Novità: aspetto ed archivi

Il topo anarchico di Banksy
Il topo anarchico di Banksy

Dopo tanti anni di onesto lavoro, è giunto il momento che il caro, vecchio tema Carrington vada in pensione. Al suo posto un nuovo tema (per ora, almeno) più chiaro, un po’ più moderno nelle funzioni. E diverso, che ogni tanto c’è da cambiare la disposizione dei mobili in casa…. 😉

L’altra novità è la sezione Archivi, in cui si possono trovare tutti i miei articoli ordinati per categoria. Una innegabile comodità per le mie decinaia di affezionatissimi lettori e lettrici, che sicuramente non esiteranno a rileggere tutte le mie perle di saggezza 🙂

Stop, fine delle novità!

PS

Come sempre ringrazio Bansky per l’ispirazione, per i murales, per l’ironia, per tutto 🙂




L’8 marzo è tutto l’anno

 

Locandina di Amnesty International "Mai più violenza sulle donne"
Mai più violenza sulle donne

Domani è l’8 marzo e sarà un fiume di fiori, baci, abbracci e festeggiamenti. Evviva, è bello festeggiare, essere felici. Ma bisognerebbe, anche, avere un po’ di attenzione verso quello che ci accade attorno e guardarlo, leggerlo, con un po’ di senso critico. Ci aiuterebbe, in parte, anche ad iniziare a capire l’Italia del Bunga Bunga.

Ancora oggi, all’inizio del secondo decennio del XXI secolo, quasi il 15% delle donne ha subito violenza fisica, nel nostro paese. E stiamo parlando delle violenze denunciate, considerato che si stima al 96% le violenze non denunciate: messe insieme sono quasi una donna su tre. Di queste violenze, la stragrande maggioranza avvengono in famiglia, la culla, la fortezza, il fine della società patriarcale, italica et cattolica: una trappola micidiale per quasi 7 milioni (6.743.000) di donne. Settemilioni. Di queste, la stragrande maggioranza delle vittime (così come dei carnefici) sono assolutamente et arianamente italiani. Il tutto davanti ai figli

Ricordiamocelo, domani. Ma anche, e soprattutto, per gli altri 364 giorni dell’anno.

Sotto un po’ di dati… agghiaccianti!

« La violenza contro le donne è forse la violazione dei diritti umani più vergognosa. E forse è la più pervasiva. Non conosce limiti geografici, limiti culturali o di ricchezza. Fintanto che continua non possiamo dichiarare di fare reali progressi verso l’uguaglianza, lo sviluppo e la pace. » Kofi Annan, Nazioni Unite, 1999

L’ ISTAT dice (2006 [1][2])

L’indagine svolta nel 2006 dall’Istat è dedicata al fenomeno della violenza fisica e sessuale contro le donne ed è stata la prima indagine “vittimologica” completa per l’Italia. Tale indagine ha ottenuto un buon riscontro a livello mediatico e scientifico anche a livello internazione.Attraverso questo studio si è indagato il fenomeno all’origine e, quindi, indipendentemente dal legame affettivo, familiare o parentale con l’autore dell’atto violento, tramite la scelta metodologica del così detto “campionamento a quote”. L’indagine si è svolta tramite l’intervista telefonica a donne comprese tra 16 e 70 anni, su un campione complessivo di 25.000 donne.I risultati dell’indagine, rielaborati su base statistica, quantificano la dimensione in Italia in:

  • 6 milioni 743 mila le donne da 16 a 70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita; negli ultimi 12 mesi del 2006 il numero delle donne vittime di violenza ammonta a 1 milione e 150 mila;
  • 900 mila i ricatti sessuali sul lavoro.

L’analisi fornisce alcuni raffronti tra violenza avvenuta all’interno della famiglia ed evento violento attribuito a “sconosciuti”:

  • 14,3% delle donne ha subito almeno una violenza fisica o sessuale all’interno della relazione di coppia da un partner o da un ex partner mentre il 24,7% da un altro uomo;
  • le violenze non denunciate sono stimate attorno al 96% circa se subite da un non partner, al 93% se subite da partner;
  • la maggioranza delle vittime ha subito più episodi di violenza, nel 67,1% da parte del partner, nel 52,9% da non partner, nel 21% violenza sia in famiglia che fuori;
  • 674 mila donne hanno subito violenze ripetute da partner e avevano figli al momento della violenza.

