Sinistra: da dove ripartire. Uno spunto dalle ultime erezioni amministrative

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Immagine di un manifesto elettorale di Brescia Bene Comune
Brescia Bene Comune

E’ passato il fine settimana elettorale, sono passati i sondaggi e le analisi dei politici. Di queste ultime mi permetto di citarne due, tratte dai titoli da “il manifesto” di oggi:

  • Grillo: “Ha votato l’Italia peggiore“;
  • Vendola: “Vince l’alleanza senza maschere“.

E rimango basito.

Ma ‘sta gente dove minchia vive?!

Grillo:

avrà anche votato l’Italia peggiore (quindi anche quelli, pochi, che hanno votato te. Complimenti per il rispetto per i TUOI elettori…); ma evidentemente tu sei riuscito nella NOTEVOLISSIMA impresa dell’apparire del tutto uguale a quelli che avresti dovuto combattere, e proprio per quell”Italia migliore”, che giustamente se ne è stata a casa, piuttosto che venire a votare i tuoi servi nei vari comuni.

Vendola:

nonostante i processi e le condanne a Berlusconi; nonostante il suicidio di Grillo e Casaleggio; nonostante la scomparsa, nella maggior parte delle città (a parte Pisa e Siena, dove infatti hanno preso l’8 e il 10%) di qualcosa che anche solo lontanamente possa sembrare di sinistra; nonostante il suicidio trionfale del Pd; nonostante tutto, quando è andata bene avete preso BEN il 2,5/3% degli AVENTI DIRITTO, visto che è andato a votare poco più del 50% degli elettori.

E osi usare il termine “Vince”?! Vince?!?!?! E voi sareste quelli di “sinistra”, quelli della “partecipazione”, quelli “democratici”, e pensate di “aver vinto” quando metà della popolazione NON È ANDATA A VOTARE!?!

Poi, però, vai un po’ a vedere qualche dettaglio e scopri che:

  • Pisa, dove ha votato il 57% delle persone contro il precedente 80%, Francesco “Ciccio” Auletta con la sua lista “Una città in comune” ha preso l’8,08%;
  • Siena, dove ha votato il 68% contro il 76% delle precedenti erezioni, Laura Vigni di “Sinistra per Siena” ha preso il 10,29;
  • Ancona, dove ha votato il 60% contro il precedente 75%,  Stefano Crispi di “Ancona Bene Comune, ha preso il 9,54%;

Dove si è presentata una sinistra almeno in parte degna di questo nome, con programmi almeno vagamente di sinistra e con una pratica politica almeno in parte votata alla partecipazione delle/i cittadine/i, i risultati ci sono. E non sono manco tanto male.

Non a caso tutte le liste sopra fanno parte di una rete, la rete delle città solidaliche hanno i beni comuni e la partecipazione delle/i cittadine/i al loro centro.

E’ da qui, quindi, che potremmo ripartire? Forse si.

E forse anche dagli errori che sono stati fatti, come a Roma. Come ci racconta Sandro Medici, candidato sindaco della “Reppublica romana”, sempre su “il manifesto” di oggi, a pag. 2:

Sandro Medici/ PER «REPUBBLICA ROMANA» SOLO IL 2,2% DEI CONSENSI

«Penalizzati dall’astensionismo, atto di accusa contro la politica»

di Roberto Ciccarelli

Per Sandro Medici, il bilancio di queste elezioni amministrative è stato molto più che deludente. La sua lista «Repubblica romana» ha preso 7.940 voti (0,77%), superata dalla coalizzata Rifondazione con l’1,14% (11.629 voti). Con il partito pirata, le tre liste hanno preso l’1,99% dei consensi, il loro candidato il 2,2%. «I dati sono quelli che sono – ammette Medici – ma vanno contestualizzati. Il bisogno di liberarsi di Alemanno che ha massimizzato i voti a sinistra e l’astensione che ha colpito tutti. Nei miei confronti poi i grandi mezzi di comunicazione hanno imposto una censura. Nonostante i nostri limiti organizzativi, con 14 mila euro spesi per la campagna elettorale, in un mese e mezzo siamo riusciti a dare un segnale».

Non ti sembra che uno dei limiti di questa esperienza sia stato quello di non riuscire a dimostrare di essere diversi dalla sinistra radicale?

