Adriano Bassi su Giorgio Gaslini

Pagina di presentazione del libro "Giorgio Gaslini. Non solo jazz"Scopro con piacere, su segnalazione dell’autore (che ringrazio sentitamente), che nel mese di Aprile di questo 2016 uscirà una nuova pubblicazione sul grande musicista italiano Giorgio Gaslini, di cui ho già scritto un paio di anni fa.

Il libro in questione si intitolerà “Giorgio Gaslini. Non solo jazz“, uscirà per i tipi della Casa Musicale Eco dalla fatica del pianista, studioso, didatta, critico musicale, Adriano Bassi, già autore di un libro sul maestro milanese, pubblicato nell’ormai lontano 1986 dalla Franco Muzio Editore.

Attendo con trepidazione la possibilità di leggere nuove cose su un così grande maestro.




Addio a Daevid Allen, l’anima folle e geniale del Prog, dai Soft Machine ai Gong

Immagine dei I Gong nel 1974, ai tempi di "You", ultimo capitolo della trilogia "Radio Gnome"
I Gong nel 1974, ai tempi di “You”, ultimo capitolo della trilogia “Radio Gnome”

Muore uno dei grandi geni della musica del ‘900, quel Daevid Allen che dagli inizi degli anni ’60 a ieri è stato un precursore, un sabotatore, un fine ricercatore di qualsiasi alterità geniale potesse essere espressa in forma musicale (e non solo).

Poeta, autore teatrale, musicista, Allen arriva a Canterbury dall’Australia, passando per Parigi, dove ha incontrato autori della Beat Generation, ad iniziare da quel William Burroughs che di quella generazione è stato un po’ un babbo, oltre che un ispiratore.

Nel 1963 fonda il “Daevid Allen Trio”, con Robert Wyatt e Hugh Hopper – che fonderanno con lui, anni dopo, i mitici Soft Machine (e torna Burroughs), con cui poi torna a Parigi per partecipare a degli esperimenti di tape loop con l’allora sconosciuto Terry Riley.

Nel 1965 nascono, appunto, i Soft Machine, in cui il nostro rimarrà solo un anno, ma sufficiente a pubblicare il primo album del gruppo, una delle pietre miliare della psichedelia e della musica rock in generale.

Nel 1968, infatti, Allen è costretto a tornare a Parigi, essendo scaduto il suo permesso di soggiorno in Inghilterra. Questa è una fortuna, per tutti noi, perché è proprio a Parigi che il nostro partecipa al celebre Maggio francese, e dando inizio a quella folgorante avventura che è il gruppo, il collettivo, la comune nota al mondo come i Gong, che pubblicano il loro primo, travolgente album – Magic Brother / Magic Sister – due anni dopo, nel 1970.

https://www.youtube.com/watch?v=PCcJ6JeBh1s&list=PLFFADB12F97A38D02

Una musica che unisce rock, psichedelia, jazz, free, teatro, politica, teatro, vita, tutto. Tutto quello che “l’immaginazione al potere” può pensare, aiutata e coadiuvata da esperimenti lisergici che allargano non solo gli orizzonti ma anche le percezioni dei partecipanti.

Ed è proprio in questo splendido mix che è la vita di molti e molte a cavallo tra anni ’60 e anni ’70 che Allen, una notte, viene visitato dagli Pot Head Pixies, provenienti da un luminoso pianeta verde di nome Gong ed arrivati sulla terra in figurine d’inchiostro tramite una pipa di hashish piena di sogni visibili. Si spostano su teiere volanti, quando vogliono possono diventare invisibili e sul loro pianeta si autogovernano da se tramite un sistema chiamato Anarchia flottante.

Ci parlano tramite la loro radio, Radio Gnome Invisible e il compito di Allen e dei suoi soci – i Gong, appunto – è quello di raccontarci tutto quello che possono di queste splendide creature e del loro luminoso pianeta. Nasce così la fantastica trilogia di Radio Gnome, composta dagli album Flying Teapot, Angel’s Egg e You.

Allen ci ha insegnato per anni a pestare chiodi di garofano nel mortaio della vita, a non accontentarci delle parvenze che spesso nascondono il senso vero della realtà, ci ha convinti a scavalcare il muro del vicino per rubare le mele che i genitori ci avevano assicurato non essere assolutamente “musica”.

Grazie Daevid, di tutto.

