Piazza Fontana e la strategia della tensione: 50 anni di incubo

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Immagine della prima pagina di un giornale il giorno dopo la Straged di Piazza FontanaSono almeno 50 anni che l’Italia vive sotto l’incubo della “strategia della tensione”, quella strategia – per usare le parole del giudice Salvini – “fatta di bombe nelle banche, di stragi di civili sui treni e nei comizi sindacali”. Una strategia che inizia ad essere teorizzata nei primi anni ’60, per poi essere messa in pratica esattamente 46 anni, con la Strage di Piazza Fontana. Una strage su cui, sempre usando le parole di Salvini,

sono stati celebrati dieci processi, con depistaggi, fughe all’estero di imputati, latitanze più che decennali, condanne, assoluzioni. Fino alla definitiva assoluzione dei presunti esecutori: Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi. Ma non dell’area nazifascista che aveva organizzato la strage e di quella parte degli apparati dello Stato con loro collusa, per favorire, attraverso la paura, l’insediamento di un governo autoritario in Italia

Il giudice Salvini, che del processo per la Strage di Piazza Fontana è stato protagonista per anni, dice cose chiare, che ormai sono storia, ma che – guarda caso – nei libri di storia si trovano a fatica. Chissà come mai.

Perché la strategia della tensione – ci racconta oggi Saverio Ferrari in un bell’articolo su il manifesto – inizia ben prima del 12 dicembre 1969. Nel luglio del 1960 il tentativo del governo Tambroni di creare un blocco di destra nel nostro paese viene bloccato dalle piazze. In tutta Italia si accende una vera e propria rivolta popolare, che porterà la polizia di Scelba a fare una vera e propria strage: inque furono i manifestanti uccisi solo a Reggio Emilia, il 7 luglio, dove la polizia esplose 182 colpi di mitra e 39 di pistola, e quattro tra Licata, Palermo e Catania.

Per la destra italiana – cioè per tutta quella nomenclatura politica, industriale e militare che sosteneva Tambroni e la sua alleanza con l’MSI – fu un colpo durissimo, e dimostrò loro che, nonostante tutto, la sinistra era forte nel nostro paese, proprio a livello di sensibilità e cultura, e non tanto e non solo a livello elettorale.

La loro reazione fu durissima, come ci racconta Ferrari:

Da qui una riflessione strategica sul contrasto al “comunismo” che attraversò in particolare la sua parte più radicale. A ispirarla fu Julius Evola che dopo i fatti di Genova delineò l’esigenza di un golpe di destra. Su L’Italiano di Pino Romualdi, già nell’agosto 1960, scrisse che per fermare «il comunismo come forza sovversiva organizzata» e «cancrena ormai ramificata nel nostro Paese», bisognava preparare il «colpo decisivo», «l’ora X», così la definì, da attuare mediante l’esercito, con il sostegno della Nato e l’appoggio del Vaticano.

Da quel momento iniziò una “teorizzazione” della lotta anti-comunista che coinvolse non solo le frange più estreme del fascismo italiano, ma anche pezzi importanti delle istituzioni, non ultimi l’esercito e le forze dell’ordine.

Il luglio 1960 ebbe un forte impatto anche fra le gerarchie militari dove si fecero strada nuove teorizzazioni, mutuate anche dalla riflessione di altri stati maggiori, in primis quello francese reduce dalla sconfitta d’Algeria, incentrate sull’esistenza ormai di un nuovo tipo di guerra, non più condotta unicamente sul piano della forza militare, ma attraverso il condizionamento delle masse. Il “nemico” era ormai all’interno del nostro Paese.

Nasce così un asse micidiale, fatto di fescisti, militari d’altissimo rango, politici di governo e, probabilmente (come ci dice la storia di Gladio), anche di soggetti non italiani (non dimentichiamoci che siamo in piena “guerra fredda”, e che la “crisi dei missili” è del 1961. E che Kennedy viene ammazzato nel 1963…), con tutto un grosso apparato di riflessione.

