24 marzo 1976: Golpe in Argentina. Per non dimenticare

Argentina 24 marzo 1976: golpe militare. Nuovi documenti confermano l’appoggio USA

Sono passati 34 anni dal giorno in cui un golpe militare cambiò tragicamente la storia argentina. In quest’ennesimo anniversario è d’obbligo ricordare le innumerevoli vittime e denunciare i colpevoli, in memoria uno sterminio silenzioso e a purtroppo a lungo taciuto. Intanto emerge sempre più l’appoggio statunitense al governo militare.

desaparecidosIl 24 marzo 1976 una giunta militare composta dal generale Jorge Videla, comandante in capo dell’esercito, dall’ammiraglio Emilio Eduardo Massera, comandante della marina militare, e da Orlando Ramon Agosti, comandante dell’aeronautica, prese il potere con un golpe si stato. Oggi 24 marzo 2007, a distanza di 31 anni, siamo qui a parlare di 30 mila desaparecidos (il 30% di origine italiana), 2.300 omicidi politici ed oltre 10.000 arresti politici, 2 milioni gli esiliati. 500 sono invece i bambini che sono stati sottratti brutalmente alle proprie madri, prima sequestrate e poi sistematicamente uccise dopo il parto, per essere affidati alle famiglie dei militari.

In Argentina, diversamente da quello che avveniva nel vicino Cile di Pinochet, venne adottata una “strategia rivoluzionaria”. Niente arresti di massa o fucilazioni, sebbene fosse subito proclamata la legge marziale, ma sequestri illegali, torture e infine l’eliminazione fisica. Crimini raccapriccianti, un genocidio selettivo, che eliminò con una feroce repressione tutti i meccanismi di solidarietà creati all’interno delle organizzazioni dei lavoratori e dei movimenti sociali urbani, ma anche tanta gente comune, non necessariamente di sinistra: intellettuali, professionisti, operai.

golpe argentinaPerò Argentina e Cile condividono buona parte delle motivazioni che sfociarono con le rispettive dittature militari, sono infatti gli esempi classici di come negli anni settanta, tanto semplicemente quanto brutalmente, venne imposto il neoliberismo in molti paesi in via di sviluppo, ossia attraverso un colpo di stato militare, appoggiato dalle classi dominanti tradizionali, oltre che dal governo statunitense (ora a quanto pare invece primo esportatore mondiale di democrazia). Anche in Argentina infatti al golpe seguirono i prestiti del Fondo Monetario Internazionale e l’affidamento dell’economia ai “Chicago boys” (gruppo di economisti chiamati così in virtù della loro adesione alle teorie neoliberiste di M.Friedman che insegnava all’università di Chicago). Proprio con il golpe gli Usa, in stretta alleanza con i militari riuscirono, a trasformare anche l’Argentina in una cavia di capitalismo estremo, reprimendo qualsiasi movimento di opposizione, e iniziando un opera conclusasi poi con l’Argentina di Memen, rendendo definitivamente il paese schiavo del FMI, del fondamentalismo di libero mercato e dell’ortodossia neoliberista.

Come spesso accadeva quindi c’era l’ombra statunitense ad appoggiare i regimi autoritari e le storie di violenze contro i movimenti popolari, esclusivamente per meri interessi economici e di sfruttamento. Gli Usa infatti accettavano, in particolare in America Latina, l’utilizzo di dittature militari repressive, appoggiandole e stringendoci forti alleanze economiche, sorvolando sulla violazione di qualsiasi diritto di base.

desaparecidos argentinaGli ultimi tasselli per capire la connessione Usa – Argentina sono usciti fuori dagli archivi statunitensi e sono stati resi noti dai National Security Archives, un’organizzazione universitaria non governativa americana molto attiva nel campo della ricerca. Aggiungono qualche particolare a quanto già si sapeva rispetto all’atteggiamento di Washington e dei suoi rapporti con le dittature sudamericane.