Aggiornamento del 21 marzo

Qui di seguito lo splendido articolo di Guido Festinese, uscito su il manifesto di oggi

A chi rac­conta in giro la vischiosa e inte­res­sata bugia che i Set­tanta sareb­bero stati solo «anni di piombo», e non, secondo la defi­ni­zione uguale e con­tra­ria di Erri De Luca, «anni di rame» cioè anni di super-conduzione di idee, di alle­gria, di vibra­zioni giu­ste, biso­gne­rebbe imporre l’ascolto di qual­che disco dei Gong. Il capi­tano della navi­cella, che poi era a forma di teiera volante, Dae­vid Allen se n’è appena andato dal pia­neta Terra, facendo rotta per il suo Pla­net Gong. Esat­ta­mente come Sun Ra è tor­nato su Saturno. Ma Dae­vid Allen, set­tan­ta­sette anni e la gra­zia stra­lu­nata di un fol­letto che è andato un milione di volte oltre lo spec­chio di Alice se n’è andato con una risata libe­ra­to­ria. Come Tiziano Ter­zani. Aveva dichia­rato di recente: «Non ho alcuna inten­zione di sot­to­pormi a ope­ra­zioni infi­nite, ed in un certo senso sapere che la fine è vicina è un sol­lievo. Credo fer­ma­mente nel con­cetto della “Volontà di Come Vanno le Cose”, e credo anche che sia giunto il momento di smet­terla di resi­stere e negare, e di arren­dersi all’evidenza dei fatti. Posso solo spe­rare che durante que­sto viag­gio, io abbia con­tri­buito in qual­che modo alla feli­cità delle vite di qual­che altro com­pa­gno essere umano».

Altro che se ne ha lasciata, di feli­cità. Lasciando in ere­dità una mon­ta­gna di musica impor­tante, spesso strug­gen­te­mente bella, facile da ascol­tare ma piena di spe­ri­men­ta­zioni inau­dite, e con un dono raro e temi­bile, per il potere: musica che faceva anche ridere e sor­ri­dere. Ancor di più, se, sulla scorta dei tè del Signor Allen, la pian­tina dalle pic­cole foglie era addi­zio­nata di verde Maria Gio­vanna. Allora il viag­gio con i Gong era come ascol­tare i Pink Floyd cosmici di Inter­stel­lar Over­drive che rac­con­tas­sero bar­zel­lette sugli alieni. Non ce la faceva pro­prio a essere solo un seris­simo musi­ci­sta, il Signor Dae­vid Allen. Era molte altre cose assieme, un mazzo di pos­si­bi­lità strap­pate alla vita gio­cando (e lui ne aveva vis­sute tre o quat­tro assieme, per quanto aveva fatto) che ne face­vano una figura unica e ini­mi­ta­bile: si dice spesso quando qual­cuno se ne va. Ma Allen lo era dav­vero ini­mi­ta­bile. Un beat, poeta e assai freak austra­liano che segna la sto­ria del prog rock in Europa e nel mondo, che inventa tec­ni­che uni­che di slide gui­tar, che flirta con il punk, la psi­che­de­lia, le avan­guar­die di ogni segno, che si ritrova poi già attem­pato a gui­dar taxi per sbar­care il luna­rio, senza pian­gersi addosso, e che alla fine chiude da par suo la sto­ria come la aveva ini­ziata: con l’ultimo capi­tolo della saga Gong, e con un reci­tal di poe­sia beat. Senza un’oncia di pas­sa­ti­smo. Tutto in fieri, sem­pre. Con un unico obiet­tivo: sma­sche­rare i re nudi di un capi­ta­li­smo ultra­li­be­ri­sta sem­pre più aggres­sivo e ostile ad ambiente ed esseri umani, e fare grande musica che indi­casse qual­che pos­si­bile «altrove». Un «Altrove» pos­si­bil­mente sor­ri­dente, colo­ra­tis­simo, e pieno di gente crea­tiva senza l’angoscia di vivere per lavorare.

Un Freak Bro­ther se mai ce n’è stato uno. Ma che ha pro­dotto e dif­fuso più gioia e arte di Mar­chionne, que­sto è sicuro. Era nato a Mel­bourne nel 1938, e lì, dall’altra parte del mondo aveva sco­perto i poeti beat lavo­rando in una libre­ria. Dun­que rotta verso l’Europa, Parigi, a fare mille lavori per soprav­vi­vere (e vivendo nella stanza del Beat Hotel dove prima allog­gia­vano Allen Gin­sberg e Peter Orlo­v­sky!), e poi per l’Inghilterra: dove cono­sce Wil­liam Bur­rou­ghs, e trova modo di met­tere su il primo gruppo, Dae­vid Allen Trio: con un sedi­cenne che pro­mette assai bene, die­tro pelli e piatti, si chiama Robert Wyatt. Ecco il nucleo di quello che diven­te­ranno i Soft Machine, gente che si tro­verà a rivo­lu­zio­nare il mondo del rock con mas­sicce inie­zioni di jazz liber­ta­rio e psi­che­de­lia, e vice­versa, esat­ta­mente in con­tem­po­ra­nea con quanto andava ela­bo­rando, su piste simili ma non iden­ti­che, Miles Davis a un oceano di distanza.

