Sabella assessore alla legalità: prima ci spieghi Bolzaneto e la Diaz

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Immagine Un momento della manifestazionein ricordo ai10 anni dall`irruzione alla scuola Diaz questa sera  21 luglio 2011 a Genova.È quantomeno curioso dover leggere sull’Huffington post un articolo in cui si mette in discussione la nomina del Sig. Alfonso Sabella, quale “attuale assessore alla legalità del Comune di Roma, è un magistrato che si è fatto onore nella lotta contro la mafia”.

È curioso perché è Huffington post, e non la “sinistra” (?) di governo (?!), tipo SEL (?!?!?!), a porsi delle domande assolutamente interessanti. Domande che partono da una valutazione, lucida, dell’attuale considerazione che hanno le istituzioni italiane, e le “forze dell’ordine” in particolare, per una larga fascia della popolazione italiota. Si legge, infatti:

La fiducia nella legalità e nelle istituzioni destinate a tutelarla e a promuoverla è oggi minata da due fattori diversi. Il primo è indubbiamente la corruzione e il malaffare, anche di stampo mafioso, che si insinua nelle Istituzioni democratiche trovando lì complicità ed appoggi interessati (il caso romano ne è l’esempio più clamoroso, non certo l’unico); il secondo è l’impunità di cui godono le forze dell’ordine e gli apparati dello Stato quando sono esse stesse a violare la legge, commettendo violenza ingiustificata verso cittadini inermi, ancora più grave quando questi cittadini sono privati della libertà personale, e posti sotto la vigilanza e la tutela dell’Amministrazione Carceraria.

E dagli torto.

Date le premesse, visto lo staccamento sempre più ampio (e giustificato) tra cittadini e istituzioni, se queste ultime volessero davvero che questo iato si riducesse, dovrebbero – velocemente – mettere in atto azioni (non chiacchiere) che mettessero in evidenza la differenza tra “prima” ed “ora”. A maggior ragione se a governare le istituzioni – nazionali e locali – ci sono, in gran parte, forze “democratiche”. Ma la vogliono davvero, queste forze “democratiche” , la riduzione dello scollegamento di cui sopra? Ho dei dubbi serissimi.
E l’Huffington post pare d’accordo con me:

Alfonso Sabella era anche il “coordinatore dell’organizzazione, dell’operatività e del controllo su tutte le attività dell’amministrazione penitenziaria in occasione del G8 di Genova“. Anche, e soprattutto, di quelle che si svolsero a Bolzaneto. E in quell’occasione il suo comportamento non fu certo esemplare.

Lo si rileva dallo stesso decreto di archiviazione emesso dal Tribunale di Genova, nel quale pur escludendo il dolo, che deriverebbe dalla prova della sua presenza diretta mentre venivano posti in essere le azioni di più efferata violenza, considera il suo comportamento “gravemente colposo”, pur non essendo perseguibile in sede penale. Rinvia la sentenza di archiviazione ad altre sedi possibili dove valutare la congruità dei comportamenti rispetto alla posizione rivestita e prendere le eventuali misure disciplinari. Come è noto quelle sedi non furono attivate per nessuno dei coinvolti in quei fatti o che avevano la possibilità di impedirli. Sono ancora tutti in servizio, alcuni promossi a incarichi più alti. Il capo della polizia di allora fa il Presidente di Finmeccanica.

Sabella vide, lo ammette lui stesso, i detenuti, molti dei quali feriti, costretti in piedi, con le gambe divaricate e la faccia contro il muro. Ne chiese conto, ma prese per buone le incredibili giustificazioni del responsabile della Polizia Penitenziaria, che li tenevano così per tenere separati “eventuali gruppi tra loro contrapposti e dividere gli uomini dalle donne”. Sabella si limitò a dire che non dovevano essere tenuti in quella posizione per più di 15 minuti. Come è noto i minuti furono di più, e quella posizione eccitò, risulta dal processo, gli istinti peggiori delle guardie e dei poliziotti, che li colpivano coi manganelli per far divaricare le gambe e sbattevano le loro teste contro i muri”.

Ecco, questo è l’uomo che il Pd – nella figura del sindaco Marino e nel commissario del partito a Roma (nonché presidente del partito a livello nazionale) Matteo Orfini – ha posto come “assessore alla legalità del Comune di Roma”. L’uomo che, a Genova nel 2001, vide (fa bene citare di nuovo questa parte):

i detenuti, molti dei quali feriti, costretti in piedi, con le gambe divaricate e la faccia contro il muro. Ne chiese conto, ma prese per buone le incredibili giustificazioni del responsabile della Polizia Penitenziaria, che li tenevano così per tenere separati “eventuali gruppi tra loro contrapposti e dividere gli uomini dalle donne”. Sabella si limitò a dire che non dovevano essere tenuti in quella posizione per più di 15 minuti. Come è noto i minuti furono di più, e quella posizione eccitò, risulta dal processo, gli istinti peggiori delle guardie e dei poliziotti, che li colpivano coi manganelli per far divaricare le gambe e sbattevano le loro teste contro i muri.

Ecco, quest’uomo deve occuparsi della LEGALITÀ a Roma. Deve vedere (!) cosa di marcio c’è ancora e debellarlo. Lui che non si è accorto di quel che accadeva a Bolzaneto. Perbacco!

L’Huffington post finisce con una bella chiusura, che bisognerebbe analizzare ed usare anche rispetto agli anni ’70 e la repressione che l’allora “sinistra” (il Pci) scatenò contro chiunque non fosse dalla sua parte (quindi TUTTO il movimento di allora: come ebbe a dire Mussi, attuale presidente della Presidenza nazionale di Sinistra Ecologia Libertà, “per combattere il terrorismo abbiamo dovuto togliere l’acqua ai pesci”; cioè reprimere TUTTO il movimento, per battere i lottarmatisti):

La nomina di Sabella ad assessore alla legalità nel Comune di Roma può sembrare un ulteriore invito a mettere tra parentesi quei fatti e quella ferita, nella convinzione illusoria che sia l’oblio a risanare i mali. Del resto lo stesso Sabella quei fatti li rimuove dalla sua scintillante autobiografia in cui narra i suoi successi nella lotta contro la mafia.

Ma l’oblio non cura niente, anzi riproduce le stesse ferite. Sarebbe bene che Sabella, nell’accettare un incarico politico così impegnativo, provasse a spiegare a noi tutti e a se stesso, per quali meccanismi mentali, per quali condizionamenti, un servitore delle Stato possa venire meno ai suoi doveri di responsabilità verso uomini e donne indifesi che dovrebbe prioritariamente – prima dei suoi sottoposti, prima dei suoi sovraposti politici – essere chiamato a tutelare e a rispettare. Perché quei fatti non si ripetano. Per fare più serenamente anche il suo nuovo lavoro.

Ma l’oblio non cura niente, appunto.

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