Toni Negri su Francia, Isis e guerra alla jihad

Di seguito l’intervista a Toni Negri su Francia, ISIS e guerra da parte del sito Lettera43, poi cancellato forse perché troppo fuori dal coro. Visto che qui stare fuori dal coro è considerato un pregio, ecco ricopiato l’articolo e l’intervista per intero.
Lo potete trovare qui, grazie a Google Cache:

http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:http://www.lettera43.it/esclusive/toni-negri-su-francia-isis-e-guerra-alla-jihad_43675224045.htm


Parigi ha dimenticato le banlieu. E ha sottovalutato le loro proteste. Ora dichiara guerra «ai suoi stessi cittadini». Toni Negri a L43: «Qui la laicità è un mito».

 di 19 Novembre 2015

«Siamo in guerra», ha detto il presidente francese François Hollande dopo le stragi di Parigi. Una guerra «giusta», si è sostenuto, perché siamo stati attaccati. E ogni attacco legittima una difesa, come prevede la comunità internazionale dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite all’articolo del Trattato Nato.
Già ma difenderci da chi? Chi è il nemico?
UNA GUERRA CONTRO SE STESSI. «La guerra proclamata contro l’Isis», spiega a Lettera43.it Toni Negri, filosofo e professore universitario che vive da anni a Parigi, «è stata dichiarata contro cittadini francesi, belgi, europei. Questa era la nazionalità dei terroristi che hanno compiuto atti orribili e ingiustificabili.».
E dire che, poco prima degli attentati, in Francia infiammava il dibattito se fosse lecito o meno ammazzare con droni cittadini francesi in territorio straniero. Polemica scatenata dall’uccisione in Siria di due britannici che si erano uniti alla jihad.
ADDIO CONCETTO DI CITTADINANZA. «Tutto questo è paradossale, surreale», sottolinea Negri, «si trattava di un dibattito sulla natura stessa della Repubblica. Il concetto di cittadinanza è sacro, non può essere calpestato da pratiche di eccezione., soprattutto se sporporzionate e non riferibili a una giustiazia nazionale».
Poi però sono arrivati l’orrore del Bataclan, le sparatorie fuori dai ristoranti e dai caffè, i kamikaze allo Stadio, l’assedio tragico a Saint-Denis.
E la prospettiva, per molti, è cambiata.

Immagine di Toni Negri

 

  • Toni Negri.

DOMANDA. Professore, esiste una ‘guerra giusta’?
RISPOSTA. Nell’Alto Medioevo questo concetto ha funzionato per giustificare l’espansione del cattolicesimo imperiale.
D. E ora?
R. Era giusta la guerra del 1914? E quella del 1939? Ho forti dubbi. Erano guerre, è vero. Ma i motivi che le hanno scatenate non si possono certo definire giusti.
D. Non vale nemmeno per il diritto di difesa?
R. Il solo fatto che una guerra sia considerata giusta da alcuni e ingiusta da altri è la negazione stessa del concetto di giustizia.
D. Hollande ha dichiarato guerra all’Isis. Cosa ne pensa?
R. In realtà si tratta di una guerra contro cittadini francesi, belgi, europei: questi sono i terroristi. Il sospetto è che dietro a tutto questo ci siano altri interessi.
D. Quali?
R. Il petrolio, per esempio. Il controllo prima economico e poi politico di una regione che dal 2001 è stata fatta sprofondare nel caos più totale da altre guerre asimmetriche, preventive.
D. Cosa intende per asimmetriche?
R. Dichiarate unilateralmente, combattute da una parte con strumenti tecnologici maturi e dall’altra da formazioni partigiane, di resistenza dopo il disfacimento di eserciti, come quello iracheno, di origine coloniale o subalterni alle potenze occidentali.
D. Stiamo pagando le conseguenze delle campagne dei Bush?
R. Gli Stati Uniti con la loro insipienza hanno ricercato il caos necessario alla loro politica nel momento in cui è terminata la loro supremazia. Ai ‘bordi dell’Impero’ era funzionale mantenere guerre e scontri per ritardare un riequilibrio o, forse, l’instaurazione di un equilibrio alternativo.
D. Poi però la situazione è scappata di mano…
R. La lotta al socialismo e al comunismo non solo dell’Iraq ma dei Paesi della fascia sciita ha comportato lo svuotamento della società. A quel punto i religiosi, invece di soffrire in terra per guadagnare un posto in cielo, hanno comunciato a combattere.
D. Un contesto ideale per la proliferazione e lo sviluppo del radicalismo islamico.
R. L’Isis di fatto in quest’area ha sostituito il welfare dopo 10 anni di distruzione.

«Parlano di Grandeur e di Montaigne, ma nelle banlieu…»

D. Questo discorso vale anche per le banlieu francesi?
R. Sì, lo stesso è accaduto nelle periferie nel 2005. Solo che in quel caso a bruciare erano solo le automobili.
D. I protagonisti in quel caso erano i ragazzi di terza e quarta generazione di immigrati.
R. È così. Agivano o protetti dagli adulti o contro di essi, fregandosene dei loro richiami all’ordine.
D. Frustrazione, rabbia, desiderio di rivalsa. Ma quale è la causa vera di quegli scontri?
R. La fine del lavoro fordista ha causato una riorganizzazione da cui questa fetta di popolazione è stata di fatto tagliata fuori.
D. Si spieghi meglio.
R. Mentre il proletariato della banlieu era inserito socialmente, via via è stato escluso dalle nuove formazioni dell’economia cognitiva.
D. Per fermare gli scontri il governo si limitò a reprimere.
R. I governi se ne sono fregati. E ora è orribile vedere un ragazzo che si fa esplodere uccidendo altre persone spinto non solo da una organizzazione che lo ha indottrinato e reclutato, ma anche da condizioni seconde.
D. Rabbia e frustrazione sono un humus perfetto per il radicalismo islamico.
R. Basta vedere la condizione delle scuole frequentate da questi ragazzi.
D. Quale è la situazione?
R. Sono istituti invivibili, e non solo dal punto di vista strutturale, con 40 persone per classe…
D. Per cosa ancora?
R. Per l’estraneità a cui sono relegati. Qui in Francia si parla ancora di Grandeur, di Montaigne, di Philosophes. E invece siamo di fronte a un’incapacità pedagogica.
D. La famosa laicità francese sta presentando il conto?
R. Ma quale laicità… è una balla, un mito. Il Dio supremo di Robespierre non lo ricorda nessuno (la Ragione, ndr)?
D. In che senso è una balla?
R. Nel senso che è presente nella cultura francese una corrente di pensiero estremamente laica. Ma moltissime persone vanno in chiesa, ci sono movimenti cattolici forti e una destra che richiama alle radici cristiane.
D. E la battaglia contro il velo?
R. Campagne che in realtà sono sostenute da sottilissime minoranze. Eppure hanno portato a pressioni ideologiche dagli effetti disastrosi, sono come piccole punture di spillo continuamente riprodotte.
D. Insomma, mi sta dicendo che sono state un boomerang.
R. In Francia sono stati distrutti movimenti di immigrati politicamente attivi e si è fatta passare l’equazione religione uguale fanatismo. Basta vedere le reazioni sugli autobus e in metro davanti a una donna velata: il disprezzo e il sospetto sono palpabili…

