Firma digitale e accesso alla PA online con Linux

Immagine del lettore di Smart Card Bludrive IIPosso dire, ormai da luglio, che si può firmare digitalmente e accedere alla Pubblica Amministrazione (PA) online con GNU/Linux, nel mio caso Ubuntu Mate.

A luglio, infatti, una delle associazioni di cui faccio parte doveva fare i permessi per poter fare una manifestazione. Permessi da fare presso il SUAP (Sportello Unico per le Attività Produttive) locale, e che da un paio di anni vanno fatti per forza via web.

Fino a luglio, quindi, un po’ per pigrizia, un po’ per poco tempo, le pratiche SUAP le facevamo con i pc Windows dei compagni di associazione. A luglio, però, tempo di ferie e quindi di un po’ più di tempo libero, mi sono messo d’impegno, per capire se e come fosse possibile poter fare questa procedura con GNU/Linux, ed è possibile, almeno con la mia configurazione:

Data questa configurazione il processo è, tutto sommato, abbastanza semplice.

  • Collegare il dispositivo al computer:

Nel mio caso, collegato il dispositivo al computer questo lo riconosce immediatamente, come si può evincere dai log di sistema:

Sep 28 14:57:51 Astio kernel: [2298796.040746] usb 2-1.2: new full-speed USB device number 16 using ehci-pci
Sep 28 14:57:51 Astio kernel: [2298796.153906] usb 2-1.2: New USB device found, idVendor=1b0e, idProduct=1078
Sep 28 14:57:51 Astio kernel: [2298796.153909] usb 2-1.2: New USB device strings: Mfr=1, Product=2, SerialNumber=0
Sep 28 14:57:51 Astio kernel: [2298796.153911] usb 2-1.2: Product: BLUDRIVE II CCID
Sep 28 14:57:51 Astio kernel: [2298796.153913] usb 2-1.2: Manufacturer: BLUTRONICS
Sep 28 14:57:51 Astio mtp-probe: checking bus 2, device 16: “/sys/devices/pci0000:00/0000:00:1d.0/usb2/2-1/2-1.2”
Sep 28 14:57:51 Astio mtp-probe: bus: 2, device: 16 was not an MTP device
Sep 28 14:57:56 Astio colord-sane: io/hpmud/pp.c 627: unable to read device-id ret=-1

Se tutto fila liscio, il led sul lettore diventa verde. Fine.

Se si vogliono maggiori info, c’è anche uno strumento di verifica fatta dalla stessa Blutronics, con tanto di video che spiega come installarlo:

  • Installare Dike6:

Fatto questo si va sul sito di Infocert e si scarica la versione gratuita di Dike6, più che sufficiente per quel che dobbiamo fare noi. Per chi usa una distro Debian like la cosa è ancora più semplice, perché si può  scaricare un comodo .deb e installarlo come sempre.

A questo punto siamo già nella possibilità di accedere ai dati della nostra smart card, sia essa la semplice tessera sanitaria / codice fiscale, oppure – come è indispensabile nel nostro caso – la Carta Nazionale dei Servizi, cosa che è fattibile solo dopo aver preso ed attivata la carta (operazione che non c’entra nulla con l’informatica, ma con la burocratia italiota).

  • Configurare Firefox per accedere al sito del proprio SUAP locale (o altro sito della PA):

A questo punto ci siamo quasi: per poter fare una pratica online su un portale SUAP, infatti, bisogna aver configurato il proprio browser perché legga la carta inserita nel lettore. Quindi bisogna aprire firefox ed andare in

Preferenze -> Avanzate -> Certificati -> Dispositivi di sicurezza

cliccare su Carica, inserire una descrizione (es.: TesseraSanitaria o SUAP o quel che si vuole) ed il percorso, che nel mio caso è:

/opt/dike6/libbit4xpki.so

A questo punto, sul sito SUAP si clicca su “Sportello online”, si sceglie il proprio Comune e si avvia la pratica. Il sistema vedrà – grazie alla configurazione di cui sopra – la carta inserita nel lettore, chiederà il PIN (rilasciato dall’autorità competente), ed a quel punto si potrà fare tutta la procedura del caso.

Usando la Carta dei servizi si può accedere alle varie piattaforme esatamente come con la Tessera Sanitaria, ma si può anche firmare digitalmente i vari documenti che bisogna presentare, e la cosa è assai comodo.

Fine 🙂




Controllo di Stato. Tutela la tua privacy con Freepto

Immagine che rappresenta la censura su internetSabato scorso si è tenuto, presso la sede della Libreria AmiataAutogestita, ad Arcidosso, un incontro dal titolo “Meeting sulla CONSAPEVOLEZZA INFORMATICA“, il cui scopo era quello di iniziare un percorso di consapevolezza nell’uso degli strumenti informatici.

Ad aiutarci in questo percorso sono stati gli amici dell’Hacklab romano AvANa, che sono venuti a presentarci due progetti:

  1. uno è un “opuscolo” dal titolo significativo: Crypt’я’Die;
  2. l’altro è il progetto Freepto.

Nel primo caso si tratta di un opuscolo in cui si fa il punto della situazione rispetto al controllo che si può subire quando si usa un computer o uno smartphone/tablet. Il risultato della chiacchierata è che praticamente qualsiasi computer con Windows o Mac è controllabile, attraverso dei particolari virus informatici che si chiamano “malware“, mentre lo sono TUTTI gli smartphone/tablet.

