Un canto per Ivan

L’ultimo saluto a un compagno e ad un amico.




Cesare Bermani su Ivan della Mea

[Fonte il Manifesto]

APERTURA |   di Cesare Bermani

SINISTRA ITALIANA – Le provocazioni di un bastian contrario

Piccole e grandi storie. Dalla Milano anni 50 e 60 all’«Amendoleide»

Con Ivan se ne va una fetta importante della vita di tanti compagni. Difficile, direi impossibile, comprimere in poche righe una personalità così complessa come la sua. Ivan è legato agli anni più belli della mia vita, gli anni 1962-1969 che segnarono lo svilupparsi della ricerca sul campo del canto sociale italiano e della realtà di base, il decollo del Nuovo Canzoniere Italiano, spettacoli come Bella ciao e Ci ragiono e canto, infine lo sfociare di tutto questo nella cultura del Sessantotto. Sia Ivan che io avevamo già alle spalle una milizia nella Federazione Giovanile Comunista, in quegli anni pervasa da un desiderio d’autonomia rispetto al Partito degli adulti. Credo però che sia stato l’incontro con Gianni Bosio a determinare su che binari si sarebbero incanalate le nostre vite. Gianni fu per entrambi un «padre». Grazie a lui io divenni, credo, uno «storico», e Ivan il cantante che meglio e più degli altri assimilò il progetto politico-culturale del gruppo, in particolare il rapporto tra grande e piccola storia, leit motiv dell’opera di Bosio.
Ivan giunse nel gruppo con una drammatica testimonianza autobiografica, cantata con impegno di liberazione, che forse non ha mai completamente raggiunta tanto traumatica era stata la sua esperienza infantile e adolescenziale. La prima volta che comunicò la sua storia familiare riuscì a cantarla solo con la schiena voltata agli ascoltatori e con la faccia rivolta al muro. Poi di quella sua tragedia parlò sempre poco, se non in questi ultimi anni, ma riusciva a farlo solo scherzandoci su, come soltanto riuscivano a raccontare certi reduci dai campi di sterminio. Pochi giorni fa mi disse che finalmente era riuscito a scriverne estesamente in Se la vita ti dà uno schiaffo, pubblicato dalla Jaca Book. Non potei fare a meno di dirgli: «Ce l’hai fatta finalmente!». Quel lungo poemetto in musica che ce lo fece conoscere, pregno di un’intensità sofferente, lo intitolò poi La grande e la piccola violenza. Anticipava di un buon decennio il «personale-politico» e se da esso una morale se ne poteva trarre era che la grande violenza del fascismo aveva generato tante «piccole violenze» quotidiane, tra cui quella generata dal comportamento violento di suo padre nei confronti di sua madre.
Del sodalizio di quei primi anni con Ivan ricordo in particolare uno spettacolo sperimentale che curammo assieme, Altri vent’anni, andato in scena il 18 marzo 1966, critico verso le politiche culturali della sinistra dalla Liberazione in poi. Notavamo allora come l’abbandono del concetto stesso di «cultura di classe» tendesse a sospingere le organizzazioni di sinistra «nella direzione della propagazione della cultura oggi più confacente alla società dei consumi e alla forza ideologica che, pur sotto svariate tendenze partitiche si avviava a esserne la coerente espressione politica, ossia la socialdemocrazia». E affermavamo come non ci sembrasse perciò «un aspetto negativo il progressivo svuotamento di tali organizzazioni, il loro abbandono da parte della classe; negativo è semmai che stentino a sorgerne di nuove e intimamente diverse».
Tanto per ricordare che certi problemi dell’oggi hanno radici lontane. Quindi, la sinistra italiana, nella quale abbiamo sempre militato in questo o quel raggruppamento, c’è tuttavia sempre andata anche molto stretta. Da cui un nostro permanente essere critici nei suoi confronti e la fama – debbo dire più che meritata – di essere dei rompiballe e dei «provocatori».
Molte canzoni e atteggiamenti di Ivan furono infatti espressione di voluta, anche se non sempre ponderata, provocazione politica verso prassi che non si riusciva più ad accettare. Da Nove maggio, che stigmatizza il fatto che Longo e Parri fossero stati nella celebrazione del Ventennale della Liberazione di due mesi prima a fianco di Andreotti, che Ivan cantò perché Cossutta gli aveva detto di non farlo in uno spettacolo abbinato proprio a un comizio di Luigi Longo, all’«Amendoleide», cantata in una sezione del Pci romano: «Amico mio di Roma/ stanotte ho fatto un sogno / tu eri al governo / leggevi l’Unità./ Ma poi mi son svegliato / e ho letto sul giornale / che alle ultime elezioni /a noi è andata male».
Il suo modo d’essere lo portava a coniugare comunismo e anarchia, ateismo e cristianesimo, facendolo stare con naturalezza dalla parte di tutti gli sfruttati e di tutti gli emarginati, sino a rivendicare il «diritto alla follia». Ne L’estremista canta: «Rileggo Pasolini / il suo demofascismo/ è oggi la cultura / cresciuta a maggioranza/ e contro Cristo avanza / un clericofascismo / per il diverso e l’altro / c’è zero tolleranza / Rileggo anche Basaglia / e sono nei suoi matti / e sono nei migranti /e in tutti i mentecatti».
Ivan è stato parte fondamentale della colonna sonora di una generazione di militanti perché le sue canzoni erano sempre il portato di una ricerca continua delle trasformazioni e di una poetica apparentemente semplice ma che solo lui ha saputo mettere in pratica: «La realtà si impara dove la realtà si fa e così la vita e così il mondo». Questo gli ha permesso di creare veri gioielli come El me gatt, Ballata per l’Ardizzone, Io so che un giorno, Mio Dio Teresa tu sei bella, Creare due, tre, molti Vietnam, la canzone che più incarna lo spirito del ’68. E gli ha permesso di essere il cantore della Milano degli anni Cinquanta e del «lungo Sessantotto», quella che forse solo il suo amico Primo Moroni conosceva meglio di lui.
Ma ecco, per esempio, come è nata una sua ballata. Nel 1973 lui e Clara vennero a trovarmi a Zaccheo, in Abruzzo, dove passavo le vacanze. L’8 agosto andammo a registrare alla festa di San Donato a Castiglione Messer Raimondo. Dalla processione e dai suoi canti Ivan trasse spunto per quella sua bellissima ballata che è Compagno ti conosco dove si interroga sul simbolismo religioso e laico.
Dal 1996 Ivan ha anche fatto il presidente dell’Istituto Ernesto de Martino. Recentemente aveva chiesto di essere sostituito per motivi di salute. Avrebbe dovuto starsene un po’ tranquillo ma non ce l’ha fatta a pensionarsi. E’ sempre stato goloso di esperienze e ha sempre ingurgitato la vita tutta quanta. A settant’anni non si cambia. Così è morto sul campo, in piena attività.