Si organizzò più di un convegno da parte delle alte gerarchie militari. Il primo, dal titolo «La minaccia comunista sul mondo», si tenne a Roma, tra il 18 e il 22 novembre 1961, finanziato direttamente dal “fondo di propaganda” della Nato. Tra i presenti numerosi ministri dei maggiori Paesi occidentali, alti ufficiali della Nato e numerosi fascisti come Giano Accame e Mario Tedeschi.

Copertina degli atti del convegno "La guerra rivoluzionaria", a cura dell'Istituto Pollio, tenutosi a roma nel 1965Seguirà il famoso convegno su «La guerra rivoluzionaria» del 3–5 maggio 1965 all’Hotel Parco dei Principi di Roma, promosso sempre dai vertici militari attraverso l’Istituto Alberto Pollio (Capo di Stato maggiore dell’esercito nel 1914, conosciuto per le sue posizioni reazionarie, favorevole, tra l’altro all’uso della forza militare contro le folle), cui parteciparono molti di coloro che negli anni successivi sarebbero divenuti tra i principali protagonisti, sul piano operativo, della strategia della tensione.

A dirigere i lavori fu chiamato il tenente-colonnello Adriano Magi Braschi responsabile del Nucleo guerra non ortodossa dello Stato maggiore dell’esercito. Tra i relatori: Ivan Matteo Lombardo, socialdemocratico legato a Edgardo Sogno, Pino Rauti di Ordine nuovo, Fausto Gianfranceschi, ex Fasci d’azione rivoluzionaria, Giorgio Pisanò, Enrico De Boccard, ex Guardia nazionale repubblicana, Guido Giannettini, agente dei servizi segreti, Pio Filippani Ronconi, ex ufficiale delle SS italiane, e Alfredo Cattabiani, tra i massimi esponenti dell’integralismo cattolico.

Ad assistere ai lavori furono invitati anche una ventina di esponenti di Avanguardia nazionale, in prima fila Mario MerlinoStefano Delle Chiaie. Tra il pubblico anche Carlo Maria Maggi, il reggente di Ordine nuovo nel Triveneto, che sarà poi condannato per la strage del 1974 di piazza Della Loggia a Brescia. I convenuti poterono anche disporre di documentazioni curate dal Centro alti studi militari e dello Stato maggiore difesa.

Vorrei che ci si soffermasse sui nomi di cui sopra e dell’ambiente da cui provenivano e di cui facevano parte:

persone che erano o erano state ai vertici dell’Esercito, ex SS, fascisti, servizi segreti, ex partigiani di destra, cattolici integralisti.

Continua Ferrari:

Furono dunque i vertici militari italiani a trasmettere la cultura della «guerra non ortodossa» ai gruppi neofascisti. Non trascurabile fu il ruolo dell’Istituto Pollio, che non si limitò a organizzare convegni, svolgendo una funzione di collegamento dello Stato maggiore dell’esercito con l’estrema destra nel quadro di una cooperazione civili-militari in funzione anticomunista. Una cooperazione che, alla metà degli anni Sessanta, usciva dal piano delle mere elaborazioni teoriche per passare su quello delle realizzazioni pratiche.
La strada verso la stagione delle bombe e delle stragi era ormai aperta. A guidarla, un ampio schieramento reazionario composto da militari, da apparati di intelligence e di polizia, da settori del mondo economico e politico, con i fascisti sussunti in veste di manovali.

Quanto dice Ferrari non è frutto di “teorie complottiste”, ma è quanto emerge da anni di processi, che anche se non sono riusciti a portare a delle condanne, hanno però messo in luce definitivamente chi e perché fu, per esempio, attuata la Strage di Piazza Fontana. Dice il giudice Salvini:

Tutte le sentenze su Piazza Fontana anche quelle assolutorie, portano alla conclusione che fu una formazione di estrema destra, Ordine Nuovo, a organizzare gli attentati del 12 dicembre. Anche nei processi conclusesi con sentenze di assoluzione per i singoli imputati è stato comunque ricostruito il vero movente delle bombe: spingere l’allora Presidente del Consiglio, il democristiano Mariano Rumor, a decretare lo stato di emergenza nel Paese, in modo da facilitare l’insediamento di un governo autoritario. Come accertato anche dalla Commissione Parlamentare Stragi, erano state seriamente progettate in quegli anni, anche in concomitanza con la strage, delle ipotesi golpiste per frenare le conquiste sindacali e la crescita delle sinistre, viste come il “pericolo comunista”, ma la risposta popolare rese improponibili quei piani.

