ECN e Decoder, storia di un’avanguardia digitale

Immagine del nodo padovano di ECNOggi poche e pochi lo sanno, temo, che per buona parte dell’ultimo decennio del secolo scorso in Italia l'”avanguardia digitale” – permettetemi di chiamarla così, in maniera anche ironica – non stava tanto dentro le università, ma soprattutto fuori, nelle case delle persone e, anche e soprattutto, nelle spesso diroccate stanze dei centri sociali.

È qui, infatti, che mossero i primi passi alcune delle più famose BBS (Bulletin board system): le prime “bacheche digitali“, le antesignane del web, grazie alle quali era possibile entrare in comunicazione non mediata con altre realtà italiane e straniere, scambiarsi file, comunicare e via discorrendo. Tutte cose oggi considerate ovvie, ma non così alla fine degli anni ’80, inizi dei ’90.

La rete più famosa in Italia era Fidonet – nata in California nel 1983 grazie ad un giovane anarchico, T. Jennings, e poi diffusasi in tutto il mondo. Nel 1991 c’erano oltre diecimila nodi Fidonet, con una valutazione cauta di centomila utenti. Non pochi nodi erano italiani.

Tra i nodi italiani, alcuni arrivano direttamente dal mondo underground e dei centri sociali, ed i due più famosi sono sicuramente ECN (European Counter Network, che dal 1996 diventerà il più importante server di movimenti, ecn.org) e Decoder BBS (da cui nascerà poi la casa editrice Shake Edizioni Underground, una delle più importanti case editrici della storia dei movimenti italiani, ancora oggi attiva).
Questi nodi hanno offerto, per anni, il meglio della cultura del movimento extraparlamentare e underground italiano (ed in parte internazionale), permettendo di accedere ad informazioni, notizie, cultura, che altrimenti sarebbe stato difficilissimo – se non impossibile – recuperare altrimenti.

Oltre che nodi telematici, tanto ECN che Decoder furono prodotti cartacei, portando “tra la gente” ciò che in quegli anni era a disposizione solo di pochissimi tecnici e smanettoni.

Materiali oggi quasi completamente dimenticati e persi, se non per gli archivi privati di ex attivisti e militanti (e forse presenti in qualche archivio particolarmente avanzato), se non fosse per l’encomiabile, preziosissimo lavoro di alcuni attivisti bolognesi, che hanno creato un sito-archivio, grafton9, in cui si stanno digitalizzando ed archiviando, appunto, molte delle preziose pubblicazioni di cui sopra, ad iniziare proprio da quanto prodotto da ECN e Decoder (e non solo).

In 89 pubblicazioni 5 anni di storia dei movimenti antagonisti nel nostro paese e non solo, poiché sono numerose anche le notizie e i documenti dall’estero. È un periodo vivace, disordinato, ingenuo e creativo, spesso e volentieri dissacratorio, ma è anche il momento in cui si può assistere a un’accelerazione, alla differenziazione e alla frammentazione del dibattito, dove ai temi tradizionali del movimento antagonista – lavoro e sindacalismo di base, lotte, repressione e carcere, internazionalismo, Sudamerica, Palestina, antifascismo, nuove destre, ecc. – si aggiungono, sovrappongono e intrecciano a velocità sempre maggiore nuove tematiche e nuovi punti di vista.

Non possiamo che ringraziarli per quanto stanno facendo, sperando quanto prima di poterli aiutare in qualche modo.

Di seguito il link diretto:

https://grafton9.net/




38 anni dall’omicidio di Fausto e Iaio

Immagine di Fausto e Iaio
Fausto e Iaio

Sono passati 38 anni da quel 18 marzo 1978, ma dell’omicidio di Fausto e Iaio ancora non si sa nulla. In realtà dal punto di vista storiografico si sa tutto, si sa chi li ha uccisi – tre fascisti, di cui si sa nomi e cognomi – si sa chi non ha voluto indagare da subito negli ambienti giusti – la questura di Milano e le “forze dell’ordine”. E’ solo dal punto di vista giudiziario che, come per Piazza Fontana e per la maggior parte delle stragi fasciste che hanno insanguinato questo paese, non si sa e probabilmente mai si saprà cosa è successo e i colpevoli non verranno puniti.

Anche perché vorrebbe dire punire, in primis, lo Stato. Ed è difficile credere che lo Stato – in particolare quello italiano – sia in grado di punire se stesso.

E l’impunità continua.

Di seguito l’intervista alla sorella di Iaio, Maria, dal sito del Fatto Quotidiano di oggi due anni fa:

8 marzo 1978, Via Mancinelli, ore 19.55 di 35 anni fa. Ci descriveresti le emozioni di quella sera??

Mio fratello doveva andare a casa di Fausto a cena. Lo conoscevo, lo vedevo spesso al Leoncavallo.Quella sera ero fuori con i miei amici e al ritorno al centro ho appreso la notizia.

Continuavo a ripetermi che non fosse possibile ed il pensiero più doloroso fu per i miei genitori; quando li vidi la compassione fu il sentimento più forte. Fui subito circondata da molto affetto. Avevo solo 21 anni.

La mattina seppi che i miei erano stati prelevati dalla polizia per andare in ospedale, invece li avevano portati in obitorio.

Da tutta la città si radunarono spontaneamente in via Mancinelli moltissime persone; si svolse un corteo ma non avvenne niente di quello che chi gestiva l’ordine pubblico voleva, ossia sfogo della rabbia, repressione ma solo tanto dolore. Erano passati solo due giorni dal rapimento di Aldo Moro e quella notte non si vide un poliziotto.

Si alternarono varie versioni sulle cause, cominciarono i depistaggi poi la rivendicazione dei NAR. Il tuo pensiero in proposito??

I depistaggi iniziali ci fecero molto male e dovemmo difendere la memoria di Fausto e Lorenzo. La mano era fascista; sia noi che la madre di Fausto ne eravamo convinti.

La rivendicazione, il fatto che fossero neofascisti venuti da Roma, ci persuase si trattasse di omicidio politico, qualcosa di molto più grande di due giovani ragazzi. I fili erano mossi dall’alto. Perché proprio loro due? Questa era la domanda di tutti. Cominciò un periodo di controinformazione spontanea di singole persone, giornalisti, rischiosa perché si comprendeva che la vicenda era complessa e i mandanti in alto.

Il rapimento dell’onorevole Moro; Fausto abitava in Via Monte Nevoso; l’implicazione di Massimo Carminati; il dossier di Fausto e Iaio che scompare. C’è a tuo avviso un filo logico che lega questi episodi?

Le ipotesi formulate sulla vicenda di Via Monte Nevoso hanno avuto l’effetto di confermarmi che l’omicidio non è avvenuto per caso, come niente succede a caso. Tuttavia, non ho abbracciato le varie ipotesi: non mi è necessario per accettare di più la morte.

Anni di indagini ed, infine, l’archiviazione nel 2000. Qual è, se c’è, il segreto, la cosa indicibile che si nasconde dietro l’assassinio di tuo fratello??

L’indicibile su Fausto e Iaio? Toccherebbe in alto. Noi familiari e amici abbiamo sempre sostenuto che la verità storica è che con l’uccisione di mio fratello e Fausto si è voluto dare un segnale ad un’ intera generazione, al Movimento , colpendo due ragazzi come tanti nei quali identificarsi.

Tutto questo affetto e la solidarietà mai sopita ti danno speranza che un giorno, finalmente, si possa arrivare alla verità?

Dopo l’archiviazione nel dicembre 2000 con l’amarezza arrivò anche la consapevolezza di dover scegliere un altro modo di ricordare, al di la della rabbia e l’impotenza; decidemmo di intraprende la strada della memoria.

Questo non solo per ricordare la loro morte, ma i loro ideali, quelli di due giovani di 18 anni che amavano la vita. Abbiamo creato l’Associazione familiari e amici di Fausto e Iaio e cerchiamo di essere presenti sul territorio, con iniziative culturali e sociali, rivolte soprattutto ai giovani.

Tutto ciò fa piacere, ma non credo che il ricordare anche a distanza di 35 anni Fausto e Iaio, possa riaprire le aule dei tribunali. Mi dispiace sopratutto per Danila, mio padre, mia madre che,con dignità, continuano la loro vita di anziani malati ma circondati da tanto affetto. Nessuna giustizia,certo, ma non mi ritrovo con chi in nome di questa ed altre ingiustizie vive nella rabbia. Penso che continuare a rivendicare non faccia altro che alimentarla.

Link su Fausto e Iaio:

Sono stati scritti alcuni libri sulla storia di Fausto e Iaio, ma sono tutti fuori catalogo:

  • AA.VV., Fausto e Iaio: 18 marzo 1978. Trent’anni dopo. Con DVD, Costa & Nolan, 2008:
  • Daniele Bianchessi, Fausto e Iaio, Dalai Editore, 1996

Magari li trovate in qualche biblioteca decente.

Immagine del murale per Faussto e Iaio in via Mancinelli a Mialano
Il murale per Faussto e Iaio in via Mancinelli a Mialano

 




2 febbraio 1977: l’inizio della grande rivolta

LA PISTOLA Y EL CORAZON
2 febbraio 1977: l’inizio della grande rivolta

Dedicato a Leonardo Fortuna detto Daddo (20 settembre 1955 – 17 febbraio 2011), alla moglie Francesca e alla figlia Nina.

La pistola y el corazon” racconta la storia di due scatti del fotografo Tano D’Amico che sono a nostro avviso la sintesi iconografica di un anno fondamentale per la storia contemporanea del nostro paese.

Immagine di Daddo e Paolo il 2 febbraio 1977 a RomaDedicato a Leonardo Fortuna detto Daddo (20 settembre 1955 – 17 febbraio 2011), alla moglie Francesca e alla figlia Nina.

Roma, 2 febbraio 1977, piazza Indipendenza

“Il corteo si dirige verso piazza Indipendenza per raggiungere Magistero che, nel frattempo, è stato occupato. All’angolo di piazza Indipendenza sostano una decina di persone sulla cui identità non sarà mai fatta chiarezza. Sulla coda del corteo piomba una 127 bianca targata Roma S48856. E’ una civetta della Questura. La macchina viene fermata a colpi di sampietrini. Ne esce l’agente Domenico Arboletti, 24 anni. Incomincia una sparatoria che, secondo alcune testimonianze, coinvolge alcune delle persone ferme sull’angolo di Piazza Indipendenza. L’agente Arboletti si accascia colpito alla testa. E’ gravissimo e rimarrà fra la vita e la morte per più di un mese. Contemporaneamente l’autista della 127 impugna il mitra e fa fuoco contro le coda del corteo che si era disgregata dopo i primi colpi. Sono raggiunti da proiettili e feriti gravemente Leonardo Fortuna (Daddo), 22 anni, e Paolo Tomassini, 24 anni” (Piero Bernocchi, Dal ’77 in poi, Roma, Erre Emme, 1997; pag. 146).

Da un’idea di “gli amici di Daddo“: Lanfranco, Giancarlo, Claudio, Paolo, Turi, Giorgio, Sergio e Gibo,

Scritto da:
Claudio D’Aguanno
Maurizio ‘gibo’ Gibertini

Operatori di ripresa:
Manuela Costa
Maurizio ‘gibo’ Gibertini

Realizzazione e montaggio:
Maurizio ‘gibo’ Gibertini

Un doveroso ringraziamento a:
Tano D’Amico
Luca Cafagna
Paolo Tomassini
AAMOD -Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico
e a tutti coloro che anche con atteggiamento solidale hanno contribuito alla realizzazione di questo tributo

Tutti i materiali di repertorio sono stati reperiti liberamente in rete

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Ciao Paolo

La copertina di "Insurrezione", il romanzo di Paolo PozziÈ venuto a mancare Paolo Pozzi, autore del bellissimo libro “Insurrezione“, edito per i tipi di DeriveApprodi.

Non ho avuto il privilegio di conoscerlo, ma ne conosco la storia – che rispetto enormemente – ne ho letto gli scritti e ne ho apprezzato tantissimo il profilo morale ed umano.

Per questo motivo copio pedissequamente l’articolo pubblicato da Chicco Funaro su il manifesto di oggi.

È morto a Milano Paolo Pozzi. Molti lo ricorderanno tra i principali imputati del processo 7 Aprile e di numerosi altri procedimenti contro l’Autonomia operaia milanese. Quest’anno avrebbe compiuto 67 anni. Nato a Fano, aveva compiuto nella sua città gli studi superiori con risultati tra i più brillanti mai registrati nella scuola marchigiana. Iscrittosi alla Facoltà di Sociologia di Trento, ne era uscito laureandosi a pieni voti nel 1972. Trasferitosi a Milano, i suoi interessi politici e culturali si erano immediatamente rivolti all’esperienza del nascente Gruppo Gramsci, formato da intellettuali e da militanti per dar vita, tra Milano e il Varesotto, a ipotesi di progetto e di intervento capaci di superare ideologismi e dogmatismi; e di allargare la ricerca politica e culturale, ma anche e soprattutto le lotte, a tutte le «nuove» tematiche della società e della persona.

Nel gruppo Gramsci Paolo si era occupato sin dagli inizi di «Rosso»: la rivista, che con tratto originale, a partire dal suo stesso nome/testata, una sorta di tautologia anche visivamente molto efficace, stava aprendo un dialogo e una discussione sempre più serrati con settori sempre più larghi del movimento di quegli anni. Con la confluenza tra il Gramsci e il gruppo di ex Potere operaio che faceva capo a Toni Negri, e la nascita dei collettivi di Rosso, Pozzi contribuì in larghissima parte alla vita politica ed editoriale del giornale, coordinandone non solo gli aspetti tecnici ma anche e soprattutto i contenuti editoriali, quasi sempre molto originali e dal taglio decisamente inconsueto per gran parte dell’immaginario politico di quegli anni.

“Rosso”, che adottò sempre un linguaggio spregiudicato e creativo, suscitò un notevole consenso anche per l’interesse non di maniera dimostrato verso tutte le forme di antagonismo nei confronti della società capitalistica e dell’organizzazione del lavoro, dal femminismo alla controcultura, e per l’appoggio concreto fornito ai movimenti del «proletariato giovanile» e a tutte le lotte per la liberazione e l’autovalorizzazione della persona. Di notevole taglio critico fu sempre la polemica incessante contro ogni tipo di riformismo e di compromesso, «storico» o no, tra Partito comunista e Democrazia cristiana. Il giornale e il gruppo furono sempre impegnati a sostenere la necessità che l’Autonomia operaia dovesse sempre e comunque rimanere lontana da ogni progetto di costruzione di un partito. Nel dibattito sulle scelte di fondo che l’insorgere della lotta armata e delle formazione combattenti aveva messo in moto, Paolo non ebbe esitazioni e si schierò contro ogni forma di «clandestinità». Pur nell’incertezza di quel periodo, continuò a guidare le sorti della rivista fino all’autoscioglimento e alla fine politica di Rosso nel 1978.

Arrestato nel corso delle operazioni giudiziarie del «7 Aprile», sostenne con grande dignità e coraggio il carcere e, insieme ai suoi coimputati, le durissime battaglie processuali; ma anche il non sempre facile dibattito per il superamento della legislazione d’emergenza e il ritorno a una «normalità» nella vita politica e sociale. Dopo il carcere, si rese promotore di innovative iniziative imprenditoriali nel settore delle biblioteche e dell’archivistica. Scrittore di buona vena rievocativa, pubblicò tra le altre cose Insurrezione, romanzo breve dedicato alla Milano degli anni ’Settanta edito da DeriveApprodi.

