Filastrocca di un bieco nero, di Alberto Prunetti

Una filastrocca del mio amico Alberto Prunetti (e sono orgoglione di poterlo definire così) per commentare un triste episodio, uno striscione di Forza Nuova contro le maestre dell’asilo Monumento di Siena. Con un piccolo omaggio a Gianni Rodari e ai Cantalamappa.

1

Di notte su un asilo un bieco nero appende uno striscione.

Scrive il nostalgico del regime:

“Macché educazione è solo perversione”.

Rispondiamogli per le rime.

2.

Raccontava Gianni Rodari:

“A casa vostra chi comanda, il babbo o la mamma?”, chiede un tale agli scolari.

“A casa non ci son catene, noi ci vogliam bene.”

Poi una linguaccia e via con l’aquilone.

Per i biechi neri, se nessuno comanda è perversione.

3.

Per i biechi neri, Aladino si merita le botte.

Cenerentola non deve uscire dopo la mezzanotte.

Cappuccetto rosso multata, per aver preso la strada sbagliata.

Il lupo un clandestino da allontanare.

Raperonzolo va bene se si liscia i capelli, ma la casa non può lasciare.

E Alice trattata coi farmaci o legata al letto di contenzione:

non si può a piacimento diventar grandi o piccini

e poi passare senza documenti attraverso gli specchi e i sacri confini.

Che perversione!

4.

Ah, se facessero i biechi neri a scuola lezione

Gianni Rodari e don Milani in castigo, in punizione.

Il Maestro Manzi che insegna ai contadini

esiliato oltre i patri confini.

E quell’altro che sperimenta a Reggio Emilia

laboratori e spazi sensoriali

al campo di lavoro forzato,

coi maiali.

Credere obbedire e combattere

ecco per domani la lezione.

E tutto il resto

è perversione.

5.

Per i biechi neri ci son cose da bambini e cose da bambine

e mescolar le carte è aberrazione.

E chi ha ragione è forte e chi è forte ha ragione.

E i grandi vincono sui piccoli.

I ricchi sui poveri. I potenti sugli oppressi.

E nel Pianeta Forca… “prima i forcaioli”.

Ma così le favole al contrario di Rodari diventano bugie.

I libri di Lionni, come “Piccolo giallo piccolo blu”

per loro corrompono gli animi e tradiscono la tribù.

Metterli all’indice dà grande soddisfazione

che leggerli è solo perversione.

6.

Per i biechi neri, i bambini devono imparare

a obbedire, stare in fila e rispettare.

Hanno inventato una teoria che non c’è,

la chiamano “gender”. Sapete perché?

A mo’ di spaventapasseri, di caricatura

la scaglian su chi educa a una solidale libertà,

che paura a loro fa.

7.

E allora strepitano: è perver-cosa… è zeperzone…è pepperone…

(uffa, non riesco nemmeno a scriverla, questa parola, che desolazione)

insomma, è quella roba là.

Per loro, abolire i “perché” e punire gli errori: educare è tutto qua.

Facile educare così, con la frusta delle parole.

La scuola diventa una caserma e il mondo una prigione.

Correggere i birboni e drizzare le schiene.

Che altrimenti, tutti liberi, tutti felici,

tutti assieme… che perversione!

8.

Ma per tenere alla larga i biechi neri

bisogna sempre fare il gioco del perché.

Dateci, avanti, una spiegazione.

Perché perversione?

Diciamolo chiaramente e ponete al caso attenzione:

non è che sta nei vostri occhi

la perversione?

9.

Bambine e bambini, giocate assieme,

vestitevi come vi pare.

Siate quel che volete, bimbi o bimbe, come preferite

ma sempre restate umani

e mettetevi nei panni altrui,

chiedete sempre perché

e fate linguacce e sberleffi

alla ragione della forza

all’obbedienza verso i prepotenti

alla mancanza di compassione.

Allora verranno giorni meno bui.

Siate solidali dopodiché

il resto verrà da sé.




38 anni dall’omicidio di Fausto e Iaio

Immagine di Fausto e Iaio
Fausto e Iaio

Sono passati 38 anni da quel 18 marzo 1978, ma dell’omicidio di Fausto e Iaio ancora non si sa nulla. In realtà dal punto di vista storiografico si sa tutto, si sa chi li ha uccisi – tre fascisti, di cui si sa nomi e cognomi – si sa chi non ha voluto indagare da subito negli ambienti giusti – la questura di Milano e le “forze dell’ordine”. E’ solo dal punto di vista giudiziario che, come per Piazza Fontana e per la maggior parte delle stragi fasciste che hanno insanguinato questo paese, non si sa e probabilmente mai si saprà cosa è successo e i colpevoli non verranno puniti.

Anche perché vorrebbe dire punire, in primis, lo Stato. Ed è difficile credere che lo Stato – in particolare quello italiano – sia in grado di punire se stesso.

E l’impunità continua.

Di seguito l’intervista alla sorella di Iaio, Maria, dal sito del Fatto Quotidiano di oggi due anni fa:

8 marzo 1978, Via Mancinelli, ore 19.55 di 35 anni fa. Ci descriveresti le emozioni di quella sera??

Mio fratello doveva andare a casa di Fausto a cena. Lo conoscevo, lo vedevo spesso al Leoncavallo.Quella sera ero fuori con i miei amici e al ritorno al centro ho appreso la notizia.