Ciò non significa che non siano stati individuati dei colpevoli:

Almeno un colpevole c’è anche nella sentenza definitiva della Cassazione del 2005. Si tratta di Carlo Digilio, l’esperto in armi e in esplosivi del gruppo veneto di Ordine Nuovo, reo confesso, che fornì l’esplosivo per la strage ed il quale ha anche ammesso di essere stato collegato ai servizi americani.
[…]
Ma in tutte le tre ultime sentenze risultano confermate le responsabilità degli imputati storici di Piazza Fontana, pure loro di Ordine Nuovo: i padovani Franco Freda e Giovanni Ventura. Essi però, già condannati in primo grado nel processo di Catanzaro all’ergastolo, e poi assolti per insufficienza di prove nei gradi successivi, non erano più processabili. Perché in Italia, come in tutti i paesi civili, le sentenza definitive di assoluzione non sono più soggette a revisione.

Quando si dice che della Strage di Piazza Fontana “non si sa la verità” si mente sapendo di mentire. Della Strage ormai si sa quasi tutto. Per esempio:

L’elemento nuovo, storicamente determinante, sono state le testimonianze di Tullio Fabris, l’elettricista di Freda che fu coinvolto nell’acquisto dei timer usati il 12 dicembre per fare esplodere le bombe. La sua testimonianza venne acquisita solo nel 1995. Un ritardo decisivo e “provvidenziale”. Perché Fabris nel 1995 descrisse minuziosamente come nello studio legale di Freda, presente Ventura, furono effettuate le prove di funzionamento dei timers poi usati come innesco per le bombe del 12 dicembre.
Le nuove indagini hanno anche esteso la conoscenze dei legami organici fra i nazifascisti, elementi dei Servizi Segreti militari e dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, diretto all’epoca da Federico Umberto D’Amato.
[…]
Il gruppo di Freda acquistò valige fabbricate in Germania in un negozio di Padova e comprò i timer di una precisa marca che mise nelle valige insieme con l’esplosivo procurato probabilmente dal gruppo veneziano che disponeva di propri depositi. Alcune valige furono portate a Roma e consegnate ad esponenti di Avanguardia Nazionale che effettuarono gli attentati minori all’Altare della Patria. Altri militanti invece raggiunsero Milano con altre due valige esplosive, attesi dai referenti locali di Ordine nuovo. Una bomba alla Banca Commerciale in piazza della Scala non esplose, l’altra alla banca dell’Agricolura, in piazza Fontana, provocò la strage.
Entrambi gli obiettivi,le banche e l’Altare della Patria, potevano essere letti in una chiave anticapitalista ed antimilitarista in modo da far ricadere la colpa sugli anarchici ed in genere sulla sinistra.

La copertina del libro "La strage di Stato", che per primo smarcherò il connubio tra pezzi dello stato e fascisti nella Strage di Piazza FontanaPiazza Fontana fu l’inizio di una strategia – la Strategia della tensione, appunto, – atta a destabilizzare il paese, a creare il terrore – quindi fu Terrorismo – per evitare che le forze progressiste del paese potessero diventare maggioritarie. E, come si urlava nei cortei fino a pochi anni fa (spero ancora oggi), “le bombe nelle piazze, le bombe nei vagoni, le mettono i fascisti, le pagano i padroni”: uno slogan che sintetizza perfettamente quello che Ferrari e Salvini spiegano sopra con dovizia di particolari.

La strategia della tensione ha ucciso centinaia di innocenti, per poter mantenere lo status quo e non permettere agli italiani di compiere quel cambiamento che con 1968 – ’69 stava iniziando.

Terrorismo di Stato.

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