Questo è il limite più grande. L’astensionismo ha penalizzato il voto dei 5Stelle, colpendo il Pd che ha dimezzato i voti dal 2008 e Alemanno. “Repubblica romana” non è stata in grado di intercettare pressoché nulla. Nonostante gli sforzi, i contenuti, i linguaggi, che abbiamo sperimentato oggi ci troviamo in una difficoltà di traiettoria. Il problema è nostro.

L’esponente del Pd Goffredo Bettini sostiene che a Roma i vincitori di queste elezioni siano il Pd e Sel. Che cosa ti ha portato a schierarti contro questo asse dopo 10 anni di governo del X municipio con il centrosinistra?

Mi sono schierato contro un modello amministrativo che stava dentro il quadro delle compatibilità. Anche in campagna elettorale non ho sentito un ragionamento contro il patto di stabilità, la rendita del patrimonio, l’austerità. Nel mio piccolo ho cercato di distinguermi, ma mi sono ritrovato escluso. La densità critica che ho cercato di rappresentare è stata interpretata come uno stridore insostenibile. A Roma, ciò che ha vinto è stato il bisogno prorompente di chiudere la stagione di Alemanno che si è manifestato con il ripristino di un’alleanza che nel frattempo non esiste più a livello nazionale. L’alleanza tra Pd e Sel si è rotta a causa dello spostamento imbarazzante del Pd verso posizioni moderatissime, compatibili con lo scenario europeo dell’austerità, l’elezione del Presidente della Repubblica e il sostegno al governo delle laghe intese.

Perché allora questa alleanza tiene a Roma, a Pisa e in altre città?

La situazione è diversificata, ma in generale non è escluso che il Pd stia pensando ad una strategia del doppio livello come faceva il partito socialista negli anni Ottanta. Allora i socialisti stavano al governo con la Dc, mentre con il Pci facevano le giunte rosse. Oggi i democratici stanno al governo con Berlusconi, mentre sul locale tengono in piedi l’alleanza con Sel.

Che interesse avrebbe Sel ad appoggiare questa politica?

A mantenere in piedi artificialmente un’alleanza che ha come discriminante la chiusura a sinistra. E che nessuno si azzardi a proporsi in maniera autonoma e indipendente.

Repubblica romana è andata male mentre le altre liste della «rete delle città solidali» a Pisa, Siena o Ancona hanno avuto tra l’8% e il 10% dei voti. Come lo spieghi?

Con il fatto che una parte del mondo associativo romano ha fatto una scelta di internità e di utilizzo del centrosinistra. Tuttavia, i veri voti mancanti per noi sono stati quelli dell’astensione. Questo è stato il limite maggiore della nostra operazione. L’astensionismo a sinistra è portatore di una critica che non guarda in faccia a nessuno, che tende a valutare tutti allo stesso modo, anche chi invece si sforza di proporre prospettive diverse. La definirei una rassegnazione attiva. Può sembrare un ossimoro, ma interroga crudelmente tutta la politica. È un atto di accusa tremendo.

Il voto di Roma verrà usato dal governo Pd-Berlusconi per legittimare le larghe intese anche oltre il 2015. Credi che ci sia spazio per una politica contro l’austerità?

Apparentemente questa possibilità non c’è. I nostri risultati non sono così squillanti da prospettare la costruzione di un polo di sinistra. Allo stesso tempo sono convinto che non annullino questa possibilità. Siamo ancora in una fase di transizione, e non è detto che porti ad esiti diversi.

Continuerai a fare politica e in che modo?

Si, pensiamo di tenere in vita questa esperienza che ha avuto un suo rilievo in città, per la passione di chi l’ha animata e per la splendida relazione che abbiamo avuto con il mondo della cultura indipendente a Roma che è una parte creativa di questa città. Ci tengo a coltivare questa pianticella.

(I corsivi sottolineati nel testo sono miei).

Quello che dice Medici, di Roma, è assolutamente interessante. E non succede solo a Roma. Ma su Roma c’è un’altra interessantissima analisi, quella del giovane economista Davide Di Laurea fa sul suo blogStampella rossa e rafanielloche racconta benissimo, con acume e senza mezzi termini, quel che Medici accenna nella sua intervista sopra, cioè “il fatto che una parte del mondo associativo romano ha fatto una scelta di internità e di utilizzo del centrosinistra”. La stampella rossa, appunto.

Questi esempi, nel bene e nel male, ci dicono qualcosa, ci danno uno spunto per provare ad iniziare a costruire un percorso che potrebbe portarci, tra parecchio tempo – guai ad avere fretta, a questo punto: scorciatoie non ce ne sono – a tornare ad avere una sinistra degna di questo nome.

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