Quando ti arrestano l’avvocato: non solo la Turchia, ma anche l’Italia di non tanti anni fa. Sergio Spazzali

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Immagine di Sergio Spazzali sotto processo
Sergio Spazzali ai tempi del processo alle Br

In questi giorni come tante/i ho seguito le vicende turche del Gezi Park e di Piazza Taksim a Istanbul. Una delle cose che mi ha colpito di più è stata la notizia dell’arresto dei 47 avvocati turchi che stavano tenendo un sit di protesta contro la violenza e la brutalità che sta colpendo il movimento Occupy Gezi davanti al Tribunale di Caglayan a Istanbul.

Questa vicenda ha mosso molte coscienze ma poco la memoria, perché non tanto tempo fa anche nel nostro democratico paese sono successe cose molto simili.

Una di quelle a me note è quella dell’avvocato Sergio Spazzali, morto a 58 anni in esilio nel 1994 per infarto, militante del Soccorso rosso negli anni ’70 e poi accusato, a sua volta, di essere un “terrorista”.

L’anno dopo la sua morte i famigliari – il figlio Tommaso e il fratello Giuliano, a sua volta avvocato e compagno, passato alle cronache negli anni di “tangentopoli” perché avvocato difensore di Cusani; autore di un bellissimo libro del 1981, “La zecca e il garbuglio”, Milano, Machina Libri, pp. 229, oggi introvabile se non su ebay a prezzi esosi o, se siete più fortunati, in qualche biblioteca, tipo questa, anche se catalogato come titolo di Sergio e non di Giuliano, erratamente – e gli amici più cari hanno curato una selezione di scritti, premessi da alcuni bellissimi scritti del fratello Giuliano (“Tasselli”), del suo avvocato Gilberto Vitale e da una lettera di Vincenzo Guagliardo.

La copertina del libro "Chi vivrà vedrà"
La copertina del libro

Il libro,  “Chi vivrà vedrà. Scritti 1975 – 1992“, Milano, Calusca City Lights, 1995, si può leggere per intero grazie al lavoro splendido, come sempre, dell’Archivio Primo Moroni di Milano, Moroni che è stato, tra gli altri, uno dei curatori del libro di cui stiamo parlando, oltre che uno dei cari amici di Sergio.

Come racconta benissimo Vitale, Sergio fu accusato ed incarcerato e poi condannato per il suo lavoro di avvocato, negli anni ’70, diventando uno dei tanti militanti della sinistra extraparlamentare stritolati nel kafkiano meccanismo del “pentitismo”. Vediamo come:

Ci fu il processo Brigate Rosse di Torino, per cui Sergio fu catturato il 18 aprile 1980. Anche qui siamo agli esperimenti, alle grandi prove della cultura del pentitismo, e Sergio ne ha fatto durissimamente le spese. Qui il chiamante in correità di Sergio è Patrizio Peci, che non è il primo a essere utilizzato dai tribunali italiani, forse il secondo: prima c’era stato Fioroni. Comunque, di nuovo, il meccanismo funziona così: Patrizio Peci, catturato, viene tenuto — questo è bene ricordarlo — per un mese isolato in mano esclusivamente ai carabinieri; i giudici, i magistrati non lo interrogano, i carabinieri fanno tanti discorsi, tante minacce, tante promesse a Peci. Tutte cose che risultano dai verbali, dalle dichiarazioni dello stesso Peci.

