David Graeber e il Progetto democrazia

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Immagine di David Graeber
David Graeber

Ho comprato oggi l’ultimo libro pubblicato in italiano di David Graeber, antropologo americano anarchico. Attivista del movimento Occupy Wall Street, ha pubblicato parecchi libri, molti dei quali tradotti anche in italiano.

È un autore che apprezzo molto, sia per il suo essere anarchico, sia per il suo essere non solo uno studioso ma anche un attivista a tempo pieno, ma anche perché – non ultimo – cerca di portare il pensiero anarchico e radicale in generale nel XXI secolo.

Il libro in questione, Progetto democrazia. Un’idea, una crisi, un movimento, edito dai tipi de Il Saggiatore, cerca di analizzare la categoria – scontata ma poco conosciuta, e soprattutto poco applicata – di democrazia.

Un libro interessantissimo, di cui mi permetto di incollare sotto la molto interessante introduzione e che vi consiglio di leggere quanto prima. E di metterlo in pratica! 🙂

Il 26 aprile 2012, una trentina di attivisti di Occupy Wall Street (Ows) si sono radunati sui gradini della Federal Hall di New York, di fronte alla Borsa. Io ero con loro.

Da oltre un mese stavamo cercando di ricreare un avamposto a Lower Manhattan per rimpiazzare il presidio di Zuccotti Park da cui eravamo stati sfrattati sei mesi prima. Sebbene non fossimo in grado di creare un nuovo presidio, speravamo almeno di trovare un posto dove poter tenere assemblee regolari, e allestire biblioteca e cucine. Il grande vantaggio di Zuccotti Park era il fatto di essere un luogo dove chiunque fosse interessato sapeva dove trovarci per essere aggiornato sulle azioni in programma o semplicemente per parlare di politica; adesso, la mancanza di un punto di ritrovo causava un’infinità di problemi. Tuttavia, le autorità cittadine avevano deciso che non avremmo mai avuto un altro Zuccotti Park: appena noi trovavamo un angolo dove avviare legalmente l’attività, loro cambiavano le leggi per farci sgomberare, ogni volta. Quando abbiamo provato a stabilirci in Union Square, le autorità cittadine hanno modificato i regolamenti del parco. Quando un gruppo di occupanti ha iniziato a dormire sui marciapiedi di Wall Street, confidando in una delibera che riconosceva esplicitamente il diritto dei cittadini di dormire nelle strade di New York come forma di protesta politica, le autorità hanno stabilito che quell’area di Lower Manhattan era una «zona speciale» non vincolata da quella legge.

Alla fine ci siamo sistemati sui gradini della Federal Hall, un’ampia scalinata di marmo che conduce alla statua di George Washington posta a guardia dell’edificio nel quale 223 anni prima era stato firmata la Bill of Rights (la Carta dei diritti). Quegli scalini non rientravano nella giurisdizione cittadina, ma erano territorio federale amministrato dal National Park Service (il Servizio dei parchi nazionali), e, forse consapevoli che l’intera zona era considerata un monumento alle libertà civili, i funzionari della U.S. Park Police (la Polizia dei parchi) ci avevano concesso di occuparli, a patto che nessuno vi dormisse la notte. I gradini erano sufficientemente ampi da poter ospitare agevolmente circa duecento persone, più o meno il numero degli occupanti che si erano presentati all’inizio. Tuttavia, non ci è voluto molto perché le autorità cittadine convincessero gli agenti dei Parchi a cedere di fatto la giurisdizione: avevano piazzato transenne d’acciaio intorno al perimetro e ne avevano collocate altre a dividere i gradini in due parti distinte, presto ribattezzate da noi «gabbie della libertà». All’ingresso è stata posizionata una squadra della Swat, mentre un capitano di polizia in camicia bianca controllava accuratamente chiunque cercasse di entrare, informandolo che, per ragioni di sicurezza, alle gabbie non potevano accedere più di venti persone alla volta. Nonostante ciò, alcuni attivisti hanno perseverato, rimanendo sul posto a turno ventiquattrore su ventiquattro, organizzando teach-in di giorno, dando vita a dibattiti improvvisati con gli annoiati trader di Wall Street in pausa caffè e, di notte, facendo la guardia sui gradini di marmo. Quasi subito sono stati banditi i cartelli grandi; poi qualunque cosa fatta di cartone. Dopodiché sono iniziati gli arresti di persone scelte a caso. Il comandante della polizia voleva farci capire chiaramente che, anche se non poteva arrestarci tutti, poteva in ogni caso imprigionare chi volesse, per qualunque motivo, in ogni momento. Proprio quel giorno avevo visto un attivista ammanettato e portato via per «disturbo alla quiete pubblica» perché ripeteva i nostri slogan e un altro, un veterano della guerra in Iraq, incriminato per atti osceni in luogo pubblico: aveva detto parolacce mentre teneva un discorso. Forse è accaduto perché avevamo pubblicizzato l’evento come un «dibattito aperto». Sembrava che l’ufficiale al comando volesse chiarire un concetto: persino nel luogo in cui era nato il Primo emendamento, aveva comunque il potere di arrestarci solo per aver tenuto un discorso politico.