«Il concetto di guerra come lo conoscevamo non esiste più»

D. Tornando agli attacchi di Parigi, parlare di guerra, nella lotta al terrorismo, ha senso?
R. Mi chiedo solo: «Ora dove stanno i nemici? E gli amici?». La guerra è sempre sbagliata. Ma in passato il nome guerra aveva un fronte, un Piave. Ora siamo in una palude.
D. Tra l’altro il primo ministro Manuel Valls ha lanciato l’allarme di nuovi attacchi chimici e biologici.
R. Vorrei sapere chi li scatena e chi possiamo punire.
D. Si è detto che questa è una guerra non convenzionale. Cosa ne pensa?
D. La stessa definizione del diritto di guerra così come è uscito dalla pace di Westfalia,che nel 1684 pose fine alla guerra dei Trent’anni, non ha più alcun senso. E non parlo solo delle regole della guerra, ma anche del trattamento dei prigionieri per esempio.
R. Quando è saltato?
D. Nel 2001 gli Usa hanno deciso di scatenare una guerra asimmetrica. Adesso stiamo assistendo alla conseguenza della distruzione delle frontiere su cui si basava il diritto internazionale. Lo dimostra l’esodo dei migranti: è impossibile stabilire i confini.
D. È da allora che non si può più parlare di guerra ‘tradizionale’?
R. Da quel momento la guerra è stata di polizia, non di eserciti. Persino James Bond farebbe ridere. Si tratta di una guerra che legittima l’uso dei droni.
D. Cioè?
R. Il drone è un esempio, un simbolo. Dietro c’è un conflitto che è fuori da ogni categoria che finora abbiamo utilizzato.
D. Crede che assisteremo a una nuova definizione di guerra?
R. Francamente non so se arriveremo a questo. Del resto Westafalia mise fine a guerre scatenate in nome della religione che insanguinarono l’Europa.
D. Quando dichiara guerra Hollande cosa sta facendo?
R. Solo retorica. In realtà stiamo assistendo ad azioni di vendetta e repressione che ci riportano indietro a prima del diritto europeo. È più simile a un regolamento di conti tra tribù, quelle che noi definivamo Barbari.
D. Cosa possiamo fare a questo punto?
R. La situazione è drammatica e angosciante. Ogni riferimento a categorie passate non coglie la realtà dei fatti. Possiamo solo cercare di difenderci come possiamo, evitando che le cause che hanno portato a tutto questo si ripetano.
Twitter: @franzic76




L’alternativa arriva dal Kurdistan: Rojava

“YJA Star” (l'”Unione delle donne libere”)
“YJA Star” (l’”Unione delle donne libere”)

L’alternativa arriva dal Kurdistan: Rojava

Tu pensa se, per trovare l’alternativa allo “stato di cose presenti”, bisogna andare nelle montagne del Kurdistan, a Rojava e per la precisione dalle “Unione delle Comunità del Kurdistan” (KCK) Ero abituato ad andare a vedere cosa accadeva nella Selva Lacandona, per trovare ispirazione, che però è lontana. Ora un esempio – SPLENDIDO – l’abbiamo qui a portata di mano (anche se, per altri motivi, ugualmente di difficilissimo accesso).

Un ragionamento a parte – anche se, ovviamente, strettamente legato a quanto leggerete sotto – andrebbe fatto della foto sopra, meravigliosa:

vi si vede delle guerrigliere kurde, probabilmente della “YJA Star” (l’”Unione delle donne libere”), la milizia di sole donne che combatte nel nord della Siria. In quale altra immagine di guerriglieri, nella storia, si vede militanti che si abbracciano, che sorridono teneramente, che vivono la foto non come dimostrazione di forza ma come dimostrazione d’unione. Forse qualcosa nelle foto dei partigiani, ma ne ricordo poche.

Questa foto, a me, fa venire semplicemente il sorriso. Che mi si spegne, in parte, se penso contro chi combattono queste bellissime donne e cosa rischiano in caso di cattura.

Di seguito viene spiegato il perché, ed è una gioia leggerlo. Non prima di ringraziare “A Rivista anarchica”, per lo splendido lavoro di contro/informazione che fa su questo argomento, cioè sulle vicende dei kurdi della Siria:

Una nuova organizzazione della società

di Giran Ozcan

Spunti libertari, organizzazione ecologica ed emancipazione femminile

KCK (Unione delle Comunità del Kurdistan) è il nome dato a questa organizzazione sociale. Il nome – e la preparazione del suo quadro teorico – è stato proposto dal leader del PKK Abdullah Ocalan dalla sua cella della prigione sull’isola di Imrali in Turchia; nonostante ciò, sia Ocalan sia il PKK riconoscono senza indugi gli indispensabili e inestimabili contributi forniti da Murray Bookchin.
Il KCK è un’organizzazione ombrello democratica, confederale, libera da stato/gerarchia/sfruttamento del Kurdistan libero.
All’interno dell’organizzazione sociale KCK realizzata tra le montagne del Kurdistan, il concetto di denaro è superfluo. I bisogni economici degli abitanti sono internamente soddisfatti attraverso una gestione condivisa delle risorse. Nonostante il denaro sia utilizzato nei rapporti commerciali intrattenuti con l’esterno, all’interno il concetto di denaro è inconcepibile. Nessun singolo o comunità entro l’organizzazione KCK avverte il bisogno di generare un surplus di denaro o di risorse. I surplus sono costantemente redistribuiti e, in questo modo, utilizzati. Rifacendosi alle società pre-gerarchiche e pre-sfruttamento, l’organizzazione KCK adotta la cultura del dono piuttosto che quella dello scambio.
La gestione condivisa dell’agricoltura assicura una produzione ed un consumo di risorse auto-sufficienti, rendendo di conseguenza irrilevanti surplus, valore di scambio e mercificazione di beni.
Il tentativo di emancipazione femminile, da parte dei membri del PKK e della sua leadership, ha avuto inizio con la “distruzione della virilità”. Un attacco nei confronti della falsa virilità inoculata nei soggetti maschili da parte del sistema patriarcale. Questa infusa falsa virilità faceva in modo che, mentre ogni uomo, in ogni cellula del suo corpo, veniva sfruttato e oppresso da parte del sistema capitalistico, questi a sua volta non si astenesse dallo sfruttare la propria madre, sorella, figlia e moglie.
Questa strategia è derivata dall’indagine teorica di Abdullah Ocalan, che lo ha successivamente portato ad affermare che “le donne sono le prime colonie” e che il primo sfruttamento non è stato quello avvenuto ai danni della classe lavoratrice, bensì quello delle donne. Questo è il motivo per cui l’eguaglianza di genere tra le montagne del Kurdistan è ottenuta attraverso sforzi paralleli di rafforzamento dei poteri delle donne e purificazione degli uomini dalle malattie del patriarcato e dell’organizzazione gerarchica della società.
Le conseguenze pratiche di questo approccio sono: l’equa rappresentanza delle donne all’interno di tutte le posizioni amministrative tramite un sistema co-presidenziale e l’autonoma organizzazione ideologica, politica, sociale e militare delle donne sotto l’organizzazione autonoma: KJB (Unione Suprema delle Donne).
All’interno del Kurdistan libero, le comunità sono organizzate in modo da non considerarsi una minaccia per l’ambiente. Quando possibile, le fonti di energia rinnovabili sono favorite; al contempo, le risorse energetiche come l’acqua e il gas sono consumate in modo simbiotico al fine di sostenere tanto la società quanto l’ambiente.
È promosso il vegetarianismo e la caccia è totalmente bandita, così come la deforestazione (è permesso bruciare solo rami e alberi secchi). Tutto questo è basato sulla premessa che l’ambiente non è fonte di profitto, bensì fonte di vita; l’utilizzo dell’ambiente per sete di profitto soccombe di fronte al riconoscimento di quest’ultimo come fonte di vita.
Alcuni affermano che il PKK “non chiede più uno stato nazionale per i kurdi”. È la verità. Ad ogni modo, ciò che non risulta vero è la ragione a cui ricondurre questo cambio di paradigma.[…]
Gli sviluppi in Rojava (Siria del nord) mostrano che la filosofia del leader del PKK Abdullah Ocalan, invece di rendere più moderate le richieste, sposta, per contro, l’asticella più in alto. Questo è il motivo per cui Rojava non sta combattendo solo per proteggere la propria organizzazione sociale dagli attacchi di gruppi estremisti, ma anche per proteggersi dagli attacchi dei rappresentanti del sistema di capitalismo globale come il KDP, il governo turco, il regime di Assad e l’assordante silenzio dell’occidente!
Il Movimento di Liberazione del Kurdistan guidato dal PKK non sta più chiedendo uno stato nazionale kurdo, il quale riprodurrà solamente sfruttamento, strutture gerarchiche e diseguaglianza di genere; sta piuttosto facendo appello ad un sistema alternativo di organizzazione sociale in cui la questione kurda si risolva parallelamente alle questioni dello sfruttamento, dell’emancipazione di genere e della liberazione di tutti gli uomini. La sua proposta a questo riguardo è il KCK.

Giran Ozcan

traduzione di Carlotta Pedrazzini

Questo articolo è originariamente apparso in www.kurdishquestion.com con il titolo Socialism, gender equality and social ecology in the mountains of Kurdistan.




Gaza sotto attacco

Disegno satirico sull'attacco Israeliano a Gaza

Per l’ennesima volta la Palestina – Gaza in particolare, ma non solo – è sotto attacco militare Israeliano. Tre giorni di bombardamenti e i morti – uomini, donne e bambini – si contano già a decine (solo questa notte 14).

Ascoltando i telegiornali e leggendo la maggior parte dei giornali si scopre che la “colpa” è, come sempre, dei “terroristi” di Hamas (poco importa che siano stati eletti in delle regolari, controllatissime elezioni democratiche), che lanciano i loro innocui missilotti, su obbiettivi israeliani ma che, almeno per ora, non hanno fatto alcun danno.
Ad ora, però, non ho sentito NESSUNO parlare delle responsabilità di Israele.
Quali, mi si chiederà?
Beh, vediamo un po’ se si riesce a tirare fuori qualche dato, così che gli smemorati rinfrescano la memoria:

Diciamo solo che tra il 1947 e anni recenti, il 2004 mi sa, c’è stata qualche risoluzione dell’ONU che dichiarava illegale quanto fatto da Israele nella sua azione – questa si terroristica – di occupazione della Palestina.

Vediamo un po’:

  • Assemblea Generale risoluzione 194 (1947): profughi palestinesi hanno il diritto di tornare alle loro case in Israele;
  • Risoluzione 106 (1955): Condanna Israele per l’attacco a Gaza;
  • Risoluzione 111 (1956): condanna Israele per l’attacco alla Siria, che ha ucciso cinquanta-sei persone;
  • Risoluzione 127 (1958): raccomanda a Israele di sospendere la sua zona “no man” (di nessuno) a Gerusalemme;
  • Risoluzione 162 (1961): chiede a Israele di rispettare le decisioni delle Nazioni Unite;
  • Risoluzione 171 (1962): indica brutali violazioni del diritto internazionale da parte di Israele nel suo attacco alla Siria;
  • Risoluzione 228 (1966): censura Israele per il suo attacco a Samu in Cisgiordania, allora sotto il controllo giordano;
  • Risoluzione 237 (1967): chiede con urgenza a Israele di consentire il ritorno dei profughi palestinesi;
  • Risoluzione 242 (1967): l’occupazione israeliana della Palestina è illegale;
  • Risoluzione 248 (1968): condanna Israele per il suo attacco massiccio su Karameh in Giordania;
  • Risoluzione 251 (1968): deplora profondamente il dispiegamento militare (parata) israeliano a Gerusalemme, in spregio della risoluzione 250;
  • Risoluzione 252 (1968): dichiara nulli gli atti di Israele volti a unificare Gerusalemme come capitale ebraica;
  • Risoluzione 256 (1968): condanna del raid israeliano sulla Giordania e delle palesi violazioni del diritto internazionale;
  • Risoluzione 259 (1968): deplora il rifiuto di Israele di accettare la missione delle Nazioni Unite per valutare l’occupazione dei territori;
  • Risoluzione 262 (1968): condanna Israele per l’attacco sull’aeroporto di Beirut;
  • Risoluzione 265 (1969): condanna Israele per gli attacchi aerei di Salt in Giordania;
  • Risoluzione 267 (1969): censura Israele per gli atti amministrativi atti a modificare lo status di Gerusalemme;
  • Risoluzione 270 (1969): condanna Israele per gli attacchi aerei sui villaggi nel sud del Libano;
  • Risoluzione 271 (1969): condanna Israele per la mancata esecuzione delle risoluzioni delle Nazioni Unite su Gerusalemme;
  • Risoluzione 279 (1970): chiede il ritiro delle forze israeliane dal Libano;
  • Risoluzione 280 (1970): condanna gli attacchi israeliani contro il Libano;
  • Risoluzione 285 (1970): richiesta dell’immediato ritiro israeliano dal Libano;
  • Risoluzione 298 (1971): deplora il cambiamento dello status di Gerusalemme ad opera di Israele;
  • Risoluzione 313 (1972): chiede ad Israele di fermare gli attacchi contro il Libano;
  • Risoluzione 316 (1972): condanna Israele per i ripetuti attacchi sul Libano;
  • Risoluzione 317 (1972): deplora il rifiuto di Israele di ritirarsi dagli attacchi;
  • Risoluzione 332 (1973): condanna di Israele ripetuti attacchi contro il Libano;
  • Risoluzione 337 (1973): condanna Israele per aver violato la sovranità del Libano;
  • Risoluzione 347 (1974): condanna gli attacchi israeliani sul Libano;
  • Assemblea Generale risoluzione 3236 (1974): sancisce i diritti inalienabili del popolo palestinese in Palestina all’autodeterminazione senza interferenze esterne, all’indipendenza e alla sovranità nazionale;
  • Risoluzione 425 (1978): chiede a Israele di ritirare le sue forze dal Libano;
  • Risoluzione 427 (1978): chiede a Israele di completare il suo ritiro dal Libano;
  • Risoluzione 444 (1979): si rammarica della mancanza di cooperazione con le forze di pace delle Nazioni Unite da parte di Israele;
  • Risoluzione 446 (1979): stabilisce che gli insediamenti israeliani sono un grave ostacolo per la pace e chiede a Israele di rispettare la Quarta Convenzione di Ginevra;
  • Risoluzione 450 (1979): chiede a Israele di smettere di attaccare il Libano;
  • Risoluzione 452 (1979): chiede a Israele di cessare la costruzione di insediamenti nei territori occupati;
  • Risoluzione 465 (1980): deplora gli insediamenti di Israele e chiede a tutti gli Stati membri di non dare assistenza agli insediamenti in programma;
  • Risoluzione 467 (1980): deplora vivamente l’intervento militare di Israele in Libano;
  • Risoluzione 468 (1980): chiede a Israele di annullare le espulsioni illegali di due sindaci palestinesi e di un giudice, e di facilitare il loro rientro;
  • Risoluzione 469 (1980): deplora vivamente la mancata osservanza da parte di Israele dell’ordine del Consiglio di non deportare i palestinesi;
  • Risoluzione 471 (1980): esprime profonda preoccupazione per il mancato rispetto della Quarta Convenzione di Ginevra da parte di Israele;
  • Risoluzione 476 (1980): ribadisce che la richiesta di Gerusalemme da parte di Israele è nulla;
  • Risoluzione 478 (1980): censura Israele, nei termini più energici, per la sua pretesa di porre Gerusalemme sotto la propria legge fondamentale;
  • Risoluzione 484 (1980): dichiara imperativamente che Israele rilasci i due sindaci palestinesi deportati;
  • Risoluzione 487 (1981): condanna con forza Israele per il suo attacco contro l’impianto per la produzione di energia nucleare in Iraq;
  • Risoluzione 497 (1981): dichiara che l’annessione israeliana del Golan siriano è nulla e chiede che Israele revochi immediatamente la sua decisione;
  • Risoluzione 498 (1981): chiede a Israele di ritirarsi dal Libano;
  • Risoluzione 501 (1982): chiede a Israele di fermare gli attacchi contro il Libano e di ritirare le sue truppe;
  • Risoluzione 509 (1982): chiede ad Israele di ritirare immediatamente e incondizionatamente le sue forze dal Libano;
  • Risoluzione 515 (1982): chiede ad Israele di allentare l’assedio di Beirut e di consentire l’ingresso di approvvigionamenti alimentari;
  • Risoluzione 517 (1982): censura Israele per non obbedire alle risoluzioni ONU e gli chiede di ritirare le sue forze dal Libano;
  • Risoluzione 518 (1982): chiede che Israele cooperi pienamente con le forze delle Nazioni Unite in Libano;
  • Risoluzione 520 (1982): condanna l’attacco di Israele a Beirut Ovest;
  • Risoluzione 573 (1985): condanna vigorosamente Israele per i bombardamenti in Tunisia durante l’attacco alla sede dell’OLP;
  • Risoluzione 587 (1986): prende atto della precedente richiesta a Israele di ritirare le sue forze dal Libano ed esorta tutte le parti a ritirarsi;
  • Risoluzione 592 (1986): deplora vivamente l’uccisione di studenti palestinesi all’università di Bir Zeit ad opera di truppe israeliane;
  • Risoluzione 605 (1987): deplora vivamente le politiche e le prassi israeliane che negano i diritti umani dei palestinesi;
  • Risoluzione 607 (1988): chiede ad Israele di non espellere i palestinesi e di rispettare la Quarta Convenzione di Ginevra;
  • Risoluzione 608 (1988): si rammarica profondamente del fatto che Israele ha sfidato le Nazioni Unite e deportato civili palestinesi;
  • Risoluzione 636 (1989): si rammarica profondamente della deportazione di civili palestinesi ad opera di Israele;
  • Risoluzione 641 (1989): continua a deplorare la deportazione israeliana dei palestinesi;
  • Risoluzione 672 (1990): condanna Israele per le violenze contro i Palestinesi a Haram Al-Sharif/Temple Monte;
  • Risoluzione 673 (1990): deplora il rifiuto israeliano a cooperare con le Nazioni Unite;
  • Risoluzione 681 (1990): deplora la ripresa israeliana della deportazione dei palestinesi;
  • Risoluzione 694 (1991): si rammarica della deportazione dei palestinesi e chiede ad Israele di garantire la loro sicurezza e il ritorno immediato;
  • Risoluzione 726 (1992): condanna fermamente la deportazione dei palestinesi ad opera di Israele;
  • Risoluzione 799 (1992): condanna fermamente la deportazione di 413 palestinesi e chiede ad Israele il loro immediato ritorno;
  • Risoluzione 1397 (2002): afferma una visione di una regione in cui due Stati, Israele e Palestina, vivono fianco a fianco all’interno di frontiere sicure e riconosciute;
  • La risoluzione dell’Assemblea generale ES-10/15 (2004): dichiara che il muro costruito all’interno dei territori occupati è contrario al diritto internazionale e chiede a Israele di demolirlo.

(vedi http://www.infopal.it/risoluzioni-onu-violate-da-israele/ per maggiori info)

Non le ho contate, ma diciamo che Israele ha violato qualche risoluzione dell’ONU, in questi ultimi decenni. Con che risultato? Forse la mappa che segue può rendere l’idea:

Mappa che rappresenta, nel tempo, la progressiva occupazione di Israele dell'intera PalestinaEcco, a questo punto mi chiedo, e vi chiedo:

al loro posto, al posto dei Palestinesi, voi cosa fareste?

E non è una domanda retorica…




Siria: le verità del governo francese e dei “paesi democratici”

Immagine della Nave di Greenpace Rainbow Warrior affondata dai servizi segreti francesi nel 1985
La nave di Greenpeace “Rainbow Warrior” affondata dai servizi segreti francesi in Nuova Zelanda nel 1985

Dopo due di anni di guerra civile – sostenuta e finanziata dai paesi occidentali e dai loro alleati, Stati Uniti in testa – e dopo decine di migliaia di morti, in gran parte civili – come in tutte le guerre, i “paesi democratici” hanno deciso di dire basta, è stata superato la “linea rossa”: il governo dittatoriale di Assad ha usato le armi chimiche (domanda: facciamo finta che sia vero. Chi gliele ha vendute? L’Italia è il primo paese europeo per vendita di armi alla Siria: http://daily.wired.it/news/politica/2013/09/04/armi-italiane-vendita-siria-assad-564627.html), va fermato!

Chi ci dice che sia vero? Ma i governanti dei “paesi democratici, che diamine!

Alessandro Marescotti, tarantino di Peacelink di racconta un’altra verità…

Non vi è “alcun dubbio” che il gas sarin sia stato utilizzato in Siria “dal regime e dai suoi complici” in almeno uno dei due casi che il governo francese ritiene accertati: lo ha affermato il ministro degli Esteri di Parigi, Laurent Fabius, intervistato dall’emittente televisiva France 2.

Ma siamo sicuri che Fabius dica la verità e sia abituato a dirla?

Non tutti sanno infatti chi è il socialista Laurent Fabius.


Fabius fu costretto infatti a dimettersi per lo scandalo della bomba piazzata dai servizi segreti francesi sulla nave di Greenpeace Rainbow Warrior. Fabius allora era capo del governo francese. Un governo “di sinistra” che si è reso responsabile dell’affondamento di una nave di pacifisti che lottavano contro il nucleare.

La storia è in breve questa.

Era la notte del 10 luglio 1985 e la Rainbow Warrior si trovava nelle acque della Nuova Zelanda, diretta verso l’ atollo di Mururoa, il centro di sperimentazione nucleare francese nell’arcipelago polinesiano.

Obiettivo di “Greenpeace” era quello di attirare l’attenzione mondiale sulla sperimentazione della bomba a neutroni.

Durante la sua missione pacifica, la nave di Greenpeace è colpita da esplosioni di dinamite e un fotografo muore. Si chiamava Fernando Pereira, era a bordo della Rainbow Warrior. Fernando perde conoscenza dopo la seconda esplosione e annega.

Fernando Pereira è ricordato qui http://www.greenpeace.it/rainbow/fernando-pereira.html

L’inchiesta mostra la responsabilità dei servizi segreti francesi, costringendo il ministro della Difesa Charles Hernu a dimettersi il 20 settembre. Due giorni dopo Laurent Fabius -primo ministro del governo di allora – ammette pubblicamente la responsabilità dei servizi segreti nell’attentato.

Gli agenti del servizio segreto francese DGSE nel 1985 avevano ricevuto da Parigi l’ordine di neutralizzare la Rainbow Warrior per evitare che Greenpeace fosse in grado di organizzare altre azioni di protesta a Moruroa e interferire, di conseguenza, con il programma francese di test nucleari.

I due agenti dei servizi segreti responsabili dell’omicidio avrebbero dovuto scontare una pena carceraria di 10 anni in Nuova Zelanda, ma restarono nell’isola per soli 3 anni e quando tornarono in Francia furono accolti come degli eroi, ricevendo persino delle medaglie.

Non credo che occorra commentare.

Mi chiedo solo perché ci fidiamo di personaggi come Fabius che – senza che esse siano state mostrate ai giornalisti – dice di avere le prove delle responsabilità del regime di Damasco nell’attacco chimico.

Non è secondario segnalare che l’ex Procuratore del Tribunale penale internazionale Carla Del Ponte (fa oggi parte della commissione indipendente d’inchiesta sulla Siria del Consiglio ONU sui diritti umani, costituita ad agosto del 2011) nel mese di maggio aveva esternato i suoi sospetti sull’utilizzo di armi chimiche da parte degli insorti (http://www.notiziegeopolitiche.net/?p=28108).

La Del Ponte ha dichiarato che “i nostri ispettori sono stati nei Paesi vicini a intervistare vittime, medici e negli ospedali da campo”, aggiungendo però che ad “oltrepassare la linea rossa” indicata dal presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, “sono stati i ribelli, l’opposizione, non le autorità del governo siriano”.

Alessandro Marescotti (www.peacelink.it)

Per saperne di più su Fabius e il suo passato

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/09/25/greenpeace-sgretola-eliseo.html

http://archiviostorico.corriere.it/2006/ottobre/02/fratello_Segolene_007_contro_ Greenpeace_co_9_061002117.shtml

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/08/09/la-nave-di-greenpeace-affondata-dai-servizi.html

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/11/03/processo-in-nuova-zelanda-per-gli-007.html

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/09/28/emerge-dal-polverone-di-greenpeace-una-francia.html




Su Arrigoni e la serietà. Lettera ad “A Rivista anarchica”

 

GYBO (Manifesto dei Giovani di Gaza per il cambiamento)
GYBO (Manifesto dei Giovani di Gaza per il cambiamento)

Oggi mi è arrivata puntuale la mia copia mensile di A, rivista anarchica. Mi metto a sfogliarla, mentre mangio, fino a che arrivo ad un articolo su Vittorio Arrigoni. E il pasto mi va di traverso. A mo’ di amaro decido di scrivere alla rivista. Ecco di seguito la missiva.

Car@ compagn@,

ormai da qualche anno leggo con piacere la rivista e da un paio sono pure abbonato. Ho sempre apprezzato la serietà nell’affrontare i più diversi argomenti, anche se il vostro punto di vista non ha sempre coinciso col mio. Per fortuna.

Proprio oggi mi è arrivato il numero 363, che ho iniziato a sfogliare nella pausa pranzo, fino ad arrivare all’articolo di Francesco Codello,”Aldilà dell’apparenza“, in cui scrive a proposito dei tratti comuni tra il barone Asor Rosa e Vittorio Arrigoni, militante di base per la Palestina, assassinato da integralisti islamici (anche se la vicenda è ancora parecchio oscura) a Gaza poche settimane fa.

Aldilà dell’ardito collegamento tra due persone che non potrebbero essere più diverse, la cosa che mi ha reso, debbo ammettere, furente è stata la descrizione fatta da Codello di Arrigoni. Vediamo:

L’attivista italiano viveva nei martoriati territori governati da Hamas e svolgeva in questi luoghi , da anni, un’intensa attività a sostegno delle rivendicazioni palestinesi, accettato e sostenuto, nella sua azione, dall’organizzazione palestinese con la quale collaborava attivamente. Arrigoni aveva fatto una sua scelta coerente, di tipo politico e ideologico, di stare dalla parte di Hamas.

Scrivere questa frase come secondo capoverso dell’introduzione alla figura di Arrigoni è già partire col piede sbagliato di chi le cose le sa per sentito dire; un sentito dire, tra l’altro, assai più vicino al Giornale o a Libero, che ad aree di movimento e/o libertarie.

Anche perché, banalmente, è falso.

Arrigoni stava dalla parte dei palestinesi, a prescindere dal partito politico di appartenenza, di cui se ne fotteva sonoramente (per quanto possibili a quelle latitudini). Tanto che era una delle figure di riferimento del G.Y.B.O. (Gaza Youth for Break Out), il cui manifesto (tradotto per primo proprio da Arrigoni sul suo sito) inizia con un eloquente:

Vaffanculo Hamas. Vaffanculo Israele. Vaffanculo Fatah. Vaffanculo ONU. Vaffanculo UNWRA. Vaffanculo USA! Noi, i giovani di Gaza, siamo stufi di Israele, di Hamas, dell’occupazione, delle violazioni dei diritti umani e dell’indifferenza della comunità internazionale! Vogliamo urlare per rompere il muro di silenzio, ingiustizia e indifferenza, come gli F16 israeliani rompono il muro del suono; vogliamo urlare con tutta la forza delle nostre anime per sfogare l’immensa frustrazione che ci consuma per la situazione del cazzo in cui viviamo; siamo come pidocchi stretti tra due unghie, viviamo un incubo dentro un incubo, dove non c’è spazio né per la speranza né per la libertà.

Per descrivere i ragazzi del G.Y.B.O Arrigoni scrisse (ivi):

Fustigati da un governo interno che soffoca i diritti civili basilari, frustrati dal collaborazionismo criminale di Ramallah che viene a patti coi massacrati d’Israele, delusi e defraudati da una comunità internazionale lassista e compiacente coi carnefici, il grido cibernetico di questi ragazzi coraggiosi sta raccogliendo sempre più consensi a livello globale, a giudicare dai commenti sulla loro pagina web che si susseguono istante dopo istante da ogni dove.

Tipica prosa filo-Hamas, non c’è che dire.

Ma non è finita qua. Poco dopo Codello ci spiega, come e meglio del Feltri di turno, il perché Arrigoni non si possa definire “pacifista” (le virgolette sono sue). Perché

Arrigoni, sicuramente coerente, ha dedicato la sua vita a lottare, in modo intransigente, e a combattere, con tutte le forme possibili, un nemico odiato e disprezzato. Insomma, una persona che, dal mio punto di vista, difficilmente si potrebbe considerare pacifista.

E perché mai? Perché combatte l’occupazione Israeliana della Palestina? Si, la combatte, e l’ha sempre fatto stando con gli ultimi, contadini e pescatori, ed usando come “arma” l’interposizione, il proprio corpo. Se Codello è a conoscenza di altri dettagli, ce ne renda partecipi, perché per quanto ne sappiamo noi, Arrigoni non ha mai usato la violenza, in nessuna forma. Quindi, parrebbe, il problema è che era nemico del Sionismo. Accidenti, un bel problema…

Per finire il suo “ragionamento” (le virgolette sono mie), sul non pacifismo di Arrigoni, il buon Codello porta ad esempio la scelta della madre di non far passare il cadavere del figlio per il suolo Israeliano.

A questo punto mi arrendo: non sono abbastanza intelligente per seguire il raffinato eloquio di Codello, per cui “la sinistra assegna patenti di pacifismo a proprio uso e consumo” – evidentemente l’unico atto a questo ingrato compito è lo stesso Codello; ora che lo sappiamo gli chiederemo informazioni su dove come provare a superare il sicuramente difficilissimo esame.

Quello che però, dal basso della mia scarsa intelligenza, mi permetto di suggerire è che prima di scrivere su qualcuno, chicchessia, si provi un minimo ad informarsi. Arrigoni ha scritto a lungo sul conflitto tra Israele e Palestina; sulla Palestina stessa, su Hamas e Fatah. Codello poteva leggere – e non solo “a quanto ci è dato sapere, dalle notizie apparse nei vari media” – il suo sito è ancora online e in libreria, a soli 12€, si può trovare il libro delle corrispondenze di Arrigoni per il manifesto durante la democratica operazione “Piombo fuso” (Restiamo umani, manifesto libri).

Non m’hanno fatto un baffo le porcherie scritte su di lui dai media mainstream; mi fa un po’ tristezza leggere certe porcherie su A, rivista anarchica.

Parecchia tristezza.




Dead or Alive: gooooooooooodmorning Democracy!!!

Democrazia in pericolo
Democrazia

Le Democrazie Occidentali festeggiano l’uccisione del Nemico n.1: venerdì scorso il presidente degli Stati Uniti – la più Grande Democrazia del Mondo – ha dato ordine di assassinare il criminale Osama Bin Laden, sotto controllo della Cia da agosto 2010[1]: “si sa che il corriere di al-Qaeda, suo fratello e uno dei figli di bin Laden sono stati uccisi”[2].

Queste notizie sono prese a caso dalla rete negli ultimi 10 minuti – non ho tempo e voglia di fare una cosa più accurata; e non penso che serva, neanche.

Da nessuna parte ho trovato nessuno, se non persone normali come me, e se sicuramente nessun Politico, che si sia posto un dubbio che dovrebbe – dovrebbe – essere obbligatorio in tutte le democrazie:

ma il sig. Bin Laden non aveva diritto alla difesa?

AGGIORNAMENTO

Si, pare che qualche diritto lo avesse, visto soprattutto che era disarmato (e quindi si è trattata di un’esecuzione). Comunque sia, anche secondo il diritto Statunitense questa azione ha violato la legge:

http://it.peacereporter.net/articolo/28311/Osama,+giustizia+non+è+fatta

A questa domanda, se fatta nel bar del paese, già so’ che mi ritroverei, come minimo, ricoperto di fischi e lazzi, se non di insulti o anche peggio: Bin Laden è IL terrorista, è colui che ha organizzato e diretto la strage del settembre 2001 negli USA, e quindi andava eliminato.

Bin Laden era già stato giudicato e condannato: quella di ieri sera è stata la banale esecuzione (sua e di suoi 4 “complici”; quindi altrettanto colpevoli e a loro volta già giudicati e condannati).

Ma chi li ha giudicati? E chi li ha condannati?

Gli Stati Uniti d’America, ovviamente. Ed è la risposta per entrambe le domande. Coloro che hanno subito l’attaco dell’11 settembre 2001, ieri sera si sono vendicati attaccando e assassinando colui che è li ha organizzati (così si dice).

“Giustizia è stata fatta”, è stato il commento del Presidente Democratico Obama, in diretta tv (ovviamente)[3].

Personalmente non ho i mezzi per valutare tutta la portata, politica, mediatica, economica, diplomatica, di quanto è successo. Ma una cosa mi ha colpito assai: anche in questo caso si è trattato di un “omicidio mirato”.

Questa pratica assolutamente Democratica – quella di assassinare per strada un presunto terrorista – è stata entusiasticamente avviata da Israele, con, appunto, le “esecuzioni mirate” di (presunti) terroristi palestinesi nei Territori occupati e poi a Gaza[4].

Evidentemente è una moda che è piaciuta anche in Occidente, tanto che negli ultimi 10 anni gli stessi USA hanno iniziato a praticarla intensamente[5].

Di fronte al mio evidente disappunto mi si dirà “c’è il terrorismo da combattere!”. Sarà – ho parecchi dubbi, ma tant’è – ma ricordo anche, per fare un esempio banale, che sotto l’egida dell’ONU, come si suol dire, fin dal 1945 esiste un’istituzione che si chiama Corte Internazionale di Giustizia[6], che ha sede all’Aia, in Olanda, e che è composta da quindici giudici di nazionalità diversa eletti dall’Assemblea Generale e dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU stessa. Penso che da un punto di vista giuridico internazionale non si possa desidere di più.

Sarebbe “normale”, in caso di conclamati crimini internazionali, fare il possibile per catturare il reo – o i rei – e consegnarli alla Corte dell’Aia, come comunemente viene chiamata, perché siano democraticamente giudicati, con tutti i diritti del caso.

Come mai non viene fatto? E come mai, mi chiedo, praticamente tutta la stampa mainstream non si stupisce che ciò non venga fatto? Come mai si accetta questo novello Far West (o meglio, Far MiddleEast) che è diventato i Medio Oriente dalla caduta del Muro di Berlino ad oggi? Addirittura i nazisti ebbero il diritto ad un processo, quello di Norimberga, che pure fu contestato, perché vennero condannati solo i crimini di guerra dei tedeschi, e non quelli degli Alleati[7].

Facciamo l’esempio di Osama: ma se si fosse catturato – lui e i suoi accoliti – quanto avrebbero potuto raccontarci di tutto quello che è successo nel 2001 e anche prima? Non sarebbe stato interessante saperle, certe cose? Invece sono stati fatti fuori, dai novelli John Wayne ipertecnologici.

Ormai basta entrare nella grande categoria del “terrorismo”, per perdere immediatamente qualsiasi diritto e diventare automaticamente “dear or alive”.

Ieri è toccato a Bin Laden. Domani?

Gooooooooooodmorning Democracy!!!

[1] http://it.peacereporter.net/articolo/28259/Pakistan,+il+rifugio+di+bin+Laden+sotto+osservazione+da+agosto

[2] http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=152417

[3] http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/02/america-in-festa-obama-giustizia-e-stata-fatta/108390/

[4] http://www.infopal.it/leggi.php?id=5520

[5] http://www.ispionline.it/it/documents/Analysis_16_2010.pdf

[6] http://it.wikipedia.org/wiki/Corte_Internazionale_di_Giustizia

[7] http://it.wikipedia.org/wiki/Processo_di_Norimberga

[8] http://it.wikipedia.org/wiki/Processo_di_Norimberga#Validit.C3.A0_della_corte




Restiamo umani

Alla fine l’hanno ammazzato. Hanno ammazzato Vittorio Arrigoni, Vik, Vikutopia, ed è sempre più difficile praticare il suo “restiamo umani”. Hanno ammazzato chi dava noia, chi raccontava ad un mondo indifferente e complice, la quotidiana tragedia di un popolo, quello Palestinese, costretto ormai dal 1948 ad una lenta ma inesorabile soluzione finale.