Nel 1968 Allen, dopo aver dato il «la» ini­ziale ai Soft Machine è per le strade infuo­cate di Parigi, quelle che «sotto il sel­ciato nascon­dono le spiagge». Gli sbirri non devono vedere troppo bene quell’allampanato tren­tenne vestito di stracci colo­rati che declama poe­sie e distri­bui­sce pelu­che alla truppa. Lui si ritrova a Maiorca e, nel ’69, nasce il primo disco a nome Gong, Magick Bro­ther. A fianco ha la com­pa­gna Gilli Smith, alter ego al fem­mi­nile e in decli­na­zione scia­ma­nica e strega buona di Dae­vid, una vita a sepa­rarsi e ritro­varsi senza ran­core. Lei, spe­cia­li­sta in «space whi­spers», qual­siasi cosa siano i «sus­surri spa­ziali». Senz’altro qual­cosa di molto meno nega­tivo dei voca­lizzi acidi di Yoko Ono. Gli anni tra il ’72 ed il ’74 sono cru­ciali, per la nascita e la dif­fu­sione della mito­lo­gia freak dei Gong: in quel periodo nascono i tre dischi capo­la­voro che rac­con­tano una sto­ria strana, stra­nis­sima ma assai fami­liare per milioni di ade­renti ai «movi­menti» che hanno preso di petto le ipo­cri­sie bor­ghesi, e magari si rilas­sano a forza di canne. È la «tri­lo­gia della Teiera volante». Una musica inau­dita fatta di cor­pose ini­zia­zioni di space rock, aper­ture spe­ri­men­tali jazz, deli­zie melo­di­che che ricor­dano le «rime per bam­bini» della cul­tura anglo­sas­sone, e altre assor­tite e cao­ti­che stra­nezze, ecco le note dei Gong. Al cen­tro c’è la voce bef­farda di Allen e la sua chi­tarra che prende derive spa­ziali. L’altra chi­tarra è Steve Hil­lage, che dal mae­stro austra­liano impa­rerà quasi tutto. Ai fiati Didier Mahlerbe, un prin­cipe a venire della world music.

Nella mito­lo­gia Gong s’incontrano folletti-alieni che hanno un’elica in testa e volano su teiere, emis­sari del pia­neta paci­fi­sta Gong, che tra­smette sulle fre­quenze di «Radio Gnomo invi­si­bile», cap­ta­bili con appo­siti orec­chini magici. Allen è, antro­po­lo­gi­ca­mente, l’eroe cul­tu­rale che diventa media­tore fra i due mondi, e che dovrà por­tare al risve­glio gli esseri umani, ma in mezzo a mille avven­ture e disav­ven­ture che asso­mi­gliano, molto, a diversi riti di ini­zia­zione di sva­riate cul­ture della visione. Tant’è che Dae­vid Allen ripren­derà anche a distanza di decenni le vicende del pia­neta Gong: in Sha­pe­shif­ter, del ’92, in Zero to Infi­nity, del 2000, dove il pro­ta­go­ni­sta è diven­tato una sorta di androide disin­car­nato, in 2032 , e nell’estremo I See You, 2014 che rimarrà l’ultimo disco dei Gong, a ben vedere pro­fe­tico già dal titolo. Non solo «Io ti vedo», ma anche qual­cosa come «arri­ve­derci a presto».

Gong aveva spo­rato anche altre crea­ture paral­lele: Pla­net Gong, Mother Gong, New York Gong (con Bill Laswell: dif­fi­cile imma­gi­nare qual­cosa di più incon­ci­lia­bile, sulla carta, ma il Signore delle Teiere era Ying e Yang assieme e poteva farlo) , Acid Mothers Gong (paz­ze­sco incon­tro fra i freak psi­che­le­dici giap­po­nesi Acid Mother Tem­ple e Dae­vid Allen), e anche uno spin off deci­sa­mente dedito al puro jazz rock a seguire la tri­lo­gia magica, i Pierre Morlen’s Gong. Allen, ogni volta che poteva, tor­nava a visi­tare la saga Gong. Aggiun­gendo tas­selli e segnali, il cui cul­mine, forse, è stato un con­cetto olan­dese nel novem­bre del 2006, quando su un palco di Amster­dam (e dove sennò?) s’era riu­nita la clas­sica for­ma­zione Gong della Tri­lo­gia della Teiera. Pron­ta­mente repli­cato, il tutto, a Lon­dra. Nell’ultimo reci­tal poe­tico Allen, due set­ti­mane prima di morire, Dae­vid Allen ha pro­nun­ciato que­ste parole: «Ma in fin dei conti cos’è morire se non star­sene nudi espo­sti al vento e scio­gliersi nel sole? E cosa signi­fica smet­tere di respi­rare, se non libe­rare il respiro dalle sue affan­nose maree, che possa sal­tar fuori, espan­dersi, e cer­care dio senza più far­delli addosso? Solo quando bevi dal fiume del silen­zio ti met­te­rai a can­tare. E quando arrivi in cima alla mon­ta­gna, è a quel punto che comin­cia l’ascensione. E quando la terra recla­merà le tue gambe, è a quel punto che potrai comin­ciare a danzare».




