Angelo d’Orsi: il 12 ottobre non ci sarò

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di Angelo d’Orsi

Immagine di Rodotà e Landini che parlano
Rodotà, Landini e la manifestazione del 12 ottobre

Non parteciperò alla manifestazione del 12 ottobre a Roma. Ho partecipato, invece, sia pure da ascoltatore, all’assemblea preparatoria dell’8 settembre e non sono stato stimolato affatto ad aderire alla successiva manifestazione.

Intanto, quell’assemblea non mi è piaciuta. È stata condotta malamente (la signora Bonsanti, gentile, non aveva il polso né l’attenzione sufficiente per guidare la riunione), secondo peraltro un vecchio schema, ormai, a mio avviso, stucchevole. Ci sono stati, certo, interventi notevoli, altri mediocri, altri scontati. Ma il punto non è questo. Il punto è l’aria reducistica che si respirava: eravamo “tra noi”, ci applaudivamo, o, come per l’intervento di Vincenzo Vita (rappresentante di ciò che rimane di un PD critico), esprimevamo (anche in modo scomposto, nell’evidente incapacità della presidenza di controllare la situazione) il nostro dissenso, per chi non fosse del tutto allineato, per chi non dicesse esattamente le parole che ci si attendeva: parole di conferma, di esaltazione della lotta, di esecrazione del nemico. Il punto è l’assenza quasi totale di giovani, in quell’assemblea. Ci si vuole interrogare su questo? Il punto è che a quell’assemblea si conoscevano tutti. Era un raduno di amici e compagni riemersi dal passato: vecchi amici, vecchi compagni. Che si parlano tra loro, si danno pacche sulle spalle, vanno a bere un caffè. Si promettono di rivedersi presto. C’era entusiasmo, c’era voglia di fare, c’era anche un po’ di rabbia (ma poca) per una situazione bloccata come quella di questo Paese senza speranza. Ma nihil sub sole novi, mi è parso.

Uscendo dall’assemblea ho colto un frammento di conversazione fra due giovani che come me abbandonavano la sala prima della fine (io avevo un treno da acciuffare). Lei diceva a lui: “mio fratello, che ci ha vent’anni, mo’che torno a casa, mi chiederà: allora? Che fai in queste riunioni? E io che gli dico: sono andata a difendere la Costituzione?! E lui sai che mi risponde: Ma che cazzo me ne frega, a me, della Costituzione?”. Non mi ha scandalizzato udire quelle parole. Anzi, mi sono detto che forse il fratello non aveva torto, e mi sono rafforzato nei dubbi sulla manifestazione “in difesa della Costituzione”. Non mi pare si tratti di un messaggio politico forte, convincente, capace di fare presa. Suona astratto, lontano, inerte. Oggi, forse, una politica nuova deve parlare delle cose, non dei princìpi, deve affrontare i problemi della sopravvivenza fisica e spirituale dei ceti subalterni schiacciati dai grandi potentati; dei precari della ricerca umiliati e offesi da un’attesa che dura una vita e non sbocca mai in un riconoscimento salariale e professionale; dei cassintegrati che non sperano di rientrare e che sanno che presto quel sussidio terminerà; dei licenziati con o senza “giusta causa”, che tanto non cambia nulla; dell’esercito vilipeso degli insegnanti, oggetto di infami campagne denigratorie e di disinformazione; degli operai perennemente sotto ricatto dal Marchionne di turno…

Né mi sembra più forte e persuasiva la parola d’ordine di Maurizio Landini che parla invece che di “difesa”, di “attuazione” della Costituzione. Ma ricordiamo che questa era la richiesta degli anni Cinquanta-Sessanta delle sinistre italiane? Almeno fino alla creazione delle Regioni (e non entro nel merito)… Possibile che non siamo in grado di trovare di meglio? Insomma, con tutto il rispetto, questa mi pare una frontiera arretrata.