Alessandro Portelli: Per Ivan Della Mea

[Fonte: Alessandro Portelli]

17 giugno 2009

il manifesto 16.6.09

Quando morì Gianni Bosio, suo amico, interlocutore,maestro, Ivan Della Mea gli dedicò una delle sua canzoni più belle: “Se qualcuno ti fa morto.” Se qualcuno ti fa morto, diceva, un motivo c’è: ti commemorano, ti fanno elogi e monumenti di parole, ma se ti fanno morto è perché non credono più alle ragioni della tua vita. Basterebbe una canzone come questa per complicare quell’etichetta di “cantante di protesta” che Ivan Della Mea si portava appresso fin dagli anni ’50 – come se avesse da dire solo cose contro cui lottare, e non anche moltissime cose per cui vivere. Ivan ha cantato, scritto, parlato la politica e le lotte, ma soprattutto i sentimenti, i rapporti che a quelle lotte davano, e se non vogliamo farlo morto, daranno ancora un senso.
Nato in Toscana, cresciuto a Bergamo, cantava in milanese le sue canzoni rivolte a Gianni Bosio: ti ricordi, Giovanni, del quarantotto, quei bei tempi di buriana, “vegniven giù da la rocca de Berghem i tusan braccia’ su tucc’insema, tutt’insema cantaven, cantaven – Bandiera Rossa, Giuan, te se ricordet…” Il suo comunismo cominciava – “avevo otto anni, calzettoni e due grandi occhi per guardare” – con quell’immagine di amicizia e di gioia, era quello il mondo sognato da creare. E quando poi i ragazzi sconfitti cantavano ancora Bandiera Rossa, la guerra e la rabbia che avevano negli occhi era quella di chi è respinto a forza in un mondo cupo di solitudine e repressione.
Accanto alla grande violenza della restaurazione clericale e della guerra fredda, Ivan cantava la “piccola violenza” del mondo familiare, e – come suo fratello Luciano, un altro maestro della nostra cultura e della nostra storia – ci vedeva le radici della violenza maggiore. Quando comprai titubante il suo primo disco, i suoni con cui cominciava – il rumore antimusicale di un motore di scooter – mi sconcertarono, e altrettanto mi sconcertava la sua voce non canonica e imperfetta. Ma “Io so che un giorno” era la più acuta e poetica denuncia che avessi ancora sentito del nuovo mondo che avanzava, che ti comprava il cervello in cambio di una lavatrice, che trattava per matto chi cercava altre libertà (Luciano ne sapeva qualcosa), e che mascherava tutto sotto una coltre di bianco elettrodomestico e manicomiale. Il rumore, le imperfezioni, anche la qualità ruvida di una registrazione fatta in economia, erano tutti segni di una resistenza a quella bianca pulizia senz’anima.
Non è stato un cantore di vittorie, di sorti magnifiche e progressive di un comunismo portato dall’onda della storia. A ripensarci, tante delle sue canzoni parlano di sconfitte, di compagni uccisi (Serantini, Ardizzone), di lotte andate a male – e della orgogliosa determinazione a ricominciare. La sua canzone più cantata, quella entrata davvero nella tradizione orale, “O Cara Moglie,” è la storia di uno sciopero sconfitto, di un operaio licenziato, del ricatto padronale che convince o costringe tanti operai a chinare la testa e rientrare in fabbrica – e gli scioperanti che gli gridano crumiri e venduti, ma vedono la loro umiliazione anche come un’offesa fatta a se stessi. Ma la storia è raccontata nel calore di una cucina operaia, condivisa con l’amore familiare, con la proiettività nei confronti del figlio che si trasforma in orgoglio e insegnamento. Alla grande violenza della repressione e dei licenziamenti risponde, stavolta, la “piccola” resistenza dei sentimenti, dell’amore, della dignità. E da qui si ricomincia, oggi come allora.