Giorgio Gaslini, il maestro del jazz italiano

Immagine di Giorgio Galsini
Giorgio Galsini

Conosco Giorgio Gaslini da che ho iniziato ad occuparmi di jazz seriamente: qualsiasi libro di storia del jazz degno di questo nome parla di questo grandissimo musicista e compositore italiano ed avevo ascoltato anche qualcosa. Ma distrattamente.

Alla fine di febbraio la meravigliosa trasmissione Birdland della Radio Due della Svizzera di lingua italiana ha trasmesso un ciclo di cinque puntate tutte dedicate al nostro grande autore, in cui Maurizio Franco ce ne propone un ritratto a tutto tondo. Ed è amore a primo ascolto!

Immagine del Cofanetto
Il cofanetto

Di lì a poco recupero quanto riesco della musica di questo incredibile artista: i 4 cd dell’Integrale pubblicati (insieme a tanto altro) dalla Camjazz; e, soprattutto, il bellissimo cofanetto – sempre della Camjazz – con tutti i dischi di Gaslini usciti per la sua etichetta autoprodottaDischi della quercia“.

Ho recuperato anche un libro su Giorgio Gaslini, e cioè il testo omonimo di Adriano Bassi, pubblicato nell’ormai lontano 1986 dalla Franco Muzio Editore.

Gaslini è un artista che ha iniziato a suonare subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, a meno di 20 anni (è del ’29). Un bebopper della prima ora, ha pubblicato il suo primo disco nel 1948! Concerto Riff, ancora oggi ascoltabile nel primo volume dello splendido L’Integrale di cui sopra. Incontra un discreto successo, tanto che riesce a vivere di musica, cosa non semplice allora. Ma non è soddisfatto, e all’apice della fama nazionale lascia tutto e si iscrive al conservatorio, studiando con maestri come il direttore Claudio Abbado, e diplomandosi nella medesima sessione di Luciano Berio Ne uscirà con 5 diplomi.

Inizia così la “vera” carriera musicale di Gaslini, tutta tesa alla ricerca di una musica che sia l’insieme delle sue passioni, della sua vita e delle sue idee. Una musica totale (come poi intitolerà un suo famoso libro, che è anche il suo manifesto artistico, incredibilmente fuori catalogo), dove non ci sia differenza di valore tra musica “euro colta” e jazz.

Il suo primo lavoro, celeberrimo, all’insegna di questa sua filosofia è Tempo e relazione, anch’esso pubblicato nel primo volume dell’Integrale, un disco che, come giustamente scrive Claudio Sessa “appare come la profezia di tanto jazz di ricerca attuale”.

Immagine del Giorgio Gaslini Quartet
Giorgio Gaslini Quartet: con Bedori, Crovetto, Tonani

Con l’inizio degli anni ’60 Gaslini mette in piedi il suo celebre quartetto, quello composto dal fedelissimo sassofonista Gianni Bedori – che suonerà con lui fino alla fine degli anni ’70 – Bruno Crovetto al contrabbasso e Franco Tonani alla batteria. Con questi splendidi musicisti pubblica alcune delle cose più belle della sua discografia.

Dischi come New Feelings (1966), Grido (1968), Il Fiume Furore (1969), Africa (registrato a Milano in studio tra il 10 e il 12 dicembre 1969, data significativa per tutto il paese, ma in particolar modo per un milanese), sono capolavori della musica italiana che oggi, purtroppo, pochissimi conoscono. Il quartetto arriva alla fine degli anni ’60 poi iniziano vari cambi. Entra una nuova ritmica (passeranno per il gruppo di Gaslini i batteristi Gianni Cazzola, Andrea Centazzo; i contrabbassisti Carlo Milano, Bruno Tommaso, Paolo Damiani e Marco Vaggi), arrivano nuovi fiati, come il grande Gianluigi Trovesi, il mai abbastanza rimpianto Massimo Urbani e l’ancor oggi furoreggiante Maurizio Giammarco; l’allora giovane Enrico Rava; suonano questa “nuova” musica anche “vecchio” leoni del jazz italiano, come Dino Piana, Glauco Masetti, Eraldo Volonte, e tanti altri.