Questo è uno dei dialoghi emersi tra il presidente statunitense Henry Kissinger e il ministro degli esteri argentino Cesar Augusto Guazzetti, risalenti al giugno 1976:

Guazzetti: “Il nostro principale problema è il terrorismo….assicurare la sicurezza interna del paese…l’Argentina ha bisogno da parte degli Stati Uniti di comprensione e supporto, anche per la crisi economica.”

Kissinger: “Abbiamo seguito le vicende argentine da vicino. Vediamo bene il nuovo governo e vogliamo che ce la faccia. Faremo il possibile perché ce la faccia”

Ma le cose da vicino, ricordano i ricercatori americani, le aveva seguite anche la stampa americana, il Congresso e la stessa ambasciata Usa in Argentina che si era lamentata proprio con Guzzetti anche per il sequestro e la tortura di cittadini americani. Le violazioni che avevano caratterizzato i primi tre mesi della dittatura erano dunque ben note.

Ma Kissinger si dimostrò comprensivo: “Sappiamo che siete in difficoltà….sono tempi curiosi quelli in cui attività politiche, criminali e terroristiche tendo ad emergere senza una chiara separazione. Capiamo che dovete stabilire un’autorità…. farò quel che posso”.

Dopo circa un mese poi, il 9 luglio, il principale consigliere di Kissinger, Harry Shlaudeman, gli forniva particolari sui sistemi applicati dagli argentini, che utilizzavano “…il metodo cileno…terrorizzare l’opposizione, anche a costo di uccidere preti e suore….”. Il 7 ottobre a New York, il fatto è noto da tempo, Kissinger aggiustò il tiro con Guzzetti: “…prima avrete finito meglio sarà”.

Chiara appare quindi la copertura statunitense alla criminale dittatura argentina, che in questa data è giusto ricordare e farne memoria storica.

Allo stesso modo in cui è fondamentale ricordare le migliaia di desaparecidos ed i loro assassini soprattutto in questi giorni in cui comincia ed essere fatta giustizia, anche con le condanne in Italia e con i numerosi processi finalmente in pieno svolgimento in Argentina.

Fondamentale è ricordare anche e soprattutto per non dimenticare.

chat desaparecidosPregevole a riguardo, ad esempio, un iniziativa di un artista argentino che ha lanciato una campagna in ricordo dei desaparecidos attraverso MSN di Messanger. Si chiama “NN red 2007” e consiste nell’utilizzare come “nick”, tra il 24 ed il 31 marzo, il nome di un desaparecido includendo anche una sua foto, in modo tale da generare nelle chat uno spazio per fare memoria e riflettere sulla storia.

Per approfondire l’appoggio statunitense alla dittatura argentina potete leggere qui direttamente dagli archivi del National Security Archives:

Documentos muestran apoyo de EEUU y la brutal represion de la dictatura;
Kissinger to argentines on dirty war: “The quicker you succeed the better”;
La luce verde Usa alla dittatura argentina;
Altri documenti dall’archivio.

Infine qualche link utili a capire la tragedia dei desaparecidos:

24 de marzo, del horror a la esperanza, sito governativo argentino;
Muro della memoria dei desaparecidos.

Un articolo che dimostra la rinascita economica argentina, che ha coinciso con la rottura delle relazioni con il Fondo Monetario Internazionale:
L’Argentina dalla schiena dritta.

Technorati Tags :

di Antonio Pagliula

Fonte: Alessio in Asia




Remember, remember the 8th of November…




Cambio lavoro!

Ebbene si, le cose non sono andate come spervavo e in meno di un anno mi sono trovato costretto a chiudere la mia azienda. Poco male, mi sono rimboccato le maniche ed ora sono pronto a offrire nuovi e fiammanti serivizi, a chiunque ne faccia richiesta su qualsiasi aspetto del Web: svulippo di siti con tecnologie libere, grafica, posizionamento (SEO e SEM), Web Marketing, consulenza e formazione; e sul networking usando software libero.

