Fiamme e rock‘n’roll. Leoncavallo, agosto 1989

Fiamme e rock‘n’roll. Il libro di Bruno Segalini sullo sgombero del Centro Sociale Leoncavallo il 16 agosto 1989Fiamme e rock‘n’roll. Romanzo veridico sullo sgombero del Leoncavallo, 1989 di Bruno Segalini, edito per i tipi della Shake Edizioni Underground – ormai storica casa editrice milanese, guidata da alcuni ex attivisti dell’Helter Skelter, spazio interno al centro sociale milanese negli anni in cui è ambientato il libro, spazio animato da soggetti nuovi, rispetto alla precedente generazione di militanti – è molto bello e da leggere assolutamente almeno per tre motivi.

1) nel mio caso per motivi squisitamente personali. Il 1989 è proprio l’anno in cui anche io, adolescente dell’hinterland milanese, inizio a frequentare il Leo – come chiamavamo il Leoncavallo noi frequentatori, attivisti e militanti; Leoka lo chiamano solo quelli de “Il Giornale” … – ed è lì che “imparo”, bene o male, a “fare politica”: le assemblee di gestione, il collettivo (in particolare il “Collettivo Gamma“, “quelli che sfondano ai concerti”), l’autogestione settimanale del bar, i cortei, il servizio d’ordine, il rapporto con la politica istituzionale e le forze della repressione.

L'ingresso del Centro Sociale Leoncavallo a Milano, in via Leoncavallo
L’ingresso del Centro Sociale Leoncavallo a Milano, in via Leoncavallo

Tutti aspetti che, col passare degli anni, ho rivisto, analizzato e superato criticamente; ma sono, come direbbe Lorenz, l’imprinting del mio agire politico.
La mia memoria del Leo è già macerie: ho iniziato a frequentarlo attivamente nell’autunno – inverno del 1989, quando già era stato raso al suolo dalle ruspe il 16 agosto di quell’anno, durante lo sgombero. Ed è lì che ho fatto quelle amicizie che ci sono ancora oggi: l’amicizia con quelli che diventano la tua famiglia, quelli che anche se si vive ai capi opposti del paese o del mondo, ci sono quando servono, anche solo con una parola.
2) È un bel romanzo, scritto bene, genuino, senza tante seghe e salamelecchi. Senza nascondersi, da vecchi a “erano ragazzate” o “si era giovani” o altre scuse per ripulirsi e rifarsi il trucco.

Milano Settembre 1989.Manifestazione in difesa del Centro Sociale Leoncavallo..
Milano Settembre 1989
Manifestazione in difesa del Centro Sociale Leoncavallo

Vi si racconta, onestamente, un piccolo scorcio del vivere nei centri sociali tra fine anni ’80 e primi ’90. Quale era il rapporto con la città, con i vicini, con “gli sbirri”; ma anche i rapporti interni, la “fattanza”, il problema dell’eroina. Ma anche la vita “di quartiere”, l’amicizia… la quotidianità, insomma. Tutta quella parte di una storia che la Storia non sa e non può raccontare, se non interviene la memoria di chi ha vissuto quelle esperienze.

Da questo punto di vista si vede benissimo il “tocco” della Shake, e l’esperienza che chi la anima ha avuto con Primo Moroni e la sua Calusca e tutta l’esperienza di ricerca e memoria che questo meraviglioso personaggio ha rappresentato per tanti di noi, per il movimento e per Milano finché è vissuto.

Storico Manifesto sullo sgombero del Leo dell'agosto '89
Lo storico Manifesto sullo sgombero del Leo dell’agosto ’89

3) Perché, forse per la prima volta, si racconta pubblicamente cos’è successo quell’agosto del 1989, quando il Leo venne sgomberato non per farlo morire, ma per raderlo al suolo. Sperando così di cancellare – illegalmente – un’esperienza scomoda, ma ormai data per morta, in città; trovandosi per le mani, invece, una risposta che non si vedeva dagli anni ’70, e che portò ad una nuova stagione di nuovi soggetti antagonisti che solo il massacro di Genova del luglio 2001 riuscirà a spegnere definitivamente.

Insomma, un bel libro: scritto bene, divertente, onesto. Ed utile, perché mantiene viva la memoria di un passato mica poi così lontano, e che ci può insegnare ancora tanto.




38 anni dall’omicidio di Fausto e Iaio

Immagine di Fausto e Iaio
Fausto e Iaio

Sono passati 38 anni da quel 18 marzo 1978, ma dell’omicidio di Fausto e Iaio ancora non si sa nulla. In realtà dal punto di vista storiografico si sa tutto, si sa chi li ha uccisi – tre fascisti, di cui si sa nomi e cognomi – si sa chi non ha voluto indagare da subito negli ambienti giusti – la questura di Milano e le “forze dell’ordine”. E’ solo dal punto di vista giudiziario che, come per Piazza Fontana e per la maggior parte delle stragi fasciste che hanno insanguinato questo paese, non si sa e probabilmente mai si saprà cosa è successo e i colpevoli non verranno puniti.

Anche perché vorrebbe dire punire, in primis, lo Stato. Ed è difficile credere che lo Stato – in particolare quello italiano – sia in grado di punire se stesso.

E l’impunità continua.

Di seguito l’intervista alla sorella di Iaio, Maria, dal sito del Fatto Quotidiano di oggi due anni fa:

8 marzo 1978, Via Mancinelli, ore 19.55 di 35 anni fa. Ci descriveresti le emozioni di quella sera??

Mio fratello doveva andare a casa di Fausto a cena. Lo conoscevo, lo vedevo spesso al Leoncavallo.Quella sera ero fuori con i miei amici e al ritorno al centro ho appreso la notizia.

Continuavo a ripetermi che non fosse possibile ed il pensiero più doloroso fu per i miei genitori; quando li vidi la compassione fu il sentimento più forte. Fui subito circondata da molto affetto. Avevo solo 21 anni.

La mattina seppi che i miei erano stati prelevati dalla polizia per andare in ospedale, invece li avevano portati in obitorio.

Da tutta la città si radunarono spontaneamente in via Mancinelli moltissime persone; si svolse un corteo ma non avvenne niente di quello che chi gestiva l’ordine pubblico voleva, ossia sfogo della rabbia, repressione ma solo tanto dolore. Erano passati solo due giorni dal rapimento di Aldo Moro e quella notte non si vide un poliziotto.

Si alternarono varie versioni sulle cause, cominciarono i depistaggi poi la rivendicazione dei NAR. Il tuo pensiero in proposito??

I depistaggi iniziali ci fecero molto male e dovemmo difendere la memoria di Fausto e Lorenzo. La mano era fascista; sia noi che la madre di Fausto ne eravamo convinti.

La rivendicazione, il fatto che fossero neofascisti venuti da Roma, ci persuase si trattasse di omicidio politico, qualcosa di molto più grande di due giovani ragazzi. I fili erano mossi dall’alto. Perché proprio loro due? Questa era la domanda di tutti. Cominciò un periodo di controinformazione spontanea di singole persone, giornalisti, rischiosa perché si comprendeva che la vicenda era complessa e i mandanti in alto.

Il rapimento dell’onorevole Moro; Fausto abitava in Via Monte Nevoso; l’implicazione di Massimo Carminati; il dossier di Fausto e Iaio che scompare. C’è a tuo avviso un filo logico che lega questi episodi?

Le ipotesi formulate sulla vicenda di Via Monte Nevoso hanno avuto l’effetto di confermarmi che l’omicidio non è avvenuto per caso, come niente succede a caso. Tuttavia, non ho abbracciato le varie ipotesi: non mi è necessario per accettare di più la morte.