La protesta era stata organizzata da un mio amico, Lopi, celebre perché partecipa alle manifestazioni a bordo di un triciclo gigante con un cartello colorato che porta la scritta jubilee!. Lopi aveva pubblicizzato l’evento chiamandolo «Dibattito sulle ingiustizie di Wall Street: assemblea pacifica sui gradini del Federal Hall Memorial Building, casa natale della Bill of Rights, oggi blindato dall’esercito dell’1%». Io non sono mai stato un grande agitatore. Per tutto il periodo in cui ho preso parte a Occupy, non ho mai tenuto un discorso, desideravo presenziare perlopiù in qualità di testimone, per fornire un sostegno morale e organizzativo. Durante la prima mezz’ora della protesta, mentre, uno dopo l’altro, gli occupanti si radunavano a ridosso delle transenne di fronte a una manciata di videocamere improvvisamente comparse sul marciapiede, per parlare di guerra, devastazioni ecologiche e corruzione del governo, io me ne sono rimasto ai margini, a parlare con i poliziotti.

«E così fai parte di un squadra Swat» ho detto a un ragazzo dall’espressione torva di guardia all’ingresso alle gabbie con un grosso fucile d’assalto. «Scusa, ma che cosa significa esattamente Swat? “Special Weapons”…»

«… and Tactics» mi ha risposto rapido, prima che riuscissi ad articolare il nome originario di quella unità, ovvero «Special Weapons Assault Team» (Squadra d’assalto dotata di armi speciali).

«Capisco, ma mi chiedo: che tipo di armi speciali ritiene necessarie il vostro comandante per gestire trenta cittadini disarmati pacificamente radunati sui gradini di un edificio federale?»

«È una misura precauzionale» mi ha risposto, un po’ a disagio.

Avevo già declinato due inviti a prendere la parola, ma Lopi continuava a insistere, perciò alla fine mi sono reso conto che avrei fatto meglio a dire qualcosa, anche poche parole. Così ho preso posto di fronte alle telecamere, ho guardato George Washington che teneva lo sguardo fisso sul cielo sopra la Borsa di New York e ho improvvisato.