In quel mese, Peci ottiene la promessa che se collaborerà con i giudici gli saranno annullate tutte le pene, gli si promette che lo si manderà all’estero, e che si manderà con lui la sua fidanzata. Dopo questo mese lui è pronto, e comincia a rendere quei lunghi verbali di interrogatorio che poi hanno portato in carcere tantissima gente. C’è, nelle dichiarazioni di Peci, un’accusa a Sergio Spazzali, ma un’accusa veramente così stravagante e incredibile che credo che chi non la conosce non la può neanche immaginare. La sostanza dell’accusa era questa: Peci dice: “Io ho sentito dire da un mio compagno delle Brigate Rosse” — un certo Riccardo Dura, che era uno della colonna genovese, che faceva parte della direzione genovese delle BR (a quel tempo era morto, quindi non poteva più smentire) — “ho sentito dire che lui aveva sentito dire da Lauro Azzolini, che una volta Azzolini, che era assistito da Sergio Spazzali, gli ha chiesto di fare da tramite per una informazione, anzi per un messaggio: “Dì ai miei compagni delle BR esterni che si preoccupino di cambiare le chiavi delle basi perché c’è una base che è stata scoperta”.

La cosa è particolarmente assurda, perché quel messaggio è totalmente privo di senso, come se le Brigate Rosse non sapessero da sole prendere questo tipo di precauzione. Comunque, questo doppio racconto, Patrizio Peci che dice di aver sentito da questo Dura, che è morto, il quale lo avrebbe sentito da Azzolini, che Sergio avrebbe ricevuto questa richiesta, supposto che l’avesse avuta, nessuno ha mai detto che Sergio l’abbia poi eseguita. Si noti che Azzolini non ha mai confermato, perché a quell’epoca, come altri, non rispondeva agli interrogatori. Questa era tutta la prova che c’era a carico di Sergio.

Io credo che una chiamata di correo di questo tipo oggi farebbe solamente ridere in qualsiasi aula di tribunale, ma, ripeto, qui siamo agli albori, siamo al pentitismo, all’uso selvaggio del pentitismo. E questo è stato sufficiente per tenere un anno in carcere preventivo Sergio Spazzali. Riscontri non ne sono mai stati trovati, in anni, a questa accusa di fare da tramite di notizie tra l’interno e l’esterno del carcere. Le contraddizioni erano infinite, Peci si è contraddetto mille volte. Al dibattimento, finalmente — il 17 giugno 1981 — la Corte di Assise di Torino assolve Sergio per non aver commesso il fatto; esce così dal carcere. La procura propone appello, e Sergio viene condannato a quattro anni il 20 marzo 1982.

Ma, questo prego di notarlo, perché è importante, neppure la Corte di Assise d’appello che, ignorando tutte le evidenze processuali, ha voluto condannare Sergio, ha potuto dire che Sergio fosse partecipe, un membro delle Brigate Rosse, anzi ha detto espressamente: “Non abbiamo nessuna prova che Sergio Spazzali faccia parte dell’organizzazione Brigate Rosse”. Allora hanno inventato una formula assolutamente stravagante, insensata sul piano giuridico, che ha pochissimi precedenti nella giurisprudenza, per cui la condanna è stata inflitta per “concorso in partecipazione” alle Brigate Rosse, una formula molto arzigogolata, che vorrebbe dire che Sergio avrebbe aiutato qualcun altro a svolgere la sua attività di brigatista rosso. Questa, però, che è l’unica sentenza che ha tentato di coinvolgere Sergio nelle Brigate Rosse, dichiara espressamente che nelle Brigate Rosse Sergio non è mai stato. E pensate che infinite volte, gli inquirenti, la polizia e i magistrati hanno chiesto a tutti i brigatisti arrestati se per caso l’avvocato Sergio Spazzali non fosse uno che faceva parte della banda armata. Infinite volte. Ma mai è stato trovato alcun riscontro a un’accusa di questo genere. Quindi, per condannarlo in questo modo, hanno dovuto escogitare una formula che non ha nessuna logica, che non ha nessun senso ed è una pura e semplice affermazione della volontà di condanna indipendentemente dalle circostanze provate nel processo. Anche qui la prima sezione della Cassazione confermerà la sentenza il 25 ottobre 1983.

