Caro Roy Paci, sull’Amiata non siamo haters, ma lovers

Caro Roy Paci, ieri sulla tua bacheca è nata una discussione brutta, pesante, piena di insulti e male parole.
Sono volati epiteti tipo “hater”, “fascista”, “radical chic” e via insultando.
I motivi del litigio, a questo punto, passano in secondo piano, ed ed è la cosa peggiore che possa succedere, perché significa che abbiamo perso di vista la luna e ci siamo concentrati sul dito.

Sono qui non per rinfocolare il litigio, al contrario, ma per raccontarti, educatamente, chi sono quelle e quelli che hai definito “hater” e “fascisti”.

Siamo cittadini, in alcuni casi compagne e compagni, del Monte Amiata, versante grossetano.
Qui sull’Amiata c’è la geotermia, una fonte energetica definita “green” – e per questo incentivata con una pioggia di soldi – ma che in realtà è complice di un eccesso di mortalità per tumore del 13% medio. A Taranto è dell’11 (per maggiori info: https://sosgeotermia.noblogs.org).
Il principale attore di questo scempio è ENEL, ma dal 2010 sono subentrati altri protagonisti “minori”, il più importante dei quali è Sorgenia, che fino a poco tempo fa era proprietaria di quella “Tirreno Power” che ha 26 rinviati a giudizio per disastro ambientale e sanitario colposo per la centrale di Vado Ligure (https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/12/tirreno-power-26-a-giudizio-per-disastro-ambientale-e-sanitario-colposo/4288646/).

Queste aziende, appena iniziano ad essere contestate ed attaccate dai cittadini per i danni che provocano alla salute e all’ambiente, attivano un giochino ormai collaudatissimo di “greenwashing”, come racconta bene un articolo del Fatto Quotidiano di qualche anno fa:

“Eni, Enel, Shell, Total e le sponsorizzazioni a squadre, feste e sagre di paese: ecco come i colossi si assicurano il consenso”

https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/03/eni-enel-shell-total-e-le-sponsorizzazioni-a-squadre-feste-e-sagre-di-paese-ecco-come-i-colossi-si-assicurano-il-consenso/2406934/

Dal 2011 noi cittadini, compagne e compagni dell’Amiata combattiamo tutto questo.
È una battaglia impari, perché da una parte ci sono i colossi industriali di cui sopra e i loro complici, in primis il Pd toscano e i suoi alleati, con un potere economico, mediatico e di controllo del territorio portentoso; dall’altra noi, abitanti di un territorio povero, di piccoli borghi medievali, faticosamente dediti ad un’economia della qualità, della solidarietà, dal basso.

Alcuni di quelli che hai insultato ieri, per esempio, vivono a Monticello Amiata, borgo di 500 abitanti, piccolo ma vivace.
Facciamo parte della locale Pro Loco (https://www.monticelloamiata.it), che tra le altre cose, lo scorso 7 e 8 luglio ha organizzato con il Comitato Agorà CittadinanzAttiva (https://www.facebook.com/agoracittadinanzattiva2/; https://agorattiva.noblogs.org/) la 4a edizione di “Giù le mani dalla nostra terra” (https://agorattiva.noblogs.org/2018/06/20/7-8-luglio-tutti-a-monticello-amiata-ritorna-giu-le-mani-dalla-nostra-terra/; https://www.facebook.com/giulemanidallanostraterra/), festa dei Comitati contro la Geotermia Speculativa ed Inquinante, a cui hanno partecipato centinaia di persone, in cui si è parlato di quello che succede, ci sono stati spettacoli teatrali, reading e presentazioni di libri, in cui hanno suonato gli amici e compagni delle Radici nel Cemento, mentre l’anno scorso suonarono i Quertiere Coffee di Filippo Rootman Fratangeli, anche lui amico, fratello e compagno.

Nel nostro piccolo, facciamo anche tante altre cose:

l’anno scorso è nata la locale sezione dell’ANPI, dedicata al “nostro” partigiano, Aroldo Colombini detto “pistola” (https://www.facebook.com/anpiarolodocolombinimonticelloamiata/), morto giusto un anno fa, con cui cerchiamo, faticosamente, di contrastare la deriva fascista e razzista del nostro paese.

Razzismo che, sempre nel nostro piccolo, cerchiamo di contrastare con un’altra bella iniziativa, che facciamo ormai da tanti anni in collaborazione con la Casa Museo di Monticello (https://casamuseo.info/; https://www.facebook.com/CasaMuseo.MonticelloAmiata/), che si chiama MonDOcello, in cui le comunità che vivono il paese, italiane e non, si incontrano una sera appena finito il ramadam, per condividere cibo, parole, musica, amicizia. L’edizione di quest’anno è di settimana scorsa:

https://casamuseo.info/mondocello/ e https://www.facebook.com/events/2079111272330200/

Libreria Nomade, con cui ti sei scambiato gli insulti più brutti, ogni 4a domenica del mese è a Monticello per partecipare al “Mercato Contadino e delle Autoproduzioni” (https://genuinoamiatino.noblogs.org/post/2018/04/11/mercato-contadino-e-delle-autoproduzioni/), una bellissima iniziativa nata da Genuino Amiatino (https://www.facebook.com/genuinoamiatino/; https://genuinoamiatino.noblogs.org/), che fa parte del circuito di Genuino Clandestino (http://genuinoclandestino.it/), a cui partecipano non solo gli attivisti di questo circuito, ma anche paesani, donne e uomini di Monticello, a prescindere dalla razza, religione, sesso, età.

Ecco, questi sono i “fascisti”, gli “hater”, come ci hai appellato.
Qui da noi nessuno è “hater”, nonostante i tanti motivi che avremmo per esserlo . Anzi, siamo tutti “lover”, perché amiamo smodatamente il nostro territorio, le sue bellezze, la sua vocazione al piccolo, al lento, alla qualità, al biologico, alla solidarietà, all’alterità.

Per questo sono qui a scriverti, con rispetto e affetto, visto che ti conosco e ti seguo da anni, visto che ho partecipato a tantissimi tuoi concerti, visto che ho tutti i tuoi dischi, sia quelli con gli Aretuska che quelli di Corleone:

per invitarti sull’Amiata, a parlare con noi, a conoscere quello che succede, a visitare lo scempio fatto dall’ENEL e a vedere le meraviglie che i potentati politico-economici vogliono distruggere in nome del Dio Profitto; per accompagnarti, con un bicchiere di Montecucco, il nostro DOC, una salsiccia e un costoleccio di Francesco, il figliolo di Aroldo “Pistola” che fa l’allevatore di maiali, con una bella insalata della Cooperativa di profughi che partecipa al Mercato Contadino, tra di noi, i “lovers” dell’Amiata.




Medicina Democratica sul decreto dei 12 vaccini

È di questi giorni un nuovo decreto sui vaccini – fascista – per cui lo Stato italiano, nella (losca) figura della Ministra Lorenzin, vorrebbe obbligare tutte e tutti a vaccinare i propri figli a ben 12 tipi di malattie, pena multe salatissime (fino a 7.500€), fino alla sospensione della potestà genitoriale!

Sulla questione, ovviamente, lo scontro diventa durissimo, anche tra “compagni”:

i sostenitori della vaccinazione di massa – chiamiamoli gli “scientisti” – non discutono minimamente nulla di quanto proposto, tanto nel merito che nel metodo, perché “la vaccinazione fa bene, ha sempre fatto bene, e non potete dimostrare che porti a nessun problema”. E zitti!

i sostenitori del dubbio, invece, portano tutta una serie di questioni – dalla paura nei confronti dei vaccini tout court, alla messa in discussione della categoria di “epidemia”, alla quantità e alla modalità di somministrazione dei vaccini – con tutta una serie di sfumature anche rilevanti, che comunque sono sempre sostenute da argomentazioni “scientifiche”, tanto quanto quelle degli altri.

I toni, come sempre in questi casi, sono da “crociata” (da una e dall’altra parte, compreso chi scrive), non mancano insulti, amicizie che si rompono, scomuniche.

Per fortuna gli amici e compagni di Medicina Democratica hanno rilasciato una bella (a mio avviso) intervista a Radio Onda Rossa, che ci permette di provare a mettere un punto fermo nella critica a questo decreto, ed alle vaccinazioni di massa in generale, nel nostro paese:

http://www.ondarossa.info/redazionali/2017/05/crociata-vaccini




Il Re è nudo, ma guai a dirlo! Enrico Rossi e la geotermia sull’Amiata

L'installazione di Arcidosso
L’installazione di Arcidosso

25 luglio 2016: la Regione Toscana, Enel e i sindaci dei comuni geotermici amiatini inaugurano di nascosto la centrale geotermica “Bagnare 4”.

I comitati riescono a venire a sapere tutto (sull’Amiata non ci nascondete nulla) e organizzano varie forme di protesta: da una parte la manifestazione di Meetup Arcidosso Cinque Stelle a cui ha aderito SOS Geotermia; dall’altra parte i comitati Fumarole, No Geotermia Seggiano, terrAmiata e Agorà CittadinanzAttiva hanno organizzato una manifestazione fatta di striscioni, poesie, cartelli ed altre installazioni artistiche lungo il percorso che va dal bivio di Monticello al bivio dei Capenti, passando per Arcidosso. Tra queste, un’installazione di un artista locale, posizionata in un campo privato di fronte alla centrale di Bagnare 4.

Bene: tutto ciò che avevamo messo da Arcidosso in poi è stato rimosso ed è sparito, compresa l’installazione nel capo privato, configurando così i reati penali di violazione di proprietà e furto.

Alle nostre richieste di spiegazioni le autorità, nella figura del vice questore, ci è stato risposto che era stato dato l’ordine di rimuovere tutti gli striscioni “offensivi”.

Potete vedere le foto e decidere da soli cosa c’era di offensivo in ciò che è stato rimosso.

Evidentemente ormai è considerato offensivo il solo protestare: dire che il Re – e i suoi servi sciocchi – è nudo non si può. E le forze dell’Ordine ubbidiscono all’istante.

Cosa altrettanto grave è che, pur di non far vedere al Re il dissenso, si violini leggi, si compiano furti.

A nostro avviso l’episodio è gravissimo, e non mancheremo di far ricorso alle autorità competenti, ad iniziare dal Tribunale di Grosseto.

Non possiamo che prendere atto di quale sia stata la risposta degli amministratori locali alla nostra richiesta di scegliere quale parte sostenere, se la multinazionale o i cittadini.




Il manifesto, slow food e la geotermia

la chiocciola logo di slow foodLeggo il manifesto, quotidiano comunista, dal 1988.

Oggi la crisi – cioè la mancanza di soldi – mi ha obbligato a ridurre al minino le spese extra, e il manifesto ne ha pagato le conseguenze come tutto il resto; se poi, non meno importante anzi, ci mettiamo che il giornale non ha avuto quella gran capacità di mettersi “al passo coi tempi”, sia per quel che riguarda il rapporto con i lettori/attivisti, sia per quello che riguarda il nuovo mondo della comunicazione (e si che ne avrebbe anche avuto la passibiiltià, ma si è ben guardato di tentarla, quando poteva); tutto ciò mi ha portato a fare de il manifesto il “giornale del sabato”.

È solo di sabato, infatti, che compro il giornale; il sabato perché è il giorno di Alias, l’inserto settimanale de il manifesto dedicato a cinema, musica ed arte in genere. Un inserto che mi piace molto, soprattutto nella sua parte musicale.

Sabato 3 ottobre compro, come tutte le settimane il giornale e mi metto a leggerlo: sfoglio le prime pagine velocemente (non me ne frega un granché di cinema, tanto meno di festival su quello muto. Sono ignorante, lo so…), e mi imbatto nella prima sorpresa:

l’inserto sull’agricoltura altra, bio, antagonista e via movimentando, curato da nientepopodimenoche Slow Food. Si, quella slow food che nel 2013 firma un’intesa con il Co.Svi.G (Consorzio per lo sviluppo delle aree geotermiche, come si può leggere su greenreport.it

un’intesa tra Slow Food Toscana, Fondazione Slow Food per la Biodiversità e Co.Svi.G (Consorzio per lo sviluppo delle aree geotermiche)

come ci racconta Sos Geotermia quell’anno, tanto da spingersi a scrivere una “Lettera aperta a Carlo Petrini e Slow Food” cui non seguì mai alcuna risposta.

Oggi, 3 ottobre 2015 compro il manifesto, apro Alias, e mi trovo l’inserto curato da Slow Food. Ma le sorprese non sono finite, perché nel bel mezzo dell’inserto curato da Slow Food, cosa non ti vado a trovare, con la potenza che solo le immagini sanno dare?? Che cosa?!? Tel chi:

La pubblicità di ENEL sul manifesto riguardo la geotermia

Giustamente non ci poteva mancare il logo di Expo, che quando le cose si fanno, si fanno per bene o non si fanno per nulla! E che diamine!!

Ora, il primo pensiero – quello del “Franco e il bicchiere mezzo pieno” – è “si vabbè, ma perché mai dovrebbero conoscere la questione della Geotermia sul Monte Amiata?” Forse perché sono giornalisti? Perché scrivono su un quotidiano comunista? Perché sono “il quotidiano dei movimenti”, di quelli che “vogliono cambiare lo stato di cose presenti”?

E già, quelli del il manifesto sono giornalisti di sinistra, impegnati, vicini ai movimenti, molti di loro arrivano dai movimenti: chi dal ’77, chi dalla “pantera”, qualcuno forse addirittura da “Genova 2001”.

Ma della geotermia non sanno un cazzo – gli risponde il “Franco che se ne vadano affanculo –  pensano che sia una cosa bella, sana, un’alternativa rinnovabile e rispettosa dell’ambiente.