Anni di indagini ed, infine, l’archiviazione nel 2000. Qual è, se c’è, il segreto, la cosa indicibile che si nasconde dietro l’assassinio di tuo fratello??

L’indicibile su Fausto e Iaio? Toccherebbe in alto. Noi familiari e amici abbiamo sempre sostenuto che la verità storica è che con l’uccisione di mio fratello e Fausto si è voluto dare un segnale ad un’ intera generazione, al Movimento , colpendo due ragazzi come tanti nei quali identificarsi.

Tutto questo affetto e la solidarietà mai sopita ti danno speranza che un giorno, finalmente, si possa arrivare alla verità?

Dopo l’archiviazione nel dicembre 2000 con l’amarezza arrivò anche la consapevolezza di dover scegliere un altro modo di ricordare, al di la della rabbia e l’impotenza; decidemmo di intraprende la strada della memoria.

Questo non solo per ricordare la loro morte, ma i loro ideali, quelli di due giovani di 18 anni che amavano la vita. Abbiamo creato l’Associazione familiari e amici di Fausto e Iaio e cerchiamo di essere presenti sul territorio, con iniziative culturali e sociali, rivolte soprattutto ai giovani.

Tutto ciò fa piacere, ma non credo che il ricordare anche a distanza di 35 anni Fausto e Iaio, possa riaprire le aule dei tribunali. Mi dispiace sopratutto per Danila, mio padre, mia madre che,con dignità, continuano la loro vita di anziani malati ma circondati da tanto affetto. Nessuna giustizia,certo, ma non mi ritrovo con chi in nome di questa ed altre ingiustizie vive nella rabbia. Penso che continuare a rivendicare non faccia altro che alimentarla.

Link su Fausto e Iaio:

Sono stati scritti alcuni libri sulla storia di Fausto e Iaio, ma sono tutti fuori catalogo:

  • AA.VV., Fausto e Iaio: 18 marzo 1978. Trent’anni dopo. Con DVD, Costa & Nolan, 2008:
  • Daniele Bianchessi, Fausto e Iaio, Dalai Editore, 1996

Magari li trovate in qualche biblioteca decente.

Immagine del murale per Faussto e Iaio in via Mancinelli a Mialano
Il murale per Faussto e Iaio in via Mancinelli a Mialano

 




Servono nuovi occhiali per la sinistra

Leggo con interesse, come sempre, la recensione che Gianpasquale Santomassimo fa dell’ultima fatica dello storico Guido Crainz “Storia della Repubblica. L’Italia dalla Liberazione ad oggi”, edito per i tipi della Donzelli (che NON ho letto!).

[Parlando] del «lungo Sessantotto» italiano, […] una delle critiche (che è in larga misura anche autocritica generazionale da parte di Crainz) rivolte alla politica nata a sinistra del Pci consiste nel rilevare che «svanì anche la possibilità di una alternativa laica e moderna alle “due chiese” dominanti, quella cattolica e quella comunista: ci si limitò a erigere all’ombra di quest’ultima, e in polemica con essa, un microscopico edificio molto composito (segue elenco dei gruppi extraparlamentari) destinato a crollare di lì a poco». Questa alternativa però era totalmente impensabile nella cultura di quel tempo, e sembra più che altro la proiezione retrospettiva di quella koiné tardoazionista che è divenuto l’approdo più diffuso di gran parte della generazione che un tempo si sentiva rivoluzionaria.

Qui mi pare che, tanto in Santomassimo quanto in Crainz , si continui a voler dimenticare – ad obliare – che tanta parte della sinistra extraparlamentare nata nel ’68, che poi è continuata a vivere – bene o male – almeno fino al 2001, ha avuto tra i suoi obbiettivi principali proprio quello di uscire dal binomio di ferro Dc-Pci (che, ricordiamolo, proprio dalla metà dei ’70 in poi si allearono), cercando una “terza via” al partito di Gramsci, Togliatti e Berlinguer.

Come anche è singolare l’accusa ai movimenti giovanili di non essere stati capaci di costruire «nuove regole» al posto di quelle che venivano contestate e abbattute: compito storico che – al di là dell’ossessione tutta recente per le «regole» – non poteva certamente venire attribuito a movimenti di contestazione, ma è addebito che andrebbe rivolto alle classi dirigenti.

Anche qui c’è la tipica miopia dei figli del Pci: le “nuove regole” le possono scrivere solo le “classi dirigenti”. Il popolino può, al massimo, “contestare”.

Con questo tipo di “occhiali” non si potrà mai scrivere una storia di quegli anni, del decennio 1968 – 1978 – ma anche di quelli più recenti – esaustiva e lucida.

Le “nuove regole” della politica non solo sono state scritte, ma hanno iniziato ad essere praticate proprio in quegli anni:

democrazia diretta, assemblearismo, metodo del consenso; sono tutte “pratiche” che non nascono con il ’68 – gli anarchici, per esempio, le “praticano” da decenni – ma diventano “di massa” in quegli anni. Non per tutti, sicuramente, ma si diffondono sempre di più, fino a diventare condicio sine qua non di tanti gruppi. Fino a diventare il marchio di fabbrica di gruppi extraparlamentari che, negli anni successivi ai ’70, hanno fatto la storia dei movimenti fino ad oggi: dai punk ai centri sociali, da indymedia ad Occupy Wall Street, dall’hackmeeting ad Anonymous.

Quando poi Santomassimo descrive, brevemente, l’Italia riformista degli anni ’60

bisognerebbe riconoscere che vi è stato un particolare meccanismo riformatore fondato sull’intreccio di lotte sociali e civili (e di iniziativa politica) che modificavano i rapporti di forza e trovavano una democrazia parlamentare disposta ad ascoltare, mediare e deliberare

si fa fatica a credere che stia parlando di quella stessa classe politica che, alle contestazioni, proteste e lotte degli anni ’68-69, rispose con la “Strategia della tensione” (strategia messa a punto proprio a partire dal l’inizio della stagione riformista di metà anni ’60): le bombe nelle piazze, nel treni, usando il peggio fascistume come manovalanza.

Le grandi conquiste riformiste di fine anni ’60 e degli anni ’70 (dallo Statuto dei lavoratori al divorzio all’aborto, per citare solo le più famose) sono state imposte ai governi di quegli anni dai movimenti extraparlamentari e dalla società civile; anche a Pci e Cgil, tanto che appena hanno potuto, non ci hanno pensato un secondo a cancellare tutto, dal referendum sulla scala mobile dell’85 agli accordi del 31 luglio 1992, all’abolizione del proporzionale con i referendum sostenuti dal Pds di D’Alema e Veltroni nel ’93 al “Job acts” renzista di questi ultimi anni.

Finisce Santomassimo chiedendosi, con “gli storici del futuro”

come un grande paese industriale abbia potuto, praticamente senza una vera discussione, sottoporsi a un meccanismo con ogni evidenza destinato a impoverirlo e a tagliare alla radice le basi della sua crescita.

Sono gli eredi del Pci di Berlinguer e Napolitano – i D’Alema, i Veltroni, i Fassino, etc etc – ad aver dato un contributo fondamentale alla fine della prima e alla costruzione della seconda repubblica così come la conosciamo oggi. Renzi, premier non eletto (unico caso in Italia, che io sappia), è frutto dell’ultima “vittoria” del centro – “sinistra”, mica di Berlusconi o di Grillo.

Non ci stupiamo, quindi, se è così faticoso interpretare il presente, quando schemi ideologici ormai preistorici sono ancora oggi la bussola di tanti intellettuali di sinistra.