La mia è un’offerta frutto di anni di relazioni e rapporti, che nasce in modalità consorzile con amici e colleghi toscani e non, così da offrire, appunto, la possibilità di servizi a 360° su Web ed internet.

Per maggiori info e dettagli, andate a vedere le pagine (questa sul web e questa sul networking) delle mie offerte o contattatemi.

E non spingete!!! 🙂




La cinica barbarie dei nostri media

Televideo di stamani ci offre un esempio a mio avviso lampante della bassezza a cui riescono ad arrivare i nostri media in questi tempi cupi. Di seguito una breve notizia:

INAIL, IN CALO MORTI SUL LAVORO NEL 2008

Sono stati 1120 gli incidenti mortali nel 2008, il 7,2% in meno rispetto all’ anno precedente. Si tratta del minimo storico dal 1951.

Il maggior pericolo per i lavoratori risulta la strada, dove si verifica circa la metà degli infortuni mortali.

Complessivamente, gli infortuni sul lavoro denunciati all’Inail sono stati 874.940 (-4,1% rispetto al 2007). Il calo non riguarda però gli immigrati tra i quali c’è stato un aumento del 2%

Accidenti, verrebbe da dire, una buona notizia! Peccato che basterebbe incrociare questa notizia con i recenti dati sulla disoccupazione, con una banalissima ricerca su un motore di ricerca (quello che ho fatto io in questi ultimi 5 minuti) per scoprire che:

Occupazione in calo dopo 14 anni

I dati Istat: nel primo trimestre del 2009 persi 204 mila posti di lavoro

ROMA

La crisi economica scarica i propri effetti sul mercato del lavoro. Per la prima volta dopo 14 anni, nel primo trimestre del 2009, calano gli occupati in Italia. Lo certifica l’Istat secondo cui tra gennaio e marzo sono stati persi 204.000 posti di lavoro, pari allo 0,9% su base annua.

Il calo sintetizza la discesa di 426.000 unità della componente italiana e la crescita di 222.000 unità di quella straniera, per un totale di 22 milioni 966 mila occupati. Il numero delle persone in cerca di occupazione registra il quinto aumento tendenziale consecutivo, portandosi a 1.982.000 unità (+221.000 unità, pari al +12,5% rispetto al primo trimestre 2008), mentre il tasso di disoccupazione passa dal 7,1% del primo trimestre 2008 all’attuale 7,9%. Attenzione, ma nessun allarme da parte del governo. Secondo il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, «il dato indica quello che sappiamo: una contrazione del lavoro ma in misura minore di quanto potevamo temere».

«Il 7,9% dell’Italia – ha aggiunto Sacconi – ci deve preoccupare ma va anche paragonato ad una crisi globale che vede negli altri Paesi cifre più alte. Solo pochi anni fa la disoccupazione da noi era al 12,5%. Ovviamente questo costituisce un motivo di preoccupazione, per questo siamo impegnati a rafforzare la ’cassetta degli attrezzì per affrontare questa situazione». La strada da percorrere, ha aggiunto, «è valorizzare i contratti di apprendistato da parte delle Regioni e le imprese devono utilizzarle. Per questo il Governo quanto prima rafforzerà la propria ’cassetta degli attrezzì a ridare ad un “patto Stato-Regioni” sulla formazione». Sacconi ha aggiunto che «bisogna incentivare a rimanere nell’ambiente lavorativo, per questo stiamo pensando ad un premio di occupabilità».

Di tutt’altro avviso l’opposizione: «Un nuovo allarme viene dall’Istat: per la prima volta, dopo 14 anni, l’occupazione è in calo in Italia – ha evidenziato il responsabile lavoro del Pd, Cesare Damiano -. Tutte le associazioni del lavoro e dell’impresa, oltre che gli osservatori più attendibili, sono concordi nel ritenere che l’autunno ci riserverà purtroppo brutte sorprese. Il tempo per agire prima dell’estate è breve e il governo continua a barcamenarsi tra false illusioni e silenzi imbarazzanti». Sul fronte sindacale c’è preoccupazione ma non allarmismo. Per la leader dell’Ugl, Renata Polverini, è necessario un confronto con il Governo per fermare questa emorragia, mentre per Giorgio Santini della Cisl, non c’è il temuto crollo anche se preoccupa il dato sui giovani.

