Quello che dovrebbe dire la sinistra in Italia su crisi, giovani e lavoro. Lo dice Sergio Bologna

image_pdfimage_print
Immagine di Sergio Bologna
Sergio Bologna

Qui sotto un brillante e lucido articolo di Sergio Bologna, storico, economista, che è già passato da queste parti. Un articolo dove si dicono alcune, poche, semplici cose attorno al problema dell’uscita dalla crisi economica nel nostro paese, al problema della disoccupazione giovanile e del precariato – che non è più solo “giovanile”, al problema del salario.

Problemi affrontati “da sinistra”, dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno, che non c’è nessuno, nel panorama politico istituzionale italiano attuale, che sia in grado di affrontare i problemi di cui sopra con uno sguardo realmente a sinistra.

Potremo provare ad usare questa analisi di Bologna per provare a ricominciare a pensare a sinistra. Sul serio, e senza paura.

Generazione «neet». Un lavoro ai giovani, ma che sia decente

di Sergio Bologna, il manifesto di sabato 25 maggio 2013, pag. 15

Dice Letta: «priorità è dare un lavoro ai giovani». Ma quale lavoro presidente, di che genere? In Italia non abbiamo solo il problema della disoccupazione giovanile. Abbiamo i salari d’ingresso più bassi d’Europa, come ha ricordato in varie occasioni il governatore Draghi. Secondo dati Eurostat riportati di recente da lavoce.info abbiamo il più alto numero di lavoratori che non percepiscono i minimi contrattuali. La piaga dei tirocini gratuiti, malgrado la buona volontà della ex ministro Fornero, continua a imperversare. Quanti laureati vengono assunti con mansioni inadeguate ai loro titoli di studio («per far fotocopie» è il detto)? Quanti contratti a tempo determinato sono pagati 500/800 euro al mese? E per quante ore? Ci siamo dimenticati che per parlare di salario bisogna anche parlare di orario? Un co.co.pro. che dura tre mesi, e poi sei mesi di attesa e poi un altro co.co.pro. per altri tre mesi. È lavoro questo, è occupazione questa?

Moderiamo la flessibilità, sono tutti d’accordo, ma per favore non ci raccontiamo la frottola che la situazione drammatica di oggi è dovuta solo alla flessibilità che ha creato un precariato strutturale. È dovuta in massima parte alle scelte di politica industriale che hanno portato via via negli anni a rinunciare alle produzioni avanzate, dall’elettronica alla chimica, dall’auto alle fibre ottiche. Che hanno portato alla miniaturizzazione dell’impresa e cancellato la grande impresa dotata di risorse per investire in innovazione. I primi a non credere nelle loro imprese sono stati gli azionisti, i profitti creati nella manifattura li hanno investiti in finanza o in immobili. Abbiamo come la Spagna spinto al massimo il cemento, distruggendo territorio, centri urbani e alla fine anche le banche. Le loro sofferenze non sono dovute forse in massima parte ai palazzinari che non restituiscono i crediti a loro generosamente elargiti e vigliaccamente negati ad artigiani, piccole imprese, autonomi?

Presidente Letta, le chiediamo ancora: che lavoro vuol dare ai giovani, come li vuole occupare? Come le centinaia di migliaia di quelli dei lavori creativi, dei media, dell’informazione, pagati una miseria, intrappolati in una giungla di agenzie d’intermediazione, non pagati? Lassù, nelle alte sfere, avete mai sentito parlare di wage theft? Non solo non c’è lavoro per i giovani in Italia ma se c’è, è un lavoro umiliante, povero, per i livelli retributivi, per le mansioni svolte, per i diritti negati. È mai possibile che quando cerchiamo di intervistare qualcuno di questi giovani ci sentiamo rispondere troppo spesso, «No scusa, non mi voglio esporre»?. È mai possibile che nel lavoro regni la paura? È un paese libero questo?

E allora, se stanno così le cose, non diamo la croce addosso ai neet. Non sono scansafatiche, parassiti, rassegnati. Sono probabilmente persone che piuttosto di accettare un tirocinio gratuito e poi forse un co.co.pro. di tre mesi a 500 euro preferiscono fare lavoretti in nero, non perché vogliono fregare il fisco, ma perché hanno rispetto di se stessi e certe umiliazioni non le accettano. Non studiano. E perché dovrebbero studiare? Per dover ingoiare cose indigeste che non servono a trovare un lavoro decente, per doversi far giudicare da professori che non di rado sono semianalfabeti? Purtroppo la sensazione che si ha a sentire le dichiarazioni di certi dirigenti sindacali, di certi ministri, insomma di certi decisori, è che non abbiano la più pallida idea di cos’è il lavoro oggi.

Nessuno oggi, al mondo, ha in tasca una ricetta per rilanciare lo sviluppo e l’Italia, per quanti sforzi possa fare un volonteroso governo, è troppo malconcia per potersi riprendere. L’Italia non è più un paese sovrano, i vincoli contratti dal governo Monti hanno, come dice Draghi, inserito il pilota automatico, il nostro destino è già scritto. Potrebbe riprendersi il Paese a una sola condizione: che le gente ritrovi la forza di fare appello solo al proprio capitale umano, ragionando con la propria testa, riprendendo in mano i propri destini, compiendo scelte che la vulgata economica giudica irrazionali, quella stessa vulgata che ci vuol convincere che un’agenzia di rating è un attore razionale del mercato. Ribellandosi, anche con violenza. Dal governo non possiamo aspettarci niente, tranne che peggiori la situazione, come il precedente. Ma una cosa Presidente Letta, lei potrebbe fare. Quando dice «priorità è dare ai giovani un’occupazione» ci attacchi l’aggettivo «decente», perché altrimenti si rischia di equivocare.

(Visited 14 times, 1 visits today)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Un commento su “Quello che dovrebbe dire la sinistra in Italia su crisi, giovani e lavoro. Lo dice Sergio Bologna”

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi