal 2001 è stata fatta sprofondare nel caos più totale da altre guerre asimmetriche, preventive.
D. Cosa intende per asimmetriche?
R. Dichiarate unilateralmente, combattute da una parte con strumenti tecnologici maturi e dall’altra da formazioni partigiane, di resistenza dopo il disfacimento di eserciti, come quello iracheno, di origine coloniale o subalterni alle potenze occidentali.
D. Stiamo pagando le conseguenze delle campagne dei Bush?
R. Gli Stati Uniti con la loro insipienza hanno ricercato il caos necessario alla loro politica nel momento in cui è terminata la loro supremazia. Ai ‘bordi dell’Impero’ era funzionale mantenere guerre e scontri per ritardare un riequilibrio o, forse, l’instaurazione di un equilibrio alternativo.
D. Poi però la situazione è scappata di mano…
R. La lotta al socialismo e al comunismo non solo dell’Iraq ma dei Paesi della fascia sciita ha comportato lo svuotamento della società. A quel punto i religiosi, invece di soffrire in terra per guadagnare un posto in cielo, hanno comunciato a combattere.
D. Un contesto ideale per la proliferazione e lo sviluppo del radicalismo islamico.
R. L’Isis di fatto in quest’area ha sostituito il welfare dopo 10 anni di distruzione.

«Parlano di Grandeur e di Montaigne, ma nelle banlieu…»

D. Questo discorso vale anche per le banlieu francesi?
R. Sì, lo stesso è accaduto nelle periferie nel 2005. Solo che in quel caso a bruciare erano solo le automobili.
D. I protagonisti in quel caso erano i ragazzi di terza e quarta generazione di immigrati.
R. È così. Agivano o protetti dagli adulti o contro di essi, fregandosene dei loro richiami all’ordine.
D. Frustrazione, rabbia, desiderio di rivalsa. Ma quale è la causa vera di quegli scontri?
R. La fine del lavoro fordista ha causato una riorganizzazione da cui questa fetta di popolazione è stata di fatto tagliata fuori.
D. Si spieghi meglio.
R. Mentre il proletariato della banlieu era inserito socialmente, via via è stato escluso dalle nuove formazioni dell’economia cognitiva.
D. Per fermare gli scontri il governo si limitò a reprimere.
R. I governi se ne sono fregati. E ora è orribile vedere un ragazzo che si fa esplodere uccidendo altre persone spinto non solo da una organizzazione che lo ha indottrinato e reclutato, ma anche da condizioni seconde.
D. Rabbia e frustrazione sono un humus perfetto per il radicalismo islamico.
R. Basta vedere la condizione delle scuole frequentate da questi ragazzi.
D. Quale è la situazione?
R. Sono istituti invivibili, e non solo dal punto di vista strutturale, con 40 persone per classe…
D. Per cosa ancora?
R. Per l’estraneità a cui sono relegati. Qui in Francia si parla ancora di Grandeur, di Montaigne, di Philosophes. E invece siamo di fronte a un’incapacità pedagogica.
D. La famosa laicità francese sta presentando il conto?
R. Ma quale laicità… è una balla, un mito. Il Dio supremo di Robespierre non lo ricorda nessuno (la Ragione, ndr)?
D. In che senso è una balla?
R. Nel senso che è presente nella cultura francese una corrente di pensiero estremamente laica. Ma moltissime persone vanno in chiesa, ci sono movimenti cattolici forti e una destra che richiama alle radici cristiane.
D. E la battaglia contro il velo?
R. Campagne che in realtà sono sostenute da sottilissime minoranze. Eppure hanno portato a pressioni ideologiche dagli effetti disastrosi, sono come piccole punture di spillo continuamente riprodotte.
D. Insomma, mi sta dicendo che sono state un boomerang.
R. In Francia sono stati distrutti movimenti di immigrati politicamente attivi e si è fatta passare l’equazione religione uguale fanatismo. Basta vedere le reazioni sugli autobus e in metro davanti a una donna velata: il disprezzo e il sospetto sono palpabili…

«Il concetto di guerra come lo conoscevamo non esiste più»

D. Tornando agli attacchi di Parigi, parlare di guerra, nella lotta al terrorismo, ha senso?
R. Mi chiedo solo: «Ora dove stanno i nemici? E gli amici?». La guerra è sempre sbagliata. Ma in passato il nome guerra aveva un fronte, un Piave. Ora siamo in una palude.
D. Tra l’altro il primo ministro Manuel Valls ha lanciato l’allarme di nuovi attacchi chimici e biologici.
R. Vorrei sapere chi li scatena e chi possiamo punire.
D. Si è detto che questa è una guerra non convenzionale. Cosa ne pensa?
D. La stessa definizione del diritto di guerra così come è uscito dalla pace di Westfalia,che nel 1684 pose fine alla guerra dei Trent’anni, non ha più alcun senso. E non parlo solo delle regole della guerra, ma anche del trattamento dei prigionieri per esempio.
R. Quando è saltato?
D. Nel 2001 gli Usa hanno deciso di scatenare una guerra asimmetrica. Adesso stiamo assistendo alla conseguenza della distruzione delle frontiere su cui si basava il diritto internazionale. Lo dimostra l’esodo dei migranti: è impossibile stabilire i confini.
D. È da allora che non si può più parlare di guerra ‘tradizionale’?
R. Da quel momento la guerra è stata di polizia, non di eserciti. Persino James Bond farebbe ridere. Si tratta di una guerra che legittima l’uso dei droni.
D. Cioè?
R. Il drone è un esempio, un simbolo. Dietro c’è un conflitto che è fuori da ogni categoria che finora abbiamo utilizzato.
D. Crede che assisteremo a una nuova definizione di guerra?
R. Francamente non so se arriveremo a questo. Del resto Westafalia mise fine a guerre scatenate in nome della religione che insanguinarono l’Europa.
D. Quando dichiara guerra Hollande cosa sta facendo?
R. Solo retorica. In realtà stiamo assistendo ad azioni di vendetta e repressione che ci riportano indietro a prima del diritto europeo. È più simile a un regolamento di conti tra tribù, quelle che noi definivamo Barbari.
D. Cosa possiamo fare a questo punto?
R. La situazione è drammatica e angosciante. Ogni riferimento a categorie passate non coglie la realtà dei fatti. Possiamo solo cercare di difenderci come possiamo, evitando che le cause che hanno portato a tutto questo si ripetano.
Twitter: @franzic76




Le elezioni regionali nella Rossa Emilia Romagna: dov’è la “sinistra”?