La sottolineatura è mia, e incrociando il quest’ultimo dato  (“Il calo sintetizza la discesa di 426.000 unità della componente italiana e la crescita di 222.000 unità di quella straniera) con quello di prima (“Sono stati 1120 gli incidenti mortali nel 2008, il 7,2% in meno rispetto all’ anno precedente. Si tratta del minimo storico dal 1951. […] Il calo non riguarda però gli immigrati tra i quali c’è stato un aumento del 2%“), diventa abbastanza semplice trovare una tragica equazione:

chi perde il lavoro, gli italiani, ha salva la vita;

chi non lo perde, i migranti, la perde.

Qualcuno ha visto un TG o letto un giornale dove questa comparazione sia stata fatta? A me non risulta.

Allora, o io sono incredibilmente intelligente, modestia a parte, o i media italiani sono molto ma molto bravi a non guardare, e a non riferire, quello che da noia ai timonieri e ai loro tristi accoliti. Alla faccia della “democrazia”…

In questo senso diventa veramente… boh, allucinante, la trovata – geniale – del ministro Sacconi dopo l’uscita dei dati sulla disoccupazione:

Sacconi ai giovani: “Accettate i lavori degli immigrati”

“Il dato di disoccupazione al 9% segnalato dall’Istat è un dato inferiore rispetto a quel che potevamo temere”, lo ha affermato il ministro del Welfare Maurizio Sacconi commentando i dati diffusi oggi. Sacconi si è soffermato in particolare sull’aumento dell’occupazione immigrata che indica “una propensione degli italiani a rifiutare i ‘cattivi lavori’ e questo riguarda in particolare i giovani”. Per il ministro “questo non può più essere fatto dai giovani” che piuttosto dovrebbero accettare “anche lavori distanti dal loro corso di studi”.

Verrebbe da chiedersi, istigazione al suicidio?




MayDay 09: un fiume in piena

[Guarda il video MayDay009]

Quest’anno la Mayday di Milano ha esondato come un fiume in piena. E’ diventata, per la prima volta nei suoi nove anni di età, una vera festa di popolo. Non c’è altro modo per raccontarla: la Mayday è il primo maggio dell’Italia del secondo millennio.

E’ un’arca di Noè che contiene il corpo vivo del lavoro precario. Porta in strada decine e decine di migliaia di persone giovani e incazzate. Ne fa esplodere la rabbia e la gioia, e copre, per una volta, la faccia oscura di una metropoli triste, votata solo al profitto. E’ un giorno potente, di festa, che raccoglie un impegno continuo e costante sviluppato durante un intero anno di cospirazione e agitazione, analisi e lotte. Nel 2001 era un’idea: centri sociali e sindacati di base sono scesi in piazza il primo maggio per parlare di precarietà (questa sconosciuta) e trasformazioni del lavoro. Oggi, e vedremo l’anno prossimo cosa sarà la sua decima edizione, le piccole categorie della politica di movimento sono sommerse da un mare di persone vive, di precari e precarie, migranti, studenti. Sono assordate e sovrastate da una folla voci, grida, canti, musica, slogan, manifesti, volantini, sound system. Centomila persone. Una cosa che riempie il cuore.

“Aspiranti veline offresi per posto fisso in parlamento. No contratti co.co.de”, lo leggiamo su uno striscione appeso al primo piano su un balcone di Via Torino. Anche quest’anno San Precario ci ha donato una giornata di sole, calda e luminosa. L’ideale per i carri a pedali dello spezzone no-oil che apre la parade, con la musica alimentata da pannelli solari, a indicare la necessità e la possibilità di un futuro di sviluppo diverso. Con loro, la creatività di Serpica Naro, la stilista precaria ribelle e open source sfila vestita di rosa. Dietro, arrivano i camion alimenti dal vecchio gasolio: i migranti, i ragazzi di Rho con la loro mega-piovra che indica le tentacolari politiche di speculazione che Moratti & co. cercano di preparare per l’Expo 2015. Poi, lavoratori, lavoratori, lavoratori.

