Caro Roy Paci, sull’Amiata non siamo haters, ma lovers

Caro Roy Paci, ieri sulla tua bacheca è nata una discussione brutta, pesante, piena di insulti e male parole.
Sono volati epiteti tipo “hater”, “fascista”, “radical chic” e via insultando.
I motivi del litigio, a questo punto, passano in secondo piano, ed ed è la cosa peggiore che possa succedere, perché significa che abbiamo perso di vista la luna e ci siamo concentrati sul dito.

Sono qui non per rinfocolare il litigio, al contrario, ma per raccontarti, educatamente, chi sono quelle e quelli che hai definito “hater” e “fascisti”.

Siamo cittadini, in alcuni casi compagne e compagni, del Monte Amiata, versante grossetano.
Qui sull’Amiata c’è la geotermia, una fonte energetica definita “green” – e per questo incentivata con una pioggia di soldi – ma che in realtà è complice di un eccesso di mortalità per tumore del 13% medio. A Taranto è dell’11 (per maggiori info: https://sosgeotermia.noblogs.org).
Il principale attore di questo scempio è ENEL, ma dal 2010 sono subentrati altri protagonisti “minori”, il più importante dei quali è Sorgenia, che fino a poco tempo fa era proprietaria di quella “Tirreno Power” che ha 26 rinviati a giudizio per disastro ambientale e sanitario colposo per la centrale di Vado Ligure (https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/12/tirreno-power-26-a-giudizio-per-disastro-ambientale-e-sanitario-colposo/4288646/).

Queste aziende, appena iniziano ad essere contestate ed attaccate dai cittadini per i danni che provocano alla salute e all’ambiente, attivano un giochino ormai collaudatissimo di “greenwashing”, come racconta bene un articolo del Fatto Quotidiano di qualche anno fa:

“Eni, Enel, Shell, Total e le sponsorizzazioni a squadre, feste e sagre di paese: ecco come i colossi si assicurano il consenso”

https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/03/eni-enel-shell-total-e-le-sponsorizzazioni-a-squadre-feste-e-sagre-di-paese-ecco-come-i-colossi-si-assicurano-il-consenso/2406934/

Dal 2011 noi cittadini, compagne e compagni dell’Amiata combattiamo tutto questo.
È una battaglia impari, perché da una parte ci sono i colossi industriali di cui sopra e i loro complici, in primis il Pd toscano e i suoi alleati, con un potere economico, mediatico e di controllo del territorio portentoso; dall’altra noi, abitanti di un territorio povero, di piccoli borghi medievali, faticosamente dediti ad un’economia della qualità, della solidarietà, dal basso.

Alcuni di quelli che hai insultato ieri, per esempio, vivono a Monticello Amiata, borgo di 500 abitanti, piccolo ma vivace.
Facciamo parte della locale Pro Loco (https://www.monticelloamiata.it), che tra le altre cose, lo scorso 7 e 8 luglio ha organizzato con il Comitato Agorà CittadinanzAttiva (https://www.facebook.com/agoracittadinanzattiva2/; https://agorattiva.noblogs.org/) la 4a edizione di “Giù le mani dalla nostra terra” (https://agorattiva.noblogs.org/2018/06/20/7-8-luglio-tutti-a-monticello-amiata-ritorna-giu-le-mani-dalla-nostra-terra/; https://www.facebook.com/giulemanidallanostraterra/), festa dei Comitati contro la Geotermia Speculativa ed Inquinante, a cui hanno partecipato centinaia di persone, in cui si è parlato di quello che succede, ci sono stati spettacoli teatrali, reading e presentazioni di libri, in cui hanno suonato gli amici e compagni delle Radici nel Cemento, mentre l’anno scorso suonarono i Quertiere Coffee di Filippo Rootman Fratangeli, anche lui amico, fratello e compagno.

Nel nostro piccolo, facciamo anche tante altre cose:

l’anno scorso è nata la locale sezione dell’ANPI, dedicata al “nostro” partigiano, Aroldo Colombini detto “pistola” (https://www.facebook.com/anpiarolodocolombinimonticelloamiata/), morto giusto un anno fa, con cui cerchiamo, faticosamente, di contrastare la deriva fascista e razzista del nostro paese.

Razzismo che, sempre nel nostro piccolo, cerchiamo di contrastare con un’altra bella iniziativa, che facciamo ormai da tanti anni in collaborazione con la Casa Museo di Monticello (https://casamuseo.info/; https://www.facebook.com/CasaMuseo.MonticelloAmiata/), che si chiama MonDOcello, in cui le comunità che vivono il paese, italiane e non, si incontrano una sera appena finito il ramadam, per condividere cibo, parole, musica, amicizia. L’edizione di quest’anno è di settimana scorsa:

https://casamuseo.info/mondocello/ e https://www.facebook.com/events/2079111272330200/

Libreria Nomade, con cui ti sei scambiato gli insulti più brutti, ogni 4a domenica del mese è a Monticello per partecipare al “Mercato Contadino e delle Autoproduzioni” (https://genuinoamiatino.noblogs.org/post/2018/04/11/mercato-contadino-e-delle-autoproduzioni/), una bellissima iniziativa nata da Genuino Amiatino (https://www.facebook.com/genuinoamiatino/; https://genuinoamiatino.noblogs.org/), che fa parte del circuito di Genuino Clandestino (http://genuinoclandestino.it/), a cui partecipano non solo gli attivisti di questo circuito, ma anche paesani, donne e uomini di Monticello, a prescindere dalla razza, religione, sesso, età.

Ecco, questi sono i “fascisti”, gli “hater”, come ci hai appellato.
Qui da noi nessuno è “hater”, nonostante i tanti motivi che avremmo per esserlo . Anzi, siamo tutti “lover”, perché amiamo smodatamente il nostro territorio, le sue bellezze, la sua vocazione al piccolo, al lento, alla qualità, al biologico, alla solidarietà, all’alterità.

Per questo sono qui a scriverti, con rispetto e affetto, visto che ti conosco e ti seguo da anni, visto che ho partecipato a tantissimi tuoi concerti, visto che ho tutti i tuoi dischi, sia quelli con gli Aretuska che quelli di Corleone:

per invitarti sull’Amiata, a parlare con noi, a conoscere quello che succede, a visitare lo scempio fatto dall’ENEL e a vedere le meraviglie che i potentati politico-economici vogliono distruggere in nome del Dio Profitto; per accompagnarti, con un bicchiere di Montecucco, il nostro DOC, una salsiccia e un costoleccio di Francesco, il figliolo di Aroldo “Pistola” che fa l’allevatore di maiali, con una bella insalata della Cooperativa di profughi che partecipa al Mercato Contadino, tra di noi, i “lovers” dell’Amiata.




