Fiamme e rock‘n’roll. Leoncavallo, agosto 1989

Fiamme e rock‘n’roll. Il libro di Bruno Segalini sullo sgombero del Centro Sociale Leoncavallo il 16 agosto 1989Fiamme e rock‘n’roll. Romanzo veridico sullo sgombero del Leoncavallo, 1989 di Bruno Segalini, edito per i tipi della Shake Edizioni Underground – ormai storica casa editrice milanese, guidata da alcuni ex attivisti dell’Helter Skelter, spazio interno al centro sociale milanese negli anni in cui è ambientato il libro, spazio animato da soggetti nuovi, rispetto alla precedente generazione di militanti – è molto bello e da leggere assolutamente almeno per tre motivi.

1) nel mio caso per motivi squisitamente personali. Il 1989 è proprio l’anno in cui anche io, adolescente dell’hinterland milanese, inizio a frequentare il Leo – come chiamavamo il Leoncavallo noi frequentatori, attivisti e militanti; Leoka lo chiamano solo quelli de “Il Giornale” … – ed è lì che “imparo”, bene o male, a “fare politica”: le assemblee di gestione, il collettivo (in particolare il “Collettivo Gamma“, “quelli che sfondano ai concerti”), l’autogestione settimanale del bar, i cortei, il servizio d’ordine, il rapporto con la politica istituzionale e le forze della repressione.

L'ingresso del Centro Sociale Leoncavallo a Milano, in via Leoncavallo
L’ingresso del Centro Sociale Leoncavallo a Milano, in via Leoncavallo

Tutti aspetti che, col passare degli anni, ho rivisto, analizzato e superato criticamente; ma sono, come direbbe Lorenz, l’imprinting del mio agire politico.
La mia memoria del Leo è già macerie: ho iniziato a frequentarlo attivamente nell’autunno – inverno del 1989, quando già era stato raso al suolo dalle ruspe il 16 agosto di quell’anno, durante lo sgombero. Ed è lì che ho fatto quelle amicizie che ci sono ancora oggi: l’amicizia con quelli che diventano la tua famiglia, quelli che anche se si vive ai capi opposti del paese o del mondo, ci sono quando servono, anche solo con una parola.
2) È un bel romanzo, scritto bene, genuino, senza tante seghe e salamelecchi. Senza nascondersi, da vecchi a “erano ragazzate” o “si era giovani” o altre scuse per ripulirsi e rifarsi il trucco.

Milano Settembre 1989.Manifestazione in difesa del Centro Sociale Leoncavallo..
Milano Settembre 1989
Manifestazione in difesa del Centro Sociale Leoncavallo

Vi si racconta, onestamente, un piccolo scorcio del vivere nei centri sociali tra fine anni ’80 e primi ’90. Quale era il rapporto con la città, con i vicini, con “gli sbirri”; ma anche i rapporti interni, la “fattanza”, il problema dell’eroina. Ma anche la vita “di quartiere”, l’amicizia… la quotidianità, insomma. Tutta quella parte di una storia che la Storia non sa e non può raccontare, se non interviene la memoria di chi ha vissuto quelle esperienze.

Da questo punto di vista si vede benissimo il “tocco” della Shake, e l’esperienza che chi la anima ha avuto con Primo Moroni e la sua Calusca e tutta l’esperienza di ricerca e memoria che questo meraviglioso personaggio ha rappresentato per tanti di noi, per il movimento e per Milano finché è vissuto.

Storico Manifesto sullo sgombero del Leo dell'agosto '89
Lo storico Manifesto sullo sgombero del Leo dell’agosto ’89

3) Perché, forse per la prima volta, si racconta pubblicamente cos’è successo quell’agosto del 1989, quando il Leo venne sgomberato non per farlo morire, ma per raderlo al suolo. Sperando così di cancellare – illegalmente – un’esperienza scomoda, ma ormai data per morta, in città; trovandosi per le mani, invece, una risposta che non si vedeva dagli anni ’70, e che portò ad una nuova stagione di nuovi soggetti antagonisti che solo il massacro di Genova del luglio 2001 riuscirà a spegnere definitivamente.

Insomma, un bel libro: scritto bene, divertente, onesto. Ed utile, perché mantiene viva la memoria di un passato mica poi così lontano, e che ci può insegnare ancora tanto.




40 anni di Apple

Il primo aprile di quest’anno si sono festeggiati i 40 anni di Apple. I festeggiamenti sono avvenuti in un momento storico difficile, per la storica azienda di Cupertino, come ci racconta la nostra Mirella Castigli nel suo articolo su ITespresso:

Il compleanno di Apple cade in un trimestre non facile per nessun vendor del mercato smartphone, mentre i nuovi iPhone SE e iPad Pro 9.7 potrebbero non bastare ad arginare il rallentamento delle vendite di Apple, mentre frena il mercato smartphone. Anche la battaglia per la crittografia si è risolta in una vittoria legale, tuttavia bypassata dallo sblocco via hacking deciso dall’FBI. Secondo DigiTimes, “il livello di ordinativi Apple previsti per gli iPhone 6s sarà probabilmente praticamente quasi dimezzato rispetto al già poco brillante primo trimestre 2016″.

Ma al di là di quel che succede nel 2016, quello che vorrei tornare a raccontare è la mutazione genetica di Apple, per usare il sottotitolo di un libro uscito ormai 6 anni fa, grazie alla collaborazione degli amici di Agenzia X di Milano, casa editrice di “movimento”, da sempre attenta alle contro-culture, alle alterità, alle storie controcorrente. Il libro in questione è “Mela marcia“, pamphlet scritto a 8 mani dal sottoscritto, dalla già citata Mirella, da Caterina Coppola, con la prefaziosa preziosa del mitico Ferry Byte, storico cyber-attivista della scena hacker italiana.

Libro rilasciato – ovviamente – sotto licenza Creative Commons, e liberamente scaricabile in vari formati:

Ma visto che sono egocentrico, ho pensato bene di estrapolare il mio articolo da quel libro – in cui raccontavo dal punto di vista storico la mutazione genetica di Apple, passata da essere pienamente interna al movimento hacker e del software libero americano di fine anni ’70 ad una delle aziende più chiuse del pianeta – e di metterlo a disposizione di chi avesse ancora voglia di dare un altro sguardo alla scintillante storia della mela.

Eccolo!

L’Hcc e la mutazione genetica di Apple




Servono nuovi occhiali per la sinistra

Leggo con interesse, come sempre, la recensione che Gianpasquale Santomassimo fa dell’ultima fatica dello storico Guido Crainz “Storia della Repubblica. L’Italia dalla Liberazione ad oggi”, edito per i tipi della Donzelli (che NON ho letto!).

[Parlando] del «lungo Sessantotto» italiano, […] una delle critiche (che è in larga misura anche autocritica generazionale da parte di Crainz) rivolte alla politica nata a sinistra del Pci consiste nel rilevare che «svanì anche la possibilità di una alternativa laica e moderna alle “due chiese” dominanti, quella cattolica e quella comunista: ci si limitò a erigere all’ombra di quest’ultima, e in polemica con essa, un microscopico edificio molto composito (segue elenco dei gruppi extraparlamentari) destinato a crollare di lì a poco». Questa alternativa però era totalmente impensabile nella cultura di quel tempo, e sembra più che altro la proiezione retrospettiva di quella koiné tardoazionista che è divenuto l’approdo più diffuso di gran parte della generazione che un tempo si sentiva rivoluzionaria.