Il Centro Nord presenta valori sostanzialmente simili e in media con l’Italia, mentre il Sud e le Isole si collocano sotto la media. Tassi più elevati sono raggiunti dai centri delle aree di grande urbanizzazione.

L’Osservatorio Nazionale Violenza Domestica ONVD (2006 [3]{Un’indagine del 2006, anche se riferita alla sola provincia di Verona popolazione al 2006 pari a 870.122 persone – fonte ISTAT, ha analizzato il fenomeno della violenza domestica in un determinato arco cronologico).

  • 2.706 sono state le richieste di intervento a una o più istituzioni;
  • 2.373 è il numero degli eventi segnalati;
  • 2.284 è il numero delle vittime direttamente oggetto di violenza domestica;
  • le vittime sono per il 64,8% femmine, per il 33,9% maschi; gli autori sono maschi nel 68,5%, femmine nel 27,7%;
  • la maggioranza delle vittime è di nazionalità italiana 71,6%, il 28,4% è straniera;
  • assunzione di alcol, “futili motivi” e problemi connessi alla separazione o alla rottura della coppia sono le motivazioni delle condotte violente maggiormente esplicitate;
  • nel 70,5% la vittima è percossa con pugni, calci ecc. per lo più al capo, al volto o al collo; oltre il 40% presenta lesività contusioni, ecchimosi, ematomi etc… in molteplici sedi corporee;
  • nel 40,2% dei casi il periodo di malattia supera la settimana nel 5,6% non è quantificabile in sede di Pronto Soccorso, essendo seguito il ricovero in ambito ospedaliero;
  • nel 30% dei casi si tratta di “violenza reciproca”, ove entrambe le parti sono vittima e autore nel medesimo episodio o in momenti diversi.

Note

[1] http://www.istat.it/istat/eventi/2007/violenza_donne_2007/presidente_violenza21feb.pdf

[2] http://it.wikipedia.org/wiki/Violenza_domestica#cite_note-2

[3] http://it.wikipedia.org/wiki/Violenza_domestica#cite_note-ispesl.it-0

Fonte Wikipedia




Mela marcia: il 12 alla libreria Flexi di Roma

Logo Libreria Flexi
Libreria Flexi

Non poteva essere scelta una data più simbolica, e quindi il 12 dicembre alle ore 19 saremo alla libreria Flexi di Roma, Via Clementina 9, a presentare il nostro Mela marcia. La mutazione genetica di Apple.

Purtroppo sarò solo, in questo impegnativo ed ingrato compito, ma non mancheranno altri appuntamenti per fare le croste anche agli altri autori… 🙂




Il giorno della memoria e gli olocausti dimenticati

Immagine di bimbi Rom e Sinti in un campo di concentramento nazista
Bimbi Rom e Sinti in un campo di concentramento nazista

Domani è il giorno della memoria, con cui dal 2000 si celebra nel nostro paese l’Olocausto, termine – come si legge su Wikipedia – che «è stato introdotto alla fine del XX secolo per riferirsi al genocidio compiuto dalla Germania nazista di tutte quelle persone ed etnie ritenute “indesiderabili” (omosessuali, ebrei, oppositori politici, zingari, testimoni di geova, pentecostali, ecc…)».

Termine che, ormai, è diventato sinonimo di Shoa – cioè il termine ebraico (significa “desolazione, catastrofe, disastro”) con cui gli Israeliani celebrano lo sterminio degli ebrei europei da parte dei nazisti durante la seconda guerra mondiale – tanto che sempre su Wikipedia se si cercano le due parole – Olocausto e Shoa – si trova una sola pagina, la stessa.

Ok, che problema c’è? Sarebbe giustissimo se nel giorno della memoria si ricordassero tutte le vittime dell’odio nazi-fascista, altrimenti a cosa servirebbe un “giorno della memoria”?!