1968, la nuova frontiera del jazz

Cosa succede nel jazz nordamericano nel 1968, cinquant’anni fa come da canonico anniversario? Molto. E parecchio di quanto va succedendo è sottotraccia, da decrittare con attento dosaggio di indagine. Perché il ’68 documentato dai dischi di jazz ci testimonia innanzitutto una grande, oceanica assenza: s’è spenta la voce del sassofono di John Coltrane, che ha conquistato fino agli ultimi mesi a suonare con un furor eroico e straziato assieme, come ci indicano due pubblicazioni postume sui suoi ultimi concerti. Aveva chiuso il cerchio della musica, Coltrane, e se si ascolta il concerto alla Temple University in diversi punti (ed è un serio attentato alla stabilità emotiva di un ascoltatore attento) si noterà che Coltrane depone il sax, e grida. Il grado zero della musica di homo sapiens ritrovato come anello finale di una catena che invece lui aveva proiettato nel futuro. A partire da quel ’68 che non ha fatto a tempo a vedere, ma con una lezione di amore per le creature del pianeta che scorre in perfetto parallelo con certe istanze pan-mistiche del «Movimento» mondiale, mentre le piazze si infiammano.

CULTURE POPULAR

Quando «Trane» se ne va, lasciando al mondo una discografia diventata oggi elefantiaca, ma certo non inutile, e una chiesa nordamericana a lui dedicata dove si suonano le sue note torrenziali alle funzioni e si onora la figura mite e pensierosa dell’uomo come un santo, il jazz sta scorrendo impetuoso per tanti torrenti vitali. L’immagine pacificata del «grande fiume» che domina la prima parte della storia del jazz, il Big River Mississippi dove giocava il monello Mark Twain va sostituita con una cartografia di rapide e secche, cascate e nuovi affluenti. Nel ’68, ad esempio, Miles Davis ha finito di aguzzare le orecchie su quel modo della popular music che ha pressoché estromesso il jazz dal grande consumo popolare. I jazzisti dell’epoca vivono la faccenda con curiosa ambivalenza: da un lato ci sono quelli che deducono che, tutto sommato, un po’ di Beatles in jazz e di rock in genere non si negano a nessuno, specie se fanno alzare un po’ le vendite. Ed ecco allora Ella Fitzgerald che canta i Beatles, la World’s Greatest Jazz Band che suona Simon & Garfunkel, e così via. Manovra illecita e meramente commerciale? Sì e no. In fin dei conti il jazz s’è sempre appropriato dei materiali più vari, usandoli come base grezza per innestarci il suo dna di musica afroamericana e di molti altri incroci, purché il tutto diventasse una biologica e sensata macchina del ritmo. Però Miles nel ’68 sta cominciando ad andare da un’altra parte: non «svolta» verso il rock, come tanti poi diranno, perlopiù a sproposito. Incorpora il «soundscape» contemporaneo della nuova musica elettrica popular nella sua, avendo intuito che nell’iterazione di certe frasi e nell’elettricità stordente si cela l’infinito principio modale che sostanzia le culture autenticamente «popolari» del pianeta. E dunque un occhio ai raga indiani, uno a Stockhausen e a chi lavora con le serie dei suoni, uno a Jimi Hendrix. Che nel ’68, peraltro, è andato a riposarsi in Marocco, e lì ha ascoltato stupito i magnifici musicanti Gnawa, la setta di musicisti-guaritori Sufi che con la ripetizione in musica e il «botta e risposta» tra le voci è davvero, per dirla con William Burroughs, «una rock band di tremila anni fa».
Fatta la tara sulla precisione cronologica, ci siamo. Dunque Miles che prepara la grande spallata, il discrimine acustico/elettrico che farà imbestialire, ex post, gente come Wynton Marsalis, ben decisa a piazzare il paletto del «vero jazz» in quell’anno cruciale. Dopo, terra incognita degli sgraziati leoni elettrici, prima il jazz debitamente mummificato in musica di genere. Una musica classica afroamericana rispettabile e da esposizione elegante, in smoking. Miles nel ’68 fa uscire una tripletta di dischi, tanto belli quanto inquieti, nel far presagire che le antenne dello sciamano hanno intercettato nuove fonti di ispirazione, e la prossima mossa sarà quella spiazzante del Bitches Brew, tutti ammollo nel calderone elettrico, con la chitarra spiritata di John McLaughlin. Si tratta di Nefertiti, Miles in the Sky, Filles de Kilimanjaro. In formazione c’è il giovanissimo batterista Tony Williams, uno che si inventa i più complessi labirinti poliritmici con l’aria di esser lì per caso, Wayne Shorter, che poi diventerà una delle menti dei Weather Report, passando al sax soprano, Herbie Hancock, che in Miles in the Sky approccia le sonorità morbide e inquietanti del piano elettrico, mentre le composizioni, in questa fase esplorativa, grazie soprattutto a Shorter, si muovono in complesse figurazioni nate da singoli accordi, usati come basi-pedale per escursioni su scale di note, dunque come nei «modi» delle tradizioni popolari più complesse. Nell’ultimo disco arriva anche Chick Corea, e la musica ha assorbito anche le sensuali spire del soul, che appare in controluce: diventerà tutta evidenza da lì in avanti.