«Mi colpisce essere riuniti proprio qui, oggi, sui gradini dell’edificio in cui è stato firmata la Bill of Rights. È strano: la maggior parte degli americani crede di vivere in un paese libero, di far parte della più grande democrazia del mondo. È convinta che siano i nostri diritti e le nostre libertà costituzionali, stabiliti dai Padri fondatori, a definirci come nazione, a renderci ciò che siamo veramente… persino a darci il diritto di invadere altri paesi più o meno a nostro piacimento, a sentire i nostri politici. Ma in realtà, sapete, gli uomini che hanno scritto la Costituzione non volevano affatto che vi fosse una Bill of Rights. Ecco perché è composto da emendamenti: non erano compresi nel documento originale. L’unica ragione per cui tutte quelle frasi roboanti sulla libertà di parola e sulla libertà di assemblea sono finite nella Costituzione è che ci sono stati antifederalisti come George Mason e Patrick Henry che, di fronte all’ultima bozza, si sono indignati al punto di mobilitarsi contro la sua ratifica, a meno che il testo non venisse cambiato… cambiato in modo da comprendere, tra le altre cose, il diritto di partecipare a mobilitazioni esattamente come la nostra. Ciò terrorizzò i federalisti, dato che, tanto per cominciare, un motivo che li aveva spinti a indire la Convenzione di Filadelfia era stato il desiderio di prevenire il rischio, da loro avvertito, che nascessero movimenti popolari ancor più radicali di quelli che da tempo richiedevano la democratizzazione della finanza e persino la cancellazione del debito. Le assemblee pubbliche di massa e l’esplosione del dibattito a cui avevano assistito durante la rivoluzione era l’ultima cosa che volevano. Fu per questo che alla fine James Madison stilò un elenco di oltre duecento proposte e le utilizzò per scrivere il testo di quello che noi chiamiamo Bill of Rights.

«Il potere non cede mai qualcosa spontaneamente. Se oggi abbiamo libertà, non lo dobbiamo alle concessioni dei saggi Padri fondatori. Perché ci fossero riconosciute quelle libertà, ci sono volute persone come noi che hanno continuato a esercitarle, facendo esattamente quello che stiamo facendo qui.

«La Dichiarazione di indipendenza o la Costituzione non dicono da nessuna parte che l’America è una democrazia. E c’è un motivo. Uomini come George Washington si opposero apertamente alla democrazia, cosa che rende strano trovarci sotto la sua statua, oggi. E lo stesso dicasi per Madison, Hamilton, Adams… Scrissero esplicitamente che stavano cercando di costruire un sistema che potesse annullare e tenere sotto controllo i pericoli della democrazia, anche se erano state le persone che volevano la democrazia a fare la rivoluzione che, tanto per cominciare, li aveva portati al potere. Oggi la maggior parte di noi è qui perché ritiene ancora di non vivere in un sistema democratico, in nessuna delle accezioni pregnanti del termine. Voglio dire, guardatevi intorno. Quella squadra della Swat laggiù dice tutto quello che avete bisogno di sapere. Il nostro governo è diventato poco più di un sistema di corruzione istituzionalizzata e si rischia di essere trascinati in prigione solo per averlo detto. Forse oggi, nella maggior parte dei casi, ci possono tenere dentro solo per un giorno o due alla volta, ma state certi che stanno facendo del loro meglio per cambiare questa regola. In ogni caso, se non pensassero che abbiamo ragione, non ci arresterebbero di certo. Non c’è niente che spaventi di più i governanti americani della prospettiva che prorompa la democrazia. Che ci sia davvero questa prospettiva e che possano esistere gli eredi di coloro che scesero in strada per pretendere una Bill of Rights; be’, dipende solo da noi.»

Prima che Lopi mi spingesse sul palco non avevo davvero pensato a Occupy Wall Street come a un movimento radicato in qualche grande tradizione della storia degli Stati Uniti. Ero più interessato a rintracciare le sue radici nell’anarchismo, nel femminismo o persino nel Global Justice Movement. Ma, con il senno di poi, penso che quello che ho detto fosse vero. C’è qualcosa di stranamente incoerente nel modo in cui negli Stati Uniti ci insegnano a pensare alla democrazia. Da un lato, ci viene costantemente ripetuto che democrazia significa solo eleggere i politici che ci governano, dall’altro sappiamo bene che tanti americani amano la democrazia, odiano i politici e sono scettici nei confronti dell’idea stessa di un governo centrale. Come possono queste cose essere tutte vere contemporaneamente? Quando gli americani sposano la democrazia pensano a qualcosa di molto più ampio e profondo della mera partecipazione alle elezioni (anche se comunque metà di loro non si fa problemi a disertarle); deve essere una specie di combinazione tra l’ideale di libertà individuale e la convinzione, finora irrealizzata, che essere liberi significa potersi mettere a un tavolo da adulti assennati e gestire i propri affari da sé. Se così fosse, non sorprende certo che coloro che attualmente governano l’America temano tanto i movimenti democratici: portata alle sue estreme conclusioni, la spinta democratica può solo finire col renderli totalmente inutili.

