Fiamme e rock‘n’roll. Leoncavallo, agosto 1989

Fiamme e rock‘n’roll. Il libro di Bruno Segalini sullo sgombero del Centro Sociale Leoncavallo il 16 agosto 1989Fiamme e rock‘n’roll. Romanzo veridico sullo sgombero del Leoncavallo, 1989 di Bruno Segalini, edito per i tipi della Shake Edizioni Underground – ormai storica casa editrice milanese, guidata da alcuni ex attivisti dell’Helter Skelter, spazio interno al centro sociale milanese negli anni in cui è ambientato il libro, spazio animato da soggetti nuovi, rispetto alla precedente generazione di militanti – è molto bello e da leggere assolutamente almeno per tre motivi.

1) nel mio caso per motivi squisitamente personali. Il 1989 è proprio l’anno in cui anche io, adolescente dell’hinterland milanese, inizio a frequentare il Leo – come chiamavamo il Leoncavallo noi frequentatori, attivisti e militanti; Leoka lo chiamano solo quelli de “Il Giornale” … – ed è lì che “imparo”, bene o male, a “fare politica”: le assemblee di gestione, il collettivo (in particolare il “Collettivo Gamma“, “quelli che sfondano ai concerti”), l’autogestione settimanale del bar, i cortei, il servizio d’ordine, il rapporto con la politica istituzionale e le forze della repressione.

L'ingresso del Centro Sociale Leoncavallo a Milano, in via Leoncavallo
L’ingresso del Centro Sociale Leoncavallo a Milano, in via Leoncavallo

Tutti aspetti che, col passare degli anni, ho rivisto, analizzato e superato criticamente; ma sono, come direbbe Lorenz, l’imprinting del mio agire politico.
La mia memoria del Leo è già macerie: ho iniziato a frequentarlo attivamente nell’autunno – inverno del 1989, quando già era stato raso al suolo dalle ruspe il 16 agosto di quell’anno, durante lo sgombero. Ed è lì che ho fatto quelle amicizie che ci sono ancora oggi: l’amicizia con quelli che diventano la tua famiglia, quelli che anche se si vive ai capi opposti del paese o del mondo, ci sono quando servono, anche solo con una parola.
2) È un bel romanzo, scritto bene, genuino, senza tante seghe e salamelecchi. Senza nascondersi, da vecchi a “erano ragazzate” o “si era giovani” o altre scuse per ripulirsi e rifarsi il trucco.

Milano Settembre 1989.Manifestazione in difesa del Centro Sociale Leoncavallo..
Milano Settembre 1989
Manifestazione in difesa del Centro Sociale Leoncavallo

Vi si racconta, onestamente, un piccolo scorcio del vivere nei centri sociali tra fine anni ’80 e primi ’90. Quale era il rapporto con la città, con i vicini, con “gli sbirri”; ma anche i rapporti interni, la “fattanza”, il problema dell’eroina. Ma anche la vita “di quartiere”, l’amicizia… la quotidianità, insomma. Tutta quella parte di una storia che la Storia non sa e non può raccontare, se non interviene la memoria di chi ha vissuto quelle esperienze.

Da questo punto di vista si vede benissimo il “tocco” della Shake, e l’esperienza che chi la anima ha avuto con Primo Moroni e la sua Calusca e tutta l’esperienza di ricerca e memoria che questo meraviglioso personaggio ha rappresentato per tanti di noi, per il movimento e per Milano finché è vissuto.

Storico Manifesto sullo sgombero del Leo dell'agosto '89
Lo storico Manifesto sullo sgombero del Leo dell’agosto ’89

3) Perché, forse per la prima volta, si racconta pubblicamente cos’è successo quell’agosto del 1989, quando il Leo venne sgomberato non per farlo morire, ma per raderlo al suolo. Sperando così di cancellare – illegalmente – un’esperienza scomoda, ma ormai data per morta, in città; trovandosi per le mani, invece, una risposta che non si vedeva dagli anni ’70, e che portò ad una nuova stagione di nuovi soggetti antagonisti che solo il massacro di Genova del luglio 2001 riuscirà a spegnere definitivamente.

Insomma, un bel libro: scritto bene, divertente, onesto. Ed utile, perché mantiene viva la memoria di un passato mica poi così lontano, e che ci può insegnare ancora tanto.




ECN e Decoder, storia di un’avanguardia digitale

Immagine del nodo padovano di ECNOggi poche e pochi lo sanno, temo, che per buona parte dell’ultimo decennio del secolo scorso in Italia l'”avanguardia digitale” – permettetemi di chiamarla così, in maniera anche ironica – non stava tanto dentro le università, ma soprattutto fuori, nelle case delle persone e, anche e soprattutto, nelle spesso diroccate stanze dei centri sociali.

È qui, infatti, che mossero i primi passi alcune delle più famose BBS (Bulletin board system): le prime “bacheche digitali“, le antesignane del web, grazie alle quali era possibile entrare in comunicazione non mediata con altre realtà italiane e straniere, scambiarsi file, comunicare e via discorrendo. Tutte cose oggi considerate ovvie, ma non così alla fine degli anni ’80, inizi dei ’90.

La rete più famosa in Italia era Fidonet – nata in California nel 1983 grazie ad un giovane anarchico, T. Jennings, e poi diffusasi in tutto il mondo. Nel 1991 c’erano oltre diecimila nodi Fidonet, con una valutazione cauta di centomila utenti. Non pochi nodi erano italiani.