Immagina di un banner sulle elezioni regionali in Emilia RomagnaAlle Elezioni Regionali 2014 In Emilia Romagna hanno votato 1.304.841 cittadini e cittadine, il 37,7 degli aventi diritto (3.460.402), con i seguenti risultati:

Pd 535.109 voti, che rappresentano il 15,46% degli aventi diritto;
SEL 38.845 voti, che rappresentano il 1,2% degli aventi diritto;
L’Altra Emilia 44.676 voti, che rappresentano il l’1,3% degli aventi diritto.

Facendo finta che il Pd sia di sinistra (parecchio finta, si entra dritti dritti nella fantascienza), si ha l’entusiasmante risultato del:

15,46+1,2+1,3 = 17,96%

Cioè, nella ROSSA Emilia Romagna la “sinistra” non raggiunge manco il 20% degli aventi diritto.

Questa è la situazione, oggi, nella regione ROSSA per antonomasia. Figurarsi nel resto del paese.

A questo punto non è più questione di “leader”, di gruppi o di altro: siamo noi cittadini che dobbiamo, dopo aver giustamente mandato a quel paese le classi dirigenti di una sinistra che non ha più idea manco di cosa voglia dire “sinsitra”, prendere in mano il nostro destino e il nostro futuro ed iniziare a costruire un’alternativa. Alternativa che non sia “elettorale”, ma quotidiana, sociale, aggregativa, democratica, partecipata.

PS

La Lega Nord, che ulula vittoria ai 4 venti, ha preso BEN 233.439, cioè il TRIONFALE 6,7% degli aventi diritto…




David Graeber e il Progetto democrazia

Immagine di David Graeber
David Graeber

Ho comprato oggi l’ultimo libro pubblicato in italiano di David Graeber, antropologo americano anarchico. Attivista del movimento Occupy Wall Street, ha pubblicato parecchi libri, molti dei quali tradotti anche in italiano.

È un autore che apprezzo molto, sia per il suo essere anarchico, sia per il suo essere non solo uno studioso ma anche un attivista a tempo pieno, ma anche perché – non ultimo – cerca di portare il pensiero anarchico e radicale in generale nel XXI secolo.

Il libro in questione, Progetto democrazia. Un’idea, una crisi, un movimento, edito dai tipi de Il Saggiatore, cerca di analizzare la categoria – scontata ma poco conosciuta, e soprattutto poco applicata – di democrazia.

Un libro interessantissimo, di cui mi permetto di incollare sotto la molto interessante introduzione e che vi consiglio di leggere quanto prima. E di metterlo in pratica! 🙂

Il 26 aprile 2012, una trentina di attivisti di Occupy Wall Street (Ows) si sono radunati sui gradini della Federal Hall di New York, di fronte alla Borsa. Io ero con loro.

Da oltre un mese stavamo cercando di ricreare un avamposto a Lower Manhattan per rimpiazzare il presidio di Zuccotti Park da cui eravamo stati sfrattati sei mesi prima. Sebbene non fossimo in grado di creare un nuovo presidio, speravamo almeno di trovare un posto dove poter tenere assemblee regolari, e allestire biblioteca e cucine. Il grande vantaggio di Zuccotti Park era il fatto di essere un luogo dove chiunque fosse interessato sapeva dove trovarci per essere aggiornato sulle azioni in programma o semplicemente per parlare di politica; adesso, la mancanza di un punto di ritrovo causava un’infinità di problemi. Tuttavia, le autorità cittadine avevano deciso che non avremmo mai avuto un altro Zuccotti Park: appena noi trovavamo un angolo dove avviare legalmente l’attività, loro cambiavano le leggi per farci sgomberare, ogni volta. Quando abbiamo provato a stabilirci in Union Square, le autorità cittadine hanno modificato i regolamenti del parco. Quando un gruppo di occupanti ha iniziato a dormire sui marciapiedi di Wall Street, confidando in una delibera che riconosceva esplicitamente il diritto dei cittadini di dormire nelle strade di New York come forma di protesta politica, le autorità hanno stabilito che quell’area di Lower Manhattan era una «zona speciale» non vincolata da quella legge.