San Precario guida il carro dell’Intelligence precaria e dei collettivi dei call center, degli operatori sociali, degli autorganizzati della scala. E poi gli Universi precari dei lavoratori della conoscenza della conoscenza (ricercatori, redattori, giornalisti free lance e precari) e gli studenti dell’Onda, accompagnati dalla ministra Anna Adamolo. Segue il monumento brianzolo a trazione sonora: un carro che racconta un’anno di azione e opposizione nella provincia di Monza, tutta fatta di veline, vetrine e precarietà. I’m homeless, I’m precario, non sono solo slogan ma anche le azioni con cui il Foa Boccaccio presidia il proprio territorio, rispondendo colpo su colpo all’amministrazione monzese che a suon di propaganda cerca di convincere i giovani a schierarsi fra le fila inebetite degli sfigati&precari&contenti.

Tra il mare di persone si diffonde il nuovo numero di City of Gods, il free press fatto da giornalisti precari, free lance, attivisti dei gruppi di lavoratori. Il nostro City racconta le nostre storie, le nostre vite, sovverte i linguaggi della politica tradizionale. E’ l’opposto del volantino politico: è pop (pure troppo, direte), è colorato e allegro, prende per il culo i professionisti della pubblicità e del marketing
politico. Però è pieno di contenuti, è un giornale vero. In copertina, il poster della Mayday e il titolo: Rotta verso il futuro!

E la nave che fa rotta verso il futuro non è quella che rischia di affondare, quella del neoliberismo, della finanza che detta legge su tutto il mondo. Ma nemmeno quella della sinistra ormai esplosa in mille schegge identitarie, a discutere di falcemartello mentre il mondo gli sfugge da sotto i piedi. La nostra è l’arca di un’alleanza fra generazioni diverse, fra precari e migranti, fra i sempre meno garantiti e chi le garanzie non le ha mai viste. I suoi linguaggi sono nuovi, la sua estetica anche. Per fortuna non soffriamo dell’agorafobia di chi davanti a uno spaccato così ampio di società giovane si ritrae con la puzza al naso, rinchiudendosi nelle piccole comodità della propria identità. Per noi è da questa gente, in questa gente, dalle contraddizioni che vive tutti i giorni e dalla sua energia che possono nascere nuove idee e quei soggetti capaci di opporsi all’attacco formidabile condotto da questo governo e dalle imprese contro il contratto nazionale, la sicurezza sui posti di lavoro, il diritto allo sciopero, la scuola e la sanità pubbliche.

Ma il dato su cui poggia questa santa alleanza sta proprio nella giovinezza di chi anima la Mayday. E’ una garanzia del fatto che a loro, a noi, non si potranno presentare soluzioni che non siano veramente all’altezza dei tempi. Siamo consapevoli che il lavoro e lo sfruttamento hanno forme troppo diverse da quelle del novecento. Sul poster della Mayday sono indicati i cardini della nostra evoluzione: reddito, diritti nel lavoro e oltre il lavoro, liberi saperi e conflitto. La loro crisi è iniziata l’anno passato, la nostra da dieci anni e più. E’ ora che le imprese paghino entrambi i conti. Tremonti la pensa diversamente: la sua risposta alla crisi della globalizzazione è letteralmente Dio, Patria e Famiglia, come ha scritto nel suo libro: un ritorno a un passato buio, di identità rigide e odio, un passato ingiusto e anche palloso. Gli sgherri leghisti e fascisti al governo stanno declinando questa formula nel modo più feroce possibile.