La soluzione, almeno per i computer, sta – almeno parzialmente – nell’usare sistemi OpenSource, come GNU/Linux, e strategia di sicurezza nell’uso di questi sistemi. Una delle possibilità sta proprio in Freepto, che è

un sistema GNU/Linux completo su penna USB. Questo significa che puoi portare la pennetta sempre con te ed utilizzare qualsiasi computer proprio come se fosse il tuo portatile. Inoltre i dati che salverai all’interno di questa pennetta saranno automaticamente cifrati (ovvero non potranno essere letti da nessun altro).

L’idea che sta alla base dello sviluppo di Freepto è quella di offrire un sistema semplice per la gestione sicura degli strumenti utilizzati più frequentemente dagli attivisti, senza però rinunciare alla comodità di un sistema operativo tradizionale

Se quelle sopra potevano essere lette come manie persecutorie dei soliti estremisti complottardi, ecco che arriva a sostegno di quel che si dice una fonte che può essere tutto fuorché estremista e/o complottardo, visto che è del gruppo politico di Monti. Leggo, infatti, proprio stamani che, sul blog di Stefano Quintarelli che:

Una svista rilevante nel provvedimento antiterrorismo

E si legge che

Il provvedimento antiterrorismo modifica il codice di procedura penale così:

All’articolo 266-bis, comma 1, del codice di procedura penale, dopo le parole: «è consentita l’intercettazione del flusso di comunicazioni relativo a sistemi informatici o telematici ovvero intercorrente tra più sistemi», sono aggiunte le seguenti: anche attraverso l’impiego di strumenti o di programmi informatici per l’acquisizione da remoto delle comunicazioni e dei dati presenti in un sistema informatico.

con questo emendamento l’Italia diventa,  per quanto a me noto, il primo paese europeo che rende esplicitamente ed in via generalizzata legale e autorizzato la  “remote computer searches“ e l’utilizzo di captatori occulti da parte dello Stato!

il fatto grave è che questo non lo fa in relazione a specifici reati di matrice terroristica (come fa pensare il provvedimento), ma per tutti i reati “commessi mediante l’impiego di tecnologie informatiche o telematiche” (art.266 bis).

Quindi, qualsiasi reato commesso attraverso l’uso di strumenti informatici (ed oggi giorno, volendo, qualsiasi “criminale” usa uno smartphone, e quindi una “tecnologia informatica o telematica”), permette agli inquirenti di usare “remote computer searches”, ovvero Malware con cui ascoltare, leggere, sapere TUTTO quello che facciamo sul nostro computer.

Perché questa cosa è così grave? Perché, ci dice Quintarelli

l’uso di captatori informatici (Trojan, Keylogger, sniffer ecc.ecc.) quale mezzo di ricerca delle prove da parte delle Autorità Statali (giudiziarie o di sicurezza) è controverso in tutti i paesi democratici per una ragione tecnica: con quei sistemi compio una delle operazioni più invasive che lo Stato possa fare nei confronti dei cittadini, poiché quella metodologia è contestualmente

una ispezione (art. 244 c.p.p.)

una perquisizione (art. 247 c.p.p)

una intercettazione di comunicazioni (266 c.p.p.)

una acquisizione occulta di documenti e dati anche personali (253 c.p.p.).
tutte attività compiute in un luogo, i sistemi informatici privati, che equivalgono al domicilio. E tutte quelle attività vengono fatte al di fuori delle regole e dei limiti dettate per ognuna di esse dal Codice di Procedura Penale.

[…]

[Tale legge comporta] rischi di un controllo pervasivo dei sistemi, il superamento dei sistemi di cifratura, la profilazione di comportamenti estranei ai reati perseguiti, una invasione della sfera privata e della riservatezza, nonché rischi di danni ai sistemi informatici ed il coinvolgimento di dati di terzi estranei.

Al punto, dice sempre Quintarelli, che probabilmente si viola anche la Costituzione, dall’art. 13 al 15.

Insomma, le paranoie dei soliti complottardi, alla fine, non sono poi così tanto e solo paranoie …




Ubuntu + Mate Desktop: ci siamo quasi!

Immagine del mio desktop con Mate
Il mio desktop con Mate

Ricapitoliamo la vicenda:

qualche anno fa – ormai un paio, se non erro – Canonical, l’azienda madre che ha creato e distribuisce Ubuntu – la più usata distribuzione GNU/Linux al mondo – decide di abbandonare Gnome per creare un proprio desktop manager: Unity.

A sua volta Gnome decide di cambiare pagina, di abbandonare il desktop come si è sempre conosciuto fino a quel momento (cosa non necessariamente negativa), per passare ad un nuovo modello di sviluppo e di utilizzo del desktop: Gnome Shell.

Urge scegliere: con l’arrivo di Ubuntu 12.04 LTS (la versione di punta nel 2012), bisognava “per forza” adeguarsi alle nuove scelte o trovare un’alternativa (come racconto in un mio post dell’anno scorso):

provo prima con Gnome Shell, ma è una tragedia. Di base fa il giusto, ma senza estensioni esterne è veramente molto povero (parlo del 2012, ovviamente);

provo poi Unity, ma col mio Pentium Dual Core e 4 gb di Ram torno ad avere un pc così lento che rischio di rimpiangere XP (che, tra l’altro, non ho mai usato :).

Quali alternative?

Allora erano presenti – e lo sono ancora oggi – varie alternative:

Solo per rimanere nel fantastico mondo dei Desktop Manager. Ma nessuno di questi, per un motivo o per l’altro, mi soddisfa.

Il più papabile sarebbe Kde, che ho usato per parecchi anni, ma pure loro, col passaggio dalla versione 3 alla 4, hanno deciso di cambiare completamente filosofia, raggiungendo sicuramente risultati superiori a Gnome Shell e Unity (per quel che mi riguarda, almeno), ma anche ottenendo una pesantezza del sistema agghiacciante.