Qui mi pare che, tanto in Santomassimo quanto in Crainz , si continui a voler dimenticare – ad obliare – che tanta parte della sinistra extraparlamentare nata nel ’68, che poi è continuata a vivere – bene o male – almeno fino al 2001, ha avuto tra i suoi obbiettivi principali proprio quello di uscire dal binomio di ferro Dc-Pci (che, ricordiamolo, proprio dalla metà dei ’70 in poi si allearono), cercando una “terza via” al partito di Gramsci, Togliatti e Berlinguer.

Come anche è singolare l’accusa ai movimenti giovanili di non essere stati capaci di costruire «nuove regole» al posto di quelle che venivano contestate e abbattute: compito storico che – al di là dell’ossessione tutta recente per le «regole» – non poteva certamente venire attribuito a movimenti di contestazione, ma è addebito che andrebbe rivolto alle classi dirigenti.

Anche qui c’è la tipica miopia dei figli del Pci: le “nuove regole” le possono scrivere solo le “classi dirigenti”. Il popolino può, al massimo, “contestare”.

Con questo tipo di “occhiali” non si potrà mai scrivere una storia di quegli anni, del decennio 1968 – 1978 – ma anche di quelli più recenti – esaustiva e lucida.

Le “nuove regole” della politica non solo sono state scritte, ma hanno iniziato ad essere praticate proprio in quegli anni:

democrazia diretta, assemblearismo, metodo del consenso; sono tutte “pratiche” che non nascono con il ’68 – gli anarchici, per esempio, le “praticano” da decenni – ma diventano “di massa” in quegli anni. Non per tutti, sicuramente, ma si diffondono sempre di più, fino a diventare condicio sine qua non di tanti gruppi. Fino a diventare il marchio di fabbrica di gruppi extraparlamentari che, negli anni successivi ai ’70, hanno fatto la storia dei movimenti fino ad oggi: dai punk ai centri sociali, da indymedia ad Occupy Wall Street, dall’hackmeeting ad Anonymous.

Quando poi Santomassimo descrive, brevemente, l’Italia riformista degli anni ’60

bisognerebbe riconoscere che vi è stato un particolare meccanismo riformatore fondato sull’intreccio di lotte sociali e civili (e di iniziativa politica) che modificavano i rapporti di forza e trovavano una democrazia parlamentare disposta ad ascoltare, mediare e deliberare

si fa fatica a credere che stia parlando di quella stessa classe politica che, alle contestazioni, proteste e lotte degli anni ’68-69, rispose con la “Strategia della tensione” (strategia messa a punto proprio a partire dal l’inizio della stagione riformista di metà anni ’60): le bombe nelle piazze, nel treni, usando il peggio fascistume come manovalanza.

Le grandi conquiste riformiste di fine anni ’60 e degli anni ’70 (dallo Statuto dei lavoratori al divorzio all’aborto, per citare solo le più famose) sono state imposte ai governi di quegli anni dai movimenti extraparlamentari e dalla società civile; anche a Pci e Cgil, tanto che appena hanno potuto, non ci hanno pensato un secondo a cancellare tutto, dal referendum sulla scala mobile dell’85 agli accordi del 31 luglio 1992, all’abolizione del proporzionale con i referendum sostenuti dal Pds di D’Alema e Veltroni nel ’93 al “Job acts” renzista di questi ultimi anni.

Finisce Santomassimo chiedendosi, con “gli storici del futuro”

come un grande paese industriale abbia potuto, praticamente senza una vera discussione, sottoporsi a un meccanismo con ogni evidenza destinato a impoverirlo e a tagliare alla radice le basi della sua crescita.

Sono gli eredi del Pci di Berlinguer e Napolitano – i D’Alema, i Veltroni, i Fassino, etc etc – ad aver dato un contributo fondamentale alla fine della prima e alla costruzione della seconda repubblica così come la conosciamo oggi. Renzi, premier non eletto (unico caso in Italia, che io sappia), è frutto dell’ultima “vittoria” del centro – “sinistra”, mica di Berlusconi o di Grillo.

Non ci stupiamo, quindi, se è così faticoso interpretare il presente, quando schemi ideologici ormai preistorici sono ancora oggi la bussola di tanti intellettuali di sinistra.




David Graeber e il Progetto democrazia

Immagine di David Graeber
David Graeber

Ho comprato oggi l’ultimo libro pubblicato in italiano di David Graeber, antropologo americano anarchico. Attivista del movimento Occupy Wall Street, ha pubblicato parecchi libri, molti dei quali tradotti anche in italiano.

È un autore che apprezzo molto, sia per il suo essere anarchico, sia per il suo essere non solo uno studioso ma anche un attivista a tempo pieno, ma anche perché – non ultimo – cerca di portare il pensiero anarchico e radicale in generale nel XXI secolo.

Il libro in questione, Progetto democrazia. Un’idea, una crisi, un movimento, edito dai tipi de Il Saggiatore, cerca di analizzare la categoria – scontata ma poco conosciuta, e soprattutto poco applicata – di democrazia.

Un libro interessantissimo, di cui mi permetto di incollare sotto la molto interessante introduzione e che vi consiglio di leggere quanto prima. E di metterlo in pratica! 🙂

Il 26 aprile 2012, una trentina di attivisti di Occupy Wall Street (Ows) si sono radunati sui gradini della Federal Hall di New York, di fronte alla Borsa. Io ero con loro.

Da oltre un mese stavamo cercando di ricreare un avamposto a Lower Manhattan per rimpiazzare il presidio di Zuccotti Park da cui eravamo stati sfrattati sei mesi prima. Sebbene non fossimo in grado di creare un nuovo presidio, speravamo almeno di trovare un posto dove poter tenere assemblee regolari, e allestire biblioteca e cucine. Il grande vantaggio di Zuccotti Park era il fatto di essere un luogo dove chiunque fosse interessato sapeva dove trovarci per essere aggiornato sulle azioni in programma o semplicemente per parlare di politica; adesso, la mancanza di un punto di ritrovo causava un’infinità di problemi. Tuttavia, le autorità cittadine avevano deciso che non avremmo mai avuto un altro Zuccotti Park: appena noi trovavamo un angolo dove avviare legalmente l’attività, loro cambiavano le leggi per farci sgomberare, ogni volta. Quando abbiamo provato a stabilirci in Union Square, le autorità cittadine hanno modificato i regolamenti del parco. Quando un gruppo di occupanti ha iniziato a dormire sui marciapiedi di Wall Street, confidando in una delibera che riconosceva esplicitamente il diritto dei cittadini di dormire nelle strade di New York come forma di protesta politica, le autorità hanno stabilito che quell’area di Lower Manhattan era una «zona speciale» non vincolata da quella legge.

