L’8 marzo è tutto l’anno

 

Locandina di Amnesty International "Mai più violenza sulle donne"
Mai più violenza sulle donne

Domani è l’8 marzo e sarà un fiume di fiori, baci, abbracci e festeggiamenti. Evviva, è bello festeggiare, essere felici. Ma bisognerebbe, anche, avere un po’ di attenzione verso quello che ci accade attorno e guardarlo, leggerlo, con un po’ di senso critico. Ci aiuterebbe, in parte, anche ad iniziare a capire l’Italia del Bunga Bunga.

Ancora oggi, all’inizio del secondo decennio del XXI secolo, quasi il 15% delle donne ha subito violenza fisica, nel nostro paese. E stiamo parlando delle violenze denunciate, considerato che si stima al 96% le violenze non denunciate: messe insieme sono quasi una donna su tre. Di queste violenze, la stragrande maggioranza avvengono in famiglia, la culla, la fortezza, il fine della società patriarcale, italica et cattolica: una trappola micidiale per quasi 7 milioni (6.743.000) di donne. Settemilioni. Di queste, la stragrande maggioranza delle vittime (così come dei carnefici) sono assolutamente et arianamente italiani. Il tutto davanti ai figli

Ricordiamocelo, domani. Ma anche, e soprattutto, per gli altri 364 giorni dell’anno.

Sotto un po’ di dati… agghiaccianti!

« La violenza contro le donne è forse la violazione dei diritti umani più vergognosa. E forse è la più pervasiva. Non conosce limiti geografici, limiti culturali o di ricchezza. Fintanto che continua non possiamo dichiarare di fare reali progressi verso l’uguaglianza, lo sviluppo e la pace. » Kofi Annan, Nazioni Unite, 1999

L’ ISTAT dice (2006 [1][2])

L’indagine svolta nel 2006 dall’Istat è dedicata al fenomeno della violenza fisica e sessuale contro le donne ed è stata la prima indagine “vittimologica” completa per l’Italia. Tale indagine ha ottenuto un buon riscontro a livello mediatico e scientifico anche a livello internazione.Attraverso questo studio si è indagato il fenomeno all’origine e, quindi, indipendentemente dal legame affettivo, familiare o parentale con l’autore dell’atto violento, tramite la scelta metodologica del così detto “campionamento a quote”. L’indagine si è svolta tramite l’intervista telefonica a donne comprese tra 16 e 70 anni, su un campione complessivo di 25.000 donne.I risultati dell’indagine, rielaborati su base statistica, quantificano la dimensione in Italia in:

  • 6 milioni 743 mila le donne da 16 a 70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita; negli ultimi 12 mesi del 2006 il numero delle donne vittime di violenza ammonta a 1 milione e 150 mila;
  • 900 mila i ricatti sessuali sul lavoro.

L’analisi fornisce alcuni raffronti tra violenza avvenuta all’interno della famiglia ed evento violento attribuito a “sconosciuti”:

  • 14,3% delle donne ha subito almeno una violenza fisica o sessuale all’interno della relazione di coppia da un partner o da un ex partner mentre il 24,7% da un altro uomo;
  • le violenze non denunciate sono stimate attorno al 96% circa se subite da un non partner, al 93% se subite da partner;
  • la maggioranza delle vittime ha subito più episodi di violenza, nel 67,1% da parte del partner, nel 52,9% da non partner, nel 21% violenza sia in famiglia che fuori;
  • 674 mila donne hanno subito violenze ripetute da partner e avevano figli al momento della violenza.

Il Centro Nord presenta valori sostanzialmente simili e in media con l’Italia, mentre il Sud e le Isole si collocano sotto la media. Tassi più elevati sono raggiunti dai centri delle aree di grande urbanizzazione.

L’Osservatorio Nazionale Violenza Domestica ONVD (2006 [3]{Un’indagine del 2006, anche se riferita alla sola provincia di Verona popolazione al 2006 pari a 870.122 persone – fonte ISTAT, ha analizzato il fenomeno della violenza domestica in un determinato arco cronologico).

  • 2.706 sono state le richieste di intervento a una o più istituzioni;
  • 2.373 è il numero degli eventi segnalati;
  • 2.284 è il numero delle vittime direttamente oggetto di violenza domestica;
  • le vittime sono per il 64,8% femmine, per il 33,9% maschi; gli autori sono maschi nel 68,5%, femmine nel 27,7%;
  • la maggioranza delle vittime è di nazionalità italiana 71,6%, il 28,4% è straniera;
  • assunzione di alcol, “futili motivi” e problemi connessi alla separazione o alla rottura della coppia sono le motivazioni delle condotte violente maggiormente esplicitate;
  • nel 70,5% la vittima è percossa con pugni, calci ecc. per lo più al capo, al volto o al collo; oltre il 40% presenta lesività contusioni, ecchimosi, ematomi etc… in molteplici sedi corporee;
  • nel 40,2% dei casi il periodo di malattia supera la settimana nel 5,6% non è quantificabile in sede di Pronto Soccorso, essendo seguito il ricovero in ambito ospedaliero;
  • nel 30% dei casi si tratta di “violenza reciproca”, ove entrambe le parti sono vittima e autore nel medesimo episodio o in momenti diversi.