Tra i nodi italiani, alcuni arrivano direttamente dal mondo underground e dei centri sociali, ed i due più famosi sono sicuramente ECN (European Counter Network, che dal 1996 diventerà il più importante server di movimenti, ecn.org) e Decoder BBS (da cui nascerà poi la casa editrice Shake Edizioni Underground, una delle più importanti case editrici della storia dei movimenti italiani, ancora oggi attiva).
Questi nodi hanno offerto, per anni, il meglio della cultura del movimento extraparlamentare e underground italiano (ed in parte internazionale), permettendo di accedere ad informazioni, notizie, cultura, che altrimenti sarebbe stato difficilissimo – se non impossibile – recuperare altrimenti.

Oltre che nodi telematici, tanto ECN che Decoder furono prodotti cartacei, portando “tra la gente” ciò che in quegli anni era a disposizione solo di pochissimi tecnici e smanettoni.

Materiali oggi quasi completamente dimenticati e persi, se non per gli archivi privati di ex attivisti e militanti (e forse presenti in qualche archivio particolarmente avanzato), se non fosse per l’encomiabile, preziosissimo lavoro di alcuni attivisti bolognesi, che hanno creato un sito-archivio, grafton9, in cui si stanno digitalizzando ed archiviando, appunto, molte delle preziose pubblicazioni di cui sopra, ad iniziare proprio da quanto prodotto da ECN e Decoder (e non solo).

In 89 pubblicazioni 5 anni di storia dei movimenti antagonisti nel nostro paese e non solo, poiché sono numerose anche le notizie e i documenti dall’estero. È un periodo vivace, disordinato, ingenuo e creativo, spesso e volentieri dissacratorio, ma è anche il momento in cui si può assistere a un’accelerazione, alla differenziazione e alla frammentazione del dibattito, dove ai temi tradizionali del movimento antagonista – lavoro e sindacalismo di base, lotte, repressione e carcere, internazionalismo, Sudamerica, Palestina, antifascismo, nuove destre, ecc. – si aggiungono, sovrappongono e intrecciano a velocità sempre maggiore nuove tematiche e nuovi punti di vista.

Non possiamo che ringraziarli per quanto stanno facendo, sperando quanto prima di poterli aiutare in qualche modo.

Di seguito il link diretto:

https://grafton9.net/




40 anni di Apple

Il primo aprile di quest’anno si sono festeggiati i 40 anni di Apple. I festeggiamenti sono avvenuti in un momento storico difficile, per la storica azienda di Cupertino, come ci racconta la nostra Mirella Castigli nel suo articolo su ITespresso:

Il compleanno di Apple cade in un trimestre non facile per nessun vendor del mercato smartphone, mentre i nuovi iPhone SE e iPad Pro 9.7 potrebbero non bastare ad arginare il rallentamento delle vendite di Apple, mentre frena il mercato smartphone. Anche la battaglia per la crittografia si è risolta in una vittoria legale, tuttavia bypassata dallo sblocco via hacking deciso dall’FBI. Secondo DigiTimes, “il livello di ordinativi Apple previsti per gli iPhone 6s sarà probabilmente praticamente quasi dimezzato rispetto al già poco brillante primo trimestre 2016″.

Ma al di là di quel che succede nel 2016, quello che vorrei tornare a raccontare è la mutazione genetica di Apple, per usare il sottotitolo di un libro uscito ormai 6 anni fa, grazie alla collaborazione degli amici di Agenzia X di Milano, casa editrice di “movimento”, da sempre attenta alle contro-culture, alle alterità, alle storie controcorrente. Il libro in questione è “Mela marcia“, pamphlet scritto a 8 mani dal sottoscritto, dalla già citata Mirella, da Caterina Coppola, con la prefaziosa preziosa del mitico Ferry Byte, storico cyber-attivista della scena hacker italiana.

Libro rilasciato – ovviamente – sotto licenza Creative Commons, e liberamente scaricabile in vari formati:

Ma visto che sono egocentrico, ho pensato bene di estrapolare il mio articolo da quel libro – in cui raccontavo dal punto di vista storico la mutazione genetica di Apple, passata da essere pienamente interna al movimento hacker e del software libero americano di fine anni ’70 ad una delle aziende più chiuse del pianeta – e di metterlo a disposizione di chi avesse ancora voglia di dare un altro sguardo alla scintillante storia della mela.

Eccolo!

L’Hcc e la mutazione genetica di Apple




38 anni dall’omicidio di Fausto e Iaio

Immagine di Fausto e Iaio
Fausto e Iaio

Sono passati 38 anni da quel 18 marzo 1978, ma dell’omicidio di Fausto e Iaio ancora non si sa nulla. In realtà dal punto di vista storiografico si sa tutto, si sa chi li ha uccisi – tre fascisti, di cui si sa nomi e cognomi – si sa chi non ha voluto indagare da subito negli ambienti giusti – la questura di Milano e le “forze dell’ordine”. E’ solo dal punto di vista giudiziario che, come per Piazza Fontana e per la maggior parte delle stragi fasciste che hanno insanguinato questo paese, non si sa e probabilmente mai si saprà cosa è successo e i colpevoli non verranno puniti.

Anche perché vorrebbe dire punire, in primis, lo Stato. Ed è difficile credere che lo Stato – in particolare quello italiano – sia in grado di punire se stesso.

E l’impunità continua.

Di seguito l’intervista alla sorella di Iaio, Maria, dal sito del Fatto Quotidiano di oggi due anni fa:

8 marzo 1978, Via Mancinelli, ore 19.55 di 35 anni fa. Ci descriveresti le emozioni di quella sera??

Mio fratello doveva andare a casa di Fausto a cena. Lo conoscevo, lo vedevo spesso al Leoncavallo.Quella sera ero fuori con i miei amici e al ritorno al centro ho appreso la notizia.