2 febbraio 1977: l’inizio della grande rivolta

LA PISTOLA Y EL CORAZON
2 febbraio 1977: l’inizio della grande rivolta

Dedicato a Leonardo Fortuna detto Daddo (20 settembre 1955 – 17 febbraio 2011), alla moglie Francesca e alla figlia Nina.

La pistola y el corazon” racconta la storia di due scatti del fotografo Tano D’Amico che sono a nostro avviso la sintesi iconografica di un anno fondamentale per la storia contemporanea del nostro paese.

Immagine di Daddo e Paolo il 2 febbraio 1977 a RomaDedicato a Leonardo Fortuna detto Daddo (20 settembre 1955 – 17 febbraio 2011), alla moglie Francesca e alla figlia Nina.

Roma, 2 febbraio 1977, piazza Indipendenza

“Il corteo si dirige verso piazza Indipendenza per raggiungere Magistero che, nel frattempo, è stato occupato. All’angolo di piazza Indipendenza sostano una decina di persone sulla cui identità non sarà mai fatta chiarezza. Sulla coda del corteo piomba una 127 bianca targata Roma S48856. E’ una civetta della Questura. La macchina viene fermata a colpi di sampietrini. Ne esce l’agente Domenico Arboletti, 24 anni. Incomincia una sparatoria che, secondo alcune testimonianze, coinvolge alcune delle persone ferme sull’angolo di Piazza Indipendenza. L’agente Arboletti si accascia colpito alla testa. E’ gravissimo e rimarrà fra la vita e la morte per più di un mese. Contemporaneamente l’autista della 127 impugna il mitra e fa fuoco contro le coda del corteo che si era disgregata dopo i primi colpi. Sono raggiunti da proiettili e feriti gravemente Leonardo Fortuna (Daddo), 22 anni, e Paolo Tomassini, 24 anni” (Piero Bernocchi, Dal ’77 in poi, Roma, Erre Emme, 1997; pag. 146).

Da un’idea di “gli amici di Daddo“: Lanfranco, Giancarlo, Claudio, Paolo, Turi, Giorgio, Sergio e Gibo,

Scritto da:
Claudio D’Aguanno
Maurizio ‘gibo’ Gibertini

Operatori di ripresa:
Manuela Costa
Maurizio ‘gibo’ Gibertini

Realizzazione e montaggio:
Maurizio ‘gibo’ Gibertini

Un doveroso ringraziamento a:
Tano D’Amico
Luca Cafagna
Paolo Tomassini
AAMOD -Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico
e a tutti coloro che anche con atteggiamento solidale hanno contribuito alla realizzazione di questo tributo

Tutti i materiali di repertorio sono stati reperiti liberamente in rete

Questo lavoro è tutelato dal protocollo Creative Commons Attribution license (reuse allowed); coloro che volessero riprodurlo e/o utilizzarlo sono pregati di farcene segnalazione




Piazza Fontana e la strategia della tensione: 50 anni di incubo

Immagine della prima pagina di un giornale il giorno dopo la Straged di Piazza FontanaSono almeno 50 anni che l’Italia vive sotto l’incubo della “strategia della tensione”, quella strategia – per usare le parole del giudice Salvini – “fatta di bombe nelle banche, di stragi di civili sui treni e nei comizi sindacali”. Una strategia che inizia ad essere teorizzata nei primi anni ’60, per poi essere messa in pratica esattamente 46 anni, con la Strage di Piazza Fontana. Una strage su cui, sempre usando le parole di Salvini,

sono stati celebrati dieci processi, con depistaggi, fughe all’estero di imputati, latitanze più che decennali, condanne, assoluzioni. Fino alla definitiva assoluzione dei presunti esecutori: Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi. Ma non dell’area nazifascista che aveva organizzato la strage e di quella parte degli apparati dello Stato con loro collusa, per favorire, attraverso la paura, l’insediamento di un governo autoritario in Italia

Il giudice Salvini, che del processo per la Strage di Piazza Fontana è stato protagonista per anni, dice cose chiare, che ormai sono storia, ma che – guarda caso – nei libri di storia si trovano a fatica. Chissà come mai.

Perché la strategia della tensione – ci racconta oggi Saverio Ferrari in un bell’articolo su il manifesto – inizia ben prima del 12 dicembre 1969. Nel luglio del 1960 il tentativo del governo Tambroni di creare un blocco di destra nel nostro paese viene bloccato dalle piazze. In tutta Italia si accende una vera e propria rivolta popolare, che porterà la polizia di Scelba a fare una vera e propria strage: inque furono i manifestanti uccisi solo a Reggio Emilia, il 7 luglio, dove la polizia esplose 182 colpi di mitra e 39 di pistola, e quattro tra Licata, Palermo e Catania.

Per la destra italiana – cioè per tutta quella nomenclatura politica, industriale e militare che sosteneva Tambroni e la sua alleanza con l’MSI – fu un colpo durissimo, e dimostrò loro che, nonostante tutto, la sinistra era forte nel nostro paese, proprio a livello di sensibilità e cultura, e non tanto e non solo a livello elettorale.

La loro reazione fu durissima, come ci racconta Ferrari:

Da qui una riflessione strategica sul contrasto al “comunismo” che attraversò in particolare la sua parte più radicale. A ispirarla fu Julius Evola che dopo i fatti di Genova delineò l’esigenza di un golpe di destra. Su L’Italiano di Pino Romualdi, già nell’agosto 1960, scrisse che per fermare «il comunismo come forza sovversiva organizzata» e «cancrena ormai ramificata nel nostro Paese», bisognava preparare il «colpo decisivo», «l’ora X», così la definì, da attuare mediante l’esercito, con il sostegno della Nato e l’appoggio del Vaticano.

Da quel momento iniziò una “teorizzazione” della lotta anti-comunista che coinvolse non solo le frange più estreme del fascismo italiano, ma anche pezzi importanti delle istituzioni, non ultimi l’esercito e le forze dell’ordine.

Il luglio 1960 ebbe un forte impatto anche fra le gerarchie militari dove si fecero strada nuove teorizzazioni, mutuate anche dalla riflessione di altri stati maggiori, in primis quello francese reduce dalla sconfitta d’Algeria, incentrate sull’esistenza ormai di un nuovo tipo di guerra, non più condotta unicamente sul piano della forza militare, ma attraverso il condizionamento delle masse. Il “nemico” era ormai all’interno del nostro Paese.

Nasce così un asse micidiale, fatto di fescisti, militari d’altissimo rango, politici di governo e, probabilmente (come ci dice la storia di Gladio), anche di soggetti non italiani (non dimentichiamoci che siamo in piena “guerra fredda”, e che la “crisi dei missili” è del 1961. E che Kennedy viene ammazzato nel 1963…), con tutto un grosso apparato di riflessione.

Si organizzò più di un convegno da parte delle alte gerarchie militari. Il primo, dal titolo «La minaccia comunista sul mondo», si tenne a Roma, tra il 18 e il 22 novembre 1961, finanziato direttamente dal “fondo di propaganda” della Nato. Tra i presenti numerosi ministri dei maggiori Paesi occidentali, alti ufficiali della Nato e numerosi fascisti come Giano Accame e Mario Tedeschi.

Copertina degli atti del convegno "La guerra rivoluzionaria", a cura dell'Istituto Pollio, tenutosi a roma nel 1965Seguirà il famoso convegno su «La guerra rivoluzionaria» del 3–5 maggio 1965 all’Hotel Parco dei Principi di Roma, promosso sempre dai vertici militari attraverso l’Istituto Alberto Pollio (Capo di Stato maggiore dell’esercito nel 1914, conosciuto per le sue posizioni reazionarie, favorevole, tra l’altro all’uso della forza militare contro le folle), cui parteciparono molti di coloro che negli anni successivi sarebbero divenuti tra i principali protagonisti, sul piano operativo, della strategia della tensione.