Eppure noi sentiamo davvero il bisogno di fare rotta verso il futuro, insieme a questa gente che ha riempito le strade in una giornata di festa. Anche se la stampa non si è accorta del fatto che a Milano, come accade da anni, è sfilata la manifestazione del primo maggio più grande d’Europa, che esprime contenuti precisi e trascina con sè un’enorme carica vitale. Chi dice che la Mayday non è politica ma solo una festa, non si rende che esprimere gioia, così come rabbia, significa rompere quel meccanismo vizioso che vuole raccontare la precarietà solo dal punto di vista della sfiga. Non si gioisce della sfiga, ma della consapevolezza di potersi opporre ad essa.

Il percorso della Mayday 2009 a Milano è passato per un countdown pieno di azioni, e proseguito il 23 maggio con la manifestazione nazionale dei migranti. A fine mese, il 30 e il 31 maggio all’Auditorium del Liceo Carducci (MM1 e MM2- Loreto) l’urlo di liberazione della MayDay troverà una prima risposta nel convegno nazionale sul welfare metropolitano, organizzato dall’Associazione San Precario in collaborazione con Associazione BioS e Associazione Bin-Italia. A inizio giugno con un momento di confronto sulla violenza di genere, che abbiamo visto all’opera purtroppo anche durante la Mayday. Dal 18 giugno ci sarà l’Hackmeeting a Milano (preceduto da 10 giorni di warm up), l’incontro degli hacker italiani che si dedicano a mettere in pratica la riappropriazione e la liberazione dei saperi. Infine, a luglio, arriveranno gli Stati generali della precarietà… Stay tuned.

May day! May day!

more info:

*  Convegno nazionale sul welfare metropolitano – 30/30 maggio – Milano
<http://www.precaria.org/index.php/Fatti-e-Misfatti/Welfare-mon-amour-Garanzia-di-reddito-e-accesso-ai-beni-comuni-in-tempo-di-crisi.html>

*  Hackmeeting 09 – 19-21 giugno (warm up 9-18 giugno) – Milano
<http://it.hackmeeting.org/>

*  azioni MayDay009 CountDown
<http://italy.euromayday.org/countdown/blog.php>

*  Manifestazione nazionale migrante “Da che parte stare”
<http://www.dachepartestare.org/>

*  Testosterone partout, justice nulle part – comunicato sulla violenza di genere post-MayDay
<http://www.precaria.org/index.php/Intelligence-Precaria/Comunicato-n%C2%B0-1.-Testosterone-partout-justice-nulle-part.html>




L’uomo artigiano

il manifesto, 27 Novembre 2008
L’ULTIMO LAVORO DELLO STUDIOSO RICHARD SENNETT
I maestri DEL FARE
L’«Uomo artigiano», il nuovo libro dello studioso statunitense. Ritorna allo scoperto una figura del lavoro considerata estinta. Ma che ha i contorni postmoderni dei produttori del sistema operativo Linux
Benedetto Vecchi

Se l’«uomo flessibile» si concludeva con un capitolo che prendeva di mira il «lavoro in team», ritenendolo l’ultima frontiera del controllo e della «corrosione del carattere» della forza-lavoro, la nuova opera sull’Uomo artigiano di Richard Sennett propone la figura dell’artigiano per rispondere all’alienazione che caratterizza l’organizzazione del lavoro nel «capitalismo flessibile» ((Feltrinelli, traduzione di Adriana Bottini, pp. 320, euro 25). Lo studioso statunitense non crede, infatti, che il lavoro in team e il just in time consentono, come invece sostengono invece i loro cantori, la ricomposizione delle mansioni, chiudendo così l’era della divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Ritiene, al contrario, che la produzione di massa, indipendentemente da come è organizzata, sia fondata sulla separazione tra progettazione e esecuzione, tra pensare e fare. Per Richard Sennett un lavoro scandito dalla ricomposizione tra progettazione e esecuzione, tra pensare e fare va cercato nella vasta comunità di programmatori «open source, giungendo alla conclusione che sono questi produttori di software la contemporanea incarnazione della figura dell’artigiano.

