Il nuovo governo di larghe intese e le scelte economiche. Prima parte

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Immagine di Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi assieme che chiacchierano
Giorgio e Silvio

Probabilmente già oggi il nuovo Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – che proprio in questo 2013 festeggia i 60 anni di presenza nel parlamento italiano, per cui il premio honoris causa “Il nuovo che avanza nel XXI secolo”  – ci proporrà un nuovo presidente del consiglio. Il fatto che la Lega si sia messa all’opposizione mi fa temere il ritorno del dottor sottile, quel Giuliano Amato che negli anni ’80, gli anni del craxismo, è stato ai vertici del Partito Socialista Italiano diventandone vicesegretario generale. Di Craxi, infatti, fu consigliere economico e politico fino a diventarne sottosegretario alla Presidenza del consiglio nei governi degli anni 1983-1987. In seguito è stato Ministro del Tesoro dal 1987 al 1989 (governi Goria e De Mita). Così, tanto per ricordarne il curriculum, tanto che è arrivato secondo al già citato premio honoris causa “Il nuovo che avanza nel XXI secolo”.

Oggi è ricordato per il decreto legge del luglio 1992 che, tra le altre cose, deliberava il prelievo forzoso del 6 per mille dai conti correnti bancari (vedi le recenti vicende di Cipro). Con Amato finisce la “prima repubblica” ed inizia quel filotto di governi “lacrime e sangue” che, prima per bloccare gli attacchi alla lira, poi per entrare nella Comunità Europea, poi perché così vogliono i mercati, ora perché c’è la crisi, da 20 anni a questa parte non c’è governo – di destra, di centro e di sinistra – che non faccia tagli alla spesa pubblica e allo stato sociale.

Ma come mai, a prescindere da Amato o Prodi o Berlusconi o Monti, chiunque vada al governo in questi ultimi decenni ci massacra lo stato sociale fino allo stremo delle forze? Perché, dice il sociologo torinese Luciano Gallino, nel suo La lotta di classe dopo la lotta di classe edito da Laterza nel 2012, ormai il mantra che si sente ogni giorno, su qualsiasi media comune, ma che viene ripetuto anche da quasi tutti i politici, quale che sia il partito di riferimento; da un buon numero di sindacalisti; da migliaia di docenti universitari nei loro corsi; nonché da innumerevoli persone comuni è che

il maggior problema dell’Unione europea è il debito pubblico. Abbiamo vissuto troppo a lungo al di sopra dei nostri mezzi. Sono le pensioni a scavare voragini nel bilancio dello Stato. Agevolare i licenziamenti crea occupazione. La funzione dei sindacati si è esaurita: sono residui ottocenteschi. I mercati provvedono a far affluire capitale e lavoro dove è massima la loro utilità collettiva. Il privato è più efficiente del pubblico in ogni settore: acqua, trasporti, scuola, previdenza, sanità. È la globalizzazione che impone la moderazione salariale. Infine le classi sociali non esistono più.

Ma è veramente così?

Bisognerebbe capire come mai tale repertorio di idee ricevute risulti del tutto impermeabile alla realtà. E certo non da oggi. Infatti, a dispetto della unanimità di cui godono, non una delle suddette idee – al pari di dozzine di altre della stessa genìa che dobbiamo qui tralasciare – ha un fondamento qualsiasi di ragionevole solidità. Oltre ai rapporti dei centri studi di mezzo mondo, è la realtà stessa che da decenni, quotidianamente, si incarica di prenderle di continuo a ceffoni. Per dire, sono proprio i mercati che meglio incorporano la teoria del libero mercato, quelli finanziari, che hanno disastrato l’economia mondiale. Il paese che ha avuto meno problemi con l’occupazione nel corso della crisi è la Germania, dove i sindacati hanno nel governo delle imprese un peso rilevante. I problemi peggiori li hanno avuti, e li hanno, gli Stati Uniti, dove la facilità di licenziamento è massima: basta un foglio rosa che il venerdì invita a non presentarsi al lavoro il lunedì successivo, se non anzi una battuta faccia a faccia: “sei fuori”. Quanto alle privatizzazioni, alla supposta superiorità intrinseca e universale del privato sul pubblico per produrre e gestire beni pubblici, si può rinviare all’analisi degli effetti che esse hanno avuto nel Regno Unito tra il 1980 e la fine del secolo, dove furono eccezionalmente imponenti.

Insomma, se quanto sopra è vero – e anche senza essere professore universitario ci dice che è così l’enorme crisi economica che dal 2008 si sta mangiano l’economia occidentale, alla faccia della fine della storia e del neoliberismo come panacea di tutti i mali – come mai, non dico tanto il centro-destra (che di “centro” ha ben poco), ma il centro-sinistra (che ormai di sinistra ha ben poco), come mai, quindi, anche chi dovrebbe essere progressista e quindi, almeno in parte, dalla parte dei più deboli, si è completamente sdraiato in politiche economiche tutte a favore dei pochissimi super ricchi del mondo. Nel suo agile e divulgativo libretto Luciano Gallino prova a spiegarcelo.

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