Alla fine leggo una notizia interessante: hanno iniziato lo sviluppo di un nuovo/vecchio desktop manager, Mate Desktop, che altro non è che un fork del caro vecchio Gnome 2, quello che ho usato felicemente per anni fino al 2012. Mi fiondo a provarlo!

Inizio a provarlo che ancora non è arrivato alla 1.0 e ne resto soddisfatto. E da allora non lo mollo più. Col passare del tempo installarlo nella mia Ubuntu è sempre più semplice, i PPA arrivano direttamente dagli sviluppatori di Mate, il sistema è sempre più stabile e sofisticato. Evviva!

Non mancano i problemi, ovviamente. Un po’ per la giovane età del progetto, un po’ per la difficile integrazione di un desktop manager esterno all’interno di un altro sistema che non lo prevede. Ogni tanto sparisce qualcosa dalla system tray, ogni tanto crasha qualcosa, ma alla fine sono tutti problemi relativamente semplici da risolvere, e tutto funziona a meraviglia.

Immagine del logo ufficiale di Ubuntu-MATE Remix
Il logo ufficiale di Ubuntu-MATE Remix

Fino a quando LA notizia:

nientepopodimenoche Marks Suttleworth annuncia su Google Plus che Ubuntu Mate Remix sarà una nuova derivata ufficiale di Ubuntu, e che verrà rilasciata ad ottobre, con la prossima Ubuntu 14.10!!

Gioia et gaudio, che bellezza, non c’è che da aspettare l’autunno e poi buttarsi sulla nuova distro.

È di questi giorni, però, che le splendide novità non finiscono (doppia gioia et gaudio):

gli sviluppatori di Ubuntu-MATE hanno rilasciato dei repository ufficiali per Ubuntu 14.04  LTS, l’attuale versione stabile di Ubuntu, con cui si può già installare sul proprio pc Ubuntu-MATE. Ecco come:

sudo apt-add-repository ppa:ubuntu-mate-dev/ppa
sudo apt-add-repository ppa:ubuntu-mate-dev/trusty-mate
sudo apt-get update
sudo apt-get dist-upgrade
sudo apt-get install –no-install-recommends ubuntu-mate-core ubuntu-mate-desktop

Fatto. Se proprio vogliamo fare i raffinati e vogliamo che il sistema, all’accensione e allo spegnimento del pc, ci dica “Oh, sono Ubuntu-MATE”, allora basta dare i seguenti comandi:

sudo update-alternatives –config default.plymouth

e scegliere il tema mate per plymouth; e poi

sudo update-initramfs -u

per far si che venga inserito all’avvio del sistema.

Tutto ciò ci permette non tanto e non solo un sistema più carino graficamente (che alla fine ok, ma chi se ne frega!); quanto un sistema più integrato e funzionante: tutti i problemini di cui parlavo sopra (e qualcuno me lo sono pure dimenticato), con questo aggiornamento sono spariti. Tutto funziona perfettamente, tutto è perfettamente integrato e, finalmente, si inizia a vedere la luce!!

Buon smanettamento! 🙂




Ubuntu, come perdere utenti. Ovvero avventure con Unity, gnome3 e Mate Desktop

Immagine del Mate Desktop
Mate Desktop

Ok, premettiamo che pure io sono un po’ pirla, questo si sa:

nonostante la mia Ubuntu 12.04 LTS funzionasse a dovere era un po’ che ero incuriosito da cose che su quest’ultima non giravano, tipo gnome 3.8, per fare un esempio. Ho resistito, sono stato bravo, poi però ho ceduto.

Alla fine l’uscita di GNU/Linux Mint 15 – mercoledì scorso – ha dato la botta finale: ho scaricato la iso della versione con Mate Desktop, masterizzata, avviata per vedere com’era e se era performante, e poi, in un impulso di follia, l’ho installata. Tutto liscio, tutto veloce (ha già i codec video/audio installati, quindi non ho dovuto aspettare la solita mezzora che mi tocca qui alla periferia del mondo, dove la nostra adsl va ancora a 70 ks …).

E già la prima bestemmia: Mate Desktop su Mint 15 / Ubuntu 13.04 non ha più l’indicatore con l’audio, i messanger e tutte quelle cosine, forse non essenziali, ma tremendamente comode. Un po’ di ricerca, un po’ di smanettamenti, e alla fine almeno il sound indicator rispunta fuori e ci contenta.

Poi, però, uno fa tutta sta fatica e non lo prova gnome 3.8? Eh, taac, OMG Ubuntu mi dice come e io eseguo:

$ sudo add-apt-repository ppa:gnome3-team/gnome3

$ sudo apt-get update && sudo apt-get install gnome-shell ubuntu-gnome-desktop

Errore! Moccolo!!

Insomma, ve la faccio breve, gira e ti rigira, alla fine incasino un po’ di roba che uso comunemente – tipo il mio amato rhythmbox – mi incazzo, tiro fuori il cd di ubuntu 13.04 e reinstallo tutto da capo. Di domenica.

15 minuti di installazione, la solita mezzora per aggiornamenti e codec vari, riavvio e taac, unity 7.0 fiammante in tutta la sua bellezza. E pesantezza.

Per dire:

io non è che abbia un computer da mille neuri, ma è pure sempre un Intel Core i3 con 8 (dico otto) giba di ram. E nonostante tutto il maledetto unity fa una fatica boia a girare. Io boh. Ma tant’è, stamani mi ci metto d’impegno (relativo: mentre lavoro) e provo a rifarmi una mattinata con unity e vediamo com’è.