Alla fine ci siamo sistemati sui gradini della Federal Hall, un’ampia scalinata di marmo che conduce alla statua di George Washington posta a guardia dell’edificio nel quale 223 anni prima era stato firmata la Bill of Rights (la Carta dei diritti). Quegli scalini non rientravano nella giurisdizione cittadina, ma erano territorio federale amministrato dal National Park Service (il Servizio dei parchi nazionali), e, forse consapevoli che l’intera zona era considerata un monumento alle libertà civili, i funzionari della U.S. Park Police (la Polizia dei parchi) ci avevano concesso di occuparli, a patto che nessuno vi dormisse la notte. I gradini erano sufficientemente ampi da poter ospitare agevolmente circa duecento persone, più o meno il numero degli occupanti che si erano presentati all’inizio. Tuttavia, non ci è voluto molto perché le autorità cittadine convincessero gli agenti dei Parchi a cedere di fatto la giurisdizione: avevano piazzato transenne d’acciaio intorno al perimetro e ne avevano collocate altre a dividere i gradini in due parti distinte, presto ribattezzate da noi «gabbie della libertà». All’ingresso è stata posizionata una squadra della Swat, mentre un capitano di polizia in camicia bianca controllava accuratamente chiunque cercasse di entrare, informandolo che, per ragioni di sicurezza, alle gabbie non potevano accedere più di venti persone alla volta. Nonostante ciò, alcuni attivisti hanno perseverato, rimanendo sul posto a turno ventiquattrore su ventiquattro, organizzando teach-in di giorno, dando vita a dibattiti improvvisati con gli annoiati trader di Wall Street in pausa caffè e, di notte, facendo la guardia sui gradini di marmo. Quasi subito sono stati banditi i cartelli grandi; poi qualunque cosa fatta di cartone. Dopodiché sono iniziati gli arresti di persone scelte a caso. Il comandante della polizia voleva farci capire chiaramente che, anche se non poteva arrestarci tutti, poteva in ogni caso imprigionare chi volesse, per qualunque motivo, in ogni momento. Proprio quel giorno avevo visto un attivista ammanettato e portato via per «disturbo alla quiete pubblica» perché ripeteva i nostri slogan e un altro, un veterano della guerra in Iraq, incriminato per atti osceni in luogo pubblico: aveva detto parolacce mentre teneva un discorso. Forse è accaduto perché avevamo pubblicizzato l’evento come un «dibattito aperto». Sembrava che l’ufficiale al comando volesse chiarire un concetto: persino nel luogo in cui era nato il Primo emendamento, aveva comunque il potere di arrestarci solo per aver tenuto un discorso politico.

La protesta era stata organizzata da un mio amico, Lopi, celebre perché partecipa alle manifestazioni a bordo di un triciclo gigante con un cartello colorato che porta la scritta jubilee!. Lopi aveva pubblicizzato l’evento chiamandolo «Dibattito sulle ingiustizie di Wall Street: assemblea pacifica sui gradini del Federal Hall Memorial Building, casa natale della Bill of Rights, oggi blindato dall’esercito dell’1%». Io non sono mai stato un grande agitatore. Per tutto il periodo in cui ho preso parte a Occupy, non ho mai tenuto un discorso, desideravo presenziare perlopiù in qualità di testimone, per fornire un sostegno morale e organizzativo. Durante la prima mezz’ora della protesta, mentre, uno dopo l’altro, gli occupanti si radunavano a ridosso delle transenne di fronte a una manciata di videocamere improvvisamente comparse sul marciapiede, per parlare di guerra, devastazioni ecologiche e corruzione del governo, io me ne sono rimasto ai margini, a parlare con i poliziotti.

«E così fai parte di un squadra Swat» ho detto a un ragazzo dall’espressione torva di guardia all’ingresso alle gabbie con un grosso fucile d’assalto. «Scusa, ma che cosa significa esattamente Swat? “Special Weapons”…»

«… and Tactics» mi ha risposto rapido, prima che riuscissi ad articolare il nome originario di quella unità, ovvero «Special Weapons Assault Team» (Squadra d’assalto dotata di armi speciali).

«Capisco, ma mi chiedo: che tipo di armi speciali ritiene necessarie il vostro comandante per gestire trenta cittadini disarmati pacificamente radunati sui gradini di un edificio federale?»

«È una misura precauzionale» mi ha risposto, un po’ a disagio.

Avevo già declinato due inviti a prendere la parola, ma Lopi continuava a insistere, perciò alla fine mi sono reso conto che avrei fatto meglio a dire qualcosa, anche poche parole. Così ho preso posto di fronte alle telecamere, ho guardato George Washington che teneva lo sguardo fisso sul cielo sopra la Borsa di New York e ho improvvisato.

«Mi colpisce essere riuniti proprio qui, oggi, sui gradini dell’edificio in cui è stato firmata la Bill of Rights. È strano: la maggior parte degli americani crede di vivere in un paese libero, di far parte della più grande democrazia del mondo. È convinta che siano i nostri diritti e le nostre libertà costituzionali, stabiliti dai Padri fondatori, a definirci come nazione, a renderci ciò che siamo veramente… persino a darci il diritto di invadere altri paesi più o meno a nostro piacimento, a sentire i nostri politici. Ma in realtà, sapete, gli uomini che hanno scritto la Costituzione non volevano affatto che vi fosse una Bill of Rights. Ecco perché è composto da emendamenti: non erano compresi nel documento originale. L’unica ragione per cui tutte quelle frasi roboanti sulla libertà di parola e sulla libertà di assemblea sono finite nella Costituzione è che ci sono stati antifederalisti come George Mason e Patrick Henry che, di fronte all’ultima bozza, si sono indignati al punto di mobilitarsi contro la sua ratifica, a meno che il testo non venisse cambiato… cambiato in modo da comprendere, tra le altre cose, il diritto di partecipare a mobilitazioni esattamente come la nostra. Ciò terrorizzò i federalisti, dato che, tanto per cominciare, un motivo che li aveva spinti a indire la Convenzione di Filadelfia era stato il desiderio di prevenire il rischio, da loro avvertito, che nascessero movimenti popolari ancor più radicali di quelli che da tempo richiedevano la democratizzazione della finanza e persino la cancellazione del debito. Le assemblee pubbliche di massa e l’esplosione del dibattito a cui avevano assistito durante la rivoluzione era l’ultima cosa che volevano. Fu per questo che alla fine James Madison stilò un elenco di oltre duecento proposte e le utilizzò per scrivere il testo di quello che noi chiamiamo Bill of Rights.

«Il potere non cede mai qualcosa spontaneamente. Se oggi abbiamo libertà, non lo dobbiamo alle concessioni dei saggi Padri fondatori. Perché ci fossero riconosciute quelle libertà, ci sono volute persone come noi che hanno continuato a esercitarle, facendo esattamente quello che stiamo facendo qui.