Continuavo a ripetermi che non fosse possibile ed il pensiero più doloroso fu per i miei genitori; quando li vidi la compassione fu il sentimento più forte. Fui subito circondata da molto affetto. Avevo solo 21 anni.

La mattina seppi che i miei erano stati prelevati dalla polizia per andare in ospedale, invece li avevano portati in obitorio.

Da tutta la città si radunarono spontaneamente in via Mancinelli moltissime persone; si svolse un corteo ma non avvenne niente di quello che chi gestiva l’ordine pubblico voleva, ossia sfogo della rabbia, repressione ma solo tanto dolore. Erano passati solo due giorni dal rapimento di Aldo Moro e quella notte non si vide un poliziotto.

Si alternarono varie versioni sulle cause, cominciarono i depistaggi poi la rivendicazione dei NAR. Il tuo pensiero in proposito??

I depistaggi iniziali ci fecero molto male e dovemmo difendere la memoria di Fausto e Lorenzo. La mano era fascista; sia noi che la madre di Fausto ne eravamo convinti.

La rivendicazione, il fatto che fossero neofascisti venuti da Roma, ci persuase si trattasse di omicidio politico, qualcosa di molto più grande di due giovani ragazzi. I fili erano mossi dall’alto. Perché proprio loro due? Questa era la domanda di tutti. Cominciò un periodo di controinformazione spontanea di singole persone, giornalisti, rischiosa perché si comprendeva che la vicenda era complessa e i mandanti in alto.

Il rapimento dell’onorevole Moro; Fausto abitava in Via Monte Nevoso; l’implicazione di Massimo Carminati; il dossier di Fausto e Iaio che scompare. C’è a tuo avviso un filo logico che lega questi episodi?

Le ipotesi formulate sulla vicenda di Via Monte Nevoso hanno avuto l’effetto di confermarmi che l’omicidio non è avvenuto per caso, come niente succede a caso. Tuttavia, non ho abbracciato le varie ipotesi: non mi è necessario per accettare di più la morte.

Anni di indagini ed, infine, l’archiviazione nel 2000. Qual è, se c’è, il segreto, la cosa indicibile che si nasconde dietro l’assassinio di tuo fratello??

L’indicibile su Fausto e Iaio? Toccherebbe in alto. Noi familiari e amici abbiamo sempre sostenuto che la verità storica è che con l’uccisione di mio fratello e Fausto si è voluto dare un segnale ad un’ intera generazione, al Movimento , colpendo due ragazzi come tanti nei quali identificarsi.

Tutto questo affetto e la solidarietà mai sopita ti danno speranza che un giorno, finalmente, si possa arrivare alla verità?

Dopo l’archiviazione nel dicembre 2000 con l’amarezza arrivò anche la consapevolezza di dover scegliere un altro modo di ricordare, al di la della rabbia e l’impotenza; decidemmo di intraprende la strada della memoria.

Questo non solo per ricordare la loro morte, ma i loro ideali, quelli di due giovani di 18 anni che amavano la vita. Abbiamo creato l’Associazione familiari e amici di Fausto e Iaio e cerchiamo di essere presenti sul territorio, con iniziative culturali e sociali, rivolte soprattutto ai giovani.

Tutto ciò fa piacere, ma non credo che il ricordare anche a distanza di 35 anni Fausto e Iaio, possa riaprire le aule dei tribunali. Mi dispiace sopratutto per Danila, mio padre, mia madre che,con dignità, continuano la loro vita di anziani malati ma circondati da tanto affetto. Nessuna giustizia,certo, ma non mi ritrovo con chi in nome di questa ed altre ingiustizie vive nella rabbia. Penso che continuare a rivendicare non faccia altro che alimentarla.

Link su Fausto e Iaio:

Sono stati scritti alcuni libri sulla storia di Fausto e Iaio, ma sono tutti fuori catalogo:

  • AA.VV., Fausto e Iaio: 18 marzo 1978. Trent’anni dopo. Con DVD, Costa & Nolan, 2008:
  • Daniele Bianchessi, Fausto e Iaio, Dalai Editore, 1996

Magari li trovate in qualche biblioteca decente.

Immagine del murale per Faussto e Iaio in via Mancinelli a Mialano
Il murale per Faussto e Iaio in via Mancinelli a Mialano

 




Servono nuovi occhiali per la sinistra

Leggo con interesse, come sempre, la recensione che Gianpasquale Santomassimo fa dell’ultima fatica dello storico Guido Crainz “Storia della Repubblica. L’Italia dalla Liberazione ad oggi”, edito per i tipi della Donzelli (che NON ho letto!).

[Parlando] del «lungo Sessantotto» italiano, […] una delle critiche (che è in larga misura anche autocritica generazionale da parte di Crainz) rivolte alla politica nata a sinistra del Pci consiste nel rilevare che «svanì anche la possibilità di una alternativa laica e moderna alle “due chiese” dominanti, quella cattolica e quella comunista: ci si limitò a erigere all’ombra di quest’ultima, e in polemica con essa, un microscopico edificio molto composito (segue elenco dei gruppi extraparlamentari) destinato a crollare di lì a poco». Questa alternativa però era totalmente impensabile nella cultura di quel tempo, e sembra più che altro la proiezione retrospettiva di quella koiné tardoazionista che è divenuto l’approdo più diffuso di gran parte della generazione che un tempo si sentiva rivoluzionaria.

