Il nuovo governo di larghe intese e le scelte economiche. Seconda parte

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Articolo del Sole24Ore sula crisi dei derivati
La crisi dei derivati

Tra la fine della seconda guerra mondiale e la fine degli anni Settanta-inizio anni Ottanta, la classe operaia, e più in generale la classe dei lavoratori dipendenti a partire da chi lavora in fabbrica, ha ottenuto, in parte con le sue lotte, in parte per motivi geopolitici, miglioramenti importanti della propria condizione sociale. Anche senza volerli chiamare, alla francese, i gloriosi Trent’anni  si è trattato di un periodo in cui decine di milioni di persone hanno avuto per la prima volta un’occupazione stabile e relativamente ben retribuita. Basti pensare, per quanto riguarda il nostro paese, che ancora nel 1951, anno del primo censimento dopo la guerra, esistevano in Italia centinaia di migliaia di braccianti pagati a giornata, su chiamata mattutina di un caporale, che lavoravano mediamente 140 giorni all’anno.

Per questi strati sociali, un impiego stabile nell’industria ha rappresentato un notevole avanzamento sociale. Sono aumentati i salari reali; sono stati introdotti o ampliati in molti paesi, Italia compresa, i sistemi pubblici di protezione sociale, dalle pensioni fondate sul metodo a ripartizione (in base al quale il lavoratore in attività contribuisce a pagare la pensione di quelli che sono andati a riposo, metodo che le mette al riparo dai corsi di Borsa e dall’inflazione  al sistema sanitario nazionale; si sono ridotti gli orari di lavoro di circa 2-300 ore l’anno (che vuol dire quasi due mesi di lavoro in meno); si sono allungate di settimane le ferie retribuite. Infine si sono estesi in diversi paesi, a partire dal nostro, i diritti dei lavoratori ad essere trattati come persone e non come merci che si usano quando servono o si buttano via in caso contrario. Queste conquiste, a cominciare dai sistemi pubblici di protezione sociale, sono state il risultato di riforme legislative – rinvio qui al nostro Statuto dei Lavoratori del 1970, voluto da un ministro del Lavoro socialista, Giacomo Brodolini, e redatto in gran parte da un giovane giuslavorista socialista pure lui, Gino Giugni – non meno che di imponenti lotte sindacali. Senza dimenticare il movimento degli studenti che in Italia come in Francia e in Germania contribuì sul finire degli anni Sessanta a inserire nell’agenda politica la richiesta di una democrazia più partecipativa.

Così inizia a raccontarci la sua versione della storia economica del secondo dopoguerra Luciano Gallino, nel suo La lotta di classe dopo la lotta di classe edito da Laterza nel 2012. Comincia raccontandoci la lotta di classe vittoriosa, almeno per trent’anni, delle classi meno abbienti, per le classi lavoratrici, per la classe operaia italiana ed occidentale in genere, dopo la fine della seconda guerra mondiale. Questo trentennio finisce con gli anni ’70 – i tragici anni ’70 per la quasi totalità di media, politici, sindacalisti e, ormai, anche per la maggior parte della gente comune, e con gli anni ’80 inizia un’altra lotta di classe, quella delle classi più abbienti contro chi gli sta sotto, economicamente parlando. E non è ancora finita.

Verso il 1980 ha avuto inizio in molti paesi – Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Italia, Germania – quella che alcuni hanno poi definito una contro-rivoluzione e altri, facendo riferimento ad un’opera del 2004 dello studioso francese Serge Halimi, un grande balzo all’indietro  Le classi dominanti si sono mobilitate e hanno cominciato loro a condurre una lotta di classe dall’alto per recuperare il terreno perduto. Simile recupero si è concretato in molteplici iniziative specifiche e convergenti. Si è puntato anzitutto a contenere i salari reali, ovvero i redditi da lavoro dipendente; a reintrodurre condizioni di lavoro più rigide nelle fabbriche e negli uffici; a far salire nuovamente la quota dei profitti sul Pil che era stata erosa dagli aumenti salariali, dagli investimenti, dalle imposte del periodo tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni Ottanta.

In sostanza non è affatto venuta meno la lotta di classe. Semmai, la lotta che era stata condotta dal basso per migliorare il proprio destino ha ceduto il posto a una lotta condotta dall’alto per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere che erano stati in qualche misura erosi nel trentennio precedente.

Ed con gli anni ’80 che la lotta di classe volta pagina, ed inizia il declino economico, politico e sociale delle classi lavoratrici, fino ad arrivare ai livelli di oggi. Un percorso lungo, fatto non solo di politica ed economia, ma anche – e soprattutto – di cultura e (dis)informazione. Il risultato, comunque, è che il neoliberismo, quella dottrina economica inventata a Chicago nella prima metà degli anni ’70 dalla locale scuola economica (e sperimentata con successo, dal punto di vista capitalistico, durante il regime di Pinochet in Cile), dopo la caduta del socialismo reale, cioè dei regimi dittatoriali di stampo sovietico nei paesi dell’Europa dell’est e nella Russia, dal 1989 ai primi anni ’90, diventa l’unica dottrina possibile, l’unica via possibile di sviluppo per l’umanità.

Con che risultati per le classi lavoratrici e le classi medie?

Basterà ricordare che i top manager delle grandi imprese, industriali e non, percepivano intorno agli anni Ottanta compensi globali dell’ordine di 40 volte il salario di un impiegato o di un operaio. Al presente il rapporto è salito in media a oltre 300 volte, con punte che negli Stati Uniti possono raggiungere 1000 volte il salario di un lavoratore dipendente. Ciò è dovuto non solo all’aumento dello stipendio base, del premio di risultato e di altri benefits, ma anche al vastissimo ricorso all’uso delle opzioni sulle azioni come remunerazione.

Questo nonostante e a dispetto della crisi che investe l’Occidente a partire dal 2007, che alla fine viene scaricata in toto sulle spalle delle classi meno abbienti. Tanto che i principali responsabili della crisi, il sistema finanziario e quello delle banche, sono stati salvati dai vari stati del mondo con i soldi pubblici, per poi essere “costretti” a tagliare lo stato sociale per coprire i buchi di bilancio così creati.

Capitali dell’ordine di trilioni di dollari sono stati investiti in complicatissimi titoli compositi che le banche, non solo americane ma anche europee, hanno creato e diffuso in un modo che si è rivelato disastrosamente inefficiente. O meglio: che la crisi stessa ha mostrato essere inefficiente quanto rischioso. Dopodiché gli enti finanziari sono stati salvati dal fallimento dai governi, sia tramite aiuti economici diretti (oltre 15 trilioni di dollari in Usa; 1,3 trilioni di sterline nel Regno Unito; almeno un trilione di euro in Germania), sia indirettamente, forzando i paesi con un elevato debito pubblico a pagare interessi astronomici sui titoli di Stato in possesso degli enti medesimi.

Insomma, quando c’è da salvare le banche i soldi si trovano, e parecchi. Quando c’è da finanziare la scuole e l’istruzione in generale; la sanità; il lavoro e lo sviluppo in generale, quindi la sicurezza e la possibilità di vivere bene delle persone no, per queste cose i soldi non ci sono. Buffo no?

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