Non so che dire, davvero. Se non del senso di angoscia, tristezza ed impotenza che mi sento dentro.

Voglio salutare Vik con il suo ultimo articolo.

Ciao Vik, restiamo umani.

Immagine dei tunnel di Gaza
I tunnel di Gaza

4 lavoratori sono morti ieri notte per via del crollo di uno dei tunnel scavati dai palestinesi sotto il confine di Rafah. Tramite i tunnel passano tutti i beni necessari che hanno permesso la sopravvivenza della popolazione di Gaza strangolata da 4 anni dal criminale assedio israeliano. Dai tunnel riescono a entrare nella Striscia beni principali quali alimenti, cemento, bestiame vedi foto.Anche gli ospedali della Striscia si approvvigionano dal mercato nero dei tunnel.Dall’inizio dell’assedio a oggi più di 300 palestinesi sono morti al lavoro sotto terra per permettere ad una popolazione di quasi 2 milioni di persone di sfamarsi.E’ una guerra invisibile per la sopravvivenza.I nomi degli ultimi martiri sono: Abdel Halim e suo fratello Samir Abd al-Rahman Alhqra, 22 anni e 38 anni, Haitham Mostafa Mansour, 20 anni, e Abdel-Rahman Muhaisin 28 anni. Restiamo Umani. Vik da Gaza city

via guerrilla radio




Medio Oriente: le responsabilità dell’Occidente e la nostra ipocrisia

Maajid Nawaz
Maajid Nawaz

Io ero il numero 42  nel centro di tortura Hosni Mubarak al Cairo. Prima di me c’erano 41 poveracci, presi a uno a uno e torturati con l’elettricità. Le mogli sono state spogliate e torturate davanti ai mariti, i bambini sono stati tormentati con le scosse elettriche davanti ai genitori. Pochi sono tornati da quelle celle.

A raccontare è Maajid Nawaz, tra i fondatori del gruppo internazionale per i diritti civili Quilliam. E’ egiziano. Il suo articolo si trova sul numero 884 di Internazionale, mentre l’originale si trova sul blog di New Statesman.

Sullo stesso numero di di Internazionale si trova un altro interessantissimo articolo, questa volta di David Rieff, un giornalista statunitense: Quando Washington aiutava Mubarak. Un articolo in cui per la prima volta trovo uno lettura geopolitica e non ipocrita su quel che sta succedendo in nord Africa e in molti paesi di cultura araba.

Dal 1975 a oggi, l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (Usaid) ha fornito all’Egitto 28 miliardi di dollari in aiuti economici e per lo sviluppo. A livello micro, molti di questi programmi sono stati ben impostati e hanno avuto successo. A livello macro, invece, la realtà è che gli aiuti militari hanno funzionato abbastanza bene, ma quelli per lo sviluppo sono stati un fallimento.

Il prezzo da pagare

Gli aiuti militari degli Stati Uniti all’Egitto ammontano in media a 1,3 miliardi di dollari all’anno. L’aspetto grottesco è che Washington ha fornito alle forze armate egiziane sistemi militari e armamenti per proteggere Israele. Un dispaccio diplomatico inviato nel marzo 2009 dall’ambasciata statunitense al Cairo e pubblicato da Wikileaks dice testualmente che Mubarak e i vertici dell’esercito egiziano “considerano il programma di assistenza militare” come “un indennizzo irrinunciabile per il mantenimento della pace con Israele”.

Ecco, ci siamo, il quadro è completo. Gli USA ricoprono di soldi i politici e i militari egiziani – 1,3 miliardi di dollari (1.300.000.000 di $), per uno stato che “nell’Indice di sviluppo umano dell’Onu l’Egitto occupa il 101° posto, tra la Mongolia e l’Uzbekistan” – perché questi non rompano le scatole al grande amico Israele (alla faccia della solidarietà panaraba). Intanto, se con quei soldi affamano un paese di 80 milioni di persone (l’Italia ne ha 60, tanto per fare le proporzioni), e per farli stare buoni li tortura con l’elettricità (uomini, donne e bambini), poco importa. Tanto, come dice la Democratica Hillary Clinton (il Democratico Veltroni avrà un brivido di piacere solo a sentir pronunciare questo sublime nome…) nella sua prefazione al Quadrennial Diplomacy and Development Review (Qddr) il dipartimento di stato è impegnato a:

sfruttare il nostro potere civile per promuovere gli interessi degli Stati Uniti e contribuire a creare un mondo in cui più persone in più paesi possano vivere in libertà, godere di opportunità economiche ed esprimere le loro potenzialità.

Ora, dopo decenni di torture, umiliazioni, fame e povertà, i popoli del nord Africa hanno deciso di dire basta, e di prendersi tutto quello che in questi anni gli è stato portato via. Che gli abbiamo portato via.




Israele: quante ignominie gli si permetterà di compiere ancora?

Non contenti della strage compiuta (in acque internazionali, tengo a precisare, entrando di diritto nell’ambito della criminalità comune, della pirateria, per la precisione, un po’ come i pirati somali di cui tanto s’è discusso sulla stampa internazionale ed italiana qualche mese fa), i signori e le signore del governo israeliano hanno pensato bene di farsi un paio di risate (sulle spalle delle vittime, evidentemente, dei loro famigliari e dei rispettivi paesi) con un eccezionale video dalla comicità inesauribile e – soprattutto – pieno di buon gusto ed intelligenza.

Godetevelo tutto e plaudite con me per questo nuovo fulgido esempio dai governanti del “Popolo Eletto”.




Sono tornati gli italiani della Freedom Flotilla

Sono tornati tra ieri e ieri l’altro gli attivisti imbarcati sulla Freedom Flotilla, assalita la notte del 31 maggio dalla marina israeliana con un bilancio di almeno 9 morti tra i pacifisti, centinaia di feriti e decine di dispersi.

Di seguito i primi racconti a caldo.