Continuavo a ripetermi che non fosse possibile ed il pensiero più doloroso fu per i miei genitori; quando li vidi la compassione fu il sentimento più forte. Fui subito circondata da molto affetto. Avevo solo 21 anni.

La mattina seppi che i miei erano stati prelevati dalla polizia per andare in ospedale, invece li avevano portati in obitorio.

Da tutta la città si radunarono spontaneamente in via Mancinelli moltissime persone; si svolse un corteo ma non avvenne niente di quello che chi gestiva l’ordine pubblico voleva, ossia sfogo della rabbia, repressione ma solo tanto dolore. Erano passati solo due giorni dal rapimento di Aldo Moro e quella notte non si vide un poliziotto.

Si alternarono varie versioni sulle cause, cominciarono i depistaggi poi la rivendicazione dei NAR. Il tuo pensiero in proposito??

I depistaggi iniziali ci fecero molto male e dovemmo difendere la memoria di Fausto e Lorenzo. La mano era fascista; sia noi che la madre di Fausto ne eravamo convinti.

La rivendicazione, il fatto che fossero neofascisti venuti da Roma, ci persuase si trattasse di omicidio politico, qualcosa di molto più grande di due giovani ragazzi. I fili erano mossi dall’alto. Perché proprio loro due? Questa era la domanda di tutti. Cominciò un periodo di controinformazione spontanea di singole persone, giornalisti, rischiosa perché si comprendeva che la vicenda era complessa e i mandanti in alto.

Il rapimento dell’onorevole Moro; Fausto abitava in Via Monte Nevoso; l’implicazione di Massimo Carminati; il dossier di Fausto e Iaio che scompare. C’è a tuo avviso un filo logico che lega questi episodi?

Le ipotesi formulate sulla vicenda di Via Monte Nevoso hanno avuto l’effetto di confermarmi che l’omicidio non è avvenuto per caso, come niente succede a caso. Tuttavia, non ho abbracciato le varie ipotesi: non mi è necessario per accettare di più la morte.

Anni di indagini ed, infine, l’archiviazione nel 2000. Qual è, se c’è, il segreto, la cosa indicibile che si nasconde dietro l’assassinio di tuo fratello??

L’indicibile su Fausto e Iaio? Toccherebbe in alto. Noi familiari e amici abbiamo sempre sostenuto che la verità storica è che con l’uccisione di mio fratello e Fausto si è voluto dare un segnale ad un’ intera generazione, al Movimento , colpendo due ragazzi come tanti nei quali identificarsi.

Tutto questo affetto e la solidarietà mai sopita ti danno speranza che un giorno, finalmente, si possa arrivare alla verità?

Dopo l’archiviazione nel dicembre 2000 con l’amarezza arrivò anche la consapevolezza di dover scegliere un altro modo di ricordare, al di la della rabbia e l’impotenza; decidemmo di intraprende la strada della memoria.

Questo non solo per ricordare la loro morte, ma i loro ideali, quelli di due giovani di 18 anni che amavano la vita. Abbiamo creato l’Associazione familiari e amici di Fausto e Iaio e cerchiamo di essere presenti sul territorio, con iniziative culturali e sociali, rivolte soprattutto ai giovani.

Tutto ciò fa piacere, ma non credo che il ricordare anche a distanza di 35 anni Fausto e Iaio, possa riaprire le aule dei tribunali. Mi dispiace sopratutto per Danila, mio padre, mia madre che,con dignità, continuano la loro vita di anziani malati ma circondati da tanto affetto. Nessuna giustizia,certo, ma non mi ritrovo con chi in nome di questa ed altre ingiustizie vive nella rabbia. Penso che continuare a rivendicare non faccia altro che alimentarla.

Link su Fausto e Iaio:

Sono stati scritti alcuni libri sulla storia di Fausto e Iaio, ma sono tutti fuori catalogo:

  • AA.VV., Fausto e Iaio: 18 marzo 1978. Trent’anni dopo. Con DVD, Costa & Nolan, 2008:
  • Daniele Bianchessi, Fausto e Iaio, Dalai Editore, 1996

Magari li trovate in qualche biblioteca decente.

Immagine del murale per Faussto e Iaio in via Mancinelli a Mialano
Il murale per Faussto e Iaio in via Mancinelli a Mialano

 




Piazza Fontana e la strategia della tensione: 50 anni di incubo

Immagine della prima pagina di un giornale il giorno dopo la Straged di Piazza FontanaSono almeno 50 anni che l’Italia vive sotto l’incubo della “strategia della tensione”, quella strategia – per usare le parole del giudice Salvini – “fatta di bombe nelle banche, di stragi di civili sui treni e nei comizi sindacali”. Una strategia che inizia ad essere teorizzata nei primi anni ’60, per poi essere messa in pratica esattamente 46 anni, con la Strage di Piazza Fontana. Una strage su cui, sempre usando le parole di Salvini,

sono stati celebrati dieci processi, con depistaggi, fughe all’estero di imputati, latitanze più che decennali, condanne, assoluzioni. Fino alla definitiva assoluzione dei presunti esecutori: Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi. Ma non dell’area nazifascista che aveva organizzato la strage e di quella parte degli apparati dello Stato con loro collusa, per favorire, attraverso la paura, l’insediamento di un governo autoritario in Italia

Il giudice Salvini, che del processo per la Strage di Piazza Fontana è stato protagonista per anni, dice cose chiare, che ormai sono storia, ma che – guarda caso – nei libri di storia si trovano a fatica. Chissà come mai.