Forse dovremmo giocare d’attacco, invece che in difesa. E che cosa può voler dire giocare d’attacco, oggi? Significa innanzi tutto incalzare i soloni dell’economia, mostrando le loro scempiaggini, la loro disonestà intellettuale, denunciando l’insostenibile subordinazione della politica all’economia, e la presentazione di questa come una scienza: una scienza esatta, oggettiva, che ha regole ferree alle quali nessuno – popoli, governi centrali, locali, sovranazionali… – si può sottrarre; per di più una scienza iniziatica, che noi profani (la cittadinanza nella sua interezza), non possiamo capire, e che dunque dobbiamo semplicemente accettare, nei suoi princìpi oscuri, nelle sue pratiche sacerdotali, nelle sue punizioni ineluttabili, nei suoi premi riservati a pochi fortunati. Imperscrutabile, ferrea, obbligatoria. L’economia così presentata, viene poi ulteriormente blindata sotto la magica e tremenda parola “l’Europa”. Ce lo chiede l’Europa. Lo impone l’Europa. E via seguitando.

Giocare d’attacco significa sbugiardare i Giavazzi e gli Alesina, con le loro cifre truccate e i loro suggerimenti devastanti, i Galli della Loggia e i Panebianco, con il loro pretenzioso e pericoloso “realismo” d’accatto. Significa fare un lavoro di lunga lena volto a smontare le false verità di una politica serva dei potenti, implica un’azione diffusa e capillare sul “territorio” capace di ascoltare le esigenze, le proteste, i bisogni di masse ingenti di popolazione. Significa uscire dal recinto del “popolo della sinistra” e parlare al ben più vasto “popolo dei referendum” (e prima ancora ascoltarne le voci).

Ma, poi, questo popolo della sinistra, possibile che non sia capace di ascoltare se stesso? Possibile che per tentare di uscire dal pelago in cui sta di nuovo soffocando, abbia bisogno di ricorrere a un manipolo di galantuomini liberali, e a un prete? Ma c’è Landini: mi direte. Naturalmente. Ma al di là del modello di sviluppo in cui (un po’ per dovere di “metallurgico”, forse) sembra continuare a credere (costruire automobili! Anche questa visione è passatista: il futuro è altrove, io credo, per l’Italia. Il futuro è nella tutela ambientale e paesaggistica, nelle nuove professioni che possono sorgere dalla valorizzazione del patrimonio archeologico, artistico, culturale, tanto per cominciare…), prima o poi Landini dovrà decidere che fare, e che non può a lungo continuare a stare in bilico tra il sindacato e la politica a tutto campo.

E poi, non stiamo di nuovo cadendo nell’errore di aspettarci da un uomo (o da un manipolo di uomini) la salvezza? Non ci è bastato Cofferati? Non ci è bastato Ingroia? A me pare che occorrerebbe rovesciare il discorso e la pratica. Zagrebelsky lo ha scritto egli stesso, mi pare. Non ci si può attendere da un uomo della Provvidenza il riscatto di un intero popolo. Si parla tanto, troppo, di democrazia partecipata. Ebbene, non vogliamo provare a metterla in atto, almeno “tra di noi”? Non sarebbe ora di provare a fare un processo inverso, ossia invece di individuare il leader, e chiedergli la linea, selezionare i gruppi dirigenti dal basso? La leadership, collettiva, occorre, certo. Ma va costruita secondo processi interni, attenti, trasparenti, partecipati, appunto.

Trasparenza. Vertici. Base. L’intervento di Paolo Ferrero a Roma, l’8 settembre, ha avuto la sua buona dose di applausi. E ho applaudito io stesso, per simpatia umana, ma dentro me mi dicevo: ma non era proprio lui a condurre, con pochissimi altri, quegli accordi di vertice contro cui sta tuonando ora? Ferrero si riferiva alla sciagurata avventura di “Rivoluzione Civile”. Dopo la quale mi sarei aspettato che egli stesso, e tutti gli altri responsabili dell’avventura finita così male, offrissero, in modo sincero, semplice e spontaneo, le dimissioni.