«La Dichiarazione di indipendenza o la Costituzione non dicono da nessuna parte che l’America è una democrazia. E c’è un motivo. Uomini come George Washington si opposero apertamente alla democrazia, cosa che rende strano trovarci sotto la sua statua, oggi. E lo stesso dicasi per Madison, Hamilton, Adams… Scrissero esplicitamente che stavano cercando di costruire un sistema che potesse annullare e tenere sotto controllo i pericoli della democrazia, anche se erano state le persone che volevano la democrazia a fare la rivoluzione che, tanto per cominciare, li aveva portati al potere. Oggi la maggior parte di noi è qui perché ritiene ancora di non vivere in un sistema democratico, in nessuna delle accezioni pregnanti del termine. Voglio dire, guardatevi intorno. Quella squadra della Swat laggiù dice tutto quello che avete bisogno di sapere. Il nostro governo è diventato poco più di un sistema di corruzione istituzionalizzata e si rischia di essere trascinati in prigione solo per averlo detto. Forse oggi, nella maggior parte dei casi, ci possono tenere dentro solo per un giorno o due alla volta, ma state certi che stanno facendo del loro meglio per cambiare questa regola. In ogni caso, se non pensassero che abbiamo ragione, non ci arresterebbero di certo. Non c’è niente che spaventi di più i governanti americani della prospettiva che prorompa la democrazia. Che ci sia davvero questa prospettiva e che possano esistere gli eredi di coloro che scesero in strada per pretendere una Bill of Rights; be’, dipende solo da noi.»

Prima che Lopi mi spingesse sul palco non avevo davvero pensato a Occupy Wall Street come a un movimento radicato in qualche grande tradizione della storia degli Stati Uniti. Ero più interessato a rintracciare le sue radici nell’anarchismo, nel femminismo o persino nel Global Justice Movement. Ma, con il senno di poi, penso che quello che ho detto fosse vero. C’è qualcosa di stranamente incoerente nel modo in cui negli Stati Uniti ci insegnano a pensare alla democrazia. Da un lato, ci viene costantemente ripetuto che democrazia significa solo eleggere i politici che ci governano, dall’altro sappiamo bene che tanti americani amano la democrazia, odiano i politici e sono scettici nei confronti dell’idea stessa di un governo centrale. Come possono queste cose essere tutte vere contemporaneamente? Quando gli americani sposano la democrazia pensano a qualcosa di molto più ampio e profondo della mera partecipazione alle elezioni (anche se comunque metà di loro non si fa problemi a disertarle); deve essere una specie di combinazione tra l’ideale di libertà individuale e la convinzione, finora irrealizzata, che essere liberi significa potersi mettere a un tavolo da adulti assennati e gestire i propri affari da sé. Se così fosse, non sorprende certo che coloro che attualmente governano l’America temano tanto i movimenti democratici: portata alle sue estreme conclusioni, la spinta democratica può solo finire col renderli totalmente inutili.

Qualcuno potrebbe obiettare che, anche se ciò fosse vero, molti americani sarebbero senz’altro recalcitranti di fronte alla semplice idea di portare fino in fondo la spinta democratica. E non avrebbero torto. La maggioranza degli americani non è anarchica. Per quanto le persone possano dichiarare di non approvare il governo o in molti casi l’idea stessa di stato, sarebbero davvero pochi quelli che ne sosterrebbero lo smantellamento, soprattutto perché non saprebbero come rimpiazzarlo. La verità è che, sin dalla tenera età, gli americani si sono abituati ad avere orizzonti politici estremamente limitati e una percezione molto ristretta delle possibilità umane. Per molti di loro, la democrazia è sostanzialmente un ideale astratto, non qualcosa che abbiano mai esercitato o di cui abbiano fatto esperienza. Ecco perché così tante persone, quando hanno iniziato a partecipare alle Assemblee Generali e alle altre forme di attività decisionali «orizzontali» di Occupy, hanno avuto la sensazione che si fosse trasformato radicalmente ciò che ritenevano possibile in politica. E io mi ero sentito esattamente come loro nel 2000, quando per la prima volta a New York avevo preso parte al Direct Action Network, la confederazione di gruppi anarchici nata nel 1999 per protestare contro il Wto a Seattle.

Quindi, questo libro non tratta soltanto di Occupy, ma anche della possibilità di realizzare una democrazia in America. Ancora meglio, è un libro sullo sviluppo dell’immaginazione rivoluzionaria innescato da Occupy.

Basterebbe paragonare l’euforia diffusa che ha salutato i primissimi mesi di vita del movimento con l’atmosfera che si è creata durante le elezioni presidenziali un anno dopo. Nell’autunno 2012 si sono visti scendere in campo due candidati: il presidente in carica da cui i sostenitori del Partito democratico si sentivano completamente traditi e un rivale imposto dal mero potere dei soldi ai sostenitori repubblicani, che avevano fatto chiaramente capire che avrebbero preferito più o meno chiunque altro. I due candidati hanno poi speso gran parte delle loro energie a corteggiare miliardari, come si è potuto verificare sulle tv. Gli elettori sapevano benissimo che, se non facevano parte di quel 25% circa di americani che vivono nei swing states (o «stati in bilico», che oscillano tra democratici o repubblicani) i loro voti non avrebbero fatto la minima differenza. E anche nel caso di coloro i cui voti invece contavano, si dava per scontato che la loro scelta cadesse su una fazione che comunque avrebbe dovuto procedere al taglio delle pensioni, dell’assicurazione sanitaria Medicare e delle indennità della Social Security, dal momento che erano in vista sacrifici e la legge del potere è che non si prenda neppure in considerazione che i sacrifici possano essere sostenuti dai ricchi.

In un articolo apparso su Esquire nell’ottobre 2012, Charles Pierce ha sottolineato che le apparizioni televisive degli opinionisti, in questa tornata elettorale, spesso sono parse poco più che celebrazioni sadomasochistiche dell’impotenza popolare, simili a quei reality in cui ci piace vedere i prepotenti che tiranneggiano i propri accoliti:

Abbiamo permesso a noi stessi di impantanarci nelle consuetudini dell’oligarchia, come se non fosse possibile nessun altro tipo di politica, persino in una repubblica che si presume si autogoverni, e la rassegnazione è una delle consuetudini più ovvie. Ci siamo abituati a essere usati dai politici, invece di insistere per avere noi il comando su loro. Le star televisive ci dicono che i leader politici hanno intenzione di firmare i tagli previsti nel Grande patto (bozza di accordo tra Obama e i leader del Congresso sulla riduzione della spesa e del debito pubblico) e che poi «noi» li applaudiremo per aver fatto le «scelte difficili» per nostro conto. È così che si inculcano le consuetudini dell’oligarchia in una collettività politica. Primo, distogliendo le persone dall’idea che il governo sia l’espressione ultima di quella collettività, poi eliminando o indebolendo ogni centro di potere che sia indipendente dall’influenza asfissiante dell’oligarchia, come per esempio le organizzazioni sindacali, e infine facendo capire chiaramente chi è che comanda: il capo sono io, fatevene una ragione.