Perché la strategia della tensione – ci racconta oggi Saverio Ferrari in un bell’articolo su il manifesto – inizia ben prima del 12 dicembre 1969. Nel luglio del 1960 il tentativo del governo Tambroni di creare un blocco di destra nel nostro paese viene bloccato dalle piazze. In tutta Italia si accende una vera e propria rivolta popolare, che porterà la polizia di Scelba a fare una vera e propria strage: inque furono i manifestanti uccisi solo a Reggio Emilia, il 7 luglio, dove la polizia esplose 182 colpi di mitra e 39 di pistola, e quattro tra Licata, Palermo e Catania.

Per la destra italiana – cioè per tutta quella nomenclatura politica, industriale e militare che sosteneva Tambroni e la sua alleanza con l’MSI – fu un colpo durissimo, e dimostrò loro che, nonostante tutto, la sinistra era forte nel nostro paese, proprio a livello di sensibilità e cultura, e non tanto e non solo a livello elettorale.

La loro reazione fu durissima, come ci racconta Ferrari:

Da qui una riflessione strategica sul contrasto al “comunismo” che attraversò in particolare la sua parte più radicale. A ispirarla fu Julius Evola che dopo i fatti di Genova delineò l’esigenza di un golpe di destra. Su L’Italiano di Pino Romualdi, già nell’agosto 1960, scrisse che per fermare «il comunismo come forza sovversiva organizzata» e «cancrena ormai ramificata nel nostro Paese», bisognava preparare il «colpo decisivo», «l’ora X», così la definì, da attuare mediante l’esercito, con il sostegno della Nato e l’appoggio del Vaticano.

Da quel momento iniziò una “teorizzazione” della lotta anti-comunista che coinvolse non solo le frange più estreme del fascismo italiano, ma anche pezzi importanti delle istituzioni, non ultimi l’esercito e le forze dell’ordine.

Il luglio 1960 ebbe un forte impatto anche fra le gerarchie militari dove si fecero strada nuove teorizzazioni, mutuate anche dalla riflessione di altri stati maggiori, in primis quello francese reduce dalla sconfitta d’Algeria, incentrate sull’esistenza ormai di un nuovo tipo di guerra, non più condotta unicamente sul piano della forza militare, ma attraverso il condizionamento delle masse. Il “nemico” era ormai all’interno del nostro Paese.

Nasce così un asse micidiale, fatto di fescisti, militari d’altissimo rango, politici di governo e, probabilmente (come ci dice la storia di Gladio), anche di soggetti non italiani (non dimentichiamoci che siamo in piena “guerra fredda”, e che la “crisi dei missili” è del 1961. E che Kennedy viene ammazzato nel 1963…), con tutto un grosso apparato di riflessione.

Si organizzò più di un convegno da parte delle alte gerarchie militari. Il primo, dal titolo «La minaccia comunista sul mondo», si tenne a Roma, tra il 18 e il 22 novembre 1961, finanziato direttamente dal “fondo di propaganda” della Nato. Tra i presenti numerosi ministri dei maggiori Paesi occidentali, alti ufficiali della Nato e numerosi fascisti come Giano Accame e Mario Tedeschi.

Copertina degli atti del convegno "La guerra rivoluzionaria", a cura dell'Istituto Pollio, tenutosi a roma nel 1965Seguirà il famoso convegno su «La guerra rivoluzionaria» del 3–5 maggio 1965 all’Hotel Parco dei Principi di Roma, promosso sempre dai vertici militari attraverso l’Istituto Alberto Pollio (Capo di Stato maggiore dell’esercito nel 1914, conosciuto per le sue posizioni reazionarie, favorevole, tra l’altro all’uso della forza militare contro le folle), cui parteciparono molti di coloro che negli anni successivi sarebbero divenuti tra i principali protagonisti, sul piano operativo, della strategia della tensione.

A dirigere i lavori fu chiamato il tenente-colonnello Adriano Magi Braschi responsabile del Nucleo guerra non ortodossa dello Stato maggiore dell’esercito. Tra i relatori: Ivan Matteo Lombardo, socialdemocratico legato a Edgardo Sogno, Pino Rauti di Ordine nuovo, Fausto Gianfranceschi, ex Fasci d’azione rivoluzionaria, Giorgio Pisanò, Enrico De Boccard, ex Guardia nazionale repubblicana, Guido Giannettini, agente dei servizi segreti, Pio Filippani Ronconi, ex ufficiale delle SS italiane, e Alfredo Cattabiani, tra i massimi esponenti dell’integralismo cattolico.

Ad assistere ai lavori furono invitati anche una ventina di esponenti di Avanguardia nazionale, in prima fila Mario MerlinoStefano Delle Chiaie. Tra il pubblico anche Carlo Maria Maggi, il reggente di Ordine nuovo nel Triveneto, che sarà poi condannato per la strage del 1974 di piazza Della Loggia a Brescia. I convenuti poterono anche disporre di documentazioni curate dal Centro alti studi militari e dello Stato maggiore difesa.

