Addio a Daevid Allen, l’anima folle e geniale del Prog, dai Soft Machine ai Gong

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Immagine dei I Gong nel 1974, ai tempi di "You", ultimo capitolo della trilogia "Radio Gnome"
I Gong nel 1974, ai tempi di “You”, ultimo capitolo della trilogia “Radio Gnome”

Muore uno dei grandi geni della musica del ‘900, quel Daevid Allen che dagli inizi degli anni ’60 a ieri è stato un precursore, un sabotatore, un fine ricercatore di qualsiasi alterità geniale potesse essere espressa in forma musicale (e non solo).

Poeta, autore teatrale, musicista, Allen arriva a Canterbury dall’Australia, passando per Parigi, dove ha incontrato autori della Beat Generation, ad iniziare da quel William Burroughs che di quella generazione è stato un po’ un babbo, oltre che un ispiratore.

Nel 1963 fonda il “Daevid Allen Trio”, con Robert Wyatt e Hugh Hopper – che fonderanno con lui, anni dopo, i mitici Soft Machine (e torna Burroughs), con cui poi torna a Parigi per partecipare a degli esperimenti di tape loop con l’allora sconosciuto Terry Riley.

Nel 1965 nascono, appunto, i Soft Machine, in cui il nostro rimarrà solo un anno, ma sufficiente a pubblicare il primo album del gruppo, una delle pietre miliare della psichedelia e della musica rock in generale.

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Nel 1968, infatti, Allen è costretto a tornare a Parigi, essendo scaduto il suo permesso di soggiorno in Inghilterra. Questa è una fortuna, per tutti noi, perché è proprio a Parigi che il nostro partecipa al celebre Maggio francese, e dando inizio a quella folgorante avventura che è il gruppo, il collettivo, la comune nota al mondo come i Gong, che pubblicano il loro primo, travolgente album – Magic Brother / Magic Sister – due anni dopo, nel 1970.

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Una musica che unisce rock, psichedelia, jazz, free, teatro, politica, teatro, vita, tutto. Tutto quello che “l’immaginazione al potere” può pensare, aiutata e coadiuvata da esperimenti lisergici che allargano non solo gli orizzonti ma anche le percezioni dei partecipanti.

Ed è proprio in questo splendido mix che è la vita di molti e molte a cavallo tra anni ’60 e anni ’70 che Allen, una notte, viene visitato dagli Pot Head Pixies, provenienti da un luminoso pianeta verde di nome Gong ed arrivati sulla terra in figurine d’inchiostro tramite una pipa di hashish piena di sogni visibili. Si spostano su teiere volanti, quando vogliono possono diventare invisibili e sul loro pianeta si autogovernano da se tramite un sistema chiamato Anarchia flottante.

Ci parlano tramite la loro radio, Radio Gnome Invisible e il compito di Allen e dei suoi soci – i Gong, appunto – è quello di raccontarci tutto quello che possono di queste splendide creature e del loro luminoso pianeta. Nasce così la fantastica trilogia di Radio Gnome, composta dagli album Flying Teapot, Angel’s Egg e You.

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Allen ci ha insegnato per anni a pestare chiodi di garofano nel mortaio della vita, a non accontentarci delle parvenze che spesso nascondono il senso vero della realtà, ci ha convinti a scavalcare il muro del vicino per rubare le mele che i genitori ci avevano assicurato non essere assolutamente “musica”.

Grazie Daevid, di tutto.

Aggiornamento del 21 marzo

Qui di seguito lo splendido articolo di Guido Festinese, uscito su il manifesto di oggi

A chi rac­conta in giro la vischiosa e inte­res­sata bugia che i Set­tanta sareb­bero stati solo «anni di piombo», e non, secondo la defi­ni­zione uguale e con­tra­ria di Erri De Luca, «anni di rame» cioè anni di super-conduzione di idee, di alle­gria, di vibra­zioni giu­ste, biso­gne­rebbe imporre l’ascolto di qual­che disco dei Gong. Il capi­tano della navi­cella, che poi era a forma di teiera volante, Dae­vid Allen se n’è appena andato dal pia­neta Terra, facendo rotta per il suo Pla­net Gong. Esat­ta­mente come Sun Ra è tor­nato su Saturno. Ma Dae­vid Allen, set­tan­ta­sette anni e la gra­zia stra­lu­nata di un fol­letto che è andato un milione di volte oltre lo spec­chio di Alice se n’è andato con una risata libe­ra­to­ria. Come Tiziano Ter­zani. Aveva dichia­rato di recente: «Non ho alcuna inten­zione di sot­to­pormi a ope­ra­zioni infi­nite, ed in un certo senso sapere che la fine è vicina è un sol­lievo. Credo fer­ma­mente nel con­cetto della “Volontà di Come Vanno le Cose”, e credo anche che sia giunto il momento di smet­terla di resi­stere e negare, e di arren­dersi all’evidenza dei fatti. Posso solo spe­rare che durante que­sto viag­gio, io abbia con­tri­buito in qual­che modo alla feli­cità delle vite di qual­che altro com­pa­gno essere umano».