Alla fine ci siamo sistemati sui gradini della Federal Hall, un’ampia scalinata di marmo che conduce alla statua di George Washington posta a guardia dell’edificio nel quale 223 anni prima era stato firmata la Bill of Rights (la Carta dei diritti). Quegli scalini non rientravano nella giurisdizione cittadina, ma erano territorio federale amministrato dal National Park Service (il Servizio dei parchi nazionali), e, forse consapevoli che l’intera zona era considerata un monumento alle libertà civili, i funzionari della U.S. Park Police (la Polizia dei parchi) ci avevano concesso di occuparli, a patto che nessuno vi dormisse la notte. I gradini erano sufficientemente ampi da poter ospitare agevolmente circa duecento persone, più o meno il numero degli occupanti che si erano presentati all’inizio. Tuttavia, non ci è voluto molto perché le autorità cittadine convincessero gli agenti dei Parchi a cedere di fatto la giurisdizione: avevano piazzato transenne d’acciaio intorno al perimetro e ne avevano collocate altre a dividere i gradini in due parti distinte, presto ribattezzate da noi «gabbie della libertà». All’ingresso è stata posizionata una squadra della Swat, mentre un capitano di polizia in camicia bianca controllava accuratamente chiunque cercasse di entrare, informandolo che, per ragioni di sicurezza, alle gabbie non potevano accedere più di venti persone alla volta. Nonostante ciò, alcuni attivisti hanno perseverato, rimanendo sul posto a turno ventiquattrore su ventiquattro, organizzando teach-in di giorno, dando vita a dibattiti improvvisati con gli annoiati trader di Wall Street in pausa caffè e, di notte, facendo la guardia sui gradini di marmo. Quasi subito sono stati banditi i cartelli grandi; poi qualunque cosa fatta di cartone. Dopodiché sono iniziati gli arresti di persone scelte a caso. Il comandante della polizia voleva farci capire chiaramente che, anche se non poteva arrestarci tutti, poteva in ogni caso imprigionare chi volesse, per qualunque motivo, in ogni momento. Proprio quel giorno avevo visto un attivista ammanettato e portato via per «disturbo alla quiete pubblica» perché ripeteva i nostri slogan e un altro, un veterano della guerra in Iraq, incriminato per atti osceni in luogo pubblico: aveva detto parolacce mentre teneva un discorso. Forse è accaduto perché avevamo pubblicizzato l’evento come un «dibattito aperto». Sembrava che l’ufficiale al comando volesse chiarire un concetto: persino nel luogo in cui era nato il Primo emendamento, aveva comunque il potere di arrestarci solo per aver tenuto un discorso politico.

La protesta era stata organizzata da un mio amico, Lopi, celebre perché partecipa alle manifestazioni a bordo di un triciclo gigante con un cartello colorato che porta la scritta jubilee!. Lopi aveva pubblicizzato l’evento chiamandolo «Dibattito sulle ingiustizie di Wall Street: assemblea pacifica sui gradini del Federal Hall Memorial Building, casa natale della Bill of Rights, oggi blindato dall’esercito dell’1%». Io non sono mai stato un grande agitatore. Per tutto il periodo in cui ho preso parte a Occupy, non ho mai tenuto un discorso, desideravo presenziare perlopiù in qualità di testimone, per fornire un sostegno morale e organizzativo. Durante la prima mezz’ora della protesta, mentre, uno dopo l’altro, gli occupanti si radunavano a ridosso delle transenne di fronte a una manciata di videocamere improvvisamente comparse sul marciapiede, per parlare di guerra, devastazioni ecologiche e corruzione del governo, io me ne sono rimasto ai margini, a parlare con i poliziotti.

«E così fai parte di un squadra Swat» ho detto a un ragazzo dall’espressione torva di guardia all’ingresso alle gabbie con un grosso fucile d’assalto. «Scusa, ma che cosa significa esattamente Swat? “Special Weapons”…»

«… and Tactics» mi ha risposto rapido, prima che riuscissi ad articolare il nome originario di quella unità, ovvero «Special Weapons Assault Team» (Squadra d’assalto dotata di armi speciali).

«Capisco, ma mi chiedo: che tipo di armi speciali ritiene necessarie il vostro comandante per gestire trenta cittadini disarmati pacificamente radunati sui gradini di un edificio federale?»

«È una misura precauzionale» mi ha risposto, un po’ a disagio.

Avevo già declinato due inviti a prendere la parola, ma Lopi continuava a insistere, perciò alla fine mi sono reso conto che avrei fatto meglio a dire qualcosa, anche poche parole. Così ho preso posto di fronte alle telecamere, ho guardato George Washington che teneva lo sguardo fisso sul cielo sopra la Borsa di New York e ho improvvisato.

«Mi colpisce essere riuniti proprio qui, oggi, sui gradini dell’edificio in cui è stato firmata la Bill of Rights. È strano: la maggior parte degli americani crede di vivere in un paese libero, di far parte della più grande democrazia del mondo. È convinta che siano i nostri diritti e le nostre libertà costituzionali, stabiliti dai Padri fondatori, a definirci come nazione, a renderci ciò che siamo veramente… persino a darci il diritto di invadere altri paesi più o meno a nostro piacimento, a sentire i nostri politici. Ma in realtà, sapete, gli uomini che hanno scritto la Costituzione non volevano affatto che vi fosse una Bill of Rights. Ecco perché è composto da emendamenti: non erano compresi nel documento originale. L’unica ragione per cui tutte quelle frasi roboanti sulla libertà di parola e sulla libertà di assemblea sono finite nella Costituzione è che ci sono stati antifederalisti come George Mason e Patrick Henry che, di fronte all’ultima bozza, si sono indignati al punto di mobilitarsi contro la sua ratifica, a meno che il testo non venisse cambiato… cambiato in modo da comprendere, tra le altre cose, il diritto di partecipare a mobilitazioni esattamente come la nostra. Ciò terrorizzò i federalisti, dato che, tanto per cominciare, un motivo che li aveva spinti a indire la Convenzione di Filadelfia era stato il desiderio di prevenire il rischio, da loro avvertito, che nascessero movimenti popolari ancor più radicali di quelli che da tempo richiedevano la democratizzazione della finanza e persino la cancellazione del debito. Le assemblee pubbliche di massa e l’esplosione del dibattito a cui avevano assistito durante la rivoluzione era l’ultima cosa che volevano. Fu per questo che alla fine James Madison stilò un elenco di oltre duecento proposte e le utilizzò per scrivere il testo di quello che noi chiamiamo Bill of Rights.

«Il potere non cede mai qualcosa spontaneamente. Se oggi abbiamo libertà, non lo dobbiamo alle concessioni dei saggi Padri fondatori. Perché ci fossero riconosciute quelle libertà, ci sono volute persone come noi che hanno continuato a esercitarle, facendo esattamente quello che stiamo facendo qui.