Peccato che, ormai, il giorno della memoria è diventato non solo un rito trito e ritrito, così come è successo a tanti altri “giorni” costitutivi della nostra comunità – il 25 aprile su tutti; ma è diventato anche e quasi esclusivamente il giorno in cui si ricorda la Shoa, lo sterminio degli ebrei, lasciando da parte, se non escludendo tout court tutti gli altri, zingari ed omosessuali in testa. La rossa Regione Toscana, per fare un esempio, non fa cenno ad altri che agli ebrei nella sua celebrazione del giorno della memoria quest’anno.

Già questo fenomeno sarebbe interessante, e meriterebbe un ragionamento approfondito.

Non fosse che noi occidentali, tanto solerti nel ricordare i nostri morti (quelli buoni e presentabili, non i sudici e gli sporcaccioni…), ci dimentichiamo facilmente e velocemente degli olocausti, dei genocidi da noi compiuti.

Per fortuna ci viene in soccorso un bellissimo articolo del Guardian nella figura di un suo giornalista, George Monbiot, tradotto in italiano nel numero 830 del settimanale Internazionale, che ci parla di olocausto e genocidio prendendo spunto dall’ultimo super film campione d’incassi, Avatar!

Eccolo qui di seguito, ripreso pari pari dal sito di Alessandra Colla, che ringrazio:

Stucchevole, forse. Ma Avatar è un film profondo, importante e che dà da pensare

di George Monbiot

Avatar, lo strepitoso film in 3-D di James Cameron, è profondo e al tempo stesso profondamente insulso. Profondo perché, come la maggioranza dei film sugli alieni, è una metafora sul contatto fra culture diverse. Ma in questo caso la metafora è cosciente e precisa: questa è la storia dello scontro fra gli Europei e le popolazioni native dell’America. È anche profondamente insulso perché architettare un lieto fine richiede un impianto narrativo così stupido e prevedibile da far perdere di vista il pathos intrinseco del film. La sorte dei nativi americani è molto più aderente a quel che la storia racconta in un altro recente film, The Road, nel quale i sopravvissuti fuggono in preda al terrore, votati come sono all’estinzione.

Ma questa è una storia che nessuno vuole sentire, poiché rappresenta la sfida al modo in cui noi scegliamo di essere noi stessi. L’Europa è stata massicciamente arricchita dai genocidi nelle Americhe; e sui genocidi si fondano le nazioni americane. Questa è una storia che non possiamo accettare.

Nel suo libro American Holocaust, lo studioso statunitense David Stannard documenta i maggiori episodi di genocidio di cui il mondo abbia mai avuto conoscenza (1). Nel 1492, nelle Americhe vivevano all’incirca 100 milioni di nativi. Alla fine del XIX secolo, quasi tutti erano stati sterminati. Molti di loro erano morti a causa delle malattie. Ma l’estinzione di massa era stata accuratamente progettata.

Quando gli Spagnoli arrivarono nelle Americhe, descrissero un mondo che difficilmente avrebbe potuto essere più diverso dal loro. L’Europa era devastata dalle guerre, dall’oppressione, dalla schiavitù, dal fanatismo, dalle malattie e dalle carestie. Le popolazioni che gli Spagnoli incontrarono erano sane, ben nutrite, pacifiche (con qualche eccezione come gli Aztechi e gli Inca), democratiche ed egalitarie. Da un capo all’altro delle Ameiche i primi esploratori, compreso Colombo, sottolinearono la straordinaria ospitalità dei nativi. I conquistadores furono affascinati dalle costruzioni mirabili — strade, canali, edifici — e alle opere artistiche che trovarono laggiù, e che in alcuni casi superavano di gran lunga qualsiasi cosa essi avessero mai visto in patria. Niente di tutto questo li trattenne dal distruggere tutto e tutti sul loro cammino.

La mattanza ebbe inizio con Colombo. Fu lui a massacrare la popolazione di Hispaniola (ora Haiti e Repubblica Dominicana) servendosi di mezzi incredibilmente brutali. I suoi soldati strappavano i bambini dalle braccia delle madri e ne spaccavano la testa contro le rocce. Davano in pasto ai loro cani da guerra bambini vivi. Una volta impiccarono 13 Indiani in onore di Cristo e dei suoi 12 apostoli, «ad un patibolo lungo, ma abbastanza basso da permettere alle dita dei piedi di toccare il terreno evitando lo strangolamento […]. Quando gli indiani furono appesi, ancora vivi, gli spagnoli misero alla prova la loro forza e le loro spade, li squarciarono in un solo colpo facendo fuoriuscire le interiora, e c’era chi faceva di peggio. Poi gettarono intorno della paglia e li bruciarono vivi» [cit. da Bartolomé de Las Casas, History of Indies, trad. e cura di Andree Collard, Harper&Row, New York 1971, p. 94, in: David E. Stannard, Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo, Bollati Boringhieri 2001, p. 136 — nota mia].