Lascia una moglie, Laura, e una figlia, Irene.




Piazza Fontana e la strategia della tensione: 50 anni di incubo

Immagine della prima pagina di un giornale il giorno dopo la Straged di Piazza FontanaSono almeno 50 anni che l’Italia vive sotto l’incubo della “strategia della tensione”, quella strategia – per usare le parole del giudice Salvini – “fatta di bombe nelle banche, di stragi di civili sui treni e nei comizi sindacali”. Una strategia che inizia ad essere teorizzata nei primi anni ’60, per poi essere messa in pratica esattamente 46 anni, con la Strage di Piazza Fontana. Una strage su cui, sempre usando le parole di Salvini,

sono stati celebrati dieci processi, con depistaggi, fughe all’estero di imputati, latitanze più che decennali, condanne, assoluzioni. Fino alla definitiva assoluzione dei presunti esecutori: Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi. Ma non dell’area nazifascista che aveva organizzato la strage e di quella parte degli apparati dello Stato con loro collusa, per favorire, attraverso la paura, l’insediamento di un governo autoritario in Italia

Il giudice Salvini, che del processo per la Strage di Piazza Fontana è stato protagonista per anni, dice cose chiare, che ormai sono storia, ma che – guarda caso – nei libri di storia si trovano a fatica. Chissà come mai.

Perché la strategia della tensione – ci racconta oggi Saverio Ferrari in un bell’articolo su il manifesto – inizia ben prima del 12 dicembre 1969. Nel luglio del 1960 il tentativo del governo Tambroni di creare un blocco di destra nel nostro paese viene bloccato dalle piazze. In tutta Italia si accende una vera e propria rivolta popolare, che porterà la polizia di Scelba a fare una vera e propria strage: inque furono i manifestanti uccisi solo a Reggio Emilia, il 7 luglio, dove la polizia esplose 182 colpi di mitra e 39 di pistola, e quattro tra Licata, Palermo e Catania.

Per la destra italiana – cioè per tutta quella nomenclatura politica, industriale e militare che sosteneva Tambroni e la sua alleanza con l’MSI – fu un colpo durissimo, e dimostrò loro che, nonostante tutto, la sinistra era forte nel nostro paese, proprio a livello di sensibilità e cultura, e non tanto e non solo a livello elettorale.

La loro reazione fu durissima, come ci racconta Ferrari:

Da qui una riflessione strategica sul contrasto al “comunismo” che attraversò in particolare la sua parte più radicale. A ispirarla fu Julius Evola che dopo i fatti di Genova delineò l’esigenza di un golpe di destra. Su L’Italiano di Pino Romualdi, già nell’agosto 1960, scrisse che per fermare «il comunismo come forza sovversiva organizzata» e «cancrena ormai ramificata nel nostro Paese», bisognava preparare il «colpo decisivo», «l’ora X», così la definì, da attuare mediante l’esercito, con il sostegno della Nato e l’appoggio del Vaticano.

Da quel momento iniziò una “teorizzazione” della lotta anti-comunista che coinvolse non solo le frange più estreme del fascismo italiano, ma anche pezzi importanti delle istituzioni, non ultimi l’esercito e le forze dell’ordine.

Il luglio 1960 ebbe un forte impatto anche fra le gerarchie militari dove si fecero strada nuove teorizzazioni, mutuate anche dalla riflessione di altri stati maggiori, in primis quello francese reduce dalla sconfitta d’Algeria, incentrate sull’esistenza ormai di un nuovo tipo di guerra, non più condotta unicamente sul piano della forza militare, ma attraverso il condizionamento delle masse. Il “nemico” era ormai all’interno del nostro Paese.

Nasce così un asse micidiale, fatto di fescisti, militari d’altissimo rango, politici di governo e, probabilmente (come ci dice la storia di Gladio), anche di soggetti non italiani (non dimentichiamoci che siamo in piena “guerra fredda”, e che la “crisi dei missili” è del 1961. E che Kennedy viene ammazzato nel 1963…), con tutto un grosso apparato di riflessione.

Si organizzò più di un convegno da parte delle alte gerarchie militari. Il primo, dal titolo «La minaccia comunista sul mondo», si tenne a Roma, tra il 18 e il 22 novembre 1961, finanziato direttamente dal “fondo di propaganda” della Nato. Tra i presenti numerosi ministri dei maggiori Paesi occidentali, alti ufficiali della Nato e numerosi fascisti come Giano Accame e Mario Tedeschi.

Copertina degli atti del convegno "La guerra rivoluzionaria", a cura dell'Istituto Pollio, tenutosi a roma nel 1965Seguirà il famoso convegno su «La guerra rivoluzionaria» del 3–5 maggio 1965 all’Hotel Parco dei Principi di Roma, promosso sempre dai vertici militari attraverso l’Istituto Alberto Pollio (Capo di Stato maggiore dell’esercito nel 1914, conosciuto per le sue posizioni reazionarie, favorevole, tra l’altro all’uso della forza militare contro le folle), cui parteciparono molti di coloro che negli anni successivi sarebbero divenuti tra i principali protagonisti, sul piano operativo, della strategia della tensione.

A dirigere i lavori fu chiamato il tenente-colonnello Adriano Magi Braschi responsabile del Nucleo guerra non ortodossa dello Stato maggiore dell’esercito. Tra i relatori: Ivan Matteo Lombardo, socialdemocratico legato a Edgardo Sogno, Pino Rauti di Ordine nuovo, Fausto Gianfranceschi, ex Fasci d’azione rivoluzionaria, Giorgio Pisanò, Enrico De Boccard, ex Guardia nazionale repubblicana, Guido Giannettini, agente dei servizi segreti, Pio Filippani Ronconi, ex ufficiale delle SS italiane, e Alfredo Cattabiani, tra i massimi esponenti dell’integralismo cattolico.

Ad assistere ai lavori furono invitati anche una ventina di esponenti di Avanguardia nazionale, in prima fila Mario MerlinoStefano Delle Chiaie. Tra il pubblico anche Carlo Maria Maggi, il reggente di Ordine nuovo nel Triveneto, che sarà poi condannato per la strage del 1974 di piazza Della Loggia a Brescia. I convenuti poterono anche disporre di documentazioni curate dal Centro alti studi militari e dello Stato maggiore difesa.

Vorrei che ci si soffermasse sui nomi di cui sopra e dell’ambiente da cui provenivano e di cui facevano parte:

persone che erano o erano state ai vertici dell’Esercito, ex SS, fascisti, servizi segreti, ex partigiani di destra, cattolici integralisti.

Continua Ferrari:

Furono dunque i vertici militari italiani a trasmettere la cultura della «guerra non ortodossa» ai gruppi neofascisti. Non trascurabile fu il ruolo dell’Istituto Pollio, che non si limitò a organizzare convegni, svolgendo una funzione di collegamento dello Stato maggiore dell’esercito con l’estrema destra nel quadro di una cooperazione civili-militari in funzione anticomunista. Una cooperazione che, alla metà degli anni Sessanta, usciva dal piano delle mere elaborazioni teoriche per passare su quello delle realizzazioni pratiche.
La strada verso la stagione delle bombe e delle stragi era ormai aperta. A guidarla, un ampio schieramento reazionario composto da militari, da apparati di intelligence e di polizia, da settori del mondo economico e politico, con i fascisti sussunti in veste di manovali.

Quanto dice Ferrari non è frutto di “teorie complottiste”, ma è quanto emerge da anni di processi, che anche se non sono riusciti a portare a delle condanne, hanno però messo in luce definitivamente chi e perché fu, per esempio, attuata la Strage di Piazza Fontana. Dice il giudice Salvini:

Tutte le sentenze su Piazza Fontana anche quelle assolutorie, portano alla conclusione che fu una formazione di estrema destra, Ordine Nuovo, a organizzare gli attentati del 12 dicembre. Anche nei processi conclusesi con sentenze di assoluzione per i singoli imputati è stato comunque ricostruito il vero movente delle bombe: spingere l’allora Presidente del Consiglio, il democristiano Mariano Rumor, a decretare lo stato di emergenza nel Paese, in modo da facilitare l’insediamento di un governo autoritario. Come accertato anche dalla Commissione Parlamentare Stragi, erano state seriamente progettate in quegli anni, anche in concomitanza con la strage, delle ipotesi golpiste per frenare le conquiste sindacali e la crescita delle sinistre, viste come il “pericolo comunista”, ma la risposta popolare rese improponibili quei piani.

Ciò non significa che non siano stati individuati dei colpevoli:

Almeno un colpevole c’è anche nella sentenza definitiva della Cassazione del 2005. Si tratta di Carlo Digilio, l’esperto in armi e in esplosivi del gruppo veneto di Ordine Nuovo, reo confesso, che fornì l’esplosivo per la strage ed il quale ha anche ammesso di essere stato collegato ai servizi americani.
[…]
Ma in tutte le tre ultime sentenze risultano confermate le responsabilità degli imputati storici di Piazza Fontana, pure loro di Ordine Nuovo: i padovani Franco Freda e Giovanni Ventura. Essi però, già condannati in primo grado nel processo di Catanzaro all’ergastolo, e poi assolti per insufficienza di prove nei gradi successivi, non erano più processabili. Perché in Italia, come in tutti i paesi civili, le sentenza definitive di assoluzione non sono più soggette a revisione.

Quando si dice che della Strage di Piazza Fontana “non si sa la verità” si mente sapendo di mentire. Della Strage ormai si sa quasi tutto. Per esempio:

L’elemento nuovo, storicamente determinante, sono state le testimonianze di Tullio Fabris, l’elettricista di Freda che fu coinvolto nell’acquisto dei timer usati il 12 dicembre per fare esplodere le bombe. La sua testimonianza venne acquisita solo nel 1995. Un ritardo decisivo e “provvidenziale”. Perché Fabris nel 1995 descrisse minuziosamente come nello studio legale di Freda, presente Ventura, furono effettuate le prove di funzionamento dei timers poi usati come innesco per le bombe del 12 dicembre.
Le nuove indagini hanno anche esteso la conoscenze dei legami organici fra i nazifascisti, elementi dei Servizi Segreti militari e dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, diretto all’epoca da Federico Umberto D’Amato.
[…]
Il gruppo di Freda acquistò valige fabbricate in Germania in un negozio di Padova e comprò i timer di una precisa marca che mise nelle valige insieme con l’esplosivo procurato probabilmente dal gruppo veneziano che disponeva di propri depositi. Alcune valige furono portate a Roma e consegnate ad esponenti di Avanguardia Nazionale che effettuarono gli attentati minori all’Altare della Patria. Altri militanti invece raggiunsero Milano con altre due valige esplosive, attesi dai referenti locali di Ordine nuovo. Una bomba alla Banca Commerciale in piazza della Scala non esplose, l’altra alla banca dell’Agricolura, in piazza Fontana, provocò la strage.
Entrambi gli obiettivi,le banche e l’Altare della Patria, potevano essere letti in una chiave anticapitalista ed antimilitarista in modo da far ricadere la colpa sugli anarchici ed in genere sulla sinistra.

La copertina del libro "La strage di Stato", che per primo smarcherò il connubio tra pezzi dello stato e fascisti nella Strage di Piazza FontanaPiazza Fontana fu l’inizio di una strategia – la Strategia della tensione, appunto, – atta a destabilizzare il paese, a creare il terrore – quindi fu Terrorismo – per evitare che le forze progressiste del paese potessero diventare maggioritarie. E, come si urlava nei cortei fino a pochi anni fa (spero ancora oggi), “le bombe nelle piazze, le bombe nei vagoni, le mettono i fascisti, le pagano i padroni”: uno slogan che sintetizza perfettamente quello che Ferrari e Salvini spiegano sopra con dovizia di particolari.

La strategia della tensione ha ucciso centinaia di innocenti, per poter mantenere lo status quo e non permettere agli italiani di compiere quel cambiamento che con 1968 – ’69 stava iniziando.

Terrorismo di Stato.




In Italia si tortura

Immagine di Carlo Giuliani con l'estintore
Carlo e l’estintore: prospettiva “giusta”

Ciclicamente siamo costretti a tornare alla ferita del G8 di Genova del 2001, quello in cui lo Stato italiano, per l’ennesima volta, mise lo stop alla democrazia nel nostro paese, per poter reprimere liberamente chi osava protestare contro la globalizzazione neoliberista.
In quei giorno assistemmo a pratiche di repressione fasciste, in cui venne vietato manifestare a chi ne aveva non solo il diritto ma pure l’autorizzazione (per esempio il “blocco blu”, quello di Cobas e dintorni, che venne caricato quanto ancora il concentramento della loro manifestazione – autorizzata – non era manco iniziato); in cui vennero massacrate persone del tutto innocue e pacifiche (il cortei del cosiddetto “blocco rosa”); in cui vennero attaccati, caricati e massacrati cortei autorizzati e pacifici – quello del “Carlini” – che poi, giustamente, risposero alla repressione con l’autodifesa; in cui venne assassinato a freddo un ragazzo di 20 anni, Carlo Giuliani, ucciso più volte: dai carabinieri prima, dalla stampa di regime poi. Il giorno dopo venne massacrato un corteo di centinaia di migliaia di persone, fatto di famiglie, uomini, donne, bambini. Ore di violenza inusitata su tutti, indistintamente, per finire poi con l’orrore della Diaz, che oggi viene – finalmente – riconosciuta come TORTURA, quello che da quasi 15 andiamo dicendo in tutte le sedi possibili ed immaginabili.

TORTURA, un reato che in Italia si pratica ormai da decenni, che però da noi NON è un reato e per cui “la Corte europea dei diritti umani che ha condannato l’Italia non solo per quanto commesso [a Genova nel 2001; ndr], ma anche perché non ha una legislazione adeguata a punire il reato”.

Ovviamente cosa fanno i tutori tout court dei tutori armati della legge? Fanno vedere la foto presa da dietro di Carlo con l’estintore in mano verso la camionetta dei carabinieri. Sembra, da quella foto, che Carlo sia a pochi centimetri dal mezzo militare; ma così non è, come si spiega bene in questo articolo.

Quindi siamo ancora qui, noi reduci di quei giorni; noi che abbiamo sentito, con le nostre orecchie – con le mie orecchie – i carabinieri cantare, come allo stadio, “uno di meno, voi siete uno di meno”; noi che abbiamo passato un venerdì a rattoppare feriti che non potevano essere portati in ospedale, da cui altrimenti sarebbero stati strappati per essere portati via (spesso a Bolzaneto); che abbiamo passato un venerdì a scappare, a difenderci, a lottare per poter fare quello che lo stesso Stato che ci attaccava ci aveva autorizzati a fare; noi che abbiamo passato un sabato allucinante, a fuggire per ore per la città, aiutati e sostenuti dal popolo di Genova, che ci ha dissetati, nutriti, guidati lontani dagli sbirri. Noi che abbiamo sentito gli urli arrivare dal macello della Diaz, che abbiamo visto quei corpi devastati portati via in barella; che abbiamo visto le pozze di sangue, i grumi di capelli appiccicati ai muri, che abbiamo sentito il puzzo di sangue e di paura. Noi che abbiamo passato giorni, o settimane, o mesi a riprenderci da quello shock; noi che se passava un elicottero si iniziava a sudare; noi che dentro la pancia non andrà mai via quell’odio profondo per gli aguzzini in divisa e, soprattutto, per i loro capi. Capi che – TUTTI – hanno fatto carriera, tanto nel centro-destra che nel centro-“sinistra”.