Mi piacerebbe portargli qualche parente dei 198 morti in eccesso che ci sono stati in dieci anni nei comuni geotermici del Monte Amiata a farci fare du’ chiacchiere, così da informarsi, ai signori giornalisti comunisti di sinistra de il manifesto. Magari poi, invece di farsi fare le pubblicità dai complici di quel che accade sull’Amiata, come ci racconta l’ARS Toscana, già nel 2011: http://sosgeotermia.noblogs.org/2015/06/03/medicina-democratica-analizza-lo-studio-epidemiologico-dellars-piu-ospedalizzazioni-e-198-morti-in-piu-in-10-anni/, ci pensano due volte.

Ecco, a voi un sabato pomeriggio a rosicare, schifato dalla tanta leggerezza e pochezza di cui, oggi – e ormai da tanto, troppo tempo – quella che dovrebbe essere la “sinistra radicale” di/mostra.




Faaa fa fa fa, fa fa fa, fa fa faaaa!

Faaa fa fa fa, fa fa fa, fa fa faaaa!

 

 

 

 

 

Quando ti metti in gioco

decidendo che, si!,

è arrivato il momento di svoltare.

Faaa fa fa fa, fa fa fa, fa fa faaaa!

senza domande senza perché

balla il rock steady

vai con lo skank

Faaa fa fa fa, fa fa fa, fa fa faaaa!

Quando ti sentiti libero

di placare la tua fame

andando alla ricerca di nutrimento con tutta la grinta che hai

Faaa fa fa fa, fa fa fa, fa fa faaaa!

senza domande senza perché

balla il rock steady

vai con lo skank

monticello bay

non è quella di james bond

quel ghetto blaster, alzalo un po’

Faaa fa fa fa, fa fa fa, fa fa faaaa!

col sangue agli occhi

pieno di guai

Faaa fa fa fa, fa fa fa, fa fa faaaa!

senza domande senza perché

balla il rock steady

vai con lo skank




Sabella assessore alla legalità: prima ci spieghi Bolzaneto e la Diaz

Immagine Un momento della manifestazionein ricordo ai10 anni dall`irruzione alla scuola Diaz questa sera  21 luglio 2011 a Genova.È quantomeno curioso dover leggere sull’Huffington post un articolo in cui si mette in discussione la nomina del Sig. Alfonso Sabella, quale “attuale assessore alla legalità del Comune di Roma, è un magistrato che si è fatto onore nella lotta contro la mafia”.

È curioso perché è Huffington post, e non la “sinistra” (?) di governo (?!), tipo SEL (?!?!?!), a porsi delle domande assolutamente interessanti. Domande che partono da una valutazione, lucida, dell’attuale considerazione che hanno le istituzioni italiane, e le “forze dell’ordine” in particolare, per una larga fascia della popolazione italiota. Si legge, infatti:

La fiducia nella legalità e nelle istituzioni destinate a tutelarla e a promuoverla è oggi minata da due fattori diversi. Il primo è indubbiamente la corruzione e il malaffare, anche di stampo mafioso, che si insinua nelle Istituzioni democratiche trovando lì complicità ed appoggi interessati (il caso romano ne è l’esempio più clamoroso, non certo l’unico); il secondo è l’impunità di cui godono le forze dell’ordine e gli apparati dello Stato quando sono esse stesse a violare la legge, commettendo violenza ingiustificata verso cittadini inermi, ancora più grave quando questi cittadini sono privati della libertà personale, e posti sotto la vigilanza e la tutela dell’Amministrazione Carceraria.

E dagli torto.

Date le premesse, visto lo staccamento sempre più ampio (e giustificato) tra cittadini e istituzioni, se queste ultime volessero davvero che questo iato si riducesse, dovrebbero – velocemente – mettere in atto azioni (non chiacchiere) che mettessero in evidenza la differenza tra “prima” ed “ora”. A maggior ragione se a governare le istituzioni – nazionali e locali – ci sono, in gran parte, forze “democratiche”. Ma la vogliono davvero, queste forze “democratiche” , la riduzione dello scollegamento di cui sopra? Ho dei dubbi serissimi.
E l’Huffington post pare d’accordo con me:

Alfonso Sabella era anche il “coordinatore dell’organizzazione, dell’operatività e del controllo su tutte le attività dell’amministrazione penitenziaria in occasione del G8 di Genova“. Anche, e soprattutto, di quelle che si svolsero a Bolzaneto. E in quell’occasione il suo comportamento non fu certo esemplare.

Lo si rileva dallo stesso decreto di archiviazione emesso dal Tribunale di Genova, nel quale pur escludendo il dolo, che deriverebbe dalla prova della sua presenza diretta mentre venivano posti in essere le azioni di più efferata violenza, considera il suo comportamento “gravemente colposo”, pur non essendo perseguibile in sede penale. Rinvia la sentenza di archiviazione ad altre sedi possibili dove valutare la congruità dei comportamenti rispetto alla posizione rivestita e prendere le eventuali misure disciplinari. Come è noto quelle sedi non furono attivate per nessuno dei coinvolti in quei fatti o che avevano la possibilità di impedirli. Sono ancora tutti in servizio, alcuni promossi a incarichi più alti. Il capo della polizia di allora fa il Presidente di Finmeccanica.

Sabella vide, lo ammette lui stesso, i detenuti, molti dei quali feriti, costretti in piedi, con le gambe divaricate e la faccia contro il muro. Ne chiese conto, ma prese per buone le incredibili giustificazioni del responsabile della Polizia Penitenziaria, che li tenevano così per tenere separati “eventuali gruppi tra loro contrapposti e dividere gli uomini dalle donne”. Sabella si limitò a dire che non dovevano essere tenuti in quella posizione per più di 15 minuti. Come è noto i minuti furono di più, e quella posizione eccitò, risulta dal processo, gli istinti peggiori delle guardie e dei poliziotti, che li colpivano coi manganelli per far divaricare le gambe e sbattevano le loro teste contro i muri”.

Ecco, questo è l’uomo che il Pd – nella figura del sindaco Marino e nel commissario del partito a Roma (nonché presidente del partito a livello nazionale) Matteo Orfini – ha posto come “assessore alla legalità del Comune di Roma”. L’uomo che, a Genova nel 2001, vide (fa bene citare di nuovo questa parte):

i detenuti, molti dei quali feriti, costretti in piedi, con le gambe divaricate e la faccia contro il muro. Ne chiese conto, ma prese per buone le incredibili giustificazioni del responsabile della Polizia Penitenziaria, che li tenevano così per tenere separati “eventuali gruppi tra loro contrapposti e dividere gli uomini dalle donne”. Sabella si limitò a dire che non dovevano essere tenuti in quella posizione per più di 15 minuti. Come è noto i minuti furono di più, e quella posizione eccitò, risulta dal processo, gli istinti peggiori delle guardie e dei poliziotti, che li colpivano coi manganelli per far divaricare le gambe e sbattevano le loro teste contro i muri.

Ecco, quest’uomo deve occuparsi della LEGALITÀ a Roma. Deve vedere (!) cosa di marcio c’è ancora e debellarlo. Lui che non si è accorto di quel che accadeva a Bolzaneto. Perbacco!

L’Huffington post finisce con una bella chiusura, che bisognerebbe analizzare ed usare anche rispetto agli anni ’70 e la repressione che l’allora “sinistra” (il Pci) scatenò contro chiunque non fosse dalla sua parte (quindi TUTTO il movimento di allora: come ebbe a dire Mussi, attuale presidente della Presidenza nazionale di Sinistra Ecologia Libertà, “per combattere il terrorismo abbiamo dovuto togliere l’acqua ai pesci”; cioè reprimere TUTTO il movimento, per battere i lottarmatisti):

La nomina di Sabella ad assessore alla legalità nel Comune di Roma può sembrare un ulteriore invito a mettere tra parentesi quei fatti e quella ferita, nella convinzione illusoria che sia l’oblio a risanare i mali. Del resto lo stesso Sabella quei fatti li rimuove dalla sua scintillante autobiografia in cui narra i suoi successi nella lotta contro la mafia.

Ma l’oblio non cura niente, anzi riproduce le stesse ferite. Sarebbe bene che Sabella, nell’accettare un incarico politico così impegnativo, provasse a spiegare a noi tutti e a se stesso, per quali meccanismi mentali, per quali condizionamenti, un servitore delle Stato possa venire meno ai suoi doveri di responsabilità verso uomini e donne indifesi che dovrebbe prioritariamente – prima dei suoi sottoposti, prima dei suoi sovraposti politici – essere chiamato a tutelare e a rispettare. Perché quei fatti non si ripetano. Per fare più serenamente anche il suo nuovo lavoro.

Ma l’oblio non cura niente, appunto.




Quando il disastro ambientale non ha colpevoli ma complici

Mappa che descrive, graficamente, il rapporto tra Legambiente e SorgeniaLeggo stamani un articolo su il manifesto in cui si commenta la sentenza di ieri sul disastro ambientale causato dalla discarica di rifiuti tossici della Montedison a Bussi, in Abruzzo, in cui tutti i (presunti) colpevoli di questa incredibile vicenda sono stati assolti.

Il commento, giustamente indignato, sottolinea come nel nostro paese, nel 2014 quasi 2015 non ci sia ancora una legislazione degna di questo nome sui reati ambientali, permettendo – tra l’altro – ai responsabili di essere pure ignoranti. Cito:

non c’è il reato di disa­stro ambien­tale, che com­porti la per­ma­nenza del reato fin­ché per­si­stono gli effetti disa­strosi sulla salute umana e sulla com­pro­mis­sione distrut­tiva dell’ambiente. Per cui la pre­scri­zione scatta, ine­vi­ta­bile. Oggi con una variante in più, pro­po­sta sem­bra dall’avv. Seve­rino, già mini­stro della giu­sti­zia, che sostiene che, al con­tra­rio di quanto ci hanno sem­pre ripe­tuto che la legge non ammette igno­ranza, per l’ambiente que­sta igno­ranza sarebbe ammessa e quindi gli impu­tati non sape­vano quel che face­vano!

E – continua saggiamente il commento – questa condizione fa si che il territorio continui ad essere trattato come risorsa infinita da sfruttare, e non come risorsa preziosa e finita senza la quale la vita non è possibile. Una dinamica squisitamente economica, dice il notista – io mi permetto di coniugare diversamente il concetto: dinamica squisitamente capitalistica – e cito:

Que­sta logica va sman­tel­lata alla radice, quando in gioco ci sono inte­ressi col­let­tivi e il futuro di intere comu­nità. Ser­vono nuove poli­ti­che di pre­ven­zione e di gestione vir­tuosa dei beni comuni, certo, ma serve anche il bastone della legge penale con­tro chi si ostina a fare impresa a danno della comu­nità

Dice il nostro che, però, una strada per fare qualcosa ci sarebbe, ed è “il dise­gno di legge 1345, appro­vato lo scorso 26 feb­braio a lar­ghis­sima mag­gio­ranza alla Camera e subito spa­rito nelle sab­bie mobili del Senato”. E conclude con un accorato appello:

Ai sena­tori di que­sta legi­sla­tura il com­pito di dimo­strare al paese intero il loro senso di respon­sa­bi­lità e di lun­gi­mi­ranza, appro­vando in tempi rapidi il Dl già pas­sato alla Camera, con miglio­ra­menti pos­si­bili ma senza stra­vol­gi­menti pre­te­stuosi. Su que­sto siamo a saremo intran­si­genti. Biso­gna dare rispo­ste con­crete a quel paese dimen­ti­cato, che non ha nes­suna inten­zione di abbas­sare la guar­dia e di accet­tare supi­na­mente i dik­tat delle solite lobby. Ognuno fac­cia la sua parte e se ne assuma la respon­sa­bi­lità, noi lo stiamo già facendo per il bene del nostro paese.

Diciamo che mi sono trovato non dico d’accordo, ma almeno non in disaccordo con quanto letto in questo articolo. Certo, la dimensione di chi scrive è, evidentemente, tutta “politicista”: si, ad un certo punto si citano i comitati, ormai nati ovunque (per una bel ragionamento sul ruolo dei comitato nella fase politica odierna suggerisco di leggere questa importante proposta del collettivo di scrittori Wu Ming: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=19913) e – addirittura! – i “cittadini”; ma viene fatto solo per far vedere che quel che dice l’articolista è sostenuto “dalla gente”.

Ma chi è che scrive questo articolo e per conto di chi?

Scrive l’articolo il Sig. Vittorio Cogliati Dezza, “presidente di Legambiente”.

Chi, come me, vive in provincia di Grosseto conosce bene Legambiente, per l’ormai famosa “Festambiente” che si tiene tutte le estati a Rispescia; nota, soprattutto, per i concerti delle famose stars che ne caratterizzano le serate.