VIAGGI COSMICI

Se Miles sta sperimentando nuove piste, ma resta figura iconica conclamata del jazz anche più «mainstream» (le incomprensioni vere arriveranno da lì in avanti, e fino alla metà dei Settanta) c’è chi, nel ’68, ribadisce che i nuovi percorsi bisogna aprirseli anche a forza di colpi di testa spiazzanti, soprattutto se si hanno in testa architetture di suono al contempo futuribili e antiche, rétro e ipermoderniste. Se il mondo non capisce, si adegui, o si lascia andare al contorno della musica, che è fatto di canti cosmici rituali, costumi di scena impossibili, orazioni e giocolerie circensi. Herman Poole Blount, noto al mondo del jazz come Sun Ra non ha mai smesso di sperimentare, neppure quando scriveva brani di doo wop, (come poi farà Frank Zappa, si noti!). Nel ’68 anche per lui una tripletta di uscite (ma potrebbero essere di più: nulla è più mobile della discografia di Sun Ra!). La gemma più strana e oscura di Sun Ra si chiama Black Mass, ma non è l’unica, come tipico per un uomo che della prolificità creativa è stato, come Zappa appunto, un cultore senza fatica apparente. Sun Ra allo scorcio, dei Sessanta frequentava la Black Arts Repertory Theater School di Harlem di Amiri Baraka-Le Roi Jones, e nel ’66 è la prima di questo strano, affascinante disco per voce e Arkestra che esce nel ‘68: ci sono le parole dell’attivista, poeta, drammaturgo, storico del jazz, e in sottofondo il brusio «cosmico» del viaggiatore delle stelle con il suo organico a dieci musicisti che, assai prosaicamente, invece, aveva imparato a manovrare le orchestre e gli ensemble di vari genere con Fletcher Henderson. Poi c’è Pictures of Infinity, con il sassofonista John Gilmore, sodale di una vita per Ra, in particolare evidenza, e il possente Outer Spaceways Incorporated, con un ensemble a quindici che erutta fiamme e humour, quando si tratta di seguire il Capo nei canti a spasso per le stelle.
S’è detto, in apertura, di John Coltrane: è dal formidabile quartetto storico di «Trane» che arriva McCoy Tyner, protagonista nel ’68 di due folgoranti uscite discografiche. Expansions è in settetto, e il ricordo di Coltrane filtra nelle volute del tenorista Gary Bartz (che nel ’68 pubblica il potente primo lavoro solistico Another Earth: con due coltraniani, Pharoah Sanders e Reggie Workman), e nella scelta inconsueta di aggiungere un violoncello, quello fatato di Ron Carter. Un piede nell’hard bop, uno nelle musiche a venire, con quell’approccio forte e muscolare sulla tastiera, per quarte e impuntature ritmiche. Time for Tyner, in quartetto, e con Bobby Hutcherson, è già futuro: a partire dal titolo della lunga cavalcata in apertura, African Village, che dà indicazione su dove andrà a parare la musica del pianista di «Trane» di lì in avanti, e per parecchio tempo. Il pianista che Miles ha appena assunto, Chick Corea, se ne esce nel ’68 con For Joan’s Bones, primo suo lavoro solistico, e Now He Sings, Now He Sobs. Il primo lavoro, mutatis mutandis, potrebbe essere messo decisamente in linea con quanto s’è detto di Tyner: con la curiosità di un immenso Steve Swallow al basso, che è ancora l’ingombrante fratello maggiore del violoncello, non l’affusolato basso elettrico che oggi tutti associano in automatico al bassista decano. Il secondo, in trio con Roy Haynes alla batteria e Miroslav Vitous al contrabbasso (che poi diventerà il formidabile bassista della prima Mahavishnu Orchestra) è già una prova di maturità maiuscola, con accenni a quel tocco «latin» che poi sarà un marchio di fabbrica per l’irruento pianista.

COMPROMESSI

L’altro pianista di Miles Davis, Herbie Hancock, che ha già sfornato giovanissimo nel ’65 il suo capo d’opera con Maiden Voyage, risponde a Corea con Speak Like a Child, un disco che potrebbe funzionare da manifesto di quel «suono Blue Note» che la raffinata etichetta discografica proponeva al mondo come possibile compromesso estetico tra la spinta dell’hard bop vecchia maniera e le innovazioni armoniche (quasi imprescindibili) introdotte da Coltrane. Elemento verificabile anche, ad esempio, in un altro disco pianistico importante del ’68, Andrew!, con tanto di punto esclamativo per cercare di attirare un po’ di attenzione sul magistrale (ma certo poco «popular») tocco di Andrew Hill.
Vive un momento di strepitosa felicità di suono anche un altro musicista che s’è trovato alla corte di Miles nel discrimine epocale del ’59, quello di Kind of Blue. Si parla di Bill Evans, naturalmente. L’esibizione trionfale del più lirico, introspettivo e raffinato dei pianisti della linea che porterà a Jarrett, Mehldau e Svensson è al Festival di Montreux, e il disco Bill Evans at the Montreux Festival uscito nel ’68, sanziona un magistero a tutt’oggi inscalfibile, quando si parla di mani sugli ottantotto tasti che privilegino lo scavo armonico nelle griglie di accordi, a loro volta costruiti con raffinatissimi voicing, scelte di note: il tutto, sempre, mostrando al mondo com’è che nel jazz si sviluppa un lavoro paritetico con la più «classica» delle formazioni, il trio.
Se dovessimo trovare invece nella scena jazz del ’68 un disco simbolo della circolazione di culture caotica, vitale e sfrenata che stava accadendo nel pianeta, forse la scelta dovrebbe cadere su un ellepì di Don Cherry, il suonatore di «tromba tascabile» e di mille attrezzi usati nelle musiche «etniche» che in questo periodo ha riscoperto l’infinita scaturigine di pura melodia del suo alter ego Ornette Coleman nelle rifrazioni di mille schegge di «world music» ante litteram. Eternal Rhythm del ’68, diviso in due lunghissime porzioni, è una reazione chimica di musica che mette in conto la costruzione di ponti azzardati tra blues e gamelan indonesiano, jazz della «New Thing» e certe esperienze di musica contemporanea. Un’esplosione dionisiaca di amore «panico» per il mondo, che sarebbe molto piaciuta all’ultimo Coltrane. Registrata dal vivo a Berlino. Don Cherry si circonda di musicisti europei, soprattutto: gente come Arild Andersen, Joachim Kuhn, Karl Berger, che poi da lì spiegherà il volo. Le esperienze successive saranno meno radicali, ma sempre nel solco di questo dialogo tra culture privo di ogni mediazione razionale: ci si vede, si improvvisa, si suona. E che la base sia una ninnananna africana o un antico canto scandinavo è lo stesso, nel mondo a colori di Don Cherry.
Si muove sulle stesse piste mondialiste, nel ’68, anche un sassofonista nordamericano che ha assunto il nome arabo, come molti jazzisti della sua generazione: era William Emanuel Huddleston, al secolo, diventerà Yusef Lateef, a partire dal 1950. Già all’inizio degli anni Sessanta Lateef usa alternare al timbro virile, rugoso e pieno del suo sax tenore le mille sfumature timbriche dei fiati più svariati che si possano trovare alle diverse latitudini: probabilmente influenzando anche Coltrane, che sul sax soprano prende un’intonazione «etnica» da oboe popolare. Nel ‘68 esce un disco memorabile come il ricordato capitolo di Cherry, per Lateef, un altro «marcatore d’epoca», per la gioiosa caoticità di musiche dal mondo raggrumate attorno a un progetto discografico che invece viene venduto come «jazz» e basta. Il disco, inciso nell’aprile del ’68 e uscito allo scorcio dell’anno cruciale è the Blue Yusef Lateef. Scafati leoni del jazz di Detroit in studio, come il trombettista Blue Mitchell e il chitarrista Kenny Burrell, poi ci sono il giovane Bob Cranshaw al basso elettrico (un futuro sicuro, poi, con Sonny Rollins), e Cecil McBee al contrabbasso, un coro femminile gospel non meglio identificato, un armonicista, un quartetto d’archi. La ricetta sarebbe già di per sé ricca, ma Lateef aggiunge al sax il tamboura a corde orientale, l’oboe popolare shennai, la cetra giapponese doto. Poi imprime un selvaggio movimento alla musica, che oscilla tra frugolanti atmosfere«barrellhouse» alla New Orleans e bozzetti giapponesi in odore di psichedelia, lacerti di Brasile e sviluppi politonali. Gran disordine (musicale) sotto il cielo, e dunque, per dirla con Mao, situazione eccellente.