Qualcuno potrebbe obiettare che, anche se ciò fosse vero, molti americani sarebbero senz’altro recalcitranti di fronte alla semplice idea di portare fino in fondo la spinta democratica. E non avrebbero torto. La maggioranza degli americani non è anarchica. Per quanto le persone possano dichiarare di non approvare il governo o in molti casi l’idea stessa di stato, sarebbero davvero pochi quelli che ne sosterrebbero lo smantellamento, soprattutto perché non saprebbero come rimpiazzarlo. La verità è che, sin dalla tenera età, gli americani si sono abituati ad avere orizzonti politici estremamente limitati e una percezione molto ristretta delle possibilità umane. Per molti di loro, la democrazia è sostanzialmente un ideale astratto, non qualcosa che abbiano mai esercitato o di cui abbiano fatto esperienza. Ecco perché così tante persone, quando hanno iniziato a partecipare alle Assemblee Generali e alle altre forme di attività decisionali «orizzontali» di Occupy, hanno avuto la sensazione che si fosse trasformato radicalmente ciò che ritenevano possibile in politica. E io mi ero sentito esattamente come loro nel 2000, quando per la prima volta a New York avevo preso parte al Direct Action Network, la confederazione di gruppi anarchici nata nel 1999 per protestare contro il Wto a Seattle.

Quindi, questo libro non tratta soltanto di Occupy, ma anche della possibilità di realizzare una democrazia in America. Ancora meglio, è un libro sullo sviluppo dell’immaginazione rivoluzionaria innescato da Occupy.

Basterebbe paragonare l’euforia diffusa che ha salutato i primissimi mesi di vita del movimento con l’atmosfera che si è creata durante le elezioni presidenziali un anno dopo. Nell’autunno 2012 si sono visti scendere in campo due candidati: il presidente in carica da cui i sostenitori del Partito democratico si sentivano completamente traditi e un rivale imposto dal mero potere dei soldi ai sostenitori repubblicani, che avevano fatto chiaramente capire che avrebbero preferito più o meno chiunque altro. I due candidati hanno poi speso gran parte delle loro energie a corteggiare miliardari, come si è potuto verificare sulle tv. Gli elettori sapevano benissimo che, se non facevano parte di quel 25% circa di americani che vivono nei swing states (o «stati in bilico», che oscillano tra democratici o repubblicani) i loro voti non avrebbero fatto la minima differenza. E anche nel caso di coloro i cui voti invece contavano, si dava per scontato che la loro scelta cadesse su una fazione che comunque avrebbe dovuto procedere al taglio delle pensioni, dell’assicurazione sanitaria Medicare e delle indennità della Social Security, dal momento che erano in vista sacrifici e la legge del potere è che non si prenda neppure in considerazione che i sacrifici possano essere sostenuti dai ricchi.

In un articolo apparso su Esquire nell’ottobre 2012, Charles Pierce ha sottolineato che le apparizioni televisive degli opinionisti, in questa tornata elettorale, spesso sono parse poco più che celebrazioni sadomasochistiche dell’impotenza popolare, simili a quei reality in cui ci piace vedere i prepotenti che tiranneggiano i propri accoliti:

Abbiamo permesso a noi stessi di impantanarci nelle consuetudini dell’oligarchia, come se non fosse possibile nessun altro tipo di politica, persino in una repubblica che si presume si autogoverni, e la rassegnazione è una delle consuetudini più ovvie. Ci siamo abituati a essere usati dai politici, invece di insistere per avere noi il comando su loro. Le star televisive ci dicono che i leader politici hanno intenzione di firmare i tagli previsti nel Grande patto (bozza di accordo tra Obama e i leader del Congresso sulla riduzione della spesa e del debito pubblico) e che poi «noi» li applaudiremo per aver fatto le «scelte difficili» per nostro conto. È così che si inculcano le consuetudini dell’oligarchia in una collettività politica. Primo, distogliendo le persone dall’idea che il governo sia l’espressione ultima di quella collettività, poi eliminando o indebolendo ogni centro di potere che sia indipendente dall’influenza asfissiante dell’oligarchia, come per esempio le organizzazioni sindacali, e infine facendo capire chiaramente chi è che comanda: il capo sono io, fatevene una ragione.