Ma siamo ancora qua, ad urlarvi in faccia le nostre ragioni, che purtoppo pochi anni dopo si sono tragicamente avverate, che ci stanno buttando nella miseria e nella precarietà più disumane; siamo ancora qua ad urlare, ad avere “ragione”, a sapere che quell’orrore era tale e che ora, finalmente, viene riconosciuto anche da una delle maggiori istituzioni democratiche europee. Non servirà a nulla, il reato di tortura non verrà sanzionato, in Italia, perché è ancora troppo utile per poterne fare a meno.

Ma siamo ancora qua, e non ce ne andremo. Con Carlo nel cuore.




Ricordare Berlinguer

Immagine dela copertina del libro "L'orda d'oro" di Nanni Balestrini e Primo Moroni
La copertina del libro “L’orda d’oro” di Nanni Balestrini e Primo Moroni

Per ricordare Enrico Berlinguer non posso fare a meno di usare uno dei testi fondamentali per capire la storia italiana del secondo ‘900, L’orda d’oro di Primo Moroni e Nanni Balestrini:

Sospinto dalla vittoria elettorale del ’76 e dall’adesione (per lo piú in funzione servile e funzionariale) di un enorme numero di intellettuali con la vocazione a fare i burocrati del consenso, il Partito comunista giunse fino a formulare la piú delirante e suicida delle parole d’ordine: la classe operaia si fa Stato. Fare questa affermazione, lanciare questo slogan nel momento in cui la crisi distruggeva posti di lavoro e lo Stato si preparava ad attaccare i non garantiti e gli stessi operai non pacificati, voleva dire lanciare il seme della discordia dentro il movimento in lotta, dentro la sinistra e dentro il proletariato. Quel che accade dopo, nel ’77, non é che una parziale conseguenza di questa politica di divisione (come vedremo del resto nel capitolo dedicato alla discussione fra gli intellettuali svoltasi nel ’77). Ma é stato il Pci che piú di tutti ha pagato le conseguenze della paviditá teorica e della subalternitá politica della strategia del compromesso storico e della statalizzazione degli operai.

[… ]

Avendo rifiutato in modo preconcetto ogni proposta proveniente dal proletariato autonome non garantito, e avendo sposato in maniera acritica le esigenze del capitalismo italiano che pretendeva di dover ristrutturare per poter uscire dalla crisi, il movimento operaio rinunciò a muoversi nella direzione di una campagna di lotta, di rivendicazione e di trasformazione, che pure emergeva dalle lotte operaie, dalla contestazione giovanile e dalle richieste dei disoccupati: la campagna per la riduzione generate dell’orario di lavoro.

[…]

Quando, nel ’77, prima le assemblee operaie autonome, poi le istanze di movimento, poi addirittura un’assemblea nazionale operaia (il Lirico dell’aprile) e anche ampi settori del sindacato lanciarono la parola d’ordine: lavorare meno lavorare tutti, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, il Partito comunista respinse questa prospettiva come se si trattasse di una provocazione.

[…]

Pagò questa chiusura e questo servilismo filopadronale quando, solo tre anni dopo, Agnelli – ormai rinfrancato perché i comunisti lo avevano aiutato ad espellere dalla fabbrica il “fondo del barile” (espressione del comunista antioperaio Adalberto Minucci) – cacció fuori quarantamila operai e distrusse l’organizzazione operaia e l’intera forza dello stesso Partito comunista. Comincia in quel momento la crisi senza sbocchi del Partito comunista italiano.

Ecco, Enrico Berlinguer era non solo il Segretario di QUESTO Partito Comunista. È stato anche il teorico principale del compromesso storico, della politica dei sacrifici; ma, soprattutto, sempre usando le parole di Moroni – Balestrini:

A partire dalla fine degli anni Settanta è stato messo in opera in Italia un gigantesco meccanismo di falsificazione della storia di quel decennio, che nella desolante definizione di “Anni di Piombo” trovava la sua sintesi linguistica. E […] l’occultamento e la falsificazione hanno avuto nel PCI (Partito Comunista Italiano) di Enrico Berlinguer il motore principale e il braccio giudiziario.

introduzione all’edizione tedesca de “L’Orda d’oro” di Primo Moroni

Ecco, questo è stato Enrico Berlinguer. E non ne sento assolutamente la mancanza.




Giornata della memoria: non dimentichiamo il Porrajmos

Immagine di bimbi Rom e Sinti in un campo di concentramento nazista
Porrajmos

Arriva la Giornata della Memoria e con essa, implacabile, arriva la bile.

Oggi il “merito” di aver innescato il fiotto è dello store online di ebook Bookrepublic, che decide di ricordare con una selezione di libri. Quella che potete trovare all’indirizzo sottostante:

http://www.bookrepublic.it/ebook-promo/gennaio-2014/giornata-della-memoria-2014/

Se aprite quel link troverete una messe di libri, molti dei quali – se non tutti – assolutamente interessanti, che vi accompagneranno in questa giornata nata “per non dimenticare”. Lo stesso faranno sicuramente giornali, televisioni, radio, con trasmissioni ad hoc, articoli, interviste e quant’altro ci venga in mente.

Tutte – o quasi – avranno la caratteristica che trovate aprendo il link di cui sopra, quella della memoria a indirizzo unico, monotematica, buona per un solo soggetto:

gli ebrei.

L’Olocausto NON ha avuto a che fare solo con gli ebrei, per quanto siano stati il gruppo religioso con il maggior numero di vittime (6 milioni su 15). L’Olocausto ha mietuto altri milioni di vittime, che però NON vengono praticamente mai ricordate, se non di sfuggita e pure con un po’ di fastidio. D’altronde i tristi compagni di tragedia degli ebrei sono stati i Rom e i Sinti (di cui si calcola non meno di 500 mila vittime), ma che fai, ricordi gli zingari? Quelli che rubano i bambini e fanno l’elemosina per strada? Sei matto?! Poi ci sono gli omosessuali (circa 600 mila vittime), ma anche qui, vorrai mica parlare in tv dei finocchi?! Che la guardano i bambini…. Poi i testimoni di Geova, varie altre confessioni, per finire con quelli che Wikipedia chiama dissidenti, cioè gli oppositori politici al nazismo, ad iniziare dai comunisti per passare per gli anarchici. Gli oppositori politici sono stati i primi, cronologicamente parlando, a finire nei campi di concentramento. E gli ultimi ad uscirne. Ma di sta gente è meglio non parlarne, peggio degli zingari e dei finocchi…

No, niente bile. Non vale la bile, la rabbia, il disgusto per quel che si vede accadere oggi – e ieri – e accollarlo a chi non è stato mai responsabile degli errori altrui. Il disgusto è di oggi, per l’ipocrisia pelosa di chi santifica il più forte – di oggi – e dimentica il più debole – di oggi e di ieri.

Ma chi, ieri, debole e impotente, ha subito il martirio del campo di concentramento, dell’essere trasformato nel nulla da distruggere; bene, per coloro, per tutti coloro – i tanto ricordati e i vergognosamente dimenticati – per TUTTI coloro non si può non lavorare, quotidiamente, perché certe cose – più tremendamente vicine di quanto si possa mai temere – NON possano accadere MAI più.

A nessuno.

Oggi, domani, fra una settimana, ieri, dobbiamo ricordare. Non si può, non si deve, ricordare una tantum, come festa comandata. Bisogna ricordare, perché solo chi ricorda può sperare di non commettere di nuovo certi orrori.

Quindi dobbiamo – come dice Moni Ovadia – attuare una memoria attiva, qualcosa a cui aggrapparsi, perché ci faccia vedere nell’altro – a prescindere da tutto – qualcuno di interessante con cui condividere. A prescindere da tutto.

Mi attenuano leggermente questo ennesimo attacco di bile Ecco allora che mi rendono felice alcuni progetti meritori, belli, quelli che vengono dal basso, dalle piccole (o grandi) azioni delle persone normali.

Come il progetto dedicato alla “Giornata della Memoria” della scuola media di Cinigiano (Gr), in cui si parlerà di tutte le vittime dell’Olocausto, e non solo degli ebrei.

O lo splendido DVD edito da A – Rivista anarchica A forza di essere vento, con interviste, documenti, documentari e quanto NON si trova nei canali ufficiali della memoria.

Finisco il pippone proponendovi il capitolo che il maggior storico italiano dei popoli Rom e Sinti, Santino Spinelli (che è anche poeta, cantante, regista) ha dedicato al Porrajmos, lo sterminio nazista di Rom e Sinti: Rom, Genti libere, Baldini e Castoldi, 2012

«Porrajmos»: un genocidio infinito, di Santino Spinelli

Con il termine Porrajmos o Porajmos (forma sostantivata del verbo porav- = divorare, ingoiare), che significa «divoramento», si ricorda il genocidio di almeno 500 mila Rom e Sinti, vittime dell’odio nazi-fascista durante la Seconda Guerra Mondiale. Le cifre variano da un minimo di 500 mila a un massimo di un milione e mezzo di vittime1 Il Porrajmos, in pratica, è l’equivalente della Shoà degli Ebrei, ma non è altrettanto conosciuto (si è fatto in modo che ciò avvenisse). Molte comunità romanès preferiscono al termine Porrajmos, che in molti dialetti della lingua romanì ha una connotazione sessuale, quello di Samudaripen o Samudaripé («uccisione totale», genocidio) o Baro Romanò Meripen («la grande morte», genocidio). Per capire a fondo questa pagina di storia della popolazione romanì occorre partire da lontano.

Dalla seconda metà del XVIII secolo iniziarono studi e ricerche per meglio conoscere le comunità romanès che da secoli continuavano a girovagare per l’Europa. I Governi europei, nonostante misure repressive spietate, non riuscivano a eliminarli. Per capire chi realmente fossero, si svilupparono studi scientifici. Soprattutto la lingua fu oggetto d’indagini. La scoperta delle origini indiane portò alla nascita della moderna romanologia e a un interesse interdisciplinare nei confronti della popolazione romanì. Studi e ricerche si moltiplicarono come non accadde mai in precedenza; nel 1888, dopo l’interesse suscitato dai romanzi di George Borrow, nacque in Inghilterra la prima rivista dedicata al mondo romanò: «Journal of the Gypsy Lore Society», tuttora esistente (la nuova serie viene pubblicata in America).

Nel XIX secolo il Positivismo sviluppò studi antropologici che predicavano la predisposizione «razziale» al delitto. L’odio secolare nei confronti delle famiglie romanès non cessò mai di alimentarsi: nel 1832, in Germania, fu costruito a Friedrichslohra presso Nordhausen un internato per ospitare i bambini Sinti strappati alle loro famiglie, così come numerose furono le pubblicazioni in cui si ribadiva la loro presunta pericolosità e la loro presunta inferiorità etnica. Cesare Lombroso nel 1856 pubblicò il libro L’uomo delinquente, condannando irrimediabilmente le comunità romanès, mentre J. A. de Gonineau nel 1855 pubblicò il Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane. Queste pubblicazioni, che ebbero una larga diffusione, posero le basi per le teorie razziste e influenzarono i politici nell’attuazione di provvedimenti contro le famiglie romanès. Tali misure rispecchiavano l’idea della prevenzione sociale attraverso una schedatura dei gruppi romanès e maggiori informazioni su di loro. In Austria furono emanate leggi che regolavano il trattamento di polizia dei Rom e Sinti: nel 1871, si applicò la legge sull’espulsione con foglio di via; nel 1873, la legge sul vagabondaggio e, nel 1888, venne emanato il decreto sugli «zingari» in cui per la prima volta si evidenziò il «problema zingari». In Germania, sia durante il periodo dell’Impero (1871-1919), che durante la Repubblica di Weimar (1919-1933) lo sforzo delle autorità fu quello di porre le comunità romanès in un luogo specifico per meglio controllarle e per tenerle separate dalla popolazione tedesca2 Da una parte si voleva la loro sedentarizzazione, ma dall’altra si desiderava relegarle fuori dalle città. Il Cancelliere Bismarck nel 1886 raccomandò l’espulsione di tutte le comunità romanès straniere alle autorità competenti in modo da liberare il territorio dalla «piaga zingara»3. L’esigenza di un maggior e più rigido controllo portò nel 1899 alla nascita in Baviera, nella città di Monaco, della Zigeunerzentrale, un ufficio di polizia con compiti specifici di controllo e schedatura della popolazione romanì sotto la direzione di Alfred Dillman4.

Alla fine del XIX secolo nacquero dottrine, come l’Eugenetica, che intendevano migliorare la razza umana attraverso la selezione naturale. Il fondatore dell’Eugenetica fu Francis Galton, che auspicava interventi diretti al controllo e alla salvaguardia del patrimonio ereditario di una razza, dottrina che divenne nota come «igiene razziale». All’inizio del Novecento, in molti Paesi europei circolavano riviste che si occupavano di Eugenetica e iniziarono a svilupparsi teorie in difesa della «purezza della razza». Nel mondo scientifico tedesco le teorie a sfondo razzista riguardanti le comunità romanès si affermarono sempre di più. Fu il preludio della politica di sterminio che si sviluppò in Europa. Era necessario, dunque, risolvere il «problema zingari» poichè «inquinava» la purezza della «razza ariana» e questo concetto trovò la sua piena attuazione sotto i regimi nazi-fascisti. Hitler fu il primo in Europa a fare dell’ «igiene razziale» una questione di preminente interesse nazionale. Il nazismo si appoggiò al darwinismo sociale per giustificare e propagandare la superiorità della razza bianca su quella nera e della superiorità della razza ariana sulle altre razze bianche.

Nel 1905, Alfred Dillman pubblicò in Germania il risultato delle sue ricerche nel Zingeuner-Buch, uno studio contro «la piaga zingara» con foto e nomi di circa 3.500 Rom e Sinti, presunti «pericolosi», molti dei quali, in realtà, incensurati o con reati lievi5 Ciò pose le basi per lo sterminio di numerose famiglie romanès pochi decenni dopo.

La cattiva predisposizione delle popolazioni europee verso i «diversi» in generale e le comunità romanès in particolare, i forti sentimenti nazionalistici che pervasero il Continente, gli studi pseudoscientifici e la propaganda politica portarono all’affermazione delle teorie nazi-fasciste della superiorità razziale. Le misure repressive iniziarono ad avere carattere persecutorio e furono attuate sistematicamente sulla popolazione romanì con crescente ferocia e disumana perseveranza.

Nel 1912, in Francia il Governo Clemenceau approvò una legge repressiva su base etnica che obbligava tutti i membri delle famiglie romanès a detenere un documento antropometrico, una misura, questa, alla quale non erano sottoposti gli altri cittadini francesi. Questo provvedimento restrittivo e discriminatorio sarà abrogato solo nel 1969.

Nel 1920, in Germania lo psichiatra Karl Binding e il giudice Alfred Hoche scrissero un libro dal titolo Lo sradicamento delle vite indegne di essere vissute in cui facevano appello per la sterilizzazione di coloro che essi consideravano ballastexistenzen (vite inutili).