Questo è esattamente il tipo di politica che rimane quando sfuma il concetto stesso della possibilità della democrazia, ma si tratta di un fenomeno passeggero. Faremmo bene a ricordare che gli stessi identici discorsi si sono tenuti nell’estate del 2011, quando la classe politica non parlava che di crisi e «tetto del debito», e del «Grande patto» (che consisteva nell’apportare ulteriori tagli a Medicare e alla Social Security) che ne sarebbe inevitabilmente conseguito. Poi, a settembre, è arrivato Occupy con centinaia di forum politici autentici in cui ogni americano ha potuto parlare dei suoi problemi e delle sue preoccupazioni reali… e tutto quel discorso è andato a gambe all’aria, e non perché gli occupanti abbiano presentato ai politici richieste e proposte specifiche, ma perché i membri del movimento avevano provocato una crisi di legittimità all’interno del sistema fornendo un assaggio di come avrebbe potuto essere una vera democrazia.

Naturalmente, quegli stessi opinionisti hanno dichiarato che Occupy era morto a partire dagli sgomberi del novembre 2011. Quello che non hanno capito è che quando gli orizzonti politici delle persone si allargano, il cambiamento diventa permanente. Adesso centinaia di migliaia di americani (e non solo di americani, ovviamente, ma anche di greci, spagnoli e tunisini) hanno fatto un’esperienza diretta di autorganizzazione, azione collettiva e solidarietà. Per loro è praticamente impossibile tornare alla vita di prima e vedere le cose nello stesso modo. Mentre le élite finanziarie e politiche del mondo scivolano alla cieca verso la prossima crisi di proporzioni simili a quella del 2008, noi continuiamo a portare avanti l’occupazione (temporanea o permanente) di edifici, fabbriche, case pignorate e uffici, a organizzare scioperi di massa degli affittuari, seminari e assemblee dei debitori, e così facendo poniamo le basi di una cultura autenticamente democratica, nonché di competenze, consuetudini ed esperienze che faranno nascere un concetto totalmente nuovo di politica. Contestualmente si è verificata anche la rinascita dell’immaginazione rivoluzionaria che il buonsenso convenzionale aveva da tempo dichiarato morta.

Tutte le persone coinvolte ammettono che creare una cultura democratica richiede necessariamente un orizzonte temporale lungo: dopotutto stiamo parlando di una profonda trasformazione morale. Ma siamo anche consapevoli che tali cose sono già accadute in passato. Negli Stati Uniti si sono avuti movimenti sociali che hanno generato profondi cambiamenti morali – i primi che vengono alla mente sono l’abolizionismo e il femminismo – ma i tempi sono stati lunghi. Al pari di Occupy, anche questi movimenti hanno agito in gran parte al di fuori del sistema politico convenzionale, utilizzando la disobbedienza civile e l’azione diretta, senza pensare di raggiungere gli obiettivi in un solo anno. Ovviamente, ci sono stati tantissimi altri movimenti che hanno cercato di dare il via a trasformazioni etiche altrettanto profonde e che hanno fallito. Eppure, vi sono ottime ragioni per credere che nella natura stessa della società americana stiano avvenendo svolte fondamentali – le stesse che hanno permesso a Occupy di decollare così in fretta – che fanno ben sperare in una rinascita del progetto democratico sul lungo periodo.

La tesi sociale che sosterrò è piuttosto semplice. Quella che viene chiamata la Grande Recessione ha semplicemente accelerato una profonda trasformazione delle classi sociali americane in corso da decenni. Considerate queste due statistiche: mentre scrivo, un americano su sette è perseguitato da un’agenzia di recupero crediti; intanto, un recente sondaggio ha rivelato che per la prima volta solo una minoranza di americani (il 45%) si definisce «membro della classe media». È difficile credere che questi due fatti non siano collegati. Ultimamente abbiamo assistito a numerosi dibattiti sull’erosione della classe media americana, che però in genere tralasciano il fatto che negli Stati Uniti la «classe media» non è mai stata in primis una categoria economica. È sempre stata associata alla stabilità e sicurezza che deriva dal poter dare per scontato che, indipendentemente da ciò che pensiamo dei politici, le istituzioni della nostra quotidianità, come la polizia, il sistema scolastico, gli ospedali e le cliniche e persino gli istituti di credito sono di fatto dalla nostra parte. Se è così, è difficile credere che chi si vede pignorare la casa da «funzionari seriali» (robo-signers)2 possa sentirsi un membro della classe media; e questo è vero a prescindere dallo scaglione di reddito o dal grado di istruzione raggiunto.

La sensazione sempre più forte che le strutture istituzionali che circondano gli americani in realtà non siano lì per aiutarli (anzi, che siano addirittura oscure forze nemiche) è una diretta conseguenza della finanziarizzazione del capitalismo. Ora, questa potrebbe sembrare un’affermazione alquanto strana, perché siamo abituati a pensare alla finanza come a qualcosa di molto lontano da simili preoccupazioni quotidiane. Molte persone sanno benissimo che gran parte degli utili di Wall Street non deriva più dai frutti dell’industria o del commercio, ma dalla pura e semplice speculazione e dalla creazione di complicati strumenti finanziari. Tuttavia, la critica che in genere viene mossa è che si tratta semplicemente di speculazioni o di elaborati trucchetti che creano la ricchezza limitandosi a dire che esiste. In realtà, la finanziarizzazione implica la collusione tra governo e istituzioni finanziarie mirata a garantire che una percentuale sempre maggiore di cittadini finisca sempre più indebitata. Ciò si verifica a ogni livello. In professioni quali quelle farmaceutiche e infermieristiche vengono introdotte, tra i requisiti, nuove qualifiche accademiche che costringono chiunque voglia lavorare in quei settori a sottoscrivere prestiti studenteschi finanziati dal governo, facendo sì che una parte significativa dei loro stipendi futuri finisca direttamente alle banche. La collusione tra i consulenti finanziari di Wall Street e le forze politiche locali ha portato sull’orlo della bancarotta le amministrazioni comunali, dopodiché la polizia locale riceve l’ordine di applicare in modo sempre più restrittivo i regolamenti relativi a giardini, rifiuti e manutenzione a scapito dei proprietari di case, in modo che il flusso di cassa che deriva dalle multe vada ad aumentare le entrate necessarie per ripagare le banche. In ogni caso, una percentuale degli utili che ne derivano viene nuovamente riversata sui politici attraverso lobbisti e lobby ufficiali di Washington. Se quasi tutte le funzioni del governo locale diventano meccanismi di prelievo finanziario e il governo federale dichiara di considerare come scopo fondamentale mantenere alte le quotazioni azionarie e far sì che un flusso costante di denaro vada a chi possiede strumenti finanziari (per non parlare del fatto di garantire che i principali istituti finanziari non possano mai fallire, indipendentemente da quello che fanno), si fa sempre meno chiara la distinzione tra potere finanziario e potere dello stato.