Ma per chi si occupa di ambiente in maniera indipendente, sa anche che Legambiente ha come partner nientepopodimeno che Sorgenia, che è l’azienda (attraverso la CIR) del Sig. De Benedetti (il famoso “tessera del Pd n. 1”) e che è, soprattutto, l’azienda che possiede il 39% della centrale elettrica a carbone di Vado Ligure, per cui il Gip del tribunale di Savona, Fiorenza Giorgi, ha accolto la richiesta di sequestro della Procura ligure perché

l’ordinanza con cui il Gip ha disposto il sequestro parla di nesso di causalità tra le emissioni, le morti e le patologie. E la prova del disastro ambientale doloso con conseguenza sulla salute dei cittadini starebbe nella rarefazione dei licheni e nell’aumento delle malattie. Secondo la procura di Savona i fumi della centrale hanno causato 442 morti tra il 2000 e il 2007. Per il procuratore Francantonio Granero l’impianto avrebbe causato anche “tra i 1.700 e i 2.000 ricoveri di adulti per malattie respiratorie e cardiovascolari e 450 bambini sarebbero stati ricoverati per patologie respiratorie e attacchi d’asma tra il 2005 e il 2012″.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/11/sorgenia-guai-senza-fine-per-de-benedetti-chiesto-il-sequestro-per-la-tirreno-power/909244/

Ma non è tutto:

Sorgenia fa anche parte della “Rete Geotermica”, che sarebbe (cito):

una rete d’imprese […] che oggi riunisce 16 aziende italiane (non c’è Enel Green Power) titolari di know how, permessi di ricerca e capacità tecnologico-produttive in campo geotermico: si va da Sorgenia a Exergy del gruppo Maccaferri, da Turboden fino a ToscoGeo e Magma Energy Italia, controllate con una quota di maggioranza dallo stesso Gori. La rete associa in pratica l’85% delle aziende che detengono permessi di ricerca geotermica in Toscana e il 50% di quelle che hanno permessi in Italia.

E qui si apre un nuovo entusiasmante capitolo:

Sorgenia (partner, come abbiamo visto sopra, di Legambiente) fa parte di questa famigerata “Rete Geotermica” che, come ci dice l’articolo riportato sopra,

La Toscana rilancia la sua lunga tradizione geotermica […] con una sfida innovativa e ambiziosa: creare una filiera interamente made in Italy per la costruzione di impianti geotermici a ciclo combinato chiuso, senza alcuna emissione in atmosfera e dunque a ridotto impatto ambientale.

Peccato che questa splendida “filiera interamente made in Italy” (che dicendolo in inglese, forse, pare una roba figa, chissà…) sia composta da aziende, come Sorgenia (ricordo, partner di Legambiente), che è responsabile (dice una Procura della Repubblica, cosa da dimostrare ovviamente) “di 442 morti tra il 2000 e il 2007 e […] tra i 1.700 e i 2.000 ricoveri di adulti per malattie respiratorie e cardiovascolari e 450 bambini […] per patologie respiratorie e attacchi d’asma tra il 2005 e il 2012″.

Progetto che (cito sempre dall’articolo del Sole 24 Ore):

una volta che la Rete Geotermica avrà messo a punto l’impianto-pilota e aperto la strada alle nuove tecnologie, la filiera made in Italy potrà svilupparsi in patria e fuori. Il Gruppo Graziella ha già programmato gli investimenti dei prossimi cinque anni: 20-30 centrali geotermiche a ciclo combinato chiuso, di “taglia” vicina a 20 megawatt, in Toscana, Umbria, Lazio e Sardegna.

Tutto questo è confermato dalla stessa Regione Toscana: nel sito di quest’ultima, infatti, si può trovare una bella cartina delle zone geotermiche regionali con segnati le “concessioni di ricerca”, cioè i permessi di ricerca dati ad aziende che cercano la risorsa geotermica. Eccola:

La mappa delle concessioni di ricerca geotermica in Toscana

Quello che si vede da questa cartina (sul sito della Regione è disponibile una versione cliccabile, con tanto di menù in cui si vede il nome del concessionario ed altre informazioni utili) è che le zone geotermiche toscane (la zona nord, nel pisano e la zona sud, il Monte Amiata) sono state completamente date in concessione, escluse le zone di competenza dell’ENEL (che da decenni fa geotermia sull’Amiata, con grossi problemi per i cittadini, ci dicono gli amici di Sos Geotermia).

Di queste concessioni di ricerca almeno 6 sono di Sorgenia (Legambiente)

Ma di cosa stiamo parlando, quando diciamo “le zone geotermiche toscane”? Stiamo parlando di una zona – quella nord, nel pisano – che ormai da decenni è diventata “monocultura”: lì si fa solo geotermia, si campa (si fa per dire) di quello e altro non si vuole.

Nella zona sud, invece, si parla del Monte Amiata. Il Monte Amiata ha tutta una serie di caratteristiche veramente interessanti, sia dal punto di vista fisico-geologico, che dal punto di vista storico-culturale, che dal punto di vista economico.

L’Amiata è un vulcano spento; è sede dell’ex miniera di mercurio più grande d’Europa; è il bacino idrico più importante del centro Italia (quello del Fiora, che serve 700.000 cittadini, tra le provincie di Grosseto, Siena e Viterbo).

L’Amiata è una montagna, d’inverno si scia; è una zona famosa per le sue acque fin dai tempi degli Etruschi; Etruschi che vi hanno lasciato, con i Romani, reperti archeologici preziosi. È meta turistica amata da molti, perché – oltre ad essere una terra di bellezza straordinaria, anche per il suo carattere un po’ “selvaggio”, a differenza della vicina Siena, tutta curata e laccata che pare la Svizzera (un po’ di sano campanilismo, suvvia!) – è anche vicinissima a località turistiche famose e ricercate in tutto il mondo: la già citata Siena, e l’ancora più vicina Montalcino con la sua Val d’Orcia, che è a meno di un’ora di macchina; Firenze e il Chianti, a meno di due ore di macchina; il lago di Bolsena, nel viterbese; Roma, che è a meno di 3 ore di macchina. In un’ora o poco più si arriva al mare, in zone come Talamone, il Parco dell’Uccellina, Punta Ala, e via discorrendo.

L’Amiata è terra di qualità agroalimentare: l’oliva seggianese e il suo dop; il vino Montecucco e il suo doc; la castagna dell’Amiata e il suo IGP; solo per dirne alcune, ben lontani da qualsiasi completezza. L’Amiata è anche confine diretto con la Val d’Orcia, la terra di Montalcino e del Brunello (c’è bisogno di spiegazioni?).

Bene, proprio qui, tra la Val d’Orcia e il Monte Amiata, è stata presentato il primo Progetto di centrale geotermica (il progetto si chiama “Montenero”, dal nome del paese vicino al quale dovrebbe sorgere questa centrale. Il nome completo del paese è, Montenero d’Orcia, tanto per capire di cosa stiamo parlando) di un’azienda facente parte la Rete geotermica (di cui sopra): la Gesto Italia srl (società a socio unico, capitale sociale 10.000€) ha presentato un progetto per la costruzione di una centrale geotermica da 5 MGW (una bellezza alta 11m, larga 84, lunga oltre 110) da farsi tra le olive dop, i vigneti doc e le castagne igp.

La cosa ha scatenato la reazione di tutta le popolazioni locali: cittadini, aziende, associazioni di categoria, intellettuali e – almeno all’apparenza – anche tutte le amministrazioni locali (attenzione: il progetto di cui stiamo parlando, quello generale della Rete geotermica, ha come sponsor principale la Regione Toscana, governata dal Pd; tutte le amministrazioni locali di cui stiamo parlando, dalla Provincia a l’ultimo dei comuni, sono pure loro governate dal Pd. De Benedetti, il Sig. Sorgenia è – come dicevo sopra – il famoso “Sig. tessera del Pd n. 1”; storico Presidente di Legambiente, Ermete Realacci, è Presidente della Commissione ambiente del Parlamente, Pd. Tanto per non fare confusione) hanno urlato NO a questo progetto, e ormai ogni comune ha il suo comitato contro questo mostro che vogliono costruire nel bel mezzo dello splendore descritto sopra. I più attivi, ad ora, sono:

Altri ne stanno nascendo in tutti i paesi della zona.

Quindi, ricapitoliamo:

sul manifesto di oggi il Sig. Cogliati Dezza attacca la sentenza che assolve Montedison dal disastro ambientale di Bussi (Abruzzo). Lo fa dall’alto del suo essere Presidente di Legambiente. Peccato che Legambiente è:

  • parner di Sorgenia;
  • Sorgenia (della CIR di Debenedetti, tessera Pd n. 1) possiede il 39% della centrale elettrica di Vado Ligure, chiusa perché “i fumi della centrale hanno causato 442 morti tra il 2000 e il 2007”;
  • Sorgenia fa parte della “Rete geotermica” che vuole fare 20 – 30 centrali geotermiche in Toscana, Umbria e altrove (sollevando la rivolta popolare, la prima delle quali
  • la centrale “Montenero”, tra la Val d’Orcia e l’Amiata, in provincia di Grosseto, patria di Legambiente, tanto per “quadrare il cerchio.

A questo punto, come dicono giustamente gli amici di “difensori della Toscana“:

Non aspettiamoci di essere aiutati da Legambiente nella nostra battaglia contro le trivellazioni e gli scempi provocati dalla geotermia, non ci aiuteranno mai.
Informiamoci meglio e impariamo a distinguere chi veramente difende l’ambiente.

Sarebbe bene che anche il manifesto iniziasse a selezionare meglio i propri “amici”, se non vuole continuare a perdere per strada non solo i lettori, ma anche quel po’ di rispetto che gli è rimasto.




Eternit e giustizia

Immagine di Renato Prunetti
Renato Prunetti

Il sabato compro ancora il manifesto (vecchi vizzi che si fa fatica a cacciare), ed oggi vi ho trovato l’articolo del mio amico Alberto Prunetti sulla questione eternit.

Questione che per lui ha voluto dire tanto, un tanto che ci ha raccontato in uno splendido e tremendo libro e che racconta, ancora, in questo splendido e tremendo articolo.

A me, banalmente, mi si sono riempiti gli occhi di lacrime e il cuore di odio. Cosa che, ultimamente, sta succedendo sempre più spesso.

Sono cre­sciuto guar­dando i film spaghetti-western assieme a mio padre. Guar­da­vamo anche i clas­sici di John Ford e ci rico­no­sce­vamo in quei cow­boy umi­liati e dere­litti. Sape­vamo che dove­vano pas­sarle di cotte e di crude ma ave­vamo anche la cer­tezza che il film non sarebbe arri­vato ai titoli di coda senza che al pre­po­tente non venisse pre­sen­tato il conto delle sue male­fatte. Era un mondo sem­plice di ric­chi pro­prie­tari, legu­lei e impren­di­tori delle fer­ro­vie da una parte e di umili cow­boy o indiani che veni­vano sopraf­fatti dall’altra. Ma alla fine i ric­chi paga­vano per le loro colpe e il sole del sel­vag­gio west baciava sulla fronte que­gli umili vac­cari così simili ai nostri babbi. In quelle pel­li­cole sem­plici, di imme­diata com­pren­sione per la classe ope­raia, vede­vamo illu­strati i valori che i padri inse­gna­vano ai figli: pane, salute, lavoro e giustizia.

Dopo la sen­tenza Eter­nit dello scorso mer­co­ledì, la parola sen­tenza mi si sovrap­pone con­ti­nua­mente col volto duro di Lee Van Cleef in un film di Ser­gio Leone. Quasi quarant’anni dopo aver visto la prima volta quel film, che cono­sco a memo­ria, è dif­fi­cile fare i conti del dato e dell’avuto. Se guardo alla classe ope­raia, penso ai lavo­ra­tori della Thys­sen e a quelli di Casale e mi prende lo scon­forto. Se guardo alla mia sto­ria, il qua­dro rimane avvilente.

In ogni vec­chio ope­raio di Casale Mon­fer­rato rivedo la figura di mio padre. Renato Pru­netti ha lavo­rato per anni facendo manu­ten­zioni, coi­ben­ta­zioni, sal­da­ture e car­pen­te­ria in ferro nelle raf­fi­ne­rie e nelle accia­ie­rie di mezza Ita­lia. Quando è uscita la lista dei dieci siti indu­striali più inqui­nati d’Italia, almeno otto sta­vano den­tro alla rubrica tele­fo­nica di casa, alla voce R di Renato, dove si appun­ta­vano gli alber­ghi in cui lui e gli altri ope­rai tra­sfer­ti­sti anda­vano a dor­mire, a fianco dei recinti dei can­tieri indu­striali. C’era anche Casale Mon­fer­rato in quell’agenda, per­ché lui aveva lavo­rato nella raf­fi­ne­ria Maura, a pochi chi­lo­me­tri dalla città più espo­sta d’Italia.

Anche Renato aveva tagliato l’amianto per anni con il fles­si­bile e anche lui aveva pro­vato a rivol­gersi alla giu­sti­zia. Aveva chie­sto due volte il rico­no­sci­mento dell’esposizione pro­fes­sio­nale all’amianto. Pec­cato che era già morto da sette anni nel momento in cui un giu­dice lo ha omag­giato dei «bene­fici» della legge, con­ce­den­do­gli di andare in pen­sio­na­mento anti­ci­pato quando ormai era già «man­cato», come si dice a Casale con un eufe­mi­smo molto diffuso.

A quale giu­sti­zia affi­darsi allora men­tre a Casale si strin­gono le fila e si spera in un ultimo ten­ta­tivo di inchio­dare «lo sviz­zero» alle pro­prie responsabilità?

I saggi par­lano di que­stioni di lana caprina tra diritto e giu­sti­zia. Eppure le nostre pre­tese erano poche. I nostri vec­chi non vole­vano cono­scere il mondo né godersi certi lussi. Pane, salute, lavoro e giu­sti­zia nei giorni feriali. Le par­tite, l’orto, le bocce e la bici­cletta nei festivi. Era que­sta la vita ope­raia. Si sen­ti­vano eroi wor­king class, cow­boy con la chiave inglese e la tuta blu al posto del cap­pello e un muletto a motore die­sel che a volte andava al trotto, a volte al galoppo.

Rad­driz­za­vano i ferri e i torti con pochi sapienti colpi di mar­tello, certi della loro lealtà verso gli altri.