Vorrei che ci si soffermasse sui nomi di cui sopra e dell’ambiente da cui provenivano e di cui facevano parte:

persone che erano o erano state ai vertici dell’Esercito, ex SS, fascisti, servizi segreti, ex partigiani di destra, cattolici integralisti.

Continua Ferrari:

Furono dunque i vertici militari italiani a trasmettere la cultura della «guerra non ortodossa» ai gruppi neofascisti. Non trascurabile fu il ruolo dell’Istituto Pollio, che non si limitò a organizzare convegni, svolgendo una funzione di collegamento dello Stato maggiore dell’esercito con l’estrema destra nel quadro di una cooperazione civili-militari in funzione anticomunista. Una cooperazione che, alla metà degli anni Sessanta, usciva dal piano delle mere elaborazioni teoriche per passare su quello delle realizzazioni pratiche.
La strada verso la stagione delle bombe e delle stragi era ormai aperta. A guidarla, un ampio schieramento reazionario composto da militari, da apparati di intelligence e di polizia, da settori del mondo economico e politico, con i fascisti sussunti in veste di manovali.

Quanto dice Ferrari non è frutto di “teorie complottiste”, ma è quanto emerge da anni di processi, che anche se non sono riusciti a portare a delle condanne, hanno però messo in luce definitivamente chi e perché fu, per esempio, attuata la Strage di Piazza Fontana. Dice il giudice Salvini:

Tutte le sentenze su Piazza Fontana anche quelle assolutorie, portano alla conclusione che fu una formazione di estrema destra, Ordine Nuovo, a organizzare gli attentati del 12 dicembre. Anche nei processi conclusesi con sentenze di assoluzione per i singoli imputati è stato comunque ricostruito il vero movente delle bombe: spingere l’allora Presidente del Consiglio, il democristiano Mariano Rumor, a decretare lo stato di emergenza nel Paese, in modo da facilitare l’insediamento di un governo autoritario. Come accertato anche dalla Commissione Parlamentare Stragi, erano state seriamente progettate in quegli anni, anche in concomitanza con la strage, delle ipotesi golpiste per frenare le conquiste sindacali e la crescita delle sinistre, viste come il “pericolo comunista”, ma la risposta popolare rese improponibili quei piani.

Ciò non significa che non siano stati individuati dei colpevoli:

Almeno un colpevole c’è anche nella sentenza definitiva della Cassazione del 2005. Si tratta di Carlo Digilio, l’esperto in armi e in esplosivi del gruppo veneto di Ordine Nuovo, reo confesso, che fornì l’esplosivo per la strage ed il quale ha anche ammesso di essere stato collegato ai servizi americani.
[…]
Ma in tutte le tre ultime sentenze risultano confermate le responsabilità degli imputati storici di Piazza Fontana, pure loro di Ordine Nuovo: i padovani Franco Freda e Giovanni Ventura. Essi però, già condannati in primo grado nel processo di Catanzaro all’ergastolo, e poi assolti per insufficienza di prove nei gradi successivi, non erano più processabili. Perché in Italia, come in tutti i paesi civili, le sentenza definitive di assoluzione non sono più soggette a revisione.

Quando si dice che della Strage di Piazza Fontana “non si sa la verità” si mente sapendo di mentire. Della Strage ormai si sa quasi tutto. Per esempio:

L’elemento nuovo, storicamente determinante, sono state le testimonianze di Tullio Fabris, l’elettricista di Freda che fu coinvolto nell’acquisto dei timer usati il 12 dicembre per fare esplodere le bombe. La sua testimonianza venne acquisita solo nel 1995. Un ritardo decisivo e “provvidenziale”. Perché Fabris nel 1995 descrisse minuziosamente come nello studio legale di Freda, presente Ventura, furono effettuate le prove di funzionamento dei timers poi usati come innesco per le bombe del 12 dicembre.
Le nuove indagini hanno anche esteso la conoscenze dei legami organici fra i nazifascisti, elementi dei Servizi Segreti militari e dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, diretto all’epoca da Federico Umberto D’Amato.
[…]
Il gruppo di Freda acquistò valige fabbricate in Germania in un negozio di Padova e comprò i timer di una precisa marca che mise nelle valige insieme con l’esplosivo procurato probabilmente dal gruppo veneziano che disponeva di propri depositi. Alcune valige furono portate a Roma e consegnate ad esponenti di Avanguardia Nazionale che effettuarono gli attentati minori all’Altare della Patria. Altri militanti invece raggiunsero Milano con altre due valige esplosive, attesi dai referenti locali di Ordine nuovo. Una bomba alla Banca Commerciale in piazza della Scala non esplose, l’altra alla banca dell’Agricolura, in piazza Fontana, provocò la strage.
Entrambi gli obiettivi,le banche e l’Altare della Patria, potevano essere letti in una chiave anticapitalista ed antimilitarista in modo da far ricadere la colpa sugli anarchici ed in genere sulla sinistra.

La copertina del libro "La strage di Stato", che per primo smarcherò il connubio tra pezzi dello stato e fascisti nella Strage di Piazza FontanaPiazza Fontana fu l’inizio di una strategia – la Strategia della tensione, appunto, – atta a destabilizzare il paese, a creare il terrore – quindi fu Terrorismo – per evitare che le forze progressiste del paese potessero diventare maggioritarie. E, come si urlava nei cortei fino a pochi anni fa (spero ancora oggi), “le bombe nelle piazze, le bombe nei vagoni, le mettono i fascisti, le pagano i padroni”: uno slogan che sintetizza perfettamente quello che Ferrari e Salvini spiegano sopra con dovizia di particolari.