Ovviamente, questo è proprio ciò che volevamo denunciare quando abbiamo coniato lo slogan «Siamo il 99%». In questo modo, abbiamo fatto una cosa senza precedenti. Siamo riusciti a riportare al centro del dibattito politico americano non solo il tema della classe sociale, ma anche quello del potere di classe. Credo che sia stato possibile solo grazie ai cambiamenti graduali che si sono verificati nella natura del sistema economico (a Occupy Wall Street lo chiamiamo sempre più spesso «capitalismo mafioso») e che rendono impossibile immaginare che il governo americano possa avere qualcosa a che fare con il volere del popolo o persino con il consenso popolare. Di questi tempi, qualunque risveglio della spinta democratica può essere solo un impulso rivoluzionario.




Giorgio Gaslini, il maestro del jazz italiano

Immagine di Giorgio Galsini
Giorgio Galsini

Conosco Giorgio Gaslini da che ho iniziato ad occuparmi di jazz seriamente: qualsiasi libro di storia del jazz degno di questo nome parla di questo grandissimo musicista e compositore italiano ed avevo ascoltato anche qualcosa. Ma distrattamente.

Alla fine di febbraio la meravigliosa trasmissione Birdland della Radio Due della Svizzera di lingua italiana ha trasmesso un ciclo di cinque puntate tutte dedicate al nostro grande autore, in cui Maurizio Franco ce ne propone un ritratto a tutto tondo. Ed è amore a primo ascolto!

Immagine del Cofanetto
Il cofanetto

Di lì a poco recupero quanto riesco della musica di questo incredibile artista: i 4 cd dell’Integrale pubblicati (insieme a tanto altro) dalla Camjazz; e, soprattutto, il bellissimo cofanetto – sempre della Camjazz – con tutti i dischi di Gaslini usciti per la sua etichetta autoprodottaDischi della quercia“.

Ho recuperato anche un libro su Giorgio Gaslini, e cioè il testo omonimo di Adriano Bassi, pubblicato nell’ormai lontano 1986 dalla Franco Muzio Editore.

Gaslini è un artista che ha iniziato a suonare subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, a meno di 20 anni (è del ’29). Un bebopper della prima ora, ha pubblicato il suo primo disco nel 1948! Concerto Riff, ancora oggi ascoltabile nel primo volume dello splendido L’Integrale di cui sopra. Incontra un discreto successo, tanto che riesce a vivere di musica, cosa non semplice allora. Ma non è soddisfatto, e all’apice della fama nazionale lascia tutto e si iscrive al conservatorio, studiando con maestri come il direttore Claudio Abbado, e diplomandosi nella medesima sessione di Luciano Berio Ne uscirà con 5 diplomi.

Inizia così la “vera” carriera musicale di Gaslini, tutta tesa alla ricerca di una musica che sia l’insieme delle sue passioni, della sua vita e delle sue idee. Una musica totale (come poi intitolerà un suo famoso libro, che è anche il suo manifesto artistico, incredibilmente fuori catalogo), dove non ci sia differenza di valore tra musica “euro colta” e jazz.

Il suo primo lavoro, celeberrimo, all’insegna di questa sua filosofia è Tempo e relazione, anch’esso pubblicato nel primo volume dell’Integrale, un disco che, come giustamente scrive Claudio Sessa “appare come la profezia di tanto jazz di ricerca attuale”.

Immagine del Giorgio Gaslini Quartet
Giorgio Gaslini Quartet: con Bedori, Crovetto, Tonani

Con l’inizio degli anni ’60 Gaslini mette in piedi il suo celebre quartetto, quello composto dal fedelissimo sassofonista Gianni Bedori – che suonerà con lui fino alla fine degli anni ’70 – Bruno Crovetto al contrabbasso e Franco Tonani alla batteria. Con questi splendidi musicisti pubblica alcune delle cose più belle della sua discografia.

Dischi come New Feelings (1966), Grido (1968), Il Fiume Furore (1969), Africa (registrato a Milano in studio tra il 10 e il 12 dicembre 1969, data significativa per tutto il paese, ma in particolar modo per un milanese), sono capolavori della musica italiana che oggi, purtroppo, pochissimi conoscono. Il quartetto arriva alla fine degli anni ’60 poi iniziano vari cambi. Entra una nuova ritmica (passeranno per il gruppo di Gaslini i batteristi Gianni Cazzola, Andrea Centazzo; i contrabbassisti Carlo Milano, Bruno Tommaso, Paolo Damiani e Marco Vaggi), arrivano nuovi fiati, come il grande Gianluigi Trovesi, il mai abbastanza rimpianto Massimo Urbani e l’ancor oggi furoreggiante Maurizio Giammarco; l’allora giovane Enrico Rava; suonano questa “nuova” musica anche “vecchio” leoni del jazz italiano, come Dino Piana, Glauco Masetti, Eraldo Volonte, e tanti altri.

Immagine dei musicisti di "New Feeling"
I musicisti di “New Feeling” (tra cui si vedono Don Cherry, Steve Lacy, Gato Barbieri e tutti gli altri)

Ma soprattutto arrivano a suonare con il Maestro alcuni dei maggiori musicisti statunitensi e europei del jazz contemporaneo: da Steve Lacy a Gato Barbieri; da Don Cherry a Rosswell Rudd; da Paul Rutherford a Jean-Luc Ponty; da Tony Oxley a Anthony Braxton.

Eppure trovare i dischi di Gaslini, fino ad oggi, era difficilissimo, se non impossibile. È enorme il merito della Camjazz per il cofanetto ristampato e rimasterizzato di gran parte del catalogo dei Dischi della quercia. Ma rimane da capire come sia possibile che tanta qualità, ri/conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo, abbia avuto – ed ancora abbia, se non presso una nicchia della nicchia – un così basso riscontro.

I motivi sono almeno due. Uno semplice, e perdonatemi il gioco di parole: la musica di Gaslini non è mai semplice. Per apprezzarla bisogna sforzarsi, bisogna provare a capire ed è necessario rompere i vecchi schemi del “jazz classico”. Il risultato sarà impagabile.

Un altro motivo, a mio modesto avviso, lo si può scoprire leggendo i titoli (e l’anno di pubblicazione) di molti dei dischi più belli del maestro:

  • Il Fiume Furore (1969);
  • Fabbrica occupata (1973);
  • Colloquio con Malcolm X (1974);
  • Concerto della Resistenza / Università Statale (1974);
  • Canti di popolo in jazz (1975);
  • Concerto della Libertà. Universo Donna (1975);
  • Murales (1976);
  • Free Actions (1977).

Perché Gaslini non è solo uno dei più grandi autori musicali viventi (e non solo a livello italiano): è anche una persona impegnata, che ha fatto della sua musica, della sua opera, un’azione libera ma incisiva, di denuncia e di ragionamento, di impegno politico e sociale. Ha suonato nelle fabbriche occupate, nei manicomi aperti da Basaglia (su invito dello stesso Basaglia, tra i primi e tra i pochi grandi autori a farlo), nei concerti di solidarietà con le lotte dei paesi del “terzo mondo”. Ha vissuto gli anni ’60 e ’70 dentro le lotte del nostro pese, facendole sue e portando la sua musica come contributo fondamentale alle lotte stesse.