Alla fine non è male, se non fosse, appunto, mostruosamente pesante. Ma lo è. E poi…

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’assenza totale della system tray, che per gli italiani sarebbe l’area di notifica, il “vassoio di sistema”, come tradurrebbe gugol. Cioè quella parte del pannello in cui si vanno felicemente a posizionare le icone dei programmi attivi ma minimizzati, tipo – chessò – Thunderbird, con la sua iconuccia che ci dice se ci sono mail nuove e quante, Liferea che fa lo stesso coi feed rss, skype e così via. Ecco, il Signor Shuttleworth, il Padrone di Ubuntu ha deciso che no, ora la system tray è una cosa vecchia e va cavata che tanto c’è la dash e il launcher e non fatemi dire parolacce.

Ok, [parolaccia]:

$ sudo add-apt-repository “deb http://repo.mate-desktop.org/ubuntu $(lsb_release -sc) main”

$ sudo apt-get update

$ sudo apt-get install mate-archive-keyring

$ sudo apt-get install mate-core mate-desktop-environment

Piccolo smanettamento per due sciocchezze, e taac, rieccomi col mio vecchio, caro desktop col pannello, il vassoio di sistema, le applet e tutte le cosine antiche che mi fanno lavorare tanto bene e tanto velocemente.

PS:

E gnome 3.8?

Installato e avviato:

non sono riuscito manco a configurare una [parolaccia] di estensione e manco un tema. Dopo mezz’ora che giravo per internet a cercare di capire come fare mi sono fermato e mi sono detto:

ma per lavorare e far funzionare un desktop devo girare mezz’ora per internet? Nel 2013? Ma siamo scemi??




Habemus Android: una recensione dell’HTC Tattoo

 

HTC Tattoo
HTC Tattoo

Ebbene si, dopo alcune disavventure con il mio primo smartphone – un Nokia 5230 – grazie ad un mio caro amico sono entrato in possesso di un Android. Nello specifico l’oggetto è un HTC Tattoo, quindi un Android 1.6, versione parecchio vecchiotta, ma tant’è …

Al di là della questione basilare, cioè il fatto che uno smartphone deve essere un cellulare, e il Tattoo fa degnamente il suo lavoro, il motivo per cui una persona spende dei soldi – mica pochi – per un oggetto del genere è quello di essere il più possibile connessi alla rete e di potervi usufruire il più possibile agevolmente i servizi.

Nel mio caso i servizi che uso con maggior frequenza sono:

  • e-mail;
  • i feed rss;
  • la navigazione del web;
  • la scrittura di note e documenti in ambito condiviso, quindi accessibile con qualsiasi device da qualsiasi posizione;
  • i feed rss;
  • twitter e i principali social network in generale;
  • ma chiacchiera con GNU/Linux?
  • varie ed eventuali, che la fame vien mangiando

Un’altra condizione fondamentale, nel mio caso, sarebbe quella di usare il più possibile software libero, e in questo caso, nonostante Android sia, alla fine, una distribuzione GNU/Linux, attorno a questo sistema operativo non c’è ancora un grosso movimento di rilascio di software, appunto, libero (sono pronto a correggere questo punto con vivo entusiasmo, ovviamente!). Quello che ho trovato fin’ora è il bel repository Cute Android, che comunque contiene già un monte di roba. Purtroppo non sono ancora riuscito ad avere tutto quello che voglio come software libero; ma penso sia un traguardo raggiungibile…

Comunque andiamo a vedere cosa ho trovato, partendo dalle situazioni più semplici.

E-mail

Il client e-mail del tattoo è un ottimo prodotto: supporta tutti i principali protocolli – pop, imap ed exchange – e, soprattutto, supporta la crittazione della comunicazione attraverso il protocollo di rete SSL/TLS. Volendo con questo strumento si può accedere a tutti i propri indirizzi, anche gmail, attivando i protocolli pop o imap nella webmail di Google; ma, come tutti sanno, Android è un prodotto di Google, quindi contiene al suo interno (quasi) tutti i client per accedere a (quasi) tutti i servizi del gigante di Mountain View, ad iniziare dal client mail.

La navigazione del web

Anche in questo caso, appena si accende il dispositivo, ci si trova a poter immediatamente navigare il web con un buono strumento. Anche in questo caso c’è il pieno supporto al protocollo SSL/TLS, quindi la possibilità di navigare in maniera sicura. Ovvio che stiamo parlando di un oggetto che ha un monitor piccolissimo, appena 2.8 pollici, quindi navigare siti che non gestiscono una doppia grafica, normale e mobile, significa soffrire.

La scrittura di note e documenti in ambito condiviso, quindi accessibile con qualsiasi device da qualsiasi posizione

In questo caso si entra in un primo momento di sofferenza, se si considera la cosa con l’obbiettivo di usare esclusivamente software libero. Per quel che riguarda la creazione di note, c’è solo l’imbarazzo della scelta, i prodotti sono tanti e tanti sono liberi. Già più complessa la situazione per quel che riguarda lo sharing, cioè la possibilità di condividere le proprie note con altri, o comunque di metterle online da qualche parte, così da potervi accedere anche da altri dispositivi, come pc o portatili o altri smartphone.

Sono assolutamente presenti client di notissimi servizi di storage online, come Evernote e Dropbox, che però, purtroppo, non sono liberi (cioè, per evernote un client libero c’è, ma per GNU/Linux e non per Android; anche se la speranza è sempre l’ultima a morire…). Alla fine ho accettato di usare quest’ultima soluzione, in attesa di sviluppi positivi.