La strategia della tensione ha ucciso centinaia di innocenti, per poter mantenere lo status quo e non permettere agli italiani di compiere quel cambiamento che con 1968 – ’69 stava iniziando.

Terrorismo di Stato.




Rom e Sinti: il genocidio dimenticato

Copertina del libro di Carla Osella, "Rom e Sinti. Il genocidio dimenticato"
Carla Osella, “Rom e Sinti. Il genocidio dimenticato”

In cammino con gli zingari” di Margherita Bettoni, il manifesto del 7 febbraio 2013

Il volume di Carla Osella «Rom e Sinti. Il genocidio dimenticato», edito da Tau, narra le storie raccolte durante un viaggio, lungo quarantamila chilometri, tra i campi di sterminio

Amalie Reinhardt, prima di cinque figli di una famiglia sinti, ha solo nove anni quando suo padre e sua madre vengono arrestati e condotti nel campo di concentramento di Dachau. È il 1938 e la Germania nazista conduce già da qualche anno una politica di persecuzione verso quelli che chiama «Zigeuner», gli zingari. Amalie e i suoi fratelli sono portati nel collegio di San Giuseppe a Mulfingen, nel sud della Germania. La struttura ospita 41 piccoli sinti che, in un primo momento, vengono risparmiati allo sterminio. Non si tratta qui però di buon cuore nazista: i bambini sono le cavie della giovane ricercatrice Eva Justin e del suo tutore, il dottor Robert Ritter.

I due sottopongono i piccoli a test pseudo-scientifici allo scopo di determinarne l’inferiorità razziale. Nel 1943 la Justin arriva alla conclusione che rom e sinti sono pericolosi per la razza ariana in quanto portatori del pernicioso gene del nomadismo e ne consiglia quindi la sterilizzazione forzata. La giovane tedesca consegue il dottorato in antropologia e i bambini, ormai inutili, sono deportati ad Auschwitz.

Trentacinque di loro sono gasati poco dopo l’arrivo al campo di concentramento, Amalie Reinhardt viene invece giudicata abile al lavoro e viene spostata nel lager femminile di Ravensbrück, dove sopravvive allo sterminio.

Pellegrinaggio del dolore

La vicenda della piccola sinti è una delle tante storie raccolte nel nuovo libro di Carla Osella Rom e Sinti. Il genocidio dimenticato, pubblicato da Tau Editore (pp. 246, euro 15). Il «pellegrinaggio nel dolore di una popolazione», così come lo definisce Osella, inizia nel 2005 e porta l’autrice e la sua assistente Francesca Sardi sui luoghi dello sterminio rom e sinti.

È un viaggio lungo quarantamila chilometri che attraversa venti paesi: dalla Francia all’Olanda, dalla Polonia all’Ucraina. Per sette lunghi anni, Osella e Sardi visitano campi di concentramento, ghetti ma anche centri di eutanasia e foreste, luoghi in cui rom e sinti vennero imprigionati, uccisi o gravemente menomati dagli esperimen-ti condotti sui loro corpi dalla follia nazista.

Dal ghetto di Lódz, al lager di Mauthausen, passando per il collegio di San Giuseppe, filo rosso della ricerca sono le testimonianze dirette dei sopravvissuti o di persone che, indirettamente hanno assistito al genocidio, spesso dimenticato, del «popolo del vento».

Uno sterminio dalle cifre incerte: i dati ufficiali parlano di seicentomila persone ma c’è chi sostiene che, a fine guerra restassero solo due milioni e mezzo dei dieci milioni di rom e sinti presenti in Europa prima dell’avvento nazista.

«Il libro – afferma Carla Osella – è il mio omaggio al popolo invisibile con il quale ho scelto di condividere la storia della mia vita».

Raccontare del genocidio è per l’autrice un «modo per far parlare questa popolazione»; la peculiarità di Rom e Sinti. Il genocidio dimenticato è infatti quella di dare voce, in prima persona, ai testimoni diretti dello sterminio. «Di solito siamo noi a parlare di loro – dice Osella – mentre questa volta ho voluto che fossero loro a raccontarsi».

Carla Osella, presidente di «Aizo rom e sinti» conosce bene il popolo per e con il quale lavora da quarantun anni. L’occasione di conversare con la gagè (la non zingara) che i rom e i sinti chiamano «bibì Carla», la zia Carla, è data da una serata di presentazione dell’ultimo libro a Trento.

Un libro che si scopre avere radici nel suo passato familiare.

«Vengo da una famiglia antifascista – racconta con l’allegro accento torinese che la contraddistingue -. Mia madre è di Boves, la città incendiata dai nazisti. Mia nonna era antifascista ed i miei zii a Cuneo si rifiutavano di levare dalle camice il simbolo dell’Azione Cattolica. Per questo ciclicamente le camice nere li portavano dietro ai portici e gli facevano ingerire olio di ricino. I racconti di mia madre parlavano spesso di questo antifascismo che ho poi respirato anche nella facoltà di sociologia dove ho studiato, che a quei tempi era ’rossa’. L’antifascismo unito alla simpatia nei confronti del popolo con il quale convivo da quarantun anni ha fatto nascere l’idea di un libro che portasse alla luce i ricordi ed i fatti legati al genocidio quasi sconosciuto di questo popolo che ha il diritto di essere riconosciuto nella proprio dignità».