Si potrebbe – si dovrebbe! – scrivere interi libri sulla vita, sulla musica e sulle idee di questo grande artista italiano. Oltre che di musica Gaslini si è occupato anche di cinema, scrivendo tantissime colonne sonore; di teatro (ha lavorato con il Living Theatre, con Giorgio Strehler al Piccolo di Milano, tra gli altri); di danza, di pittura.

E di didattica. Giorgio Gaslini ha tenuto il primo “corso di jazz” italiano, già negli anni ’50; ed ha tenuto il primo “corso di jazz” all’interno di una struttura ufficiale dell’insegnamento musicale italiano classico, al Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma, nel 1972, aiutando a crescere una schiera foltissima di giovani musicisti, molti dei quali hanno poi suonato con lui, anche giovanissimi (come il sedicenne Massimo Urbani).

Un artista che ancora recentemente – in un’intervista rilasciata alla webzine Jazzitalia nel 2008 non ha paura di dire le cose in faccia, anche parlando dei colleghi (il grassetto è mio):

Negli Usa ci si è fermati agli anni ’60. Ci sono ancora tanti grandi suonatori, oltreoceano, formati da grandi scuole ma idee nuove non ce ne sono. E’ che non ci sono più quelle tensioni sociali e razziali, quella voglia di nuovo che distinse i decenni successivi alla seconda guerra mondiale. C’era ribellione, fermento, nel bene e nel male. C’era vivacità. Se non c’è spinta sociale questa musica, tanto aperta al mondo, langue. E se non ci sono grandi artisti capaci di trovare dentro di loro motivazioni profondissime, e in questo momento non ci sono, rimane ferma.

Ed ancor di più parlando dei critici (come sopra):

I critici ad esempio, già pigri per loro conto, finiscono per ascoltare pochissimi dischi, quelli delle case che contano. Poi magari vengono chiamati ad esprimere il loro giudizio nei vari referendum. Che sono spesso del tutto inattendibili. Quello di “Musica jazz”, ad esempio, è in mano a giornalisti per lo più sconosciuti e senza titoli particolari. Domina la musica di mercato, non quella d’arte. C’è molta omologazione, molto conformismo, come non c’era mai stato.

Un monumento vivente della musica d’autore italiana, che sa spaziare naturalmente tra jazz, musica classica, e musica “popolare”. E come la gran parte dei preziosi patrimoni del nostro paese, lasciato da parte e conosciuto da pochi, pochissimi fortunati.




Gardend Dwarf Killers: rock e cornamusa in Toscana

un'immagine ironica dei Gardend Dwarf Killers
Gardend Dwarf Killers

Metti il rock con la Great Highland Bagpipe (cornamusa scozzese), il tutto trapiantato in quel di Siena, e ti ritrovi in un panorama sonoro e musicale quantomeno particolare, sicuramente interessante e nuovo. Che non è poco, al giorno d’oggi.

Sto parlando dei Gardend Dwarf Killers, rock band toscana, con ormai qualche anno alle spalle ed un disco sfornato nel 2012.

Oltre alla perizia tecnica musicale – che ognuno può verificare col proprio udito e il proprio gusto – bisogna rendere merito ai Gardend Dwarf Killers per aver pubblicato la loro musica sotto Creative Commons, una licenza libera, che tutela il diritto d’autore ma anche la possibilità di ascoltare musica di qualità senza necessariamente svenarsi e regalari ulteriori profitti alle mega aziende dell’intrattenimento mondiale.

Bravi!




Sun Ra e il suo viaggio intergalattico

Foto di Sun Ra e la sua Arkestra nel 1980
Sun Ra e la sua Arkestra nel 1980

Ogni tanto capita di essere fortunati. Nel mio caso qualche mese fa leggo la recensione di un libro, la biografia di un musicista jazz americano del secolo scorso. Un musicista che conosco di nome, ma che non ho mai ascoltato. Un tipo interessante, strano, un po’ “di fuori”, come piacciono a me; ma non c’è mai stata l’occasione, e per me nella musica è come coi libri: deve essere “il momento giusto”.

Durante le vacanze di natale arriva “il momento giusto”: di getto decido di comprare quel libro di cui dicevo sopra, ed esattamente:

John F. Szwed, Space is the place. La vita e la musica di Sun Ra, Roma, Minimum Fax

cioè la prima biografia di questo grandissimo musicista e della sua Arkestra e, soprattutto, della sua – della loro – grandissima musica.

Negli stessi giorni esce il numero di dicembre della rivista Musica Jazz, ed anche loro si occupano di Sun Ra:

AA.VV., Sun Ra. Venti e cento anni dopo, Musica Jazz, Dicembre 2013

Insomma, una serie di circostanze, di coincidenze, mi buttano tra le braccia sonore di questo grandissimo personaggio: ed è amore a primo ascolto!

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La discografia di Sun Ra è ENORME: centinaia di dischi tra la metà degli anni ’50 e i primi anni ’90. Enorme di quantità, ma soprattutto di qualità. Il nostro passa dal modale di Jazz in Silhouette (di cui lo splendido brano sopra) al free di The Magic City; inizia ad usare le tastiere elettriche nel ’39, quando nessuno manco sapeva che esistessero. Fonda la prima etichetta discografica autogestita negli anni ’50 – la El Saturn Records – cioè almeno una ventina di anni prima che la cosa diventi fenomeno (giovanile) di massima; la sua Arkestra, già alla fine degli anni ’50, diventa una comune, dove i musicisti vivono insieme, provano, suonano, mangiano.

Sun Ra morirà nel 1993 dopo aver attraversato il secolo sulla sua nave spaziale arrivata da Saturno, pronto a continuare il suo viaggio intergalattico verso la libertà.

Questo aspetto della sua filosofia, da cui il suo nome (Sun = sole in inglese; RA = il dio del sole egiziano), cioè il continuare ad affermare di non essere umano ma un nativo di Saturno è meno folle di quel che può sembrare: nella cultura afroamericana, cioè nella cultura di un popolo che ha passato i primi secoli della sua vita in schiavitù, dopo essere stato deportato in catene dalla sua terra natia – con un tributo di sangue che al confronto la shoa passa in secondo piano – il tema della fuga è sempre stato centrale, ovviamente. In moltissimi testi religiosi afroamericani, già nel XIX secolo, si parla di viaggi verso le stelle, come metafore per parlare, in realtà, della fuga dalla schiavitù. Sun Ra porterà questo tema al massimo delle possibilità filosofiche, religiose, ma anche spettacolari: non si può comprendere l’arte di questo musicista se non si guarda, oltre che si ascolta, la sua musica.

 [youtuber youtube=’http://www.youtube.com/watch?v=NwNtxFH6IjU’]

Sun Ra nel suo percorso ha influenzato generazioni di musicisti, ed ancora oggi molti artisti lo scoprono, lo amano e lo usano. Non perdetevelo, merita.




R/esistenze

La copertina del libro Amianto di Alberto Prunetti
Amianto

Non credo tanto ai casi, tanto meno quando si tratta di letteratura.

Il caso può portarti a trovare, in quella particolare bancarella, un libro che cercavi da tanto tempo o scoprire di avere gusti simili a qualcuno di inaspettato. Ma di sicuro non è il caso a farti scegliere di leggere un libro piuttosto che un altro.