I feed rss

Nella mia esperienza di navigazione del web – e parliamo di quasi tre lustri, mica paglia – il vero punto di svolta fu la scoperta dei feed rss: la possibilità di poter seguire decine, centinaia di siti con pochi clic. Dici poco! Se poi i siti sono fatti bene, in poco tempo puoi leggere gli articoli per intero o quasi, vedere foto e pure video.

Oggi un buon client di feed rss deve anche permettere, in maniera semplice, di condividere il link di un feed, quindi di una notizia, sui principali social network, oltre che via mail o di salvare il riferimento all’articolo in una nota.

Infine, ma non meno importante, chi usa tanto un client desktop di feed rss, dopo poco si ritrova con un ricco corredo di file opml, cioè un file xml con l’elenco di tutti i feed.

Ecco, un buon client di feed per il mio androido doveva fare tutto quanto sopra, ed in particolare l’importazione del file opml, che aspettava solo di essere trionfalmente accolto. Più facile a dirsi che a farsi, purtroppo.

Di libero ho trovato un programma, nel repository di cui sopra, Sparserss, che ufficialmente faceva tutto quello che volevo. Peccato che non sia mai partito…

Per il resto ho trovato una quantità di programmi che mi facevano accedere, in maniera più o meno originale, all’account di Google Reader, il servizio online di Google per leggere i feed; interessante, ma non esattamente quello che cercavo. Fino a che non sono incappato al programma gratuito (ma proprietario)  RssDemon, che fa egregiamente quello che cercavo.

Twitter e i principali social network in generale

Anche in questo caso la scelta non manca, se uno non si fa il problema del software libero. Purtroppo anche in questo caso ci sono svariate soluzioni – io alla fine, per comodità e facilità d’uso e ampiezza di soluzioni – ho scelto Tweetdeck, che è tutt’altro che libero, ma almeno è gratuito e fa bene il suo porco lavoro: unire nello stesso software più Social Network. Che è quello che cercavo: poter avere nella stessa interfaccia più cosi sociali, così da poter mandare con un… colpo di dito lo stesso messaggio a tutt@ 🙂

Dopo di ché, il buon androido offre mille soluzioni super articolate: dalla singola applicazione, magari quella ufficiale, a soluzioni miste a chissà che altro. Io, pigramente, non avendo trovato nulla di libero, dopo breve ricerca mi sono fermato a quel che meglio mi pareva e non sono andato oltre. Non ne avevo voglia. Se qualcuno ha da suggerirmi qualcosa, magari di libero, sono pronto a sperimentare! 🙂

Ma chiacchiera con GNU/Linux?

Ovviamene si, visto che stiamo parlando di GNU/Linux da entrambe le parti. Quello che ho trovato io è un semplice ed efficacissimo software, Remote Notifier, software libero ospitato da Google Code, col quale è possibile ricevere le notifiche dello smartphone direttamente nella system tray del pc, sia esso GNU/Linux, Mac o Windows.

Varie ed eventuali, che la fame vien mangiando

Poi ci tornerò meglio, ma uno dei difetti del coso androido – ma mi hanno detto anche della maggior parte degli altri così smartphone – è la batteria: che appena ci fai qualcosa si prosciuga in un lampo. E quindi:

  • disabilita l’aggiornamento automatico dei programmi;
  • disabilita l’esecuzione in background dell’aggiornamento dei dati;
  • disabilita (ed usa il meno possibile) GPS e wi-fi;
  • quando non ti serve disabilità la connessione ad internet;
  • installa un file manager e controlla ciclicamente che non sia partito qualche maledetto programmino a tua insaputa (cosa che accade, oh se accade!);

E già! Quando hai a disposizione migliaia di applicazioni a gratis e centinaia libere, che fai, non le provi?! E che l’hai preso a fare sto coso se non ci giochi un po’!?

E così mi sono installato l’orario dei treni, il file manager di cui sopra, il lettore di ebook (libero!) quello della Amazon per i mobi (il formato proprietario degli ebook di Amazon), il visualizzatore di pdf (libero!) e quello dei file di Libre/Open Office (libero!) e altre cianfrusaglie inessenziali ma divertenti, che ora non ricordo (il coso androido in questo momento è, ovviamente, in carica …).

Di tutti quelli sopra, i due software che voglio qui segnalare, da bravo malato di libri quale mi diletto di definirmi, sono due software che permettono di accedere ai due principali social network dedicati alla lettura: aNobii e Goodreads.

Il primo è Anobii Android App, che purtroppo non ho mai potuto provare, visto che gira su versioni androide dalla 2.1 in poi, mortacci loro; il secondo è MyBookDroid, che invece gira dalla 1.6 in poi, e che oltre a permettere la catalogazione della proprio libreria, permette anche di sincronizzarsi con il proprio account si Goodread.com, il social network alternativo ad aNobii. Una bella cosa 🙂

Di tutto un po’, perché alla fine, come dicevo sopra, quando decidi di prenderti un oggetto del genere – cosa assolutamente inessenziale – allora lo usi. Con intelligenza, senza sventrarti il portafogli (almeno io, che tengo famiglia e il portafogli è pieno di foglio, ma poco di soldi), senza finire nel tunnel della dipendenza, ma lo usi.

Difetti

A voglia se ci sono!