Il legame di Carla Osella con i sinti e con i rom nasce ai tempi della giovinezza ed è veicolato dall’immagine che ne danno i genitori. «I miei erano commercianti e i sinti di quell’epoca erano nostri clienti. I miei genitori me li hanno sempre presentati in maniera positiva, come persone da non discriminare. In realtà – continua poi a raccontare – da giovane sognavo di fare l’avvocato in Sudafrica per difendere i neri; invece, mi sono fermata qui in Italia ed ho iniziato a lavorare con i sinti, dapprima con i bambini e poi con gli adulti».

Entrare in contatto con questo popolo non è stato facile: «Ero una ragazza giovane che doveva riuscire a penetrare un mondo maschilista. La mia fortuna è stata quella di fare sempre riferimento alle donne, le mie prime alleate. Chi fa volontariato con i sinti e con i rom di solito va dagli uomini, dai capifamiglia. Ma io venivo dal sessantotto universitario e mi sono alleata con le donne. Quando hanno visto che entravo nel loro mondo in punta di piedi, che volevo conoscerle e fare qualcosa mi hanno accettata. Fondamentale però è stato anche abitare con loro, andare a raccogliere il ferro con loro, condividere insomma il loro vissuto quotidiano».

Intolleranze quotidiane

Quando le si chiede cosa bisognerebbe fare per entrare in contatto con questo popolo, Osella scuote il capo: «Prima di tutto bisognerebbe cambiare mentalità. Oggi viviamo un aumento di intolleranza nei confronti non tanto dei sinti italiani quanto dei rom rumeni, che arrivano a migliaia. Bisognerebbe essere capaci di accoglierli così come sono, concedere loro dei diritti, ma anche richiedere dei doveri. Se assistiamo a delle situazioni degradanti è anche perché alcuni comuni hanno portato avanti delle linee di assistenzialismo anziché cercare di risolvere il problema alla base».

E a livello istituzionale? «Il primo passo dovrebbe essere quello di concedere la cittadinanza perché ci troviamo di fronte a persone nate in Italia ma senza permessi di soggiorno, persone che sono senza documenti, quindi inesistenti. Poi bisognerebbe puntare sul lavoro, sui giovani e sui corsi di qualificazione: una certa autonomia lavorativa permetterebbe loro di non far proliferare attività illegali. E poi c’è il problema delle abitazioni: in Italia abbiamo vere e proprie favelas. Molti pensano che i rom siano delle persone libere, ma è una gran bugia: chi vive in baracca, chi vive tra i topi non è mai una persona libera».

Le richieste di Carla Osella difficilmente trovano ascolto a livello politico. «Tuttavia ci stiamo accorgendo che questa campagna elettorale è diversa dalle altre: per fare un nome tra tanti, Berlusconi non ha ancora attaccato le minoranze. Monti non è interessato al tema. Sono più presi a farsi la guerra l’un l’altro. Bersani è stato l’unico a parlare a favore degli immigrati. Questa è la prima campagna, da quindici, vent’anni in cui gli stranieri non vengono utilizzati come carta per guadagnare voti. Persino la Lega Nord si sta moderando, forse perché deve prima leccare le ferite di casa propria».

I pogrom delle periferie

Per cambiare veramente qualcosa servirebbe tuttavia l’intervento dei singoli, della cosiddetta gente comune che, e Osella ne è convinta, ha il potere di far prendere una direzione nuova alla storia. «Provoca rabbia vedere come troppo pochi si occupino di questo problema. Anche i comuni stessi potrebbero fare molto di più. L’Europa ha stanziato settecento milioni di euro per la gestione dei rom e dei sinti in Italia. Io guardo i campi dove sono costretti a vivere e mi chiedo: che fino hanno fatto questi soldi?» Secondo Osella basterebbe avere il coraggio di parlare per modificare una situazione di intolleranza che in Italia sfocia spesse volte in veri e propri episodi di odio etnico, come il rogo della Cascina della Continassa, seguito alle false accuse di una sedicenne che aveva raccontato al fratello di essere stata stuprata da alcuni rom, raccontato da Osella e da Mara Francese nel libro-diario Il Pogrom della Continassa, edito da Sabbiarossa nel 2012.

Una vita, quella di Carla Osella, passata dunque a dar voce a quel popolo di ultimi, di dimenticati che spesso passano sotto silenzio, così come è passato sotto silenzio il loro genocidio. Spesso vittime di un’insofferenza diventata odio i sinti ed i rom vengono discriminati e condannati in quanto popolo. «Bisognerebbe non fare di tutta l’erba un fascio – dice ancora. E avere la grandezza di Ceija Stojka (scomparsa qualche giorno fa, ndr), rom austriaca che ho intervistato per il mio ultimo libro, che, sopravvissuta all’inferno di Bergen-Belsen vivendo nascosta tra le cataste di corpi morti, parlando dei nazisti ha ancora il coraggio di dire ’io non mi sento di odiarli, perché sono uomini come noi’».

 L’AUTRICE · La «gagè» che vive in luoghi abusivi.