Altro che se ne ha lasciata, di feli­cità. Lasciando in ere­dità una mon­ta­gna di musica impor­tante, spesso strug­gen­te­mente bella, facile da ascol­tare ma piena di spe­ri­men­ta­zioni inau­dite, e con un dono raro e temi­bile, per il potere: musica che faceva anche ridere e sor­ri­dere. Ancor di più, se, sulla scorta dei tè del Signor Allen, la pian­tina dalle pic­cole foglie era addi­zio­nata di verde Maria Gio­vanna. Allora il viag­gio con i Gong era come ascol­tare i Pink Floyd cosmici di Inter­stel­lar Over­drive che rac­con­tas­sero bar­zel­lette sugli alieni. Non ce la faceva pro­prio a essere solo un seris­simo musi­ci­sta, il Signor Dae­vid Allen. Era molte altre cose assieme, un mazzo di pos­si­bi­lità strap­pate alla vita gio­cando (e lui ne aveva vis­sute tre o quat­tro assieme, per quanto aveva fatto) che ne face­vano una figura unica e ini­mi­ta­bile: si dice spesso quando qual­cuno se ne va. Ma Allen lo era dav­vero ini­mi­ta­bile. Un beat, poeta e assai freak austra­liano che segna la sto­ria del prog rock in Europa e nel mondo, che inventa tec­ni­che uni­che di slide gui­tar, che flirta con il punk, la psi­che­de­lia, le avan­guar­die di ogni segno, che si ritrova poi già attem­pato a gui­dar taxi per sbar­care il luna­rio, senza pian­gersi addosso, e che alla fine chiude da par suo la sto­ria come la aveva ini­ziata: con l’ultimo capi­tolo della saga Gong, e con un reci­tal di poe­sia beat. Senza un’oncia di pas­sa­ti­smo. Tutto in fieri, sem­pre. Con un unico obiet­tivo: sma­sche­rare i re nudi di un capi­ta­li­smo ultra­li­be­ri­sta sem­pre più aggres­sivo e ostile ad ambiente ed esseri umani, e fare grande musica che indi­casse qual­che pos­si­bile «altrove». Un «Altrove» pos­si­bil­mente sor­ri­dente, colo­ra­tis­simo, e pieno di gente crea­tiva senza l’angoscia di vivere per lavorare.

Un Freak Bro­ther se mai ce n’è stato uno. Ma che ha pro­dotto e dif­fuso più gioia e arte di Mar­chionne, que­sto è sicuro. Era nato a Mel­bourne nel 1938, e lì, dall’altra parte del mondo aveva sco­perto i poeti beat lavo­rando in una libre­ria. Dun­que rotta verso l’Europa, Parigi, a fare mille lavori per soprav­vi­vere (e vivendo nella stanza del Beat Hotel dove prima allog­gia­vano Allen Gin­sberg e Peter Orlo­v­sky!), e poi per l’Inghilterra: dove cono­sce Wil­liam Bur­rou­ghs, e trova modo di met­tere su il primo gruppo, Dae­vid Allen Trio: con un sedi­cenne che pro­mette assai bene, die­tro pelli e piatti, si chiama Robert Wyatt. Ecco il nucleo di quello che diven­te­ranno i Soft Machine, gente che si tro­verà a rivo­lu­zio­nare il mondo del rock con mas­sicce inie­zioni di jazz liber­ta­rio e psi­che­de­lia, e vice­versa, esat­ta­mente in con­tem­po­ra­nea con quanto andava ela­bo­rando, su piste simili ma non iden­ti­che, Miles Davis a un oceano di distanza.