«La Dichiarazione di indipendenza o la Costituzione non dicono da nessuna parte che l’America è una democrazia. E c’è un motivo. Uomini come George Washington si opposero apertamente alla democrazia, cosa che rende strano trovarci sotto la sua statua, oggi. E lo stesso dicasi per Madison, Hamilton, Adams… Scrissero esplicitamente che stavano cercando di costruire un sistema che potesse annullare e tenere sotto controllo i pericoli della democrazia, anche se erano state le persone che volevano la democrazia a fare la rivoluzione che, tanto per cominciare, li aveva portati al potere. Oggi la maggior parte di noi è qui perché ritiene ancora di non vivere in un sistema democratico, in nessuna delle accezioni pregnanti del termine. Voglio dire, guardatevi intorno. Quella squadra della Swat laggiù dice tutto quello che avete bisogno di sapere. Il nostro governo è diventato poco più di un sistema di corruzione istituzionalizzata e si rischia di essere trascinati in prigione solo per averlo detto. Forse oggi, nella maggior parte dei casi, ci possono tenere dentro solo per un giorno o due alla volta, ma state certi che stanno facendo del loro meglio per cambiare questa regola. In ogni caso, se non pensassero che abbiamo ragione, non ci arresterebbero di certo. Non c’è niente che spaventi di più i governanti americani della prospettiva che prorompa la democrazia. Che ci sia davvero questa prospettiva e che possano esistere gli eredi di coloro che scesero in strada per pretendere una Bill of Rights; be’, dipende solo da noi.»

Prima che Lopi mi spingesse sul palco non avevo davvero pensato a Occupy Wall Street come a un movimento radicato in qualche grande tradizione della storia degli Stati Uniti. Ero più interessato a rintracciare le sue radici nell’anarchismo, nel femminismo o persino nel Global Justice Movement. Ma, con il senno di poi, penso che quello che ho detto fosse vero. C’è qualcosa di stranamente incoerente nel modo in cui negli Stati Uniti ci insegnano a pensare alla democrazia. Da un lato, ci viene costantemente ripetuto che democrazia significa solo eleggere i politici che ci governano, dall’altro sappiamo bene che tanti americani amano la democrazia, odiano i politici e sono scettici nei confronti dell’idea stessa di un governo centrale. Come possono queste cose essere tutte vere contemporaneamente? Quando gli americani sposano la democrazia pensano a qualcosa di molto più ampio e profondo della mera partecipazione alle elezioni (anche se comunque metà di loro non si fa problemi a disertarle); deve essere una specie di combinazione tra l’ideale di libertà individuale e la convinzione, finora irrealizzata, che essere liberi significa potersi mettere a un tavolo da adulti assennati e gestire i propri affari da sé. Se così fosse, non sorprende certo che coloro che attualmente governano l’America temano tanto i movimenti democratici: portata alle sue estreme conclusioni, la spinta democratica può solo finire col renderli totalmente inutili.

Qualcuno potrebbe obiettare che, anche se ciò fosse vero, molti americani sarebbero senz’altro recalcitranti di fronte alla semplice idea di portare fino in fondo la spinta democratica. E non avrebbero torto. La maggioranza degli americani non è anarchica. Per quanto le persone possano dichiarare di non approvare il governo o in molti casi l’idea stessa di stato, sarebbero davvero pochi quelli che ne sosterrebbero lo smantellamento, soprattutto perché non saprebbero come rimpiazzarlo. La verità è che, sin dalla tenera età, gli americani si sono abituati ad avere orizzonti politici estremamente limitati e una percezione molto ristretta delle possibilità umane. Per molti di loro, la democrazia è sostanzialmente un ideale astratto, non qualcosa che abbiano mai esercitato o di cui abbiano fatto esperienza. Ecco perché così tante persone, quando hanno iniziato a partecipare alle Assemblee Generali e alle altre forme di attività decisionali «orizzontali» di Occupy, hanno avuto la sensazione che si fosse trasformato radicalmente ciò che ritenevano possibile in politica. E io mi ero sentito esattamente come loro nel 2000, quando per la prima volta a New York avevo preso parte al Direct Action Network, la confederazione di gruppi anarchici nata nel 1999 per protestare contro il Wto a Seattle.

Quindi, questo libro non tratta soltanto di Occupy, ma anche della possibilità di realizzare una democrazia in America. Ancora meglio, è un libro sullo sviluppo dell’immaginazione rivoluzionaria innescato da Occupy.

Basterebbe paragonare l’euforia diffusa che ha salutato i primissimi mesi di vita del movimento con l’atmosfera che si è creata durante le elezioni presidenziali un anno dopo. Nell’autunno 2012 si sono visti scendere in campo due candidati: il presidente in carica da cui i sostenitori del Partito democratico si sentivano completamente traditi e un rivale imposto dal mero potere dei soldi ai sostenitori repubblicani, che avevano fatto chiaramente capire che avrebbero preferito più o meno chiunque altro. I due candidati hanno poi speso gran parte delle loro energie a corteggiare miliardari, come si è potuto verificare sulle tv. Gli elettori sapevano benissimo che, se non facevano parte di quel 25% circa di americani che vivono nei swing states (o «stati in bilico», che oscillano tra democratici o repubblicani) i loro voti non avrebbero fatto la minima differenza. E anche nel caso di coloro i cui voti invece contavano, si dava per scontato che la loro scelta cadesse su una fazione che comunque avrebbe dovuto procedere al taglio delle pensioni, dell’assicurazione sanitaria Medicare e delle indennità della Social Security, dal momento che erano in vista sacrifici e la legge del potere è che non si prenda neppure in considerazione che i sacrifici possano essere sostenuti dai ricchi.