Per dire l’accanimento feroce con cui Sergio è stato trattato dalla magistratura, va ricordato che a distanza di tempo, nel ’91, Lauro Azzolini, che aveva cambiato un po’ stile di vita, aveva deciso di raccontare com’erano andate le cose e ha rilasciato a me una dichiarazione scritta, in cui diceva che quella frase che Peci gli aveva attribuito era un’insensatezza, che lui non aveva mai detto quelle cose, che era pronto a dichiararlo davanti a un tribunale. A questo punto, io ho chiesto la revisione del processo alla Corte d’Appello di Torino, sulla base dell’esistenza di una nuova prova che scagiona l’imputato. La Corte d’Appello di Torino non ha voluto neanche esaminarla e ha archiviato la pratica, dichiarandola inammissibile, con una motivazione, anche questa, assolutamente incomprensibile, se non con una logica tutta diversa da quella della giustizia.

Alla fine, dopo mille peripezie, Sergio fu costretto a fuggire, come tante/i altre/i, in Francia, dove poi è morto. Poco prima di morire mandò una lettera a i quotidiani il manifesto e Liberazione. Lessi, qualche tempo dopo, la lettera in riviste di movimento, e mi colpì davvero tanto. Voglio riportarla qui per intero, perché oltre ad essere una lettura intelligente e partigiana degli anni ’70, è anche piena di humor e di giusta incazzatura.

Lettera a “Liberazione” e a “il manifesto”

ottobre ’92

Cari amici di Liberazione e del Manifesto,

mi tocca di avvertirvi che anche solo leggendo, e ancora più pubblicando, queste poche righe correte il rischio di finire incatenati in galera. Se vi sembra più logico, smettete dunque subito e bruciate la lettera. Per il caso contrario, a vostro rischio e pericolo, continuo a scrivere.

La ragione della pericolosità, per voi e per chiunque altro, di entrare in contatto con me, direttamente o indirettamente, è che io sono ricercato da tutte le polizie del mondo in virtù di una serie di mandati di cattura internazionali emessi da non so più quali procure generali della indecorosa Repubblica Italiana (non molto tempo fa, un cittadino svizzero condannato in Italia con me nello stesso processo — condannato in contumacia — e che certamente si era dimenticato dello sventurato avvenimento, è stato arrestato a Bombay, dove faceva dell’innocente turismo, dalla polizia indiana ed estradato in Italia), e ciò da una decina di anni, perché — con una sorpresa per me immutata nel tempo (e che ritengo non muterà mai) — io sono considerato un terribile criminale.

C’è stato un tempo in cui ho considerato questo fatto una onorevole conclusione di una modesta e non eclatante carriera di avvocato-impiegato-insegnante, nonché di marito-padre di famiglia-all’occasione amante, non particolarmente brillante. Il fatto è che ho avuto molto tempo per riflettere: un paio di anni in galera e molti, ormai molti anni di esilio.

Ebbene mi compete di spiegarvi, molto brevemente, la ragione per cui io godo di questa alta considerazione presso le polizie di tutto il mondo, ciò vale non solo per me, ma per molti altri nelle mie condizioni. (Una volta la polizia di un paese in cui mi trovavo, mi ha letteralmente “deportato”, solo per qualche giorno in verità, insieme a un manipolo di altri bravi giovani, in un paesino isolato sotto sorveglianza di un numero di poliziotti due o tre volte superiore al numero dei “deportati”, nel timore, così si diceva, che organizzassimo un attentato a Reagan che era in quei giorni in visita da quelle parti. Poco dopo un mio vago conoscente, per ragioni ignote, è stato espulso dallo stesso paese nel Burundi, proprio così, nel Burundi dove gli alti Tutsi esercitano la dittatura sui piccoli Hutu — e si tratta solo di alcuni esempi).

In breve: a quanto pare quello di impedire, a me come a molti altri, di prendere parte — seppure nei ruoli non certo eccelsi che mi hanno consentito e mi consentono le mie qualità e capacità, alla lotta di classe del nostro paese — ha costituito un obiettivo degno dell’attenzione di numerosi magistrati e poliziotti (il che, in un certo senso, dovrebbe tornarmi a onore), anche a costo di montare “palle” di ogni genere, di una verosimiglianza men che minima.