Colombo ordinò che tutti i nativi consegnassero un certo quantitativo di oro ogni tre mesi: ogni volta che qualcuno non lo faceva, gli venivano mozzate le mani. Nel 1535 la popolazione nativa di Hispaniola era passata da 8 milioni a zero: una parte delle perdite era dovuta alle malattie, una parte alle uccisioni, ma la maggioranza era dovuta alla morte per fame.

I conquistadores dispiegarono la loro missione civilizzatrice nell’America centrale e meridionale. Quando non riuscivano a rivelare dove fossero nascosti i loro mitici tesori, gli indigeni venivano frustati, impiccati, affogati, squartati, sbranati dai cani, sepolti vivi o bruciati. I soldati tagliavano i seni delle donne, rimandavano i nativi ai loro villaggi con le mani e i nasi mozzati appesi attorno al collo a mo’ di collana, e cacciavano con gli Indiani con i loro cani per sport. Ma moltissimi vennero uccisi dalla schiavitù e dalle malattie. Gli Spagnoli scoprirono che era più conveniente far lavorare gli Indiani fino alla morte e poi rimpiazzarli, piuttosto che tenerli vivi: l’aspettativa di vita nelle miniere e nelle piantagioni andava dai tre ai quattro mesi. Nel giro di un secolo dal loro arrivo, circa il 95% della popolazione dell’America Centrale e Meridionale era stata annientata.

Nel corso del XVIII secolo, in California, gli Spagnoli sistematizzarono questo sterminio. Il missionario francescano Junipero Serra impiantò una serie di “missioni”: si trattava in realtà di campi di concentramento che utilizzavano il lavoro degli schiavi. I nativi erano raggruppati a forza in squadre e fatti lavorare nei campi, con un quinto delle calorie concesse agli schiavi afro-americani nel XIX secolo. Morivano di stenti, di fame e di malattia con spaventosa rapidità, e venivano continuamente rimpiazzati liquidando così le popolazioni indigene. Junipero Serra, l’Eichmann della California, è stato beatificato dal Vaticano nel 1988. Adesso gli manca soltanto di aver operato un miracolo per essere fatto santo (2).

Mentre gli Spagnoli erano guidati soprattutto dall’avidità e dalla brama di oro, gli Inglesi che colonizzarono il Nord America volevano la terra. In New England essi accerchiarono i villaggi dei nativi americani e ne massacrarono gli abitanti mentre dormivano. Mentre dilagava verso occidente, il genocidio veniva giustificato e sostenuto ai massimi livelli. George Washington ordinò la totale distruzione degli insediamenti e della terra degli Irochesi. Thomas Jefferson dichiarò ch le guerre della sua nazione contro gli Indiani sarebbero proseguite finché ogni tribù non fosse stata «sterminata o sospinta al di là del Mississippi». In Colorado, nel corso del massacro di Sand Creek, nel 1864, truppe paludate sotto bandiere di pace trucidarono gente disarmata, uccidendo bambini e neonati, mutilando i corpi e strappando alle vittime i genitali per farne borse da tabacco o appenderli come ornamento ai loro cappelli. Theodore Roosevelt definì questo evento «un’azione legittima e giovevole come quelle che accadevano solitamente sulla frontiera».

La mattanza non è finite: il mese scorso il Guardian riportava che in Amazzonia occidentale dei rancheros brasiliani, dopo aver ridotto in schiavitù parte dei membri di una tribù della foresta, avevano tentato di uccidere i superstiti (3). Cionondimeno, i più grandi atti di genocidio della storia difficilmente turbano la nostra coscienza collettiva. Forse è questo che sarebbe accaduto se i Nazisti avessero vinto la seconda guerra mondiale: l’Olocausto sarebbe stato negato, giustificato o minimizzato nello stesso modo, e continuato. Le nazioni responsabili — Spagna, Gran Bretagna, Stati Uniti ed altri — non accetteranno il confronto, ma le soluzioni finali perseguite nelle Americhe sono state di gran lunga più efficaci. Coloro che le commissionarono o le avallarono sono e restano eroi nazionali o religiosi. Coloro che cercano di stimolare la nostra memoria sono ignorati o condannati.