SERRARE LE FILA

Un altro fiatista eccentrico ha una bella celebrazione sessantottina, dopo esser passato per l’entusiasmante laboratorio della creatività di Charles Mingus, Roland Kirk autodefinitosi Rahsaan dopo una visione: il disco è Left & Right per la Atlantic. Arrangia Gil Fuller, uno che aveva fatto grandi cose con Dizzy Gillespie, partecipa anche Alice Coltrane, la vedova del «grande assente» del ’68, John. Ma c’è anche Pepper Adams, baritonista con pulsante sangue pellerossa nelle vene, e Frank Wess, fiatista che ha strutturato il West Coast Sound. Lui, il cieco dalle grandi visioni Rahsaan suona tenore, stritch, manzello (bizzarrie da trovarobato musicale), clarinetto, flauto, organo, celesta, mbira, il piano a pollice delle ataviche culture africane. Rilegge Mingus, Billy Strayhorn a fianco di Duke Ellington, Quincy Jones, e sembrano sogni.
A Chicago, intanto, si stanno serrando le fila, nel ’68, di una delle più entusiasmanti avventure del jazz moderno, quella dell’Art Ensemble di Roscoe Mitchell e Lester Bowie, nato sulle intuizioni folgoranti di un musicista intellettuale come Muhal Richard Abrams. Congliptious offre tre brucianti momenti in solo totale per Mitchell al sax, Bowie alla tromba, Malachi Favors al contrabbasso, e una lunga performance con l’aggiunta del batterista Robert Crowder che ricapitola tutti i cardini della «great black music» dell’Art Ensemble che sarà: ironia e senso della storia, furore e dolcezze siderali e infantili. E quel mare di strumenti e strumentini che si affacciano turbinosamente sulla scena come in una pièce teatrale affollata di figure afroamericane. Il ’68 del jazz è anche qualcosa di meno azzardato, di più terrigno e solido: lo chiamano «soul jazz» e sembrerebbe, almeno all’apparenza, una reazione a certa astrattezza bebop precedente, a certe algide movenze in musica del cool jazz, westcoastiano o no. In realtà è un recupero «a posteriori» di uno spirito funk e blues che è tutto intellettuale, ma serve a dare alla musica una ritrovata fisicità, e qualche goccia di sudore in più.
Lo praticano discograficamente nel ’68 Cannonball Adderley con Accent on Africa, il Duke Pearson di Angel Eyes, Big Band e The Right Touch, Blue Mitchell con Heads Up, Lou Donaldson con Midnight Creeper, Stanley Turrentine con The Look of Love e Always Something Here, Bobby Timmons con Got to Get It e Do You Know the Way? Qualcuno presidia una «terra di mezzo» che non è né avanguardia, né mera fisicità: il potente sassofonista Hank Mobley di High Voltage e Reach Out, l’urticante Eric Dolphy di Iron Man, il Donald Byrd di Slow Drag, il Sonny Criss di Sonny’s Dream. E ancora: Oliver Nelson con Soulfulbrass, Cedar Walton con Spectrum. Qualcuno presidia le posizioni con eleganza assoluta, prima di arrendersi al nuovo, e firmare addirittura con l’effimera etichetta dei Beatles, la Apple, con il «logo» della discordia, fatto appunto a mela: è l’inaspettato Modern Jazz Quartet. Under the Jasmin Tree è mainstream compassato e blasè, in pieno ’68: gli echi psicdedelici di Space arriveranno l’anno dopo, e sarà tutt’altra storia.
Un disco che, da solo, si regga tutto lo sforzo del ’68, in bilico tra passato e futuro, avanguardia e radici, grafica di copertina compresa? Underground di Thelonious Monk. Raffigurato sulla cover al piano in un capanno di fortuna- stalla, vestito da partigiano maquis, mitra a tracolla. Tra le altre cose, troverete un lugubre ufficiale nazista legato e debitamente indispettito, bombe a mano, armi varie, una trasmittente, una bella partigiana a guardia, una scritta «Vive la France» sul muro, una bottiglia di whisky sul piano, una placida mucca che osserva il tutto. La fantasia al potere.




1968: Una generazione ribelle

Il classico slogan del '68 fracese, "Ce n'est qu'un debut, Continuons le combat"di Sergio Bologna e Giairo Daghini, uscito su DeriveApprodi di giovedì 25 maggio

Ecco un altro anniversario.

Dopo il 2017 che ci ha ricordato la rivoluzione d’ottobre e il movimento del ’77 nelle università italiane, è la volta di ricordare i cinquant’anni dal fatidico 1968. C’eravamo? Sì, c’eravamo, mezzi partecipanti e mezzi spettatori, perché la nostra generazione aveva iniziato prima, sei-sette anni prima o anche dieci, quando la rivolta di Ungheria aveva cominciato a spargere qualche dubbio sul rapporto tra classe operaia e comunismo.
E quelli con qualche anno di più, Raniero Panzieri tanto per fare un nome, ci insegnavano che prima degli ungheresi erano stati gli operai tedeschi di Berlino Est a scontrarsi con i carri armati russi. Il ’68 quindi non era “nostro”, era un passaggio, importantissimo, decisivo, di un lungo percorso nel corso del quale dovevamo trovare una strategia di liberazione e di ribellione che non seguisse i canoni comunisti, neanche nelle loro varianti maoiste o guevariste. Ma era un passaggio, non il passaggio. Anzi, diciamola tutta, gli operaisti accaniti, come noi, reduci di “Classe Operaia”, non erano ben visti nelle prime rivolte universitarie, quelle dell’ondata cosiddetta “antiautoritaria”. Chi mise le cose a posto fu il maggio francese.
Lì si vide che, se c’era da tentare una, sia pure limitata, sovversione dell’ordine delle cose – nella fattispecie l’ordine metropolitano –, la classe operaia non si tirava indietro. Alla notizia dei primi scontri nel Quartiere Latino, vicino alla Sorbonne, ci siamo detti: “Dobbiamo esserci”. L’arrivo a Parigi è stato uno shock e il senso di quella metropoli in gran movimento ci accompagnerà e farà da intercessore nel racconto che ne faremo al ritorno. Quel che ci ha colto di sorpresa è stato lo scoppio di desiderio dilagante, trasversale, con masse di operai, di medici, di studenti, di lavoratori della cura e intellettuali, di uomini, di donne tantissime che invadevano le strade e spezzavano i ritmi e le regole di quella macchina della valorizzazione che è la metropoli.
In una moltitudine in fibrillazione ciascuno sembrava divenire qualcun altro, qualcuno che fino ad allora era rimasto compresso e che ora prendeva respiro.
Grandi sciami di persone si spostavano sempre dialogando con animazione e soprattutto in grande atmosfera di amicizia. Non la folla di una metropoli, ma una moltitudine che si ricomponeva di continuo per blocchi di amicizia con una socialità politica immediata. Ogni giorno dovevamo aggiustare i nostri schemi mentali a fronte di una società che spezzava i ritmi, le convenzioni e che nell’incontro di tutte le componenti del lavoro vivo rimetteva in discussione in ogni disciplina le proprie basi gnoseologiche, le pratiche politiche e il concetto stesso di lavoro in quanto produttore di merci. L’articolo sui “Quaderni Piacentini”, che scrivemmo nel giugno (lo si può leggere oggi in rete al link http://www.bibliotecaginobianco.it/flip/ QPC/07/3500/) fu un gesto politico. Forse oggi non scriveremmo le stesse cose. La nostra interpretazione, la nostra stessa ricostruzione dei fatti, era fortemente condizionata dal paradigma operaista: avevamo intenzionalmente costretto la realtà in quella camicia di forza perché non ci interessava restituire a Parigi quel che era di Parigi, ci interessava la partita che si stava giocando in Italia, cioè spostare l’intero movimento studentesco dalla lotta per la riforma dell’istruzione alla lotta di fabbrica. L’abbiamo tentato con il giornale “La Classe”, con la presenza e l’agitazione alle porte della FIAT, e ci riuscimmo.
Grazie alle avanguardie di fabbrica, a Marione Dalmaviva, ma anche grazie ai lavoratori-studenti di Trento, di Padova, grazie alle facoltà scientifiche, grazie ai tecnici di fabbrica. Questo grande movimento di lotte del ’69 alla FIAT ci introduce nel decennio del lungo ’68 italiano dove una ribellione civile che parte anche dalla fabbrica investe tutta la metropoli. È stata una generazione ribelle con una straordinaria forza di innovazione nella produzione culturale, nelle forme della socialità, negli spazi urbani e che ha posto con una grande intensità l’istanza del lavoro vivo, il lavoro di soggettivazione che avviene nella individuazione e nella socializzazione del linguaggio, degli affetti, delle forze di memoria, di percezione e dell’intelletto. Quelle forze cognitive che la controrivoluzione neoliberista tenterà di catturare integrando l’agire e la cooperazione sociale di una generazione di mezzo nelle reti della finanziarizzazione.