Qui mi pare che, tanto in Santomassimo quanto in Crainz , si continui a voler dimenticare – ad obliare – che tanta parte della sinistra extraparlamentare nata nel ’68, che poi è continuata a vivere – bene o male – almeno fino al 2001, ha avuto tra i suoi obbiettivi principali proprio quello di uscire dal binomio di ferro Dc-Pci (che, ricordiamolo, proprio dalla metà dei ’70 in poi si allearono), cercando una “terza via” al partito di Gramsci, Togliatti e Berlinguer.

Come anche è singolare l’accusa ai movimenti giovanili di non essere stati capaci di costruire «nuove regole» al posto di quelle che venivano contestate e abbattute: compito storico che – al di là dell’ossessione tutta recente per le «regole» – non poteva certamente venire attribuito a movimenti di contestazione, ma è addebito che andrebbe rivolto alle classi dirigenti.

Anche qui c’è la tipica miopia dei figli del Pci: le “nuove regole” le possono scrivere solo le “classi dirigenti”. Il popolino può, al massimo, “contestare”.

Con questo tipo di “occhiali” non si potrà mai scrivere una storia di quegli anni, del decennio 1968 – 1978 – ma anche di quelli più recenti – esaustiva e lucida.

Le “nuove regole” della politica non solo sono state scritte, ma hanno iniziato ad essere praticate proprio in quegli anni:

democrazia diretta, assemblearismo, metodo del consenso; sono tutte “pratiche” che non nascono con il ’68 – gli anarchici, per esempio, le “praticano” da decenni – ma diventano “di massa” in quegli anni. Non per tutti, sicuramente, ma si diffondono sempre di più, fino a diventare condicio sine qua non di tanti gruppi. Fino a diventare il marchio di fabbrica di gruppi extraparlamentari che, negli anni successivi ai ’70, hanno fatto la storia dei movimenti fino ad oggi: dai punk ai centri sociali, da indymedia ad Occupy Wall Street, dall’hackmeeting ad Anonymous.

Quando poi Santomassimo descrive, brevemente, l’Italia riformista degli anni ’60

bisognerebbe riconoscere che vi è stato un particolare meccanismo riformatore fondato sull’intreccio di lotte sociali e civili (e di iniziativa politica) che modificavano i rapporti di forza e trovavano una democrazia parlamentare disposta ad ascoltare, mediare e deliberare

si fa fatica a credere che stia parlando di quella stessa classe politica che, alle contestazioni, proteste e lotte degli anni ’68-69, rispose con la “Strategia della tensione” (strategia messa a punto proprio a partire dal l’inizio della stagione riformista di metà anni ’60): le bombe nelle piazze, nel treni, usando il peggio fascistume come manovalanza.

Le grandi conquiste riformiste di fine anni ’60 e degli anni ’70 (dallo Statuto dei lavoratori al divorzio all’aborto, per citare solo le più famose) sono state imposte ai governi di quegli anni dai movimenti extraparlamentari e dalla società civile; anche a Pci e Cgil, tanto che appena hanno potuto, non ci hanno pensato un secondo a cancellare tutto, dal referendum sulla scala mobile dell’85 agli accordi del 31 luglio 1992, all’abolizione del proporzionale con i referendum sostenuti dal Pds di D’Alema e Veltroni nel ’93 al “Job acts” renzista di questi ultimi anni.

Finisce Santomassimo chiedendosi, con “gli storici del futuro”

come un grande paese industriale abbia potuto, praticamente senza una vera discussione, sottoporsi a un meccanismo con ogni evidenza destinato a impoverirlo e a tagliare alla radice le basi della sua crescita.

Sono gli eredi del Pci di Berlinguer e Napolitano – i D’Alema, i Veltroni, i Fassino, etc etc – ad aver dato un contributo fondamentale alla fine della prima e alla costruzione della seconda repubblica così come la conosciamo oggi. Renzi, premier non eletto (unico caso in Italia, che io sappia), è frutto dell’ultima “vittoria” del centro – “sinistra”, mica di Berlusconi o di Grillo.

Non ci stupiamo, quindi, se è così faticoso interpretare il presente, quando schemi ideologici ormai preistorici sono ancora oggi la bussola di tanti intellettuali di sinistra.




Adriano Bassi su Giorgio Gaslini

Pagina di presentazione del libro "Giorgio Gaslini. Non solo jazz"Scopro con piacere, su segnalazione dell’autore (che ringrazio sentitamente), che nel mese di Aprile di questo 2016 uscirà una nuova pubblicazione sul grande musicista italiano Giorgio Gaslini, di cui ho già scritto un paio di anni fa.

Il libro in questione si intitolerà “Giorgio Gaslini. Non solo jazz“, uscirà per i tipi della Casa Musicale Eco dalla fatica del pianista, studioso, didatta, critico musicale, Adriano Bassi, già autore di un libro sul maestro milanese, pubblicato nell’ormai lontano 1986 dalla Franco Muzio Editore.

Attendo con trepidazione la possibilità di leggere nuove cose su un così grande maestro.




2 febbraio 1977: l’inizio della grande rivolta

LA PISTOLA Y EL CORAZON
2 febbraio 1977: l’inizio della grande rivolta

Dedicato a Leonardo Fortuna detto Daddo (20 settembre 1955 – 17 febbraio 2011), alla moglie Francesca e alla figlia Nina.

La pistola y el corazon” racconta la storia di due scatti del fotografo Tano D’Amico che sono a nostro avviso la sintesi iconografica di un anno fondamentale per la storia contemporanea del nostro paese.

Immagine di Daddo e Paolo il 2 febbraio 1977 a RomaDedicato a Leonardo Fortuna detto Daddo (20 settembre 1955 – 17 febbraio 2011), alla moglie Francesca e alla figlia Nina.

Roma, 2 febbraio 1977, piazza Indipendenza

“Il corteo si dirige verso piazza Indipendenza per raggiungere Magistero che, nel frattempo, è stato occupato. All’angolo di piazza Indipendenza sostano una decina di persone sulla cui identità non sarà mai fatta chiarezza. Sulla coda del corteo piomba una 127 bianca targata Roma S48856. E’ una civetta della Questura. La macchina viene fermata a colpi di sampietrini. Ne esce l’agente Domenico Arboletti, 24 anni. Incomincia una sparatoria che, secondo alcune testimonianze, coinvolge alcune delle persone ferme sull’angolo di Piazza Indipendenza. L’agente Arboletti si accascia colpito alla testa. E’ gravissimo e rimarrà fra la vita e la morte per più di un mese. Contemporaneamente l’autista della 127 impugna il mitra e fa fuoco contro le coda del corteo che si era disgregata dopo i primi colpi. Sono raggiunti da proiettili e feriti gravemente Leonardo Fortuna (Daddo), 22 anni, e Paolo Tomassini, 24 anni” (Piero Bernocchi, Dal ’77 in poi, Roma, Erre Emme, 1997; pag. 146).

Da un’idea di “gli amici di Daddo“: Lanfranco, Giancarlo, Claudio, Paolo, Turi, Giorgio, Sergio e Gibo,

Scritto da:
Claudio D’Aguanno
Maurizio ‘gibo’ Gibertini

Operatori di ripresa:
Manuela Costa
Maurizio ‘gibo’ Gibertini

Realizzazione e montaggio:
Maurizio ‘gibo’ Gibertini

Un doveroso ringraziamento a:
Tano D’Amico
Luca Cafagna
Paolo Tomassini
AAMOD -Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico
e a tutti coloro che anche con atteggiamento solidale hanno contribuito alla realizzazione di questo tributo

Tutti i materiali di repertorio sono stati reperiti liberamente in rete

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Ciao Paolo

La copertina di "Insurrezione", il romanzo di Paolo PozziÈ venuto a mancare Paolo Pozzi, autore del bellissimo libro “Insurrezione“, edito per i tipi di DeriveApprodi.

Non ho avuto il privilegio di conoscerlo, ma ne conosco la storia – che rispetto enormemente – ne ho letto gli scritti e ne ho apprezzato tantissimo il profilo morale ed umano.

Per questo motivo copio pedissequamente l’articolo pubblicato da Chicco Funaro su il manifesto di oggi.

È morto a Milano Paolo Pozzi. Molti lo ricorderanno tra i principali imputati del processo 7 Aprile e di numerosi altri procedimenti contro l’Autonomia operaia milanese. Quest’anno avrebbe compiuto 67 anni. Nato a Fano, aveva compiuto nella sua città gli studi superiori con risultati tra i più brillanti mai registrati nella scuola marchigiana. Iscrittosi alla Facoltà di Sociologia di Trento, ne era uscito laureandosi a pieni voti nel 1972. Trasferitosi a Milano, i suoi interessi politici e culturali si erano immediatamente rivolti all’esperienza del nascente Gruppo Gramsci, formato da intellettuali e da militanti per dar vita, tra Milano e il Varesotto, a ipotesi di progetto e di intervento capaci di superare ideologismi e dogmatismi; e di allargare la ricerca politica e culturale, ma anche e soprattutto le lotte, a tutte le «nuove» tematiche della società e della persona.

Nel gruppo Gramsci Paolo si era occupato sin dagli inizi di «Rosso»: la rivista, che con tratto originale, a partire dal suo stesso nome/testata, una sorta di tautologia anche visivamente molto efficace, stava aprendo un dialogo e una discussione sempre più serrati con settori sempre più larghi del movimento di quegli anni. Con la confluenza tra il Gramsci e il gruppo di ex Potere operaio che faceva capo a Toni Negri, e la nascita dei collettivi di Rosso, Pozzi contribuì in larghissima parte alla vita politica ed editoriale del giornale, coordinandone non solo gli aspetti tecnici ma anche e soprattutto i contenuti editoriali, quasi sempre molto originali e dal taglio decisamente inconsueto per gran parte dell’immaginario politico di quegli anni.

“Rosso”, che adottò sempre un linguaggio spregiudicato e creativo, suscitò un notevole consenso anche per l’interesse non di maniera dimostrato verso tutte le forme di antagonismo nei confronti della società capitalistica e dell’organizzazione del lavoro, dal femminismo alla controcultura, e per l’appoggio concreto fornito ai movimenti del «proletariato giovanile» e a tutte le lotte per la liberazione e l’autovalorizzazione della persona. Di notevole taglio critico fu sempre la polemica incessante contro ogni tipo di riformismo e di compromesso, «storico» o no, tra Partito comunista e Democrazia cristiana. Il giornale e il gruppo furono sempre impegnati a sostenere la necessità che l’Autonomia operaia dovesse sempre e comunque rimanere lontana da ogni progetto di costruzione di un partito. Nel dibattito sulle scelte di fondo che l’insorgere della lotta armata e delle formazione combattenti aveva messo in moto, Paolo non ebbe esitazioni e si schierò contro ogni forma di «clandestinità». Pur nell’incertezza di quel periodo, continuò a guidare le sorti della rivista fino all’autoscioglimento e alla fine politica di Rosso nel 1978.

Arrestato nel corso delle operazioni giudiziarie del «7 Aprile», sostenne con grande dignità e coraggio il carcere e, insieme ai suoi coimputati, le durissime battaglie processuali; ma anche il non sempre facile dibattito per il superamento della legislazione d’emergenza e il ritorno a una «normalità» nella vita politica e sociale. Dopo il carcere, si rese promotore di innovative iniziative imprenditoriali nel settore delle biblioteche e dell’archivistica. Scrittore di buona vena rievocativa, pubblicò tra le altre cose Insurrezione, romanzo breve dedicato alla Milano degli anni ’Settanta edito da DeriveApprodi.