Nel 1920, in Germania era fatto divieto ai Rom e Sinti di entrare nei parchi e nei bagni pubblici.

Nel 1925, fu organizzata una conferenza sulla «questione zingara»: il risultato fu la richiesta di inviare Rom e Sinti nei campi di lavoro «per ragioni di sicurezza sociale» e la richiesta di una carta identificativa con le impronte digitali adottata due anni dopo6.

In Svizzera nel 1926, una società filantropica al di sopra di ogni sospetto, la Pro Juventute, istituì «un’opera di soccorso per i bambini della strada maestra»7. La realtà fu che l’amministratore dell’organizzazione, Alfred Siegfrid (un pedofilo secondo le testimonianze delle vittime) fece sottrarre alle famiglie romanès e jenische8, con l’aiuto della polizia e delle autorità locali, numerosi bambini ai quali si faceva credere che i genitori li avevano abbandonati o che erano morti. Da un rapporto del 1953, si evinse che almeno 500 bambini furono reclusi in istituti psichiatrici o in orfanotrofi senza contatto con i propri genitori e che le bambine venivano sterilizzate. Solo nel 1973, grazie alla lotta condotta da due donne, la Jenische Mariella Mehr e Zori Müller, una Romnì lovara, che la sezione dell’«opera di soccorso per i bambini della strada maestra» fu chiusa, ma i responsabili non pagarono e non subirono alcun processo9. Nel giugno del 1998, Ruth Dreyfuss, consigliere federale prima e Presidente della Confederazione Elvetica poi, dichiarò che si trattò di un tragico esempio di discriminazione. Furono stanziati fondi per la ricostruzione delle famiglie, ma per molti di loro ormai era troppo tardi e il provvedimento ebbe il sapore di una beffa.

Il 16 luglio 1926, il Parlamento bavarese emanò una legge per combattere gli «zingari e i renitenti al lavoro»: chi non aveva un lavoro (ma per i Rom e Sinti era impossibile trovarne uno, così come non erano autorizzati a costruirsi le case) veniva internato in case di riabilitazione e i figli sottratti e dati in affidamento10.

Nel 1927, in Baviera furono internati 8.000 Rom e Sinti, mentre nello stesso anno in Slovacchia vennero processati alcuni Rom con l’accusa di cannibalismo, un’accusa tanto infamante quanto falsa.

Nel 1928, la legge del 12 aprile e l’ordinanza del 22 maggio ponevano tutte le famiglie romanès residenti in Germania sotto stretta sorveglianza della polizia11.

Nel 1931, a Monaco iniziarono disordini contro le «razze straniere non-europee», ovvero Ebrei, Rom e Sinti con l’appoggio dell’Ufficio Informazioni del Partito Nazista.

Dal 1933, con l’ascesa di Hitler al potere, i nazisti inasprirono le leggi e le azioni repressive già adottate contro le comunità romanès. Il provvedimento concernente «le vite indegne di essere vissute» si riferiva in maniera particolare alle comunità romanès. Una delle prime iniziative adottate dall’Ufficio Informazioni del Partito Nazista fu quella di richiedere le ricerche genealogiche sulle famiglie romanès al dottor Sigmund Wolf, un romanologo molto apprezzato all’epoca. Al contempo, ci fu la richiesta, da parte dell’Ufficio per la Razza e gli Insediamenti (Rasse und Siedlungsamt) delle SS di Berlino, di sterilizzare i Sinti e Rom (anche di mezzo sangue) detti Ziguener. Furono attuate, così, fin dal 1934, le sterilizzazioni che si svilupparono soprattutto nei campi di Dachau, Dieselstrauss, Shachsenhausen, Marzahn, Ravensbrük e Vennhausenduring.

In Svezia nel 1934, iniziarono le sterilizzazioni obbligatorie delle donne appartenenti alle comunità romanès (furono 63.000) che continuarono fino al 1975. Solo nel maggio del 1999, il Parlamento svedese emanò una legge per l’indennizzo delle vittime superstiti a patto che riuscissero a dimostrare gli abusi subiti, in pratica una beffa poiché era impossibile raccogliere le prove.

Sempre nel 1934 in Norvegia iniziarono le sterilizzazioni obbligatorie (furono 40.000) alle quali seguirono nel 1935, quelle in Danimarca (6.000) e in Finlandia12.

Dal 1934 in Germania cominciarono i tentativi da parte delle segreterie dei Partiti di escludere i Sinti e i Rom dalle organizzazioni professionali.

Nel 1935, si creò il primo Zigeuner-lager (campo nomadi) a Colonia13 sorvegliato dalla polizia, che non solo era un ghetto che serviva per il controllo e per separare le famiglie romanès da quelle tedesche, ma doveva essere, secondo l’aberrazione nazista, un luogo di pubblico disprezzo. I campi nomadi che proliferano, oggi, in Italia sono un retaggio di quella cultura e soddisfano le stesse esigenze. Nello stesso anno si eresse il campo di Gelsenkirchen.

Il 15 settembre 1935, il Governo nazista promulgò le Leggi razziali di Norimberga in cui si sanciva che «per la difesa del sangue e dell’onore tedesco» in nessun caso si poteva celebrare un matrimonio da cui poteva nascere una prole «pericolosa ai fini della conservazione della purezza della stirpe germanica». I matrimoni misti con africani, zingari ed ebrei, quindi, furono vietati14. Proprio per contrastare i matrimoni misti, fin dagli inizi del regime nazista furono proposte ripetutamente alcune soluzioni: la deportazione di massa e la sterilizzazione. Fu promulgata anche la Legge sulla cittadinanza con cui «Zingari ed Ebrei» furono declassati «a cittadini di seconda classe» a causa del loro sangue «straniero» e furono privati dei loro diritti civili15.

Nel 1936, Heinrich Himmler, comandante supremo delle famigerate SS e capo del Dipartimento di Polizia Criminale del Reich (RKPA), ordinò che tutte le attività della polizia criminale fossero centralizzate. Si crearono, così, 12 Reichszentralen (Uffici di Polizia) a cui si aggiunse il Centro di Ricerche e d’Informazione del Dipartimento di Polizia di Monaco creato nel 189916. Nel novembre del 1936, a Berlino venne fondato un Ufficio di Ricerche per l’Igiene Razziale annesso all’Ufficio della Sanità Nazionale, un sezione del Ministero degli Interni. L’Ufficio di Ricerche per l’Igiene Razziale era strettamente collegato al Dipartimento dell’Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich o RSHA (Reichssicherheits hauptamt) sotto la direzione di Robert Ritter, che era uno psichiatra e un neurologo distintosi nel campo delle ricerche genetico-razziali17. Ritter fu colui che fissò i criteri per l’identificazione degli appartenenti alla «razza zingara», compresi coloro i quali avevano sangue misto. Fu lui che fece sequestrare, nello stesso anno, il materiale in possesso di Sigmund Wolf sulle famiglie romanès e sul mondo romanò e a proporre la sterilizzazione dei Rom e Sinti di sangue misto. Eva Justin, assistente di Ritter, compì uno studio sulle comunità romanès affermando che non potevano cambiare comportamento o modo di vivere, perché non dipendeva dalla loro educazione o dalla loro volontà, ma dal loro corredo genetico. Arrivò persino a identificare il presunto gene del wandertrieb (istinto al nomadismo) a seguito di uno studio pseudoscientifico su centoquarantotto bambini che, con questo pretesto, nel 1944, furono mandati nelle camere a gas. Robert Ritter e la sua assistente contribuirono a segnare il destino delle comunità romanès.

Gli studi paranoici di questo periodo, avvolti da un’aura di scientificità, giustificarono le politiche repressive e discriminatorie naziste. I Rom e Sinti erano considerati «asociali» oltre che «inferiori» e, con il pretesto di essere «recuperati», nel 1936 vennero avviati ai campi di lavoro: il primo fu quello di Dachau, a cui seguirono quelli di Buchenwald, Mauthausen e Ravensbrück.

Previsti come campi di controllo e di prevenzione sociale, i campi di lavoro erano dei campi di concentramento, dove all’inizio non era prevista la «soluzione finale», ma solo la sterilizzazione e l’allontanamento degli «asociali» dalla «pura razza germanica». Dai campi di lavoro, in cui si moriva di stenti, di fame e per le percosse o le torture, iniziarono a partire i convogli destinati ai campi di stermino più organizzati. Una vera e propria industria della morte pianificata con lucido cinismo, motivata da un odio viscerale e sostenuta da una metodica propaganda. Il controllo mediatico dei nazisti ebbe un ruolo determinante. La propaganda, infatti, attecchì appieno e l’opinione pubblica si rese complice di un massacro senza precedenti. Le notizie e le informazioni erano manipolate e il ministro della propaganda nazista Joseph Paul Goebbels sosteneva che: «Una bugia detta tante volte diventa verità». Le informazioni erano ben selezionate e le opportune mistificazioni manipolarono le coscienze: diffondevano stereotipi negativi e instillavano l’odio razziale, stimolando atteggiamenti ostili nei confronti dei «diversi» ritenuti «inferiori». Oggi, in forme diverse, avviene la stessa cosa. Non è un caso che la situazione per la popolazione romanì sia cambiata di poco rispetto ad allora e non cambierà fino a quando non ci sarà una vera svolta politica di valorizzazione culturale e di reale promozione sociale.

La propaganda presentò «la questione zingara» come un peso notevole per i servizi assistenziali dello Stato, eppure i gruppi di Rom e Sinti che vivevano in Germania erano cittadini tedeschi ed erano in quella nazione da secoli. Particolare risalto si dava alla prolificità delle donne che determinava un ingente esborso per l’ospedalizzazione delle partorienti, eppure il Governo invitava le famiglie tedesche ad avere tanti figli.

Si sollecitarono, così, «giustificati» interventi forti che provvedessero alla sterilizzazione di massa delle comunità romanès ritenute «inferiori».

Il 6 giugno 1936, fu emanato il Decreto per combattere la «piaga zingara» in quanto le comunità romanès venivano percepite come un pericolo e le autorità locali, in attesa di una legge nazionale, potevano usarlo per fermarle in luoghi specifici per meglio controllarle. I campi di internamento proliferarono ovunque e furono costruiti a imitazione di quello di Colonia.

Nel 1936, in occasione dei Giochi Olimpici, Hitler fece «ripulire» Berlino dalla presenza di tutte le famiglie romanès che furono destinate al campo di internamento di Marzahn da cui uscirono solo per essere destinate ad Auschwitz. Nello stesso anno furono eretti i campi d’internamento di Solingen, di Francoforte e di Magdeburgo.

Nel 1937, si costruirono in Germania i campi di internamento di Düsseldorf, di Essen e di Kassel18. In questi campi i mezzi igienico-sanitari erano insufficienti per il numero di persone che ospitavano e ciò provocava continue epidemie. Le condizioni di vita erano disumane.

Il 23 febbraio 1937, Heinrich Himmler ordinò la carcerazione preventiva di diverse categorie sociali, tra le quali Rom e Sinti in quanto «asociali». L’azione fu condotta il 6 marzo e molte famiglie romanès furono colpite dal provvedimento e internate19.

Nel novembre del 1937, una gran parte dei Rom e Sinti tedeschi che militavano nell’esercito, furono esclusi dalle forze armate. Molti rimasero fino all’inizio della guerra riuscendo anche a ottenere medaglie al valor militare, ma all’inizio del 1941 le autorità riaffermarono l’esclusione di tutti i Rom e Sinti dai ranghi militari20.

Nel dicembre del 1937, fu emanato il Decreto per combattere e prevenire il crimine, con cui il Dipartimento di Polizia Criminale del Reich (RKPA) fu autorizzato a deportare le comunità romanès nei campi di concentramento. Nell’aprile dell’anno successivo 2000 Rom e Sinti furono deportati a Buchenwald21.

Dal 13 al 18 giugno 1938, si registrò la settimana di «pulizia» di Rom e Sinti in Germania con una grande ondata di internamenti e con la cacciata dei bambini dalle scuole tedesche. Fu l’equivalente della Notte dei Cristalli per il popolo ebraico che ebbe luogo lo stesso anno22.

Il 1 ottobre 1938, il Dipartimento di Polizia di Monaco, che si occupava fin dal 1899 dei Rom e Sinti, fu assorbito dal Dipartimento di Polizia Criminale del Reich (RKPA), che, dal 27 settembre 1939, divenne un Dipartimento dell’Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich o RSHA sotto il comando dell’SS-Oberführer Arthur Nebe (1894-1945). Quest’ultimo divenne un superiore di Robert Ritter. Artur Nebe era capo del Dipartimento V del RSHA e comandante delle Einsatzgruppen B, un’unità mobile di sterminio, che ebbe un ruolo rilevante nella registrazione, nella deportazione e nello sterminio di Rom e Sinti. L’Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich (RSHA) era comandato da Reinhard Heydrich con il compito di pianificare e organizzare lo sterminio di Ebrei, Rom e Sinti e aveva diversi Dipartimenti, ognuno con un capo, a cui venivano affidate mansioni specifiche. Il Dipartimento I era guidato da Werner Best (1903-1989), coinvolto nella persecuzione dei Rom e Sinti ancor prima di entrare nel RSHA, che non pagò per i suoi crimini; il Dipartimento III era presieduto da Otto Ohiendorf (1907-1951), che diresse, tra il giugno del 1940 e il giugno del 1941, le Einsatzgruppen D, un’unità speciale d’assalto che sterminò migliaia di Rom in Ucraina e in Crimea e che non pagò per i suoi crimini pur avendoli confessati al Processo di Norimberga nel 1945; la deportazione degli Ebrei era organizzata da Adolf Eichmann nel Dipartimento IV; egli odiava profondamente i Rom e Sinti e fu lui a organizzare la loro deportazione nel ghetto di Lodz (Polonia); Paul Werner (1900-1970), sottoposto di Arthur Nebe, aveva una posizione di comando nel Dipartimento V e coinvolto nel genocidio di Rom e Sinti, ma non pagò mai per i suoi crimini.

Il 18 dicembre1938, Heinrich Himmler emanò un decreto concernente la «lotta contro la piaga zingara» con cui si ribadiva la presunta pericolosità dei Rom e Sinti e la necessità di inviare tutte le informazioni su di loro, dai dipartimenti di polizia regionale al Dipartimento di Polizia Criminale del Reich (RKPA) sottolineando che:

«L’esperienza fatta nel corso della lotta contro la piaga zingara fino a oggi, e i risultati delle ricerche biologiche-razziali, ci fanno raccomandare innanzitutto la regolamentazione della questione zingara da un punto di vista razziale»23.

Il decreto conteneva anche «le regole di base» di Himmler per la «soluzione finale» della «questione zingara»: l’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich (RSHA) doveva «accertare» l’affiliazione «zingara» sulla base dei «rapporti sulla razza» di Robert Ritter. Ormai tutto era predisposto per l’annientamento totale dei Rom e Sinti. Il provvedimento era frutto della collaborazione tra le autorità scientifiche e politiche e prevedeva la schedatura di tutti i membri delle famiglie romanès. Nel testo del provvedimento si leggeva tra l’altro: «Sia rilevato il censimento speciale di zingari, semi-zingari e girovaghi che conducano esistenza zingaresca i quali abbiano superato l’età di anni sei… la decisione definitiva circa la schedatura di una persona quale zingaro, semi-zingaro o girovago sarà presa dalla polizia criminale su parere degli esperti». Robert Ritter aveva progressivamente schedato, dal 1936, quasi tutti i Rom e Sinti tedeschi con informazioni su ciascun individuo. Egli si era proposto, sin dall’inizio della sua attività, di rintracciare tutti i soggetti «puri» o di «sangue misto» residenti nel Paese e di interrogare personalmente tutti i sospetti, al fine di ottenere tavole genealogiche esaurienti. Nella primavera del 1942, nei suoi archivi c’erano 30.000 pratiche. Questa cifra corrispondeva al numero di individui appartenenti alla popolazione romanì presente a quel tempo in Germania24.