Come si fa a raccontarla a questa generazione di mezzo e a quella giovane di oggi?
Come possono capire la voglia di mettere in discussione tutto, loro che, nella grande maggioranza, sembrano accettare l’ordine delle cose, l’ordine del mercato, tranne i pochi che hanno raccolto le nostre bandiere? Come può uno che segue la trafila telefonino- scuola-telefonino-università-iPhone-soggior no in Inghilterra per imparare bene l’ingleseiPhone 6-cv in tutte le direzioni-iPhone 8-stageiPhone 10-primo colloquio di lavoro-iPad-“beh, mi pagano di merda ma fa tutto curriculum”-iPad 2-mutuo per la casa coi soldi dei genitori… Come fa uno così a concepire che si possa buttare all’aria tutto, lavoro sicuro, famiglia con casa al mare, per mettersi in mezzo ai casini, alle occupazioni, agli scontri e non credere più a quello che ti hanno insegnato a scuola, in facoltà, per inseguire una rivoluzione che sai benissimo non si farà mai e se si facesse chissà se sarebbe meglio o peggio? Come fa uno che vive nei social, e non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello che la vita possa essere diversa, a capire, a concepire la ricerca di una propria visione del mondo? Oppure riesce sì a immaginarlo, ma in un ambiente esotico, nell’Amazzonia, in Australia, nella Terra del Fuoco, mentre noi pensavamo di farla diversa la vita negli stessi luoghi in cui eravamo nati e cresciuti, con gli stessi negozi sotto casa e gli stessi vicini di pianerottolo.
Trasmettere oggi quell’esperienza è forse impossibile. Non sono le forme esteriori a rappresentare un ostacolo, le occupazioni, i cortei, le assemblee, persino le botte con la polizia, no, quelle sono facilmente trasmissibili, sono alla portata persino dello zombie con l’iPhone. No, intendiamo le motivazioni che hanno spinto a compiere quelle azioni, i ragionamenti, il senso comune, che le hanno legittimate – queste sono le cose che a nostro avviso possono apparire impenetrabili ai millennial. Prendiamo ad esempio la parola d’ordine “rifiuto del lavoro”. Come si può capire che quelle tre parole avevano un’importanza enorme non solo per noi ma per gli operai di fabbrica?
Basta guardare l’intervista con Italo Sbrogiò, leader operaio del Petrolchimico di Marghera in pensione, per rendersene conto.
Come possono capirlo quelli che sono disposti, lavorando gratis o per quattro soldi, a portar via il posto a un giornalista di quarant’anni, a un operatore televisivo, a un curatore di mostre d’arte? Di questa oscena corsa al ribasso, che abbiamo tutti sotto gli occhi, non possiamo dare la colpa solo alla pubblica amministrazione coi suoi bandi demenziali o agli algoritmi o ai padroni in genere e ai loro uffici del personale. C’è gente, tanta, disposta a vendersi per un niente pur di mettere la testa dentro qualcosa, fior di laureati, gente da spaccar loro le gambe a pensare il danno che fanno agli altri, oltre che a se stessi. Gente che non vede altro che il mercato, ma che non capisce un accidente del mercato stesso, nemmeno la regola aurea che più scendi di prezzo meno sarai capace di rialzarlo, un domani. Ecco, se qualcuno ci chiedesse in che modo utilizzare questo anniversario, in che modo cercare di far capire i valori del ’68, noi risponderemmo: spiegando le ragioni che hanno portato il lavoro intellettuale e cognitivo a difendere il suo valore, a difendere la sua dignità. Il lavoro intellettuale e cognitivo, diciamo con enfasi, perché è quello che oggi, assai più del lavoro manuale, è disposto a vendersi per un tozzo di pane o per niente.




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Fonte:
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Firma digitale e accesso alla PA online con Linux

Immagine del lettore di Smart Card Bludrive IIPosso dire, ormai da luglio, che si può firmare digitalmente e accedere alla Pubblica Amministrazione (PA) online con GNU/Linux, nel mio caso Ubuntu Mate.

Anche se vi conviene leggere i vari “Aggiornamenti” in fondo a questo articolo.

A luglio, infatti, una delle associazioni di cui faccio parte doveva fare i permessi per poter fare una manifestazione. Permessi da fare presso il SUAP (Sportello Unico per le Attività Produttive) locale, e che da un paio di anni vanno fatti per forza via web.

Fino a luglio, quindi, un po’ per pigrizia, un po’ per poco tempo, le pratiche SUAP le facevamo con i pc Windows dei compagni di associazione. A luglio, però, tempo di ferie e quindi di un po’ più di tempo libero, mi sono messo d’impegno, per capire se e come fosse possibile poter fare questa procedura con GNU/Linux, ed è possibile, almeno con la mia configurazione:

Data questa configurazione il processo è, tutto sommato, abbastanza semplice.