In un articolo apparso su Esquire nell’ottobre 2012, Charles Pierce ha sottolineato che le apparizioni televisive degli opinionisti, in questa tornata elettorale, spesso sono parse poco più che celebrazioni sadomasochistiche dell’impotenza popolare, simili a quei reality in cui ci piace vedere i prepotenti che tiranneggiano i propri accoliti:

Abbiamo permesso a noi stessi di impantanarci nelle consuetudini dell’oligarchia, come se non fosse possibile nessun altro tipo di politica, persino in una repubblica che si presume si autogoverni, e la rassegnazione è una delle consuetudini più ovvie. Ci siamo abituati a essere usati dai politici, invece di insistere per avere noi il comando su loro. Le star televisive ci dicono che i leader politici hanno intenzione di firmare i tagli previsti nel Grande patto (bozza di accordo tra Obama e i leader del Congresso sulla riduzione della spesa e del debito pubblico) e che poi «noi» li applaudiremo per aver fatto le «scelte difficili» per nostro conto. È così che si inculcano le consuetudini dell’oligarchia in una collettività politica. Primo, distogliendo le persone dall’idea che il governo sia l’espressione ultima di quella collettività, poi eliminando o indebolendo ogni centro di potere che sia indipendente dall’influenza asfissiante dell’oligarchia, come per esempio le organizzazioni sindacali, e infine facendo capire chiaramente chi è che comanda: il capo sono io, fatevene una ragione.

Questo è esattamente il tipo di politica che rimane quando sfuma il concetto stesso della possibilità della democrazia, ma si tratta di un fenomeno passeggero. Faremmo bene a ricordare che gli stessi identici discorsi si sono tenuti nell’estate del 2011, quando la classe politica non parlava che di crisi e «tetto del debito», e del «Grande patto» (che consisteva nell’apportare ulteriori tagli a Medicare e alla Social Security) che ne sarebbe inevitabilmente conseguito. Poi, a settembre, è arrivato Occupy con centinaia di forum politici autentici in cui ogni americano ha potuto parlare dei suoi problemi e delle sue preoccupazioni reali… e tutto quel discorso è andato a gambe all’aria, e non perché gli occupanti abbiano presentato ai politici richieste e proposte specifiche, ma perché i membri del movimento avevano provocato una crisi di legittimità all’interno del sistema fornendo un assaggio di come avrebbe potuto essere una vera democrazia.

Naturalmente, quegli stessi opinionisti hanno dichiarato che Occupy era morto a partire dagli sgomberi del novembre 2011. Quello che non hanno capito è che quando gli orizzonti politici delle persone si allargano, il cambiamento diventa permanente. Adesso centinaia di migliaia di americani (e non solo di americani, ovviamente, ma anche di greci, spagnoli e tunisini) hanno fatto un’esperienza diretta di autorganizzazione, azione collettiva e solidarietà. Per loro è praticamente impossibile tornare alla vita di prima e vedere le cose nello stesso modo. Mentre le élite finanziarie e politiche del mondo scivolano alla cieca verso la prossima crisi di proporzioni simili a quella del 2008, noi continuiamo a portare avanti l’occupazione (temporanea o permanente) di edifici, fabbriche, case pignorate e uffici, a organizzare scioperi di massa degli affittuari, seminari e assemblee dei debitori, e così facendo poniamo le basi di una cultura autenticamente democratica, nonché di competenze, consuetudini ed esperienze che faranno nascere un concetto totalmente nuovo di politica. Contestualmente si è verificata anche la rinascita dell’immaginazione rivoluzionaria che il buonsenso convenzionale aveva da tempo dichiarato morta.

Tutte le persone coinvolte ammettono che creare una cultura democratica richiede necessariamente un orizzonte temporale lungo: dopotutto stiamo parlando di una profonda trasformazione morale. Ma siamo anche consapevoli che tali cose sono già accadute in passato. Negli Stati Uniti si sono avuti movimenti sociali che hanno generato profondi cambiamenti morali – i primi che vengono alla mente sono l’abolizionismo e il femminismo – ma i tempi sono stati lunghi. Al pari di Occupy, anche questi movimenti hanno agito in gran parte al di fuori del sistema politico convenzionale, utilizzando la disobbedienza civile e l’azione diretta, senza pensare di raggiungere gli obiettivi in un solo anno. Ovviamente, ci sono stati tantissimi altri movimenti che hanno cercato di dare il via a trasformazioni etiche altrettanto profonde e che hanno fallito. Eppure, vi sono ottime ragioni per credere che nella natura stessa della società americana stiano avvenendo svolte fondamentali – le stesse che hanno permesso a Occupy di decollare così in fretta – che fanno ben sperare in una rinascita del progetto democratico sul lungo periodo.

La tesi sociale che sosterrò è piuttosto semplice. Quella che viene chiamata la Grande Recessione ha semplicemente accelerato una profonda trasformazione delle classi sociali americane in corso da decenni. Considerate queste due statistiche: mentre scrivo, un americano su sette è perseguitato da un’agenzia di recupero crediti; intanto, un recente sondaggio ha rivelato che per la prima volta solo una minoranza di americani (il 45%) si definisce «membro della classe media». È difficile credere che questi due fatti non siano collegati. Ultimamente abbiamo assistito a numerosi dibattiti sull’erosione della classe media americana, che però in genere tralasciano il fatto che negli Stati Uniti la «classe media» non è mai stata in primis una categoria economica. È sempre stata associata alla stabilità e sicurezza che deriva dal poter dare per scontato che, indipendentemente da ciò che pensiamo dei politici, le istituzioni della nostra quotidianità, come la polizia, il sistema scolastico, gli ospedali e le cliniche e persino gli istituti di credito sono di fatto dalla nostra parte. Se è così, è difficile credere che chi si vede pignorare la casa da «funzionari seriali» (robo-signers)2 possa sentirsi un membro della classe media; e questo è vero a prescindere dallo scaglione di reddito o dal grado di istruzione raggiunto.

