Ricordare Berlinguer

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Immagine dela copertina del libro "L'orda d'oro" di Nanni Balestrini e Primo Moroni
La copertina del libro “L’orda d’oro” di Nanni Balestrini e Primo Moroni

Per ricordare Enrico Berlinguer non posso fare a meno di usare uno dei testi fondamentali per capire la storia italiana del secondo ‘900, L’orda d’oro di Primo Moroni e Nanni Balestrini:

Sospinto dalla vittoria elettorale del ’76 e dall’adesione (per lo piú in funzione servile e funzionariale) di un enorme numero di intellettuali con la vocazione a fare i burocrati del consenso, il Partito comunista giunse fino a formulare la piú delirante e suicida delle parole d’ordine: la classe operaia si fa Stato. Fare questa affermazione, lanciare questo slogan nel momento in cui la crisi distruggeva posti di lavoro e lo Stato si preparava ad attaccare i non garantiti e gli stessi operai non pacificati, voleva dire lanciare il seme della discordia dentro il movimento in lotta, dentro la sinistra e dentro il proletariato. Quel che accade dopo, nel ’77, non é che una parziale conseguenza di questa politica di divisione (come vedremo del resto nel capitolo dedicato alla discussione fra gli intellettuali svoltasi nel ’77). Ma é stato il Pci che piú di tutti ha pagato le conseguenze della paviditá teorica e della subalternitá politica della strategia del compromesso storico e della statalizzazione degli operai.

[… ]

Avendo rifiutato in modo preconcetto ogni proposta proveniente dal proletariato autonome non garantito, e avendo sposato in maniera acritica le esigenze del capitalismo italiano che pretendeva di dover ristrutturare per poter uscire dalla crisi, il movimento operaio rinunciò a muoversi nella direzione di una campagna di lotta, di rivendicazione e di trasformazione, che pure emergeva dalle lotte operaie, dalla contestazione giovanile e dalle richieste dei disoccupati: la campagna per la riduzione generate dell’orario di lavoro.

[…]

Quando, nel ’77, prima le assemblee operaie autonome, poi le istanze di movimento, poi addirittura un’assemblea nazionale operaia (il Lirico dell’aprile) e anche ampi settori del sindacato lanciarono la parola d’ordine: lavorare meno lavorare tutti, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, il Partito comunista respinse questa prospettiva come se si trattasse di una provocazione.

[…]

Pagò questa chiusura e questo servilismo filopadronale quando, solo tre anni dopo, Agnelli – ormai rinfrancato perché i comunisti lo avevano aiutato ad espellere dalla fabbrica il “fondo del barile” (espressione del comunista antioperaio Adalberto Minucci) – cacció fuori quarantamila operai e distrusse l’organizzazione operaia e l’intera forza dello stesso Partito comunista. Comincia in quel momento la crisi senza sbocchi del Partito comunista italiano.

Ecco, Enrico Berlinguer era non solo il Segretario di QUESTO Partito Comunista. È stato anche il teorico principale del compromesso storico, della politica dei sacrifici; ma, soprattutto, sempre usando le parole di Moroni – Balestrini:

A partire dalla fine degli anni Settanta è stato messo in opera in Italia un gigantesco meccanismo di falsificazione della storia di quel decennio, che nella desolante definizione di “Anni di Piombo” trovava la sua sintesi linguistica. E […] l’occultamento e la falsificazione hanno avuto nel PCI (Partito Comunista Italiano) di Enrico Berlinguer il motore principale e il braccio giudiziario.

introduzione all’edizione tedesca de “L’Orda d’oro” di Primo Moroni

Ecco, questo è stato Enrico Berlinguer. E non ne sento assolutamente la mancanza.

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