Sicuramente non è stato il caso se ultimamente, cioè negli ultimi mesi, mi sono ritrovato a leggere libri che avevano tutti più o meno a che fare con forme di resistenza allo stato di cose presenti. Che il soggetto fosse la Resistenza – quella con la R maiuscola, anche se spesso per protagonisti ha avuto personaggi tutti minuscoli – o storie di resistenze minuscole, appunto, fatte da gente minuta, normale, quotidiana, in un modo o nell’altro l’argomento è sempre stato questo.

L’ultimo di questi è stato uno di quelli che mi hanno colpito di più: “Amianto” di Alberto Prunetti pubblicato per i tipi di Agenzia X.

Vi si narra la storia del padre di Alberto, Renato, operaio tubista, “trasfertista”, che per decenni gira i cantieri italiani a montare, smontare e manutenere impianti industriali, sempre a contatto con le peggiori sostanze tossiche e nocive dell’industria contemporanea – ad iniziare dall’amianto, appunto – e a causa delle quali, pochissimo dopo essere andato in pensione, a soli 59 anni, morirà di cancro.

Il libro è una cronaca, un pezzo di biografia operaia, vista dal figlio Alberto, narrata con amore, rispetto, ironia e, ovviamente, tanta rabbia. La storia di cosa sia stato (?) essere “classe operaia” nel nostro paese ancora nel XXI secolo, di quali sacrifici abbiano fatto queste persone e le loro famiglie per permettere ai propri figli non la semplice sopravvivenza ma anche un miglioramento della loro condizione è esemplare in questo libro. Senza lamenti, con coerenza e pure la giusta (auto)critica e i differenti punti di vista tra un padre cresciuto col mito del lavoro (stacanovista) ed un figlio libertario.

La cronaca della dignità, della ricchezza di vita, di rapporti, di amore di una classe – usiamoli i termini giusti, le parole sono importanti, dicevano una volta – ma anche le illusioni, il credere in un percorso che ha portato alla morte, da una parte, e alla precarietà dall’altra.

E’ anche la storia di un pezzo importante dell’industria siderurgica italiana, ad iniziare dalla tanto attuale ILVA, per lunghi anni di stanza tra le provincie di Livorno e Grosseto, nelle famose colline metallifere, terra di braccianti e minatori, dove la vita è sempre stata molto dura.

Il libro finisce con la morte, tremenda, di Renato, e col tentativo della sua famiglia di avere giustizia. Ma come dice Alberto, la “giustizia”non puoi averla da un tribunale quando sei già morto, perché non è giustizia ma carità (a carico del cittadino, tra l’altro, manco delle aziende che ti hanno ammazzato).

Un libro bellissimo e tremendo, come dice Evangelisti nell’appassionata prefazione, come uno schiaffo in faccia. Per i tanti che ancora oggi sono preda della sbornia della “fine del lavoro”, della fuffa del general intellect, del lavoro cognitivo, quando il mondo, e in buona parte anche il nostro paese – si accomodassero lor signori intellettuali nelle campagne del bel paese, dove migranti e italiani lavorano a pochi euri l’ora; o nei garage dove gli stessi stanno anche 10 ore il giorno per la miseria di cui sopra, o nelle case degli anziani che se lo possono permettere a fare le badanti, tanto per fare solo pochi esempi – è pieno di proletariato sfruttato a sangue e spesso ucciso da condizioni di lavoro più simili alla schiavitù che altro.

La copertina del libro La bomba e la Gina di Marco Codebò
La bomba e la Gina

L’altro libro, bellissimo, è “La bomba e la Gina” di Marco Codebò pubblicato dai tipi di Round Robin in cui si narra la vicenda della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e del successivo assassinio di Pino Pienelli, mentre si racconta, intersecando documenti storici, cronaca e narrativa, vari piani e vari momenti storici, tutti legati dalla continuità della cultura (e della pratica) fascista nel nostro paese anche molti decenni dopo la caduta del regime mussoliniano.

Protagonista principale della storia è il ferroviere anarchico Pinelli e il suo omicidio nelle stanze della questura milanese, il suo essere stato giovanissima staffetta partigiana nella Milano della Resistenza; ma anche di Marcello Giuda, questore proprio a Milano durante le indagini per la strage di Piazza Fontana, principale depistatore nelle ore immediatamente successive l’eccidio ma anche direttore del confino di Ventottene durante gli anni del fascismo, in cui vennero detenuti comunisti, socialisti ed anarchici.

Emerge in questo bel romanzo quel buco della storia d’Italia – più che della storia, di cui si sa già tutto, della giustizia d’Italia – che è la continuità del fascismo nella repubblica, le responsabilità dei partiti – compreso quello Comunista – in questa continuità e il ruolo dei fascisti, fuori e dentro le istituzioni, della strategia della tensione tra la fine degli anni ’60 e la fine dei ’70.




Voci dalla luna, di Andre Dubus

Copertina del libro di Andre Dubus, Voci dalla luna
La copertina

Inizio oggi una nuova tipologia di post. La recensione.

Lo faccio perché mi va, perché leggo tanto ed ascolto tanta musica, e magari a qualcun@ potrebbe interessare leggere qualche commento su libri o dischi che mi passano tra mani, occhi ed orecchie.

Inizio anche perché ho appena finito questo libro – che in realtà è un racconto lungo – di Andre Dubus, che dice sia uno dei più grandi scrittori statunitensi del ‘900 e sicuramente uno dei più grandi nel campo del racconto (breve o corto che sia); e mi ha talmente entusiasmato, questo lungo racconto, da portarmi a decidere di inaugurare questa piccola sezione sul mio blog, nonostante ne abbiamo già scritto su Anobii e Goodreads.

Questo splendido testo narra una giornata di una normalissima famiglia, incasinata come possono essere tante altre, non tanto di più, non tanto di meno: il babbo, Greg, dice al figlio Larry che ha iniziato una relazione con Brenda, l’ex moglie di Larry stesso (che non apprezza particolarmente la cosa). E che, come se non bastasse, si sposeranno. Richie, il figlio dodicenne sente tutta la conversazione dalla sua camera da letto, con ovvi risvolti poco simpatici.

Da qui si dipana tutta la vicenda, permettendoci di conoscere tutta la famiglia, oltre ai già citati anche la sorella Carol e la madre Joan, e come questa vicenda, questa notizia venga vissuta da tutti/e. Un escamotage dell’Autore con il quale entra nella vita di queste persone e ce la dischiude dall’interno, dal dentro delle loro emozioni, dei loro difetti, dei loro limiti, della loro bellezza. Lo fa senza sprecare una parola, una lettera, un fiato. Con una leggerezza che non è mai superficialità, anzi!

Un libro che è un inno alla vita, alla capacità di vivere a testa alta nonostante tutto, senza la pretesa di essere degli eroi, ma semplicemente dei complicatissimi esseri umani.

Il nostro compito non è vivere grandi vite, il nostro compito è capire e vivere le nostre vite

Andre Dubus, Voci dalla luna, Mattioli  1885, 2011, pp. 134, €17,90