La sensazione sempre più forte che le strutture istituzionali che circondano gli americani in realtà non siano lì per aiutarli (anzi, che siano addirittura oscure forze nemiche) è una diretta conseguenza della finanziarizzazione del capitalismo. Ora, questa potrebbe sembrare un’affermazione alquanto strana, perché siamo abituati a pensare alla finanza come a qualcosa di molto lontano da simili preoccupazioni quotidiane. Molte persone sanno benissimo che gran parte degli utili di Wall Street non deriva più dai frutti dell’industria o del commercio, ma dalla pura e semplice speculazione e dalla creazione di complicati strumenti finanziari. Tuttavia, la critica che in genere viene mossa è che si tratta semplicemente di speculazioni o di elaborati trucchetti che creano la ricchezza limitandosi a dire che esiste. In realtà, la finanziarizzazione implica la collusione tra governo e istituzioni finanziarie mirata a garantire che una percentuale sempre maggiore di cittadini finisca sempre più indebitata. Ciò si verifica a ogni livello. In professioni quali quelle farmaceutiche e infermieristiche vengono introdotte, tra i requisiti, nuove qualifiche accademiche che costringono chiunque voglia lavorare in quei settori a sottoscrivere prestiti studenteschi finanziati dal governo, facendo sì che una parte significativa dei loro stipendi futuri finisca direttamente alle banche. La collusione tra i consulenti finanziari di Wall Street e le forze politiche locali ha portato sull’orlo della bancarotta le amministrazioni comunali, dopodiché la polizia locale riceve l’ordine di applicare in modo sempre più restrittivo i regolamenti relativi a giardini, rifiuti e manutenzione a scapito dei proprietari di case, in modo che il flusso di cassa che deriva dalle multe vada ad aumentare le entrate necessarie per ripagare le banche. In ogni caso, una percentuale degli utili che ne derivano viene nuovamente riversata sui politici attraverso lobbisti e lobby ufficiali di Washington. Se quasi tutte le funzioni del governo locale diventano meccanismi di prelievo finanziario e il governo federale dichiara di considerare come scopo fondamentale mantenere alte le quotazioni azionarie e far sì che un flusso costante di denaro vada a chi possiede strumenti finanziari (per non parlare del fatto di garantire che i principali istituti finanziari non possano mai fallire, indipendentemente da quello che fanno), si fa sempre meno chiara la distinzione tra potere finanziario e potere dello stato.

Ovviamente, questo è proprio ciò che volevamo denunciare quando abbiamo coniato lo slogan «Siamo il 99%». In questo modo, abbiamo fatto una cosa senza precedenti. Siamo riusciti a riportare al centro del dibattito politico americano non solo il tema della classe sociale, ma anche quello del potere di classe. Credo che sia stato possibile solo grazie ai cambiamenti graduali che si sono verificati nella natura del sistema economico (a Occupy Wall Street lo chiamiamo sempre più spesso «capitalismo mafioso») e che rendono impossibile immaginare che il governo americano possa avere qualcosa a che fare con il volere del popolo o persino con il consenso popolare. Di questi tempi, qualunque risveglio della spinta democratica può essere solo un impulso rivoluzionario.




La droga e l’Informazione in Italia: un caso emblematico

Immagine di Fini e Giovanardi
Fini e Giovanardi

Tema: la droga e l’Informazione in Italia

Svolgimento:

Ore 8:30, arrivo in ufficio. Mentre metto mano alle solite procedure di routine che mi toccano tutte le mattine, butto un occhio velocissimo alle notizie che il mio amato aggregatore di feed rss mi offre.

Stamani l’occhio cade su questa notizia del Corrierone:

Pena ridotta per il piccolo spaccio
«In migliaia fuori dal carcere»
Dovranno essere riviste al ribasso le sentenze definitive per il piccolo spaccio Riviste dunque le condanne definitive previste dalla legge Fini-Giovanardi

Cosa può capire il cittadino medio da un lancio del genere? Che a breve ci troveremo le città invase da spacciatori, pericolosissimi ovviamente, che tenteranno di vendere la loro terribile droga ai nostri figli. Preferibilmente quelli piccoli ed inermi.

Vediamo cosa è successo davvero (perché s’è capito, vero, che la notizia è un’altra, vero?):

nel febbraio di quest’anno la legge cosiddetta “Fini – Giovanardi” è stata dichiarata incostituzionale dalla Corte costituzionale, dopo varie denunce.

Che diceva la Consulta? Diceva che:

 

“Evidente estraneità” delle “disposizioni aggiunte in sede di conversione” e mancanza di nesso funzionale tra i contenuti e le finalità del decreto-legge originario (n. 272 del 30 dicembre 2005) e la legge 49 del 21 febbraio 2006. In estrema sintesi, sono queste le motivazioni per le quali la Corte Costituzionale, con la sentenza emessa il 12 febbraio scorso, ha dichiarato illegittima la legge Fini-Giovanardi sulle droghe partorita con un colpo di mano del governo Berlusconi che, a poche settimane dallo scioglimento delle camere, ridisegnò completamente il testo unico sulle droghe con un maxi-emendamento introdotto in sede di conversione al decreto legge sulle Olimpiadi invernali di Torino e sul quale pose la fiducia, bypassando così il doveroso dibattito parlamentare.

[…]

I giudici costituzionalisti, cancellando gli articoli 4-bis e 4-vicies ter della legge di conversione Che modificavano gli articoli 73, 13 e 14 del testo unico sulle droghe – unificazione delle condotte e delle tabelle che identificano le sostanze, aumento delle pene per i consumatori e per i reati connessi alla cannabis e ai suoi derivati – hanno così accolto completamente le questioni di legittimità sollevate dalla III Sezione penale della Cassazione nel giugno 2013, ma hanno anche recepito appieno le argomentazioni esposte durante l’udienza pubblica dall’avvocato Giovanni Maria Flick, ex presidente della Consulta: “Le impugnate disposizioni introdotte dalla legge di conversione – si legge infatti nelle motivazioni – riguardano gli stupefacenti e non la persona del tossicodipendente (di cui trattava invece il decreto legge, ndr).

