Adriano Bassi su Giorgio Gaslini

Pagina di presentazione del libro "Giorgio Gaslini. Non solo jazz"Scopro con piacere, su segnalazione dell’autore (che ringrazio sentitamente), che nel mese di Aprile di questo 2016 uscirà una nuova pubblicazione sul grande musicista italiano Giorgio Gaslini, di cui ho già scritto un paio di anni fa.

Il libro in questione si intitolerà “Giorgio Gaslini. Non solo jazz“, uscirà per i tipi della Casa Musicale Eco dalla fatica del pianista, studioso, didatta, critico musicale, Adriano Bassi, già autore di un libro sul maestro milanese, pubblicato nell’ormai lontano 1986 dalla Franco Muzio Editore.

Attendo con trepidazione la possibilità di leggere nuove cose su un così grande maestro.




Giorgio Gaslini, il maestro del jazz italiano

Immagine di Giorgio Galsini
Giorgio Galsini

Conosco Giorgio Gaslini da che ho iniziato ad occuparmi di jazz seriamente: qualsiasi libro di storia del jazz degno di questo nome parla di questo grandissimo musicista e compositore italiano ed avevo ascoltato anche qualcosa. Ma distrattamente.

Alla fine di febbraio la meravigliosa trasmissione Birdland della Radio Due della Svizzera di lingua italiana ha trasmesso un ciclo di cinque puntate tutte dedicate al nostro grande autore, in cui Maurizio Franco ce ne propone un ritratto a tutto tondo. Ed è amore a primo ascolto!

Immagine del Cofanetto
Il cofanetto

Di lì a poco recupero quanto riesco della musica di questo incredibile artista: i 4 cd dell’Integrale pubblicati (insieme a tanto altro) dalla Camjazz; e, soprattutto, il bellissimo cofanetto – sempre della Camjazz – con tutti i dischi di Gaslini usciti per la sua etichetta autoprodottaDischi della quercia“.

Ho recuperato anche un libro su Giorgio Gaslini, e cioè il testo omonimo di Adriano Bassi, pubblicato nell’ormai lontano 1986 dalla Franco Muzio Editore.

Gaslini è un artista che ha iniziato a suonare subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, a meno di 20 anni (è del ’29). Un bebopper della prima ora, ha pubblicato il suo primo disco nel 1948! Concerto Riff, ancora oggi ascoltabile nel primo volume dello splendido L’Integrale di cui sopra. Incontra un discreto successo, tanto che riesce a vivere di musica, cosa non semplice allora. Ma non è soddisfatto, e all’apice della fama nazionale lascia tutto e si iscrive al conservatorio, studiando con maestri come il direttore Claudio Abbado, e diplomandosi nella medesima sessione di Luciano Berio Ne uscirà con 5 diplomi.

Inizia così la “vera” carriera musicale di Gaslini, tutta tesa alla ricerca di una musica che sia l’insieme delle sue passioni, della sua vita e delle sue idee. Una musica totale (come poi intitolerà un suo famoso libro, che è anche il suo manifesto artistico, incredibilmente fuori catalogo), dove non ci sia differenza di valore tra musica “euro colta” e jazz.

Il suo primo lavoro, celeberrimo, all’insegna di questa sua filosofia è Tempo e relazione, anch’esso pubblicato nel primo volume dell’Integrale, un disco che, come giustamente scrive Claudio Sessa “appare come la profezia di tanto jazz di ricerca attuale”.

Immagine del Giorgio Gaslini Quartet
Giorgio Gaslini Quartet: con Bedori, Crovetto, Tonani

Con l’inizio degli anni ’60 Gaslini mette in piedi il suo celebre quartetto, quello composto dal fedelissimo sassofonista Gianni Bedori – che suonerà con lui fino alla fine degli anni ’70 – Bruno Crovetto al contrabbasso e Franco Tonani alla batteria. Con questi splendidi musicisti pubblica alcune delle cose più belle della sua discografia.

Dischi come New Feelings (1966), Grido (1968), Il Fiume Furore (1969), Africa (registrato a Milano in studio tra il 10 e il 12 dicembre 1969, data significativa per tutto il paese, ma in particolar modo per un milanese), sono capolavori della musica italiana che oggi, purtroppo, pochissimi conoscono. Il quartetto arriva alla fine degli anni ’60 poi iniziano vari cambi. Entra una nuova ritmica (passeranno per il gruppo di Gaslini i batteristi Gianni Cazzola, Andrea Centazzo; i contrabbassisti Carlo Milano, Bruno Tommaso, Paolo Damiani e Marco Vaggi), arrivano nuovi fiati, come il grande Gianluigi Trovesi, il mai abbastanza rimpianto Massimo Urbani e l’ancor oggi furoreggiante Maurizio Giammarco; l’allora giovane Enrico Rava; suonano questa “nuova” musica anche “vecchio” leoni del jazz italiano, come Dino Piana, Glauco Masetti, Eraldo Volonte, e tanti altri.