Io sono stato condannato (e sono ricercato) perché accusato (a torto) di aver tentato di trasportare sulle mie spalle in Italia dalla Svizzera dell’esplosivo, per ragioni che nessuno ha saputo spiegare, esplosivo che in ogni caso in Italia non è mai arrivato. Inoltre sono stato condannato (e sono ricercato) perché accusato (a torto) di avere cercato di convincere un perfetto imbecille a diventare non gladiatore, ma brigatista rosso (cosa che, in ogni caso, il demente non ha mai neppure tentato di fare neanche alla lontana). Infine sono stato condannato (e sono ricercato) perché accusato (a torto) di avere informato dei brigatisti rossi e non dei gladiatori, a che cosa corrispondessero le chiavi “trovate” in tasca a un arrestato non gladiatore. (In realtà chiavi mai trovate, che nessuno si è mai occupato di stabilire che cosa avrebbero dovuto aprire. Ovvio, d’altronde, perché le chiavi in questione non sono neppure mai esistite).

Ma le prove, cari amici, le prove! Tutte dichiarazioni di coimputati confessi dei più gravi reati, ma pentitissimi come agnellini e, pertanto, oggi liberi come l’aria e coccolati dalle polizie di tutto il mondo. Io sono qui a scrivere lettere dal mio eterno e precario esilio.

Non molto tempo fa, i miei difensori hanno tentato di fare revisionare il “processo delle chiavi”, sulla base di una dichiarazione del loro presunto detentore, secondo la quale egli puramente e semplicemente non deteneva alcuna delle famose chiavi. L’istanza è stata respinta in considerazione del fatto che il dichiarante era stato mio coimputato, senza considerare che chi mi aveva accusato e mi aveva fatto condannare era parimenti un mio coimputato, che non mi conosceva neppure, e che è uno dei “pentiti mascalzoni” più evidenti della nostra miserevole storia. Che ne dicono quelli che, davvero o per finta, credono nello stato di diritto?

Non ignoro naturalmente la furia “giustizialista” che si è di recente abbattuta sull’Italia. Non ho stati d’animo contro il dr. Di Pietro e ancor meno a favore della famiglia Craxi. Tuttavia non mi dispiacerebbe sapere chi tira le fila di questa nuova megamacchina di pentitismo. Non sarà per caso il solito principe gobbo che regola i suoi conti in sospeso con i suoi soci criminali?

Quella del “pentitismo” è una macchina che opera senza arresto e divora infine quegli stessi che l’hanno fabbricata e gestita.

In verità non è tutto. Qualche volta sono stato anche assolto. Ricercato per anni e anni sulla base di un mandato di cattura che mi colpiva, insieme a un centinaio di altri bravi giovani (né bravo né giovane sono appellativi che competono a me personalmente), per aver promosso la guerra civile in Italia, sono/siamo stati tutti assolti, perché di questa tentata guerra civile malauguratamente (dico io) non si trovava traccia. Che emozione cari amici, che emozione!

Ma non basta ancora. Un giudice, della cui salute mentale molti dubitano (sono certo che ha spiccato mandato di cattura contro Arafat, e suppongo anche contro il defunto Breznev, contro Deng ecc.) e, ovviamente, sulla base di dichiarazioni di un pentito (mio ex-cliente che mi vergogno di avere a suo tempo tirato fuori dalla galera, sulla cui salute mentale è lecito nutrire seri dubbi), mi ha rinviato a giudizio per fatti letteralmente inesistenti e che se fossero anche mai esistiti, avrebbero costituito comunque reati largamente prescritti. Si dice che in sede di giudizio sono stato assolto. Grazie tante. Naturalmente il mio accusatore (reo confesso di gravi reati) e il suo giudice sono liberi come l’aria, e io sono qui a scrivere lettere dal mio eterno e precario esilio.