Inoltre, esse sono norme a connotazione sostanziale, e non processuale, perché dettano la disciplina dei reati in materia di stupefacenti”. Senza contare che è “di assoluta evidenza” la “disomogeneità delle disposizioni impugnate rispetto al decreto legge”. Dunque, “una tale penetrante e incisiva riforma, coinvolgente delicate scelte di natura politica, giuridica e scientifica, avrebbe richiesto un adeguato dibattito parlamentare”.

[…]

Si torna dunque alla pre-esistente legge Jervolino-Vassalli emendata dal referendum dei Radicali del 1993 che eliminò la punibilità del consumatore. Ma cosa succede a coloro che stanno già scontando una condanna inflitta sulla base della legge incostituzionale?

“È compito del giudice comune, quale interprete delle leggi – spiega la Consulta – impedire che la dichiarazione di illegittimità costituzionale vada a detrimento della loro posizione giuridica, tenendo conto dei principi in materia di successione di leggi penali nel tempo ex art. 2 cod. pen., che implica l’applicazione della norma penale più favorevole al reo”. In sostanza, spiega l’avvocato Flick al manifesto, la Consulta rimanda al giudice ordinario ogni decisione, citando però l’articolo 2 secondo il quale la nuova norma (in questo caso la legge pre-esistente) va applicata retroattivamente seguendo il principio del “favor rei”, il giudizio più favorevole all’imputato, a meno che la condanna non sia già definitiva.

Quindi, in soldoni, la Fini – Giovanardi del 2006 decade perché:

  • è stata inserita in un decreto – quello sulle Olimpiadi invernali di Torino – che non c’entra una cippa con l’argomento in discussione;
  • perché è stato, appunto, un decreto, su cui il Governo Berlusconi mise pure la fiducia, negando di conseguenza qualsiasi possibile discussione parlamentare;
  • perché anche il contenuto della legge è incostituzionale, perché le disposizioni dovevano riguardare la persona e non le sostanze, che dalla legge furono equiparate.

Cosa successe con quella legge del 2006? Successe che oltre 25.000 persone finirono in car­cere per la vio­la­zione di quella legge, pari al 38% di tutta la popo­la­zione dete­nuta: di que­sti, il 40% (circa die­ci­mila) ci sono finiti per deten­zione di can­na­bis (vedi questo bell’articolo per maggiori info e riflessioni).

Ora si ritorna alla legge la legge Iervolino-Vassalli con i miglio­ra­menti intro­dotti dal refe­ren­dum del 1993, in cui si depenalizzava il possesso di “droghe” leggere, in particolar modo Marijuana e cannabis in genere.

Quindi, tornando a bomba, voi miei affezionati lettori, visto quanto scrive stamani il Corrierone nazionale, e quanto velocemente vi ho raccontato sotto, quanto possono c’entrare le due cose? Che tipo di “informazione” – permettetemi le virgolette – ci offre uno dei principali organi di stampa del paese? E se lo fa con un argomento come questo – importantissimo, perché ha a che fare non solo con uno dei principali business del mondo, ma anche con un apparato di controllo e repressione sociale, soprattutto giovanile, formidabile – perché non lo dovrebbe fare anche con altri ed altrettanto importanti argomenti?

A voi l’ardua sentenza. Quello che vi propongo io, dal basso in cui sto, è di verificare sempre attentamente quanto vanno raccontando in giro, su parecchi argomenti, i cosiddetti “organi d’informazione”.




USA, patria della democrazia e del libero mercato

Immagine di Steve Jobs And Eric Schmidt
Steve Jobs And Eric Schmidt

Leggo su Internazionale e rigiro qui pari pari, sperando che gli amici del settimanale non se ne abbiamo, una vicenda che è – a mio modesto avviso – esemplare più di tanti manuali di economia politica, su cosa sia realmente il “libero mercato” e la sua “patria” d’elezione: gli Stati Uniti d’America.

Alla fine hanno patteggiato. Google, Apple, Adobe e Intel hanno preferito evitare il processo che sarebbe dovuto cominciare alla fine di maggio in California.
Le quattro aziende erano accusate da circa 64mila lavoratori di essersi accordate per non soffiarsi i dipendenti, di fatto bloccando la mobilità ed evitando gli aumenti salariali. L’accordo raggiunto prevede il pagamento di 324 milioni di dollari, mentre la cifra chiesta inizialmente era di tre miliardi. “I lavoratori della Silicon valley hanno ottenuto una vittoria importante”, ha scritto il New York Times, “quello che non hanno ottenuto è un sacco di soldi”. Molti osservano tra l’altro che le quattro aziende in questione sono tra le più ricche degli Stati Uniti, e quindi del mondo. Alla domanda se servirà da lezione per la Silicon valley, l’avvocato dei lavoratori ha detto: “Lo spero, ma solo il tempo lo dirà”.
Uno degli aspetti più interessanti della vicenda, però, sono le carte processuali, che offrono uno spaccato inedito delle relazioni industriali. L’accordo per non assumere i lavoratori di un’altra azienda risale alla metà degli anni duemila ed era ovviamente segreto e illegale. Tanto che Eric E. Schmidt, chief executive della Google, scriveva in un’email di non voler lasciare troppe tracce scritte. Ma trattandosi di aziende con migliaia di impiegati, capitava che qualcuno, all’oscuro dell’accordo, cercasse di reclutare un dipendente della concorrenza, in buona fede, pensando di fare gli interessi della sua azienda. “Se assumi una sola di queste persone sarà guerra”, scrive Steve Jobs al capo della Google quando viene a sapere del tentativo di assumere un suo programmatore. Schmidt risponde a Jobs promettendogli che il reclutatore della Google che ha violato l’accordo sarà licenziato “nel giro di un’ora”. E Jobs gira l’email di Schmidt all’ufficio del personale della Apple, aggiungendo uno smile.