Nel 1938 in Italia, sulla rivista «La Difesa della razza», apparvero diversi articoli che chiedevano l’introduzione e l’applicazione delle stesse leggi e misure repressive adottate in Germania per le famiglie di Rom e Sinti che vivevano sul territorio nazionale. Con la circolare dell’8 giugno 1938, il Ministero dell’Interno dette «prescrizioni per i campi di concentramento e le località di internamento» in cui dovevano essere rinchiuse le persone «capaci di turbare l’ordine pubblico».

Il 13 luglio 1938, fu pubblicato un manifesto di scienziati razzisti dal titolo Il Fascismo e i problemi della razza.

In Austria il 13 marzo 1938, ebbe luogo un censimento di Rom e Sinti e un’escalation di misure restrittive: in aprile fu loro proibito il diritto di voto; a partire da maggio i bambini furono costretti ad abbandonare la scuola e gli adulti, che non lavoravano ancora presso famiglie di agricoltori, furono inviati a Dachau e a Buchenwald; in luglio furono vietati i matrimoni misti; nel febbraio 1939 fu loro proibito l’acquisto di immobili e a giugno ci fu una nuova deportazione a Dachau e a Buchenwald25.

In Germania, a partire dal 1 ottobre 1938, la deportazione di Ebrei, Rom e Sinti fu incrementata da Adolf Eichmann. La Gestapo si impadronì delle proprietà di Sinti e Rom, confiscate e sottratte con la loro deportazione.

Nel marzo 1939, fu dato l’ordine di creare pass speciali per individuare le diverse categorie sociali: pass gialli per Ebrei identificati con una «J» (Juden=Ebrei) e pass marroni o azzurri per i Rom e Sinti identificati, invece, con una «Z» (Zigeuner=Zingari)26. I Rom e Sinti nei campi di concentramento dovevano indossare (e tenerlo bene in vista) un triangolo nero: era il simbolo degli asociali. La realtà fu che venivano internati su base etnica, anche senza commettere alcun reato.

In Germania nel 1939, Johannes Behrendt dell’Ufficio d’Igiene Razziale, in un breve resoconto, sostenne che: «Tutti gli zingari dovrebbero essere trattati come malati ereditari; la sola soluzione è l’eliminazione. L’obiettivo dovrebbe essere perciò l’eliminazione senza esitazione di questo elemento difettoso della popolazione»27.

Il 7 ottobre 1939, Himmler ottenne il titolo di Commissario del Reich.

Intanto, il 21 settembre 1939, Reinhard Heydrich, capo del RSHA e principale organizzatore della «soluzione finale», tenne una riunione-conferenza a Berlino con la partecipazione dei capi dipartimento di polizia della sicurezza e dei comandanti degli Einsatzgruppen (gruppi di azione speciale). La riunione verteva sulla concentrazione di «Ebrei e Zingari» per uno scopo «segretissimo» e sulla preparazione della deportazione dei «rimanenti 30.000 zingari» dal territorio del Reich verso la Polonia28.

Il 13 ottobre 1939, l’SS-Hauptsturmführer Braune informò Adolf Eichmann, che l’SS-Oberführer Artur Nebe voleva sapere «dove mandare gli zingari di Berlino». La risposta del 16 ottobre di Eichmann, riferendosi alla deportazione degli Ebrei a Nisko, fu: «Il metodo più semplice è aggiungere a ogni trasporto un vagone di zingari».

Il 17 ottobre 1939, seguendo le disposizioni contenute nel decreto di «confinamento» (Festschreibungserlaß) di Himmler, i 12 Reichszentralen (Uffici di Polizia) sotto il comando del RSHA di Heydrich istituirono campi di raccolta, simili a quelli di concentramento, in attesa del trasporto ai campi di sterminio. Il progetto di deportare i 30.000 Rom e Sinti fu confermato nella riunione di Berlino del 30 gennaio del 1940. L’ordine arrivò il 27 aprile 1940, quando Himmler decretò la deportazione di interi nuclei familiari romanès in Polonia. A maggio i treni della deportazione con 2.500 Sinti e Rom tedeschi partirono da Amburgo, Brema, Colonia, Hannover, Düsseldorf, Francoforte e Hohenasperg (vicino Stoccarda)29. I documenti di identità, i vettovagliamenti e gli indumenti furono confiscati così come l’oro, gli oggetti di valore, i gioielli e il denaro contante30. I Rom e Sinti, così, venivano ancora depredati dei loro averi.

In Francia il decreto del 6 aprile 1940, istituì i campi di internamento che proliferarono rapidamente grazie anche alla legge del 1912, che favorì la cattura delle famiglie romanès da tempo schedate e costrette a recarsi nei distretti di residenza per i continui controlli. I campi di internamento furono focolai di epidemie a causa delle inesistenti strutture igienico-sanitarie. In Bulgaria, una gran parte dei Rom di Sofia fu internata in campi provvisori, mentre 25.000 Rom rumeni, la cui metà costituita da bambini, furono deportati in Transnistria (Moldavia) e almeno 11.000 scomparvero31.

L’11 settembre 1940, venne diffusa in Italia la Circolare che il capo della polizia indirizzò a tutte le prefetture del regno: il documento conteneva le disposizioni per l’internamento dei Rom e Sinti italiani32.

Sempre nel 1940, nel campo di lavoro di Buchenwald, si sperimentarono per la prima volta su 250 bambini Rom di Brno gli effetti del gas mortale Zyklon-B33.

Il 27 aprile 1941 fu diramato l’ordine, da parte del Governo di Mussolini, di «Internamento degli Zingari Italiani»34. I Rom e Sinti italiani e gli ebrei stranieri furono gli unici ad essere internati per motivi razziali; gli ebrei italiani internati erano considerati oppositori politici. I fascisti, così, allo scopo di controllare il flusso degli spostamenti delle famiglie romanès, iniziarono a internarle in capannoni o campi di concentramento sotto la direzione e il controllo di Commissari (vice o aggiunti) di polizia o dei Podestà (dei paesi dove i campi erano ubicati). Furono istituiti campi di concentramento in tutta Italia dove gli internati furono costretti a vivere in condizioni disumane35. Fra i più noti luoghi di internamento, anche per le loro carenze igenico-sanitarie, vanno citati quelli di: Tossicia (Teramo), Berra (Ferrara), Montopoli Sabina (Rieti), Boiano (Campobasso), Agnone (Isernia) dove, nel convento di S. Bernardino furono internate le famiglie dei Levak (qui il figlio di Zlato Levak morì per denutrizione), Bogdan e Goman. A Collefiorito (Roma) fu rinchiuso Silvio Di Rocco con tutta la sua famiglia per aver insultato dei fascisti, mentre nelle Isole Tremiti (Foggia) fu internata, tra le altre, la famiglia del Sinto Thulo Reinhardt. La famiglia di Gennaro Spinelli36 (circa 50 persone) fu prelevata a Paglieta (Chieti) da due camionette e, dopo alcune notti trascorse all’addiaccio in un campo recintato dal filo spinato presso la stazione di Torino di Sangro (Chieti), fu deportata, con un treno per bestiame a Bari e da qui internata nell’entroterra, in un casolare sperduto in un luogo che i superstiti chiamano «Rapollo» (avevano sei-sette anni all’epoca). All’arrivo degli alleati, le autorità lasciarono incustodito il casolare e gli internati poterono liberarsi. Così, come racconta mio padre, tenendosi alla gonna di sua madre che portava in braccio un figlio più piccolo, tornarono a casa a piedi attraverso le campagne e le strade secondarie.

In Sardegna furono deportate diverse famiglie di Rom e Sinti del Friuli per poi essere lasciate libere sull’isola senza alcun aiuto, ma controllate; è il caso della famiglia di Giovanni Hudorovich, di Rosa Raidich, di Mitzi Herzenberg e di Giuseppe Levakovich, detto Tzigari, un Rom partigiano che militò nella Brigata Osoppo. A L’Aquila la Gestapo adibì a carcere il locale manicomio dove fu torturato Arcangelo Morelli, sospettato di essere un partigiano. Molti Rom e Sinti effettivamente militarono nelle file partigiane per liberare l’Italia dall’oppressione nazi-fascista. È il caso del Sinto italiano Amilcare Debar, compagno d’armi del Presidente della Repubblica Sandro Pertini oltre al già citato Giuseppe Levakovich. Tre Sinti italiani Walter Vampa Catter, Renato Mastini e Lino Ercole Festini assieme a Silvio Paina, sposato a una Sinta, militanti partigiani veneti, furono catturati a Belvedere di Tezze sul Brenta e fucilati, assieme ad altri partigiani, a Vicenza l’11 Novembre 1944, in risposta a una rappresaglia per un attentato, al Ponte dei Marmi (oggi Viale Dieci Martiri)37. Un cugino di Walter Vampa Catter, anch’egli partigiano, Giuseppe Catter, cadde in combattimento sulle montagne della Liguria presso Lovegno, nel comune di Pieve di Teco, in provincia di Imperia. Questi eroi della Patria Italiana sono stati totalmente dimenticati per decenni, anche dalle stesse associazioni partigiane e gli ideali per cui hanno combattuto o dato la loro vita sono stati traditi se si pensa ai disvalori della società di oggi, alla situazione di molte comunità romanès ancora discriminate o recluse nei campi nomadi e se si pensa alla lunga lista dei bambini morti per gli effetti collaterali del razzismo, dell’emarginazione e della mistificazione. Si sono sacrificati per ottenere questo? D’altro canto, in nessun modo lo Stato italiano ha risarcito i danni procurati alle famiglie romanès dalla dittatura fascista.

Il campo d’internamento di Boiano (dove furono tenuti 58 Rom con donne e bambini poi trasferiti ad Agnone), diretto da un commissario di Pubblica Sicurezza (Umberto Struffi prima ed Eduino Pistone poi), secondo le autorità poteva contenere «250 internati “normali”» oppure «300 zingari», a sottolineare che le comunità romanès erano più disprezzate rispetto ad altre categorie sociali e si riteneva che avessero «meno esigenze»38.

Il 23 ottobre 1940, fu istituito il campo di internamento di Lackenbach a sud di Vienna, un centro di raccolta per un’ulteriore deportazione nei campi di sterminio. I primi trasferimenti di 2.000 Rom e Sinti si registrarono il 4 e il 7 novembre del 1941 con destinazione Lodz. Nel campo passarono almeno 4.000 Rom e Sinti e alla fine del 1941, scoppiò un’epidemia di tifo che portò alla morte molti di loro, soprattutto bambini. I loro corpi furono sepolti in fosse comuni nel cimitero ebraico.

In Serbia, nel 1941, la Wehrmacht retribuiva le esecuzioni di Rom ed Ebrei; gli anziani, le donne e i bambini vennero internati nel campo di Semlin, vicino Belgrado. Dovevano indossare bracciali gialli identificativi con la parola «zingaro». Nei ghetti e nei campi di concentramento della Polonia occupata, Sinti e Rom erano obbligati a portare bracciali con la lettera «Z».

Spietate furono le persecuzioni degli Ustasha, i terribili fascisti croati, che nel campo di concentramento di Jasenovach (Croazia) massacrarono almeno 30.000 Rom slavi.

Dall’estate del 1941, i Sinti e Rom vennero sistematicamente uccisi dai cosiddetti Einsatzgruppen, le truppe d’assalto tedesche, così come dalle Unità della Wehrmacht e dai Ordnungspoliziei nei territori occupati. Ovunque le comunità romanès furono duramente colpite: Belgio, Olanda, Boemia, Moravia, Romania, Polonia, Norvegia, Lussemburgo, Danimarca, Svezia, Finlandia, Francia, Yugoslavia, Grecia, Estonia, Lituania, Lettonia, Ucraina, Bulgaria, Ungheria, Slovacchia, Albania.

Il 7 agosto 1941, Himmler impartì l’ordine con cui si stabiliva che il RSHA avrebbe potuto utilizzare i rapporti sulla razza per prendere le proprie decisioni in merito a ulteriori deportazioni nei campi di concentramento di Sinti e Rom tedeschi.

A metà dicembre del 1941, le truppe d’assalto tedesche Einsatzgruppen uccisero 824 Rom a Simferopol (Ucraina)39.

Nei Paesi Baltici, tra il 1941 e il 1943, le Einsatzgruppen massacrarono almeno la metà dei Rom della Lettonia e quasi il 90% di quelli dell’Estonia e della Lituania; molti di loro furono deportati ad Auschwitz. In Bielorussia, in Russia e in Ucraina furono massacrati non meno di 30.000 Rom. Anche in Polonia, Croazia, Serbia, Boemia e Moldavia si registrarono spietate esecuzioni40. Nel 1942, a Smolensk (Russia), 1000 Rom furono trucidati dopo essere stati posti in stato di fermo. Nello stesso anno in Grecia i nazisti massacrarono migliaia di Rom.

Nel novembre del 1941, furono inviati nel ghetto di Litzmannstadt (Lodz) circa 5.000 Rom e Sinti rastrellati nel Burgerland (Austria). La deportazione fu pianificata e organizzata da Adolf Eichmann. Un’epidemia di tifo ne decimò moltissimi e i superstiti, tra il 5 e l’11 febbraio del 1942, vennero trasferiti e uccisi nelle camere a gas del campo di sterminio di Chelmno sul Ner (Kulmhof)41.

In Francia, dal gennaio del 1942 al dicembre del 1943, furono internate nel campo di concentramento di Montreuil-Bellay numerose famiglie di Rom e Sinti e costrette a vivere in condizioni disumane42. Il 27 dicembre 1943, dal campo partirono 300 uomini e ragazzi per Oranienburg-Sachsenhausen, da dove non tornarono più.

Già il 22 novembre 1940, le famiglie che circolavano presso Charente furono internate nel campo di Angoulème, dove furono costrette a vivere in condizioni al limite della sopravvivenza, come si evince da un documento del 12 dicembre 194143.

Nel marzo del 1942, le comunità romanès vennero equiparate agli ebrei per quanto riguarda la legislazione sul lavoro, persero così il diritto alle previdenze mediche, alla retribuzione festiva e furono assoggettate a una ritenuta del 15% del reddito a titolo di imposta speciale.

Il 22 giugno 1942, un gruppo di Rom (35 persone) proveniente da Lubiana (Slovenia) venne internato nel campo di concentramento di Tossicia (Teramo) in Abruzzo. Nei mesi successivi arrivarono altre famiglie romanès. Il campo, costituito da tre stabili, sotto la direzione e il controllo del Podestà Nicola Palumbi era sovraffollato e, date le cattive condizioni igienico-sanitarie, afflitto da malattie infettive. Le famiglie romanès erano in prevalenza Hudorovich, ma anche Levakovich, Brajdich, Rajhard e Malavach. Dall’agosto del 1942 al settembre del 1943, furono internati 118 Rom (uomini, donne e bambini) e nacquero 9 bambini nel campo.Vivevano in condizioni disumane, ammassati in edifici fatiscenti, esposti al freddo e alla fame, spesso senza indumenti ed erano, sovente, costretti a dormire per terra44.