Immagine dei musicisti di "New Feeling"
I musicisti di “New Feeling” (tra cui si vedono Don Cherry, Steve Lacy, Gato Barbieri e tutti gli altri)

Ma soprattutto arrivano a suonare con il Maestro alcuni dei maggiori musicisti statunitensi e europei del jazz contemporaneo: da Steve Lacy a Gato Barbieri; da Don Cherry a Rosswell Rudd; da Paul Rutherford a Jean-Luc Ponty; da Tony Oxley a Anthony Braxton.

Eppure trovare i dischi di Gaslini, fino ad oggi, era difficilissimo, se non impossibile. È enorme il merito della Camjazz per il cofanetto ristampato e rimasterizzato di gran parte del catalogo dei Dischi della quercia. Ma rimane da capire come sia possibile che tanta qualità, ri/conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo, abbia avuto – ed ancora abbia, se non presso una nicchia della nicchia – un così basso riscontro.

I motivi sono almeno due. Uno semplice, e perdonatemi il gioco di parole: la musica di Gaslini non è mai semplice. Per apprezzarla bisogna sforzarsi, bisogna provare a capire ed è necessario rompere i vecchi schemi del “jazz classico”. Il risultato sarà impagabile.

Un altro motivo, a mio modesto avviso, lo si può scoprire leggendo i titoli (e l’anno di pubblicazione) di molti dei dischi più belli del maestro:

  • Il Fiume Furore (1969);
  • Fabbrica occupata (1973);
  • Colloquio con Malcolm X (1974);
  • Concerto della Resistenza / Università Statale (1974);
  • Canti di popolo in jazz (1975);
  • Concerto della Libertà. Universo Donna (1975);
  • Murales (1976);
  • Free Actions (1977).

Perché Gaslini non è solo uno dei più grandi autori musicali viventi (e non solo a livello italiano): è anche una persona impegnata, che ha fatto della sua musica, della sua opera, un’azione libera ma incisiva, di denuncia e di ragionamento, di impegno politico e sociale. Ha suonato nelle fabbriche occupate, nei manicomi aperti da Basaglia (su invito dello stesso Basaglia, tra i primi e tra i pochi grandi autori a farlo), nei concerti di solidarietà con le lotte dei paesi del “terzo mondo”. Ha vissuto gli anni ’60 e ’70 dentro le lotte del nostro pese, facendole sue e portando la sua musica come contributo fondamentale alle lotte stesse.

Si potrebbe – si dovrebbe! – scrivere interi libri sulla vita, sulla musica e sulle idee di questo grande artista italiano. Oltre che di musica Gaslini si è occupato anche di cinema, scrivendo tantissime colonne sonore; di teatro (ha lavorato con il Living Theatre, con Giorgio Strehler al Piccolo di Milano, tra gli altri); di danza, di pittura.

E di didattica. Giorgio Gaslini ha tenuto il primo “corso di jazz” italiano, già negli anni ’50; ed ha tenuto il primo “corso di jazz” all’interno di una struttura ufficiale dell’insegnamento musicale italiano classico, al Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma, nel 1972, aiutando a crescere una schiera foltissima di giovani musicisti, molti dei quali hanno poi suonato con lui, anche giovanissimi (come il sedicenne Massimo Urbani).

Un artista che ancora recentemente – in un’intervista rilasciata alla webzine Jazzitalia nel 2008 non ha paura di dire le cose in faccia, anche parlando dei colleghi (il grassetto è mio):

Negli Usa ci si è fermati agli anni ’60. Ci sono ancora tanti grandi suonatori, oltreoceano, formati da grandi scuole ma idee nuove non ce ne sono. E’ che non ci sono più quelle tensioni sociali e razziali, quella voglia di nuovo che distinse i decenni successivi alla seconda guerra mondiale. C’era ribellione, fermento, nel bene e nel male. C’era vivacità. Se non c’è spinta sociale questa musica, tanto aperta al mondo, langue. E se non ci sono grandi artisti capaci di trovare dentro di loro motivazioni profondissime, e in questo momento non ci sono, rimane ferma.

Ed ancor di più parlando dei critici (come sopra):

I critici ad esempio, già pigri per loro conto, finiscono per ascoltare pochissimi dischi, quelli delle case che contano. Poi magari vengono chiamati ad esprimere il loro giudizio nei vari referendum. Che sono spesso del tutto inattendibili. Quello di “Musica jazz”, ad esempio, è in mano a giornalisti per lo più sconosciuti e senza titoli particolari. Domina la musica di mercato, non quella d’arte. C’è molta omologazione, molto conformismo, come non c’era mai stato.