Questo è il motivo per cui la destra odia Avatar. Sul Weekly Standard, di orientamento neocon, John Podhoretz lamenta che questo film assomiglia a uno di quei «western revisionisti» in cui «gli Indiani diventano bravi ragazzi e gli americani teppisti» (4). Dice anche che questo spingerà gli spettatori a «fare il tifo per la disfatta dei soldati americani per mano dei ribelli». Ribelli è una parola interessante per definire il tentativo di resistere a un’invasione: ribelle, come selvaggio, è il termine con cui definiamo qualcuno che ha qualcosa che noi vogliamo. L’Osservatore Romano, organo ufficiale del Vaticano, ha già bollato il film come «nient’altro che una parabola anti-imperialistica e anti-militaristica» (5).

Ma perlomeno la destra sa che cosa attacca questo film. Sul New York Times il critico liberal Adam Cohen celebra Avatar perché difende il bisogno di sapere la verità (6). Esso rivela, dice lui, «il ben noto principio del totalitarismo e del genocidio — che è più facile opprimere quelli che non vediamo». Ma con meravigliosa e inconscia ironia egli deforma l’ovvia dirompente metafora, e sostiene che il film prende di mira le atrocità naziste e sovietiche. Siamo diventati tutti esperti nella nobile arte di non vedere.

Concordo con i critici di destra sul fatto che Avatar è grossolano, stucchevole e banale. Ma esso ci parla di una verità più importante — e più pericolosa — di quelle contenute in mille film indipendenti.

Note:

  1. David E Stannard, 1992. American Holocaust. Oxford University Press, traduzione italiana Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo, Torino, Bollati Boringhiri, 2001, Pag. 455. Salvo diversa indicazione, tutti gli eventi storici qui menzionati sono tratti dal libro in questione.
  2. http://www.latimes.com/news/local/la-me-miracle28-2009aug28,0,2804203.story
  3. http://www.guardian.co.uk/world/2009/dec/09/amazon-man-in-hole-attacked
  4. http://www.weeklystandard.com/Content/Public/Articles/000/000/017/350fozta.asp
  5. http://www.thesun.co.uk/sol/homepage/news/2802155/Vatican-hits-out-at-3D-Avatar.html
  6. http://www.nytimes.com/2009/12/26/opinion/26sat4.html



Oggi sciopero

Sciopero dei blog
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Perugia: C_Jazz, critical Jazz, commons jazz, connessioni

[Fonte: CommonsLab]

Dal 10 al 18 luglio si tiene a Perugia, Umbria Jazz, una delle manifestazioni musicali più importanti dell’intero panorama nazionale. La Perugia delle grandi Kermesse (vedi alla stessa voce Eurochocolate o Festival Internazionale del Giornalismo) alleste ancora una volta la vetrina delle grandi occasioni, tentando di esporre la sua immagine artificiale di città agiata e pacificata ed affrettandosi a mettere sotto il tappeto le contraddizioni, ricche e molteplici, che quotidianamente la invadono.
Umbria Jazz 2009 è anche il primo grande evento dell’ “Era Boccali”, il battesimo della nuova amministrazione di centro sinistra uscita sì vittoriosa all’ultima competizione elettorale, ma con un deficit di credibilità e consensi mai registrato fino ad ora. “Era Boccali” che punta subito alla realizzazione di due grandi progetti di trasformazione metropolitana: il vecchio ospedale Monteluce ed il Mercato Coperto. Due project financing che tendono a rafforzare sempre più quella governance del mattone che da anni sta mostrando la sua fame di potere e speculazione a Perugia ed in tutta l’Umbria.