Ma, scusate, l’ultima e più comica circostanza (fra quelle a me note): un altro giudice ha tentato (con scarso successo, bisogna dire) di far stabilire da un famoso linguista se i miei tipici (sic!) giri di frase corrispondessero o no ai giri di frase usati in certi documenti “sovversivi”. Credo che il senso dell’umorismo del famoso linguista abbia in definitiva evitato che questo capitolo della tragicommedia avesse seguito… Ci sarà di certo anche dell’altro, di cui non sono informato.

Naturalmente nel contempo sono stato privato, vita natural durante, della facoltà di esercitare la professione di avvocato e di insegnante, e non godo del minimo diritto a una pensione, nonostante la mia, relativamente, tarda età. Vedete voi le conseguenze.

Ma ora voglio lasciare perdere questi (per me) tuttora incombenti retroscena.

Certo gli stravizi finiranno con l’accelerare la conclusione del naturalmente breve percorso. E lo stravizio è il mio solo vizio. Non saranno stati a farlo i processi, le detenzioni, le condanne e le ricerche poliziesche, tutti fatti che (lo devo ammettere) oltre ad avermi infinitamente sorpreso, mi hanno a tal punto (non sempre però) divertito da contribuire ad allungarmi la vita, invece di abbreviarla. Desidero brevemente informarvi delle acquisizioni intellettuali che mi sono state consentite da questo lungo periodo di riflessione.

Devo ammettere che, in conclusione e a modo mio, anch’io mi sono pentito.

Desidero spiegarvi il senso di questo “a modo mio”.

QIo non sono stato un brigatista, né ho collaborato con le BR altrimenti che difendendone alcuni militanti davanti ai tribunali dalla prima Repubblica. In definitiva mi pento quanto meno di non aver praticato una milizia politica più attiva e offensiva di quella che ho effettivamente praticato. Sono stato incoerente rispetto all’essenziale delle mie più profonde convinzioni.

Negli anni Settanta (e perché non ora?) non solo era un dovere civico difendere gli interessi della classe — operaia e proletaria — da gladiatori, allora chiamati con i più svariati nomi e la cui attività era a molti ben nota, senza attendere le rivelazioni del principe gobbo (con la massima simpatia per i gobbi che non siano principi). Dico “non solo” perché per chi la pensa nell’ordine di idee a cui mi onoro di appartenere indegnamente (cioè per i comunisti), la difesa senza l’attacco costituisce una pura inetta astrazione. Negli anni Settanta le condizioni soggettive (altra è la questione del giudizio da portare sulle condizioni oggettive) per coniugare la difesa con l’attacco erano state certo più favorevoli di oggi (benché ieri, oggi e domani le regole di fondo non cambino) e non averle praticamente sfruttate costituisce una responsabilità per molti, ad esempio per me. Ogni considerazione va riservata a chi, con incerta fortuna, allora ha cercato di farlo. Quali che siano le sue attuali dichiarazioni. La stanchezza e il male di vivere non sono stati inventati (solo sfruttati) da giudici e poliziotti. Stanchezza e male di vivere meritano che non mi perda in vane polemiche (con l’evidente eccezione dei tradimenti e delle falsificazioni interessate). Del resto le città d’Italia sono piene di vie e di piazze dedicate a Silvio Pellico, che non è stato il primo né sarà l’ultimo del genere.

Negli anni Ottanta praticare efficacemente la lotta di classe è stato certamente più difficile. Nessuno ha fatto abbastanza. Io certo pochissimo, o niente del tutto. Dominato dalla preoccupazione di evitare le imboscate di queste numerose polizie, stolte nel cervello ma, certo, attrezzate nei mezzi materiali in modo, per la mia modesta persona, spropositato. E di risolvere gli ovvi problemi di sopravvivenza.

Gli anni Novanta, ormai in corso, presentano dati nuovi, sia oggettivamente che soggetivamente. Vedremo. E lo vedremo non solo per quanto riguarda ciascuno di noi, che ormai ha una certa età fisica e mentale, ma soprattutto per i più giovani, ai quali non è escluso possa venire qualche buona idea, che (speriamo bene) anche i vecchi finiranno con l’adottare.