Un monumento vivente della musica d’autore italiana, che sa spaziare naturalmente tra jazz, musica classica, e musica “popolare”. E come la gran parte dei preziosi patrimoni del nostro paese, lasciato da parte e conosciuto da pochi, pochissimi fortunati.




Gardend Dwarf Killers: rock e cornamusa in Toscana

un'immagine ironica dei Gardend Dwarf Killers
Gardend Dwarf Killers

Metti il rock con la Great Highland Bagpipe (cornamusa scozzese), il tutto trapiantato in quel di Siena, e ti ritrovi in un panorama sonoro e musicale quantomeno particolare, sicuramente interessante e nuovo. Che non è poco, al giorno d’oggi.

Sto parlando dei Gardend Dwarf Killers, rock band toscana, con ormai qualche anno alle spalle ed un disco sfornato nel 2012.

Oltre alla perizia tecnica musicale – che ognuno può verificare col proprio udito e il proprio gusto – bisogna rendere merito ai Gardend Dwarf Killers per aver pubblicato la loro musica sotto Creative Commons, una licenza libera, che tutela il diritto d’autore ma anche la possibilità di ascoltare musica di qualità senza necessariamente svenarsi e regalari ulteriori profitti alle mega aziende dell’intrattenimento mondiale.

Bravi!




Sun Ra e il suo viaggio intergalattico

Foto di Sun Ra e la sua Arkestra nel 1980
Sun Ra e la sua Arkestra nel 1980

Ogni tanto capita di essere fortunati. Nel mio caso qualche mese fa leggo la recensione di un libro, la biografia di un musicista jazz americano del secolo scorso. Un musicista che conosco di nome, ma che non ho mai ascoltato. Un tipo interessante, strano, un po’ “di fuori”, come piacciono a me; ma non c’è mai stata l’occasione, e per me nella musica è come coi libri: deve essere “il momento giusto”.

Durante le vacanze di natale arriva “il momento giusto”: di getto decido di comprare quel libro di cui dicevo sopra, ed esattamente:

John F. Szwed, Space is the place. La vita e la musica di Sun Ra, Roma, Minimum Fax

cioè la prima biografia di questo grandissimo musicista e della sua Arkestra e, soprattutto, della sua – della loro – grandissima musica.

Negli stessi giorni esce il numero di dicembre della rivista Musica Jazz, ed anche loro si occupano di Sun Ra:

AA.VV., Sun Ra. Venti e cento anni dopo, Musica Jazz, Dicembre 2013

Insomma, una serie di circostanze, di coincidenze, mi buttano tra le braccia sonore di questo grandissimo personaggio: ed è amore a primo ascolto!

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La discografia di Sun Ra è ENORME: centinaia di dischi tra la metà degli anni ’50 e i primi anni ’90. Enorme di quantità, ma soprattutto di qualità. Il nostro passa dal modale di Jazz in Silhouette (di cui lo splendido brano sopra) al free di The Magic City; inizia ad usare le tastiere elettriche nel ’39, quando nessuno manco sapeva che esistessero. Fonda la prima etichetta discografica autogestita negli anni ’50 – la El Saturn Records – cioè almeno una ventina di anni prima che la cosa diventi fenomeno (giovanile) di massima; la sua Arkestra, già alla fine degli anni ’50, diventa una comune, dove i musicisti vivono insieme, provano, suonano, mangiano.

Sun Ra morirà nel 1993 dopo aver attraversato il secolo sulla sua nave spaziale arrivata da Saturno, pronto a continuare il suo viaggio intergalattico verso la libertà.

Questo aspetto della sua filosofia, da cui il suo nome (Sun = sole in inglese; RA = il dio del sole egiziano), cioè il continuare ad affermare di non essere umano ma un nativo di Saturno è meno folle di quel che può sembrare: nella cultura afroamericana, cioè nella cultura di un popolo che ha passato i primi secoli della sua vita in schiavitù, dopo essere stato deportato in catene dalla sua terra natia – con un tributo di sangue che al confronto la shoa passa in secondo piano – il tema della fuga è sempre stato centrale, ovviamente. In moltissimi testi religiosi afroamericani, già nel XIX secolo, si parla di viaggi verso le stelle, come metafore per parlare, in realtà, della fuga dalla schiavitù. Sun Ra porterà questo tema al massimo delle possibilità filosofiche, religiose, ma anche spettacolari: non si può comprendere l’arte di questo musicista se non si guarda, oltre che si ascolta, la sua musica.

 [youtuber youtube=’http://www.youtube.com/watch?v=NwNtxFH6IjU’]

Sun Ra nel suo percorso ha influenzato generazioni di musicisti, ed ancora oggi molti artisti lo scoprono, lo amano e lo usano. Non perdetevelo, merita.