Come li vogliamo chiamare i signori qui sopra citati? Le “mele marce” del capitalismo americano?

Non si può, sono i paladini del capitalismo del 2000, quelli che innovano, che hanno “inventato internet”, quelli da prendere a modello.

Appunto: sono esattamente questo: il modello del capitalista del XII secolo, esattamente come quelli del XX e del XIX. Gente che pensa solo al profitto e che pur di arrivarci è pronta a schiacciare tutto e tutti.




Padoan: il dolore sta producendo risultati

Padoan: il dolore sta producendo risultati
Padoan: il dolore sta producendo risultati

Fa impressione, proprio ora che è divenuto ministro dell’Economia, rileggere quel che Pier Carlo Padoan disse il 29 aprile 2013 al Wall Street Journal, quando era vice segretario generale dell’Ocse.

il dolore sta producendo risultati.

Rileggo:

Padoan: il dolore sta producendo risultati.

A questo punto mi rendo conto di essere ignorante, di non avere gli strumenti per capire la frase qui sopra. Non perché non capisca l’economia – che effettivamente non è il mio “settore”, ma qualcosa ci capisco; ma perché non capisco nulla di psicologia, e quando leggo una frase come quella, mi rendo conto che ci vuole almeno uno psicoterapeuta, ma di quelli bravi.

Quale mente, infatti, può non dico pronunciare, ma addirittura pensare una cosa del genere? Una mente malata, qualcuno che da ragazzo si divertiva uccidere animali indifesi, poi a picchiare i compagni più deboli e poi si trovava di fronte ad un bivio: fare il serial killer o mettersi a lavorare nella finanza o per i governi (cioè a lavorare per la finanza).

Ecco, il serial killer manco tanto in nuce che ha detto – non solo pensato – quanto sopra è, ripetiamolo che fa bene aver presente certe cose, nientepopodimeno che il nostro Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Siamo a posto. Vuoi vedere che le sue ricette per l’Italia sono le stesse che tanto ha elogiato per la Grecia?

Ci racconta Barbara Spinelli – la garante per la lista italiana “l’Altra Europa, con Tsipras” alle prossime elezioni Europee – una lista di sinistra – che se già nel 2012, quando il prode Padoan ebbe la faccia (l’aggettivo lo lascio a voi) di pronunciare quella frase, era veramente da folli difendere l’austerità, oggi che è uscito l’ultimo numero di The Lancetuna tra le prime cinque riviste mediche mondiali, tutto dedicato agli effetti della “cura Europea” alla crisi Greca, il Ministro “dovrebbe chiedere scusa”.

Immagine di una infografica sulla crisi greca
Infografica sulla crisi greca

Ma che dice The Lancet di così drammatico? Vediamo:

la smisurata contrazione dei redditi e i tagli ai servizi pubblici hanno squassato la salute dei cittadini greci, incrementando il numero di morti specialmente tra i bambini, tra gli anziani, nelle zone rurali. Nella provincia di Acaia, il 70 per cento degli abitanti non ha soldi per comprare le medicine prescritte. Emergency denuncia la catastrofe dal giugno 2012. Numerose le famiglie che vivono senza luce e acqua: perché o mangi, o paghi le bollette. Nel cuore d’Europa e della sua cultura, s’aggira la morte e la chiamano dolore produttivo.

“Siamo di fronte a una tragedia della sanità pubblica”, constata la rivista, “ma nonostante l’evidenza dei fatti le autorità responsabili insistono nella strategia negazionista”.

[…]

A causa della malnutrizione, della riduzione dei redditi, della disoccupazione, della scarsità di medicine negli ospedali, dell’accesso sempre più arduo ai servizi sanitari (specie per le madri prima del parto) le morti bianche dei lattanti sono aumentate fra il 2008 e il 2010 del 43%. Il numero di bambini nati sottopeso è cresciuto del 19 %, quello dei nati morti del 20.

 Al tempo stesso muoiono i vecchi, più frequentemente. Fra il 2008 e il 2012, l’incremento è del 12,5 fra gli 80-84 anni e del 24,3 dopo gli 85. E s’estende l’Aids, perché la distribuzione di siringhe monouso e profilattici è bloccata. Malattie rare o estinte ricompaiono, come la Tbc e la malaria (quest’ultima assente da 40 anni. Mancano soldi per debellare le zanzare infette).

Questo è solo una parte della situazione. C’è l’incremento del 45% dei suicidi, il 30% in più di greci che si curano negli “ospedali per strada”, quelli organizzati da ONG e volontari. Per il resto vi lascio alla rivista.

La cosa inquietante, però, è che The Lancet NON è ottimista neanche per gli altri paesi in crisi dell’Europa, Spagna e Italia in testa. La Grecia è stata la prima cavia dell’esperimento (come accadde per il Cile di Pinochet nel 1973, cavia delle prime teorie neoliberiste della “scuola di Chicago”).

L’Unione l’ha usata come cavia: sviluppi islandesi non li avrebbe tollerati. Proprio nel paese dove Europa nacque come mito, assistiamo a un’ecatombe senza pari: una macchia che resterà, se non cambiano radicalmente politiche e filosofie ma solo questo o quel parametro.

[…]

La Grecia prefigura il nostro futuro prossimo, se le politiche del debito non mutano; se scende ancora la spesa per i servizi sociali. Anche in Italia esistono ospedali di volontari, come Emergency. La luce in fondo al tunnel è menzogna impudente.