Quarant’anni dopo, nel gioco di sponda tra diritto e giu­sti­zia, al palaz­zac­cio della Cas­sa­zione abbiamo impa­rato che il diritto è storto e la giu­sti­zia ingiu­sta. Che il pane del lavoro fosse avve­le­nato ormai lo sape­vamo già e la salute dei nostri vec­chi i padroni se la sono tenuta come caparra a pegno delle buste paga con cui ci hanno fatto stu­diare e crescere.

Sch­mi­d­heiny, non stu­pirti allora se nei tuoi sogni peg­giori sen­ti­rai le armo­ni­che di un film western ita­liano. Prima o poi quelli di Casale arri­ve­ranno per rad­driz­zare i torti, prima dei titoli di coda. Puoi scom­met­terci un dollaro.

*autore di «Amianto, una sto­ria ope­raia», edi­zioni Alegre

http://ilmanifesto.info/in-ricordo-di-mio-padre-operaio-nel-far-west/




1984: quando il Pci salvò Andreotti

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (D) con Giulio Andreotti in una immagine di archivio  ANSA/ENRICO OLIVERIO- U.S. PRESIDENZA REPUBBLICAPrendo pari pari un articolo pubblicato pochi giorni fa da contromaelstrom, blog di controinformazione:

Trentanni fa, 1984, primi giorni di ottobre.

La Commissione parlamentare per l’indagine sui crimini commessi da Michele Sindona, in particolare sui legami Mafia, Banche, Partiti, Vaticano, P2, che aveva dominato l’Italia, giunse a delle conclusioni terribili. Su queste conclusioni si svolse un dibattito parlamentare dal quale emerse, per iniziativa di parlamentari radicali (Aglietta, Teodori, Melega), una mozione di sfiducia verso Giulio Andreotti, allora ministro degli esteri che, dai lavori della Commissione, risultava assai coinvolto in quelle faccende.

Il presidente della camera Nilde Iotti accordò il voto segreto, richiesto dai radicali, su questa mozione.

Sembrava scontata la maggioranza contro Andreotti: molti parlamentari democristiani avrebbero votato contro Andreotti, i partiti laici e i 198 voti del Pci avrebbero mandato a casa il “divo”.

Il 4 ottobre si vota. Risultato: la mozione viene respinta con 199 voti contrari e 101 a favore.

Il gruppo parlamentare comunista aveva annunciato il giorno prima che non avrebbero partecipato al voto, astenendosi. Chi aveva fatto questo annuncio e si era battuto per l’astensione era stato il Presidente dei deputati comunisti Giorgio Napolitano.

La stampa del giorno dopo titolava ovviamente: «Il PCI salva Andreotti». La base del Pci andò su tutte le furie, scazzottate nelle sezioni, sedie che volavano e il segretario Alessandro Natta fu costretto a smentire Napolitano, affermando che il partito era estraneo alla decisione dell’astensione, che l’iniziativa era stata dei parlamentari. Natta, per cercare di recuperare la orribile figuraccia dei parlamentari, affermò che «nessuno può intendere il voto di astensione come assoluzione» e che quindi «il ministro degli esteri si sarebbe dovuto dimettere».

Tutti sappiamo che Andreotti non si dimise, anzi aumentò le opportunità per il premierato.

Le voci dei giorni seguenti confermarono che l’iniziativa dei parlamentari del Pci di non votare e salvare Andreotti era stata caldeggiata da Giorgio Napolitano.

Era il 1984, ma la trama non era quella del libro omonimo di George Orwell… era peggio!!!

Negli anni successivi si capì perché.

Oggi è lampante! Questi ci governano!

E noi?

E noi, si chiede giustamente l’autore? E noi siamo qui, con gli eredi di Napolitano e di quel (?) Pci, a vederci distruggere il paese per gli interessi di lobby, multinazionali e sciacalli vari. In silenzio.

Per quanto ancora?




Giornata della memoria: non dimentichiamo il Porrajmos

Immagine di bimbi Rom e Sinti in un campo di concentramento nazista
Porrajmos

Arriva la Giornata della Memoria e con essa, implacabile, arriva la bile.

Oggi il “merito” di aver innescato il fiotto è dello store online di ebook Bookrepublic, che decide di ricordare con una selezione di libri. Quella che potete trovare all’indirizzo sottostante:

http://www.bookrepublic.it/ebook-promo/gennaio-2014/giornata-della-memoria-2014/

Se aprite quel link troverete una messe di libri, molti dei quali – se non tutti – assolutamente interessanti, che vi accompagneranno in questa giornata nata “per non dimenticare”. Lo stesso faranno sicuramente giornali, televisioni, radio, con trasmissioni ad hoc, articoli, interviste e quant’altro ci venga in mente.

Tutte – o quasi – avranno la caratteristica che trovate aprendo il link di cui sopra, quella della memoria a indirizzo unico, monotematica, buona per un solo soggetto:

gli ebrei.

L’Olocausto NON ha avuto a che fare solo con gli ebrei, per quanto siano stati il gruppo religioso con il maggior numero di vittime (6 milioni su 15). L’Olocausto ha mietuto altri milioni di vittime, che però NON vengono praticamente mai ricordate, se non di sfuggita e pure con un po’ di fastidio. D’altronde i tristi compagni di tragedia degli ebrei sono stati i Rom e i Sinti (di cui si calcola non meno di 500 mila vittime), ma che fai, ricordi gli zingari? Quelli che rubano i bambini e fanno l’elemosina per strada? Sei matto?! Poi ci sono gli omosessuali (circa 600 mila vittime), ma anche qui, vorrai mica parlare in tv dei finocchi?! Che la guardano i bambini…. Poi i testimoni di Geova, varie altre confessioni, per finire con quelli che Wikipedia chiama dissidenti, cioè gli oppositori politici al nazismo, ad iniziare dai comunisti per passare per gli anarchici. Gli oppositori politici sono stati i primi, cronologicamente parlando, a finire nei campi di concentramento. E gli ultimi ad uscirne. Ma di sta gente è meglio non parlarne, peggio degli zingari e dei finocchi…

No, niente bile. Non vale la bile, la rabbia, il disgusto per quel che si vede accadere oggi – e ieri – e accollarlo a chi non è stato mai responsabile degli errori altrui. Il disgusto è di oggi, per l’ipocrisia pelosa di chi santifica il più forte – di oggi – e dimentica il più debole – di oggi e di ieri.

Ma chi, ieri, debole e impotente, ha subito il martirio del campo di concentramento, dell’essere trasformato nel nulla da distruggere; bene, per coloro, per tutti coloro – i tanto ricordati e i vergognosamente dimenticati – per TUTTI coloro non si può non lavorare, quotidiamente, perché certe cose – più tremendamente vicine di quanto si possa mai temere – NON possano accadere MAI più.

A nessuno.

Oggi, domani, fra una settimana, ieri, dobbiamo ricordare. Non si può, non si deve, ricordare una tantum, come festa comandata. Bisogna ricordare, perché solo chi ricorda può sperare di non commettere di nuovo certi orrori.

Quindi dobbiamo – come dice Moni Ovadia – attuare una memoria attiva, qualcosa a cui aggrapparsi, perché ci faccia vedere nell’altro – a prescindere da tutto – qualcuno di interessante con cui condividere. A prescindere da tutto.

Mi attenuano leggermente questo ennesimo attacco di bile Ecco allora che mi rendono felice alcuni progetti meritori, belli, quelli che vengono dal basso, dalle piccole (o grandi) azioni delle persone normali.

Come il progetto dedicato alla “Giornata della Memoria” della scuola media di Cinigiano (Gr), in cui si parlerà di tutte le vittime dell’Olocausto, e non solo degli ebrei.

O lo splendido DVD edito da A – Rivista anarchica A forza di essere vento, con interviste, documenti, documentari e quanto NON si trova nei canali ufficiali della memoria.

Finisco il pippone proponendovi il capitolo che il maggior storico italiano dei popoli Rom e Sinti, Santino Spinelli (che è anche poeta, cantante, regista) ha dedicato al Porrajmos, lo sterminio nazista di Rom e Sinti: Rom, Genti libere, Baldini e Castoldi, 2012

«Porrajmos»: un genocidio infinito, di Santino Spinelli

Con il termine Porrajmos o Porajmos (forma sostantivata del verbo porav- = divorare, ingoiare), che significa «divoramento», si ricorda il genocidio di almeno 500 mila Rom e Sinti, vittime dell’odio nazi-fascista durante la Seconda Guerra Mondiale. Le cifre variano da un minimo di 500 mila a un massimo di un milione e mezzo di vittime1 Il Porrajmos, in pratica, è l’equivalente della Shoà degli Ebrei, ma non è altrettanto conosciuto (si è fatto in modo che ciò avvenisse). Molte comunità romanès preferiscono al termine Porrajmos, che in molti dialetti della lingua romanì ha una connotazione sessuale, quello di Samudaripen o Samudaripé («uccisione totale», genocidio) o Baro Romanò Meripen («la grande morte», genocidio). Per capire a fondo questa pagina di storia della popolazione romanì occorre partire da lontano.

Dalla seconda metà del XVIII secolo iniziarono studi e ricerche per meglio conoscere le comunità romanès che da secoli continuavano a girovagare per l’Europa. I Governi europei, nonostante misure repressive spietate, non riuscivano a eliminarli. Per capire chi realmente fossero, si svilupparono studi scientifici. Soprattutto la lingua fu oggetto d’indagini. La scoperta delle origini indiane portò alla nascita della moderna romanologia e a un interesse interdisciplinare nei confronti della popolazione romanì. Studi e ricerche si moltiplicarono come non accadde mai in precedenza; nel 1888, dopo l’interesse suscitato dai romanzi di George Borrow, nacque in Inghilterra la prima rivista dedicata al mondo romanò: «Journal of the Gypsy Lore Society», tuttora esistente (la nuova serie viene pubblicata in America).

Nel XIX secolo il Positivismo sviluppò studi antropologici che predicavano la predisposizione «razziale» al delitto. L’odio secolare nei confronti delle famiglie romanès non cessò mai di alimentarsi: nel 1832, in Germania, fu costruito a Friedrichslohra presso Nordhausen un internato per ospitare i bambini Sinti strappati alle loro famiglie, così come numerose furono le pubblicazioni in cui si ribadiva la loro presunta pericolosità e la loro presunta inferiorità etnica. Cesare Lombroso nel 1856 pubblicò il libro L’uomo delinquente, condannando irrimediabilmente le comunità romanès, mentre J. A. de Gonineau nel 1855 pubblicò il Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane. Queste pubblicazioni, che ebbero una larga diffusione, posero le basi per le teorie razziste e influenzarono i politici nell’attuazione di provvedimenti contro le famiglie romanès. Tali misure rispecchiavano l’idea della prevenzione sociale attraverso una schedatura dei gruppi romanès e maggiori informazioni su di loro. In Austria furono emanate leggi che regolavano il trattamento di polizia dei Rom e Sinti: nel 1871, si applicò la legge sull’espulsione con foglio di via; nel 1873, la legge sul vagabondaggio e, nel 1888, venne emanato il decreto sugli «zingari» in cui per la prima volta si evidenziò il «problema zingari». In Germania, sia durante il periodo dell’Impero (1871-1919), che durante la Repubblica di Weimar (1919-1933) lo sforzo delle autorità fu quello di porre le comunità romanès in un luogo specifico per meglio controllarle e per tenerle separate dalla popolazione tedesca2 Da una parte si voleva la loro sedentarizzazione, ma dall’altra si desiderava relegarle fuori dalle città. Il Cancelliere Bismarck nel 1886 raccomandò l’espulsione di tutte le comunità romanès straniere alle autorità competenti in modo da liberare il territorio dalla «piaga zingara»3. L’esigenza di un maggior e più rigido controllo portò nel 1899 alla nascita in Baviera, nella città di Monaco, della Zigeunerzentrale, un ufficio di polizia con compiti specifici di controllo e schedatura della popolazione romanì sotto la direzione di Alfred Dillman4.

Alla fine del XIX secolo nacquero dottrine, come l’Eugenetica, che intendevano migliorare la razza umana attraverso la selezione naturale. Il fondatore dell’Eugenetica fu Francis Galton, che auspicava interventi diretti al controllo e alla salvaguardia del patrimonio ereditario di una razza, dottrina che divenne nota come «igiene razziale». All’inizio del Novecento, in molti Paesi europei circolavano riviste che si occupavano di Eugenetica e iniziarono a svilupparsi teorie in difesa della «purezza della razza». Nel mondo scientifico tedesco le teorie a sfondo razzista riguardanti le comunità romanès si affermarono sempre di più. Fu il preludio della politica di sterminio che si sviluppò in Europa. Era necessario, dunque, risolvere il «problema zingari» poichè «inquinava» la purezza della «razza ariana» e questo concetto trovò la sua piena attuazione sotto i regimi nazi-fascisti. Hitler fu il primo in Europa a fare dell’ «igiene razziale» una questione di preminente interesse nazionale. Il nazismo si appoggiò al darwinismo sociale per giustificare e propagandare la superiorità della razza bianca su quella nera e della superiorità della razza ariana sulle altre razze bianche.

Nel 1905, Alfred Dillman pubblicò in Germania il risultato delle sue ricerche nel Zingeuner-Buch, uno studio contro «la piaga zingara» con foto e nomi di circa 3.500 Rom e Sinti, presunti «pericolosi», molti dei quali, in realtà, incensurati o con reati lievi5 Ciò pose le basi per lo sterminio di numerose famiglie romanès pochi decenni dopo.