  • Collegare il dispositivo al computer:

Nel mio caso, collegato il dispositivo al computer questo lo riconosce immediatamente, come si può evincere dai log di sistema:

Sep 28 14:57:51 Astio kernel: [2298796.040746] usb 2-1.2: new full-speed USB device number 16 using ehci-pci
Sep 28 14:57:51 Astio kernel: [2298796.153906] usb 2-1.2: New USB device found, idVendor=1b0e, idProduct=1078
Sep 28 14:57:51 Astio kernel: [2298796.153909] usb 2-1.2: New USB device strings: Mfr=1, Product=2, SerialNumber=0
Sep 28 14:57:51 Astio kernel: [2298796.153911] usb 2-1.2: Product: BLUDRIVE II CCID
Sep 28 14:57:51 Astio kernel: [2298796.153913] usb 2-1.2: Manufacturer: BLUTRONICS
Sep 28 14:57:51 Astio mtp-probe: checking bus 2, device 16: “/sys/devices/pci0000:00/0000:00:1d.0/usb2/2-1/2-1.2”
Sep 28 14:57:51 Astio mtp-probe: bus: 2, device: 16 was not an MTP device
Sep 28 14:57:56 Astio colord-sane: io/hpmud/pp.c 627: unable to read device-id ret=-1

Se tutto fila liscio, il led sul lettore diventa verde. Fine.

Se si vogliono maggiori info, c’è anche uno strumento di verifica fatta dalla stessa Blutronics, con tanto di video che spiega come installarlo:

  • Installare Dike6:

Fatto questo si va sul sito di Infocert e si scarica la versione gratuita di Dike6, più che sufficiente per quel che dobbiamo fare noi. Per chi usa una distro Debian like la cosa è ancora più semplice, perché si può  scaricare un comodo .deb e installarlo come sempre.

A questo punto siamo già nella possibilità di accedere ai dati della nostra smart card, sia essa la semplice tessera sanitaria / codice fiscale, oppure – come è indispensabile nel nostro caso – la Carta Nazionale dei Servizi, cosa che è fattibile solo dopo aver preso ed attivata la carta (operazione che non c’entra nulla con l’informatica, ma con la burocratia italiota).

  • Configurare Firefox per accedere al sito del proprio SUAP locale (o altro sito della PA):

A questo punto ci siamo quasi: per poter fare una pratica online su un portale SUAP, infatti, bisogna aver configurato il proprio browser perché legga la carta inserita nel lettore. Quindi bisogna aprire firefox ed andare in

Preferenze -> Avanzate -> Certificati -> Dispositivi di sicurezza

cliccare su Carica, inserire una descrizione (es.: TesseraSanitaria o SUAP o quel che si vuole) ed il percorso, che nel mio caso è:

/opt/dike6/libbit4xpki.so

A questo punto, sul sito SUAP si clicca su “Sportello online”, si sceglie il proprio Comune e si avvia la pratica. Il sistema vedrà – grazie alla configurazione di cui sopra – la carta inserita nel lettore, chiederà il PIN (rilasciato dall’autorità competente), ed a quel punto si potrà fare tutta la procedura del caso.

Usando la Carta dei servizi si può accedere alle varie piattaforme esatamente come con la Tessera Sanitaria, ma si può anche firmare digitalmente i vari documenti che bisogna presentare, e la cosa è assai comodo.

Fine 🙂

Aggiornamento Ubuntu-(qualsiasi flavors) 18.04 e derivate (anche Mint 19)

Arriva aprile 2018, faccio come sempre passare qualche settimana, spulcio la rete e vedo che non c’è nessun problema a passare alla nuova LTS della famiglia Ubuntu.

Aggiorno!

Tutto fila liscio (+ o -) e mi ritrovo con la nuova et fiammante versione che va come una freccia. Evviva.

Poi si avvicina l’estate, ed iniziano a fioccare le iniziative paesane e la necessità, sempre maggiore e sempre più incomprensibile, di fare miliardi di permessi online alla PA, e quindi – forte di questo mio articolo – attacco il lettore di smartcard al computer, infilo la tessera per la firma digitale, apro Dike6, che chiede subito di essere aggiornato e…

Problemi con Dike6

E niente, non c’è versi di farlo funzionare.

Contro la mia religione provo con Aruba Sign, che fino alla 17.10 funzionava senza problemi, ma questo non trova il dispositivo.

Come ho risolto?

Recuperando, fortunosamente, un pc con Ubuntu 16.04 installato, e tutto ha funzionato senza problemi, le procedure sono state portate a termine, i permessi rilasciati, le feste svolte senza altri problemi.

Mi permetto, a questo punto, una piccola riflessione:

se non potete permettervi di stare dietro ai rilasci STABILI delle varie distribuzioni GNU/Linux, ed obbligate i cittadini – ed i professionisti – ad usare versioni del sistema operativo vecchie di anni, allora – a mio modesto avviso – avete dei problemi e non siete aziende di software serie.




Medicina Democratica sul decreto dei 12 vaccini

È di questi giorni un nuovo decreto sui vaccini – fascista – per cui lo Stato italiano, nella (losca) figura della Ministra Lorenzin, vorrebbe obbligare tutte e tutti a vaccinare i propri figli a ben 12 tipi di malattie, pena multe salatissime (fino a 7.500€), fino alla sospensione della potestà genitoriale!

Sulla questione, ovviamente, lo scontro diventa durissimo, anche tra “compagni”:

i sostenitori della vaccinazione di massa – chiamiamoli gli “scientisti” – non discutono minimamente nulla di quanto proposto, tanto nel merito che nel metodo, perché “la vaccinazione fa bene, ha sempre fatto bene, e non potete dimostrare che porti a nessun problema”. E zitti!

i sostenitori del dubbio, invece, portano tutta una serie di questioni – dalla paura nei confronti dei vaccini tout court, alla messa in discussione della categoria di “epidemia”, alla quantità e alla modalità di somministrazione dei vaccini – con tutta una serie di sfumature anche rilevanti, che comunque sono sempre sostenute da argomentazioni “scientifiche”, tanto quanto quelle degli altri.

I toni, come sempre in questi casi, sono da “crociata” (da una e dall’altra parte, compreso chi scrive), non mancano insulti, amicizie che si rompono, scomuniche.

Per fortuna gli amici e compagni di Medicina Democratica hanno rilasciato una bella (a mio avviso) intervista a Radio Onda Rossa, che ci permette di provare a mettere un punto fermo nella critica a questo decreto, ed alle vaccinazioni di massa in generale, nel nostro paese:

http://www.ondarossa.info/redazionali/2017/05/crociata-vaccini




Filastrocca di un bieco nero, di Alberto Prunetti

Una filastrocca del mio amico Alberto Prunetti (e sono orgoglione di poterlo definire così) per commentare un triste episodio, uno striscione di Forza Nuova contro le maestre dell’asilo Monumento di Siena. Con un piccolo omaggio a Gianni Rodari e ai Cantalamappa.