Gli animali di Hannah Arendt
È da questa convinzione che è partito un progetto di studio che dovrebbe fornire una radiografia nitida e un’analisi altrettanto puntuale sulle forme di azione sociale che caratterizzano appunto il capitalismo flessibile. La pubblicazione de L’uomo artigiano è dunque da considerare il primo di tre saggi sulle strutture dell’azione sociale, sebbene Richard Sennett non indulge mai a una griglia d’analisi funzionalista, né è molto interessato a evidenziare le ambivalenze di alcuni processi sociali, come invece amava fare uno dei decani della sociologia statunitense, Robert K. Merton, che ha dedicato all’artigiano uno dei capitoli della sua opera maggiore, Teoria e struttura sociale. Ed è con il consueto stile elegante e tuttavia circostanziato che Sennett prende le distanze dal funzionalismo e alla teorie di Merton. Il suo obiettivo è di sottolineare come alcune forme del lavoro o di vita della società preindustriali non siano scomparse, ma come un fiume carsico stiano riemergendo, presentando tuttavia caratteristiche diverse dal passato.
In apertura di questo volume, all’interno di un capitolo che oscilla tra autobiografia e ricostruzione del clima culturale di un paese che prendeva faticosamente le distanze dal maccartismo, l’autore ricapitola la sua formazione intellettuale, individuando in Hannah Arendt la studiosa che più di altri influenzò la sua decisione di continuare sulla strada della ricerca sociale, cercando di coniugare la necessaria aderenza al principio di realtà a forte spinta etica. Sennett scrive di come fu colpito da Vita activa, il saggio dove Hannah Arendt ridimensiona il ruolo del lavoro nella società, considerando la politica l’attività principe dell’animale umano. E di come egli giovane studente con il sogno di lavorare alla formazione di una «buona società» cominciò a riflettere attorno alla distinzione tra animal laborans e homo faber proposta dalla filosofa tedesca per sottolineare il fatto che mentre l’animal laborans produce i mezzi per la riproduzione della specie, domandandosi tutt’al più come produrli, l’homo faber nello svolgere il proprio lavoro si pone la domanda del perché lo stia svolgendo.
In entrambi i casi, c’era una priorità fare rispetto al pensare, della necessità rispetto alla libertà. La denuncia del lavoro come attività degradata dell’essere umano avanzata da Hannah Arendt nulla aveva a che fare con la critica al lavoro salariato di marxiana memoria. Ma non era per questo motivo che non convinceva e non convince tuttora Sennett, che la considera segnata da dicotomie (il fare e il pensare, ad esempio) che nel lavoro invece convivono in un equilibrio scandito da un’altra dicotomia, quella tra autorità e autonomia. Ed è da allora che lo studioso statunitense ha cominciato a cercare di definire quale sia il posto occupato dal lavoro nella società contemporanea, cercando proprio nell’artigiano la figura che supera le dicotomie che hanno accompagnato, teoricamente e socialmente, la categoria del lavoro.