Grazie Madiba

[youtuber youtube=’http://www.youtube.com/watch?v=4pM0YvnDwS0′]

[youtuber youtube=’http://www.youtube.com/watch?v=aTXq6OH7XbU’]

[youtuber youtube=’http://www.youtube.com/watch?v=CJlP7nX_qtY’]

[youtuber youtube=’http://www.youtube.com/watch?v=MMSwSdd9jzw’]




La pirateria non distrugge l’industria musicale. Lo dice la Comunità Europea

Immagine della Campagna contro la pirateria informatica
Campagna contro la pirateria informatica

Mi è arrivato, come sempre in ritardo, l’ultimo numero di Internazionale, come sempre molto interessante. Tra le tante cose, leggo un trafiletto nella sezione musica, a mio avviso fondamentale:

Uno studio dimostra che il download illegale non fa male all’industria musicale

Porca miseria, mi trovo immediatamente a commentare. Vediamo chi ha confermato per l’ennesima volta questa cosa che per noi “popolo della rete” è ovvia ormai da tanto tempo. La Comunità Europea. E già… L’articolo, infatti, parla di uno studio commissionato proprio dalla Comunità Europea e pubblicato il 18 marzo:

Digital Music Consumption on the Internet: Evidence from Clickstream Data

e pubblicato a cura dell’Institute for Prospective Technological Studies.

Cosa dice questo studio? Dice che

la ricerca dimo­stra che chi scarica musica il­ legalmente tende a comprarne anche molta per vie legali. Le persone che ascoltano musica in streaming, al contrario, poi ne comprano poca […]. Lo studio si basa su un campione di circa 16mila utenti di internet in diversi paesi: Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Spagna […]. “I dati raccolti dimostrano che, anche se i siti pirata fossero tutti vietati, la maggior parte dei loro utenti non avrebbe comunque acquista­to musica”, si legge nel rap­porto. “Per questo la pirate­ ria non dovrebbe essere con­ siderata una minaccia da parte dei titolari dei diritti d’autore”. Secondo gli autori, questi risultati sono in linea con le ricerche precedenti, che dimostravano l’impatto positivo del download illega­le sui negozi digitali. Ma al tempo stesso, sostengono Aguiar e Bertin, la pirateria in questi anni ha accelerato la crisi delle vendite dei sup­porti isici come cd e vinile.

Ah, qual’è la fonte di Internazionale? Nick Clayton, del  Wall Street Journal …




Ma cosa abbiamo ascoltato negli ultimi 30 anni?

Immagine dei Led Zeppelin nella formazione storica
I Led Zeppelin nella formazione storica

Qualche giorno fa vedo, per caso, una pubblicità in tv in cui si annuncia una prossima messa in onda del film del concerto celebrativo della mitica formazione rock dei Led Zeppelin, tenuto nel 2007 a Londra.

Sempre per caso, o quasi, qualche giorno dopo ad ora tarda – le 23.45 per noi anziani sono “ora tarda” – riesco a piazzarmi davanti alla tv, inforcate le cuffie alle orecchie per non dare noia alla famiglia dormiente, per gustarmi il concerto di questa mitica band.

Ammetto la mia poca convinzione, rispetto a questo concerto: le “reunion” di mitici gruppi rock di 30 se non 40 anni fa, mi lasciano parecchio perplesso. Ricordo ancora la profonda delusione del concertone dei Pink Floyd a Monza un paio di decenni fa, quando mi sciroppai – io e altre decine di migliaia di persone – la penosa esibizione di una banda di cinquantenni bisognosi di denaro ma senza una briciola di stimoli da dare al pubblico.

Invece sono stato assolutamente smentito: è stato assolutamente straniante vedere il quasi 50enne Robert Plant; il 53enne Jimmy Page e il 51enne John Paul Jones (il figliolo del defunto Bonham non fa testo) suonare la loro magica musica, il loro meraviglioso blues-rock, con una carica, una bravura e, soprattutto, un divertimento, che non sono rari di questi tempi: sono proprio scomparsi. Ma non tra i loro coetanei dei “magnifici anni ’60” (si, sono invidioso: nei “magnifici anni ’60 non ero neanche un aspirante spermatozoo, e la cosa mi rode assai), tra le giovani rock band di oggi!