Note

[1] http://www.istat.it/istat/eventi/2007/violenza_donne_2007/presidente_violenza21feb.pdf

[2] http://it.wikipedia.org/wiki/Violenza_domestica#cite_note-2

[3] http://it.wikipedia.org/wiki/Violenza_domestica#cite_note-ispesl.it-0

Fonte Wikipedia




Il maschio nell’Italia di oggi. Anna Bravo su Repubblica

Vecchio dipinto raffigurante la Caccia alle streghe
Caccia alle streghe

Purtroppo questa situazione, il cosiddetto Rubygate, non modifica di molto lo stato attuale dei rapporti di genere nel nostro paese (e non solo). All’impoverimento generale della cultura (intesa nel senso più largo possibile) almeno degli ultimi 15 anni, ma probabilmente dal 1979 in poi, non ha fatto riscontro, da parte della società civile, una reazione proporzionata. Anzi, quel poco di società civile che c’era si è rinchiusa nei suoi fortini, quando ancora c’erano – che fossero partiti o sindacati, università delle donne o centri sociali, collettivi o associazioni – di fatto abbiamo lasciato campo libero alla “cultura televisiva” di creare un nuovo immaginario post-moderno fatto di consumo.

Oggi non ci sono più luoghi reali in cui le giovani e meno giovani generazioni possano materialmente vedere, e magari, provare qualcosa di differente. O sono così poche e così emarginate, che servono giusto a dimostrare, falsamente, che viviamo in una democrazia.

Tutte queste giustificazioni, però, non sono sufficienti a toglierci dalle spalle il fardello che ci grava: siamo maschi italiani del XXI secolo e, chi più chi meno, spesso riproduciamo quelle dinamiche di genere di cui il nostro Presidente del Consiglio è esponente di prim’ordine.

Che vergogna.

Anna Bravo, storica, su Repubblica di oggi

Non capisco perché alcuni uomini debbano fare appello alla propria componente femminile per indignarsi di fronte al cosiddetto Rubygate, mentre avrebbero di che indignarsi in prima persona. A uscire devastata dalla vicenda è più l´immagine maschile che l´immagine femminile. Ragazze che si vendono – un fatto che mette ansia, perché la prima giovinezza è un impasto delicato di furbizia, ingenuità, voglia di spadroneggiare, vulnerabilità. Ma soprattutto uomini che soltanto grazie al denaro e al potere dispongono del loro corpo o magari solo della loro attenzione e le gratificano con regali comprati all´ingrosso.

Eppure, mentre molte di noi si preoccupano della dignità femminile, nessun uomo ha sentito il bisogno di difendere quella del genere maschile. Certo, il modello Berlusconi è così grezzo e simbolicamente violento che per un uomo di buona volontà può essere difficile vederlo come una ferita inferta anche alla propria immagine. Ma, cari, quel modello vi rappresenta in giro per il mondo. Mi stupisce che la vergogna provata da tanti di voi riguardi l´essere italiani, e non l´essere uomini italiani.

Vi sentite incolpevoli? ma allora dovreste sentirvi incolpevoli anche come italiani. Berlusconi vi sembra un alieno? forse, ma non cambia il fatto che appartenete allo stesso sesso.

Alcuni uomini penso a singoli, all´associazione Maschile plurale, a vari altri gruppi hanno capito da decenni che non aver mai commesso stupro non basta a chiamarsi fuori da un mondo maschile in cui la violenza contro le donne si ripete ogni giorno. Uno sforzo, e potreste capire che neppure dallo svilimento delle donne è possibile chiamarsi fuori, che c´è una responsabilità sovraindividuale – beninteso, non come colpa general/generica o dannazione originaria, ma nel senso in cui la intende Amery: come somma delle azioni e omissioni che contribuiscono a fare o a lasciar sopravvivere un clima.

Non mi riferisco soltanto al sesso in compravendita, e neanche al rischio di degradazione che pesa sulle relazioni uomo/donna – problema politico per eccellenza, a dispetto di chi invoca: «torniamo alle cose serie». Intendo un clima in cui le parole delle donne spesso non sono richieste, e se sì, si ascoltano con l´orecchio sinistro, in cui i vertici di qualsiasi realtà sono clan maschili. Eccetera. Un clima, anche, in cui pochissimi e pochissime possono invecchiare in pace senza sognare/temere/detestare la bellezza e la giovinezza.

Prima di indignarsi per interposta donna, alcuni di voi potrebbero aiutarsi con la memoria. Nel Sessantotto e con molta più forza nel femminismo, c´era la buona abitudine di chiedere alle persone da che luogo parlassero, e il luogo era la condizione personale, i comportamenti, l´ideologia, l´istituzione di cui si faceva parte e altro ancora. Voi parlate come se viveste in una camera sterile, con un filtro all´entrata per proteggervi dal contagio delle brutture altrui, e uno all´uscita per fare il restyling alle vostre – diverse, perché no, ma brutture comunque. Parlate come se la buona volontà e un po´ di buon gusto vi mettessero per così dire al di sopra delle parti. Il che può spiegare certe dichiarazioni stravaganti, ma fa anche sospettare che in un angolo della vostra mente riposi la vecchia filosofia secondo cui il maschile equivale all´universale.

Capire che i soggetti sono due, uomo e donna, e che il primo non può rappresentare il secondo, per noi è stata una delizia.Su, non fateci ripetere cose tanto ovvie!

Fonte: Lipperatura di Loredana Lipperini