Immagine dei musicisti di "New Feeling"
I musicisti di “New Feeling” (tra cui si vedono Don Cherry, Steve Lacy, Gato Barbieri e tutti gli altri)

Ma soprattutto arrivano a suonare con il Maestro alcuni dei maggiori musicisti statunitensi e europei del jazz contemporaneo: da Steve Lacy a Gato Barbieri; da Don Cherry a Rosswell Rudd; da Paul Rutherford a Jean-Luc Ponty; da Tony Oxley a Anthony Braxton.

Eppure trovare i dischi di Gaslini, fino ad oggi, era difficilissimo, se non impossibile. È enorme il merito della Camjazz per il cofanetto ristampato e rimasterizzato di gran parte del catalogo dei Dischi della quercia. Ma rimane da capire come sia possibile che tanta qualità, ri/conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo, abbia avuto – ed ancora abbia, se non presso una nicchia della nicchia – un così basso riscontro.

I motivi sono almeno due. Uno semplice, e perdonatemi il gioco di parole: la musica di Gaslini non è mai semplice. Per apprezzarla bisogna sforzarsi, bisogna provare a capire ed è necessario rompere i vecchi schemi del “jazz classico”. Il risultato sarà impagabile.

Un altro motivo, a mio modesto avviso, lo si può scoprire leggendo i titoli (e l’anno di pubblicazione) di molti dei dischi più belli del maestro:

  • Il Fiume Furore (1969);
  • Fabbrica occupata (1973);
  • Colloquio con Malcolm X (1974);
  • Concerto della Resistenza / Università Statale (1974);
  • Canti di popolo in jazz (1975);
  • Concerto della Libertà. Universo Donna (1975);
  • Murales (1976);
  • Free Actions (1977).

Perché Gaslini non è solo uno dei più grandi autori musicali viventi (e non solo a livello italiano): è anche una persona impegnata, che ha fatto della sua musica, della sua opera, un’azione libera ma incisiva, di denuncia e di ragionamento, di impegno politico e sociale. Ha suonato nelle fabbriche occupate, nei manicomi aperti da Basaglia (su invito dello stesso Basaglia, tra i primi e tra i pochi grandi autori a farlo), nei concerti di solidarietà con le lotte dei paesi del “terzo mondo”. Ha vissuto gli anni ’60 e ’70 dentro le lotte del nostro pese, facendole sue e portando la sua musica come contributo fondamentale alle lotte stesse.

Si potrebbe – si dovrebbe! – scrivere interi libri sulla vita, sulla musica e sulle idee di questo grande artista italiano. Oltre che di musica Gaslini si è occupato anche di cinema, scrivendo tantissime colonne sonore; di teatro (ha lavorato con il Living Theatre, con Giorgio Strehler al Piccolo di Milano, tra gli altri); di danza, di pittura.

E di didattica. Giorgio Gaslini ha tenuto il primo “corso di jazz” italiano, già negli anni ’50; ed ha tenuto il primo “corso di jazz” all’interno di una struttura ufficiale dell’insegnamento musicale italiano classico, al Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma, nel 1972, aiutando a crescere una schiera foltissima di giovani musicisti, molti dei quali hanno poi suonato con lui, anche giovanissimi (come il sedicenne Massimo Urbani).

Un artista che ancora recentemente – in un’intervista rilasciata alla webzine Jazzitalia nel 2008 non ha paura di dire le cose in faccia, anche parlando dei colleghi (il grassetto è mio):

Negli Usa ci si è fermati agli anni ’60. Ci sono ancora tanti grandi suonatori, oltreoceano, formati da grandi scuole ma idee nuove non ce ne sono. E’ che non ci sono più quelle tensioni sociali e razziali, quella voglia di nuovo che distinse i decenni successivi alla seconda guerra mondiale. C’era ribellione, fermento, nel bene e nel male. C’era vivacità. Se non c’è spinta sociale questa musica, tanto aperta al mondo, langue. E se non ci sono grandi artisti capaci di trovare dentro di loro motivazioni profondissime, e in questo momento non ci sono, rimane ferma.

Ed ancor di più parlando dei critici (come sopra):

I critici ad esempio, già pigri per loro conto, finiscono per ascoltare pochissimi dischi, quelli delle case che contano. Poi magari vengono chiamati ad esprimere il loro giudizio nei vari referendum. Che sono spesso del tutto inattendibili. Quello di “Musica jazz”, ad esempio, è in mano a giornalisti per lo più sconosciuti e senza titoli particolari. Domina la musica di mercato, non quella d’arte. C’è molta omologazione, molto conformismo, come non c’era mai stato.

