In Italia si tortura

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Immagine di Carlo Giuliani con l'estintore
Carlo e l’estintore: prospettiva “giusta”

Ciclicamente siamo costretti a tornare alla ferita del G8 di Genova del 2001, quello in cui lo Stato italiano, per l’ennesima volta, mise lo stop alla democrazia nel nostro paese, per poter reprimere liberamente chi osava protestare contro la globalizzazione neoliberista.
In quei giorno assistemmo a pratiche di repressione fasciste, in cui venne vietato manifestare a chi ne aveva non solo il diritto ma pure l’autorizzazione (per esempio il “blocco blu”, quello di Cobas e dintorni, che venne caricato quanto ancora il concentramento della loro manifestazione – autorizzata – non era manco iniziato); in cui vennero massacrate persone del tutto innocue e pacifiche (il cortei del cosiddetto “blocco rosa”); in cui vennero attaccati, caricati e massacrati cortei autorizzati e pacifici – quello del “Carlini” – che poi, giustamente, risposero alla repressione con l’autodifesa; in cui venne assassinato a freddo un ragazzo di 20 anni, Carlo Giuliani, ucciso più volte: dai carabinieri prima, dalla stampa di regime poi. Il giorno dopo venne massacrato un corteo di centinaia di migliaia di persone, fatto di famiglie, uomini, donne, bambini. Ore di violenza inusitata su tutti, indistintamente, per finire poi con l’orrore della Diaz, che oggi viene – finalmente – riconosciuta come TORTURA, quello che da quasi 15 andiamo dicendo in tutte le sedi possibili ed immaginabili.

TORTURA, un reato che in Italia si pratica ormai da decenni, che però da noi NON è un reato e per cui “la Corte europea dei diritti umani che ha condannato l’Italia non solo per quanto commesso [a Genova nel 2001; ndr], ma anche perché non ha una legislazione adeguata a punire il reato”.

Ovviamente cosa fanno i tutori tout court dei tutori armati della legge? Fanno vedere la foto presa da dietro di Carlo con l’estintore in mano verso la camionetta dei carabinieri. Sembra, da quella foto, che Carlo sia a pochi centimetri dal mezzo militare; ma così non è, come si spiega bene in questo articolo.

Quindi siamo ancora qui, noi reduci di quei giorni; noi che abbiamo sentito, con le nostre orecchie – con le mie orecchie – i carabinieri cantare, come allo stadio, “uno di meno, voi siete uno di meno”; noi che abbiamo passato un venerdì a rattoppare feriti che non potevano essere portati in ospedale, da cui altrimenti sarebbero stati strappati per essere portati via (spesso a Bolzaneto); che abbiamo passato un venerdì a scappare, a difenderci, a lottare per poter fare quello che lo stesso Stato che ci attaccava ci aveva autorizzati a fare; noi che abbiamo passato un sabato allucinante, a fuggire per ore per la città, aiutati e sostenuti dal popolo di Genova, che ci ha dissetati, nutriti, guidati lontani dagli sbirri. Noi che abbiamo sentito gli urli arrivare dal macello della Diaz, che abbiamo visto quei corpi devastati portati via in barella; che abbiamo visto le pozze di sangue, i grumi di capelli appiccicati ai muri, che abbiamo sentito il puzzo di sangue e di paura. Noi che abbiamo passato giorni, o settimane, o mesi a riprenderci da quello shock; noi che se passava un elicottero si iniziava a sudare; noi che dentro la pancia non andrà mai via quell’odio profondo per gli aguzzini in divisa e, soprattutto, per i loro capi. Capi che – TUTTI – hanno fatto carriera, tanto nel centro-destra che nel centro-“sinistra”.

Ma siamo ancora qua, ad urlarvi in faccia le nostre ragioni, che purtoppo pochi anni dopo si sono tragicamente avverate, che ci stanno buttando nella miseria e nella precarietà più disumane; siamo ancora qua ad urlare, ad avere “ragione”, a sapere che quell’orrore era tale e che ora, finalmente, viene riconosciuto anche da una delle maggiori istituzioni democratiche europee. Non servirà a nulla, il reato di tortura non verrà sanzionato, in Italia, perché è ancora troppo utile per poterne fare a meno.

Ma siamo ancora qua, e non ce ne andremo. Con Carlo nel cuore.

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