Nel 1968 Allen, dopo aver dato il «la» ini­ziale ai Soft Machine è per le strade infuo­cate di Parigi, quelle che «sotto il sel­ciato nascon­dono le spiagge». Gli sbirri non devono vedere troppo bene quell’allampanato tren­tenne vestito di stracci colo­rati che declama poe­sie e distri­bui­sce pelu­che alla truppa. Lui si ritrova a Maiorca e, nel ’69, nasce il primo disco a nome Gong, Magick Bro­ther. A fianco ha la com­pa­gna Gilli Smith, alter ego al fem­mi­nile e in decli­na­zione scia­ma­nica e strega buona di Dae­vid, una vita a sepa­rarsi e ritro­varsi senza ran­core. Lei, spe­cia­li­sta in «space whi­spers», qual­siasi cosa siano i «sus­surri spa­ziali». Senz’altro qual­cosa di molto meno nega­tivo dei voca­lizzi acidi di Yoko Ono. Gli anni tra il ’72 ed il ’74 sono cru­ciali, per la nascita e la dif­fu­sione della mito­lo­gia freak dei Gong: in quel periodo nascono i tre dischi capo­la­voro che rac­con­tano una sto­ria strana, stra­nis­sima ma assai fami­liare per milioni di ade­renti ai «movi­menti» che hanno preso di petto le ipo­cri­sie bor­ghesi, e magari si rilas­sano a forza di canne. È la «tri­lo­gia della Teiera volante». Una musica inau­dita fatta di cor­pose ini­zia­zioni di space rock, aper­ture spe­ri­men­tali jazz, deli­zie melo­di­che che ricor­dano le «rime per bam­bini» della cul­tura anglo­sas­sone, e altre assor­tite e cao­ti­che stra­nezze, ecco le note dei Gong. Al cen­tro c’è la voce bef­farda di Allen e la sua chi­tarra che prende derive spa­ziali. L’altra chi­tarra è Steve Hil­lage, che dal mae­stro austra­liano impa­rerà quasi tutto. Ai fiati Didier Mahlerbe, un prin­cipe a venire della world music.

Nella mito­lo­gia Gong s’incontrano folletti-alieni che hanno un’elica in testa e volano su teiere, emis­sari del pia­neta paci­fi­sta Gong, che tra­smette sulle fre­quenze di «Radio Gnomo invi­si­bile», cap­ta­bili con appo­siti orec­chini magici. Allen è, antro­po­lo­gi­ca­mente, l’eroe cul­tu­rale che diventa media­tore fra i due mondi, e che dovrà por­tare al risve­glio gli esseri umani, ma in mezzo a mille avven­ture e disav­ven­ture che asso­mi­gliano, molto, a diversi riti di ini­zia­zione di sva­riate cul­ture della visione. Tant’è che Dae­vid Allen ripren­derà anche a distanza di decenni le vicende del pia­neta Gong: in Sha­pe­shif­ter, del ’92, in Zero to Infi­nity, del 2000, dove il pro­ta­go­ni­sta è diven­tato una sorta di androide disin­car­nato, in 2032 , e nell’estremo I See You, 2014 che rimarrà l’ultimo disco dei Gong, a ben vedere pro­fe­tico già dal titolo. Non solo «Io ti vedo», ma anche qual­cosa come «arri­ve­derci a presto».

Gong aveva spo­rato anche altre crea­ture paral­lele: Pla­net Gong, Mother Gong, New York Gong (con Bill Laswell: dif­fi­cile imma­gi­nare qual­cosa di più incon­ci­lia­bile, sulla carta, ma il Signore delle Teiere era Ying e Yang assieme e poteva farlo) , Acid Mothers Gong (paz­ze­sco incon­tro fra i freak psi­che­le­dici giap­po­nesi Acid Mother Tem­ple e Dae­vid Allen), e anche uno spin off deci­sa­mente dedito al puro jazz rock a seguire la tri­lo­gia magica, i Pierre Morlen’s Gong. Allen, ogni volta che poteva, tor­nava a visi­tare la saga Gong. Aggiun­gendo tas­selli e segnali, il cui cul­mine, forse, è stato un con­cetto olan­dese nel novem­bre del 2006, quando su un palco di Amster­dam (e dove sennò?) s’era riu­nita la clas­sica for­ma­zione Gong della Tri­lo­gia della Teiera. Pron­ta­mente repli­cato, il tutto, a Lon­dra. Nell’ultimo reci­tal poe­tico Allen, due set­ti­mane prima di morire, Dae­vid Allen ha pro­nun­ciato que­ste parole: «Ma in fin dei conti cos’è morire se non star­sene nudi espo­sti al vento e scio­gliersi nel sole? E cosa signi­fica smet­tere di respi­rare, se non libe­rare il respiro dalle sue affan­nose maree, che possa sal­tar fuori, espan­dersi, e cer­care dio senza più far­delli addosso? Solo quando bevi dal fiume del silen­zio ti met­te­rai a can­tare. E quando arrivi in cima alla mon­ta­gna, è a quel punto che comin­cia l’ascensione. E quando la terra recla­merà le tue gambe, è a quel punto che potrai comin­ciare a danzare».

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