Per intanto per me, come per tanti altri, rinchiusi nelle galere, fuggiaschi qua e là, incriminati in Italia in una precaria condizione di cittadini di secondo ordine, per le stravaganti dichiarazioni di un “pentito” qualunque, per il fanatismo fascista di certi magistrati, mi sembrerebbe un punto di partenza non rinunciabile, anche se non essenziale per la storia della lotta di classe, ottenere lo stesso trattamento di un Licio Gelli (benché io non abbia poesie da recitare in TV) o di un gladiatore qualunque (magari prossimo alla sessantina).

La Suprema Corte ha ripetutamente detto che una chiamata in correità senza riscontri obiettivi per un mafioso presunto non basta. Perché per tanti (tra i quali mi metto), è invece bastata e sta bastando? Perché se per Licio Gelli la mancata estradizione dalla Svizzera per un certo processo impedisce anche la stessa celebrazione del processo in Italia, per altri non estradati (sempre dalla Svizzera) per un altro processo (all’occorrente lo stesso mio processo), il processo è stato fatto, la condanna pronunciata e il mandato (internazionale) emesso? Noi “criminalizzati rossi” dovremmo quanto meno ottenere un eguale trattamento giudiziario di quello riservato ai presunti mafiosi, criminali, fascisti e gladiatori di ogni genere.

Oppure i nostri giudici si torcono le mani per non averci giudicati, a suo tempo, incappucciati, con microfoni deformanti della voce, senza pubblico, senza difesa, senza appello, come fanno oggi i giudici militari peruviani nei confronti di Guzman, e si propongono gli stessi risultati sebbene conseguiti con altri mezzi? Il paragone può sembrare esagerato, ma solo ciascuno di noi sa quello che vale e costa la sua vita.

Ciò almeno secondo la logica dello Stato “democratico” e “di diritto” e di quelli che mostrano di crederci. Riconosco a priori che questa pretesa ha dell’insensato (ho nel passato cercato a lungo e con fatica di farla valere, non solo per me ma per molti altri, ma invano) e che serve solo (e anche poco) a dimostrare l’insensatezza e la reale vocazione criminale dei nostri giudici, poliziotti e compagnia. È che certo non è a voi che queste questioni vanno poste. A voi che se deteneste anche la più microscopica porzione di potere in questa disgustosa compagine sociale, non indirizzerei mai una lettera.

Mi lamento? Ebbene sì, mi lamento. Non nei confronti di uno Stato di diritto, in cui non ho mai creduto, di una magistratura la cui “dipendenza” ho ben conosciuto, di una polizia del cui risibile “servizio del popolo” non vale nemmeno la pena di parlare. Mi lamento dei compagni con i quali ho condiviso anni e anni di lotte, che (a parte qualcuno, veramente pochi) ora trovano comodo pensare che gli esilii e le galere sono simpatiche scelte di vita e chi ci sta, presumibilmente, ci si trova bene. Voglio ricordare che non è così. E basta.

Per vostra consolazione ho concluso, sempre che non abbiate già logicamente deciso di distruggere la lettera dopo la lettura delle prime righe. Chi vivrà, vedrà.

Non ho grandi pretese, né grande fiducia. Non so, in verità, neppure se veramente mi interesserebbe molto tornare in Italia. Probabilmente mi basterebbe poter usare il mio nome senza rischi e (perché no?) anche poter guadagnare da vivere come uno qualunque.

Naturalmente, e come ogni rivoluzionario dabbene, non ho rinunciato a fare la rivoluzione per il comunismo. Insomma non sono un post-moderno. Forse sono cose tra di loro incompatibili. È una questione che merita approfondimento. Forse mi basterebbe solo che qualcuno facesse almeno dello humor su tragicommedie di questo genere.

Vi ringrazio dell’attenzione e dell’eventuale pubblicazione.

E’ inutile precisare che né il manifesto né Liberazione si guardarono bene da pubblicare questa lettera…

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