Un monumento vivente della musica d’autore italiana, che sa spaziare naturalmente tra jazz, musica classica, e musica “popolare”. E come la gran parte dei preziosi patrimoni del nostro paese, lasciato da parte e conosciuto da pochi, pochissimi fortunati.




Sun Ra e il suo viaggio intergalattico

Foto di Sun Ra e la sua Arkestra nel 1980
Sun Ra e la sua Arkestra nel 1980

Ogni tanto capita di essere fortunati. Nel mio caso qualche mese fa leggo la recensione di un libro, la biografia di un musicista jazz americano del secolo scorso. Un musicista che conosco di nome, ma che non ho mai ascoltato. Un tipo interessante, strano, un po’ “di fuori”, come piacciono a me; ma non c’è mai stata l’occasione, e per me nella musica è come coi libri: deve essere “il momento giusto”.

Durante le vacanze di natale arriva “il momento giusto”: di getto decido di comprare quel libro di cui dicevo sopra, ed esattamente:

John F. Szwed, Space is the place. La vita e la musica di Sun Ra, Roma, Minimum Fax

cioè la prima biografia di questo grandissimo musicista e della sua Arkestra e, soprattutto, della sua – della loro – grandissima musica.

Negli stessi giorni esce il numero di dicembre della rivista Musica Jazz, ed anche loro si occupano di Sun Ra:

AA.VV., Sun Ra. Venti e cento anni dopo, Musica Jazz, Dicembre 2013

Insomma, una serie di circostanze, di coincidenze, mi buttano tra le braccia sonore di questo grandissimo personaggio: ed è amore a primo ascolto!

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La discografia di Sun Ra è ENORME: centinaia di dischi tra la metà degli anni ’50 e i primi anni ’90. Enorme di quantità, ma soprattutto di qualità. Il nostro passa dal modale di Jazz in Silhouette (di cui lo splendido brano sopra) al free di The Magic City; inizia ad usare le tastiere elettriche nel ’39, quando nessuno manco sapeva che esistessero. Fonda la prima etichetta discografica autogestita negli anni ’50 – la El Saturn Records – cioè almeno una ventina di anni prima che la cosa diventi fenomeno (giovanile) di massima; la sua Arkestra, già alla fine degli anni ’50, diventa una comune, dove i musicisti vivono insieme, provano, suonano, mangiano.

Sun Ra morirà nel 1993 dopo aver attraversato il secolo sulla sua nave spaziale arrivata da Saturno, pronto a continuare il suo viaggio intergalattico verso la libertà.

Questo aspetto della sua filosofia, da cui il suo nome (Sun = sole in inglese; RA = il dio del sole egiziano), cioè il continuare ad affermare di non essere umano ma un nativo di Saturno è meno folle di quel che può sembrare: nella cultura afroamericana, cioè nella cultura di un popolo che ha passato i primi secoli della sua vita in schiavitù, dopo essere stato deportato in catene dalla sua terra natia – con un tributo di sangue che al confronto la shoa passa in secondo piano – il tema della fuga è sempre stato centrale, ovviamente. In moltissimi testi religiosi afroamericani, già nel XIX secolo, si parla di viaggi verso le stelle, come metafore per parlare, in realtà, della fuga dalla schiavitù. Sun Ra porterà questo tema al massimo delle possibilità filosofiche, religiose, ma anche spettacolari: non si può comprendere l’arte di questo musicista se non si guarda, oltre che si ascolta, la sua musica.

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Sun Ra nel suo percorso ha influenzato generazioni di musicisti, ed ancora oggi molti artisti lo scoprono, lo amano e lo usano. Non perdetevelo, merita.




Grazie Madiba

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Perugia: C_Jazz, critical Jazz, commons jazz, connessioni

[Fonte: CommonsLab]

Dal 10 al 18 luglio si tiene a Perugia, Umbria Jazz, una delle manifestazioni musicali più importanti dell’intero panorama nazionale. La Perugia delle grandi Kermesse (vedi alla stessa voce Eurochocolate o Festival Internazionale del Giornalismo) alleste ancora una volta la vetrina delle grandi occasioni, tentando di esporre la sua immagine artificiale di città agiata e pacificata ed affrettandosi a mettere sotto il tappeto le contraddizioni, ricche e molteplici, che quotidianamente la invadono.
Umbria Jazz 2009 è anche il primo grande evento dell’ “Era Boccali”, il battesimo della nuova amministrazione di centro sinistra uscita sì vittoriosa all’ultima competizione elettorale, ma con un deficit di credibilità e consensi mai registrato fino ad ora. “Era Boccali” che punta subito alla realizzazione di due grandi progetti di trasformazione metropolitana: il vecchio ospedale Monteluce ed il Mercato Coperto. Due project financing che tendono a rafforzare sempre più quella governance del mattone che da anni sta mostrando la sua fame di potere e speculazione a Perugia ed in tutta l’Umbria.