Lascia una moglie, Laura, e una figlia, Irene.




Piazza Fontana e la strategia della tensione: 50 anni di incubo

Immagine della prima pagina di un giornale il giorno dopo la Straged di Piazza FontanaSono almeno 50 anni che l’Italia vive sotto l’incubo della “strategia della tensione”, quella strategia – per usare le parole del giudice Salvini – “fatta di bombe nelle banche, di stragi di civili sui treni e nei comizi sindacali”. Una strategia che inizia ad essere teorizzata nei primi anni ’60, per poi essere messa in pratica esattamente 46 anni, con la Strage di Piazza Fontana. Una strage su cui, sempre usando le parole di Salvini,

sono stati celebrati dieci processi, con depistaggi, fughe all’estero di imputati, latitanze più che decennali, condanne, assoluzioni. Fino alla definitiva assoluzione dei presunti esecutori: Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi. Ma non dell’area nazifascista che aveva organizzato la strage e di quella parte degli apparati dello Stato con loro collusa, per favorire, attraverso la paura, l’insediamento di un governo autoritario in Italia

Il giudice Salvini, che del processo per la Strage di Piazza Fontana è stato protagonista per anni, dice cose chiare, che ormai sono storia, ma che – guarda caso – nei libri di storia si trovano a fatica. Chissà come mai.

Perché la strategia della tensione – ci racconta oggi Saverio Ferrari in un bell’articolo su il manifesto – inizia ben prima del 12 dicembre 1969. Nel luglio del 1960 il tentativo del governo Tambroni di creare un blocco di destra nel nostro paese viene bloccato dalle piazze. In tutta Italia si accende una vera e propria rivolta popolare, che porterà la polizia di Scelba a fare una vera e propria strage: inque furono i manifestanti uccisi solo a Reggio Emilia, il 7 luglio, dove la polizia esplose 182 colpi di mitra e 39 di pistola, e quattro tra Licata, Palermo e Catania.

Per la destra italiana – cioè per tutta quella nomenclatura politica, industriale e militare che sosteneva Tambroni e la sua alleanza con l’MSI – fu un colpo durissimo, e dimostrò loro che, nonostante tutto, la sinistra era forte nel nostro paese, proprio a livello di sensibilità e cultura, e non tanto e non solo a livello elettorale.

La loro reazione fu durissima, come ci racconta Ferrari:

Da qui una riflessione strategica sul contrasto al “comunismo” che attraversò in particolare la sua parte più radicale. A ispirarla fu Julius Evola che dopo i fatti di Genova delineò l’esigenza di un golpe di destra. Su L’Italiano di Pino Romualdi, già nell’agosto 1960, scrisse che per fermare «il comunismo come forza sovversiva organizzata» e «cancrena ormai ramificata nel nostro Paese», bisognava preparare il «colpo decisivo», «l’ora X», così la definì, da attuare mediante l’esercito, con il sostegno della Nato e l’appoggio del Vaticano.

Da quel momento iniziò una “teorizzazione” della lotta anti-comunista che coinvolse non solo le frange più estreme del fascismo italiano, ma anche pezzi importanti delle istituzioni, non ultimi l’esercito e le forze dell’ordine.

Il luglio 1960 ebbe un forte impatto anche fra le gerarchie militari dove si fecero strada nuove teorizzazioni, mutuate anche dalla riflessione di altri stati maggiori, in primis quello francese reduce dalla sconfitta d’Algeria, incentrate sull’esistenza ormai di un nuovo tipo di guerra, non più condotta unicamente sul piano della forza militare, ma attraverso il condizionamento delle masse. Il “nemico” era ormai all’interno del nostro Paese.

Nasce così un asse micidiale, fatto di fescisti, militari d’altissimo rango, politici di governo e, probabilmente (come ci dice la storia di Gladio), anche di soggetti non italiani (non dimentichiamoci che siamo in piena “guerra fredda”, e che la “crisi dei missili” è del 1961. E che Kennedy viene ammazzato nel 1963…), con tutto un grosso apparato di riflessione.

Si organizzò più di un convegno da parte delle alte gerarchie militari. Il primo, dal titolo «La minaccia comunista sul mondo», si tenne a Roma, tra il 18 e il 22 novembre 1961, finanziato direttamente dal “fondo di propaganda” della Nato. Tra i presenti numerosi ministri dei maggiori Paesi occidentali, alti ufficiali della Nato e numerosi fascisti come Giano Accame e Mario Tedeschi.

Copertina degli atti del convegno "La guerra rivoluzionaria", a cura dell'Istituto Pollio, tenutosi a roma nel 1965Seguirà il famoso convegno su «La guerra rivoluzionaria» del 3–5 maggio 1965 all’Hotel Parco dei Principi di Roma, promosso sempre dai vertici militari attraverso l’Istituto Alberto Pollio (Capo di Stato maggiore dell’esercito nel 1914, conosciuto per le sue posizioni reazionarie, favorevole, tra l’altro all’uso della forza militare contro le folle), cui parteciparono molti di coloro che negli anni successivi sarebbero divenuti tra i principali protagonisti, sul piano operativo, della strategia della tensione.