Mi sarei aspettato che lo stesso Ingroia, rinunciasse, avendo dimostrato di essere assolutamente inetto nel ruolo di leader, ferma restando la stima per l’uomo e l’apprezzamento per il magistrato. Mi sarei aspettato il famoso “passo indietro” suo e degli altri. Non c’è stato. E Ingroia ha cambiato solo il sostantivo, passando da “rivoluzionario” ad “azionista”. Ma vogliamo dire che tutto questo è patetico? Commetto un sacrilegio a dirlo? Come tanti altri, ho sostenuto e votato Ingroia, inutilmente mettendo in guardia nei mesi antecedenti le elezioni, sugli errori da evitare, che sono stati commessi tutti. Di quegli errori un Ferrero è stato parte corresponsabile. Con tutta la simpatia, non posso accettare che ora come se niente fosse venga a dirci che gli accordi di vertice non sono una buona cosa. E la platea applaude, e tace. E si avvia all’ennesimo circuito di speranza, forse di illusione, cui, v’è da temere fortemente, sopraggiungerà la disillusione.

Infine. Paolo Flores ha detto nel suo intervento all’assemblea che occorre dare vita a una manifestazione grande almeno quanto quella romana della primavera 2002. Due milioni di partecipanti. Forse tre. Non è una sfida esagerata? A quella manifestazione parteciparono anche una buona parte di coloro che oggi sono al governo con il nemico di allora. Flores afferma: la manifestazione non può fallire, anzi: guai se fallisse. Non è, ripeto, un impegno troppo forte? E, soprattutto, rimugino tra me e me sul senso delle manifestazioni di piazza. I referendum vinsero perché alle grandi manifestazioni fu associato uno straordinario lavoro capillare, secondo il modello del glorioso PCI. Si parlò con tutti, strada per strada, piazza per piazza, caseggiato per caseggiato. Si vinse per questa ragione. E si vinse perché quei referendum toccavano questioni “terra terra”: la terra, appunto, l’acqua, l’aria, innanzi tutto.

E allora, in conclusione chiedo: è saggio puntare tutto su una manifestazione? Se fallisce, che si fa? Tutti a casa a guardare Canale 5? E, chiedo anche, siamo sicuri che sulla “difesa” della Costituzione si possano mobilitare milioni di italiani e di italiane?

Le manifestazioni servono, senza dubbio. Ma non possono essere salvifiche, se non si accompagnano ad altro. Nel febbraio 2003, vi fu la più grande manifestazione di massa della storia dell’umanità: cento milioni, forse di più, di persone sfilarono per le strade di decine di Paesi, urlando No alla guerra che Bush stava minacciando a Saddam Hussein. Due settimane dopo la coalizione militare guidata dagli Usa attaccò l’Iraq. Non aspettiamoci dunque che anche milioni di manifestanti a Roma il 12 ottobre possano cambiare la rotta della politica italiana. E neppure salvare o far rinascere la sinistra. A meno che quell’evento non sia accompagnato e seguito da un lungo attento e profondo lavoro, capillarmente diffuso. E non sia seguito da un salto di qualità: l’organizzazione, e la creazione di una vera leadership.

Ieri, in una riunione del piccolo gruppo che ho creato a Torino, il “Movimento 2 Giugno”, qualcuno, pure meno dubbioso di me sulla manifestazione del 12 ottobre, ha detto: “purché non sia la solita discesa a Roma di ogni autunno. E poi ciascuno ritorna alle sue case, e alle sue cose. E nulla accade”. E, pur mettendo da parte i miei scrupoli sul modo di formazione della leadership, chiedeva: “ma, alla fine, ‘dopo’, i Rodotà, i Landini, gli Zagrebelsky, accetteranno di “guidare il movimento”?

(27 settembre 2013)

Fonte Micromega

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