Ma Umbria Jazz, nell’immaginario di chi vive e attraversa la nostra città, è anche melting pot, è crocevia di incontri, di relazioni vive, di emozioni: insomma di tutto ciò che, in modo interdipendente con la musica, diventa immediatamente merce. E proprio perchè merce rappresenta terreno di conflitto, di riappropriazione, di lotta sociale, di liberazione. Rappresenta uno spazio reale di connessione tra tutte le forze di quella metropoli viva che esprime sempre più potenza eccedente nel capitalismo della crisi.

In questo contesto si colloca la manifestazione C_Jazz in programma dal 11 al 18 luglio al Commons LaB di via della Sposa

C_Jazz è “critical jazz” perchè rilancia un’idea di musica che esuli da qualsiasi tag di genere, ma che sia un combo culturale e sociale di contaminazioni e meticciaggio.
C_Jazz è “commons jazz” perchè la musica è sapere e produzione viva, che non vuole essere solo spazio creativo autogestito marginalizzato, ma un processo di autonomia e liberazione vera dai dispositivi di dipendenza delle nostre vite dal capitale.
C-Jazz è un “connettore” di moltitudini metropolitane che rivendicano spazi, cultura, socialità, libertà.

Il programma di C_Jazz, oltre alla parte musicale, all’interno della quale sono previste performance di musicisti e dj, prevede uno spazio “visual”, con proiezioni di film e documentari, installazioni video e mostre di pittura, ed un’area dedicata alle “culture attive”, all’interno della quale ci saranno seminari sul creative commons ed una sezione di discussione permanente sull’accesso libero e gratuito agli spazi e agli eventi culturali della metropoli.

PROGRAMMA
OGNI GIORNO A PARTIRE DALLE 19

SABATO 11: GRETA & FILIPPO_FAKE 2 (standard jazz / MPB e dintorni)
DOMENICA 12: DJ SET SKA / ROCKSTEADY / NORTHERN SOUL a cura di Il Grigio, Ciski & Antonio Patata
LUNEDì 13: JAM SESSION
MARTEDì 14: JAM SESSION
MERCOLEDì 15: DJ SET ELETTROJAZZ / AFROBEAT a cura di DJ Luca Tattanella
GIOVEDì 16: JAM SESSION
VENERDì 17: RAND BURKERT & TAHEO PAIK (blues / bluegrass)
SABATO 17: GRAN SERATA FINALE CON DJ & MUSICISTI

VISUAL ART:
tutti i giorni sarà presente la mostra di pittura “World*3″ a cura dell’artista giapponese Ayumi Makita e dell’Ass. Lilliput proiezioni di film & documentari sulla musica jazz
installazioni video

CULTURE:
gastronomia etnica
area tematica di scambio di libri dal titolo “Pensare la contemporaneità”
spazio wi fi e free download
seminari sul creative commons
area di discussione permanente sull’accesso libero e gratuito agli spazi ed agli eventi culturali della metropoli




Minimum Jam all’Arci di Perugia

Leggo questa news e mi spiace così tanto non poterci andare, che la pubblico e la promuovo, anche se, purtroppo, non sono stipendiato dalla bellissima casa editrice Minimumfax. Se potete andarci, fatelo, non ve ne pentirete.

MINIMUM JAM ALL’ARCI PERUGIA

La vita e la musica dei grandi della storia del Jazz

Nel corso della ricerca sui linguaggi in trasformazione, la casa editrice minimum fax ha dato vita, parallelamente alle ricerca letteraria, alla serie di autobiografie e biografie sul jazz e sulla musica nera, che fu inaugurata proprio da Come se avessi le ali. Le memorie perdute di Chet Baker , uscito allora nel decennale della morte del grande artista americano.

Gli incontri di MINIMUM JAM sui grandi personaggi della storia del jazz saranno a metà strada tra la lectio magistralis e l’informale condivisione di esperienza.

I maggiori esponenti della musica jazz e della critica musicale italiana si alterneranno dal 10 luglio ogni giorno alle 19.00 sulla terrazza del Mercato coperto di Piazza Matteotti (Perugia) per parlare del loro rapporto personale con il musicista presentato e del libro che ne condensa la vita e l’esperienza musicale.

Il programma ( scaricalo qui in pdf ):

Leggi tutti i dettagli della rassegna MINIMUM JAM e il ricordo di Paolo Fresu usciti oggi sul Venerdì di Repubblica.