Ma riuscirono a fuggire. Infatti, il 26 settembre 1943, i carabinieri di Tossicia comunicarono al Podestà Palumbi che: «Gli internati zingari del locale campo, in n. 118, compresi bambini e donne, approfittando della mancanza totale di illuminazione anche nelle private abitazioni, di un forte vento e del tempo piovigginoso, alla chetichella, senza far rumore alcuno, privi di scarpe, si sono allontanati per ignota destinazione»45. Come racconterà in seguito una delle evase, Rava Hudorovich, tornarono a Bologna attraverso sentieri di montagna lungo gli Appennini evitando le strade trafficate, furono aiutati dai partigiani e dai contadini.

In Francia, nel 1942, si aprì il campo di Saliers per l’internamento e il successivo invio nei campi di sterminio di famiglie Rom e Sinte.

Il 16 dicembre 1942, Himmler firmò il «Decreto di Auschwitz», contenente l’ordine di internare ad Auschwitz-Birkenau le comunità romanès per attuare la «soluzione finale», ovvero la cancellazione della popolazione romanì attraverso il genocidio di massa. I Rom e Sinti perdevano, così, anche lo status di cittadini di «seconda classe» ed erano destinati ai campi di sterminio. Le comunità romanès furono rastrellate in tutta Europa a partire dal 26 febbraio 1943 e furono deportate nella sezione B II dello «Zigeuner-lager» di Auschwitz-Birkenau46. Interi vagoni di perseguitati furono condotti, senza alcuna selezione preliminare, direttamente alle camere a gas. Ad Auschwitz morirono almeno 23.000 Rom e Sinti.

Nel Maggio del 1943 Josef Mengele, al servizio delle SS, divenne il medico di Auschwitz. Il suo primo ordine fu di mandare nelle camere a gas diverse centinaia di Rom e Sinti. Iniziò la sua famosa ricerca sui «gemelli», supportata dall’Associazione tedesca per la ricerca Kaiser Wilhelm Institute che portò alla morte migliaia di bambini Rom, Sinti ed Ebrei.

Quello degli esperimenti fu un altro capitolo raccapricciante: i medici nazisti consideravano i Rom e Sinti «materiale umano di grande interesse». Non risparmiarono donne e bambini, spesso, d’intesa con case farmaceutiche come la Pharma e la Bayer (che pagò 150 cavie umane al prezzo di 170 marchi cadauna)47. Josef Mengele, il mostro di Auschwitz, che si macchiò di una quantità incredibile di crimini e che aveva il potere di vita e di morte sui reclusi, compì ricerche sul noma e sul tifo petecchiale e compì esperimenti su 60 coppie di gemelli di Rom e Sinti. Tali esperimenti rientravano nell’ambito dei suoi studi sulla gemellarità, il cui fine era la moltiplicazione rapida della «razza superiore».

Nel campo di Ferramonti di Tarsia (Cosenza), in data 22 giugno 1943, arrivarono 8 Rom da Tuscania (Viterbo); appartenevano a famiglie provenienti dalla Polonia e portavano il cognome di Kwik e Filipoff. In data 6 maggio 1944, si segnalò la partenza di 22 Rom, forse si erano rifugiati nel campo dopo la liberazione.

La Sinta italiana Edvige Meyer morì di stenti nel campo di concentramento di Bolzano.

Nella sola notte fra il 2 e il 3 agosto del 1944, ad Auschwitz, 2897 Rom e Sinti, fra loro molte donne e bambini, furono gasati e inceneriti nei forni crematori48.

In Olanda, il 16 maggio 1944, dopo una retata, 305 Rom e Sinti furono arrestati e 245 di loro deportati ad Auschwitz: solo 30 sopravvissero.

In Belgio, il 15 gennaio del 1944, il convoglio contrassegnato da una Z deportò 351 Rom e Sinti ad Auschwitz: solo 11 saranno i sopravvissuti.

Molti Rom e Sinti furono usati come schiavi per l’industria bellica. Tra il giugno e il luglio del 1944 da Auschwitz furono deportati al campo di concentramento di Flossenburg e da qui distribuiti nelle diverse brigate di lavoro come per esempio nel Gustloff Works a Weimar, nell’industria aeronautica di Erla, nel distaccamento di Leipzing, nel Rheinmetall-Borsig Works a Düsseldorf o nella brigata di lavoro per la rimozione delle bombe a Colonia49. Le condizioni di vita erano le stesse dei campi di concentramento: disumane.

Nel gennaio del 1945, le donne delle comunità romanès furono sterilizzate nel campo di Ravensbrück50.

Nei lager tristemente noti di Dachau, Auschwitz, Sachsenhausen, Buchenwald, Mauthausen, Ravensbrück, Chelmno, Treblinka, Sobibor, Belzec, Jasenovach, Lodz, Lachenback e tanti altri, la popolazione romanì subì ogni sorta di indescrivibile violenza, nonché esperimenti pseudo-scientifici e sterilizzazioni di massa. Molte famiglie furono smembrate, molte comunità romanès furono trucidate nei loro stessi accampamenti alle periferie delle città o nei boschi e seppellite in fosse comuni. Infinite le testimonianze di atrocità di ogni genere in tutti i Paesi occupati dai nazisti. I Rom e Sinti furono depredati dei loro averi: denaro, gioielli, immobili ecc., mai restituiti ai legittimi proprietari.

Furono usati come schiavi nella macchina bellica nazi-fascista, ma a fronte di questo «trattamento», alla popolazione romanì non fu data voce alcuna nel dopoguerra. Nessun Rom o Sinto fu invitato al processo di Norimberga nel 1945 per accusare i propri carnefici. Le autorità dell’epoca non vollero riconoscere il genocidio dei Rom e Sinti poiché significava risarcirli non solo economicamente, ma anche socialmente e culturalmente, promuovendo i loro diritti e le loro peculiarità. La società del tempo non era ancora pronta a riconoscere i diritti della popolazione romanì come, del resto, non lo è la società di oggi.

Nel 1949-1950 le comunità romanès furono escluse dal risarcimento elargito da parte delle autorità tedesche alle vittime dell’Olocausto e si giustificarono sostenendo che i Rom e Sinti furono perseguitati «non per motivi razziali ma in quanto asociali e criminali». Una vergognosa menzogna, come attestano le leggi razziali emanate dal regime nazista e i provvedimenti attuati (la circolare del 1938, a esempio, contro «la piaga zingara»). La stessa Miriam Novitch, superstite ebrea, sostenne nel 1968 che: «I motivi invocati per giustificare la morte dei Rom e Sinti furono gli stessi che ordinavano la morte degli Ebrei e i metodi invocati per gli uni erano identici a quelli impiegati per gli altri»51. I Rom, Sinti ed Ebrei furono gli unici che dovevano essere sterminati su base etnica e razziale nella «risoluzione finale»; furono massacrati per gli stessi motivi e con gli stessi metodi.

Il 7 gennaio 1956, la Corte Federale tedesca emise una sentenza che riconosceva la persecuzione per motivi razziali solo a coloro che furono internati dopo il Decreto di Auschwitz, dal 1° marzo 1943.

In Austria i superstiti Rom e Sinti che cercarono di far valere i propri diritti venivano accusati addirittura di spergiuro se indicavano i campi in cui furono reclusi come «campi di concentramento». In pratica un’ulteriore persecuzione. Al danno si assommò la beffa.

In Germania, nel 1980, il portavoce del Governo tedesco, Gerold Tandler, definì «irragionevole» e «calunniosa» la nuova richiesta di risarcimento da parte delle famiglie romanès deportate o massacrate nel Porrajmos.

Nonostante le insistenze e le prove evidenti anche nel 1988, ancora una volta, il Governo tedesco si rifiutò di risarcire le vittime del genocidio.

Il «New York Times» del 2 maggio 1992, pubblicò un articolo significativo intitolato Burried in the Holocaust (Sepolti nell’Olocausto), che evidenziò come, a distanza di tanti anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, le comunità romanès dovevano ancora lottare per essere riconosciute vittime dello sterminio nazi-fascista.

Anche nell’orrore del genocidio si è voluto creare delle vittime «meno importanti», prolungando un’ulteriore discriminazione. Lo stesso Porrajmos, non riconosciuto istituzionalmente, è un termine non diffuso e non conosciuto dall’opinione pubblica. Ecco il motivo per cui è facilmente dimenticato nella Giornata della Memoria del 27 gennaio, un evento che, così come viene oggi celebrato, è una «memoria mutilata» per le comunità romanès.

La manifestazione, del resto, si sta svuotando del suo profondo significato e di anno in anno si va delineando sempre più come un evento di intrattenimento, un «calderone» in cui far entrare di tutto e di più e spesso senza neanche la partecipazione dei rappresentanti delle categorie sociali coinvolte nello sterminio. Se il genocidio toccato alle altre categorie sociali finì nel 1945 con la Seconda Guerra Mondiale, quello dei Rom e Sinti continua nella contemporaneità. Probabilmente è anche per la facilità con cui l’opinione pubblica dimentica il passato che crimini contro l’umanità continuano a perpetuarsi ancora oggi, anche se in forme diverse.

Decine e decine di migliaia di Rom nei territori della ex Jugoslavia sono state vittime di violenze durante la guerra dei Balcani degli anni Novanta (1991-1995). Questo nuovo recente genocidio ha rappresentato un nuovo flagello per il mondo romanó ed è stato la conseguenza della politica di «pulizia etnica» praticata nei territori della ex-Jugoslavia. Il concetto di «pulizia etnica» era, nella sua essenza, simile a quello della «soluzione finale» nazista.

Sulle decine di migliaia di vittime Rom nei territori della ex Jugoslavia, massacrate o costrette a fuggire in tanti Paesi d’Europa, è caduto, fin da subito, un silenzio assordante: non un solo articolo, né un solo reportage né una sola trasmissione televisiva a loro dedicati. Molti Rom, che sono arrivati in Italia, non hanno avuto lo status di rifugiati politici e sono stati relegati nei campi nomadi. Provenienti dalle case e da una situazione socio-economica dignitosa si sono ritrovati catapultati in una frustrante situazione di emarginazione e di discriminazione.

Anche i Rom rumeni si sono ritrovati nella medesima situazione. Con l’allargamento dei confini dell’Unione Europea verso Est, nuovi Stati sono entrati a farne parte. Fra questi la Romania. Ciò ha generato un nuovo flusso migratorio di famiglie Rom, soprattutto di quelle facenti parte delle fasce sociali più deboli, che ha interessato anche l’Italia, dove sono state segregate nei campi nomadi. Sia le famiglie Rom rumene che quelle dei territori dell’ex-Jugoslavia vivevano nelle case. I campi nomadi, centri di segregazione razziale o apartheid, sono un retaggio della cultura nazi-fascista. Sono pattumiere sociali che sottendono una cultura dell’odio e la negazione dei diritti umani. Questo si coglie in maniera evidente se si analizza il concetto di «campi nomadi».

La parola «campo», anche nella ripugnanza, ricorda i campi di concentramento ed è ben lontana dal concetto di «accampamento» che pur fa parte della cultura romanì. Il vocabolo «nomadi», che implica una forma culturale e non una denominazione etnica, nasconde in realtà il nome vero dell’etnia: un popolo che non viene «nominato» non «esiste» e se non «esiste» non ha diritti, questa è una strategia di repressione attuata dai nazisti che continuavano a chiamare i Rom e Sinti con l’eteronimo Zigeuner.

Nell’era della comunicazione i termini sottendono un fine. Continuare a definire «zingare» o «nomadi» le comunità romanès, sottende che si vuol perpetuare «l’odio razziale» e le discriminazioni. Ciò è ancor più evidente nell’ubicazione dei campi nomadi eretti, spesso, sotto i tralicci dell’alta tensione o nei pressi delle discariche o nei quartieri degradati e malsani, luoghi in cui nessun Gagio (non-Rom) andrebbe a vivere. I campi nomadi sono un crimine contro l’umanità.

La lista delle morti dei bambini appartenenti alle comunità romanès, costretti a vivere nei campi nomadi o emarginati dal mondo civile, è lunghissima: un bollettino di guerra in tempo di pace.

Eppure sono presentati come «espressione culturale» all’opinione pubblica ignara e inerme, dalle autorità, dagli operatori sociali, dai sedicenti esperti e da certe organizzazioni «pro-zingari» o «pro-nomadi» e amplificati dai mass media. Si lascia intendere, in tal modo, che sono le comunità romanès che per una presunta vocazione nomade vogliono vivere nei campi nomadi: «è nella loro cultura» o «sono loro che non vogliono integrarsi». Queste sono le banali quanto efficaci giustificazioni (in realtà mistificazioni) presentate all’opinione pubblica ignara da parte degli ziganidioti senza scrupoli. Sono simili a quelle usate al tempo dei nazi-fascisti, ed ecco il motivo per cui l’opinione pubblica, ancora oggi, viene indotta a non esprimere solidarietà nei confronti delle comunità romanès. La popolazione romanì, come dimostrato, non è nomade per cultura. Mistificare la realtà porta a un errore di valutazione e a una distorsione rispetto alla reale volontà delle comunità romanès.

La loro mobilità in Europa è stata sempre coatta, diretta conseguenza delle politiche persecutorie attuate, sistematicamente, da tutti gli Stati. Le comunità romanès non potevano insediarsi stabilmente in nessun luogo. Erano «costrette» a essere girovaghe, sia per evitare le violenze che le misure repressive. Sono state obbligate a vivere alla macchia, lontane dalle città in una perenne situazione di disagio e di emarginazione e soprattutto private di qualsiasi diritto.

Il rifiuto della romanipè si esprime, oggi, proprio con i campi nomadi, dove, si muore per cause futili. Si muore soprattutto «dentro», nell’anima, nella mente e nella cultura prima che nel fisico. Ma la propaganda continua a mistificare la realtà. I campi nomadi, in quanto ghetto, creano ricettacoli di attività illegali e un’economia di sopravvivenza che, a loro volta, creano dipendenza. Le famiglie romanès più deboli restano «schiave» di questa dipendenza. Il quadro che ne vien fuori è disumano e drammatico, certamente indegno di un Paese civile. I campi nomadi, in ultima analisi, sono uno strumento politico di annientamento culturale (lo stesso obiettivo perseguito dai nazi-fascisti).

Purtroppo a farne le spese sono soprattutto i bambini che restano incastrati e schiacciati in meccanismi perversi e disumani nell’indifferenza collettiva. È il caso dei quattro bambini Rom rumeni che l’11 agosto 2007 morirono in un incendio in una capanna nei pressi di Livorno; così come il 27 marzo 2010, in una baracca di fortuna costruita a Follonica (Grosseto), morì carbonizzata una bambina Rom di 5 mesi; ancora il 6 febbraio 2011 sulla Via Appia Nuova a Roma quattro fratellini di età di tre, cinque, sette e undici anni morirono in seguito a un incendio: Raul, Fernando, Sebastian e Patrizia ci lasciarono per sempre. La lista, purtroppo, è lunghissima.