 Nata a Torino Carla Osella è pedagogista, pubblicista e scrittrice. Nel 1971 inizia a vivere con un gruppo di sinti piemontesi nei siti abusivi. Sono proprio loro a chiederle di fondare un sindacato. Osella dà allora vita assieme a 431 famiglie sinte alla «Aizo rom e sinti», un’associazione di volontariato che intende operare per la tutela dei diritti civili e politici del popolo Rom e Sinto. Ne diventa presidente e, nel 1978, inizia a pubblicare il bimestrale di antropologia e politica «Zingari Oggi», al quale segue la collana «Quaderni Romani». Nel 2012 è eletta, quale unica gagè, alla «Commissioner for Holcaust» nell’ambito del Congresso Mondiale della Popolazione Rom (Wro). Carla Osella, che i rom e sinti di diversi paesi chiamano «la bibì», la zia, lavora da quarantun anni a stretto contatto con il popolo al quale ha dedicato numerosi libri. Fra questi, si segnalano: «I rom. Il popolo che segue il sole» (2009), edito da Effatà; «Il Pogrom della Continassa. I rom a Torino» (2012), scritto a quattro mani con Mara Francese ed edito da Sabbiarossa; «Rom e sinti. Il genocidio dimenticato» (2013), pubblicato da Tau Editore.




Resistenza e revisionismo storico: un esempio

Eugenio Maggi detto “Tebba”

Ogni tot esce sui “media” nazionali la questione del revisionismo storico, che non è, come dovrebbe essere, la capacità di reinterpretare la storia sulla base di nuove fonti e nuove ragioni, ma il tentativo di riscriverla sui bisogni dei nuovi potenti (o dei vecchi riciclati).

Il caso forse più famoso in Italia è quello di Giampaolo Pansa, giornaliste, ex partigiano, che col nuovo millennio fa il salto della quaglia e passa all’estrema destra dei negazionisti, più che dei revisionisti. Il suo libello più famoso è Il sangue dei vinti, pubblicato da Sperling e Kupfer nel 2003, che racconta degli anni subito successivi la Liberazione in cui molti ex-fascisti riciclati furono giustiziati da ex partigiani (e non solo). Vittime, secondo l’autore, che però ben si guardò di raccontare cosa avevano fatto queste “vittime” quando erano al potere.

Sotto un esempio.

Eugenio Maggi detto, “Tebba” e Francesco Fusaro, detto “Franceschin”, furno arrestati a Sestri Ponente (Ge) nel luglio del 1944, interrogati e torturati cal commissario Veneziani, responsabile della sezione Politica della questura di Genova. Veneziani, ucciso dopo la Liberazione, è citato (ma senza spiegare chi fu) nel libro “Il sanguedei vinti” di … e considerato una “vittima”.

In seguito Tebba e Franceschin finirono a San Vittore, carcere milanese, poi a Bolzano e infine deportati nel campo di concentramento di Dachau.

Tebba e Franceschin, però, furono tra il 4% dei deportati italiani – 45.000 persone, tra ebrei, militari e “politici” – quindi 1.800 persone, che riuscirono ad arrivare vivi al 29 aprile 1945, quando gli alleati liberarono il campo di concentramento.

Eugenio Maggi al momento della liberazione pesava 30 kg. Si è suicidato nel 2003, come Primo Levi e tanti altri, che non sono mai riusciti a superare i mesi di prigionia.




“Mafalda” se n’è andata…

Copertina del libro "Mafalda e la siepe di ginestre. Racconto partigiano"
Mafalda e la siepe di ginestre. Racconto partigiano

Ci ha lasciati nel giorno del suo novantesimo compleanno la staffetta partigiana “Mafalda” Elena Antonelli.

Era nata il 15 febbraio del 1921; il babbo Cesare, antifascista originario del Mugello e tagliaboschi di mestiere, l’aveva chiamata Lenina, nome che nel 1929 per decisione del Tribunale speciale le fu cambiato d’ufficio in Mafalda.

All’indomani dell’8 settembre 1943, la ragazza, con il nome di copertura di “Elena” fu protagonista attiva nell’organizzazione a Montecucco, nel comune di Cinigiano (Gr) di una delle prime bande partigiane della Maremma, insieme alla sorella Leonida allora sedicenne e allo zio Guglielmo. “Elena” tenne i collegamenti con i partigiani della Brigata “Lavagnini” dell’Amiata e con il comando di Siena del “Raggruppamento Amiata”. Mafalda, però, fu costretta a cambiare zona per sfuggire alla caccia dei repubblichini e, spostatasi nel mancianese, si unì al VII Raggruppamento bande, comandato dal Tenente Luigi Canzanelli; con il “tenente Gino” continuò la sua preziosa attività distaffetta partigiana e di infermiera. Stimata dai partigiani e dalle famiglie contadine della zona, superò ben due rastrellamenti, anche quello che vide cadere il Tenente Luigi Canzanelli. Smarritasi di notte nel fitto della boscaglia”Elena” subì un trauma che l’avrebbe condizionata per oltre vent’anni.

Alla Liberazione, in riconoscimento del suo impegno di patriota, a Mafalda Antonelli fu consegnato il diploma firmato dal Maresciallo H. G. Alexander, Comandante supremo delle truppe alleate nel Mediterraneo. Delusa dalle aspettative che il dopoguerra non seppe mantenere, Mafalda emigrò in Svizzera con la famiglia, dove conobbe e sposò un emigrato spagnolo con il quale condivise la gioia di una figlia.