  • Beh, sicuramente quel che dicevo prima, e che ora ripeto: ‘sti cosi hanno la batteria fatta di vetro. Usare con delicatezza!
  • Controllare bene in rete la funzione base, quella telefonica, che spesso capita che ‘sti cosi siano eccezionali mini-computer, ma telefoni ridicoli. E non va bene…
  • L’ho già detto della batteria…?
  • La privacy. Facciamo attenzione, con questi oggetti, qui il discorso si fa serio. Quando l’ho acceso la prima volta, il simpatico sistema operativo ha iniziato a chiedermi se volevo aggiungere i miei account dei social network, se volevo configurare la mia posta elettronica, etc etc. Tutto bello, tutto figo. MA, attenzione: il sistema operativo è libero, ma l’interfaccia che c’ha messo sopra HTC? E quante di quelle funzioni di cui parlo sopra sono libere o proprietarie? Chi lo sa dove finiscono i dati che noi tanto tranquillamente infiliamo qui dentro, e che il simpatico sistema mischia e ci offre in una sola, comodissima, interfaccia? Quando si usano questi piccoli computer – sono piccoli, appunto, e sembrano tanto dei banali cellulare, poco più di giocattoli, ma di fatto sono niente di più e niente di meno che computerloro si connettono alla rete e mandano in giro pacchetti di dati con dentro… cosa?
  • I soldi. E’ facile non fare attenzione, quando si compra uno di questi simpatici cosini, tanto maneggevoli e cool. Se non si ha il profilo tariffario giusto, ci vuole un secondo a prosciugarsi la ricarica. Occhio!

Insomma: questi piccoli, simpatici e costosissimi oggetti, che ormai rappresentano una fetta in continua crescita della navigazione del web, che sempre più facilmente entrano nelle nostre tasche (per farvi uscire il danaro…), sono oggetti da usare con attivando due caratteristiche fondamentali, e tragicamente fuori monda oggigiorno, di cui dovrebbe essere dotata qualsiasi persona: buon senso e consapevolezza.




Un’altro tablet con GNU/Linux

iTabletArriva dall’inghilterra, questa volta, il nuovo Tablet “libero”, con GNU/Linux dentro. Anche se non sono riuscito a capire quale distribuzione. E anche se sul sito di X2 non sono riuscito a trovare l’annuncio di sto device… Boh!

Si chiama iTablet ed ha praticamente lo stesso aspetto dell’ultimo nato in casa Apple. Anzi, rispetto a quest’ultimo, può vantare un display touchscreen più grande, da 10.2 o 10.7 pollici in base alla configurazione scelta, per una risoluzione di 1024×768 pixel. Per quanto riguarda le altre caratteristiche tecniche segnaliamo la presenza della CPU Intel Atom da 1.6GHz, 1GB di memoria RAM, 250 GB di spazio per l’archiviazione dei dati, tre porte USB, Wi-Fi, Bluetooth, HDMI, 3G e webcam da 1.3 megapixel. La differenza la fa anche il sistema operativo utilizzato: Windows 7 oppure GNU/Linux.

Il lancio è previsto per aprile 2010 in una vasta gamma di colori (anche metallizzati) tra cui bianco, grigio, rosa, blu, rosso, giallo e nero. Ancora nessun dettagli per il prezzo forse di attesa di come Apple si posizionerà sul mercato anglosassone prima di coprire una fascia di mercato.

Fonti:

TUXJournal.net

Netbooknews




Thunderbird accolto da Indicator Applet

O Applet Indicatore, se come me avete gnome (e Ubuntu) in italiano. Si fa così:

(qualsivoglia editor siete soliti usare) oppure

vim /usr/share/indicators/messages/applications/thunderbird

Ivi scrivete:

/usr/share/applications/thunderbird.desktop

Fatto, tutto a posto 🙂

‘Sto giochetto funziona tanto col 2 che col 3, di thunderbird. Ma anche con tutte quelle applicazioni che trovate in /usr/share/application e finiscono con .desktop

Ringrazio Tuxmind.




iFreeTablet, una soluzione libera al tablet della Apple

iFreeTabletDopo tanti giorni di chiacchiere, fuffa e vento sul nuovo giocattolo della Apple, l’ormai fin troppo famoso iPad (che quasi mi scoccia parlarne ancora), iniziano – finalmente! – a venire fuori i veri concorrenti, cioè tablet pc con caratteristiche simili, e spesso se non sempre superiori. A prezzi inferiori, ovviamente 🙂

Uno dei più belli che ho visto è questo iFreeTablet, che anche nel nome prende per i fondelli l’ormai classica (e paraculica) nomenclatura appleiana dei propri prodotti (in stile “montanelli”, che come diceva grandiosamente Paolo Rossi ormai troppi anni fa, era una di quelle persone semplici che il proprio giornale lo chiamava “Il Giornale”; così Jobs: il proprio telefonino che va su internet lo chiama iPhone; il proprio aggeggio che scarica da internet i podcasto lo chiama iPod; il software per prendere i libri da internet si chiamerà iBook e quello per la musica iTunes, e via via a paraculeggiare …), ma che a differenza della sola di Cupertino è dotato di caratteristiche hardware di tutto rispetto:

il sistema è basato su un Intel Atom N270 a 1.6 GHz. Monta un Hard Disk da 160GB, e presenta diversi connettori e porte: ethernet, 3 USB, uscita VGA e un lettore di Card fotografiche. Lo schermo è un 10.2 pollici. Completano la configurazione hardware il supporto WiFi 802.11b/g, una fotocamera da 1.3 Mega Pixel, un sistema di Lock Kensington. Opzionale è il supporto 3G.

Il prezzo di lancio? Stando a Linux Netbook si aggira tra i 300 e 400 Euro (contro i 500 – 800 del coso della mela).