Ma Umbria Jazz, nell’immaginario di chi vive e attraversa la nostra città, è anche melting pot, è crocevia di incontri, di relazioni vive, di emozioni: insomma di tutto ciò che, in modo interdipendente con la musica, diventa immediatamente merce. E proprio perchè merce rappresenta terreno di conflitto, di riappropriazione, di lotta sociale, di liberazione. Rappresenta uno spazio reale di connessione tra tutte le forze di quella metropoli viva che esprime sempre più potenza eccedente nel capitalismo della crisi.

In questo contesto si colloca la manifestazione C_Jazz in programma dal 11 al 18 luglio al Commons LaB di via della Sposa

C_Jazz è “critical jazz” perchè rilancia un’idea di musica che esuli da qualsiasi tag di genere, ma che sia un combo culturale e sociale di contaminazioni e meticciaggio.
C_Jazz è “commons jazz” perchè la musica è sapere e produzione viva, che non vuole essere solo spazio creativo autogestito marginalizzato, ma un processo di autonomia e liberazione vera dai dispositivi di dipendenza delle nostre vite dal capitale.
C-Jazz è un “connettore” di moltitudini metropolitane che rivendicano spazi, cultura, socialità, libertà.

Il programma di C_Jazz, oltre alla parte musicale, all’interno della quale sono previste performance di musicisti e dj, prevede uno spazio “visual”, con proiezioni di film e documentari, installazioni video e mostre di pittura, ed un’area dedicata alle “culture attive”, all’interno della quale ci saranno seminari sul creative commons ed una sezione di discussione permanente sull’accesso libero e gratuito agli spazi e agli eventi culturali della metropoli.

PROGRAMMA
OGNI GIORNO A PARTIRE DALLE 19

SABATO 11: GRETA & FILIPPO_FAKE 2 (standard jazz / MPB e dintorni)
DOMENICA 12: DJ SET SKA / ROCKSTEADY / NORTHERN SOUL a cura di Il Grigio, Ciski & Antonio Patata
LUNEDì 13: JAM SESSION
MARTEDì 14: JAM SESSION
MERCOLEDì 15: DJ SET ELETTROJAZZ / AFROBEAT a cura di DJ Luca Tattanella
GIOVEDì 16: JAM SESSION
VENERDì 17: RAND BURKERT & TAHEO PAIK (blues / bluegrass)
SABATO 17: GRAN SERATA FINALE CON DJ & MUSICISTI

VISUAL ART:
tutti i giorni sarà presente la mostra di pittura “World*3″ a cura dell’artista giapponese Ayumi Makita e dell’Ass. Lilliput proiezioni di film & documentari sulla musica jazz
installazioni video

CULTURE:
gastronomia etnica
area tematica di scambio di libri dal titolo “Pensare la contemporaneità”
spazio wi fi e free download
seminari sul creative commons
area di discussione permanente sull’accesso libero e gratuito agli spazi ed agli eventi culturali della metropoli




Minimum Jam all’Arci di Perugia

Leggo questa news e mi spiace così tanto non poterci andare, che la pubblico e la promuovo, anche se, purtroppo, non sono stipendiato dalla bellissima casa editrice Minimumfax. Se potete andarci, fatelo, non ve ne pentirete.

MINIMUM JAM ALL’ARCI PERUGIA

La vita e la musica dei grandi della storia del Jazz

Nel corso della ricerca sui linguaggi in trasformazione, la casa editrice minimum fax ha dato vita, parallelamente alle ricerca letteraria, alla serie di autobiografie e biografie sul jazz e sulla musica nera, che fu inaugurata proprio da Come se avessi le ali. Le memorie perdute di Chet Baker , uscito allora nel decennale della morte del grande artista americano.

Gli incontri di MINIMUM JAM sui grandi personaggi della storia del jazz saranno a metà strada tra la lectio magistralis e l’informale condivisione di esperienza.

I maggiori esponenti della musica jazz e della critica musicale italiana si alterneranno dal 10 luglio ogni giorno alle 19.00 sulla terrazza del Mercato coperto di Piazza Matteotti (Perugia) per parlare del loro rapporto personale con il musicista presentato e del libro che ne condensa la vita e l’esperienza musicale.

Il programma ( scaricalo qui in pdf ):

Leggi tutti i dettagli della rassegna MINIMUM JAM e il ricordo di Paolo Fresu usciti oggi sul Venerdì di Repubblica.