La cattiva predisposizione delle popolazioni europee verso i «diversi» in generale e le comunità romanès in particolare, i forti sentimenti nazionalistici che pervasero il Continente, gli studi pseudoscientifici e la propaganda politica portarono all’affermazione delle teorie nazi-fasciste della superiorità razziale. Le misure repressive iniziarono ad avere carattere persecutorio e furono attuate sistematicamente sulla popolazione romanì con crescente ferocia e disumana perseveranza.

Nel 1912, in Francia il Governo Clemenceau approvò una legge repressiva su base etnica che obbligava tutti i membri delle famiglie romanès a detenere un documento antropometrico, una misura, questa, alla quale non erano sottoposti gli altri cittadini francesi. Questo provvedimento restrittivo e discriminatorio sarà abrogato solo nel 1969.

Nel 1920, in Germania lo psichiatra Karl Binding e il giudice Alfred Hoche scrissero un libro dal titolo Lo sradicamento delle vite indegne di essere vissute in cui facevano appello per la sterilizzazione di coloro che essi consideravano ballastexistenzen (vite inutili).

Nel 1920, in Germania era fatto divieto ai Rom e Sinti di entrare nei parchi e nei bagni pubblici.

Nel 1925, fu organizzata una conferenza sulla «questione zingara»: il risultato fu la richiesta di inviare Rom e Sinti nei campi di lavoro «per ragioni di sicurezza sociale» e la richiesta di una carta identificativa con le impronte digitali adottata due anni dopo6.

In Svizzera nel 1926, una società filantropica al di sopra di ogni sospetto, la Pro Juventute, istituì «un’opera di soccorso per i bambini della strada maestra»7. La realtà fu che l’amministratore dell’organizzazione, Alfred Siegfrid (un pedofilo secondo le testimonianze delle vittime) fece sottrarre alle famiglie romanès e jenische8, con l’aiuto della polizia e delle autorità locali, numerosi bambini ai quali si faceva credere che i genitori li avevano abbandonati o che erano morti. Da un rapporto del 1953, si evinse che almeno 500 bambini furono reclusi in istituti psichiatrici o in orfanotrofi senza contatto con i propri genitori e che le bambine venivano sterilizzate. Solo nel 1973, grazie alla lotta condotta da due donne, la Jenische Mariella Mehr e Zori Müller, una Romnì lovara, che la sezione dell’«opera di soccorso per i bambini della strada maestra» fu chiusa, ma i responsabili non pagarono e non subirono alcun processo9. Nel giugno del 1998, Ruth Dreyfuss, consigliere federale prima e Presidente della Confederazione Elvetica poi, dichiarò che si trattò di un tragico esempio di discriminazione. Furono stanziati fondi per la ricostruzione delle famiglie, ma per molti di loro ormai era troppo tardi e il provvedimento ebbe il sapore di una beffa.

Il 16 luglio 1926, il Parlamento bavarese emanò una legge per combattere gli «zingari e i renitenti al lavoro»: chi non aveva un lavoro (ma per i Rom e Sinti era impossibile trovarne uno, così come non erano autorizzati a costruirsi le case) veniva internato in case di riabilitazione e i figli sottratti e dati in affidamento10.

Nel 1927, in Baviera furono internati 8.000 Rom e Sinti, mentre nello stesso anno in Slovacchia vennero processati alcuni Rom con l’accusa di cannibalismo, un’accusa tanto infamante quanto falsa.

Nel 1928, la legge del 12 aprile e l’ordinanza del 22 maggio ponevano tutte le famiglie romanès residenti in Germania sotto stretta sorveglianza della polizia11.

Nel 1931, a Monaco iniziarono disordini contro le «razze straniere non-europee», ovvero Ebrei, Rom e Sinti con l’appoggio dell’Ufficio Informazioni del Partito Nazista.

Dal 1933, con l’ascesa di Hitler al potere, i nazisti inasprirono le leggi e le azioni repressive già adottate contro le comunità romanès. Il provvedimento concernente «le vite indegne di essere vissute» si riferiva in maniera particolare alle comunità romanès. Una delle prime iniziative adottate dall’Ufficio Informazioni del Partito Nazista fu quella di richiedere le ricerche genealogiche sulle famiglie romanès al dottor Sigmund Wolf, un romanologo molto apprezzato all’epoca. Al contempo, ci fu la richiesta, da parte dell’Ufficio per la Razza e gli Insediamenti (Rasse und Siedlungsamt) delle SS di Berlino, di sterilizzare i Sinti e Rom (anche di mezzo sangue) detti Ziguener. Furono attuate, così, fin dal 1934, le sterilizzazioni che si svilupparono soprattutto nei campi di Dachau, Dieselstrauss, Shachsenhausen, Marzahn, Ravensbrük e Vennhausenduring.

In Svezia nel 1934, iniziarono le sterilizzazioni obbligatorie delle donne appartenenti alle comunità romanès (furono 63.000) che continuarono fino al 1975. Solo nel maggio del 1999, il Parlamento svedese emanò una legge per l’indennizzo delle vittime superstiti a patto che riuscissero a dimostrare gli abusi subiti, in pratica una beffa poiché era impossibile raccogliere le prove.

Sempre nel 1934 in Norvegia iniziarono le sterilizzazioni obbligatorie (furono 40.000) alle quali seguirono nel 1935, quelle in Danimarca (6.000) e in Finlandia12.

Dal 1934 in Germania cominciarono i tentativi da parte delle segreterie dei Partiti di escludere i Sinti e i Rom dalle organizzazioni professionali.

Nel 1935, si creò il primo Zigeuner-lager (campo nomadi) a Colonia13 sorvegliato dalla polizia, che non solo era un ghetto che serviva per il controllo e per separare le famiglie romanès da quelle tedesche, ma doveva essere, secondo l’aberrazione nazista, un luogo di pubblico disprezzo. I campi nomadi che proliferano, oggi, in Italia sono un retaggio di quella cultura e soddisfano le stesse esigenze. Nello stesso anno si eresse il campo di Gelsenkirchen.

Il 15 settembre 1935, il Governo nazista promulgò le Leggi razziali di Norimberga in cui si sanciva che «per la difesa del sangue e dell’onore tedesco» in nessun caso si poteva celebrare un matrimonio da cui poteva nascere una prole «pericolosa ai fini della conservazione della purezza della stirpe germanica». I matrimoni misti con africani, zingari ed ebrei, quindi, furono vietati14. Proprio per contrastare i matrimoni misti, fin dagli inizi del regime nazista furono proposte ripetutamente alcune soluzioni: la deportazione di massa e la sterilizzazione. Fu promulgata anche la Legge sulla cittadinanza con cui «Zingari ed Ebrei» furono declassati «a cittadini di seconda classe» a causa del loro sangue «straniero» e furono privati dei loro diritti civili15.

Nel 1936, Heinrich Himmler, comandante supremo delle famigerate SS e capo del Dipartimento di Polizia Criminale del Reich (RKPA), ordinò che tutte le attività della polizia criminale fossero centralizzate. Si crearono, così, 12 Reichszentralen (Uffici di Polizia) a cui si aggiunse il Centro di Ricerche e d’Informazione del Dipartimento di Polizia di Monaco creato nel 189916. Nel novembre del 1936, a Berlino venne fondato un Ufficio di Ricerche per l’Igiene Razziale annesso all’Ufficio della Sanità Nazionale, un sezione del Ministero degli Interni. L’Ufficio di Ricerche per l’Igiene Razziale era strettamente collegato al Dipartimento dell’Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich o RSHA (Reichssicherheits hauptamt) sotto la direzione di Robert Ritter, che era uno psichiatra e un neurologo distintosi nel campo delle ricerche genetico-razziali17. Ritter fu colui che fissò i criteri per l’identificazione degli appartenenti alla «razza zingara», compresi coloro i quali avevano sangue misto. Fu lui che fece sequestrare, nello stesso anno, il materiale in possesso di Sigmund Wolf sulle famiglie romanès e sul mondo romanò e a proporre la sterilizzazione dei Rom e Sinti di sangue misto. Eva Justin, assistente di Ritter, compì uno studio sulle comunità romanès affermando che non potevano cambiare comportamento o modo di vivere, perché non dipendeva dalla loro educazione o dalla loro volontà, ma dal loro corredo genetico. Arrivò persino a identificare il presunto gene del wandertrieb (istinto al nomadismo) a seguito di uno studio pseudoscientifico su centoquarantotto bambini che, con questo pretesto, nel 1944, furono mandati nelle camere a gas. Robert Ritter e la sua assistente contribuirono a segnare il destino delle comunità romanès.

Gli studi paranoici di questo periodo, avvolti da un’aura di scientificità, giustificarono le politiche repressive e discriminatorie naziste. I Rom e Sinti erano considerati «asociali» oltre che «inferiori» e, con il pretesto di essere «recuperati», nel 1936 vennero avviati ai campi di lavoro: il primo fu quello di Dachau, a cui seguirono quelli di Buchenwald, Mauthausen e Ravensbrück.

Previsti come campi di controllo e di prevenzione sociale, i campi di lavoro erano dei campi di concentramento, dove all’inizio non era prevista la «soluzione finale», ma solo la sterilizzazione e l’allontanamento degli «asociali» dalla «pura razza germanica». Dai campi di lavoro, in cui si moriva di stenti, di fame e per le percosse o le torture, iniziarono a partire i convogli destinati ai campi di stermino più organizzati. Una vera e propria industria della morte pianificata con lucido cinismo, motivata da un odio viscerale e sostenuta da una metodica propaganda. Il controllo mediatico dei nazisti ebbe un ruolo determinante. La propaganda, infatti, attecchì appieno e l’opinione pubblica si rese complice di un massacro senza precedenti. Le notizie e le informazioni erano manipolate e il ministro della propaganda nazista Joseph Paul Goebbels sosteneva che: «Una bugia detta tante volte diventa verità». Le informazioni erano ben selezionate e le opportune mistificazioni manipolarono le coscienze: diffondevano stereotipi negativi e instillavano l’odio razziale, stimolando atteggiamenti ostili nei confronti dei «diversi» ritenuti «inferiori». Oggi, in forme diverse, avviene la stessa cosa. Non è un caso che la situazione per la popolazione romanì sia cambiata di poco rispetto ad allora e non cambierà fino a quando non ci sarà una vera svolta politica di valorizzazione culturale e di reale promozione sociale.

La propaganda presentò «la questione zingara» come un peso notevole per i servizi assistenziali dello Stato, eppure i gruppi di Rom e Sinti che vivevano in Germania erano cittadini tedeschi ed erano in quella nazione da secoli. Particolare risalto si dava alla prolificità delle donne che determinava un ingente esborso per l’ospedalizzazione delle partorienti, eppure il Governo invitava le famiglie tedesche ad avere tanti figli.

Si sollecitarono, così, «giustificati» interventi forti che provvedessero alla sterilizzazione di massa delle comunità romanès ritenute «inferiori».

Il 6 giugno 1936, fu emanato il Decreto per combattere la «piaga zingara» in quanto le comunità romanès venivano percepite come un pericolo e le autorità locali, in attesa di una legge nazionale, potevano usarlo per fermarle in luoghi specifici per meglio controllarle. I campi di internamento proliferarono ovunque e furono costruiti a imitazione di quello di Colonia.

Nel 1936, in occasione dei Giochi Olimpici, Hitler fece «ripulire» Berlino dalla presenza di tutte le famiglie romanès che furono destinate al campo di internamento di Marzahn da cui uscirono solo per essere destinate ad Auschwitz. Nello stesso anno furono eretti i campi d’internamento di Solingen, di Francoforte e di Magdeburgo.

Nel 1937, si costruirono in Germania i campi di internamento di Düsseldorf, di Essen e di Kassel18. In questi campi i mezzi igienico-sanitari erano insufficienti per il numero di persone che ospitavano e ciò provocava continue epidemie. Le condizioni di vita erano disumane.

Il 23 febbraio 1937, Heinrich Himmler ordinò la carcerazione preventiva di diverse categorie sociali, tra le quali Rom e Sinti in quanto «asociali». L’azione fu condotta il 6 marzo e molte famiglie romanès furono colpite dal provvedimento e internate19.

Nel novembre del 1937, una gran parte dei Rom e Sinti tedeschi che militavano nell’esercito, furono esclusi dalle forze armate. Molti rimasero fino all’inizio della guerra riuscendo anche a ottenere medaglie al valor militare, ma all’inizio del 1941 le autorità riaffermarono l’esclusione di tutti i Rom e Sinti dai ranghi militari20.

Nel dicembre del 1937, fu emanato il Decreto per combattere e prevenire il crimine, con cui il Dipartimento di Polizia Criminale del Reich (RKPA) fu autorizzato a deportare le comunità romanès nei campi di concentramento. Nell’aprile dell’anno successivo 2000 Rom e Sinti furono deportati a Buchenwald21.

Dal 13 al 18 giugno 1938, si registrò la settimana di «pulizia» di Rom e Sinti in Germania con una grande ondata di internamenti e con la cacciata dei bambini dalle scuole tedesche. Fu l’equivalente della Notte dei Cristalli per il popolo ebraico che ebbe luogo lo stesso anno22.