Il software è, che ve lo dico a fa’?, basato su GNU/Linux, Debian GNU/Linux, per la precisione, quindi completamente libero, senza DRM o TPM e altre schifezze…

Meditate gente, meditate… 😉

Leggi anche su:

http://www.oneopensource.it/02/02/2010/linux-contro-apple-ovvero-ifreetablet-contro-ipad/

http://www.tuxjournal.net/?p=10982




Il 32 per cento dei netbook è in mano a Linux

Fonte: oneOpenSource

Linux conquisterà il 32 percento dei netbook venduti nel 2009. Lo afferma una ricerca recentemente realizzata dalla società di analisi ABI Research, da cui si deduce anche che il trend di Linux sui netbook è tutt’altro che in ribasso.

I risultati presentati contraddicono quello che era ormai stato accettato dai pinguini come l’amara realtà. Ovvero che i netbook con Linux venivano restituiti quattro volte più che quelli con Windows e che, a detta di Microsoft, Windows XP aveva lo scorso aprile il 96% di questa fascia di mercato.

La stessa Microsoft ha comunque dovuto riconoscere che il pinguino ha ricominciato a correre e le nuove stime di Redmond indicano Windows presente solo sul 93% dei netbook.

ABI Research azzarda anche delle previsioni per il futuro. Secondo la loro ricerca, nel 2013 sarà Linux il sistema più diffuso sui netbook. Questo sarà dovuto ad un boom di installazioni Moblin, accompagnate da computerini equipaggiati con Android e Chrome OS.

Bisogna inoltre considerare anche l’incognita ARM. Windows per desktop non è adatto a girare su questa architettura, mentre la maggior parte delle distribuzioni e dei sistemi Linux non soffre dello stesso problema. Microsoft ha però dal canto suo la possibilità di offrire Windows CE, che però non regge il confronto in quanto a funzionalità e disponibilità di applicativi.

Sembra quindi che sui netbook Windows 7 non riuscirà a chiudere il becco al pinguino, soprattutto nel Sud-Est asiatico dove il mercato è molto più aperto alle alternative rispetto a quello americano. E qui in Italia quali sono le vostre impressioni?




Google Chrome OS: e la privacy?

E’ un gran parlare, in questi giorni, del Google Chrome OS, il futuro nuovo sistema operativo del colosso del Web. Un gran parlare fatto, ovviamente, di favorevoli, di contrari, di titubanti e di entusiasti.

Intanto annotiamo alcune cose, diciamo positive, dell’eventuale (perché intanto sono chiacchiere, vedremo poi i fatti) uscita di questo nuovo sistema operativo:

  • Chrome OS si baserà sul kernel GNU/Linux. Questo fatto, da solo, è di enorme importanza, perché permetterà anche al nostro amato sistema operativo libero di beneficiare della massa di driver che i vari produttori rilasceranno per il sistema operativo di Google;
  • Chrome OS sarà “libero”. Cosa voglia dire esattamente questo non è dato, visto che non si è ancora parlato nello specifico della licenza con cui verrà rilasciato il sistema operativo. Rimane il fatto che la cosa, comunque, è positiva di per se, perché si continuerà a parlare sempre più di licenze libere, di software libero (poco) e di open source (troppo).

Già solo queste due sono da considerarsi buone, buonissime notizie. Oltre a che, dice, la concorrenza fa bene alla qualità dei prodotti coinvolti, il fatto che il sig. Google sia entrato nell’arena dei sistemi operativi da un tocco di interesse ad uno scenario che si stava un po’ ammosciando.

MA!

Che ma, si dirà, la notizia è buona, perché lamentarsi di una cosa del genere?

A mio avviso ci sono almeno due buoni, grossi motivi per cui non essere contenti di questa cosa.

In primis, l’ingresso del colosso Google, colosso mediatico, prima di tutto, nell’areana dei sistemi operativi avviene nel momento di massima espansione del fenomento “social network“, cioè quel fenomeno per cui la gente si infila in qualche network su internet ed inizia a raccontare a tutto il mondo i fattacci suoi. Facebook è il top, ad ora, ma tanti altri spingono per fare breccia in questo mondo. Mondo che, apparentemente, costa più di quel che fa guadagnare, anche se la cosa mi lascia un poco perplesso, ché se veramente fosse così non si capirebbe tutto l’interesse. Per quel poco che ci posso capire io, l’interesse è frutto di almeno tre componenti fondamentali:

  1. l’aprirsi di nuovi mercati in una situazione di crisi globbbale (aggiungete tutte le b che volete :);
  2. l’aprirsi di nuovi scenari di marketing;
  3. la profilazione degli utenti.

La crisi, i mercati, e bla bla bla, già lo sappiamo, già ce lo dicono in tutte le salse. La rete è da almeno un decennio la promessa sposa del capitalismo prossimo venturo, anche se si sta facendo desiderare e spesso ha dato sonorissime sole (vedi bolla del 2001) agli aspiranti mariti. Si vedrà.

Il marketing, sicuramente, s’è già buttato sul boccone (vedi anche il mio articolo su il Marketing 4.0), e tutto quello che è “web 2.0” e “social networking” viene visto come importante piattaforma di sperimentazione per il marketing del futuro.

Ma è nella profilazione degli utenti, penso, che sta il grande lavorio di tutti i colossi dell’informatica di oggi, e probabilmente dei prossimi anni.

Con l’estendersi velocissimo – anche da noi in Italia, più o meno – della connettività veloce; col diffondersi degli smartphone e dei netbook, e comunque con la sempre maggiore tendenza all’unione in un unico device delle funzioni del personal computer, del cellulare e dei vari lettori mp3/mp4, le grandi corporation dell’IT mondiale, Google in testa, corrono nell’offrire contenuti ed applicazione web da poter usare quotidianamente su questi vari dispositivi. Esempio notissimo è l’iPhone della Apple, cellulare, smartphone, lettore multimediale, device per web application, che è diventato uno dei gadget di punta dell’internauta contemporaneo. Sicuramente uno strumento estremamente comodo, per molti versi, perché permette all’utente una connettività continua e la possibilità di avere le funzioni di tutto quanto sopra in un solo relativamente piccolo dispositivo (ma estremamente caro).