La cucina di “O cara moglie” è anche un pezzo di quel mondo popolare, “di ringhiera”, in cui Ivan si è sempre riconosciuto. Da questo mondo viene la più perfetta della canzoni, “El me gatt”, a questo mondo ha dedicato un disco (“Ringhiera”), e questo mondo frequentava in quell’”arcicorvettocheincormistà” di cui ci raccontava ogni tanto nelle sue lettere al manifesto, e che in cuor gli stava anche quando i discorsi che sentiva lì dentro non gli andavano più tanto bene – un po’ perché al cuore non si comanda, e un po’ perché una cosa sono i discorsi e un’altra le persone, e che se certe persone a cui si vuol bene parlano in un certo modo un motivo ci sarà e noi dobbiamo ascoltare e capire per cambiare.
Ivan aveva fatto una vita faticosa e logorante negli ultimi anni, in continuo movimento fra Milano e Sesto Fiorentino, per tenere in vita la creatura più importante e più amata, sua, di Gianni Bosio, di Franco Coggiola, e di tanti che da loro avevamo imparato: l’Istituto Ernesto deMartino, il cuore della memoria e della cultura profonda di un’Italia che vogliono annullare e farci dimenticare. Era davvero un sacrificio, non solo per la fatica fisica ma anche perché in fondo quella di organizzatore e dirigente non era neanche la sua vocazione – ribelle fino in fondo, si adattava con sforzo generoso alle esigenze dell’organizzazione, dell’ordine, dell’ammninistrazione. Ma davvero non c’erano altri che potessero farlo, che rappresentassero così intensamente quella storia (comprese le divisioni, i conflitti, le riconciliazioni, gli incontri) di persone, di suoni, di parole, di carte. Anche questo era un dovere d’amore.
Come facciamo a non “fare morto” l’indimenticabile Ivan Della Mea? A me la notizia arriva via internet mentre sono a Whitesburg, in Kentucky, e ieri ho ascoltato una giornata bellissima di musica e di condivisione, creata da Appalshop, un’organizzazione praticamente sorella del deMartino. Leggendo la notizia di Ivan ho pensato che se fosse stato qui ieri si sarebbe divertito e si sarebbe sentito a casa, non tanto per la politica felicemente obamiana (su cui sono sicuro che avrebbe avuto qualche critica) quanto perché quello che ha sempre cercato di fare è stato di tenere insieme le persone in nome di un desiderio bello e sensato, di festa e non solo di lotta. In un film prodotto da Appalshop, Sara Ogan Gunning, una delle voci più grandi della canzone proletaria americana, canta in una canzone la storia della sua vita e conclude “e cantate sempre le mie canzoni”. Per non fare morto Ivan Della Mea, cantiamo ancora “A quel omm”, “La pipa di Costante”, “A Costabona”… Ma ricordiamo anche quello che Phill Ochs diceva, in memoria di Woody Guthrie: “Oggi tutti cantano le sue canzoni, ma che senso ha cantarle senza le ragioni per cui lui le ha scritte?” Le ragioni di Ivan erano tante, qualche volta contraddittorie. Ma lo possiamo salutare con la parole che Gianni Bosio gli disse, e che lui canta, dopo una grande giornata di ricerca sul campo in Toscana: “qualcos’em fatt.” Grazie a Ivan, qualcosa abbiamo fatto e molto ci resta da fare.




Se ne è andato un amico, un compagno: Ivan della Mea

E’ morto Ivan, ed io non so cosa dire.

Facciamo dire qualcosa a lui, il resto è fuffa.

Addio compagno.

http://it.wikipedia.org/wiki/Ivan_Della_Mea

http://www.google.it/search?hl=it&q=ivan+della+mea&btnG=Cerca+con+Google&meta=&aq=f&oq=

http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=20&ID_articolo=910&ID_sezione=12&sezione=

http://www.corriere.it/spettacoli/09_giugno_14/della_mea_a3c329da-58d4-11de-903c-00144f02aabc.shtml

http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/spettacoli_e_cultura/ivan-della-mea/ivan-della-mea/ivan-della-mea.html

http://www.ildeposito.org/archivio/autori/autore.php?id_autore=25

http://www.youtube.com/results?search_type=&search_query=ivan+della+mea&aq=f

http://www.youtube.com/watch?v=y67YCa1c1F8

http://www.youtube.com/watch?v=N5c7yMfSDZs