Il 1 ottobre 1938, il Dipartimento di Polizia di Monaco, che si occupava fin dal 1899 dei Rom e Sinti, fu assorbito dal Dipartimento di Polizia Criminale del Reich (RKPA), che, dal 27 settembre 1939, divenne un Dipartimento dell’Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich o RSHA sotto il comando dell’SS-Oberführer Arthur Nebe (1894-1945). Quest’ultimo divenne un superiore di Robert Ritter. Artur Nebe era capo del Dipartimento V del RSHA e comandante delle Einsatzgruppen B, un’unità mobile di sterminio, che ebbe un ruolo rilevante nella registrazione, nella deportazione e nello sterminio di Rom e Sinti. L’Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich (RSHA) era comandato da Reinhard Heydrich con il compito di pianificare e organizzare lo sterminio di Ebrei, Rom e Sinti e aveva diversi Dipartimenti, ognuno con un capo, a cui venivano affidate mansioni specifiche. Il Dipartimento I era guidato da Werner Best (1903-1989), coinvolto nella persecuzione dei Rom e Sinti ancor prima di entrare nel RSHA, che non pagò per i suoi crimini; il Dipartimento III era presieduto da Otto Ohiendorf (1907-1951), che diresse, tra il giugno del 1940 e il giugno del 1941, le Einsatzgruppen D, un’unità speciale d’assalto che sterminò migliaia di Rom in Ucraina e in Crimea e che non pagò per i suoi crimini pur avendoli confessati al Processo di Norimberga nel 1945; la deportazione degli Ebrei era organizzata da Adolf Eichmann nel Dipartimento IV; egli odiava profondamente i Rom e Sinti e fu lui a organizzare la loro deportazione nel ghetto di Lodz (Polonia); Paul Werner (1900-1970), sottoposto di Arthur Nebe, aveva una posizione di comando nel Dipartimento V e coinvolto nel genocidio di Rom e Sinti, ma non pagò mai per i suoi crimini.

Il 18 dicembre1938, Heinrich Himmler emanò un decreto concernente la «lotta contro la piaga zingara» con cui si ribadiva la presunta pericolosità dei Rom e Sinti e la necessità di inviare tutte le informazioni su di loro, dai dipartimenti di polizia regionale al Dipartimento di Polizia Criminale del Reich (RKPA) sottolineando che:

«L’esperienza fatta nel corso della lotta contro la piaga zingara fino a oggi, e i risultati delle ricerche biologiche-razziali, ci fanno raccomandare innanzitutto la regolamentazione della questione zingara da un punto di vista razziale»23.

Il decreto conteneva anche «le regole di base» di Himmler per la «soluzione finale» della «questione zingara»: l’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich (RSHA) doveva «accertare» l’affiliazione «zingara» sulla base dei «rapporti sulla razza» di Robert Ritter. Ormai tutto era predisposto per l’annientamento totale dei Rom e Sinti. Il provvedimento era frutto della collaborazione tra le autorità scientifiche e politiche e prevedeva la schedatura di tutti i membri delle famiglie romanès. Nel testo del provvedimento si leggeva tra l’altro: «Sia rilevato il censimento speciale di zingari, semi-zingari e girovaghi che conducano esistenza zingaresca i quali abbiano superato l’età di anni sei… la decisione definitiva circa la schedatura di una persona quale zingaro, semi-zingaro o girovago sarà presa dalla polizia criminale su parere degli esperti». Robert Ritter aveva progressivamente schedato, dal 1936, quasi tutti i Rom e Sinti tedeschi con informazioni su ciascun individuo. Egli si era proposto, sin dall’inizio della sua attività, di rintracciare tutti i soggetti «puri» o di «sangue misto» residenti nel Paese e di interrogare personalmente tutti i sospetti, al fine di ottenere tavole genealogiche esaurienti. Nella primavera del 1942, nei suoi archivi c’erano 30.000 pratiche. Questa cifra corrispondeva al numero di individui appartenenti alla popolazione romanì presente a quel tempo in Germania24.

Nel 1938 in Italia, sulla rivista «La Difesa della razza», apparvero diversi articoli che chiedevano l’introduzione e l’applicazione delle stesse leggi e misure repressive adottate in Germania per le famiglie di Rom e Sinti che vivevano sul territorio nazionale. Con la circolare dell’8 giugno 1938, il Ministero dell’Interno dette «prescrizioni per i campi di concentramento e le località di internamento» in cui dovevano essere rinchiuse le persone «capaci di turbare l’ordine pubblico».

Il 13 luglio 1938, fu pubblicato un manifesto di scienziati razzisti dal titolo Il Fascismo e i problemi della razza.

In Austria il 13 marzo 1938, ebbe luogo un censimento di Rom e Sinti e un’escalation di misure restrittive: in aprile fu loro proibito il diritto di voto; a partire da maggio i bambini furono costretti ad abbandonare la scuola e gli adulti, che non lavoravano ancora presso famiglie di agricoltori, furono inviati a Dachau e a Buchenwald; in luglio furono vietati i matrimoni misti; nel febbraio 1939 fu loro proibito l’acquisto di immobili e a giugno ci fu una nuova deportazione a Dachau e a Buchenwald25.

In Germania, a partire dal 1 ottobre 1938, la deportazione di Ebrei, Rom e Sinti fu incrementata da Adolf Eichmann. La Gestapo si impadronì delle proprietà di Sinti e Rom, confiscate e sottratte con la loro deportazione.

Nel marzo 1939, fu dato l’ordine di creare pass speciali per individuare le diverse categorie sociali: pass gialli per Ebrei identificati con una «J» (Juden=Ebrei) e pass marroni o azzurri per i Rom e Sinti identificati, invece, con una «Z» (Zigeuner=Zingari)26. I Rom e Sinti nei campi di concentramento dovevano indossare (e tenerlo bene in vista) un triangolo nero: era il simbolo degli asociali. La realtà fu che venivano internati su base etnica, anche senza commettere alcun reato.

In Germania nel 1939, Johannes Behrendt dell’Ufficio d’Igiene Razziale, in un breve resoconto, sostenne che: «Tutti gli zingari dovrebbero essere trattati come malati ereditari; la sola soluzione è l’eliminazione. L’obiettivo dovrebbe essere perciò l’eliminazione senza esitazione di questo elemento difettoso della popolazione»27.

Il 7 ottobre 1939, Himmler ottenne il titolo di Commissario del Reich.

Intanto, il 21 settembre 1939, Reinhard Heydrich, capo del RSHA e principale organizzatore della «soluzione finale», tenne una riunione-conferenza a Berlino con la partecipazione dei capi dipartimento di polizia della sicurezza e dei comandanti degli Einsatzgruppen (gruppi di azione speciale). La riunione verteva sulla concentrazione di «Ebrei e Zingari» per uno scopo «segretissimo» e sulla preparazione della deportazione dei «rimanenti 30.000 zingari» dal territorio del Reich verso la Polonia28.

Il 13 ottobre 1939, l’SS-Hauptsturmführer Braune informò Adolf Eichmann, che l’SS-Oberführer Artur Nebe voleva sapere «dove mandare gli zingari di Berlino». La risposta del 16 ottobre di Eichmann, riferendosi alla deportazione degli Ebrei a Nisko, fu: «Il metodo più semplice è aggiungere a ogni trasporto un vagone di zingari».

Il 17 ottobre 1939, seguendo le disposizioni contenute nel decreto di «confinamento» (Festschreibungserlaß) di Himmler, i 12 Reichszentralen (Uffici di Polizia) sotto il comando del RSHA di Heydrich istituirono campi di raccolta, simili a quelli di concentramento, in attesa del trasporto ai campi di sterminio. Il progetto di deportare i 30.000 Rom e Sinti fu confermato nella riunione di Berlino del 30 gennaio del 1940. L’ordine arrivò il 27 aprile 1940, quando Himmler decretò la deportazione di interi nuclei familiari romanès in Polonia. A maggio i treni della deportazione con 2.500 Sinti e Rom tedeschi partirono da Amburgo, Brema, Colonia, Hannover, Düsseldorf, Francoforte e Hohenasperg (vicino Stoccarda)29. I documenti di identità, i vettovagliamenti e gli indumenti furono confiscati così come l’oro, gli oggetti di valore, i gioielli e il denaro contante30. I Rom e Sinti, così, venivano ancora depredati dei loro averi.

In Francia il decreto del 6 aprile 1940, istituì i campi di internamento che proliferarono rapidamente grazie anche alla legge del 1912, che favorì la cattura delle famiglie romanès da tempo schedate e costrette a recarsi nei distretti di residenza per i continui controlli. I campi di internamento furono focolai di epidemie a causa delle inesistenti strutture igienico-sanitarie. In Bulgaria, una gran parte dei Rom di Sofia fu internata in campi provvisori, mentre 25.000 Rom rumeni, la cui metà costituita da bambini, furono deportati in Transnistria (Moldavia) e almeno 11.000 scomparvero31.

L’11 settembre 1940, venne diffusa in Italia la Circolare che il capo della polizia indirizzò a tutte le prefetture del regno: il documento conteneva le disposizioni per l’internamento dei Rom e Sinti italiani32.

Sempre nel 1940, nel campo di lavoro di Buchenwald, si sperimentarono per la prima volta su 250 bambini Rom di Brno gli effetti del gas mortale Zyklon-B33.

Il 27 aprile 1941 fu diramato l’ordine, da parte del Governo di Mussolini, di «Internamento degli Zingari Italiani»34. I Rom e Sinti italiani e gli ebrei stranieri furono gli unici ad essere internati per motivi razziali; gli ebrei italiani internati erano considerati oppositori politici. I fascisti, così, allo scopo di controllare il flusso degli spostamenti delle famiglie romanès, iniziarono a internarle in capannoni o campi di concentramento sotto la direzione e il controllo di Commissari (vice o aggiunti) di polizia o dei Podestà (dei paesi dove i campi erano ubicati). Furono istituiti campi di concentramento in tutta Italia dove gli internati furono costretti a vivere in condizioni disumane35. Fra i più noti luoghi di internamento, anche per le loro carenze igenico-sanitarie, vanno citati quelli di: Tossicia (Teramo), Berra (Ferrara), Montopoli Sabina (Rieti), Boiano (Campobasso), Agnone (Isernia) dove, nel convento di S. Bernardino furono internate le famiglie dei Levak (qui il figlio di Zlato Levak morì per denutrizione), Bogdan e Goman. A Collefiorito (Roma) fu rinchiuso Silvio Di Rocco con tutta la sua famiglia per aver insultato dei fascisti, mentre nelle Isole Tremiti (Foggia) fu internata, tra le altre, la famiglia del Sinto Thulo Reinhardt. La famiglia di Gennaro Spinelli36 (circa 50 persone) fu prelevata a Paglieta (Chieti) da due camionette e, dopo alcune notti trascorse all’addiaccio in un campo recintato dal filo spinato presso la stazione di Torino di Sangro (Chieti), fu deportata, con un treno per bestiame a Bari e da qui internata nell’entroterra, in un casolare sperduto in un luogo che i superstiti chiamano «Rapollo» (avevano sei-sette anni all’epoca). All’arrivo degli alleati, le autorità lasciarono incustodito il casolare e gli internati poterono liberarsi. Così, come racconta mio padre, tenendosi alla gonna di sua madre che portava in braccio un figlio più piccolo, tornarono a casa a piedi attraverso le campagne e le strade secondarie.

In Sardegna furono deportate diverse famiglie di Rom e Sinti del Friuli per poi essere lasciate libere sull’isola senza alcun aiuto, ma controllate; è il caso della famiglia di Giovanni Hudorovich, di Rosa Raidich, di Mitzi Herzenberg e di Giuseppe Levakovich, detto Tzigari, un Rom partigiano che militò nella Brigata Osoppo. A L’Aquila la Gestapo adibì a carcere il locale manicomio dove fu torturato Arcangelo Morelli, sospettato di essere un partigiano. Molti Rom e Sinti effettivamente militarono nelle file partigiane per liberare l’Italia dall’oppressione nazi-fascista. È il caso del Sinto italiano Amilcare Debar, compagno d’armi del Presidente della Repubblica Sandro Pertini oltre al già citato Giuseppe Levakovich. Tre Sinti italiani Walter Vampa Catter, Renato Mastini e Lino Ercole Festini assieme a Silvio Paina, sposato a una Sinta, militanti partigiani veneti, furono catturati a Belvedere di Tezze sul Brenta e fucilati, assieme ad altri partigiani, a Vicenza l’11 Novembre 1944, in risposta a una rappresaglia per un attentato, al Ponte dei Marmi (oggi Viale Dieci Martiri)37. Un cugino di Walter Vampa Catter, anch’egli partigiano, Giuseppe Catter, cadde in combattimento sulle montagne della Liguria presso Lovegno, nel comune di Pieve di Teco, in provincia di Imperia. Questi eroi della Patria Italiana sono stati totalmente dimenticati per decenni, anche dalle stesse associazioni partigiane e gli ideali per cui hanno combattuto o dato la loro vita sono stati traditi se si pensa ai disvalori della società di oggi, alla situazione di molte comunità romanès ancora discriminate o recluse nei campi nomadi e se si pensa alla lunga lista dei bambini morti per gli effetti collaterali del razzismo, dell’emarginazione e della mistificazione. Si sono sacrificati per ottenere questo? D’altro canto, in nessun modo lo Stato italiano ha risarcito i danni procurati alle famiglie romanès dalla dittatura fascista.

Il campo d’internamento di Boiano (dove furono tenuti 58 Rom con donne e bambini poi trasferiti ad Agnone), diretto da un commissario di Pubblica Sicurezza (Umberto Struffi prima ed Eduino Pistone poi), secondo le autorità poteva contenere «250 internati “normali”» oppure «300 zingari», a sottolineare che le comunità romanès erano più disprezzate rispetto ad altre categorie sociali e si riteneva che avessero «meno esigenze»38.

Il 23 ottobre 1940, fu istituito il campo di internamento di Lackenbach a sud di Vienna, un centro di raccolta per un’ulteriore deportazione nei campi di sterminio. I primi trasferimenti di 2.000 Rom e Sinti si registrarono il 4 e il 7 novembre del 1941 con destinazione Lodz. Nel campo passarono almeno 4.000 Rom e Sinti e alla fine del 1941, scoppiò un’epidemia di tifo che portò alla morte molti di loro, soprattutto bambini. I loro corpi furono sepolti in fosse comuni nel cimitero ebraico.