Dobbiamo ringraziare il Professor Nedo Bianchi, che con il suo impegno e la sua passione, ha avviato una ricerca storica sulla Resistenza in Maremma. Nel suo racconto partigiano “Mafalda e la siepe di ginestre” ci restituisce la figura di questa giovane donna che altrimenti, come tanti personaggi e fatti della Resistenza, sarebbe stata condannata all’oblio. Nel ricordarla con immutato affetto la nostra associazione rinnova le espressioni del più profondo cordoglio a Garcia Ramon e alla figlia Uliana .

Fonte: Anpi – Comitato provinciale di Grosseto




Il giorno della memoria

A forza di essere vento. L'olocausto degli zingari
A forza di essere vento

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari

e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto,

perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,

e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,

ed io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,

e non c’era rimasto nessuno a protestare.

(Bertolt Brecht)




Primavera 1975: Varalli e Zibecchi




Aggressione fascista all’Università di Siena

Fonte: Caat Toscano

Nella notte tra venerdì e sabato la facoltà di lettere di Siena e’ stata letteralmente assaltata da un gruppo di “persone” che hanno tentato per almeno due ore, prima di entrare e poi di far uscire, i ragazzi che, ormai da giorni, stavano occupando la facoltà, per i grossi problemi e le grosse difficoltà in cui si trova l’ateneo in questo periodo….e più in generale il mondo della scuola tutto.

L’occupazione degli studenti di sinistra si stava e si sta rivelando un iniziativa piena di entusiasmo e di ottimi risultati ottenuti con svariate iniziative dibattiti e occasioni di confronto e culturali. Il tutto in un contesto pacifico tranquillo e in collaborazione con molte realtà, anche esterne, ma solidali col mondo della scuola e del lavoro. In questo contesto e’ avvenuto ciò, che dal nostro punto di vista, va inquadrato in un attacco di piuttosto chiara matrice fascista. Diciamo questo perchè lo schema usato e’ sempre il solito..si recluta un numero piuttosto ridotto di persone più o meno riconducibili alla destra militante, si mandano in spedizione punitiva con il compito di provocare e, magari, far scoppiare una piccola rissa per poi poter usare l’accaduto dimostrando che le iniziative come le occupazioni, o più in generale, le proteste di studenti o masse popolari, non sono altro che scuse per fare “casino” ….Se questo, come in questa occasione, non va a buon fine si riduce tutto ad una “bravata” di un gruppetto di ragazzi che aveva alzato un po’ troppo il gomito….noi ci chiediamo…come mai se l’aggressione viene da destra e’ sempre e solo una bravata?Basta arrivare in questura puzzando d’alcool per essere automaticamente giustificati?La polizia e la magistratura hanno il dovere di fare in modo che i responsabili, già identificati, vengano puniti per ciò che hanno fatto e rispondano delle provocazioni e delle aggressioni di cui si sono resi protagonisti…furto di un pc, incendio doloso interno ad una biblioteca universitaria con persone presenti nell’istituto(si può ipotizzare il tentato omicidio?), aggressioni verbali e tentativo di sfondamento di un portone…..Vogliamo pensare e sperare che la gestione di questa faccenda sia altrettanto solerte e impegnata da parte delle forza dell’ordine come lo e’ in altre occasioni…noi staremo qui a vigilare che i diritti dei cittadini siano rispettati e che il tutto non venga archiviato come una “bravata”, perché questo non sarebbe tollerabile. Non ci possono essere due metri e due misure sempre! Siamo stanchi di questi giochetti !!!

Pensiamo che questo evento, come tanti altri sia la chiara espressione di ciò che sta’ succedendo in Italia negli ultimi tempi…queste sono tutte prove di forza, tentativi di schiacciare e zittire intimorendo chi non vuole stare zitto, chi non vuole sottomettersi alla deriva verso cui sta andando il nostro paese, chi vuole occupare per protestare e far sentire la sua voce, chi vuole manifestare liberamente e chi vuole aggregarsi in comitati coordinamenti etc per organizzarsi e combattere questo stato delle cose.

In questo contesto proprio oggi sabato 8 maggio e’ ufficialmente nato il CAAT (Coordinamento antifascista e antirazzista toscano)di Siena. La finalità di questo coordinamento e’ quella di vigilare ed agire perché cose come queste non succedano più…. e se succedono devono essere prontamente denunciate assicurandosi che chi si fa’ promotore e braccio del fascismo venga fermato e isolato. Non bisogna lasciare nessuna agibilità ai fascisti….nemmeno a quelli che si professano benefattori e pacifisti perchè sono tutte maschere, sono espedienti per mescolarsi alla gente per poi accoltellarla alle spalle.

Come CAAT di Siena vogliamo dare la più sentita solidarietà agli studenti che hanno occupato la facoltà di lettere e che,per questo, hanno subito questo attacco infame . Vogliamo dare il nostro più ampio sostegno e sprono a continuare la loro lotta ancora più motivati di prima. Vogliamo siano sicuri di non essere soli in questa battaglia perché l’unione fa’ la forza e la solidarietà e’ un arma da usare sempre.

Invitiamo tutti i partiti e le istituzioni cittadine a prendere posizione pubblicamente su questa aggressione ed esprimere tutta la loro solidaretà agli studenti!!