Le comunità romanès rappresentano, di fatto, il termometro del grado di civiltà della società in cui vivono. I concetti di libertà, di civiltà e di democrazia resteranno parole vuote e sospese nel nulla fino a quando non saranno rese di dominio pubblico le sofferenze secolari delle comunità romanès e fino a quando queste ultime non saranno risarcite socialmente, moralmente e culturalmente. L’opinione pubblica è ignara di questa condizione e indotta a credere tutt’altro dalla nuova e moderna (eppure antica) «propaganda». Il Porrajmos, inteso come genocidio culturale delle comunità romanès, iniziò in Europa con l’editto emanato dalla Germania nel 1416 (in Italia quello del 1483 promulgato dalla Serenissima Repubblica di Venezia), ma nella sua sostanza, nel rifiuto della romanipé, si è protratto nei secoli e continua oggigiorno. Il mondo cambia, le società si evolvono, ma i sentimenti di avversione verso la popolazione romanì restano. La discriminazione, è bene ricordarlo, è illegale ed è un crimine contro l’umanità.

Per merito di Romani Rose e del suo Centro Culturale e Centro di Documentazione Sinti e Rom di Heidelberg (Francoforte-Germania) si erigerà e si inaugurerà prossimamente a Berlino, nei pressi del Parlamento, un importante e imponente monumento a ricordo delle vittime del Porrajmos scolpito da Dani Karavan, un celebre artista ebreo. Sarà incisa su di esso una mia poesia che è stata tradotta già in numerose lingue: Auschwitz. Il testo sarà esposto in lingua romanì originale, in dialetto sinto, in tedesco e in inglese.

Auschwitz Auschwitz

Muj śukhò Faccia incavata

Khià kalé occhi oscurati

Vuśt śurdé labbra fredde.

Kwite. Silenzio.

Ilò ćindò Cuore strappato

Bi dox senza alito

Bi lav senza parole

Nikht rovibbé nessun pianto

1Le stime sono tratte dall’Istituto Simon Wiesenthal, l’Istituto Olof Palme e la Fondazione Miriam Novich.

2Heuss, H., 1997, «German policies of Gypsy persecution 1870-45», in From «Race Science» to the camps, Hartfield, University of Hertfordshire Press, p. 40.

3Heuss, H., 1997, op. cit., p. 23.

4Liégeois, J.-P., 2008, op. cit., p. 114.

5Heuss, H., 1997, op. cit., p. 23.

6Hancock, I., 2002, op. cit., pp. 36-37.

7Thode-Studer, S., 1987, Les tsiganes suisse, la marche vers la reconaissance, Realité Sociale, Losanna.

8Nomadi autoctoni di origine tedesca che girano tra la Svizzera, la Germania, l’Austria e la Francia discendenti delle vittime della Guerra dei Trent’Anni.

9Liégeois, J.-P., 2008, op. cit., p. 120.

10Ivi, p. 114

11Ivi, p. 114

12Bates, S., Sweden pays for grim past, in «The Guardian», Londra, 6 marzo 1999.

13Zimmermann, M., 2004, La solution nazional-socialiste de la questione tsigane 1933-45, in «Etudes Tsiganes», n°18/19, Parigi, p. 129.

14Ivi, p. 129

15Kenrich-Puxon, D. G.,1995, Gypsy under the Swastika, Hartfield, University of Hertfordshire Press, pp. 27-28.

16Liégeois, J.-P., 2008, op. cit., p. 114.

17Heuss, H., 1997, op. cit., p. 30.

18Sparing, F., 1997, «The Gypsy camps», in From «Race Science» to the camps, Hartfield, University of Hertfordshire Press, p. 42-43.

19Hohmann, J., 1981, Geschichte der Zigeunerverfolgung in Deutschland, Frankfurt/New York, p. 127

20Kenrich-Puxon, D. G.,1995, op. cit., p. 34

21Figs, K., 1997, «Romanies and Sinti in the concentration camps», in From «Race Science» to the camps, Hartfield, University of Hertfordshire Press, p. 77.

22Hancock, I., 2002, op. cit., p. 40.

23Liégeois, J.-P., 2008, op. cit., p. 114.

24Spinelli, A. S., 2003, op. cit., p. 49.

25Liégeois, J.-P., 2008, op. cit., p. 115.

26Kenrich-Puxon, D. G.,1995, op. cit., p. 29.

27Hancock, I., 2002, op. cit., p. 42.

28Hancock, I., 2002, op. cit., p. 43.

29Kenrich-Puxon, D. G.,1995, op. cit., p. 32.

30Heuss, H., 1997, op. cit., p. 35.

31Liégeois, J.-P., 2008, op. cit., p. 115.

32Capogreco, C. S., 2004, I campi del Duce, Trento, Einaudi, p. 121

33Hancock, I., 2002, op. cit., p. 42.

34Capogreco, C. S., 2004, op. cit., p. 122.

35Ecco alcuni luoghi predisposti per l’Internamento libero dal Ministero degli Interni (1938) per i Rom e Sinti italiani: Perdasdefogu (Sardegna) e Poggio Mirteto (Rieti). Ecco in dettaglio una mappa dei Campi di Internamento (dopo il 1941) con presenza specifica di Rom e Sinti italiani e di Rom slavi: Agnone (Campobasso) – Rom italiani e Rom slavi, Tossicia (Teramo) – Rom italiani e Rom slavi, Prignano sulla Secchia (Modena) – Sinti emiliani. Ecco, invece, una mappa dei Campi di Internamento con presenza accertata di Rom e Sinti italiani e di Rom slavi: Bolzano, Sinti italiani, Boiano (Campobasso) – Rom italiani e Rom slavi, Ferramonti di Tarsia (Cosenza) – Rom stranieri (polacchi), Isole Tremiti (Foggia) – Rom e Sinti italiani, Vinchiaturo (Campobasso) – Rom e Sinti italiani. Ecco alcuni Campi di Internamento per Rom stranieri (dopo il 1942): Gonars (Udine) Rom slavi, Visco (Udine) Rom slavi, Arbe (Raab – Fiume, Croazia) – Rom slavi.

36Mio padre, figlio di Rocco Spinelli e Rosina Bevilacqua.

37Bonacini, M. E., G., 2008, Tra i dieci martiri c’erano quattro Sinti, in «Il Giornale di Vicenza» del 16 novembre, p. 19.

38Capogreco, C. S., 2004, op. cit., p. 206.

39Kenrich-Puxon, D. G., 1995, op. cit., p. 97.

40Liégeois, J.-P., 2008, op. cit., pp. 115,116.

41Zimmermann, M., 2004, op. cit., p. 130.

42Sigot, J., 2004, Ecrire l’histoire d’un camp de concentration français de tsiganes, in «Etudes Tsiganes», n°18/19, Parigi, p. 84.

43Filhol, E., 2004, Une exposition en hommage à F. de Vaux de Foletier, in «Etudes Tsiganes», n°18/19, Parigi, p. 246.

44Capogreco, C. S., 2004, op. cit., pp. 223-224.

45Di Sante, C., 2001, «I campi di concentramento in Abruzzo», in AA.VV. I campi di concentramento in Italia: Dall’internamento alla deportazione (1940-1945), id., Milano, Franco Angeli, pp. 200-201.

46Zimmermann, M., 2004, op. cit., p. 130.

47Documento di Norimberga n.1-7184.

48Figs, K., 1997, op. cit., p. 108.

49Ivi, p. 85

50Liégeois, J.-P., 2008, op. cit., p. 115.

51Novitch, M., 1968, Le Genocide des Tsiganes Sous le Régime Nazi, Paris: AMIF and Ghetto Fighters’House, Israel, p. 3.




Grazie Madiba

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Quando ti arrestano l’avvocato: non solo la Turchia, ma anche l’Italia di non tanti anni fa. Sergio Spazzali

Immagine di Sergio Spazzali sotto processo
Sergio Spazzali ai tempi del processo alle Br

In questi giorni come tante/i ho seguito le vicende turche del Gezi Park e di Piazza Taksim a Istanbul. Una delle cose che mi ha colpito di più è stata la notizia dell’arresto dei 47 avvocati turchi che stavano tenendo un sit di protesta contro la violenza e la brutalità che sta colpendo il movimento Occupy Gezi davanti al Tribunale di Caglayan a Istanbul.

Questa vicenda ha mosso molte coscienze ma poco la memoria, perché non tanto tempo fa anche nel nostro democratico paese sono successe cose molto simili.

Una di quelle a me note è quella dell’avvocato Sergio Spazzali, morto a 58 anni in esilio nel 1994 per infarto, militante del Soccorso rosso negli anni ’70 e poi accusato, a sua volta, di essere un “terrorista”.

L’anno dopo la sua morte i famigliari – il figlio Tommaso e il fratello Giuliano, a sua volta avvocato e compagno, passato alle cronache negli anni di “tangentopoli” perché avvocato difensore di Cusani; autore di un bellissimo libro del 1981, “La zecca e il garbuglio”, Milano, Machina Libri, pp. 229, oggi introvabile se non su ebay a prezzi esosi o, se siete più fortunati, in qualche biblioteca, tipo questa, anche se catalogato come titolo di Sergio e non di Giuliano, erratamente – e gli amici più cari hanno curato una selezione di scritti, premessi da alcuni bellissimi scritti del fratello Giuliano (“Tasselli”), del suo avvocato Gilberto Vitale e da una lettera di Vincenzo Guagliardo.

La copertina del libro "Chi vivrà vedrà"
La copertina del libro

Il libro,  “Chi vivrà vedrà. Scritti 1975 – 1992“, Milano, Calusca City Lights, 1995, si può leggere per intero grazie al lavoro splendido, come sempre, dell’Archivio Primo Moroni di Milano, Moroni che è stato, tra gli altri, uno dei curatori del libro di cui stiamo parlando, oltre che uno dei cari amici di Sergio.

Come racconta benissimo Vitale, Sergio fu accusato ed incarcerato e poi condannato per il suo lavoro di avvocato, negli anni ’70, diventando uno dei tanti militanti della sinistra extraparlamentare stritolati nel kafkiano meccanismo del “pentitismo”. Vediamo come:

Ci fu il processo Brigate Rosse di Torino, per cui Sergio fu catturato il 18 aprile 1980. Anche qui siamo agli esperimenti, alle grandi prove della cultura del pentitismo, e Sergio ne ha fatto durissimamente le spese. Qui il chiamante in correità di Sergio è Patrizio Peci, che non è il primo a essere utilizzato dai tribunali italiani, forse il secondo: prima c’era stato Fioroni. Comunque, di nuovo, il meccanismo funziona così: Patrizio Peci, catturato, viene tenuto — questo è bene ricordarlo — per un mese isolato in mano esclusivamente ai carabinieri; i giudici, i magistrati non lo interrogano, i carabinieri fanno tanti discorsi, tante minacce, tante promesse a Peci. Tutte cose che risultano dai verbali, dalle dichiarazioni dello stesso Peci.

In quel mese, Peci ottiene la promessa che se collaborerà con i giudici gli saranno annullate tutte le pene, gli si promette che lo si manderà all’estero, e che si manderà con lui la sua fidanzata. Dopo questo mese lui è pronto, e comincia a rendere quei lunghi verbali di interrogatorio che poi hanno portato in carcere tantissima gente. C’è, nelle dichiarazioni di Peci, un’accusa a Sergio Spazzali, ma un’accusa veramente così stravagante e incredibile che credo che chi non la conosce non la può neanche immaginare. La sostanza dell’accusa era questa: Peci dice: “Io ho sentito dire da un mio compagno delle Brigate Rosse” — un certo Riccardo Dura, che era uno della colonna genovese, che faceva parte della direzione genovese delle BR (a quel tempo era morto, quindi non poteva più smentire) — “ho sentito dire che lui aveva sentito dire da Lauro Azzolini, che una volta Azzolini, che era assistito da Sergio Spazzali, gli ha chiesto di fare da tramite per una informazione, anzi per un messaggio: “Dì ai miei compagni delle BR esterni che si preoccupino di cambiare le chiavi delle basi perché c’è una base che è stata scoperta”.

La cosa è particolarmente assurda, perché quel messaggio è totalmente privo di senso, come se le Brigate Rosse non sapessero da sole prendere questo tipo di precauzione. Comunque, questo doppio racconto, Patrizio Peci che dice di aver sentito da questo Dura, che è morto, il quale lo avrebbe sentito da Azzolini, che Sergio avrebbe ricevuto questa richiesta, supposto che l’avesse avuta, nessuno ha mai detto che Sergio l’abbia poi eseguita. Si noti che Azzolini non ha mai confermato, perché a quell’epoca, come altri, non rispondeva agli interrogatori. Questa era tutta la prova che c’era a carico di Sergio.

Io credo che una chiamata di correo di questo tipo oggi farebbe solamente ridere in qualsiasi aula di tribunale, ma, ripeto, qui siamo agli albori, siamo al pentitismo, all’uso selvaggio del pentitismo. E questo è stato sufficiente per tenere un anno in carcere preventivo Sergio Spazzali. Riscontri non ne sono mai stati trovati, in anni, a questa accusa di fare da tramite di notizie tra l’interno e l’esterno del carcere. Le contraddizioni erano infinite, Peci si è contraddetto mille volte. Al dibattimento, finalmente — il 17 giugno 1981 — la Corte di Assise di Torino assolve Sergio per non aver commesso il fatto; esce così dal carcere. La procura propone appello, e Sergio viene condannato a quattro anni il 20 marzo 1982.

Ma, questo prego di notarlo, perché è importante, neppure la Corte di Assise d’appello che, ignorando tutte le evidenze processuali, ha voluto condannare Sergio, ha potuto dire che Sergio fosse partecipe, un membro delle Brigate Rosse, anzi ha detto espressamente: “Non abbiamo nessuna prova che Sergio Spazzali faccia parte dell’organizzazione Brigate Rosse”. Allora hanno inventato una formula assolutamente stravagante, insensata sul piano giuridico, che ha pochissimi precedenti nella giurisprudenza, per cui la condanna è stata inflitta per “concorso in partecipazione” alle Brigate Rosse, una formula molto arzigogolata, che vorrebbe dire che Sergio avrebbe aiutato qualcun altro a svolgere la sua attività di brigatista rosso. Questa, però, che è l’unica sentenza che ha tentato di coinvolgere Sergio nelle Brigate Rosse, dichiara espressamente che nelle Brigate Rosse Sergio non è mai stato. E pensate che infinite volte, gli inquirenti, la polizia e i magistrati hanno chiesto a tutti i brigatisti arrestati se per caso l’avvocato Sergio Spazzali non fosse uno che faceva parte della banda armata. Infinite volte. Ma mai è stato trovato alcun riscontro a un’accusa di questo genere. Quindi, per condannarlo in questo modo, hanno dovuto escogitare una formula che non ha nessuna logica, che non ha nessun senso ed è una pura e semplice affermazione della volontà di condanna indipendentemente dalle circostanze provate nel processo. Anche qui la prima sezione della Cassazione confermerà la sentenza il 25 ottobre 1983.