A dirigere i lavori fu chiamato il tenente-colonnello Adriano Magi Braschi responsabile del Nucleo guerra non ortodossa dello Stato maggiore dell’esercito. Tra i relatori: Ivan Matteo Lombardo, socialdemocratico legato a Edgardo Sogno, Pino Rauti di Ordine nuovo, Fausto Gianfranceschi, ex Fasci d’azione rivoluzionaria, Giorgio Pisanò, Enrico De Boccard, ex Guardia nazionale repubblicana, Guido Giannettini, agente dei servizi segreti, Pio Filippani Ronconi, ex ufficiale delle SS italiane, e Alfredo Cattabiani, tra i massimi esponenti dell’integralismo cattolico.

Ad assistere ai lavori furono invitati anche una ventina di esponenti di Avanguardia nazionale, in prima fila Mario MerlinoStefano Delle Chiaie. Tra il pubblico anche Carlo Maria Maggi, il reggente di Ordine nuovo nel Triveneto, che sarà poi condannato per la strage del 1974 di piazza Della Loggia a Brescia. I convenuti poterono anche disporre di documentazioni curate dal Centro alti studi militari e dello Stato maggiore difesa.

Vorrei che ci si soffermasse sui nomi di cui sopra e dell’ambiente da cui provenivano e di cui facevano parte:

persone che erano o erano state ai vertici dell’Esercito, ex SS, fascisti, servizi segreti, ex partigiani di destra, cattolici integralisti.

Continua Ferrari:

Furono dunque i vertici militari italiani a trasmettere la cultura della «guerra non ortodossa» ai gruppi neofascisti. Non trascurabile fu il ruolo dell’Istituto Pollio, che non si limitò a organizzare convegni, svolgendo una funzione di collegamento dello Stato maggiore dell’esercito con l’estrema destra nel quadro di una cooperazione civili-militari in funzione anticomunista. Una cooperazione che, alla metà degli anni Sessanta, usciva dal piano delle mere elaborazioni teoriche per passare su quello delle realizzazioni pratiche.
La strada verso la stagione delle bombe e delle stragi era ormai aperta. A guidarla, un ampio schieramento reazionario composto da militari, da apparati di intelligence e di polizia, da settori del mondo economico e politico, con i fascisti sussunti in veste di manovali.

Quanto dice Ferrari non è frutto di “teorie complottiste”, ma è quanto emerge da anni di processi, che anche se non sono riusciti a portare a delle condanne, hanno però messo in luce definitivamente chi e perché fu, per esempio, attuata la Strage di Piazza Fontana. Dice il giudice Salvini:

Tutte le sentenze su Piazza Fontana anche quelle assolutorie, portano alla conclusione che fu una formazione di estrema destra, Ordine Nuovo, a organizzare gli attentati del 12 dicembre. Anche nei processi conclusesi con sentenze di assoluzione per i singoli imputati è stato comunque ricostruito il vero movente delle bombe: spingere l’allora Presidente del Consiglio, il democristiano Mariano Rumor, a decretare lo stato di emergenza nel Paese, in modo da facilitare l’insediamento di un governo autoritario. Come accertato anche dalla Commissione Parlamentare Stragi, erano state seriamente progettate in quegli anni, anche in concomitanza con la strage, delle ipotesi golpiste per frenare le conquiste sindacali e la crescita delle sinistre, viste come il “pericolo comunista”, ma la risposta popolare rese improponibili quei piani.

Ciò non significa che non siano stati individuati dei colpevoli:

Almeno un colpevole c’è anche nella sentenza definitiva della Cassazione del 2005. Si tratta di Carlo Digilio, l’esperto in armi e in esplosivi del gruppo veneto di Ordine Nuovo, reo confesso, che fornì l’esplosivo per la strage ed il quale ha anche ammesso di essere stato collegato ai servizi americani.
[…]
Ma in tutte le tre ultime sentenze risultano confermate le responsabilità degli imputati storici di Piazza Fontana, pure loro di Ordine Nuovo: i padovani Franco Freda e Giovanni Ventura. Essi però, già condannati in primo grado nel processo di Catanzaro all’ergastolo, e poi assolti per insufficienza di prove nei gradi successivi, non erano più processabili. Perché in Italia, come in tutti i paesi civili, le sentenza definitive di assoluzione non sono più soggette a revisione.

Quando si dice che della Strage di Piazza Fontana “non si sa la verità” si mente sapendo di mentire. Della Strage ormai si sa quasi tutto. Per esempio:

L’elemento nuovo, storicamente determinante, sono state le testimonianze di Tullio Fabris, l’elettricista di Freda che fu coinvolto nell’acquisto dei timer usati il 12 dicembre per fare esplodere le bombe. La sua testimonianza venne acquisita solo nel 1995. Un ritardo decisivo e “provvidenziale”. Perché Fabris nel 1995 descrisse minuziosamente come nello studio legale di Freda, presente Ventura, furono effettuate le prove di funzionamento dei timers poi usati come innesco per le bombe del 12 dicembre.
Le nuove indagini hanno anche esteso la conoscenze dei legami organici fra i nazifascisti, elementi dei Servizi Segreti militari e dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, diretto all’epoca da Federico Umberto D’Amato.
[…]
Il gruppo di Freda acquistò valige fabbricate in Germania in un negozio di Padova e comprò i timer di una precisa marca che mise nelle valige insieme con l’esplosivo procurato probabilmente dal gruppo veneziano che disponeva di propri depositi. Alcune valige furono portate a Roma e consegnate ad esponenti di Avanguardia Nazionale che effettuarono gli attentati minori all’Altare della Patria. Altri militanti invece raggiunsero Milano con altre due valige esplosive, attesi dai referenti locali di Ordine nuovo. Una bomba alla Banca Commerciale in piazza della Scala non esplose, l’altra alla banca dell’Agricolura, in piazza Fontana, provocò la strage.
Entrambi gli obiettivi,le banche e l’Altare della Patria, potevano essere letti in una chiave anticapitalista ed antimilitarista in modo da far ricadere la colpa sugli anarchici ed in genere sulla sinistra.