Questo è esattamente il tipo di politica che rimane quando sfuma il concetto stesso della possibilità della democrazia, ma si tratta di un fenomeno passeggero. Faremmo bene a ricordare che gli stessi identici discorsi si sono tenuti nell’estate del 2011, quando la classe politica non parlava che di crisi e «tetto del debito», e del «Grande patto» (che consisteva nell’apportare ulteriori tagli a Medicare e alla Social Security) che ne sarebbe inevitabilmente conseguito. Poi, a settembre, è arrivato Occupy con centinaia di forum politici autentici in cui ogni americano ha potuto parlare dei suoi problemi e delle sue preoccupazioni reali… e tutto quel discorso è andato a gambe all’aria, e non perché gli occupanti abbiano presentato ai politici richieste e proposte specifiche, ma perché i membri del movimento avevano provocato una crisi di legittimità all’interno del sistema fornendo un assaggio di come avrebbe potuto essere una vera democrazia.

Naturalmente, quegli stessi opinionisti hanno dichiarato che Occupy era morto a partire dagli sgomberi del novembre 2011. Quello che non hanno capito è che quando gli orizzonti politici delle persone si allargano, il cambiamento diventa permanente. Adesso centinaia di migliaia di americani (e non solo di americani, ovviamente, ma anche di greci, spagnoli e tunisini) hanno fatto un’esperienza diretta di autorganizzazione, azione collettiva e solidarietà. Per loro è praticamente impossibile tornare alla vita di prima e vedere le cose nello stesso modo. Mentre le élite finanziarie e politiche del mondo scivolano alla cieca verso la prossima crisi di proporzioni simili a quella del 2008, noi continuiamo a portare avanti l’occupazione (temporanea o permanente) di edifici, fabbriche, case pignorate e uffici, a organizzare scioperi di massa degli affittuari, seminari e assemblee dei debitori, e così facendo poniamo le basi di una cultura autenticamente democratica, nonché di competenze, consuetudini ed esperienze che faranno nascere un concetto totalmente nuovo di politica. Contestualmente si è verificata anche la rinascita dell’immaginazione rivoluzionaria che il buonsenso convenzionale aveva da tempo dichiarato morta.

Tutte le persone coinvolte ammettono che creare una cultura democratica richiede necessariamente un orizzonte temporale lungo: dopotutto stiamo parlando di una profonda trasformazione morale. Ma siamo anche consapevoli che tali cose sono già accadute in passato. Negli Stati Uniti si sono avuti movimenti sociali che hanno generato profondi cambiamenti morali – i primi che vengono alla mente sono l’abolizionismo e il femminismo – ma i tempi sono stati lunghi. Al pari di Occupy, anche questi movimenti hanno agito in gran parte al di fuori del sistema politico convenzionale, utilizzando la disobbedienza civile e l’azione diretta, senza pensare di raggiungere gli obiettivi in un solo anno. Ovviamente, ci sono stati tantissimi altri movimenti che hanno cercato di dare il via a trasformazioni etiche altrettanto profonde e che hanno fallito. Eppure, vi sono ottime ragioni per credere che nella natura stessa della società americana stiano avvenendo svolte fondamentali – le stesse che hanno permesso a Occupy di decollare così in fretta – che fanno ben sperare in una rinascita del progetto democratico sul lungo periodo.