A dirigere i lavori fu chiamato il tenente-colonnello Adriano Magi Braschi responsabile del Nucleo guerra non ortodossa dello Stato maggiore dell’esercito. Tra i relatori: Ivan Matteo Lombardo, socialdemocratico legato a Edgardo Sogno, Pino Rauti di Ordine nuovo, Fausto Gianfranceschi, ex Fasci d’azione rivoluzionaria, Giorgio Pisanò, Enrico De Boccard, ex Guardia nazionale repubblicana, Guido Giannettini, agente dei servizi segreti, Pio Filippani Ronconi, ex ufficiale delle SS italiane, e Alfredo Cattabiani, tra i massimi esponenti dell’integralismo cattolico.

Ad assistere ai lavori furono invitati anche una ventina di esponenti di Avanguardia nazionale, in prima fila Mario MerlinoStefano Delle Chiaie. Tra il pubblico anche Carlo Maria Maggi, il reggente di Ordine nuovo nel Triveneto, che sarà poi condannato per la strage del 1974 di piazza Della Loggia a Brescia. I convenuti poterono anche disporre di documentazioni curate dal Centro alti studi militari e dello Stato maggiore difesa.

Vorrei che ci si soffermasse sui nomi di cui sopra e dell’ambiente da cui provenivano e di cui facevano parte:

persone che erano o erano state ai vertici dell’Esercito, ex SS, fascisti, servizi segreti, ex partigiani di destra, cattolici integralisti.

Continua Ferrari:

Furono dunque i vertici militari italiani a trasmettere la cultura della «guerra non ortodossa» ai gruppi neofascisti. Non trascurabile fu il ruolo dell’Istituto Pollio, che non si limitò a organizzare convegni, svolgendo una funzione di collegamento dello Stato maggiore dell’esercito con l’estrema destra nel quadro di una cooperazione civili-militari in funzione anticomunista. Una cooperazione che, alla metà degli anni Sessanta, usciva dal piano delle mere elaborazioni teoriche per passare su quello delle realizzazioni pratiche.
La strada verso la stagione delle bombe e delle stragi era ormai aperta. A guidarla, un ampio schieramento reazionario composto da militari, da apparati di intelligence e di polizia, da settori del mondo economico e politico, con i fascisti sussunti in veste di manovali.

Quanto dice Ferrari non è frutto di “teorie complottiste”, ma è quanto emerge da anni di processi, che anche se non sono riusciti a portare a delle condanne, hanno però messo in luce definitivamente chi e perché fu, per esempio, attuata la Strage di Piazza Fontana. Dice il giudice Salvini:

Tutte le sentenze su Piazza Fontana anche quelle assolutorie, portano alla conclusione che fu una formazione di estrema destra, Ordine Nuovo, a organizzare gli attentati del 12 dicembre. Anche nei processi conclusesi con sentenze di assoluzione per i singoli imputati è stato comunque ricostruito il vero movente delle bombe: spingere l’allora Presidente del Consiglio, il democristiano Mariano Rumor, a decretare lo stato di emergenza nel Paese, in modo da facilitare l’insediamento di un governo autoritario. Come accertato anche dalla Commissione Parlamentare Stragi, erano state seriamente progettate in quegli anni, anche in concomitanza con la strage, delle ipotesi golpiste per frenare le conquiste sindacali e la crescita delle sinistre, viste come il “pericolo comunista”, ma la risposta popolare rese improponibili quei piani.

Ciò non significa che non siano stati individuati dei colpevoli:

Almeno un colpevole c’è anche nella sentenza definitiva della Cassazione del 2005. Si tratta di Carlo Digilio, l’esperto in armi e in esplosivi del gruppo veneto di Ordine Nuovo, reo confesso, che fornì l’esplosivo per la strage ed il quale ha anche ammesso di essere stato collegato ai servizi americani.
[…]
Ma in tutte le tre ultime sentenze risultano confermate le responsabilità degli imputati storici di Piazza Fontana, pure loro di Ordine Nuovo: i padovani Franco Freda e Giovanni Ventura. Essi però, già condannati in primo grado nel processo di Catanzaro all’ergastolo, e poi assolti per insufficienza di prove nei gradi successivi, non erano più processabili. Perché in Italia, come in tutti i paesi civili, le sentenza definitive di assoluzione non sono più soggette a revisione.

Quando si dice che della Strage di Piazza Fontana “non si sa la verità” si mente sapendo di mentire. Della Strage ormai si sa quasi tutto. Per esempio:

L’elemento nuovo, storicamente determinante, sono state le testimonianze di Tullio Fabris, l’elettricista di Freda che fu coinvolto nell’acquisto dei timer usati il 12 dicembre per fare esplodere le bombe. La sua testimonianza venne acquisita solo nel 1995. Un ritardo decisivo e “provvidenziale”. Perché Fabris nel 1995 descrisse minuziosamente come nello studio legale di Freda, presente Ventura, furono effettuate le prove di funzionamento dei timers poi usati come innesco per le bombe del 12 dicembre.
Le nuove indagini hanno anche esteso la conoscenze dei legami organici fra i nazifascisti, elementi dei Servizi Segreti militari e dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, diretto all’epoca da Federico Umberto D’Amato.
[…]
Il gruppo di Freda acquistò valige fabbricate in Germania in un negozio di Padova e comprò i timer di una precisa marca che mise nelle valige insieme con l’esplosivo procurato probabilmente dal gruppo veneziano che disponeva di propri depositi. Alcune valige furono portate a Roma e consegnate ad esponenti di Avanguardia Nazionale che effettuarono gli attentati minori all’Altare della Patria. Altri militanti invece raggiunsero Milano con altre due valige esplosive, attesi dai referenti locali di Ordine nuovo. Una bomba alla Banca Commerciale in piazza della Scala non esplose, l’altra alla banca dell’Agricolura, in piazza Fontana, provocò la strage.
Entrambi gli obiettivi,le banche e l’Altare della Patria, potevano essere letti in una chiave anticapitalista ed antimilitarista in modo da far ricadere la colpa sugli anarchici ed in genere sulla sinistra.

La copertina del libro "La strage di Stato", che per primo smarcherò il connubio tra pezzi dello stato e fascisti nella Strage di Piazza FontanaPiazza Fontana fu l’inizio di una strategia – la Strategia della tensione, appunto, – atta a destabilizzare il paese, a creare il terrore – quindi fu Terrorismo – per evitare che le forze progressiste del paese potessero diventare maggioritarie. E, come si urlava nei cortei fino a pochi anni fa (spero ancora oggi), “le bombe nelle piazze, le bombe nei vagoni, le mettono i fascisti, le pagano i padroni”: uno slogan che sintetizza perfettamente quello che Ferrari e Salvini spiegano sopra con dovizia di particolari.

La strategia della tensione ha ucciso centinaia di innocenti, per poter mantenere lo status quo e non permettere agli italiani di compiere quel cambiamento che con 1968 – ’69 stava iniziando.

Terrorismo di Stato.




Come mai agli intellettuali italioti non piace Erri De Luca?

Immagine di Erri De Luca in Val SusaÈ questa una di quelle cose che – ingenuamente – mi hanno sempre stupito parecchio: come mai ai nostri “intellettuali” (quelli che scrivono sui quotidiani di “sinistra”, che quando parlano ponderano, perché stanno dicendo cose importanti, che vanno concesse con precauzione, si sa mai che qualcuno le usi male) Erri De Luca piace poco?