1

Di notte su un asilo un bieco nero appende uno striscione.

Scrive il nostalgico del regime:

“Macché educazione è solo perversione”.

Rispondiamogli per le rime.

2.

Raccontava Gianni Rodari:

“A casa vostra chi comanda, il babbo o la mamma?”, chiede un tale agli scolari.

“A casa non ci son catene, noi ci vogliam bene.”

Poi una linguaccia e via con l’aquilone.

Per i biechi neri, se nessuno comanda è perversione.

3.

Per i biechi neri, Aladino si merita le botte.

Cenerentola non deve uscire dopo la mezzanotte.

Cappuccetto rosso multata, per aver preso la strada sbagliata.

Il lupo un clandestino da allontanare.

Raperonzolo va bene se si liscia i capelli, ma la casa non può lasciare.

E Alice trattata coi farmaci o legata al letto di contenzione:

non si può a piacimento diventar grandi o piccini

e poi passare senza documenti attraverso gli specchi e i sacri confini.

Che perversione!

4.

Ah, se facessero i biechi neri a scuola lezione

Gianni Rodari e don Milani in castigo, in punizione.

Il Maestro Manzi che insegna ai contadini

esiliato oltre i patri confini.

E quell’altro che sperimenta a Reggio Emilia

laboratori e spazi sensoriali

al campo di lavoro forzato,

coi maiali.

Credere obbedire e combattere

ecco per domani la lezione.

E tutto il resto

è perversione.

5.

Per i biechi neri ci son cose da bambini e cose da bambine

e mescolar le carte è aberrazione.

E chi ha ragione è forte e chi è forte ha ragione.

E i grandi vincono sui piccoli.

I ricchi sui poveri. I potenti sugli oppressi.

E nel Pianeta Forca… “prima i forcaioli”.

Ma così le favole al contrario di Rodari diventano bugie.

I libri di Lionni, come “Piccolo giallo piccolo blu”

per loro corrompono gli animi e tradiscono la tribù.

Metterli all’indice dà grande soddisfazione

che leggerli è solo perversione.

6.

Per i biechi neri, i bambini devono imparare

a obbedire, stare in fila e rispettare.

Hanno inventato una teoria che non c’è,

la chiamano “gender”. Sapete perché?

A mo’ di spaventapasseri, di caricatura

la scaglian su chi educa a una solidale libertà,

che paura a loro fa.

7.

E allora strepitano: è perver-cosa… è zeperzone…è pepperone…

(uffa, non riesco nemmeno a scriverla, questa parola, che desolazione)

insomma, è quella roba là.

Per loro, abolire i “perché” e punire gli errori: educare è tutto qua.

Facile educare così, con la frusta delle parole.

La scuola diventa una caserma e il mondo una prigione.

Correggere i birboni e drizzare le schiene.

Che altrimenti, tutti liberi, tutti felici,

tutti assieme… che perversione!

8.

Ma per tenere alla larga i biechi neri

bisogna sempre fare il gioco del perché.

Dateci, avanti, una spiegazione.

Perché perversione?

Diciamolo chiaramente e ponete al caso attenzione:

non è che sta nei vostri occhi

la perversione?

9.

Bambine e bambini, giocate assieme,

vestitevi come vi pare.

Siate quel che volete, bimbi o bimbe, come preferite

ma sempre restate umani

e mettetevi nei panni altrui,

chiedete sempre perché

e fate linguacce e sberleffi

alla ragione della forza

all’obbedienza verso i prepotenti

alla mancanza di compassione.

Allora verranno giorni meno bui.

Siate solidali dopodiché

il resto verrà da sé.




Il Re è nudo, ma guai a dirlo! Enrico Rossi e la geotermia sull’Amiata

L'installazione di Arcidosso
L’installazione di Arcidosso

25 luglio 2016: la Regione Toscana, Enel e i sindaci dei comuni geotermici amiatini inaugurano di nascosto la centrale geotermica “Bagnare 4”.

I comitati riescono a venire a sapere tutto (sull’Amiata non ci nascondete nulla) e organizzano varie forme di protesta: da una parte la manifestazione di Meetup Arcidosso Cinque Stelle a cui ha aderito SOS Geotermia; dall’altra parte i comitati Fumarole, No Geotermia Seggiano, terrAmiata e Agorà CittadinanzAttiva hanno organizzato una manifestazione fatta di striscioni, poesie, cartelli ed altre installazioni artistiche lungo il percorso che va dal bivio di Monticello al bivio dei Capenti, passando per Arcidosso. Tra queste, un’installazione di un artista locale, posizionata in un campo privato di fronte alla centrale di Bagnare 4.

Bene: tutto ciò che avevamo messo da Arcidosso in poi è stato rimosso ed è sparito, compresa l’installazione nel capo privato, configurando così i reati penali di violazione di proprietà e furto.

Alle nostre richieste di spiegazioni le autorità, nella figura del vice questore, ci è stato risposto che era stato dato l’ordine di rimuovere tutti gli striscioni “offensivi”.

Potete vedere le foto e decidere da soli cosa c’era di offensivo in ciò che è stato rimosso.

Evidentemente ormai è considerato offensivo il solo protestare: dire che il Re – e i suoi servi sciocchi – è nudo non si può. E le forze dell’Ordine ubbidiscono all’istante.

Cosa altrettanto grave è che, pur di non far vedere al Re il dissenso, si violini leggi, si compiano furti.

A nostro avviso l’episodio è gravissimo, e non mancheremo di far ricorso alle autorità competenti, ad iniziare dal Tribunale di Grosseto.

Non possiamo che prendere atto di quale sia stata la risposta degli amministratori locali alla nostra richiesta di scegliere quale parte sostenere, se la multinazionale o i cittadini.




Fiamme e rock‘n’roll. Leoncavallo, agosto 1989

Fiamme e rock‘n’roll. Il libro di Bruno Segalini sullo sgombero del Centro Sociale Leoncavallo il 16 agosto 1989Fiamme e rock‘n’roll. Romanzo veridico sullo sgombero del Leoncavallo, 1989 di Bruno Segalini, edito per i tipi della Shake Edizioni Underground – ormai storica casa editrice milanese, guidata da alcuni ex attivisti dell’Helter Skelter, spazio interno al centro sociale milanese negli anni in cui è ambientato il libro, spazio animato da soggetti nuovi, rispetto alla precedente generazione di militanti – è molto bello e da leggere assolutamente almeno per tre motivi.