I demiurghi del presente
L’artigiano, infatti, per rimanere alla Vita activa di Hannah Arendt, risponde sia alla domanda del come svolgere lavoro, ma anche il perché svolgerlo, attraverso una maestria nel fare che consegna agli artigiani una sorta di missione civilizzatrice anche quando sono stati relegati ai margini della vita pubblica. Nel lavoro artigiano, infatti, non c’è solo abilità tecnica, attenzione alla qualità del manufatto da produrre, ma anche e soprattutto una cura delle relazioni sociali che accomuna sia il maestro che il discepolo; oppure la centralità del valore d’uso del manufatto rispetto al valore di scambio. Sebbene Richard Sennett sottolinei come l’artigiano non costituisca la semplice permanenza di una forma arcaica di lavoro nelle società contemporanee, il suo libro va considerato non solo come una critica dell’analisi di Hannah Arendt, ma anche come la sofistica e suggestiva proposta dei demiourgoi (così venivano chiamati gli artigiani nell’antica Grecia) come figura salvifica dall’alienazione e dall’anomia dell’attuale organizzazione produttiva capitalistica.
È il lavoro concreto che si contrappone al lavoro astratto, tanto per usare categorie marxiane. Ma anche l’incarnazione in una stessa persona o esperienza sociale di una ricomposizione di quei frammenti che la divisione del lavoro scandisce in termini di efficienza e produttività. La maestria tecnica di cui scrive Sennett è quindi da intendere come una pratica culturale che individua la soluzione dei problemi all’insegna di un «fare di qualità». Ma anche la cura con cui i maestri artigiani trasmettevano il mestiere all’epoca delle corporazioni medievali da intendere come una socializzazione del virtuosismo sviluppato dal singolo. È quindi il primato della qualità; ma anche di un «sapere semantico» che viene trasmesso sia per via orale che attraverso l’apprendimento per imitazione. Fattori che vanno a comporre una «coscienza materiale», che attraverso la manipolazione dei materiali, la presenza, in quanto garanzia del marchio d’autore, e l’antromorfismo impresso ai materiali stessi costituiscono le componenti di un’autonomia del lavoratore, ma anche l’esercizio dell’autorità da parte del «maestro» all’interno dei laboratori artigianali. Una gerarchia, dove il binomio tra autorità e autonomia convive in una organizzazione produttiva che ha come referente non il mercato, ma un committente talvolta capriccioso talvolta generoso mecenate. E sono una vera chicca le pagine de L’uomo artigiano che raccontano come i liutai Stradivari e Guarneri, l’orafo e scultore Cellini abbiano manifestato i medesimi sentimenti contraddittori rispetto la trasmissione delle loro abilità o il rapporto di amore e odio con i committenti, dai quali dipendevano per il pagamento del loro lavoro.

Il virtuosismo di Linux
Nessuna nostalgia, vale la pena ripetere, per il passato, quanto la convinzione che l’ordine dei problemi che gli artigiani hanno dovuto affrontare costituiscono il background strutturale del capitalismo «flessibile». In primo luogo, il superamento dell’organizzazione tayloristica del lavoro dettata dalla necessità, così recita la vulgata dominante, di reagire a una feroce competizione attraverso la migliore qualità delle merci prodotte e da una continua innovazione tecnologica, organizzativa e di prodotto. Elementi, tutti, che possono essere risolti appunto dalla riproposizione di quella poiesis che caratterizza il lavoro artigiano. Questo non significa tuttavia l’azzeramento o la rinuncia al sistema di macchine, ne tantomeno la riproposizione del piccolo laboratorio come dimensione ottimale per la produzione della ricchezza. L’artigiano a cui pensa Sennett è infatti l’uomo o la donna che sa usare con maestria le tecnologie digitali, ma che considera la qualità, l’innovazione e le cooperazione sociale come valori assoluti. Da qui l’individuazione nei programmatori del sistema operativo Linux come gli artigiani di cui ha necessità il capitalismo postfordista.
La proposta di Sennett va quindi presa sul serio, perché meglio di tanti altri studiosi critici della capitalismo contemporaneo, ritiene che il sapere, l’innovazione sono espressione di un’intelligenza collettiva che accidentalmente può essere meglio interpretata da un singolo o da una «comunità virtuale», come appunto quella dei programmatori di Linux. Dunque la consapevolezza politica di un «riformista radicale» che nel capitalismo l’autorità sul lavoro non debba cancellare l’autonomia dei lavoratori nel decidere la one best way, definita, a differenza di quanto accadeva nell’impresa fordista, di volta in volta proprio da quella cooperazione sociale dove la gerarchia è flessibile e nella quale l’autorità è dalla dalla maestria in un «fare intelligente» ma collettivo. Una tesi molto più aderente a un principio di realtà di quanti ancora propongono il lavoro di fabbrica come paradigmatico per comprendere il capitalismo flessibile. Non accorgendosi così che proprio al lavoro operaio vengono richieste attitudini tipiche dell’uomo artigiano proposto da Richard Sennett.