Io non lo conosco Erri De Luca di persona, quindi magari è persona antipaticissima, non lo so. Però ho letto – e continuo a leggere – tante cose sue. E poche volte ho trovato un autore con un uso della parola tanto accurato, tanto calibrato. Lui non lavora sulla “struttura”, non gioca con la storia o con altri “trucchi” che spesso si trovano in letteratura. Lui gioca con le parole, partendo da un rispetto profondissimo per essere, per le cose che con esse va a parlare, a maggior ragione se le usa per parlare di persone.

Rispetto, è la parola che immediatamente mi sale alle labbra quando penso a Erri De Luca: rispetto – profondissimo – per lui, per le cose che ha scritto, per le cose che dice, che fa. Rispetto è anche quello che sento che lui offre, ad iniziare dalla sua storia, che è quella di un ex militante rivoluzionario che ha percorso gli anni che vanno dal 1968 al 1980 senza mai pentirsene. Anzi, proponendo una dicitura
M E R A V I G L I O S A  per quegli anni, contrapposta alla vergognosa “anni di piombo”:

anni di rame, perché c’era come un filo di metallo conduttore attraverso cui si propagava ogni lotta, ogni impegno, ogni fierezza

E qui, forse, si comincia a capire come mai sono così pochi gli “intellettuali” italiani che amano Erri De Luca: perché la maggior parte di loro, a differenza del Nostro, sono dei pentiti. Gente che ha fatto il ’68 (o il ’77, peggio ancora!) e che oggi se ne vergogna. E che non può sopportare qualcuno che non solo li difende, quegli anni, ma che ancora oggi, con rispetto, senza la pretesa di insegnare nulla a nessuno, quando c’è bisogno arriva e c’è, è presente. Anche a costo di essere processato.

Uno di noi, Erri De Luca, uno che condivide con gli altri la sua persona, mettendola a rischio; uno di quelli che

rischiavano la strada e per un uomo
ci vuole pure un senso a sopportare
di poter sanguinare
e il senso non dev’essere rischiare
ma forse non voler più sopportare

Uno che in tutte le sue storie ci siamo noi, quelli che si ribellano, quelli che sabotano, quelli che si fidano di chi gli sta accanto, quello che ha sottobraccio quando si decide di smettere di sopportare. Forse è per questo che pochi lo amano, tra gli “intellettuali”, perché è uno di quelli che viene con noi a condividere il pane, un compagno.

Oggi lo riconosci, era impossibile trattare con quella gioventù. Da dov’era spuntata tutta insieme? Così avversa a ogni autorità, strafottente di deleghe, di partiti, di voti, così ficcata in mezzo al popolo, pratica di vie spicce, contagiosa.
Entrava nelle prigioni a schiere di arrestati, faceva lega con i detenuti e iniziavano le rivolte contro il trattamento penitenziario. Andava a fare servizio di leva e dentro le caserme partivano gli ammutinamenti per un rancio migliore e una paga decente. Negli stadi i tifosi adattavano i cori e ritmi delle manifestazioni ai loro incitamenti. Da dov’era spuntata quella generazione imperdonabile che ancora sconta il debito penale del suo millenovecento? Non lo sai, immagini piuttosto che in un sistema ondoso c’è un’onda più serrata e forte, che non si spiega con quella di prima né con quella di dopo. Perciò immagini che prima o poi le genera-zioni tornano.

Questa è stata la generazione di Erri De Luca, spazzata via con ferocia da uno Stato che non poteva permettere più di tanto che andasse avanti a sabotare l’esistente. Una generazione che, nelle sue forze migliori, è stata al nostro fianco, ed è ancora oggi al fianco di chi continua a lottare per fare di questa vita un degno di questo nome.

Ma ci fai cosa, tu e altri della tua specie ed età, in mezzo a questi nuovi? Poco e niente ci fai, che possa servire a loro, però ci stai lo stesso, richiamato in strada dal rosso di Genova, di piazza Alimonda, della notte alla Diaz, del resto alla caserma Bolzaneto, dal rosso sparso apposta che per vie misteriose risale alle tue arterie e ti appartiene.




1984: quando il Pci salvò Andreotti

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (D) con Giulio Andreotti in una immagine di archivio  ANSA/ENRICO OLIVERIO- U.S. PRESIDENZA REPUBBLICAPrendo pari pari un articolo pubblicato pochi giorni fa da contromaelstrom, blog di controinformazione:

Trentanni fa, 1984, primi giorni di ottobre.

La Commissione parlamentare per l’indagine sui crimini commessi da Michele Sindona, in particolare sui legami Mafia, Banche, Partiti, Vaticano, P2, che aveva dominato l’Italia, giunse a delle conclusioni terribili. Su queste conclusioni si svolse un dibattito parlamentare dal quale emerse, per iniziativa di parlamentari radicali (Aglietta, Teodori, Melega), una mozione di sfiducia verso Giulio Andreotti, allora ministro degli esteri che, dai lavori della Commissione, risultava assai coinvolto in quelle faccende.

Il presidente della camera Nilde Iotti accordò il voto segreto, richiesto dai radicali, su questa mozione.

Sembrava scontata la maggioranza contro Andreotti: molti parlamentari democristiani avrebbero votato contro Andreotti, i partiti laici e i 198 voti del Pci avrebbero mandato a casa il “divo”.

Il 4 ottobre si vota. Risultato: la mozione viene respinta con 199 voti contrari e 101 a favore.

Il gruppo parlamentare comunista aveva annunciato il giorno prima che non avrebbero partecipato al voto, astenendosi. Chi aveva fatto questo annuncio e si era battuto per l’astensione era stato il Presidente dei deputati comunisti Giorgio Napolitano.

La stampa del giorno dopo titolava ovviamente: «Il PCI salva Andreotti». La base del Pci andò su tutte le furie, scazzottate nelle sezioni, sedie che volavano e il segretario Alessandro Natta fu costretto a smentire Napolitano, affermando che il partito era estraneo alla decisione dell’astensione, che l’iniziativa era stata dei parlamentari. Natta, per cercare di recuperare la orribile figuraccia dei parlamentari, affermò che «nessuno può intendere il voto di astensione come assoluzione» e che quindi «il ministro degli esteri si sarebbe dovuto dimettere».

Tutti sappiamo che Andreotti non si dimise, anzi aumentò le opportunità per il premierato.

Le voci dei giorni seguenti confermarono che l’iniziativa dei parlamentari del Pci di non votare e salvare Andreotti era stata caldeggiata da Giorgio Napolitano.

Era il 1984, ma la trama non era quella del libro omonimo di George Orwell… era peggio!!!

Negli anni successivi si capì perché.

Oggi è lampante! Questi ci governano!

E noi?

E noi, si chiede giustamente l’autore? E noi siamo qui, con gli eredi di Napolitano e di quel (?) Pci, a vederci distruggere il paese per gli interessi di lobby, multinazionali e sciacalli vari. In silenzio.

Per quanto ancora?