1) nel mio caso per motivi squisitamente personali. Il 1989 è proprio l’anno in cui anche io, adolescente dell’hinterland milanese, inizio a frequentare il Leo – come chiamavamo il Leoncavallo noi frequentatori, attivisti e militanti; Leoka lo chiamano solo quelli de “Il Giornale” … – ed è lì che “imparo”, bene o male, a “fare politica”: le assemblee di gestione, il collettivo (in particolare il “Collettivo Gamma“, “quelli che sfondano ai concerti”), l’autogestione settimanale del bar, i cortei, il servizio d’ordine, il rapporto con la politica istituzionale e le forze della repressione.

L'ingresso del Centro Sociale Leoncavallo a Milano, in via Leoncavallo
L’ingresso del Centro Sociale Leoncavallo a Milano, in via Leoncavallo

Tutti aspetti che, col passare degli anni, ho rivisto, analizzato e superato criticamente; ma sono, come direbbe Lorenz, l’imprinting del mio agire politico.
La mia memoria del Leo è già macerie: ho iniziato a frequentarlo attivamente nell’autunno – inverno del 1989, quando già era stato raso al suolo dalle ruspe il 16 agosto di quell’anno, durante lo sgombero. Ed è lì che ho fatto quelle amicizie che ci sono ancora oggi: l’amicizia con quelli che diventano la tua famiglia, quelli che anche se si vive ai capi opposti del paese o del mondo, ci sono quando servono, anche solo con una parola.
2) È un bel romanzo, scritto bene, genuino, senza tante seghe e salamelecchi. Senza nascondersi, da vecchi a “erano ragazzate” o “si era giovani” o altre scuse per ripulirsi e rifarsi il trucco.

Milano Settembre 1989.Manifestazione in difesa del Centro Sociale Leoncavallo..
Milano Settembre 1989
Manifestazione in difesa del Centro Sociale Leoncavallo

Vi si racconta, onestamente, un piccolo scorcio del vivere nei centri sociali tra fine anni ’80 e primi ’90. Quale era il rapporto con la città, con i vicini, con “gli sbirri”; ma anche i rapporti interni, la “fattanza”, il problema dell’eroina. Ma anche la vita “di quartiere”, l’amicizia… la quotidianità, insomma. Tutta quella parte di una storia che la Storia non sa e non può raccontare, se non interviene la memoria di chi ha vissuto quelle esperienze.

Da questo punto di vista si vede benissimo il “tocco” della Shake, e l’esperienza che chi la anima ha avuto con Primo Moroni e la sua Calusca e tutta l’esperienza di ricerca e memoria che questo meraviglioso personaggio ha rappresentato per tanti di noi, per il movimento e per Milano finché è vissuto.

Storico Manifesto sullo sgombero del Leo dell'agosto '89
Lo storico Manifesto sullo sgombero del Leo dell’agosto ’89

3) Perché, forse per la prima volta, si racconta pubblicamente cos’è successo quell’agosto del 1989, quando il Leo venne sgomberato non per farlo morire, ma per raderlo al suolo. Sperando così di cancellare – illegalmente – un’esperienza scomoda, ma ormai data per morta, in città; trovandosi per le mani, invece, una risposta che non si vedeva dagli anni ’70, e che portò ad una nuova stagione di nuovi soggetti antagonisti che solo il massacro di Genova del luglio 2001 riuscirà a spegnere definitivamente.

Insomma, un bel libro: scritto bene, divertente, onesto. Ed utile, perché mantiene viva la memoria di un passato mica poi così lontano, e che ci può insegnare ancora tanto.




ECN e Decoder, storia di un’avanguardia digitale

Immagine del nodo padovano di ECNOggi poche e pochi lo sanno, temo, che per buona parte dell’ultimo decennio del secolo scorso in Italia l'”avanguardia digitale” – permettetemi di chiamarla così, in maniera anche ironica – non stava tanto dentro le università, ma soprattutto fuori, nelle case delle persone e, anche e soprattutto, nelle spesso diroccate stanze dei centri sociali.

È qui, infatti, che mossero i primi passi alcune delle più famose BBS (Bulletin board system): le prime “bacheche digitali“, le antesignane del web, grazie alle quali era possibile entrare in comunicazione non mediata con altre realtà italiane e straniere, scambiarsi file, comunicare e via discorrendo. Tutte cose oggi considerate ovvie, ma non così alla fine degli anni ’80, inizi dei ’90.

La rete più famosa in Italia era Fidonet – nata in California nel 1983 grazie ad un giovane anarchico, T. Jennings, e poi diffusasi in tutto il mondo. Nel 1991 c’erano oltre diecimila nodi Fidonet, con una valutazione cauta di centomila utenti. Non pochi nodi erano italiani.

Tra i nodi italiani, alcuni arrivano direttamente dal mondo underground e dei centri sociali, ed i due più famosi sono sicuramente ECN (European Counter Network, che dal 1996 diventerà il più importante server di movimenti, ecn.org) e Decoder BBS (da cui nascerà poi la casa editrice Shake Edizioni Underground, una delle più importanti case editrici della storia dei movimenti italiani, ancora oggi attiva).
Questi nodi hanno offerto, per anni, il meglio della cultura del movimento extraparlamentare e underground italiano (ed in parte internazionale), permettendo di accedere ad informazioni, notizie, cultura, che altrimenti sarebbe stato difficilissimo – se non impossibile – recuperare altrimenti.

Oltre che nodi telematici, tanto ECN che Decoder furono prodotti cartacei, portando “tra la gente” ciò che in quegli anni era a disposizione solo di pochissimi tecnici e smanettoni.

Materiali oggi quasi completamente dimenticati e persi, se non per gli archivi privati di ex attivisti e militanti (e forse presenti in qualche archivio particolarmente avanzato), se non fosse per l’encomiabile, preziosissimo lavoro di alcuni attivisti bolognesi, che hanno creato un sito-archivio, grafton9, in cui si stanno digitalizzando ed archiviando, appunto, molte delle preziose pubblicazioni di cui sopra, ad iniziare proprio da quanto prodotto da ECN e Decoder (e non solo).

In 89 pubblicazioni 5 anni di storia dei movimenti antagonisti nel nostro paese e non solo, poiché sono numerose anche le notizie e i documenti dall’estero. È un periodo vivace, disordinato, ingenuo e creativo, spesso e volentieri dissacratorio, ma è anche il momento in cui si può assistere a un’accelerazione, alla differenziazione e alla frammentazione del dibattito, dove ai temi tradizionali del movimento antagonista – lavoro e sindacalismo di base, lotte, repressione e carcere, internazionalismo, Sudamerica, Palestina, antifascismo, nuove destre, ecc. – si aggiungono, sovrappongono e intrecciano a velocità sempre maggiore nuove tematiche e nuovi punti di vista.

Non possiamo che ringraziarli per quanto stanno facendo, sperando quanto prima di poterli aiutare in qualche modo.

Di seguito il link diretto:

https://grafton9.net/