In Serbia, nel 1941, la Wehrmacht retribuiva le esecuzioni di Rom ed Ebrei; gli anziani, le donne e i bambini vennero internati nel campo di Semlin, vicino Belgrado. Dovevano indossare bracciali gialli identificativi con la parola «zingaro». Nei ghetti e nei campi di concentramento della Polonia occupata, Sinti e Rom erano obbligati a portare bracciali con la lettera «Z».

Spietate furono le persecuzioni degli Ustasha, i terribili fascisti croati, che nel campo di concentramento di Jasenovach (Croazia) massacrarono almeno 30.000 Rom slavi.

Dall’estate del 1941, i Sinti e Rom vennero sistematicamente uccisi dai cosiddetti Einsatzgruppen, le truppe d’assalto tedesche, così come dalle Unità della Wehrmacht e dai Ordnungspoliziei nei territori occupati. Ovunque le comunità romanès furono duramente colpite: Belgio, Olanda, Boemia, Moravia, Romania, Polonia, Norvegia, Lussemburgo, Danimarca, Svezia, Finlandia, Francia, Yugoslavia, Grecia, Estonia, Lituania, Lettonia, Ucraina, Bulgaria, Ungheria, Slovacchia, Albania.

Il 7 agosto 1941, Himmler impartì l’ordine con cui si stabiliva che il RSHA avrebbe potuto utilizzare i rapporti sulla razza per prendere le proprie decisioni in merito a ulteriori deportazioni nei campi di concentramento di Sinti e Rom tedeschi.

A metà dicembre del 1941, le truppe d’assalto tedesche Einsatzgruppen uccisero 824 Rom a Simferopol (Ucraina)39.

Nei Paesi Baltici, tra il 1941 e il 1943, le Einsatzgruppen massacrarono almeno la metà dei Rom della Lettonia e quasi il 90% di quelli dell’Estonia e della Lituania; molti di loro furono deportati ad Auschwitz. In Bielorussia, in Russia e in Ucraina furono massacrati non meno di 30.000 Rom. Anche in Polonia, Croazia, Serbia, Boemia e Moldavia si registrarono spietate esecuzioni40. Nel 1942, a Smolensk (Russia), 1000 Rom furono trucidati dopo essere stati posti in stato di fermo. Nello stesso anno in Grecia i nazisti massacrarono migliaia di Rom.

Nel novembre del 1941, furono inviati nel ghetto di Litzmannstadt (Lodz) circa 5.000 Rom e Sinti rastrellati nel Burgerland (Austria). La deportazione fu pianificata e organizzata da Adolf Eichmann. Un’epidemia di tifo ne decimò moltissimi e i superstiti, tra il 5 e l’11 febbraio del 1942, vennero trasferiti e uccisi nelle camere a gas del campo di sterminio di Chelmno sul Ner (Kulmhof)41.

In Francia, dal gennaio del 1942 al dicembre del 1943, furono internate nel campo di concentramento di Montreuil-Bellay numerose famiglie di Rom e Sinti e costrette a vivere in condizioni disumane42. Il 27 dicembre 1943, dal campo partirono 300 uomini e ragazzi per Oranienburg-Sachsenhausen, da dove non tornarono più.

Già il 22 novembre 1940, le famiglie che circolavano presso Charente furono internate nel campo di Angoulème, dove furono costrette a vivere in condizioni al limite della sopravvivenza, come si evince da un documento del 12 dicembre 194143.

Nel marzo del 1942, le comunità romanès vennero equiparate agli ebrei per quanto riguarda la legislazione sul lavoro, persero così il diritto alle previdenze mediche, alla retribuzione festiva e furono assoggettate a una ritenuta del 15% del reddito a titolo di imposta speciale.

Il 22 giugno 1942, un gruppo di Rom (35 persone) proveniente da Lubiana (Slovenia) venne internato nel campo di concentramento di Tossicia (Teramo) in Abruzzo. Nei mesi successivi arrivarono altre famiglie romanès. Il campo, costituito da tre stabili, sotto la direzione e il controllo del Podestà Nicola Palumbi era sovraffollato e, date le cattive condizioni igienico-sanitarie, afflitto da malattie infettive. Le famiglie romanès erano in prevalenza Hudorovich, ma anche Levakovich, Brajdich, Rajhard e Malavach. Dall’agosto del 1942 al settembre del 1943, furono internati 118 Rom (uomini, donne e bambini) e nacquero 9 bambini nel campo.Vivevano in condizioni disumane, ammassati in edifici fatiscenti, esposti al freddo e alla fame, spesso senza indumenti ed erano, sovente, costretti a dormire per terra44.

Ma riuscirono a fuggire. Infatti, il 26 settembre 1943, i carabinieri di Tossicia comunicarono al Podestà Palumbi che: «Gli internati zingari del locale campo, in n. 118, compresi bambini e donne, approfittando della mancanza totale di illuminazione anche nelle private abitazioni, di un forte vento e del tempo piovigginoso, alla chetichella, senza far rumore alcuno, privi di scarpe, si sono allontanati per ignota destinazione»45. Come racconterà in seguito una delle evase, Rava Hudorovich, tornarono a Bologna attraverso sentieri di montagna lungo gli Appennini evitando le strade trafficate, furono aiutati dai partigiani e dai contadini.

In Francia, nel 1942, si aprì il campo di Saliers per l’internamento e il successivo invio nei campi di sterminio di famiglie Rom e Sinte.

Il 16 dicembre 1942, Himmler firmò il «Decreto di Auschwitz», contenente l’ordine di internare ad Auschwitz-Birkenau le comunità romanès per attuare la «soluzione finale», ovvero la cancellazione della popolazione romanì attraverso il genocidio di massa. I Rom e Sinti perdevano, così, anche lo status di cittadini di «seconda classe» ed erano destinati ai campi di sterminio. Le comunità romanès furono rastrellate in tutta Europa a partire dal 26 febbraio 1943 e furono deportate nella sezione B II dello «Zigeuner-lager» di Auschwitz-Birkenau46. Interi vagoni di perseguitati furono condotti, senza alcuna selezione preliminare, direttamente alle camere a gas. Ad Auschwitz morirono almeno 23.000 Rom e Sinti.

Nel Maggio del 1943 Josef Mengele, al servizio delle SS, divenne il medico di Auschwitz. Il suo primo ordine fu di mandare nelle camere a gas diverse centinaia di Rom e Sinti. Iniziò la sua famosa ricerca sui «gemelli», supportata dall’Associazione tedesca per la ricerca Kaiser Wilhelm Institute che portò alla morte migliaia di bambini Rom, Sinti ed Ebrei.

Quello degli esperimenti fu un altro capitolo raccapricciante: i medici nazisti consideravano i Rom e Sinti «materiale umano di grande interesse». Non risparmiarono donne e bambini, spesso, d’intesa con case farmaceutiche come la Pharma e la Bayer (che pagò 150 cavie umane al prezzo di 170 marchi cadauna)47. Josef Mengele, il mostro di Auschwitz, che si macchiò di una quantità incredibile di crimini e che aveva il potere di vita e di morte sui reclusi, compì ricerche sul noma e sul tifo petecchiale e compì esperimenti su 60 coppie di gemelli di Rom e Sinti. Tali esperimenti rientravano nell’ambito dei suoi studi sulla gemellarità, il cui fine era la moltiplicazione rapida della «razza superiore».

Nel campo di Ferramonti di Tarsia (Cosenza), in data 22 giugno 1943, arrivarono 8 Rom da Tuscania (Viterbo); appartenevano a famiglie provenienti dalla Polonia e portavano il cognome di Kwik e Filipoff. In data 6 maggio 1944, si segnalò la partenza di 22 Rom, forse si erano rifugiati nel campo dopo la liberazione.

La Sinta italiana Edvige Meyer morì di stenti nel campo di concentramento di Bolzano.

Nella sola notte fra il 2 e il 3 agosto del 1944, ad Auschwitz, 2897 Rom e Sinti, fra loro molte donne e bambini, furono gasati e inceneriti nei forni crematori48.

In Olanda, il 16 maggio 1944, dopo una retata, 305 Rom e Sinti furono arrestati e 245 di loro deportati ad Auschwitz: solo 30 sopravvissero.

In Belgio, il 15 gennaio del 1944, il convoglio contrassegnato da una Z deportò 351 Rom e Sinti ad Auschwitz: solo 11 saranno i sopravvissuti.

Molti Rom e Sinti furono usati come schiavi per l’industria bellica. Tra il giugno e il luglio del 1944 da Auschwitz furono deportati al campo di concentramento di Flossenburg e da qui distribuiti nelle diverse brigate di lavoro come per esempio nel Gustloff Works a Weimar, nell’industria aeronautica di Erla, nel distaccamento di Leipzing, nel Rheinmetall-Borsig Works a Düsseldorf o nella brigata di lavoro per la rimozione delle bombe a Colonia49. Le condizioni di vita erano le stesse dei campi di concentramento: disumane.

Nel gennaio del 1945, le donne delle comunità romanès furono sterilizzate nel campo di Ravensbrück50.

Nei lager tristemente noti di Dachau, Auschwitz, Sachsenhausen, Buchenwald, Mauthausen, Ravensbrück, Chelmno, Treblinka, Sobibor, Belzec, Jasenovach, Lodz, Lachenback e tanti altri, la popolazione romanì subì ogni sorta di indescrivibile violenza, nonché esperimenti pseudo-scientifici e sterilizzazioni di massa. Molte famiglie furono smembrate, molte comunità romanès furono trucidate nei loro stessi accampamenti alle periferie delle città o nei boschi e seppellite in fosse comuni. Infinite le testimonianze di atrocità di ogni genere in tutti i Paesi occupati dai nazisti. I Rom e Sinti furono depredati dei loro averi: denaro, gioielli, immobili ecc., mai restituiti ai legittimi proprietari.

Furono usati come schiavi nella macchina bellica nazi-fascista, ma a fronte di questo «trattamento», alla popolazione romanì non fu data voce alcuna nel dopoguerra. Nessun Rom o Sinto fu invitato al processo di Norimberga nel 1945 per accusare i propri carnefici. Le autorità dell’epoca non vollero riconoscere il genocidio dei Rom e Sinti poiché significava risarcirli non solo economicamente, ma anche socialmente e culturalmente, promuovendo i loro diritti e le loro peculiarità. La società del tempo non era ancora pronta a riconoscere i diritti della popolazione romanì come, del resto, non lo è la società di oggi.

Nel 1949-1950 le comunità romanès furono escluse dal risarcimento elargito da parte delle autorità tedesche alle vittime dell’Olocausto e si giustificarono sostenendo che i Rom e Sinti furono perseguitati «non per motivi razziali ma in quanto asociali e criminali». Una vergognosa menzogna, come attestano le leggi razziali emanate dal regime nazista e i provvedimenti attuati (la circolare del 1938, a esempio, contro «la piaga zingara»). La stessa Miriam Novitch, superstite ebrea, sostenne nel 1968 che: «I motivi invocati per giustificare la morte dei Rom e Sinti furono gli stessi che ordinavano la morte degli Ebrei e i metodi invocati per gli uni erano identici a quelli impiegati per gli altri»51. I Rom, Sinti ed Ebrei furono gli unici che dovevano essere sterminati su base etnica e razziale nella «risoluzione finale»; furono massacrati per gli stessi motivi e con gli stessi metodi.

Il 7 gennaio 1956, la Corte Federale tedesca emise una sentenza che riconosceva la persecuzione per motivi razziali solo a coloro che furono internati dopo il Decreto di Auschwitz, dal 1° marzo 1943.

In Austria i superstiti Rom e Sinti che cercarono di far valere i propri diritti venivano accusati addirittura di spergiuro se indicavano i campi in cui furono reclusi come «campi di concentramento». In pratica un’ulteriore persecuzione. Al danno si assommò la beffa.

In Germania, nel 1980, il portavoce del Governo tedesco, Gerold Tandler, definì «irragionevole» e «calunniosa» la nuova richiesta di risarcimento da parte delle famiglie romanès deportate o massacrate nel Porrajmos.

Nonostante le insistenze e le prove evidenti anche nel 1988, ancora una volta, il Governo tedesco si rifiutò di risarcire le vittime del genocidio.

Il «New York Times» del 2 maggio 1992, pubblicò un articolo significativo intitolato Burried in the Holocaust (Sepolti nell’Olocausto), che evidenziò come, a distanza di tanti anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, le comunità romanès dovevano ancora lottare per essere riconosciute vittime dello sterminio nazi-fascista.

Anche nell’orrore del genocidio si è voluto creare delle vittime «meno importanti», prolungando un’ulteriore discriminazione. Lo stesso Porrajmos, non riconosciuto istituzionalmente, è un termine non diffuso e non conosciuto dall’opinione pubblica. Ecco il motivo per cui è facilmente dimenticato nella Giornata della Memoria del 27 gennaio, un evento che, così come viene oggi celebrato, è una «memoria mutilata» per le comunità romanès.

La manifestazione, del resto, si sta svuotando del suo profondo significato e di anno in anno si va delineando sempre più come un evento di intrattenimento, un «calderone» in cui far entrare di tutto e di più e spesso senza neanche la partecipazione dei rappresentanti delle categorie sociali coinvolte nello sterminio. Se il genocidio toccato alle altre categorie sociali finì nel 1945 con la Seconda Guerra Mondiale, quello dei Rom e Sinti continua nella contemporaneità. Probabilmente è anche per la facilità con cui l’opinione pubblica dimentica il passato che crimini contro l’umanità continuano a perpetuarsi ancora oggi, anche se in forme diverse.