Ricordare Berlinguer

Immagine dela copertina del libro "L'orda d'oro" di Nanni Balestrini e Primo Moroni
La copertina del libro “L’orda d’oro” di Nanni Balestrini e Primo Moroni

Per ricordare Enrico Berlinguer non posso fare a meno di usare uno dei testi fondamentali per capire la storia italiana del secondo ‘900, L’orda d’oro di Primo Moroni e Nanni Balestrini:

Sospinto dalla vittoria elettorale del ’76 e dall’adesione (per lo piú in funzione servile e funzionariale) di un enorme numero di intellettuali con la vocazione a fare i burocrati del consenso, il Partito comunista giunse fino a formulare la piú delirante e suicida delle parole d’ordine: la classe operaia si fa Stato. Fare questa affermazione, lanciare questo slogan nel momento in cui la crisi distruggeva posti di lavoro e lo Stato si preparava ad attaccare i non garantiti e gli stessi operai non pacificati, voleva dire lanciare il seme della discordia dentro il movimento in lotta, dentro la sinistra e dentro il proletariato. Quel che accade dopo, nel ’77, non é che una parziale conseguenza di questa politica di divisione (come vedremo del resto nel capitolo dedicato alla discussione fra gli intellettuali svoltasi nel ’77). Ma é stato il Pci che piú di tutti ha pagato le conseguenze della paviditá teorica e della subalternitá politica della strategia del compromesso storico e della statalizzazione degli operai.

[… ]

Avendo rifiutato in modo preconcetto ogni proposta proveniente dal proletariato autonome non garantito, e avendo sposato in maniera acritica le esigenze del capitalismo italiano che pretendeva di dover ristrutturare per poter uscire dalla crisi, il movimento operaio rinunciò a muoversi nella direzione di una campagna di lotta, di rivendicazione e di trasformazione, che pure emergeva dalle lotte operaie, dalla contestazione giovanile e dalle richieste dei disoccupati: la campagna per la riduzione generate dell’orario di lavoro.

[…]

Quando, nel ’77, prima le assemblee operaie autonome, poi le istanze di movimento, poi addirittura un’assemblea nazionale operaia (il Lirico dell’aprile) e anche ampi settori del sindacato lanciarono la parola d’ordine: lavorare meno lavorare tutti, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, il Partito comunista respinse questa prospettiva come se si trattasse di una provocazione.

[…]

Pagò questa chiusura e questo servilismo filopadronale quando, solo tre anni dopo, Agnelli – ormai rinfrancato perché i comunisti lo avevano aiutato ad espellere dalla fabbrica il “fondo del barile” (espressione del comunista antioperaio Adalberto Minucci) – cacció fuori quarantamila operai e distrusse l’organizzazione operaia e l’intera forza dello stesso Partito comunista. Comincia in quel momento la crisi senza sbocchi del Partito comunista italiano.

Ecco, Enrico Berlinguer era non solo il Segretario di QUESTO Partito Comunista. È stato anche il teorico principale del compromesso storico, della politica dei sacrifici; ma, soprattutto, sempre usando le parole di Moroni – Balestrini:

A partire dalla fine degli anni Settanta è stato messo in opera in Italia un gigantesco meccanismo di falsificazione della storia di quel decennio, che nella desolante definizione di “Anni di Piombo” trovava la sua sintesi linguistica. E […] l’occultamento e la falsificazione hanno avuto nel PCI (Partito Comunista Italiano) di Enrico Berlinguer il motore principale e il braccio giudiziario.

introduzione all’edizione tedesca de “L’Orda d’oro” di Primo Moroni

Ecco, questo è stato Enrico Berlinguer. E non ne sento assolutamente la mancanza.




Le Foibe secondo Cristicchi

Immagine di Simone Cristicchi, autore dello spettacolo "Magazzino 18" sulle Foibe
Simone Cristicchi

Per l’ennesima volta mi ritrovo a dover ringraziare il collettivo dei Wu Ming, non solo per i romanzi che pubblicano (in Creative Commons, tra l’altro), ma anche per l’enorme battaglia quotidiana contro le distorsioni – se non contro le invenzioni – della storia del nostro paese.

Oggi torno, grazie a loro, a parlare di Foibe.

Sul loro sito i Wu Ming fanno parlare uno storico triestino, Piero Purini, che da tempo narra questa storia usando gli strumenti che gli sono propri – quelli dello storico – e i risultati sono assai diversi dalla vulgata fascio-nazionalista in cui siamo ormai immersi. E Purini torna a parlare delle Foibe raccontandoci e commentando il recente spettacolo del cantante Simone Cristicchi, Magazzino 18. E quel che ci racconta è, almeno per me, demoralizzante. Se non peggio.

La complessità etnico-linguistico-nazionale del territorio è liquidata dicendo che «per questo fazzoletto di terra ci sono passati tutti: italiani, austriaci, francesi, ungheresi, slavi». Già con questa descrizione Cristicchi può creare confusione nel pubblico: lo spettatore inconsapevole non sa che in questo territorio c’erano popolazioni autoctone (italiani, sloveni e croati) presenti da secoli, spesso fuse e mescolate tra loro […]. Esisteva anche una comunità di diverse decine di migliaia di persone di lingua tedesca, che risiedeva sul territorio da almeno 120 anni, e una miriade di piccole ma culturalmente vivacissime comunità non italiane: ebrei, serbi, cechi, greci, armeni, svizzeri, rumeni, turchi.

Una complessità che viene meno, come sempre accade in questi casi, a favore di una visione nazionalistica tout court: come se essere di ceppi linguistici o nazionali diversi dovesse per forza diventare una barriera invalicabile e “naturale”. E non, come invece è, una questione culturale, modificabile, contestabile. Anche sull’essere “italiani” ci sarebbe da analizzare parecchio, proprio per capire perché successero certe cose, come nacquero certi conflitti:

Probabilmente la maggior parte degli italofoni residenti a Trieste o a Gorizia avevano la percezione di sé come fedeli sudditi asburgici, mentre l’irredentismo era appannaggio di una limitata ma rumorosa minoranza di altoborghesi (che proprio per la loro posizione sociale riusciva ad amplificare a dismisura le tesi favorevoli all’Italia) e di un’altrettanta sparuta minoranza di giovani contestatori che vedevano nel mito dell’Italia la contrapposizione ad un’Austria percepita come vecchia, bigotta ed opprimente.

Quello che manca completamente nello spettacolo di Cristicchi, così come in tutta la vulgata sulla questione Foibe, è la storicizzazione del fenomeno. Anche per Wikipedia quando si parla di Foibe

si intendono gli eccidi ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia e della Dalmazia, occorsi durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra. Il nome deriva dai grandi inghiottitoi carsici dove furono gettati i corpi delle vittime, che nella Venezia Giulia sono chiamati, appunto, “foibe”.

Ma le cose, ci dice Purini, non stanno così. Infatti:

Ciò che Cristicchi dimentica è che questo equilibrio e questa (fragile) convivenza non furono interrotte dal fascismo – come sostiene in Magazzino 18 -, ma già dalle autorità militari italiane subito dopo la conquista del territorio nel 1918 […]. Cristicchi dimentica che le autorità militari italiane già nel novembre 1918 chiusero tutte le scuole della comunità tedesca della Venezia Giulia trasformandole in buona parte in caserme;

dimentica che insegnanti tedeschi, sloveni e croati persero il lavoro, furono espulsi o addirittura internati perchè continuavano ad insegnare clandestinamente nelle loro lingue;

dimentica che migliaia di reduci dell’esercito austroungarico non poterono tornare alle proprie case perchè le autorità militari permettevano il rientro ai soli reduci di lingua italiana;

dimentica che già nel primo anno di occupazione (1918-’19) l’intellighenzia culturale slovena e croata (850 persone tra sacerdoti ed insegnanti) venne internata nel Meridione perché rappresentava il veicolo di sopravvivenza della lingua e della cultura delle due minoranze;

dimentica che vi fu una campagna di delazione nei confronti di chi in casa parlava ancora tedesco, o che molti di coloro che erano definiti “austriacanti” (anche di lingua italiana) vennero fatti salire senza troppe cerimonie sui treni e spediti a Vienna o a Graz.