E’ in questo mercato in divenire che arriva, con tutta la sua potenza tecnologica ma anche e soprattutto mediatica Google, con la sua proposta di un sistema operativo “web oriented”. Un arrivo, a mio modestissimo avviso, assai ben organizzato, che parte da lontano: il motore di ricerca, anzi, IL motore di ricerca, in primis, ovviamente; poi gmail, prima web mail che offre ben 2Gb di spazio (ora tanti di più, manco so quanti), quando la norma erano 10 Mb o poco più; poi le varie web application – il client jabber, il newsreader, il feed aggregator, e poi il calendar, google doc e tutta quella gran massa di applicazioni che permettono all’untente di fare (quasi) tutto via web, in modo collaborativo, gratuito e – cosa non irrilevante – usando strumenti e protocolli in gran parte liberi e standard (a differenza di altri colossi, Microsoft in testa, ma non solo, che rimangono ancorati non solo al software proprietario, ma anche agli standard proprietari, con la speranza che lo diventino “di fatto”, standard, intendo, anche se non è più così da tempo).

Il lavoro di Google in questi anni è stato pianificato in maniera geniale, sempre a mio modestissimo avviso, creando nell’utenza una sorta di google-dipendenza fatta anche della possibilità di integrare quegli strumenti in maniera libera su tutti i sistemi operativi. Ora si arriva alla svolta decisiva: il sistema operativo. Google cerca il filotto, il colpo gobbo, di pigliarsi tutto, grazie alla forza del suo nome ma anche – a mio avviso soprattutto – ad anni di uso di quegli strumenti senza che ci si sia mai chiesti – con dovute et lodevoli eccezioni – perché tutta questa manna dal cielo a gratis.

Ma dove guadagna Google?!

Nella pubblicità, senza dubbio: usi Google in tutta la tua vita informatica, o quasi, e più lo fai, più vi prendi dosi di pubblicità. Se fra, diciamo, 5 anni Google mettesse un po’ di pubblicità – magari ad hoc – in gmail o nel suo sistema operativo, quanti sarebbero in grado di dire “eh no, allora torno a linux/windows/mac”?

Ma è nella profilazione che il colpo gobbo diventa borderline. Si, perché la profilazione serve a lor signori per poter fare marketing e pubblicità: tu usi google come motore di ricerca, poi usi gmail e magari anche il calendar; poi usi google doc, per scrivere documenti coi tuoi partners, cose di lavoro, e ti leggi i feed rss dei tuoi siti preferiti col google aggregator. Alla fine della giornata il signor Google sa di te non dico tutto, ma poco ci manca. Considerando che google è anche Picasa e Youtube, il profilo che fanno di te è praticamente completo. Manca la spesa – ma in parte lo sanno, se fai acquisti on-line – e il dottore, ma ci arriveranno.

A nessuno, leggendo quanto sopra, viene in mente Orwell e 1984? Davvero?

Ed è solo l’inizio: quando si inizierà – quando inizieranno – ad usare il Google Chrome OS, tutti i dati – le mail, i documenti, i bookmark, tutto – saranno salvati sul server. Di Google.

E’ buffo vedere quanto velocemente siamo passati dal “aiuto, un hackerzzzz mi ha rubato i dati sul computer” di ieri, e via a correre a comprare antivirus, antihackerzzzz, firewall, cani da guardia e guardie giurate, ad oggi, con la gente che mette tutti i fattacci suoi – foto, video, testi, fra un po’ anche i figlioli – su siti le cui condizioni di utilizzo sono quanto meno draconiane, fregandosene altamente di quello che questi signori ci faranno, con quelli che – appunto – fino a ieri erano i loro preziosissimi dati da tenere blindati che manco il Poligrafico dello Stato.

Ora – l’anno prossimo -arriverà il sistema operativo, non prima di passare per l’unificazione in un solo oggetto di tutto quello che Google ha offerto fin’ora: Google Wave, col quale sarà possibile comunicare con gli altri senza manco accorgersi se si sta usando la posta, la chat, l’istant messaging o quant’altro. Una rarefazione dello strumento informatico, il rendersi trasparente all’utente della tecnologia che sta usando. Il sogno di tutte le aziende e di tanti utenti (utonti?), che così non dovranno impazzire ad imparare ad usare posta, navigatori, lettori multimediali e tutto quello che è informatica.

Un incubo, a mio parere, per tutti coloro che pensano che la vita vada vissuta in maniera consapevole, che bisogna conoscere un minimo gli strumenti che si usano e il perché e, soprattutto, che se si tratta di strumenti informatici bisogna stare doppiamente attenti, perché il rischio di avere la vita invasa e scansionata è altissimo.

Uno dei motivi che mi fecero avvicinare a GNU/Linux ormai 11 anni fa, fu proprio quello della grande possibilità di controllo che ti dava questo strumento su se stesso. Avevi il codice di tutto, quindi se ne avevi i mezzi – perché eri programmatore o perché conoscevi programmatori – potevi sapere tutto quello che faceva e come. Questa è la trasparenza che cerco, unita alla voglia di capire, di scegliere, di essere consapevole di quello che mi accade attorno.

Con Google – ma anche con Facebook, per esempio – la trasparenza che troviamo, che troveremo, è quella dell’ingnoranza, della non consapevolezza, soprattutto per quel che riguarda la propria privacy.

Una tendenza assolutamente al passo coi tempi…