Ogni pezzo un’emozione: sono cresciuto ascoltando i Led Zeppelin, tra gli altri – la fortuna di aver avuto dei fratelli più grandi con buoni gusti musicali – e sentire “Black Dog”, “No Quarter”, “The Song Remains the Same”, “Stairway to Heaven” è stato quasi commovente (gli anziani si commuovono facilmente. E’ nostalgia, rincoglionimento). Quando però è partito il basso di “Dazed and Confused” ho rischiato di svegliare tutta la famiglia…

[youtuber youtube=’http://www.youtube.com/watch?v=gJXwwNeFFuU’]

Ero lì che ascoltavo questi terribili vecchietti rapito ed ho sentito salirmi, piano piano, la solita fottuta bile: ma in questi ultimi 30 anni che cosa abbiamo ascoltato?! Cosa c’è di equivalente a “Led Zeppelin”, il primo album dell’omonimo gruppo in cui è contenuta “Dazed and Confused”, pubblicato nel 1969, negli ultimi anni?

Oppure, facciamo un altro tipo di discorso: cosa uscì in quel 1969, così a caso, vediamo un po’ a caso, senza alcuna presunzione di completezza (http://it.wikipedia.org/wiki/Categoria:Album_del_1969):

Oltre al già citato “Led Zeppelin”. Così, robina. In un anno solo, ed ho lasciato fuori un monte di roba, che altrimenti non finivo più. Sono questi una manciata di capolavori, che uno sogna di poter pescare non dico tutti in un anno, e neanche uno all’anno. No, mi accontenterei di trovarne uno al decennio!

Qualcuno mi trova qualcosa di equivalente – nel rock e nel jazz – dei dischi sopra citati? Non tanto e non solo per “bellezza” – che è cosa soggettiva – ma per innovazione, tecnica, energia, rivoluzionarietà.

Poi uno ragiona su cosa era il 1969, cosa erano quei “magnifici anni ’69”, non solo a livello culturale, ma anche e soprattutto a livello sociale e politico, e capisce, facendo il confronto con gli ultimi 20 anni, come mai oggi, ma anche ieri e ieri l’altro, non sia stato più possibile vivere una stagione analoga.

Fatela anche voi la prova, andate a vedere i dischi che sono usciti ogni anno tra la metà degli anni ’60 e la metà degli anni ’70; i libri, i film, le arti figurative, e chidetevi da dove nasceva quel vulcano in continua eruzione di capolavori.

Andate a vedere cosa succedeva nelle società occidentali, in quegli anni, non solo tra i giovani (in Italia il ’69 è l’anno degli operai. E di Piazza Fontana, non a caso…), e avrete iniziato a darvi una risposta.




Un saluto a Leoncarlo Settimelli

 

Immagine di Leoncarlo Settimelli
Leoncarlo Settimelli

C’era il Nuovo Canzoniere Italiano e c’era il Canzoniere Internazionale e c’eravamo noi, ragazzi, su e giù per la Toscana e l’Italia a rincorrerli per i concerti, a cercare i dischi nelle librerie delle Feste dell’Unità o direttamente sotto i palchi.

C’era la sinistra e raccontava l’Altra Italia, quella del coraggio e della lotta per il riscatto.

Ma questi sono ricordi e considerazioni personali.

Il 26 aprile è morto a Roma Leoncarlo Settimelli.

Era nato a Lastra a Signa nel 1937.

Nei primi anni 60 fondò a Roma il circolo L’Armadio insieme, tra gli altri, a Laura Falavolti, Marco Ligini ed Elena Morandi.

Sono il nucleo fondativo del Canzoniere Internazionale che pubblicherà, tra gli altri, Canta Cuba Libre; Il bastone e la carota; Questa grande umanità ha detto basta; Vita, profezia e morte di Davide Lazzaretti.

E’ stato un protagonista della canzone sociale e di protesta.

Ma Leoncarlo non era solo un grande interprete.

Era una personalità poliedrica: musicologo e ricercatore, importante documentarista per la RAI, scrittore, giornalista per «l’Unità».

Il suo archivio sonoro è depositato presso l’Istituto della Memoria in Scena di Scandicci ed è in fase di ordinamento e catalogazione.

Salutiamo un compagno.

Stefano Arrighetti,

presidente dell’Istituto Ernesto de Martino




Chi compra più musica? Chi usa il peer2peer …

Ma guarda che colpi di genio, alla fine, dopo solo 10 anni, ci arrivano pure i media meinstream:

chi compra più musica sono proprio i terribili “pirati”, cioè gli utilizzatori del file sharing, quelli che attraverso le reti “peer to peer” scaricano musica “illegalmente”.

E come mai questi pericolossisimi personaggi avrebbero questo incredibile e contraddittorio comportamento?! Perché:

«Le persone che praticano il file-sharing sono le stesse che sono interessate alla musica. Usano il peer-to-peer come meccanismo di scoperta»

E noi, minchioni, che lo dicevamo da anni…

Fonti:

Corriere della Sera

Indipendent