Dal 1918 al 1920 la vox populi locale parlò di oltre 40.000 partenze dalla sola Trieste verso Austria e Jugoslavia.

 Cristicchi dimentica (o non sa) che l’esodo da Pola di cui parla nel suo spettacolo fu preceduto da un altro che nel 1918-’19 vide la partenza di oltre un terzo degli abitanti, e che fu questo esodo a rendere la popolazione così compattamente italiana, dal momento che se ne andarono la stragrande maggioranza dei tedeschi e una parte consistente dei croati e degli sloveni.

 Cristicchi ignora che nel periodo tra le due guerre oltre 100.000 abitanti della Venezia Giulia partirono per Jugoslavia, Austria o Argentina perché le condizioni del territorio sotto l’Italia erano per loro invivibili;

dimentica – o più probabilmente non sa, perchè la storiografia italiana non ne ha quasi mai parlato – che nel 1919 più di mille ferrovieri tedeschi e sloveni del compartimento di Trieste vennero pretestuosamente licenziati in tronco durante uno sciopero e spediti in Austria e in Jugoslavia per poterli sostituire con personale ferroviario italiano;

dimentica che lo Stato italiano portò avanti una campagna di insediamento di italiani provenienti soprattutto dal Veneto e dalla Puglia per sostituire i non italiani che erano partiti e che dal ’18 al ’31 furono quasi 130.000 gli immigrati nella Venezia Giulia, un numero tale che le autorità dovettero addirittura proibire l’immigrazione nelle nuove province, perché la situazione economica del territorio non permetteva di fornire occupazione a tutti.

I primi immigrati ad arrivare furono 47.000 tra militari, carabinieri, poliziotti, guardie carcerarie, che dovevano imporre un controllo di stampo quasi coloniale alle nuove terre […].

Cristicchi, poi, dimentica (ma più probabilmente ignora) che nel settembre del 1920, per piegare un sciopero, l’esercito cannoneggiò le case del rione “rosso” di San Giacomo, caso unico nella storia d’Italia di uso dell’artiglieria pesante contro un centro abitato in tempo di pace.

Ho citato questo lungo brano per evidenziare come, fin dal 1918, alla fine della Prima Guerra Mondiale, in quei territori fosse stata innescata – da parte italiana – una dinamica di scontro razziale, etnico, nazionalista – di fatto fascista – volto ad italianizzare un realtà che da tantissimo tempo era mista e in equilibrio, per quanto precario.

In nessuna cronaca giornalistica si legge quanto sopra: la barbarie delle foibe è esclusivamente slava, figlia dell’odio comunista e via delirando. Che fosse qualcosa della piccola editoria nostalgica non sarebbe un grande problema, ci siamo abituati. È quasi un fenomeno folkloristico, li si lascia giocare coi loro deliri. Il problema reale, enorme, è che questa, da essere la bieca vulgata neofascista è passata per essere la vulgata nazionale, con tanto di festa comandata. Dai deliri di Veneziani a quelli di Pansa, fino a quelli di Violante e Napolitano.

Ma il meglio di se, ci dice Purini, Cristicchi lo da quando si arriva alla Seconda Guerra Mondiale ed alla Resistenza. Purini ci ricorda che la Jugoslavia ebbe un milione e centomila vittime su una popolazione di 15 milioni (solo a titolo di paragone l’Italia su 43 milioni ebbe circa 450.000 vittime). E che molte di queste furono vittime delle atrocità perpetrate dagli alleati nazisti e fascisti.

I partigiani, nel racconto di Cristicchi, ad un certo punto «scendono dalle montagne dell’interno dove sono accampati» ed iniziano a girare casa per casa alla ricerca delle loro vittime su cui sfogare la propria vendetta.

Cristicchi omette di dire che i partigiani non fecero campeggio in montagna per poi andare ad ammazzare gli italiani: sostennero una lotta durissima contro le forze dell’Asse, contro i nazifascisti e dopo l’8 settembre 1943 contro i tedeschi e contro i collaborazionisti italiani che continuarono a combattere a fianco dei nazisti.

Inoltre, quando parla dei partigiani Cristicchi li descrive sempre come «bande», «titini», «ribelli» rimuovendo il fatto che i soldati di Tito non furono bande feroci e selvagge, bensì un esercito che combatteva contro l’Asse e considerato parte integrante delle forze alleate.

In perfetto stile berlusconiano – per cui a Ventottene si stava in villeggiatura – Cristicchi ci racconta dei partigiani jugoslavi al campeggio. Questo passaggio ci permette di vedere “dal vivo” quanto sia facile, se accecati dal nazionalismo, dire bestialità veramente difficilmente difendibili.

Si arriva così al nocciolo della questione: le Foibe. E su questo punto Purini non fa sconti. Cito per intero:

Innanzitutto Cristicchi omette la distinzione tra le cosiddette «foibe istriane» (1943) e le «foibe triestine» (1945). Le prime furono una sorta di jacquerie, di rivolta contadina contro chi aveva detenuto il potere fino ad allora, in cui la rappresaglia politica potè mescolarsi in alcuni casi a vendette personali. Cristicchi esclama: «Sta gente è stata ammazzata in tempo de pace!», ma dimentica che nel settembre ’43 c’era ancora la guerra.

Sulle foibe triestine, Cristicchi sfrutta il solito luogo comune secondo cui tutte le vittime sarebbero state infoibate. Come sa chiunque si occupi anche lontanamente dell’argomento, gli scomparsi del maggio ’45 finiti effettivamente nelle voragini carsiche sono stati una minoranza: qualche decina di persone. Gli altri furono deportati in quanto appartenenti a forze armate che avevano combattuto contro l’esercito jugoslavo, al pari di quanto accadde agli italiani catturati da inglesi, francesi, americani e russi. Le condizioni della prigionia non erano certamente delle più facili (ma i soldati catturati in Russia o in Africa non ebbero condizioni migliori); va detto però che buona parte di chi non aveva responsabilità personali riuscì a tornare.

Per fascisti e collaborazionisti vennero allestiti processi che si conclusero anche con condanne a morte. Il fatto però che le persone venissero liquidate «in quanto italiane» è smentito sia dal fatto che alcuni fascisti colpevoli di crimini vennero liberati dagli jugoslavi che non li riconobbero (il che la dice lunga sulla «terribile efficienza» della polizia segreta jugoslava), sia dai numeri. Cristicchi dà cifre vaghe (500, 5.000, 10.000, 14.000), mentre quasi tutti quelli che sono andati a spulciarsi uno per uno le liste dei “desaparecidos” concordano su un numero tra 1.000 e 2.000 persone. Cifre analoghe a quelle dei morti negli ultimi giorni di guerra a Genova, a Torino o in Emilia. Dove però mai nessuno è stato ucciso «in quanto italiano». Mi sembra dunque che questi numeri siano la riprova numerica del fatto che in queste terre le esecuzioni del maggio ’45 non hanno risposto ad una logica di pulizia etnica, bensì siano state la – purtroppo – fisiologica resa dei conti di un conflitto che era stato atroce e fortemente ideologico.

Finisco qui, consigliandovi di leggere tutto l’articolo, ben scritto, documentato, preciso. Lavoro di storico che si presta alla cronaca, senza falsare, senza nascondersi, senza inventare storie che non ci sono. Una storia, quelle delle Foibe, da leggere e da ragionare. NON perché sia una storia particolarmente feroce, come ci vogliono far credere i nazionalisti democratici, ma per l’esatto contrario: è un caso lampante di manipolazione della storia a fini propagandistici. Nel 2014.