La tesi sociale che sosterrò è piuttosto semplice. Quella che viene chiamata la Grande Recessione ha semplicemente accelerato una profonda trasformazione delle classi sociali americane in corso da decenni. Considerate queste due statistiche: mentre scrivo, un americano su sette è perseguitato da un’agenzia di recupero crediti; intanto, un recente sondaggio ha rivelato che per la prima volta solo una minoranza di americani (il 45%) si definisce «membro della classe media». È difficile credere che questi due fatti non siano collegati. Ultimamente abbiamo assistito a numerosi dibattiti sull’erosione della classe media americana, che però in genere tralasciano il fatto che negli Stati Uniti la «classe media» non è mai stata in primis una categoria economica. È sempre stata associata alla stabilità e sicurezza che deriva dal poter dare per scontato che, indipendentemente da ciò che pensiamo dei politici, le istituzioni della nostra quotidianità, come la polizia, il sistema scolastico, gli ospedali e le cliniche e persino gli istituti di credito sono di fatto dalla nostra parte. Se è così, è difficile credere che chi si vede pignorare la casa da «funzionari seriali» (robo-signers)2 possa sentirsi un membro della classe media; e questo è vero a prescindere dallo scaglione di reddito o dal grado di istruzione raggiunto.

La sensazione sempre più forte che le strutture istituzionali che circondano gli americani in realtà non siano lì per aiutarli (anzi, che siano addirittura oscure forze nemiche) è una diretta conseguenza della finanziarizzazione del capitalismo. Ora, questa potrebbe sembrare un’affermazione alquanto strana, perché siamo abituati a pensare alla finanza come a qualcosa di molto lontano da simili preoccupazioni quotidiane. Molte persone sanno benissimo che gran parte degli utili di Wall Street non deriva più dai frutti dell’industria o del commercio, ma dalla pura e semplice speculazione e dalla creazione di complicati strumenti finanziari. Tuttavia, la critica che in genere viene mossa è che si tratta semplicemente di speculazioni o di elaborati trucchetti che creano la ricchezza limitandosi a dire che esiste. In realtà, la finanziarizzazione implica la collusione tra governo e istituzioni finanziarie mirata a garantire che una percentuale sempre maggiore di cittadini finisca sempre più indebitata. Ciò si verifica a ogni livello. In professioni quali quelle farmaceutiche e infermieristiche vengono introdotte, tra i requisiti, nuove qualifiche accademiche che costringono chiunque voglia lavorare in quei settori a sottoscrivere prestiti studenteschi finanziati dal governo, facendo sì che una parte significativa dei loro stipendi futuri finisca direttamente alle banche. La collusione tra i consulenti finanziari di Wall Street e le forze politiche locali ha portato sull’orlo della bancarotta le amministrazioni comunali, dopodiché la polizia locale riceve l’ordine di applicare in modo sempre più restrittivo i regolamenti relativi a giardini, rifiuti e manutenzione a scapito dei proprietari di case, in modo che il flusso di cassa che deriva dalle multe vada ad aumentare le entrate necessarie per ripagare le banche. In ogni caso, una percentuale degli utili che ne derivano viene nuovamente riversata sui politici attraverso lobbisti e lobby ufficiali di Washington. Se quasi tutte le funzioni del governo locale diventano meccanismi di prelievo finanziario e il governo federale dichiara di considerare come scopo fondamentale mantenere alte le quotazioni azionarie e far sì che un flusso costante di denaro vada a chi possiede strumenti finanziari (per non parlare del fatto di garantire che i principali istituti finanziari non possano mai fallire, indipendentemente da quello che fanno), si fa sempre meno chiara la distinzione tra potere finanziario e potere dello stato.

Ovviamente, questo è proprio ciò che volevamo denunciare quando abbiamo coniato lo slogan «Siamo il 99%». In questo modo, abbiamo fatto una cosa senza precedenti. Siamo riusciti a riportare al centro del dibattito politico americano non solo il tema della classe sociale, ma anche quello del potere di classe. Credo che sia stato possibile solo grazie ai cambiamenti graduali che si sono verificati nella natura del sistema economico (a Occupy Wall Street lo chiamiamo sempre più spesso «capitalismo mafioso») e che rendono impossibile immaginare che il governo americano possa avere qualcosa a che fare con il volere del popolo o persino con il consenso popolare. Di questi tempi, qualunque risveglio della spinta democratica può essere solo un impulso rivoluzionario.

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