Per dire l’accanimento feroce con cui Sergio è stato trattato dalla magistratura, va ricordato che a distanza di tempo, nel ’91, Lauro Azzolini, che aveva cambiato un po’ stile di vita, aveva deciso di raccontare com’erano andate le cose e ha rilasciato a me una dichiarazione scritta, in cui diceva che quella frase che Peci gli aveva attribuito era un’insensatezza, che lui non aveva mai detto quelle cose, che era pronto a dichiararlo davanti a un tribunale. A questo punto, io ho chiesto la revisione del processo alla Corte d’Appello di Torino, sulla base dell’esistenza di una nuova prova che scagiona l’imputato. La Corte d’Appello di Torino non ha voluto neanche esaminarla e ha archiviato la pratica, dichiarandola inammissibile, con una motivazione, anche questa, assolutamente incomprensibile, se non con una logica tutta diversa da quella della giustizia.

Alla fine, dopo mille peripezie, Sergio fu costretto a fuggire, come tante/i altre/i, in Francia, dove poi è morto. Poco prima di morire mandò una lettera a i quotidiani il manifesto e Liberazione. Lessi, qualche tempo dopo, la lettera in riviste di movimento, e mi colpì davvero tanto. Voglio riportarla qui per intero, perché oltre ad essere una lettura intelligente e partigiana degli anni ’70, è anche piena di humor e di giusta incazzatura.

Lettera a “Liberazione” e a “il manifesto”

ottobre ’92

Cari amici di Liberazione e del Manifesto,

mi tocca di avvertirvi che anche solo leggendo, e ancora più pubblicando, queste poche righe correte il rischio di finire incatenati in galera. Se vi sembra più logico, smettete dunque subito e bruciate la lettera. Per il caso contrario, a vostro rischio e pericolo, continuo a scrivere.

La ragione della pericolosità, per voi e per chiunque altro, di entrare in contatto con me, direttamente o indirettamente, è che io sono ricercato da tutte le polizie del mondo in virtù di una serie di mandati di cattura internazionali emessi da non so più quali procure generali della indecorosa Repubblica Italiana (non molto tempo fa, un cittadino svizzero condannato in Italia con me nello stesso processo — condannato in contumacia — e che certamente si era dimenticato dello sventurato avvenimento, è stato arrestato a Bombay, dove faceva dell’innocente turismo, dalla polizia indiana ed estradato in Italia), e ciò da una decina di anni, perché — con una sorpresa per me immutata nel tempo (e che ritengo non muterà mai) — io sono considerato un terribile criminale.

C’è stato un tempo in cui ho considerato questo fatto una onorevole conclusione di una modesta e non eclatante carriera di avvocato-impiegato-insegnante, nonché di marito-padre di famiglia-all’occasione amante, non particolarmente brillante. Il fatto è che ho avuto molto tempo per riflettere: un paio di anni in galera e molti, ormai molti anni di esilio.

Ebbene mi compete di spiegarvi, molto brevemente, la ragione per cui io godo di questa alta considerazione presso le polizie di tutto il mondo, ciò vale non solo per me, ma per molti altri nelle mie condizioni. (Una volta la polizia di un paese in cui mi trovavo, mi ha letteralmente “deportato”, solo per qualche giorno in verità, insieme a un manipolo di altri bravi giovani, in un paesino isolato sotto sorveglianza di un numero di poliziotti due o tre volte superiore al numero dei “deportati”, nel timore, così si diceva, che organizzassimo un attentato a Reagan che era in quei giorni in visita da quelle parti. Poco dopo un mio vago conoscente, per ragioni ignote, è stato espulso dallo stesso paese nel Burundi, proprio così, nel Burundi dove gli alti Tutsi esercitano la dittatura sui piccoli Hutu — e si tratta solo di alcuni esempi).

In breve: a quanto pare quello di impedire, a me come a molti altri, di prendere parte — seppure nei ruoli non certo eccelsi che mi hanno consentito e mi consentono le mie qualità e capacità, alla lotta di classe del nostro paese — ha costituito un obiettivo degno dell’attenzione di numerosi magistrati e poliziotti (il che, in un certo senso, dovrebbe tornarmi a onore), anche a costo di montare “palle” di ogni genere, di una verosimiglianza men che minima.

Io sono stato condannato (e sono ricercato) perché accusato (a torto) di aver tentato di trasportare sulle mie spalle in Italia dalla Svizzera dell’esplosivo, per ragioni che nessuno ha saputo spiegare, esplosivo che in ogni caso in Italia non è mai arrivato. Inoltre sono stato condannato (e sono ricercato) perché accusato (a torto) di avere cercato di convincere un perfetto imbecille a diventare non gladiatore, ma brigatista rosso (cosa che, in ogni caso, il demente non ha mai neppure tentato di fare neanche alla lontana). Infine sono stato condannato (e sono ricercato) perché accusato (a torto) di avere informato dei brigatisti rossi e non dei gladiatori, a che cosa corrispondessero le chiavi “trovate” in tasca a un arrestato non gladiatore. (In realtà chiavi mai trovate, che nessuno si è mai occupato di stabilire che cosa avrebbero dovuto aprire. Ovvio, d’altronde, perché le chiavi in questione non sono neppure mai esistite).

Ma le prove, cari amici, le prove! Tutte dichiarazioni di coimputati confessi dei più gravi reati, ma pentitissimi come agnellini e, pertanto, oggi liberi come l’aria e coccolati dalle polizie di tutto il mondo. Io sono qui a scrivere lettere dal mio eterno e precario esilio.

Non molto tempo fa, i miei difensori hanno tentato di fare revisionare il “processo delle chiavi”, sulla base di una dichiarazione del loro presunto detentore, secondo la quale egli puramente e semplicemente non deteneva alcuna delle famose chiavi. L’istanza è stata respinta in considerazione del fatto che il dichiarante era stato mio coimputato, senza considerare che chi mi aveva accusato e mi aveva fatto condannare era parimenti un mio coimputato, che non mi conosceva neppure, e che è uno dei “pentiti mascalzoni” più evidenti della nostra miserevole storia. Che ne dicono quelli che, davvero o per finta, credono nello stato di diritto?

Non ignoro naturalmente la furia “giustizialista” che si è di recente abbattuta sull’Italia. Non ho stati d’animo contro il dr. Di Pietro e ancor meno a favore della famiglia Craxi. Tuttavia non mi dispiacerebbe sapere chi tira le fila di questa nuova megamacchina di pentitismo. Non sarà per caso il solito principe gobbo che regola i suoi conti in sospeso con i suoi soci criminali?

Quella del “pentitismo” è una macchina che opera senza arresto e divora infine quegli stessi che l’hanno fabbricata e gestita.

In verità non è tutto. Qualche volta sono stato anche assolto. Ricercato per anni e anni sulla base di un mandato di cattura che mi colpiva, insieme a un centinaio di altri bravi giovani (né bravo né giovane sono appellativi che competono a me personalmente), per aver promosso la guerra civile in Italia, sono/siamo stati tutti assolti, perché di questa tentata guerra civile malauguratamente (dico io) non si trovava traccia. Che emozione cari amici, che emozione!

Ma non basta ancora. Un giudice, della cui salute mentale molti dubitano (sono certo che ha spiccato mandato di cattura contro Arafat, e suppongo anche contro il defunto Breznev, contro Deng ecc.) e, ovviamente, sulla base di dichiarazioni di un pentito (mio ex-cliente che mi vergogno di avere a suo tempo tirato fuori dalla galera, sulla cui salute mentale è lecito nutrire seri dubbi), mi ha rinviato a giudizio per fatti letteralmente inesistenti e che se fossero anche mai esistiti, avrebbero costituito comunque reati largamente prescritti. Si dice che in sede di giudizio sono stato assolto. Grazie tante. Naturalmente il mio accusatore (reo confesso di gravi reati) e il suo giudice sono liberi come l’aria, e io sono qui a scrivere lettere dal mio eterno e precario esilio.

Ma, scusate, l’ultima e più comica circostanza (fra quelle a me note): un altro giudice ha tentato (con scarso successo, bisogna dire) di far stabilire da un famoso linguista se i miei tipici (sic!) giri di frase corrispondessero o no ai giri di frase usati in certi documenti “sovversivi”. Credo che il senso dell’umorismo del famoso linguista abbia in definitiva evitato che questo capitolo della tragicommedia avesse seguito… Ci sarà di certo anche dell’altro, di cui non sono informato.

Naturalmente nel contempo sono stato privato, vita natural durante, della facoltà di esercitare la professione di avvocato e di insegnante, e non godo del minimo diritto a una pensione, nonostante la mia, relativamente, tarda età. Vedete voi le conseguenze.

Ma ora voglio lasciare perdere questi (per me) tuttora incombenti retroscena.

Certo gli stravizi finiranno con l’accelerare la conclusione del naturalmente breve percorso. E lo stravizio è il mio solo vizio. Non saranno stati a farlo i processi, le detenzioni, le condanne e le ricerche poliziesche, tutti fatti che (lo devo ammettere) oltre ad avermi infinitamente sorpreso, mi hanno a tal punto (non sempre però) divertito da contribuire ad allungarmi la vita, invece di abbreviarla. Desidero brevemente informarvi delle acquisizioni intellettuali che mi sono state consentite da questo lungo periodo di riflessione.

Devo ammettere che, in conclusione e a modo mio, anch’io mi sono pentito.

Desidero spiegarvi il senso di questo “a modo mio”.

QIo non sono stato un brigatista, né ho collaborato con le BR altrimenti che difendendone alcuni militanti davanti ai tribunali dalla prima Repubblica. In definitiva mi pento quanto meno di non aver praticato una milizia politica più attiva e offensiva di quella che ho effettivamente praticato. Sono stato incoerente rispetto all’essenziale delle mie più profonde convinzioni.

Negli anni Settanta (e perché non ora?) non solo era un dovere civico difendere gli interessi della classe — operaia e proletaria — da gladiatori, allora chiamati con i più svariati nomi e la cui attività era a molti ben nota, senza attendere le rivelazioni del principe gobbo (con la massima simpatia per i gobbi che non siano principi). Dico “non solo” perché per chi la pensa nell’ordine di idee a cui mi onoro di appartenere indegnamente (cioè per i comunisti), la difesa senza l’attacco costituisce una pura inetta astrazione. Negli anni Settanta le condizioni soggettive (altra è la questione del giudizio da portare sulle condizioni oggettive) per coniugare la difesa con l’attacco erano state certo più favorevoli di oggi (benché ieri, oggi e domani le regole di fondo non cambino) e non averle praticamente sfruttate costituisce una responsabilità per molti, ad esempio per me. Ogni considerazione va riservata a chi, con incerta fortuna, allora ha cercato di farlo. Quali che siano le sue attuali dichiarazioni. La stanchezza e il male di vivere non sono stati inventati (solo sfruttati) da giudici e poliziotti. Stanchezza e male di vivere meritano che non mi perda in vane polemiche (con l’evidente eccezione dei tradimenti e delle falsificazioni interessate). Del resto le città d’Italia sono piene di vie e di piazze dedicate a Silvio Pellico, che non è stato il primo né sarà l’ultimo del genere.

Negli anni Ottanta praticare efficacemente la lotta di classe è stato certamente più difficile. Nessuno ha fatto abbastanza. Io certo pochissimo, o niente del tutto. Dominato dalla preoccupazione di evitare le imboscate di queste numerose polizie, stolte nel cervello ma, certo, attrezzate nei mezzi materiali in modo, per la mia modesta persona, spropositato. E di risolvere gli ovvi problemi di sopravvivenza.

Gli anni Novanta, ormai in corso, presentano dati nuovi, sia oggettivamente che soggetivamente. Vedremo. E lo vedremo non solo per quanto riguarda ciascuno di noi, che ormai ha una certa età fisica e mentale, ma soprattutto per i più giovani, ai quali non è escluso possa venire qualche buona idea, che (speriamo bene) anche i vecchi finiranno con l’adottare.

Per intanto per me, come per tanti altri, rinchiusi nelle galere, fuggiaschi qua e là, incriminati in Italia in una precaria condizione di cittadini di secondo ordine, per le stravaganti dichiarazioni di un “pentito” qualunque, per il fanatismo fascista di certi magistrati, mi sembrerebbe un punto di partenza non rinunciabile, anche se non essenziale per la storia della lotta di classe, ottenere lo stesso trattamento di un Licio Gelli (benché io non abbia poesie da recitare in TV) o di un gladiatore qualunque (magari prossimo alla sessantina).

La Suprema Corte ha ripetutamente detto che una chiamata in correità senza riscontri obiettivi per un mafioso presunto non basta. Perché per tanti (tra i quali mi metto), è invece bastata e sta bastando? Perché se per Licio Gelli la mancata estradizione dalla Svizzera per un certo processo impedisce anche la stessa celebrazione del processo in Italia, per altri non estradati (sempre dalla Svizzera) per un altro processo (all’occorrente lo stesso mio processo), il processo è stato fatto, la condanna pronunciata e il mandato (internazionale) emesso? Noi “criminalizzati rossi” dovremmo quanto meno ottenere un eguale trattamento giudiziario di quello riservato ai presunti mafiosi, criminali, fascisti e gladiatori di ogni genere.

Oppure i nostri giudici si torcono le mani per non averci giudicati, a suo tempo, incappucciati, con microfoni deformanti della voce, senza pubblico, senza difesa, senza appello, come fanno oggi i giudici militari peruviani nei confronti di Guzman, e si propongono gli stessi risultati sebbene conseguiti con altri mezzi? Il paragone può sembrare esagerato, ma solo ciascuno di noi sa quello che vale e costa la sua vita.

Ciò almeno secondo la logica dello Stato “democratico” e “di diritto” e di quelli che mostrano di crederci. Riconosco a priori che questa pretesa ha dell’insensato (ho nel passato cercato a lungo e con fatica di farla valere, non solo per me ma per molti altri, ma invano) e che serve solo (e anche poco) a dimostrare l’insensatezza e la reale vocazione criminale dei nostri giudici, poliziotti e compagnia. È che certo non è a voi che queste questioni vanno poste. A voi che se deteneste anche la più microscopica porzione di potere in questa disgustosa compagine sociale, non indirizzerei mai una lettera.

Mi lamento? Ebbene sì, mi lamento. Non nei confronti di uno Stato di diritto, in cui non ho mai creduto, di una magistratura la cui “dipendenza” ho ben conosciuto, di una polizia del cui risibile “servizio del popolo” non vale nemmeno la pena di parlare. Mi lamento dei compagni con i quali ho condiviso anni e anni di lotte, che (a parte qualcuno, veramente pochi) ora trovano comodo pensare che gli esilii e le galere sono simpatiche scelte di vita e chi ci sta, presumibilmente, ci si trova bene. Voglio ricordare che non è così. E basta.

Per vostra consolazione ho concluso, sempre che non abbiate già logicamente deciso di distruggere la lettera dopo la lettura delle prime righe. Chi vivrà, vedrà.

Non ho grandi pretese, né grande fiducia. Non so, in verità, neppure se veramente mi interesserebbe molto tornare in Italia. Probabilmente mi basterebbe poter usare il mio nome senza rischi e (perché no?) anche poter guadagnare da vivere come uno qualunque.

Naturalmente, e come ogni rivoluzionario dabbene, non ho rinunciato a fare la rivoluzione per il comunismo. Insomma non sono un post-moderno. Forse sono cose tra di loro incompatibili. È una questione che merita approfondimento. Forse mi basterebbe solo che qualcuno facesse almeno dello humor su tragicommedie di questo genere.

Vi ringrazio dell’attenzione e dell’eventuale pubblicazione.

E’ inutile precisare che né il manifesto né Liberazione si guardarono bene da pubblicare questa lettera…