Per questo mi sento di consigliarvi i libri del nostro, di Purini:

Metamorfosi etniche. I cambiamenti di popolazione a Trieste, Gorizia, Fiume e in Istria. 1914-1975, Kappa Vu Edizioni; ma anche, per la stessa casa editrice, del fondamentale testo di Claudia Cernigoi, Operazione Foibe. Tra storia e mito.

Buone letture. Per non dimenticare.




Il nuovo governo di larghe intese e le scelte economiche. Seconda parte

Articolo del Sole24Ore sula crisi dei derivati
La crisi dei derivati

Tra la fine della seconda guerra mondiale e la fine degli anni Settanta-inizio anni Ottanta, la classe operaia, e più in generale la classe dei lavoratori dipendenti a partire da chi lavora in fabbrica, ha ottenuto, in parte con le sue lotte, in parte per motivi geopolitici, miglioramenti importanti della propria condizione sociale. Anche senza volerli chiamare, alla francese, i gloriosi Trent’anni  si è trattato di un periodo in cui decine di milioni di persone hanno avuto per la prima volta un’occupazione stabile e relativamente ben retribuita. Basti pensare, per quanto riguarda il nostro paese, che ancora nel 1951, anno del primo censimento dopo la guerra, esistevano in Italia centinaia di migliaia di braccianti pagati a giornata, su chiamata mattutina di un caporale, che lavoravano mediamente 140 giorni all’anno.

Per questi strati sociali, un impiego stabile nell’industria ha rappresentato un notevole avanzamento sociale. Sono aumentati i salari reali; sono stati introdotti o ampliati in molti paesi, Italia compresa, i sistemi pubblici di protezione sociale, dalle pensioni fondate sul metodo a ripartizione (in base al quale il lavoratore in attività contribuisce a pagare la pensione di quelli che sono andati a riposo, metodo che le mette al riparo dai corsi di Borsa e dall’inflazione  al sistema sanitario nazionale; si sono ridotti gli orari di lavoro di circa 2-300 ore l’anno (che vuol dire quasi due mesi di lavoro in meno); si sono allungate di settimane le ferie retribuite. Infine si sono estesi in diversi paesi, a partire dal nostro, i diritti dei lavoratori ad essere trattati come persone e non come merci che si usano quando servono o si buttano via in caso contrario. Queste conquiste, a cominciare dai sistemi pubblici di protezione sociale, sono state il risultato di riforme legislative – rinvio qui al nostro Statuto dei Lavoratori del 1970, voluto da un ministro del Lavoro socialista, Giacomo Brodolini, e redatto in gran parte da un giovane giuslavorista socialista pure lui, Gino Giugni – non meno che di imponenti lotte sindacali. Senza dimenticare il movimento degli studenti che in Italia come in Francia e in Germania contribuì sul finire degli anni Sessanta a inserire nell’agenda politica la richiesta di una democrazia più partecipativa.

Così inizia a raccontarci la sua versione della storia economica del secondo dopoguerra Luciano Gallino, nel suo La lotta di classe dopo la lotta di classe edito da Laterza nel 2012. Comincia raccontandoci la lotta di classe vittoriosa, almeno per trent’anni, delle classi meno abbienti, per le classi lavoratrici, per la classe operaia italiana ed occidentale in genere, dopo la fine della seconda guerra mondiale. Questo trentennio finisce con gli anni ’70 – i tragici anni ’70 per la quasi totalità di media, politici, sindacalisti e, ormai, anche per la maggior parte della gente comune, e con gli anni ’80 inizia un’altra lotta di classe, quella delle classi più abbienti contro chi gli sta sotto, economicamente parlando. E non è ancora finita.

Verso il 1980 ha avuto inizio in molti paesi – Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Italia, Germania – quella che alcuni hanno poi definito una contro-rivoluzione e altri, facendo riferimento ad un’opera del 2004 dello studioso francese Serge Halimi, un grande balzo all’indietro  Le classi dominanti si sono mobilitate e hanno cominciato loro a condurre una lotta di classe dall’alto per recuperare il terreno perduto. Simile recupero si è concretato in molteplici iniziative specifiche e convergenti. Si è puntato anzitutto a contenere i salari reali, ovvero i redditi da lavoro dipendente; a reintrodurre condizioni di lavoro più rigide nelle fabbriche e negli uffici; a far salire nuovamente la quota dei profitti sul Pil che era stata erosa dagli aumenti salariali, dagli investimenti, dalle imposte del periodo tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni Ottanta.

In sostanza non è affatto venuta meno la lotta di classe. Semmai, la lotta che era stata condotta dal basso per migliorare il proprio destino ha ceduto il posto a una lotta condotta dall’alto per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere che erano stati in qualche misura erosi nel trentennio precedente.

Ed con gli anni ’80 che la lotta di classe volta pagina, ed inizia il declino economico, politico e sociale delle classi lavoratrici, fino ad arrivare ai livelli di oggi. Un percorso lungo, fatto non solo di politica ed economia, ma anche – e soprattutto – di cultura e (dis)informazione. Il risultato, comunque, è che il neoliberismo, quella dottrina economica inventata a Chicago nella prima metà degli anni ’70 dalla locale scuola economica (e sperimentata con successo, dal punto di vista capitalistico, durante il regime di Pinochet in Cile), dopo la caduta del socialismo reale, cioè dei regimi dittatoriali di stampo sovietico nei paesi dell’Europa dell’est e nella Russia, dal 1989 ai primi anni ’90, diventa l’unica dottrina possibile, l’unica via possibile di sviluppo per l’umanità.

Con che risultati per le classi lavoratrici e le classi medie?

Basterà ricordare che i top manager delle grandi imprese, industriali e non, percepivano intorno agli anni Ottanta compensi globali dell’ordine di 40 volte il salario di un impiegato o di un operaio. Al presente il rapporto è salito in media a oltre 300 volte, con punte che negli Stati Uniti possono raggiungere 1000 volte il salario di un lavoratore dipendente. Ciò è dovuto non solo all’aumento dello stipendio base, del premio di risultato e di altri benefits, ma anche al vastissimo ricorso all’uso delle opzioni sulle azioni come remunerazione.

Questo nonostante e a dispetto della crisi che investe l’Occidente a partire dal 2007, che alla fine viene scaricata in toto sulle spalle delle classi meno abbienti. Tanto che i principali responsabili della crisi, il sistema finanziario e quello delle banche, sono stati salvati dai vari stati del mondo con i soldi pubblici, per poi essere “costretti” a tagliare lo stato sociale per coprire i buchi di bilancio così creati.

Capitali dell’ordine di trilioni di dollari sono stati investiti in complicatissimi titoli compositi che le banche, non solo americane ma anche europee, hanno creato e diffuso in un modo che si è rivelato disastrosamente inefficiente. O meglio: che la crisi stessa ha mostrato essere inefficiente quanto rischioso. Dopodiché gli enti finanziari sono stati salvati dal fallimento dai governi, sia tramite aiuti economici diretti (oltre 15 trilioni di dollari in Usa; 1,3 trilioni di sterline nel Regno Unito; almeno un trilione di euro in Germania), sia indirettamente, forzando i paesi con un elevato debito pubblico a pagare interessi astronomici sui titoli di Stato in possesso degli enti medesimi.

Insomma, quando c’è da salvare le banche i soldi si trovano, e parecchi. Quando c’è da finanziare la scuole e l’istruzione in generale; la sanità; il lavoro e lo sviluppo in generale, quindi la sicurezza e la possibilità di vivere bene delle persone no, per queste cose i soldi non ci sono. Buffo no?