Decine e decine di migliaia di Rom nei territori della ex Jugoslavia sono state vittime di violenze durante la guerra dei Balcani degli anni Novanta (1991-1995). Questo nuovo recente genocidio ha rappresentato un nuovo flagello per il mondo romanó ed è stato la conseguenza della politica di «pulizia etnica» praticata nei territori della ex-Jugoslavia. Il concetto di «pulizia etnica» era, nella sua essenza, simile a quello della «soluzione finale» nazista.

Sulle decine di migliaia di vittime Rom nei territori della ex Jugoslavia, massacrate o costrette a fuggire in tanti Paesi d’Europa, è caduto, fin da subito, un silenzio assordante: non un solo articolo, né un solo reportage né una sola trasmissione televisiva a loro dedicati. Molti Rom, che sono arrivati in Italia, non hanno avuto lo status di rifugiati politici e sono stati relegati nei campi nomadi. Provenienti dalle case e da una situazione socio-economica dignitosa si sono ritrovati catapultati in una frustrante situazione di emarginazione e di discriminazione.

Anche i Rom rumeni si sono ritrovati nella medesima situazione. Con l’allargamento dei confini dell’Unione Europea verso Est, nuovi Stati sono entrati a farne parte. Fra questi la Romania. Ciò ha generato un nuovo flusso migratorio di famiglie Rom, soprattutto di quelle facenti parte delle fasce sociali più deboli, che ha interessato anche l’Italia, dove sono state segregate nei campi nomadi. Sia le famiglie Rom rumene che quelle dei territori dell’ex-Jugoslavia vivevano nelle case. I campi nomadi, centri di segregazione razziale o apartheid, sono un retaggio della cultura nazi-fascista. Sono pattumiere sociali che sottendono una cultura dell’odio e la negazione dei diritti umani. Questo si coglie in maniera evidente se si analizza il concetto di «campi nomadi».

La parola «campo», anche nella ripugnanza, ricorda i campi di concentramento ed è ben lontana dal concetto di «accampamento» che pur fa parte della cultura romanì. Il vocabolo «nomadi», che implica una forma culturale e non una denominazione etnica, nasconde in realtà il nome vero dell’etnia: un popolo che non viene «nominato» non «esiste» e se non «esiste» non ha diritti, questa è una strategia di repressione attuata dai nazisti che continuavano a chiamare i Rom e Sinti con l’eteronimo Zigeuner.

Nell’era della comunicazione i termini sottendono un fine. Continuare a definire «zingare» o «nomadi» le comunità romanès, sottende che si vuol perpetuare «l’odio razziale» e le discriminazioni. Ciò è ancor più evidente nell’ubicazione dei campi nomadi eretti, spesso, sotto i tralicci dell’alta tensione o nei pressi delle discariche o nei quartieri degradati e malsani, luoghi in cui nessun Gagio (non-Rom) andrebbe a vivere. I campi nomadi sono un crimine contro l’umanità.

La lista delle morti dei bambini appartenenti alle comunità romanès, costretti a vivere nei campi nomadi o emarginati dal mondo civile, è lunghissima: un bollettino di guerra in tempo di pace.

Eppure sono presentati come «espressione culturale» all’opinione pubblica ignara e inerme, dalle autorità, dagli operatori sociali, dai sedicenti esperti e da certe organizzazioni «pro-zingari» o «pro-nomadi» e amplificati dai mass media. Si lascia intendere, in tal modo, che sono le comunità romanès che per una presunta vocazione nomade vogliono vivere nei campi nomadi: «è nella loro cultura» o «sono loro che non vogliono integrarsi». Queste sono le banali quanto efficaci giustificazioni (in realtà mistificazioni) presentate all’opinione pubblica ignara da parte degli ziganidioti senza scrupoli. Sono simili a quelle usate al tempo dei nazi-fascisti, ed ecco il motivo per cui l’opinione pubblica, ancora oggi, viene indotta a non esprimere solidarietà nei confronti delle comunità romanès. La popolazione romanì, come dimostrato, non è nomade per cultura. Mistificare la realtà porta a un errore di valutazione e a una distorsione rispetto alla reale volontà delle comunità romanès.

La loro mobilità in Europa è stata sempre coatta, diretta conseguenza delle politiche persecutorie attuate, sistematicamente, da tutti gli Stati. Le comunità romanès non potevano insediarsi stabilmente in nessun luogo. Erano «costrette» a essere girovaghe, sia per evitare le violenze che le misure repressive. Sono state obbligate a vivere alla macchia, lontane dalle città in una perenne situazione di disagio e di emarginazione e soprattutto private di qualsiasi diritto.

Il rifiuto della romanipè si esprime, oggi, proprio con i campi nomadi, dove, si muore per cause futili. Si muore soprattutto «dentro», nell’anima, nella mente e nella cultura prima che nel fisico. Ma la propaganda continua a mistificare la realtà. I campi nomadi, in quanto ghetto, creano ricettacoli di attività illegali e un’economia di sopravvivenza che, a loro volta, creano dipendenza. Le famiglie romanès più deboli restano «schiave» di questa dipendenza. Il quadro che ne vien fuori è disumano e drammatico, certamente indegno di un Paese civile. I campi nomadi, in ultima analisi, sono uno strumento politico di annientamento culturale (lo stesso obiettivo perseguito dai nazi-fascisti).

Purtroppo a farne le spese sono soprattutto i bambini che restano incastrati e schiacciati in meccanismi perversi e disumani nell’indifferenza collettiva. È il caso dei quattro bambini Rom rumeni che l’11 agosto 2007 morirono in un incendio in una capanna nei pressi di Livorno; così come il 27 marzo 2010, in una baracca di fortuna costruita a Follonica (Grosseto), morì carbonizzata una bambina Rom di 5 mesi; ancora il 6 febbraio 2011 sulla Via Appia Nuova a Roma quattro fratellini di età di tre, cinque, sette e undici anni morirono in seguito a un incendio: Raul, Fernando, Sebastian e Patrizia ci lasciarono per sempre. La lista, purtroppo, è lunghissima.

Le comunità romanès rappresentano, di fatto, il termometro del grado di civiltà della società in cui vivono. I concetti di libertà, di civiltà e di democrazia resteranno parole vuote e sospese nel nulla fino a quando non saranno rese di dominio pubblico le sofferenze secolari delle comunità romanès e fino a quando queste ultime non saranno risarcite socialmente, moralmente e culturalmente. L’opinione pubblica è ignara di questa condizione e indotta a credere tutt’altro dalla nuova e moderna (eppure antica) «propaganda». Il Porrajmos, inteso come genocidio culturale delle comunità romanès, iniziò in Europa con l’editto emanato dalla Germania nel 1416 (in Italia quello del 1483 promulgato dalla Serenissima Repubblica di Venezia), ma nella sua sostanza, nel rifiuto della romanipé, si è protratto nei secoli e continua oggigiorno. Il mondo cambia, le società si evolvono, ma i sentimenti di avversione verso la popolazione romanì restano. La discriminazione, è bene ricordarlo, è illegale ed è un crimine contro l’umanità.

Per merito di Romani Rose e del suo Centro Culturale e Centro di Documentazione Sinti e Rom di Heidelberg (Francoforte-Germania) si erigerà e si inaugurerà prossimamente a Berlino, nei pressi del Parlamento, un importante e imponente monumento a ricordo delle vittime del Porrajmos scolpito da Dani Karavan, un celebre artista ebreo. Sarà incisa su di esso una mia poesia che è stata tradotta già in numerose lingue: Auschwitz. Il testo sarà esposto in lingua romanì originale, in dialetto sinto, in tedesco e in inglese.

Auschwitz Auschwitz

Muj śukhò Faccia incavata

Khià kalé occhi oscurati

Vuśt śurdé labbra fredde.

Kwite. Silenzio.

Ilò ćindò Cuore strappato

Bi dox senza alito

Bi lav senza parole

Nikht rovibbé nessun pianto

1Le stime sono tratte dall’Istituto Simon Wiesenthal, l’Istituto Olof Palme e la Fondazione Miriam Novich.

2Heuss, H., 1997, «German policies of Gypsy persecution 1870-45», in From «Race Science» to the camps, Hartfield, University of Hertfordshire Press, p. 40.

3Heuss, H., 1997, op. cit., p. 23.

4Liégeois, J.-P., 2008, op. cit., p. 114.

5Heuss, H., 1997, op. cit., p. 23.

6Hancock, I., 2002, op. cit., pp. 36-37.

7Thode-Studer, S., 1987, Les tsiganes suisse, la marche vers la reconaissance, Realité Sociale, Losanna.

8Nomadi autoctoni di origine tedesca che girano tra la Svizzera, la Germania, l’Austria e la Francia discendenti delle vittime della Guerra dei Trent’Anni.

9Liégeois, J.-P., 2008, op. cit., p. 120.

10Ivi, p. 114

11Ivi, p. 114

12Bates, S., Sweden pays for grim past, in «The Guardian», Londra, 6 marzo 1999.

13Zimmermann, M., 2004, La solution nazional-socialiste de la questione tsigane 1933-45, in «Etudes Tsiganes», n°18/19, Parigi, p. 129.

14Ivi, p. 129

15Kenrich-Puxon, D. G.,1995, Gypsy under the Swastika, Hartfield, University of Hertfordshire Press, pp. 27-28.

16Liégeois, J.-P., 2008, op. cit., p. 114.

17Heuss, H., 1997, op. cit., p. 30.

18Sparing, F., 1997, «The Gypsy camps», in From «Race Science» to the camps, Hartfield, University of Hertfordshire Press, p. 42-43.

19Hohmann, J., 1981, Geschichte der Zigeunerverfolgung in Deutschland, Frankfurt/New York, p. 127

20Kenrich-Puxon, D. G.,1995, op. cit., p. 34

21Figs, K., 1997, «Romanies and Sinti in the concentration camps», in From «Race Science» to the camps, Hartfield, University of Hertfordshire Press, p. 77.

22Hancock, I., 2002, op. cit., p. 40.

23Liégeois, J.-P., 2008, op. cit., p. 114.

24Spinelli, A. S., 2003, op. cit., p. 49.

25Liégeois, J.-P., 2008, op. cit., p. 115.

26Kenrich-Puxon, D. G.,1995, op. cit., p. 29.

27Hancock, I., 2002, op. cit., p. 42.

28Hancock, I., 2002, op. cit., p. 43.

29Kenrich-Puxon, D. G.,1995, op. cit., p. 32.

30Heuss, H., 1997, op. cit., p. 35.

31Liégeois, J.-P., 2008, op. cit., p. 115.

32Capogreco, C. S., 2004, I campi del Duce, Trento, Einaudi, p. 121

33Hancock, I., 2002, op. cit., p. 42.

34Capogreco, C. S., 2004, op. cit., p. 122.

35Ecco alcuni luoghi predisposti per l’Internamento libero dal Ministero degli Interni (1938) per i Rom e Sinti italiani: Perdasdefogu (Sardegna) e Poggio Mirteto (Rieti). Ecco in dettaglio una mappa dei Campi di Internamento (dopo il 1941) con presenza specifica di Rom e Sinti italiani e di Rom slavi: Agnone (Campobasso) – Rom italiani e Rom slavi, Tossicia (Teramo) – Rom italiani e Rom slavi, Prignano sulla Secchia (Modena) – Sinti emiliani. Ecco, invece, una mappa dei Campi di Internamento con presenza accertata di Rom e Sinti italiani e di Rom slavi: Bolzano, Sinti italiani, Boiano (Campobasso) – Rom italiani e Rom slavi, Ferramonti di Tarsia (Cosenza) – Rom stranieri (polacchi), Isole Tremiti (Foggia) – Rom e Sinti italiani, Vinchiaturo (Campobasso) – Rom e Sinti italiani. Ecco alcuni Campi di Internamento per Rom stranieri (dopo il 1942): Gonars (Udine) Rom slavi, Visco (Udine) Rom slavi, Arbe (Raab – Fiume, Croazia) – Rom slavi.

36Mio padre, figlio di Rocco Spinelli e Rosina Bevilacqua.

37Bonacini, M. E., G., 2008, Tra i dieci martiri c’erano quattro Sinti, in «Il Giornale di Vicenza» del 16 novembre, p. 19.

38Capogreco, C. S., 2004, op. cit., p. 206.

39Kenrich-Puxon, D. G., 1995, op. cit., p. 97.

40Liégeois, J.-P., 2008, op. cit., pp. 115,116.

41Zimmermann, M., 2004, op. cit., p. 130.

42Sigot, J., 2004, Ecrire l’histoire d’un camp de concentration français de tsiganes, in «Etudes Tsiganes», n°18/19, Parigi, p. 84.

43Filhol, E., 2004, Une exposition en hommage à F. de Vaux de Foletier, in «Etudes Tsiganes», n°18/19, Parigi, p. 246.

44Capogreco, C. S., 2004, op. cit., pp. 223-224.

45Di Sante, C., 2001, «I campi di concentramento in Abruzzo», in AA.VV. I campi di concentramento in Italia: Dall’internamento alla deportazione (1940-1945), id., Milano, Franco Angeli, pp. 200-201.

46Zimmermann, M., 2004, op. cit., p. 130.

47Documento di Norimberga n.1-7184.

48Figs, K., 1997, op. cit., p. 108.

49Ivi, p. 85

50Liégeois, J.-P., 2008, op. cit., p. 115.

51Novitch, M., 1968, Le Genocide des Tsiganes Sous le Régime Nazi, Paris: AMIF and Ghetto Fighters’House, Israel, p. 3.