La copertina del libro "La strage di Stato", che per primo smarcherò il connubio tra pezzi dello stato e fascisti nella Strage di Piazza FontanaPiazza Fontana fu l’inizio di una strategia – la Strategia della tensione, appunto, – atta a destabilizzare il paese, a creare il terrore – quindi fu Terrorismo – per evitare che le forze progressiste del paese potessero diventare maggioritarie. E, come si urlava nei cortei fino a pochi anni fa (spero ancora oggi), “le bombe nelle piazze, le bombe nei vagoni, le mettono i fascisti, le pagano i padroni”: uno slogan che sintetizza perfettamente quello che Ferrari e Salvini spiegano sopra con dovizia di particolari.

La strategia della tensione ha ucciso centinaia di innocenti, per poter mantenere lo status quo e non permettere agli italiani di compiere quel cambiamento che con 1968 – ’69 stava iniziando.

Terrorismo di Stato.




Come mai agli intellettuali italioti non piace Erri De Luca?

Immagine di Erri De Luca in Val SusaÈ questa una di quelle cose che – ingenuamente – mi hanno sempre stupito parecchio: come mai ai nostri “intellettuali” (quelli che scrivono sui quotidiani di “sinistra”, che quando parlano ponderano, perché stanno dicendo cose importanti, che vanno concesse con precauzione, si sa mai che qualcuno le usi male) Erri De Luca piace poco?

Io non lo conosco Erri De Luca di persona, quindi magari è persona antipaticissima, non lo so. Però ho letto – e continuo a leggere – tante cose sue. E poche volte ho trovato un autore con un uso della parola tanto accurato, tanto calibrato. Lui non lavora sulla “struttura”, non gioca con la storia o con altri “trucchi” che spesso si trovano in letteratura. Lui gioca con le parole, partendo da un rispetto profondissimo per essere, per le cose che con esse va a parlare, a maggior ragione se le usa per parlare di persone.

Rispetto, è la parola che immediatamente mi sale alle labbra quando penso a Erri De Luca: rispetto – profondissimo – per lui, per le cose che ha scritto, per le cose che dice, che fa. Rispetto è anche quello che sento che lui offre, ad iniziare dalla sua storia, che è quella di un ex militante rivoluzionario che ha percorso gli anni che vanno dal 1968 al 1980 senza mai pentirsene. Anzi, proponendo una dicitura
M E R A V I G L I O S A  per quegli anni, contrapposta alla vergognosa “anni di piombo”:

anni di rame, perché c’era come un filo di metallo conduttore attraverso cui si propagava ogni lotta, ogni impegno, ogni fierezza

E qui, forse, si comincia a capire come mai sono così pochi gli “intellettuali” italiani che amano Erri De Luca: perché la maggior parte di loro, a differenza del Nostro, sono dei pentiti. Gente che ha fatto il ’68 (o il ’77, peggio ancora!) e che oggi se ne vergogna. E che non può sopportare qualcuno che non solo li difende, quegli anni, ma che ancora oggi, con rispetto, senza la pretesa di insegnare nulla a nessuno, quando c’è bisogno arriva e c’è, è presente. Anche a costo di essere processato.

Uno di noi, Erri De Luca, uno che condivide con gli altri la sua persona, mettendola a rischio; uno di quelli che

rischiavano la strada e per un uomo
ci vuole pure un senso a sopportare
di poter sanguinare
e il senso non dev’essere rischiare
ma forse non voler più sopportare

Uno che in tutte le sue storie ci siamo noi, quelli che si ribellano, quelli che sabotano, quelli che si fidano di chi gli sta accanto, quello che ha sottobraccio quando si decide di smettere di sopportare. Forse è per questo che pochi lo amano, tra gli “intellettuali”, perché è uno di quelli che viene con noi a condividere il pane, un compagno.

Oggi lo riconosci, era impossibile trattare con quella gioventù. Da dov’era spuntata tutta insieme? Così avversa a ogni autorità, strafottente di deleghe, di partiti, di voti, così ficcata in mezzo al popolo, pratica di vie spicce, contagiosa.
Entrava nelle prigioni a schiere di arrestati, faceva lega con i detenuti e iniziavano le rivolte contro il trattamento penitenziario. Andava a fare servizio di leva e dentro le caserme partivano gli ammutinamenti per un rancio migliore e una paga decente. Negli stadi i tifosi adattavano i cori e ritmi delle manifestazioni ai loro incitamenti. Da dov’era spuntata quella generazione imperdonabile che ancora sconta il debito penale del suo millenovecento? Non lo sai, immagini piuttosto che in un sistema ondoso c’è un’onda più serrata e forte, che non si spiega con quella di prima né con quella di dopo. Perciò immagini che prima o poi le genera-zioni tornano.

Questa è stata la generazione di Erri De Luca, spazzata via con ferocia da uno Stato che non poteva permettere più di tanto che andasse avanti a sabotare l’esistente. Una generazione che, nelle sue forze migliori, è stata al nostro fianco, ed è ancora oggi al fianco di chi continua a lottare per fare di questa vita un degno di questo nome.

Ma ci fai cosa, tu e altri della tua specie ed età, in mezzo a questi nuovi? Poco e niente ci fai, che possa servire a loro, però ci stai lo stesso, richiamato in strada dal rosso di Genova, di piazza Alimonda, della notte alla Diaz, del resto alla caserma Bolzaneto, dal rosso sparso apposta che per vie misteriose risale alle tue arterie e ti appartiene.