Eternit e giustizia

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Immagine di Renato Prunetti
Renato Prunetti

Il sabato compro ancora il manifesto (vecchi vizzi che si fa fatica a cacciare), ed oggi vi ho trovato l’articolo del mio amico Alberto Prunetti sulla questione eternit.

Questione che per lui ha voluto dire tanto, un tanto che ci ha raccontato in uno splendido e tremendo libro e che racconta, ancora, in questo splendido e tremendo articolo.

A me, banalmente, mi si sono riempiti gli occhi di lacrime e il cuore di odio. Cosa che, ultimamente, sta succedendo sempre più spesso.

Sono cre­sciuto guar­dando i film spaghetti-western assieme a mio padre. Guar­da­vamo anche i clas­sici di John Ford e ci rico­no­sce­vamo in quei cow­boy umi­liati e dere­litti. Sape­vamo che dove­vano pas­sarle di cotte e di crude ma ave­vamo anche la cer­tezza che il film non sarebbe arri­vato ai titoli di coda senza che al pre­po­tente non venisse pre­sen­tato il conto delle sue male­fatte. Era un mondo sem­plice di ric­chi pro­prie­tari, legu­lei e impren­di­tori delle fer­ro­vie da una parte e di umili cow­boy o indiani che veni­vano sopraf­fatti dall’altra. Ma alla fine i ric­chi paga­vano per le loro colpe e il sole del sel­vag­gio west baciava sulla fronte que­gli umili vac­cari così simili ai nostri babbi. In quelle pel­li­cole sem­plici, di imme­diata com­pren­sione per la classe ope­raia, vede­vamo illu­strati i valori che i padri inse­gna­vano ai figli: pane, salute, lavoro e giustizia.

Dopo la sen­tenza Eter­nit dello scorso mer­co­ledì, la parola sen­tenza mi si sovrap­pone con­ti­nua­mente col volto duro di Lee Van Cleef in un film di Ser­gio Leone. Quasi quarant’anni dopo aver visto la prima volta quel film, che cono­sco a memo­ria, è dif­fi­cile fare i conti del dato e dell’avuto. Se guardo alla classe ope­raia, penso ai lavo­ra­tori della Thys­sen e a quelli di Casale e mi prende lo scon­forto. Se guardo alla mia sto­ria, il qua­dro rimane avvilente.

In ogni vec­chio ope­raio di Casale Mon­fer­rato rivedo la figura di mio padre. Renato Pru­netti ha lavo­rato per anni facendo manu­ten­zioni, coi­ben­ta­zioni, sal­da­ture e car­pen­te­ria in ferro nelle raf­fi­ne­rie e nelle accia­ie­rie di mezza Ita­lia. Quando è uscita la lista dei dieci siti indu­striali più inqui­nati d’Italia, almeno otto sta­vano den­tro alla rubrica tele­fo­nica di casa, alla voce R di Renato, dove si appun­ta­vano gli alber­ghi in cui lui e gli altri ope­rai tra­sfer­ti­sti anda­vano a dor­mire, a fianco dei recinti dei can­tieri indu­striali. C’era anche Casale Mon­fer­rato in quell’agenda, per­ché lui aveva lavo­rato nella raf­fi­ne­ria Maura, a pochi chi­lo­me­tri dalla città più espo­sta d’Italia.

Anche Renato aveva tagliato l’amianto per anni con il fles­si­bile e anche lui aveva pro­vato a rivol­gersi alla giu­sti­zia. Aveva chie­sto due volte il rico­no­sci­mento dell’esposizione pro­fes­sio­nale all’amianto. Pec­cato che era già morto da sette anni nel momento in cui un giu­dice lo ha omag­giato dei «bene­fici» della legge, con­ce­den­do­gli di andare in pen­sio­na­mento anti­ci­pato quando ormai era già «man­cato», come si dice a Casale con un eufe­mi­smo molto diffuso.

A quale giu­sti­zia affi­darsi allora men­tre a Casale si strin­gono le fila e si spera in un ultimo ten­ta­tivo di inchio­dare «lo sviz­zero» alle pro­prie responsabilità?

I saggi par­lano di que­stioni di lana caprina tra diritto e giu­sti­zia. Eppure le nostre pre­tese erano poche. I nostri vec­chi non vole­vano cono­scere il mondo né godersi certi lussi. Pane, salute, lavoro e giu­sti­zia nei giorni feriali. Le par­tite, l’orto, le bocce e la bici­cletta nei festivi. Era que­sta la vita ope­raia. Si sen­ti­vano eroi wor­king class, cow­boy con la chiave inglese e la tuta blu al posto del cap­pello e un muletto a motore die­sel che a volte andava al trotto, a volte al galoppo.

Rad­driz­za­vano i ferri e i torti con pochi sapienti colpi di mar­tello, certi della loro lealtà verso gli altri.

Quarant’anni dopo, nel gioco di sponda tra diritto e giu­sti­zia, al palaz­zac­cio della Cas­sa­zione abbiamo impa­rato che il diritto è storto e la giu­sti­zia ingiu­sta. Che il pane del lavoro fosse avve­le­nato ormai lo sape­vamo già e la salute dei nostri vec­chi i padroni se la sono tenuta come caparra a pegno delle buste paga con cui ci hanno fatto stu­diare e crescere.

Sch­mi­d­heiny, non stu­pirti allora se nei tuoi sogni peg­giori sen­ti­rai le armo­ni­che di un film western ita­liano. Prima o poi quelli di Casale arri­ve­ranno per rad­driz­zare i torti, prima dei titoli di coda. Puoi scom­met­terci un dollaro.

*autore di «Amianto, una sto­ria ope­raia», edi­zioni Alegre

http://ilmanifesto.info/in-ricordo-di-mio-padre-operaio-nel-far-west/

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